Politecnico di Milano

Facoltà di Architettura

RIORGANIZZAZIONE DEL PAESAGGIO STORICO DELLA VAL DI NESSO


Relatore:Prof. Darko Pandakovic

Studente:Silvio Bonali

Anno accademico 1999/2000



INDICE

  1. INDICE pag. 2
  2. ELENCO TAVOLE pag. 3
  3. ABSTRACT pag. 4
  4. INTRODUZIONE pag. 6
  5. CENNI STORICI SUL TRIANGOLO LARIANO pag. 6
  6. VAL DI NESSO pag. 10
  7. NESSO pag. 10
  8. VELESO pag. 13
  9. ZELBIO pag. 13
  10. LA NATURA COME STORIA pag. 16
  11. L’AMBIENTE pag. 23
  12. PIANO SOCIO-ECONOMICO E TERRITORIALE pag. 26
  13. PROBLEMI DELL’ATTIVITA’ TURISTICA pag. 28
  14. TURISMO SOSTENIBILE pag. 30
  15. LA BIODIVERSITA’ pag. 32
  16. STRUTTURA DEL PROGETTO pag. 35
  17. RELAZIONE SUL PROGETTO pag. 36
  18. MODALITA’ DI INTERVENTO SULLE INFRASTRUTTURE pag. 40
  19. NORMATIVE RELATIVE AL PROGETTO pag. 42
  20. BIBLIOGRAFIA pag. 49

 

 

ELENCO TAVOLE

 

 

N.°TAVOLA

TITOLO TAVOLA

SCALA

1

Inquadramento geografico

1:50000

2

Carta altimetrica

1:10000

3

Carta dell’uso del suolo

1:10000

4

Carta dell’attitudine all’uso produttivo

1:10000

5

Carta delle capacità d’uso dei suoli

1:10000

6

Carta idrologica

1:10000

7

Carta delle rilevanze storiche

1:10000

8

Carta delle proprietà

1:10000

9

Mappe storiche

1:12000

10

Carta della viabilità

1:10000

11

Programma di interventi della Comunità Montana

1:10000

12

Carta sinottica forestale P.A.F.

1:10000

13

Carta migliorie P.A.F.

1:10000

14

Planimetria stato di fatto

1:5000

15

Tipologie di bosco

1:100

16

Organigramma

----------

17

Stato di manutenzione dei percorsi

1:5000

18

Rimboschimento del versante Nord

1:10000

19

infrastrutture per l’osservazione

1:10000

20

Crignolo opere di assestamento forestale

1:2000

21

Criteri per l’intervento

----------

22

Crignolo infrastrutture

1:2000

23

Parcheggio

1:200

 

ABSTRACT

 

Il progetto è volto principalmente ad un'azione di riqualificazione sia del paesaggio storico agrario, che dell'ambiente naturale, al fine di riorganizzare una fruizione turistica che non snaturi i luoghi, ma che, al contrario, siano proprio l'autenticità e la bellezza di questi i promotori del turismo in questa zona.

A tal fine è prevista la creazione di un consorzio di agriturismo e/o aziende agricole, talune esistenti altre in via di attuazione, che adottino i criteri dell'agricoltura biologica e che si occupino nel contempo della manutenzione del paesaggio che diviene in questo modo promotore di turismo e quindi della conseguente maggiore commercializzazione dei prodotti agricoli locali.

Il mantenimento dell'ambiente naturale e la cura delle forme del paesaggio agrario sono le chiavi fondamentali per la sostenibilità del progetto, perché mantengono vivo l'interesse turistico per quest'area.

Gli investimenti iniziali sia per la creazione del consorzio che per il restauro delle abitazioni abbandonate che per la manutenzione dell'ambiente naturale e delle strutture agrarie tradizionali, sono promossi dalla Comunità Europea in forma di incentivi e di aiuti intesi a garantire un minimo indispensabile di popolazione in queste zone attraverso un aumento del reddito derivante dalle attività tradizionali che alla salvaguardia del paesaggio naturale e dell'ambiente (flora e fauna).

L'adozione, da parte delle aziende aderenti al consorzio, dei criteri di agricoltura biologica, oltre a favorire il turismo per una ritrovata e comunque certificata genuinità e naturalità degli spazi e dei prodotti, garantisce un ulteriore incentivo sempre promosso dalla CEE.

Anche il ripristino di vecchi pascoli e la diminuzione di densità di capi per ettaro, oltre ad allargare lo spazio dedicato alle colture tradizionali, è fonte di aiuto finanziario della Comunità che promuove azioni che tendono ad evitare l'eccessiva usura dei pascoli e dei prati che potrebbero portare a dei processi di desertificazione.

La creazione di un consorzio inoltre comporterebbe la delimitazione di una zona "protetta" dove venga sempre garantita e certificata sia la genuinità dei luoghi per un'offerta turistica perfettamente rispondente al tipo di domanda degli ultimi anni, che ad una maggiorazione dell'offerta in termini numerici, che ancora una garanziacertificata dal marchio del consorzio stesso sui prodotti agricoli allargando conseguentemente il loro mercato.

La località in cui sono previsti interventi per la creazione o per l’ampliamento della aziende agricole è quella denominata Grignolo (prende il nome dal vicino corso d’acqua). Questo tratto di territorio e di proprietà del comune di Veleso gli interventi non sarebbero quindi vincolati dalla presenza di proprietà private, inoltre questa porzione di territorio comprende tutta la fascia mediana di montagne che potrebbe diventare di collegamento tra il pascolo dei Monti di Erno ed centri urbani sottostanti Erno, Veleso, e Zelbio.

La rete delle aziende aderenti al consorzio, con i terreni connessi per la produzione, copre comunque una percentuale del territorio che si aggira intorno al 10-15%.

Questa parte di progetto dunque risolve la questione della sostenibilità economica e della risposta alle tendenze della domanda turistica, ma lascia insoluta la questione di un sensibile recupero del paesaggio che, essendo lontano dal raggio di azione delle aziende e dei percorsi ad esse connessi, non è trasformabile a loro opera restando nel frattempo una componente fondamentale dal momento che la fruizione turistica si basa in gran parte sull’aspetto di questa grande porzione di paesaggio.

C’è da chiedersi se il caratteristico crinale a Nord della Val di Nesso, completamente spoglio, che simula artificialmente il paesaggio presente ad altitudini maggiori, abbia ancora ragione di essere mantenuta, dal momento che oltre a non essere produttiva questa porzione di territorio è soggetta alla tendenza naturale del rimboschimento, sono già consolidati in vasti tratti delle quote più basse i betulleti.

D'altronde proprio questa sua caratteristica, associata alla vista delle vette prealpine, ne ha probabilmente favorito l’incremento turistico agli inizi degli anni Cinquanta rendendo la zona anno dopo anno sempre più popolare.

In termini pratici questo tipo di intervento (forestazione) non comporta difficoltà nelle parti di territorio di proprietà pubblica, se non una sincronia con il Piano di Assestamento Forestale, ma presenta chiare problematiche sulla parte di territorio appartenente a privati.

E’ per questo motivo che si rende necessaria la realizzazione di un accordo con i proprietari che sia per loro vantaggioso economicamente dal momento che a tutt’oggi la proprietà dei suddetti terreni per la maggior parte improduttivi non comporta loro alcun tipo di spesa.

E’ comunque ipotizzabile un accordo per il rimboschimento attraverso la richiesta di una sovvenzione alla Comunità Europea per il rimboschimento e la successiva manutenzione ai termini del regolamento CEE 1257/99...

Resta comunque esclusa dal rimboschimento la parte più alta della Costa di S.Primo la cui vetta supera i 1720m.s.l.m. in quanto dal punto di vista percettivo, quindi strettamente legato all’utilizzo turistico della zona, la sommità pelata ne sottolinea l’orografia ed è un chiarissimo richiamo ai paesaggi alpini di quote più elevate visibili praticamente da ogni punto della vallata creando un altrettanto effetto suggestivo che è gia stato nel recente passato promotore del turismi in quest’area. Il rimboschimento della zona sottostante oltre a sottolineare la skyline della Costa assumerebbe le valenze di una riserva naturale con l’impianto di un bosco che simuli quello naturale , con piante quindi non coetanee ed essenze diversificate a seconda del terreno e della pendenza e dell’esposizione, in modo da facilitare una altrettanto rapida diversificazione faunistica.

 

 

INTRODUZIONE

 

La zona, che dal punto di vista morfologico è ben individuabile, resta chiusa tra le creste di due catene che dal lago di Como vanno ad incontrarsi alla Colma del Piano, ma non possiede un’altrettanto chiara riconoscibilità semantica, almeno non nel suo insieme, esistono soltanto delle microidentità al suo interno.

Questo probabilmente accade a causa del fortissimo frazionamento del territorio tra i vari comuni che da sempre ha segnato la storia di questi luoghi. Ancora oggi l’area in esame e divisa tra quattro comuni diversi:

Nesso, Sormano, Veleso, Zelbio.

Antica è l’opera di sfruttamento del bosco e dei pascoli sia per l’allevamento che per la produzione di foraggio.

Oggi l’allevamento e la produzione di foraggio restano di fatto l’unico legame con il passato, sebbene queste attività siano completamente slegate dal resto del territorio, non è infatti più in pratica la transumanza tradizionale, i capi vengono trasportati con mezzi motorizzati attraverso una strada che passa a circa tre quarti di costa che rimane aperta anche alla comunque scarsa fruizione turistica con un conseguente ovvio abbandono dei percorsi storici che passano attraverso il bosco e di pascoli a quote più bassa che vengono rinvasi dal bosco in modo disordinato celando le antiche infrastrutture che sono la memoria storica di questa zona e che disegnavano sul territorio la forte relazione che è sempre intercorsa fra alpe e valle.

 

 

CENNI STORICI

 

Le origini del Triangolo Lariano risalgono al 30000/40000 a.C. Nelle caverne (fenomeno carsico)dei suoi monti emergenti dai ghiacciai dell’ultima glaciazione fece la sua prima comparsa l’uomo quasi in concomitanza con quella dell’orso speleo(tracce di entrambi nel Buco del Piombo).

Traccie dell’uomo ricompaiono nel Neolitico 3500a.C. e nell’Eneolitico 2500a.C.(Nesso: semplici e sporadici strumenti di selce).

 

ETA’ DEL BRONZO

Sul finire dell’età del bronzo 1200/1000a.C. la civiltà dell’area del Triangolo Lariano subisce una repentina e totale decadenza, le palafitte si spopolano e la vita sembra interrompersi per continuare in zone appena limitrofe.

Le ragioni possono essere molte.

Una prima ipotesi potrebbe essere la mutazione delle condizioni ambientali in seguito ad un’alterazione della situazione idrologica, che rese inabitabili le vecchie sedi (l’instabilità del regime idrologico della zona è documentato).

Una seconda ipotesi potrebbe essere quella di uno spostamento per motivi economici.

La necessità di svincolarsi da sedi troppo fisse ed estranee alle maggiori vie di comunicazione.

Oppure nell’ipotesi più accreditata potrebbe essere accaduto un fatto traumatico, per esempio un invasione di popoli guerrieri che avesse sconsigliato i pacifici abitanti della regione la permanenza sulle troppo poco sicure palafitte.

 

 

ETA’ DEL FERRO

L’inizio dell’età del ferro corrisponde per comune accordo degli archeologi, allo sviluppo di nouve correnti culturali nella fase finale dell’età del bronzo ed è espressione di profonde mutazioni sociali ed economiche dovute all’introduzione ed alla lavorazione del ferro su vasta scala, in sostituzione del bronzo.

Nelle epoche precedenti il ferro era già conosciuto ma il suo uso era limitato per lo più a scopi ornamentali. Enorme era il problema delle comunità di allora per procurarsi i minerali fondamentali per la fabbricazione del bronzo e cioè lo stagno ed il rame: dovevano dipendere dai popoli che possedevano quei giacimenti che nell’Europa Centromeridionale erano situati nel Tirolo e nelle Alpi di Salisburgo.

Nell’età del ferro ogni comunità fu invece in grado di estrarre il ferro dal proprio sottosuolo e se ne servì per fabbricare ogni genere di strumento di lavoro e di guerra; con questa nuova economia sociale venne a mancare la dipendenza economica da altre popolazioni privilegiate e talvolta molto lontane; il contenuto sociale subì profonde mutazioni che differenziarono gradualmente, ma decisamente ogni produzione artigianale e si formarono nuovi centri produttivi più consoni alle richiesta del nuovo modello di complesso sociale.

 

ETRUSCHI E GALLI

 

Restano da considerare brevemente i rapporti che le genti del Triangolo Lariano ebbero con i popoli più noti della preistoria italiana: gli Etruschi ed i Galli.

Quanto agli Etruschi è spesso favoleggiato, senza alcun fondamento, di una loro stabile ed organizzata presenza in zona; ma essa, in basa ai dati archeologici e tradizionali a nostra disposizione, è senz’altro da escludere.

Esiste invece qualche sporadico contatto commerciale e qualche mediata influenza culturale. Anche il ruolo che i Galli ebbero nella regione va fortemente ridimensionato: assai scarsa e discutibile è la documentazione archeologica (tombe di Caslino e Torno); poche e malsicure (potrebbero infatti essere romane) le tracce della toponomastica (Rezzago,Lasnigo, Urago).

E’ un fatto però che indipendentemente dalla loro diretta presenza i Galli estesero certamente anche sulle terre del Triangolo Lariano quella incontrastata egemonia che a partire dal IV sec.a.C. fino all’avvento dei Romani esercitarono su quasi tutta l’Italia settentrionale.

 

I ROMANI

 

La presenza romana nel Triangolo Lariano è ampiamente testimoniata da:

  1. i reperti archeologici. Necropoli, epigrafi, resti monumentali d’età romana furono rinvenuti a: Bellagio, Pian del Tivano, Barni, Onno, Canzo, Torno, Magreglio, Nesso e numerosi altri siti.
  2. La toponomastica, che registra un gran numero di località con tipico suffisso romano in ano (anus): Sormano, Tivano

Lo sfruttamento del Lario per scopi commerciali e militari, con l’insediamento di una flotta permanente di un praefectus segnò un incremento delle fortune del Triangolo Lariano, che assunse n importante ruolo strategico in funzione della protezione non solo della via pedemontana che lambiva la base di questa regione, ma anche della via interna per Bellagio e delle due sponde del lago, dove certo vennero impiantati gli scali e gli empori della flotta militare e civile.

Non è del tutto ingiustificata, pertanto, l’antica e4 sempre ricorrente tradizione che voleva l’area del Triangolo Lariano irta di torri e di fortezze.

Tracce di postazioni difensive o semplici torri d’avvistamento e di segnalazione sono state individuate a Bellagio, Castelmarte, Pian del Tivano, Lasnigo, Buco del Piombo.

 

ETA’ MEDIOEVALE

Bisogna premettere che il territorio del Triangolo Lariano oggi costituente la Comunità Montana Triangolo Lariano non era, nei secoli del Medioevo politicamente o amministrativamente omogeneo, ne lo divenne nel periodo immediatamente successivo. L’eterogeneità condiziona in qualche modo il discorso storico, giacche le singole parti del territorio andrebbero esaminate una per una. Limitiamoci ad indicare quelle appartenenti alla giurisdizione comasca.

Sottoposte alla giurisdizione immediata del comune di Como erano le terre da Tavernerio a Torno, comprese nelle Pieve di Zelbio; dipendevano da Como poi la Pieve di Nesso e quella di Bellagio.questa almeno era la situazione nei primi secoli dopo il Mille. L’elemento che impedì la disgregazione e l’assorbimento da parte di altre formazioni di Como e del suo antico territorio fu la diocesi nella sua giurisdizione spirituale. E’ per questo che sono state prima citate le Pievi. L’epoca feudale con la sua molteplicità di diritti e di concessioni, segna un periodo di incertezza per l’attribuzione di un dato territorio a questo o quel potere.

Le donazioni a Vescovi e monasteri, cominciate sotto i Carolingi, si intensificarono sotto gli Ottoni, addirittura susseguendosi o sovrapponendosi. Così Nesso apparteneva, nella seconda metà del X secolo al monastero di S. Maria del Senatore in Pavia, mentre nella prima metà del secolo seguente era tra i "mansi" del monastero di S. Dionigi in Milano.

Simbolo del potere feudale, sorsero in questi secoli numerose costruzioni fortificate, dalle semplici torri con recinto o "ricetto" alle case fortificate ed ai veri e propri castelli. Di alcune di queste strutture non rimane che un vago ricordo oppure qualche rudere; di altri si conservano parti notevoli. La maggior parte di essi fu smantellata nel corso del cinquecento, quando ormai avevano perso ogni funzione

Nel XII secolo vediamo comparire le Comunità rurali parzialmente autonome, aggregate e coordinate tra loro. La Vallassina costituiva comune unico, composto da quattro quartieri, ciascuno formato da tre villaggi o vicinie

Come e quando sia scoccata la scintilla del Comune e da quali fenomeni sia stata determinata originariamente la vita collettiva in questa forma sarebbe troppo arduo precisare. Si può avanzare però al riguardo l’ipotesi che l’origine del Comune rurale del Comasco sia connessa con quella della parrocchia, che per un complesso di fattori dovette avere nell’ambiente storico comense importanza notevolissima.

 

ETA’ MODERNA

Il trentennio che si apre con il 1500 vede le terre lariane dapprima coinvolte tra le aspre contese tra Francesi, Ducali, Veneziani, Imperiali e Spagnoli e poi tormentate dalla fortunosa avventura di Giacomo de Medici.Le vicende guerresche portarono con se’ gravi conseguenze economiche, condussero al distacco da Como di una parte cospicua del suo territorio, ed ebbero conseguenze non trascurabili anche per il territorio preso in esame.

Le forze francesi operanti nel comasco erano infatti apertamente appoggiate dagli abitanti di alcune borgate lariane, in particolare da Tornaschi.

Nella seconda metà del Settecento alla tradizionale economia agricola cominciarono ad accompagnarsi alcune prime attività industriali, favorite dalla saggia politica austriaca e dal periodo di relativa tranquillità.

Nel 1781 il conte Pecis, incaricato dal governo di Vienna di studiare il miglioramento delle vie di comunicazione nella zona del lago di Como, segnalava in una relazione la necessità di realizzare una comunicazione tra Onno e la Vallasina attraverso Valbrona, per sviluppare il traffico di carbone, di legname e di legname d’opera.

La Valbrona e Pian del Tivano erano anche fornitori di torba: l’estrazione di questa era stata incoraggiata nel 1785 con ricchi premi dal governo, per evitare l’impoverimento del patrimonio forestale.

Ad Erno di Veleso si impiantò nel 1797 ad opera di Pietro Zerboni la prima fabbrica di tela di ferro e reti metalliche; questa attività tra l’artigianale e l’industriale contribuì non poco allo sviluppo economico della zona, giacche alla prima fabbrica di Pietro Zerboni ne seguirono numerose altre a Veleso, Zelbio e Lezzeno.

 

 

 

LA PIEVE DI NESSO

situazione nel 1949

 

La valle di Nesso che interessa il nostro studio ha come livelli massimi il monte S.Primo, il monte Forcoletta e la Colma del Piano, sotto i quali si estendono gli altri cordoni principali che sono:

i monti di Erno, attraversato da frequenti frane, il Pian del Tivano, il Piano di Nesso, gradatamente i cordoni si abbassano formando bellissimi terrazzi morenici.

A circa 750m. abbiamo i terrazzi di Zelbio e di Erno, a 350 300 i ripiani di Scerio e Vico che sono le frazioni più alte di Nesso.

Molto frequenti in tutta regione, quasi totalmente calcarea, sono i fenomeni carsici. Un inghiottitoio che si trova al centro di Pian del Tivano, chiamato Buco della Nicolina, raccoglie tutte le acque del pianoro, numerose sono le grotte tra le quali le più note sono: la Grotta Guglielmo sul versante occidentale del Palanzone, profonda 350m. e la Grotta Masera sopra Careno.

Vario è il territorio riguardo alla vegetazione. Le pendici più elevate sono coperte esclusivamente da pascolo,(S.Primo e la Forcoletta) fino all’altezza di Pian del Tivano 970m. dove si hanno i primi terreni coltivati quasi esclusivamente a patate e cavolfiori di cui si fa grande smercio.

Lungo la striscia più bassa i fianchi dei monti sono coperti da boschetti di ginestre tra i quali si ergono maestose querce e qualche pino, faggi ,betulle, boschi di nocciolo.

Già verso i 1000m. si trova qualche albero da frutta selvatico: ciliegio, melo.

Anche qui , come nella zona del pascolo, la risorsa principale è costituita dall’allevamento del bestiame (soprattutto bovino mentre è poco diffusa la pastorizia) e dall’industria casearia.

L’abitazione salvo qualche caso, non è fissa, le casupole sparse sono abitate solo nella stagione estiva durante la quale si falcia il fieno e si sfrutta il pascolo.

Scendendo verso i centri abitati costantemente la vegetazione si fa più folta, si ha la fascia del castagno che va da circa 900m. fino al lago. Il bosco (costituito da castagni e noci), oltre ad essere una notevole risorsa, per il legname ed i frutti che se ne ricavano, è una delle più belle attrattive della zona e, dandole un aspetto pittoresco, offre con la sua ombra refrigerio ai villeggianti che numerosi vi si ristorano durante l’estate.

I campi disposti a terrazzi e rivolti a mezzogiorno, sono coltivati in massima parte a patate, granoturco ed ortaggi.

Il frumento è coltivato in quantità limitata sulla montagna, mentre si trova abbondante in riva al lago.

Qui campi ed orti sono coperti da pergolati, infatti la vite è una delle piante che meglio di adatta al clima umido e mite del lago, insieme all’ulivo ed alle piante da frutta.

Molto diffusa era, parecchi anni fa, la coltivazione del gelso, per l’allevamento del baco da seta che ora purtroppo si può dire completamente scomparso.

NESSO

Fino a metà dell’ottocento si presenta come una tipica pieve rurale, anzi lacustre, che unisce i disagi della montagna a quelli del lago, come le lamentele che ricorrono nei documenti continuamente ricordano: povertà economica, strade impervie, insediamenti abitativi sparsi e disagiati.

Quanto alla tradizione che vorrebbe far risalire l’origine della pieve di Nesso addirittura a Ermagora di Aquileia, non è che il riflesso locale di una più ampia ma non più sincera tradizione che individua in Ermagora uno dei possibili fondatori della Chiesa di Como, nella comprensibile e diffusa ambizione di dare alle Chiese locali una fondazione, se non apostolica, quanto meno subapostolica: Ermagora era, infatti, discepolo, se non proprio di un apostolo, di un evangelista, Marco. Il riferimento ad Aquileia è invece un riflesso del fatto, più noto, dell’aggregazione della Chiesa di Como al patriarcato di Aquileia, avvenuto all’inizio del VII secolo – a motivo del permanere di Como, con Aquileia, appunto, nello scisma suscitato in Occidente, e soprattutto nel Nord Italia. Dallo scandalo creato dalla passiva soggezione del papa Vigilio all’imperatore nell’episodio dei Tre Capitoli, mentre Milano si era di nuovo allineata con Roma. Si può ben concludere che l’origine del cristianesimo di Nesso attribuita a Ermagora appare più come legenda che come tradizione.

Nel secolo XI troviamo la prima testimonianza di una struttura plebana, nel senso di un collegio di preti, viventi secondo una regola, addetti alla cura di una "plebs", ossia ad una popolazione di un territorio periferico, rispetto alla città sede del vescovo.

Quanto alla data precisa di fondazione della pieve, non è possibile individuarla: rispondendo ai quesiti del vescovo durante la visita pastorale, l'arciprete di Nesso, nel 1696, scriverà che la collegiata di Nesso era tale "habitu sed non actu": per tradizione antica non per un atto giuridico di cui si conservi ancora traccia.

La parola "plebs" significa "popolo", indica una comunità territoriale che si riconosce come popolo raccolto attorno a una chiesa matrice, fornita di battistero, luogo di aggregazione al popolo di Dio.

Diffondendosi dalla città vescovile verso il territorio circostante, la presenza cristiana si attesta innanzitutto in alcune località geograficamente socialmente già significative e qui organizza il territorio circostante, praticamente come un’unica grande parrocchia.

Particolarmente interessante il documento moltrasino del 1058 con cui Enrico da Vignola ed Enrico detto Forte, consoli di Moltrasio, vietarono di piantare gli alberi sulla costa del monte appena disboscato e destinato alla coltura della vigna. Se la data del documento, pubblicato agli inizi del secolo da Piero Buzzetti, è corretta, si tratta di una precocissima testimonianza della capacità di emanare ordinati da parte di un comune rurale.

La gestione dei boschi e dei pascoli di proprietà pubblica era senza dubbio una delle principali preoccupazioni dei comuni rurali del Lario, come è dimostrato dagli esempi di Torno e Moltrasio. Purtroppo non è sopravvissuta alcuna documentazione di questo tipo attinente a Nesso, ma i beni comuni sono frequentemente ricordati nei documenti come confinanti ai terreni privati: non si può dunque dubitare che essi avessero grande importanza ( ancora nel ‘700 il comune possedeva oltre metà dei terreni del borgo ) e svolsero un ruolo fondamentale in un centro in cui l’allevamento del bestiame aveva una grande importanza.

Non è facile ricostruire come fosse il paesaggio nel territorio nessese nel medioevo. I documenti a nostra disposizione descrivono vari appezzamenti di terreno, illustrandone sinteticamente le colture: campo a cereali ("terra laborativa"), vigna ("terra vineata"), bosco ("silva"), prato ("terra prativa") o varie combinazione di esse. Molto raramente però è possibile sapere qualcosa di più su di esse, le loro dimensioni, la forma, quali piante vi fossero allevate.

Qualche informazione su come i nessesi del medioevo percepissero il loro territorio può fornirla la microtoponomastica, ossia i nomi forniti dai documenti alle località dove si trovavano i campi, nomi, peraltro, spesso sopravvissuti fino ad oggi.

Quali erano dunque, i punti di riferimento che si offrivano ai Nessesi per ritrovarsi nel loro territorio? Alcuni ovviamente erano costituiti da costruzioni di particolare importanza: ecco dunque alcuni campi ed orti siti sotto la località Vico, campi e viti siti presso la chiesa di S.Maria, campi e prati siti presso il Mulino "Cirixolum" e, nei pressi del borgo, un campo "Alla Porta" e uno presso la "Portezella", evidentemente posti presso le fortificazioni. Anche le strade i sentieri che attraversano il territorio davano spesso nome ai campi ed ai boschi ( per esempio, un campo con viti situato "subtus stratam de Zelbio"). Spesso i toponimi facevano riferimento ad elementi del paesaggio, quali le piante: l’abbondanza di noci dava nome ad esempio alla "Valle de Noxedum", ancora oggi "Valle Noséé" sulla strada per Zelbio, dove si trovano i campi, vigne e, ovviamnte, boschi con noci e castagni. I castagni dovevano inoltre prevalere nella zona detta "Castenetam", dove si trovano alcuni campi, così come i frassini dovevano caratterizzare la località omonima ("Ad frassinum") sita non lontano da Zelbio. Sul lago prendevano il sopravvento gli ulivi, come attestano i toponimi "Olivala" e "Ad Zocham de Olivala". Molto interessante è il toponimo "La Taliata", che denominava alcune selve: si trattava probabilmente di un bosco ceduo, destinato al taglio. Anche i massi erratici, così tipici di queste montagne, davano nome ai campi detti Al Sasso ("Ad sassum"), Alla Pietra Grossa ("Ad pedram grossam") e Alla Pietra Piatta ("Ad pedran platam"). Sperse qua e là per le campagne dovevano poi trovarsi lacune croci, forse simbolo della pietà popolare e forse, strumenti per delimitare il territorio.

Il territorio nessese venne reso coltivabile grazie alla diffusione dei terrazzamenti, anche oggi caratteristici del paesaggio della zona e che nella documentazione medioevale venivano indicati come campi situati "uno sopra l’altro" ("unum super aliud").

L’agricoltura nessese pare essere stata destinata essenzialmente all’autoconsumo da parte degli abitanti del borgo, e ciò nonostante non sempre doveva essere sufficiente: almeno nella prima metà del Quattrocento i Nessesi dovevano rivolgersi ai vicini Tornaschi per le forniture di vino. Per quanto riguarda i cereali, dai contratti che prevedevano il pagamento di fitti in natura, si può notare come venissero coltivati soprattutto i grani destinati alla panificazione, quali il frumento, la segale e il miglio, ma non mancavano anche cereali minori, come l’orzo e il panico, utili per le zuppe e le minestre.

La forte vocazione all’autoconsumo dell’agricoltura nessese lasciava poco spazio alle altre colture, in particolare ai frutteti, rei di sottrarre luce ai preziosi cereali. L’unico albero presente con una certa frequenza nei pressi del borgo era l’ulivo, anche se si trattava sempre di presenze sporadiche.

Se nei dintorni del borgo e nelle zone meglio insolate terrazzamenti e spianate erano occupati dai cereali, dalle viti e da qualche olivo, la maggior parte del territorio nessese era occupata dal bosco.

Nell’economia agricola di un paese di montagna come Nesso il bosco ricopriva un’importanza fondamentale: non solo infatti da esso provenivano legna per le costruzioni e legna da ardere, ma vi si portavano al pascolo le capre, pecore e maiali e la raccolta dei frutti costituiva un’importantissima integrazione del vitto delle famiglie.

Prima dell’arrivo della coltivazione del mais dall’America, fu il pasticcio di farina di castagne a ricoprire il ruolo che poi fu della polenta ed ancora nel secolo scorso i mugnai della zona di Faggeto Lario macinavano grandi quantità di farina di castagne. A causa di questa sua grande importanza il castagno era oggetto di particolari cure nei paesi del lago, a Torno, per esempio, era vietato scortecciare i castagni o farvi pascolare gli animali e il Comune promuoveva la diffusione di tali piante cedendo gratuitamente le terre a chi intendesse impiantarvene.

Per scoprire quali bestie erano allevate a Nesso, data la reticenza della documentazione locale, è opportuno rivolgersi alle "soccide" stipulate dai Nessesi con i Tornaschi davanti al notaio di quest’ultima località. La "soccida" era un tipo di contratto molto diffuso nel Medioevo, che associava un finanziatore ed un allevatore. Il finanziatore acquistava del bestiame e poi lo affidava all’allevatore che s’impegnava a versargli la metà di tutti i guadagni che n’avrebbe ricavato oltre che, talvolta, a rifondergliene anche il prezzo. I ricchi mercanti tornaschi fecero molti contratti di questo tipo con gli abitanti dei paesi del Lario e, fra questi anche con i Nessesi, ai quali affidavano pecore, capre, manzi e mucche.

Strettamente connessa con l’allevamento era la presenza sui monti di Nesso delle cascine ("cassine"), piccoli edifici rustici destinati a ricoverare temporaneamente i pastori e i loro atrezzi da lavoro: tali costruzioni, come a Torno, dovevano essere molto semplici, ad un solo piano, con un tetto di paglia o frasche. Col passare del tempo però le "cassine" tendevano a diventare più solide o complesse e nel corso del ‘400 ne compaiono alcune dotate di tetti in lastra di ardesia (o "aplodate", coperte di pioeude) o con cortili, mentre nel XVI secolo, da un rapido spoglio degli estimi, appare evidente come ormai quasi tutte le cascine fossero costruite in muratura.

 

 

 

VELESO

Di origine celto-ligure, le terre di Veleso fecero parte dei "castellum" Con a capo Nesso e del successivo omonimo "pago" dell’epoca romana. Con l’avvento della cristianità la parrocchiale di Veleso, dedicata a S.Antonio, dipese dalla pieve di Nesso sino all’anno 1590 quando si rese religiosamente indipendente con le frazioni di Erno e Gorla. La chiesa di S.Andrea in Erno si separò dalla parrocchiale di Veleso nel 1748.Nel medioevo, Veleso era terra compresa nel feudo di Nesso, e ne seguì le vicende successive; nel 1497 fu donato da Ludovico Maria Sforza a Lucrezia Crivelli. Nel 1538 divenne possesso di Angelo Corio e dal 1647 della famiglia Casnedi fino al 1787, anno in cui cessò la giurisdizione feudale. Durante l’epoca napoleonica, dal 1796 al 1814 Veleso fece parte dei comuni di Nesso ed Uniti. Successivamente fino al 1928 Veleso rimase comune indipendente, nel 1929 costituì con Zelbio il comune Zelbio e Veleso, poi dal 1948 si rese di nuovo autonomo.

ZELBIO

Il nome anticamente era Gelbi, pare derivato dallo scritto Ji’vri (vecchio) o Jala (acqua).

L’origine sembra ricavarsi anche da Gerb (zerb), ossia acerbo. Taluni studiosi ritengono infine che il nome Zelbio possa derivare da Gelbio, come abbreviazione del nome proprio Gilberto. Curioso è da notare la diffusione del toponimo Gelbio e derivati: ad Argenio si trova un’immagine votiva chiamata "Madonna di Gelbio", un torrente nei dintorni di Mandello Lario si chiama "Zerbo", il promontorio dell’ex ospedale psichiatrico era invece segnato sulle carte come "Zerbio".

Zelbio, terra di origini celtico liguri, stazione militare romana del secondo secolo dopo Cristo, è citata fin dal 1275 in un documento dell’Ospedale Santa Maria di Nesso.

Altra fonte cita lo in documento del 1315.

Nel 1335, invece, gli Staturi di Como parlano di un "Burgi Zelbi".

Nel medioevo Zelbio fece parte del feudo di Nesso ,nel 1497 fu donato da Ludovico M. Sforza alla sua prediletta, Lucrezia Crivelli.

Con il Cristianesimo divenne terra della così detta Pieve di Nesso, che comprendeva anche Molina, Lemna, Palanzo, Pognana, Quarzano, Careno, Veleso e sulla sponda opposta del Lario Brienno, Carate e Laglio. Zelbio si stacco dalla Pieva nel 1617, anno di istituzione della chiesa parrocchiale, dedicata alla Conversione di S. Paolo. Divenne in seguito possesso dei Casnedi, dal 1647 fino al 1787, allorché venne abolita la giurisdizione feudale. Dal successivo 1796 fece parte del comune di Nesso ed Uniti fino al 1814, anno in cui conquistò l’indipendenza per oltre un secolo.

Nel 1929, sotto la dittatura fascista, fu creato, con ‘unione delle due municipalità, il comune di Zelbio-Veleso. Con l’avvento dell’era repubblicana, nel 1948, i due paesi tornarono ad essere Comuni autonomi.

Nel frattempo la comunità zelbiese aveva pagato un pesante tributo alle due guerre mondiali, con rispettivamente sette e sei caduti.

Il secondo dopoguerra coincise con il boom turistico di Zelbio, che anche se grazie al vicino e celebre Pian del Tivano si impose come meta turistica di primo piano in ambito regionale.

Ancora oggi Zelbio è classificato come insediamento a prevalente origine rurale e pastorale in cui le attività agricole hanno un’importanza dominante, anche se negli ultimi decenni si è assistito allo sviluppo del turismo e di una limitata attività industriale.

La borgata zelbiese, chiusa tra le montagne, fino agli anni Venti comunicò con gli altri paesi attraverso le mulattiere. Nel 1915 si inizio la costruzione di una strada consortile che avrebbe collegato nel suo tratto principale Nesso a Zelbio con diramazioni per Erno e Veleso. Del consorzio facevano parte gli stessi Comuni di Nesso, Zelbio e Veleso.

Tempo un decennio e si pose mano alla prosecuzione della strada da Zelbio al Pian del Tivano collegando così via Sormano, la Val di Nesso alla Vallassina.

La nuova strada portò anche a scoperte singolari, come quella rinvenuta nei pressi del palazzo municipale allorché gli scavi misero in luce le tubazioni in cotto dell’antico acquedotto, che portavano l’acqua dalla valle del ponte di ferro fino in paese.

Nell’occasione, inoltre andarono purtroppo perse "Le tre cappellette", suggestivo luogo sito in località Malmoria e composto appunto da tre vicine cappellette cui la popolazione era devota. Del sito rimasero solo alcuni quadri in gesso che, conservati nelle cappellette, vennero asportati e posizionati altrove.

La costruzione della Nesso-Pian del Tivano permise il notevole sviluppo turistico della zona, ma causò contemporaneamente numerosi problemi gestionali. Infatti i fondi a disposizione del Consorzio erano scarsi e la manutenzione ne risentiva. Il Consorzio si occupò comunque della strada fino agli anni Settanta allorché, sciogliendosi, le sue competenze passarono all’Amministrazione Provinciale di Como che ancor oggi gestisce questa strada.

La Zelbio religiosa rivive nelle edicolette votive sparse in gran numero sul territorio comunale. Ogni angolo del centro storico rivela una sorpresa e, lasciando l’abitato per la campagna le edicolette votive si susseguono in gran numero.

La cappelletta più famosa è senza dubbio quella di Lut, secondo l’antica etimologia "luogo fangoso". La cappelletta, di antica origine, si trova in aperta campagna. Anticamente punto di passaggio delle rogazioni, la cappelletta è stata restaurata nell’agosto del 1994 a cura della Pro Zelbio.

Punto di passaggio delle rogazioni come la cappelletta di Lut era quella di Noga, nell’omonimo luogo, a disposizione dei viandanti che si addentrano nella montagna zelbiese.

Sempre nei dintorni di Zelbio, là dove il centro abitato lascia spazio alla campagna, si trova un’altra cappella toccata dal giro della terra e delle rogazioni, è la cappellina della Madonna.

Uscendo dal centro zelbiese per dirigersi al Piano del Tivano si trovano due altre edicole molto interessanti. a cappella di Sangrate si trova nello spazio antistante al ristorante Sole. Nei dintorni di Sangrate, dove si trova il corso d’acqua conosciuto come val Baraca, si trova invece l’omonima cappellina.

s. Primo vetta sacra. Non solo per il santo a cui la montagna è dedicata, ma anche per le numerose presenze monastiche, una volta esistenti, delle quali è rimasta traccia nei documenti storici.

Nella seconda metà del 1600 esisteva un oratorio dedicato a S.Primo di cui oggi restano visibili solo il perimetro e pochi avanzi delle mura coperti dalla vegetazione.

Fino ai primi decenni del ventesimo secolo l’attività predominante a Zelbio è stata quella agricola, il territorio zelbiese era diviso in campi coltivati ( tra Nesso e Zelbio) e prati ( tra Zelbio e Pian del Tivano ). Molte famiglie possedevano numerosi capi di bestiame, specialmente bovini ed ovini, che fornivano il necessario per vivere. Immancabile con i numerosi animali da cortile, era inoltre l’asinello, tanto prezioso quando si dovevano svolgere i lavori pesanti. Le famiglie avevano a disposizione, in affitto od in proprietà, un cascinale per il ricovero del bestiame, terreni e prato per la fienagione e campi per le coltivazioni agricole ( tra i prodotti principali patate, granturco ed ortaggi vari ). Importanti erano anche le viti e le coltivazioni degli ulivi, il bosco forniva invece frutta e legna. Al Piano si trovavano i pascoli per le bestie, boschi (diffusissimo il castagno), depositi di torba e cave di pietra calcarea da costruzione che, strofinata e riscaldata emanava un leggero odore di petrolio. Fino ai primi anni del secolo inoltre era praticata la coltivazione dei gelsi per ottenere i bachi da seta.

La vita delle famiglie trascorreva da marzo a novembre ai "mont" e, in vista dell’inverno, esse tornavano in paese con il bestiame (nei periodi di punta al Pian del Tivano c’erano anche sette-ottocento capi di bestiame).

Numerose erano le usanze legate al mondo contadino: in luglio si provvedeva alla mietitura di frumento e segale che , raggruppate in covoni, venivano battute con le apposite verghe per separare la paglia dal grano, che le donne raccoglievano subito con i valli e, eliminata la pula, portavano al mulino.

Un cenno meritano il torchio ed il mulino. Zelbio ne era sprovvista, dunque i contadini dovevano recarsi fino a Nesso per lavorare i loro prodotti. Il torchio si trovava a Riva, e dalla spremitura di noci e nocciole, regalava ai contadini il caratteristico olio. Il mulino si trovava invece sulla strada per Erno, in riva al torrente Nosè e, mentre per i contadini significava lavoro, per i ragazzi voleva dire divertimento. Infatti a poca distanza dal manufatto il torrente formava una pozza d’acqua, che nelle giornate di sole era affollata di bagnanti. Con l’avvento dell’industrializzazione il torchio ed il mulino cedettero il passo a più moderni macchinari. Del torchio non c’è più traccia, del mulino sono invece visibili alcuni resti.

La prevalenza dell’attività agricolo-pastorale ha determinato per secoli la tipologia edilizia del territorio zelbiese. In centro paese si trovano le abitazioni principali, in cui la popolazione trascorreva i freddi mesi invernali. Al Piano del Tivano era invece un susseguirsi di cascine, utilizzate dai contadini tra marzo ed ottobre, quando portavano il bestiame a pascolare sui prati tivanesi. Le cascine dovevano comunque essere comode ma, principalmente, funzionali. La composizione della "cassina" ricalcava dunque gli spazi fondamentali: la cucina tuttofare ed alcune camere internamente, all’esterno il portico (che se piccolo, serviva anche da aia e veniva dialettalmente chiamato "era"), una loggia coperta (la cosiddetta "lobbia"), le stalle in pietra per il bestiame ed il fienile. Tornando all’interno dell’edificio principale, al pianterreno (spesso seminterrato) si trovava la cucina soggiorno, con il grande camino a nicchia, coperto da un soppalco in legno usato per essiccare le castagne e riporre gli strumenti da cucina, ed affiancato dalle panche che, specie nelle giornate di inverno, costituivano la zona più frequentata della casa. Affiancata alla cucina si trovava la stalla sormontata, con la stessa cucina, dal fienile. In alcuni casi (località Noga) la residenza costituiva corpo a sé, isolata dalla stalla e fienile. Infine vi era un piccolo edificio isolato, costruito in muratura come la cascina ed usato come magazzino o, se interrato, come ghiacciaia.

La comunità zelbiese ricca di ben 450 abitanti al primo censimento dell’Unità d’Italia, si è andata progressivamente assottigliando, con un vistoso crollo demografico negli ultimi trent’anni. Colpa della diminuita natalità, ma anche di una considerevole emigrazione, che ha portato molti a trasferirsi altrove per cercare lavoro.

Il paesaggio zelbiese, terra di antichissime origini geologiche, è stato modellato nei secoli dalle glaciazioni, che hanno conferito al luogo la caratteristica forma a "terrazzo". E’ proprio a causa di questo paesaggio terrazzato che a Zelbio, nonostante l’intensa attività agricola, mai sono stati introdotti i macchinari e, anziché svilupparsi, l’agricoltura e regredita progressivamente.

L’epoca glaciale ha però lasciato sul territorio zelbiese un altro curioso ricordo: sono, infatti, numerosi i trovanti, ossia giganteschi massi che, testimoni delle passate ere geologiche, sono stati abbandonati dai ghiacciai in ritirata.

Al Piano del Tivano è di notevole interesse il cordone morenico del Dosso, deposto da una lingua glaciale e formato da massi di diverso tipo: gneiss delle valli valtellinesi, granito ghiandone della val Masino, serpentine della val Malenco, micascisti, calcari.

A Zelbio invece, fa bella mostra un trovante chiamato "Sasso della volpe". Il masso si trovanti pressi dell’omonimo villaggio, che da esso ha preso il nome, sotto la strada che collega la parrocchiale al cimitero.Il nome del trovante deriva dal suo essere stato in passato tana di volpi, che sotto il sasso trovavano riparo dalle intemperie. Ad oggi visibile, il Sasso ha subito nel corso degli anni l’aggressione degli uomini: all’epoca della fabbrica di polli della National, il trovante venne utilizzato come piccionaia venendo così irrimediabilmente rovinato.

Una ormai antica manifestazione di Zelbio è la Fiera delle Merci e del Bestiame che si svolge l’ultimo lunedì del mese di settembre.

La Fiera nacque negli anni Trenta, e fino al secondo dopoguerra costituiva per Zelbio un avvenimento quasi mondano: allevatori ed agricoltori affluivano in gran numero da tutti i centri vicini, dalla vallata di Nesso e dalla Vallassina.

L’avvento del cosiddetto mondo civile ha decretato la morte della manifestazione, o perlomeno l’ha colpita gravemente: oggi infatti, la Fiera di merci e bestiame sopravvive soltanto nel nome. Gli animali sono scomparsi, quanto alle merci gli originari prodotti della terra hanno lasciato posto ad una moltitudine di articoli che ben difficilmente si prestano a richiamare le tradizioni agricole e contadine.

 

LA NATURA COME STORIA

L’ambiente naturale è frutto di un equilibrio determinato da una serie di dinamiche cui non sono estranei interventi intenzionali di trasformazione. Se già prima della comparsa dell’uomo l’ambiente ha dovuto adattarsi alle "scelte" degli animali, è certo che la diffusione della specie umana ha provocato una serie di contraccolpi di gran portata sull’equilibrio naturale, già molto prima che la capacità distruttiva della civiltà diventasse evidente, e la recente crisi del rapporto uomo-natura ha avuto almeno un merito, quello di diffondere una sempre più ampia consapevolezza che la natura è assai meno naturale di quanto il suo nome tenda a far credere.

Quando però si cerca di uscire dalle affermazioni generali per dare a questo rapporto uomo-natura una caratterizzazione storica, si è costretti ad ammettere che i dati in nostro possesso sono ancora ben pochi e che le ipotesi di lavoro sono ancora di larga approssimazione.

Le tracce più antiche di presenza umana nel territorio lariano risalgono a circa 60 mila anni da oggi e sono riferibili a Neanderthaliani, il tipo umano che ha preceduto l’Homo sapiens sapiens; si tratta di poche selci e resti di fuochi rinvenuti nella valle del Curone, presso Montevecchia.

In questa fase di freddo intenso la capacità umana di intervenire sull’ambiente è ridotta al minimo e limitata alla raccolta di quel poco che la terra spontaneamente offre.

In una situazione completamente differente s’insediano i gruppi di popolazione che iniziano la colonizzazione del territorio intorno a nove mila anni fa.

Un gran manto di foreste formate da querce, olmi, frassini, tigli e abeti bianchi che ricopre la zona circostante il Lario; oltre i 1000m. d’altitudine l’abete bianco diventa dominante, formando una cintura continua che cede poi il passo a radi cespuglieti e praterie. Anche le popolazioni mesolitiche, dei cui accampamenti stagionali sono stati ritrovati resti a Erbonne in Valle Intelvi ed al Cornizzolo sopra Pusiano, sono specializzate nella raccolta delle piante spontanee e nella caccia; ma già si evidenziano capacità di intervenire sull’ambiente per migliorare le proprie possibilità di sopravvivenza: è infatti probabile che l’utilizzo del fuoco per bruciare tratti di foresta e richiamare la selvaggina, attirata dal novellame.

A partire dal 3500 a.C. si entra in una nuova fase, caratterizzata dallo sviluppo delle tecniche agricole. Durante il periodo neolitico, quindi si cominciavano ad aprire ampie radure ai margini delle foreste, dove coltivare i campi ed allevare il bestiame. Nel corso del III millennio a.C. si assiste ad una progressiva diffusione degli insediamenti: vengono interessate da questo fenomeno sia le zone intorno ai laghi briantei, sia le vallate più aperte come la Valassina. L’impatto sull’ambiente, sia pur lentamente, si amplia; diminuiscono gli alberi e si moltiplicano le radure, poiché nuovi campi si aggiungono a quelli già sfruttati e abbandonati, tanto che agli estesi disboscamenti del II millennio a.C. è da collegare la formazione degli spessi strati di torba nei pressi dei laghi di Pusiano ed Annone. Contemporaneamente nei complessi forestali comincia a prendere il sopravvento il faggio, che tende a sostituire l’abete bianco; secondo alcuni tale fenomeno è da imputare all’attività umana, secondo altri a cause naturali. Anche la faggeta viene comunque progressivamente attaccata dalle popolazioni che tendono a sostituirvi pascoli artificiali. È da questo momento che le cime delle Prealpi cominciano ad assumere quell’aspetto "pelato" che ancora le caratterizza.

L’arrivo dei Romani dovrebbe rappresentare per la strutturazione del territorio un momento di censura fondamentale; e sicuramente lo è, anche se tuttora non sono chiare le coordinate quantitative e qualitative del loro intervento.

E’ noto che ai Romani, e più precisamente Giulio Cesare, è attribuita la fondazione, nel 50 a.C., del nuovo centro urbano di Como all’interno della convalle; il che avrebbe comportato la bonifica dell’area paludosa che esisteva allo sbocco congiunto dei torrenti Cosia, Fiume Aperto e Valduce. Più incerto è l’impatto dell’insediamento dei nuovi arrivati nel territorio, Ancora da definire è l’estensione della centuriazione, cioè della divisione del territorio agricolo in poderi di grandezza modulare da assegnare ai coloni; una riorganizzazione del territorio talmente radicale da avere lasciato fino ai giorni attuali ampie tracce in molte zone della Penisola. E in effetti, su una base di una rilevazione delle regolarità territoriali, Gianfranco Caniggia negli anni scorsi ha ritenuto di rinvenire le tracce della centuriazione romana fin sulle sponde impervie intorno al Lario. Più prudentemente, in seguito, si è valutato l’impatto della centuriazione limitato alla parte meridionale del territorio Comum, quella che coincide con i dolci declivi collinari digradanti verso la pianura.

La stessa urbanizzazione, fenomeno certamente connesso sul piano generale con l’espansione romana, è nel territorio comasco ancora da approfondire. Quasi tutti i principali centri abitati della provincia vengono ritenuti fondati o sostanzialmente rimodellati nel periodo romano, e questo anche in presenza di dati documentari o archeologici ancora incapaci di definire la reale consistenza del fenomeno. Meglio approfondita è la situazione delle infrastrutture, capaci di garantire una reale fruizione del territorio: il tracciato delle strade tra i centri maggiori è ormai assodato, mentre resta da assodare la reale consistenza dei porti lacuali, cui pure si annette una fondamentale importanza, compreso quello di Como, ancora dubitativamente identificato con l’area di Piazza Mazzini.

Tra gli elementi di novità della tarda età romana – o dei primi secoli dell’alto Medioevo – sono certamente da annoverare l’introduzione della Vite e dell’Ulivo e soprattutto la diffusione dei castagneti, che rapidamente divennero una delle caratteristiche dominanti del paesaggio e della stessa realtà economica delle popolazioni. Anche in questo caso, peraltro, si è ben lontani dall’aver raggiunto delle certezze sui tempi e sui ritmi di questi fenomeni.

Nella quasi totale mancanza di testimonianze scritte di questo periodo altomedioevale (il che ha condotto nei decenni passati ad un’interpretazione di tale epoca come momento di decadenza), disponiamo per il territori lariano di un’importantissima fonte di documentazione, derivante dagli scavi archeologici condotti a Monte Barro presso Lecco a partire dal 1986. I reperti ritrovati in questo insediamento d’epoca gota (tra la fine del V e la prima metà del VI secolo) consentono di tracciare le caratteristiche fondamentali del territorio circostante e del suo sfruttamento da parte delle popolazioni residenti.

Nella dispensa dell’edificio principale del Monte Barro sono stati ritrovati numerosi cereali (in prevalenza frumento comune, seguito da orzo, segale e – in misura minore – avena) e notevoli quantità di castagne secche, noci e nocciole, nonché semi di lino e leguminose in gran parte selvatiche; qualche altro reperto può essere interpretato come resti d’alimenti vegetali: noccioli di pesca e di ciliegia, vinaccioli di vite. I cereali sono stati rinvenuti mischiati con piccole quantità di leguminose (forse in funzione d’integratori proteici) e soprattutto inquinati da abbondante presenza di semi di Gittaione (Agrostemma githago), pianta infestante e velenosa. Da ciò si può dedurre la scarsa attenzione alla mondatura così come dalla piccola dimensione dei chicchi si possono arguire tecniche agricole non particolarmente evolute. La coltivazione dei cereali avveniva forse nei pressi dell’insediamento sulle pendice del Barro, in piccole radure tra gli alberi. Aperte col disboscamento.

L’albero dominante sul Monte Barro è certamente il Castagno, presente non solo sulla dispensa con i suoi frutti, ma anche come materiale da costruzione e come legna da ardere (nonostante che esso non sia il migliore dei combustibili). Accanto ad esso sicuramente il Faggio, utilizzato anche per i suoi frutti, le faggiole, da cui si poteva produrre olio.

Nei boschi circostanti erano allevati, allo stato brado, i suini, principale fonte dell’approvvigionamento di carne, seguiti da ovini e caprini, galli e galline. Scarsi dal punto di vista quantitativo risultano gli apporti alla dieta provenienti da animali selvatici, quasi esclusivamente uccelli e pesci.

Il quadro disegnato dall’interpretazione dei reperti del Monte Barro corrisponde quindi ad una situazione di comunità chiusa, con un’economia autosufficiente, ma non ridotta alla pura sussistenza e in grado di mettere in campo una certa varietà d’atteggiamenti nei confronti dello sfruttamento dell’ambiente naturale e quindi di ricavare una certa varietà nella dieta alimentare.

Dal punto di vista del paesaggio emerge con chiarezza, già in quell’epoca, la predominanza del castagneto e un’articolazione complessa dello spazio agricolo, alternato ai boschi naturali o seminaturali.

Si intende che le deduzioni basate sui dati archeologici del Monte Barro non possono essere estese meccanicamente alle altre zone del territorio lariano, soprattutto in un’epoca che ha come caratteristica dominante proprio la frammentazione in microambiente relativamente autonomi l’uno dall’altro. Si può peraltro leggere nella situazione del Monte Barro una conferma dell’immagine generale del paesaggio lariano, così come apparve nella tarda antichità ad un osservatore esterno come Cassiodoro, il quale in una lettera descrisse "i frondosi vigneti" e "la chioma di folti castagneti" che ornava la cima delle montagne.

Per i secoli successivi del Medioevo la conoscenza dell’ambiente naturale e dell’evoluzione del rapporto con gli insediamenti umani non migliora di molto. Anzi, nella maggiore disponibilità di fonti di documentarie, crescono probabilmente gli interrogativi, non ancora sciolti da analisi storiche specialistiche.

Innanzi tutto l’impatto sull’ambiente del rinnovato sviluppo urbano, fenomeno a cui Como partecipa da protagonista a partire dai primi decenni dell’XI secolo. Sviluppo urbano significa in primo luogo concentrazione di popolazione in determinate zone. E quindi profonde modificazioni nelle necessità dell’approvvigionamento alimentare; quali esiti hanno avuto queste nuove esigenze sull’organizzazione agricola e sulla strutturazione stessa del territorio? Con quale ruolo hanno partecipato a questa fase le grandi istituzioni ecclesiastiche, interessate allo sfruttamento agricolo delle terre? E’ probabile che alcuni insediamenti ecclesiastici siano da mettere in relazione con iniziative di miglioramento agricolo, oltre che di controllo dei punti nodali del territorio. Il priorato cluniacense di Piona (posto a ridosso delle zone paludose di quello che sarebbe poi chiamato Pian di Spagna), oppure il monastero di S. Maria di Cernobbio (forse all’origine proprio solo una grangia, vale a dire una dipendenza con funzioni agricole), potrebbero essere tra questi.

Più in generale, resta da appurare il dispiegarsi del fenomeno urbano al di fuori dei centri maggiori. Mancano per il territorio comasco notizie certe della fondazione di nuovi insediamenti (le cosiddette "villenove", diffuse in aree limitrofe lombarde e piemontesi), ma anche la rifondazione di Varenna (Varena seu Insula Nova), seguita dalla distruzione alla metà del XII secolo dell’Isola Comacina, è stata sottovalutata, riferendone l’impianto pianificato esclusivamente all’epoca romana. Quale riorganizzazione nella struttura del territorio, nella distribuzione delle risorse, comportò un fatto così traumatico?

Quanto si è detto non significa che manchino le testimonianze in grado di restituire, seppure con approssimazione, l’immagine del territorio nei secoli del basso Medioevo. Certamente l’intreccio tra natura e opera dell’uomo era più stretto di quanto appare oggi: i documenti che attestano la presenza di vigne nei pressi della chiesa di S. Fedele a Como, a pochi metri dal centro fisico della città, evidenziano l’esistenza d’ampi spazi vuoti nel tessuto costruito in cui la natura (ovviamente nella sua versione addomesticata) s’inseriva. Subito fuori delle mura della città del resto, cominciava l’area sfruttata dall’agricoltura, con una fitta alternanza di case, corti, orti, vigne: così è documentato da una carta del 1199 dell’Abbazia di S. Abbondio di Como, relativa all’investitura di una casa poco fuori Porta Monastero. E, reciprocamente, numerosi sono gli elementi costruiti che punteggiano il territorio; i molti mulini (come quelli che, già nel 1010, vengono concessi in dote all’appena eretta Abbazia di S. Abbondio), i torchi, le case masserizie, e quindi le strade, i sentieri, i ponti, diffusi fin sulle più sperdute pendici dei monti lariani.

E ovvio che la maggior parte dei documenti, per la loro destinazione economica, si arrestino nella descrizione alle soglie dell’ambiente naturale vero e proprio, definito come "incolto". Ma intanto è possibile ricavare qualche indicazione sulla diffusione delle vigne (censite con precisione dato il loro pregio), degli uliveti (nel 1274, in dieci possessioni di Laglio, il numero delle piante d’Olivo supera le centotrenta unità), e sull’importanza del bosco, che è sempre distinto dall’incolto, e quindi sfruttato e anche curato. In quest’ambito risulta predominante il castagneto, cresciuto non solo in termini quantitativi ma che qualitativi, tanto che alla fine del Duecento Bomvesin Della Riva, nel lodare le meraviglie della città di Milano, non dimentica gli ottimi marroni della Brianza.

Un discorso a parte meriterebbe l’impatto dell’attività manifatturiera, certo ancora lontana dalle nefaste capacità d’"inquinamento" odierno ma pur tuttavia di una certa imponenza. Le attività della concia delle pelli, per la quale il territorio lariano acquisisce negli ultimi secoli del Medioevo una certa notorietà, o della tintura della lana, diffusa anche nei piccoli paesi, oppure ancora quella della sbianca delle tele, avranno certamente provocato contraccolpi piccoli o grandi sull’equilibrio naturale, e in primo luogo su quello delle acque.

Grande importanza mantiene lo sfruttamento delle risorse del lago, mediante un’intensa attività di pesca, non a caso sottomessa, nel corso del Medioevo, ai privilegi vescovili. L’importanza del pesce nell’alimentazione antica deriva anche dalle pratiche religiose d’astinenza, obbligatorie in periodi dell’anno ben più estesi di quelli attuali, ma certo va considerata per il territorio lariano la comodità dell’enorme riserva di cibo costituita dal Lario; basti pensare che – secondo stime approssimative – il Lago di Como, dava nel XIII-XIV secolo un pescato pari a circa il 40% di quello del 1935. A ciò si devono poi aggiungere le numerose peschiere artificiali, spesso citate nei documenti.

Di un certo rilievo, quantomeno per l’aspetto del paesaggio, sono anche le attività estrattive. L’utilizzo delle cave di marmo di Musso è noto fin dall’epoca romana, insieme con quelle simili d’Olgiasca, sulla penisola di Piona, sull’altra sponda del Lario; ma a queste vanno aggiunte certamente le cave di marmo nero d’Olcio, presso Mandello, con cui si iniziò la costruzione della Cattedrale comasca (poi passata ad un intensivo sfruttamento delle cave di Musso), e di Varenna, nonché quelle della pregiata macchiavecchia d’Arzo.

Diffuse in un’area abbastanza ampia dovettero essere le cave di pietra moltrasina, utilizzate nella maggior parte degli edifici locali, anche di carattere monumentale. E, nella generalizzata fame di materie prime, si sfruttano intensamente le vene di minerali ferrosi, reperite nei vari periodi in Valsassina e nella Valle dell’Albano sopra Dongo, per limitarsi alle principali.

La rottura dell’equilibrio tra disponibilità delle risorse e sfruttamento da parte delle popolazioni viene ormai concordemente collocata tra la fine del Duecento e la metà del Trecento, e la tragica pandemia di peste del 1348 viene ritenuta il simbolo più evidente di questa crisi. Ma non si deve pensare che l’inversione di tendenza sia stata repentina. Ancora nel XVI secolo ai viaggiatori che percorrevano la Lombardia provenienti dalle terre dell’Europa settentrionale, la floridezza appariva evidente, quasi un paese della cuccagna. E persino nel Seicento, secolo che la storiografia dei decenni passati indicava come caratterizzato da una crisi profonda imputata alla cattiva amministrazione spagnola, i segni del disastro economico, e soprattutto della stasi dell’agricoltura e quindi della gestione del territorio, non sono poi così inequivocabili. Tanto che negli studi più recenti si tende a parlare non più di crisi in senso assoluto ma piuttosto di ristrutturazione del sistema economico, e in particolare di ruralizzazione delle manifatture.

E’ pur tuttavia vero che l’agricoltura comasca consegna in questo periodo un’immagine di difficoltà e di ritardi. Ciò è determinato anche dalla non felice condizione del territorio, dove solo la porzione meridionale consente una certa estensione delle colture; nella maggior parte dell’area lariana la presenza delle montagne impone un’agricoltura di pura sussistenza, in cui i piccoli e piccolissimi appezzamenti sono lavorati quasi esclusivamente con la vanga e concimati con tecniche arretrate. Proprio l’uso di concime vegetale, imposto dalla scarsità di bestiame, determina la sussistenza di una grande quantità di brughiere, zerbi e anche paludi, in grado di assicurare l’esigua concimazione che può garantire il minimo di produttività fondi (in media, ogni pertica coltivata richiede tre pertiche incolte).

Nella vita quotidiana delle popolazioni montane mantiene quindi un’importanza fondamentale il bosco e soprattutto la raccolta delle castagne, la cui farina sostituisce spesso quella prodotta dai cereali. Del resto dal bosco proviene anche una delle poche ricchezze esportabili di queste zone: la legna, sia quella da ardere che quella per costruzione. L’impatto sull’ambiente di questa crescente richiesta è ancora difficilmente valutabile, ma i pochi dati esistenti indicano che tra il XVIII secolo e il 1833 la superficie boscata della provincia di Como si riduce da 800mila a 500 mila pertiche, con una perdita secca superiore al 30%.

Difficile è anche determinare nel breve periodo le ripercussioni dell’introduzione di nuove culture. Il Mais si diffonde come coltivazione privilegiata nelle zone lariane nel corso del Settecento (anche se qualche indizio documentario indica forse una sua presenza già all’inizio del Cinquecento), prima negli orti, in modo da sottrarlo al pagamento del fitto al padrone, e poi sempre più spesso nei campi veri e propri. Il Gelso conosce un lento ma costante progresso a partire dal Cinquecento, dopo l’introduzione nel Comasco della produzione serica (anche se un documento altomedioevale d’incerta interpretazione potrebbe far supporre l’esistenza di una produzione serica a Como già nell’VIII-IX secolo), ma è solo nel Settecento che la sua presenza diventa una costante nel territorio lariano.

Resistono le coltivazioni della vite (anche se il prodotto vinicolo è di qualità assai scarsa) e dell’Ulivo, che anzi sembrerebbe essersi espanso anche al di fuori delle più miti zone rivierasche (come la ben nota Zoca de l’oli intorno a Lenno) fin nelle vallate a media quota come la Valsassina.

Dal punto di vista dell’impatto dell’attività umana sull’ambiente restano anche da studiare gli insediamenti manifatturieri che –come si è detto – nel corso del Seicento lasciano spesso i centri principali per approdare al contado. Sicuramente documentata è una certa concentrazione d’impianti nell'Erbese e nella Valassina, così com’è nota la fioritura dell’attività mineraria in Valsassina, mentre ancora da studiare sono altri settori, come le numerose cartiere distribuite sulle sponde del Lario. Per tutte queste manifatture mancano in ogni modo indagini che le collochino nell’ambito di un’organizzazione territoriale che prenda in considerazione anche l’ambiente naturale.

Se tradizionalmente il punto di massima crisi è identificato con il Seicento (anche in questo caso una pandemia di peste, quella "manzoniana" del 1630, svolge la funzione d’indicatore simbolico), altrettanto tradizionalmente il momento di ripresa è collegato all’entrata in vigore del Catasto teresiano, che alla metà del Settecento. Distribuendo in maniera più equa i carichi fiscali, favorisce la ripresa dell’agricoltura. A ciò si deve aggiungere tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo anche il vasto fenomeno della secolarizzazione delle istituzioni religiose, che provoca la vendita di molte terre e permette, secondo i casi, una concentrazione di proprietà e un migliore sfruttamento del suolo oppure una maggiore ridistribuzione dei terreni.

Ciò nonostante, la situazione dello sfruttamento agricolo del territorio resta, tra Sette e Ottocento, ampiamente contraddittoria. Pur tenendo in considerazione le peculiarità morfologiche del territorio e la sfavorevole congiuntura climatica (nel corso del XVIII secolo le condizioni in Valtellina sembrano essere state al limite della tollerabilità per le coltivazioni), non si può evitare di notare che l’agricoltura lariana non seppe imboccare la strada della modernizzazione, restando ancorata ad un modo antiquato di produzione, caratterizzato dalla promiscuità delle colture, per cui sullo steso fondo si alternano e spesso si sovrappongono coltivazioni diverse (il grano con le viti e con i gelsi, ma anche diversi prodotti seminati uno dopo l’altro). Tale precario equilibrio consente forse la sussistenza delle famiglie legate alla terra, ma impedisce, di fatto, profitti più elevati, e investimenti per migliorie. A ciò si deve, per esempio, la stasi e l’inevitabile declino della viticoltura, appannaggio delle zone altolariane occidentali (insieme con la zona di Missaglia), bloccata dall’inefficienza della coltivazione e della vinificazione. Persino la gelsicoltura, cresciuta vertiginosamente nel corso del Sette e dell’Ottocento (alla metà del XIX secolo sono censite tre milioni di piante contro le 78 mila del 1734), soffre di queste carenze, i contadini comaschi sono spesso criticati per la scarsa cura prestata alle piante: precoci defoliazioni, cattive operazioni di trapianto, potature inadeguate.

In generale nel 1869, i coltivi non superano il 40% del Comasco: la percentuale più bassa della Lombardia, eccezion fatta per la provincia di Sondrio. Nelle tre aree in cui si può dividere il territorio (pianura, collina e montagna), la situazione si presenta ovviamente diversificata, con una presenza massiccia di coltivi in pianura e minima in montagna, ma anche nella zona pianeggiante vi è una consistente porzione di terre incolte (18,6%) e di bosco (15%).

La situazione di staticità rispetto al secolo precedente è testimonianza anche dell’arretratezza delle tecniche, con strumenti arcaici, modesto utilizzo degli animali, meccanizzazione inesistente (solo nei primissimi anni del Novecento si nota una prima diffusione delle macchine agricole), così come dalla precarietà degli insediamenti, che per la maggior parte sono costituiti da vecchie cascine isolate, senza alcun adeguamento tecnico per la corretta conservazione delle derrate. La produzione dei campi resta insufficiente a soddisfare i bisogni alimentari della zona; a tale deficit alimentare si cerca di porre rimedio con un’ulteriore espansione della coltivazione del Mais, coltura meno esigente dal punto di vista della qualità del terreno. L’integrazione delle produzioni agricole alimentari in vaste aree della provincia è dato dalle castagne (che, nonostante la sensibile riduzione dei boschi – contro cui cominciano ad alzarsi proteste – in alcune annate eccedono persino il consumo locale), dalle patate (per li quali il Comasco resta il maggiore produttore lombardo dopo il Milanese) e dall’olio d’oliva.

Una delle poche note positive in questo contesto deludente è dato dall’aumento della produzione di foraggi, ciò che consente una limitata espansione dell’allevamento bovino.

Il rapporto tra popolazioni umane e ambiente naturale sembra dunque sostanzialmente statico lungo gran parte del XIX secolo per quanto riguarda lo sfruttamento agricolo del territorio; in compenso, in questi anni si assiste ad un rapido sviluppo del comparto industriale-manifatturiero, con sensibili conseguenze sulla strutturazione del territorio e sul suo equilibrio.

La crescita del comparto industriale, con le sue esigenze, si riflette nella seconda metà dell’Ottocento nella realizzazione delle infrastrutture territoriali, che vanno ad aggiungersi a quelle costruite o migliorate nella prima metà del secolo. E’ un lavoro gigantesco, che spesso cambia radicalmente l’immagine del paesaggio. Basti pensare a cosa ha significato nel terzo decennio del XIX secolo l’edificazione della strada militare lungo la sponda orientale del Lario (quella che poi sarà la Statale 36), oppure ai mutamenti radicali nella percorrenza del lago introdotti dalla navigazione a vapore, oppure ancora alla progressiva affermazione delle ferrovie, delle tranvie, delle funicolari. Segni che si sono fissati sul territorio non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in quella simbolica, che ne hanno guidato e orientato la percezione d’intere generazioni d’uomini e di donne, residenti o di passaggio. E’ in questa fase che le zone marginali della provincia, non raggiunte da strade carrozzabili o da altri moderni mezzi di trasporto, cominciano ad essere considerate come depresse.

Ma oltre a queste trasformazioni generali, talvolta in grado di incidere sulla morfologia stessa del territorio, vi sono le decine e decine d’interventi, spesso compiuti al di fuori di qualsiasi programmazione, che ridisegnano la situazione d’intere aree della provincia. L’industria tessile e meccanica nel Lecchese, quella tessile nel Comasco vero e proprio, quella del legno nel Canturino e in Brianza, provocano in questi anni sensibili contraccolpi sull’ambiente naturale. In una fase in cui chiunque non creda nella bontà del progresso rischia di essere tacciato di passatista, nessuno si preoccupa di quello che oggi si definirebbe l’impatto ambientale. Ciò significa anche che ricercare le tracce documentarie di questi effetti di trasformazione rischia di essere un’impresa impossibile. Solo qui e là emergono i sintomi di una situazione che appare compromessa. Quando nella seconda metà dell’Ottocento si apre il dibattito sulla realizzazione dell’acquedotto per la città di Como, non sono poche le voci che fanno notare come tale opera non sia differibile per l’insalubrità dei pozzi della convalle, "inquinati" dagli scarichi delle industrie, in particolare tintorie, insediatesi nelle immediate vicinanze della città. E in occasione delle ricorrenti alluvioni che tormentano tutte le vallate in concomitanza di precipitazioni fuori della norma, in qualche caso non si può esimere dal notare il preoccupante degrado delle montagne: per esempio all’indomani dell’alluvione del 29 agosto 1890 (con ingenti danni a Dervio, Colico, Bellano, lungo il Breggia, ma soprattutto ad Argegno e in Val d’Intelvi lungo il Telo), l’anonimo cronista del giornale comasco "L’Araldo" rimarca la mancanza di manutenzione del letto del torrente; pallido sintomo di una situazione che s’immagina ben più grave.

D’altra parte, si potrà mai valutare, a posteriori l’impatto dei numerosi incanalamenti di torrenti o della costruzione di dighe – piccole e grandi – per mettere a disposizione crescenti quantità d’energia elettrica? Oppure: si potrà mai giudicare quanto ha pesato in termini d’equilibrio del territorio nel suo complesso l’abbandono quasi totale dell’agricoltura a favore degli insediamenti industriali?

Moltissimi settori d’indagine riguardo a queste problematiche sono ancora da indagare, per cercare di mettere a fuoco una situazione in cui rivestono importanza tanto le grandi modificazioni quanto i piccoli atti intenzionali, determinati da necessità economiche ancora da studiare (e persino da quantificare) è l’attività delle numerosissime fornaci da calce che incessantemente tra la fine del e l’inizio del XX secolo producono materia per l’edilizia in ogni parte della provincia, o quella delle cave piccole e grandi, oppure ancora quella della trasformazione del legname in carbone.

Si aggiungano a ciò quei comportamenti che volutamente sorretti o no da adeguati progetti, intervengono sull’equilibrio della natura (l’introduzione di nuove specie ittiche nelle acqua lacustri, o l’eliminazione delle cosiddette bestie feroci, o ancor la diffusione di specie arboree esotiche), e si avrà un’idea del complicatissimo intreccio che, nel periodo di fondamentali rivolgimenti tra Otto e Novecento, costituisce il rapporto tra attività umane e natura.

La ricostruzione di questi mutamenti è oggi resa più difficile dall’assenza quasi totale di testimonianze dirette su tali argomenti. E’ evidente che quest’atteggiamento dei contemporanei deriva dall’estraneità al proprio orizzonte culturale di queste problematiche. I più illuminati rappresentanti dell’umanesimo di fine Ottocento si preoccupano – giustamente – dei contraccolpi della "rivoluzione industriale" sui lavoratori e sulle lavoratrici, sulla loro salute e sulle loro abitudini sociali, non certo sulla natura.

Una testimonianza come quella di Cesare Cantù (che nella seconda metà dell’Ottocento, ripercorrendo con la memoria la strada dallo Stelvio a Milano è attento ai cambiamenti del paesaggio e dell’ambiente) è fondamentale per la sua rarità ma resta priva dei necessari confronti con le altre voci, che assicurino che le sue notazioni non siano frutto di una personale filosofia della natura.

Un ulteriore contributo a questo modo di guardare al rapporto con la natura può venire dalle indagini sul campo, di quasi un secolo posteriori al volume di Cantù, condotte dal linguista svizzero Paul Scheuermeier. Coinvolto nella redazione dell’Atlante linguistico etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale (noto come AIS) di Jasper e Jud, egli si dedica alla verifica dell’uso delle parole e delle cose ad esse connesse, compiendo una puntigliosa indagine estesa a tutto l’arco alpino. Nell’ambito di questa ricerca, negli anni Venti e Trenta, visita due volte il Comasco, fissando in numerosi appunti e in altrettante fotografie la situazione del lavoro tradizionale (e quindi del rapporto con l’ambiente naturale) nell’Alto Lario, in Valsassina, in Valassina, a Civello. Dalla sua indagine, solo in parte sfruttata nelle sue opere edite (tra cui il monumentale Il lavoro dei contadini) emerge un quadro così ricco d’informazioni sulla situazione del territorio comasco, sulla cultura di un mondo colto alla vigilia di trasformazioni in grado di travolgerlo, che forse è possibile a partire da esse, provare a ricostruire il contesto in cui queste trasformazioni si svolsero. Ci si può riferire alle indicazioni sulla pastorizia nelle zone intorno al Lario, di cui solo oggi si torna a parlare, promuovendo anche la salvaguardia dei pochi reperti superstiti (come il recinto d’Erbonne, in Val d’Intelvi) oppure alle trasformazioni del paesaggio agricolo nei dintorni di Civello. Senza mai perdere di vista (ed è quello che qui maggiormente si vuole sottolineare) il rapporto con gli atti concreti degli uomini e delle donne che quelle trasformazioni hanno materialmente prodotto.

Nel periodo tra le due guerre mondiali, il territorio comasco sembra ormai approdato alla situazione attuale; definito nella sua struttura il sistema economico della provincia, realizzate le grandi infrastrutture, fittamente edificato non solo nella sua porzione meridionale, ma anche sulle sponde lacustri e nelle vallate meno impervie, fino a costituire quello che di li a poco si sarebbe definito continuo urbano.

Eppure non sono poche le trasformazioni intervenute negli anni successivi (in un arco che, a confronto con la lenta evoluzione della geomorfologia, è di una brevità indicibile) trasformazioni che attengono tanto alle condizioni materiali quanto all’orizzonte culturale. Basti pensare che ancora negli anni Cinquanta intere vallate (come la Val Cavargna o quelle dell’Alto Lario) non erano raggiunte da strade carrozzabili, oppure alle conseguenze davvero drammatiche, anche al di fuori di qualsiasi retorica ambientalista – dell’inquinamento industriale. D’altra parte non si deve dimenticare il mutamento fondamentale di ruolo che ha conosciuto il lago, diventato da luogo di lavoro poco più di un’ingombrante risorsa per il tempo libero; anche questa una radicale trasformazione dell’ambiente, se non lo si vuole considerare semplicemente come una somma di specie vegetali e animali.

Poi, in tempi più recenti, è cresciuta, sia pur faticosamente e lentamente, una cultura di protezione e salvaguardia, che ha conosciuto innumerevoli problemi nell’affermarsi sia contro l’ideologia del "progresso" a qualsiasi costo sia contro la nostalgia dell’ambiente "incontaminato". In questo lento processo d’affermazione dell’ambiente (o il paesaggio) è tornato ad essere visibile come valore culturale, oltre che come fascinoso sfondo per vedute turistiche. Eppure stenta ancora ad affermarsi un’interpretazione dell’"archeologia industriale" che non sia limitata alla tutela degli edifici produttivi intesi come monumenti, e non si pensa per nulla ad un’ipotetica "archeologia agricola" in grado di consegnare al futuro esempi d’organizzazione del territorio ormai sul punto di scomparire.

E, soprattutto, fatica ad affermarsi la consapevolezza che il rapporto tra azioni umane e contesto ambientale non sia un optional ma una delle regole costitutive dell’esistenza.

 

L’AMBIENTE

Il concetto di ambiente storico non è recente, perché già nel secolo scorso si può notare il dischiudersi di un rinnovato interesse verso i valori ambientali, e quindi di cultura, contenute nelle espressioni architettoniche di insieme; valori che per il fatto di essere insostituibili , perché strettamente ancorati al tempo ed al luogo, ci richiamano all’impegno della loro più scrupolosa tutela.

Si deve soprattutto all’opera appassionata di Ruskin, storico inglese, e di Sitte, architetto tedesco, il merito di un effettivo riscatto culturale, seppur espresso in chiave romantica, dell’ambiente antico attraverso la ricerca delle cause e delle situazioni umane che ne stanno all’origine, quindi attraverso un’interpretazione sociale dell’architettura che vede non solo il monumento, ma anche l’ambiente edilizio nel suo insieme come diretta espressione del problema delle aspirazioni umane.

Lo stesso rapporto si viene ad instaurare tra l’architettura ed il paesaggio, in quanto anche il paesaggio è un ambiente definito ed oltre ad essere definito ha in sé un valore storico, non potendosi distinguere in esso le presenze storico artistiche propriamente dette da quelle naturali.

In effetti il paesaggio naturale, quello agricolo e quello urbanizzato non sono che differenti espressioni di quel più vasto ambiente che è il territorio.

Ogni paesaggio inteso come lettura di un ambiente è il frutto di una composizione, un insieme cioè di elementi simili o contrastanti, ma posti fra di loro in una serie di rapporti tali da trovare un’uniformità di linguaggio.

Gli stessi limiti di paesaggio, quali possono essere delle montagne od una quinta di alberi o al limite estremo il cielo o lo stesso orizzonte sono traducibili in elementi lineari o spaziali facenti parte di una composizione. Da ciò consegue che tra l’architettura ed il paesaggio esiste un equilibrato rapporto.

Del resto la stessa cultura moderna ha ormai acquisito il concetto di territorio storico quale insieme configurato da antiche preesistenze edilizie, dalla diffusa presenza di strutture insediative intimamente legate alla componente geografica naturale, che ne formano il tessuto connettivo, ne improntano la fisionomia, ne puntualizzano il profilo, ne condizionano il carattere del paesaggio che appunto si definisce antropizzato e, come tale, storico. Paesaggio che anche sotto il profilo agricolo è stato plasmato dall’uomo e dalla sua opera attraverso un intervento sapiente e cosciente di utilizzazione del suolo in relazione alle sue caratteristiche geografiche, alle risorse, al clima ed alla struttura geomorfologica del territorio.

Vediamo ora i vari tipi di ambiente:

Paesaggio naturale

-L’insieme delle espressioni naturali determinate dai boschi, dalle rocce dei monti, dalle brughiere, costituisce un particolare tipo di ambiente che, per il fatto di essere ancora vergine e nello stesso tempo assai consistente, assume un valore di preminenza nel contesto del paesaggio storico

Paesaggio umanizzato

-La sovrapposizione delle varie attività agricole ed economiche e la necessità dell’insediamento abitativo determinano una trasformazione del paesaggio naturale, concorrendo in modo spontaneo alla caratterizzazione di quel particolare ambiente storico che si definisce paesaggio umanizzato.

Elemento isolato

-La chiesa od il monumento isolato, di cui in Italia si hanno numerosissimi esempi, concorre a formare un particolare tipo di ambiente storico che si qualifica per il rapporto fra l’edificio ed il suo contesto naturale.

Elemento del centro storico

-In contrapposizione al monumento isolato nel paesaggio, l’ambiente come elemento del centro storico, può essere rappresentato da una strada, una piazza, uno slargo, un sistema di piazza e per questo suo valore di impianto conchiuso e di rapporti spaziali possiede un significato del tutto particolare.

Centro urbano minore

-Per il carattere della struttura, per il diretto rapporto con il paesaggio, per l’unità espressiva della loro fisionomia, i centri urbani minori, conservano con più evidenza particolari valori d’ambiente ed una individualità ormai del tutto perdutasi nelle più complesse strutture urbane.

Omogeneità di espressioni architettoniche

-Le antiche strutture urbane sono molte volte caratterizzate da sistemi di portici o di scalinate. Tali espressioni architettoniche articolate di paesaggi e di collegamenti oltre a denunciare una chiarezza di impianto urbanistico, ed a conferire valore ambientale per l’unitarietà architettonica degli edifici che contengono, costituiscono una testimonianza ancore viva della civiltà che li ha originati.

Insediamenti montani ed alpestri

-L’elemento principale che caratterizza gli insediamenti di questo tipo è la loro posizione relativamente all’ambiente topografico ed ai percorsi di <<crinale>> o di valle nei cui nodi ed incroci sorsero i primi di essi. Il risultato tipologico è in genere un impianto accentrato da cui partono i percorsi principali che sono appunto quelli di crinale e quelli discendenti verso il fondovalle di origine medioevale. Questa zona presenta caratteristiche di omogeneità oltre che per l’origine degli impianti urbanistici anche per le tipiche caratteristiche economico-sociali che sono venuti ad acquisire i relativi centri quali località di villeggiatura con conseguente notevole espansione edilizia.

Questo ambiente storico è sottoposto per una serie di ragioni ad un processo distruttivo di tipo irreversibile. Le cause sono di varia natura, ma quasi sempre agiscono contemporaneamente ed in modo concatenato.

Le cause di degrado sono molteplici in relazione al particolare tipo di ambiente e non solo in conseguenza di interessi speculativi.

  1. Ignoranza del patrimonio ambientale
  2. Indiscriminato uso del suolo
  3. Errata interpretazione del principio di valorizzazione turistica
  4. Soggezione alle esigenze del traffico motorizzato
  5. Incidenza dell’apporto tecnologico contemporaneo
  6. Necessità di rinnovamento ed ampliamento di antiche strutture
  7. Progressivo deterioramento fisico delle strutture
  8. Progressivo deterioramento del patrimonio culturale arboreo
  9. Mancanza di strumenti urbanistici normativi
  10. Leggi esistenti

E’ chiaro d’altra parte che la dinamica del nostro tempo e quel naturale processo di evoluzione che è insito in tutte le epoche porta ad una trasformazione del nostro ambiente naturale ed urbano, quindi nel paesaggio.

Non è quindi con un vincolo assoluto che si possono risolvere i problemi inerenti alla tutela di determinati ambienti o profili , ma solo attraverso il controllo costante di determinati rapporti e valori esistenti.

Nell’attuale contesto sociale in rapida trasformazione ed evoluzione si crea, quindi, l’inderogabile necessità di trovare un equilibrio tra le esigenze della trasformazione e quelle della tutela.

Necessita quindi di spostare l’attuale indirizzo da una posizione utilitaristica ad una posizione di apertura culturale o meglio di far collimare le due posizioni. Non solo si comprenderanno allora i significati di certi provvedimenti

-vietare un certo insediamento industriale

-vincolare un ambiente edilizio

-adottare prescrizioni sui materiali e sui volumi

ma questi stessi saranno chiaramente i promotori di un incremento utilitaristico della zona ai fini turistici, culturali e naturalistici.

La chiave del problema sembrerebbe così essere la creazione di una coscienza pubblica sui valori culturali e contemporaneamente economici del paesaggio.

 

 

PREMESSA

Negli ultimi anni l’attività della Comunità Montana del Triangolo Lariano è stata caratterizzata dall’adozione di importanti strumenti di programmazione, analisi e pianificazione del territorio.

L’adozione del piano economico ha consentito di avviare i sucessivi processi di pianificazione territoriale in condizioni ottimali essendo gia stati tracciati gli obiettivi generali di programmazione per lo sviluppo e riequilibrio fra le diverse realtà locali.

Il piano territoriale è attuato da piani di settore fra i quali lo sviluppo turistico che costituisce l’economia trainante, anche per l’indotto che ne deriva.

Le attività turistiche del Triangolo Lariano sono molteplici e diversificate in quanto le caratteristiche del territorio, quali la presenza di laghi, la montagna, le attività sciistiche, le bellezze naturali, il clima, ecc. costituiscono elementi di sicuro interesse.

Cio è confermato dalle indagini sulle attività alberghiere ed extraalberghiere che ha evidenziato un’organizzazione turistica rilevante in quasi tutto il territorio comunitario.

Per contro se l’attività alberghiera è abbastanza diffusa dal punto di vista quantitativo, risulta invece carente da quello qualitativo sia delle strutture che degli addetti.

Di sicuro si può affermare che il turismo nel Triangolo Lariano costituisce attività economica rilevante e non inferiore ad altre quali l’agricoltura, l’industria, l’artigianato, il commercio, ecc.

Tuttavia a differenza di altri settori quallo turistico necessita di una politica di tutela e valorizzazione ambientale diretta alla salvaguardia della caratteristiche naturali tipiche del atriangolo Lariano.

 

IL PIANO SOCIO-ECONOMICO

L’attività turistica nel piano socio-economico è così definita:" il turismo in tutto il Triangolo Lariano ha una funzione di primaria importanza ma diventa componente determinante per cambiare, in particolare, la realtà delle due sub-aree deboli di Lago e della Vallassina".

Le funzioni affidate al turismo sono così schematizzabili:

  1. riequilibrio economico e sociale soprattutto delle due sub-aree devoli del Lago e della Vallassina.
  2. miglioramento della qualità della vita non solo per l’occupazione ed il reddito che può garantire, ma anche in rapporto alle infrastrutture ed ai servizi sociali
  3. di crescita e di sviluppo economico per le attività indotte quali l’edilizia, il commercio e l’artigianato in genere o che è in grado di sostenere quali l’agricoltura ed in particolare i prodotti della zootecnica
  4. di tutela e valorizzazione delle risorse ambientali e culturali.

E’ evidente il notevole impegno politico che la Comunità si è assunta con l’adozione del piano socio-economico e quindi in particolare della riorganizzazione e riqualificazione delle attività legate al turismo.

Analizzando gli obiettivi del piano socio-economico si possono trarre indicazioni che sono alla base della proposta di piano turistico.

La validità delle indicazioni previste nel piano socio-economico per forza di cose fatte su grande scala geografica, devono essere verificate con le realtà locali in un continuo confronto con le varie Amministrazioni ed organizzazioni del settore al fine di poter disporre di uno strumento, che soprattutto nella sua gestione, assuma quella operatività necessaria per il raggiungimento degli obiettivi prefissi con particolare riferimento al rilancio delle attività turistiche e di conseguenza dell’economia locale.

Altro aspetto smerso dall’analisi del piano socio-economico è il riequilibrio economico e sociale fra le diverse aree del territorio.

Difatti la zona pedemontana si basa su un’economia prevalentemente a carattere industriale e/o artigianale che si è sviluppata per una serie di motivi legati soprattutto alla facilità di urbanizzazione dei territori, all’attraversamento di alterie importanti, alla vicinanza di grossi centri urbani ecc.

Questi in generale sono ifenomeni che hanno caratterizzato la maggior crescita economica delle sub-aree di Como e di Erba rispetto alle sub-arre di lago e della valle dove l’economia principale è basata sulle attività tustiche.

Ovviamente lo squilibrio interno del Territorio del Triangolo Lariano se da una parte crea problemi legati alla riqualificazione industriale di settori in crisi, al mantenimento dei posti di lavoro, al miglior utilizzo delle aree urbanizzate, ecc. dall’ altro, per le aree del lago e della valle, si deve puntare alla riorganizzazione e riqualificazione delle attività alberghiere ed extraalbrghiere, alla valorizzazione delle risorse naturali ed ambiantali, al fabbisonio di servizi e di infrastrutture, alla riqualificazione degli ambiti sciabili.

Queste in estrema sintesi sono le problematiche interne al territorio del Triangolo Lariano e per le quali la Comunità Montana dovrà assumere un ruolo importante al fine di consentire il raggiongimento degli obiettivi specifici contenuti nel piano socio-economico.

Le previsioni fin qui fatte anche attraverso il piano territoriale devono essere continuamente poste alla verifica con le realtà locali, poiché nella predisposizione di strumenti di pianificazione di livello sovraccomunale si deve tener presente che le scelte a grande scala provocano fenomeni indotti interconnessi a più settori funzionali.

Di conseguenza le previsioni del piano di sviluppo turistico assumono notevole importanza non solo per le aree con tale vocazione, poiché il rilancio dell’economiia turistica assume un ruolo indispensabile per lo sviluppo ed il riequilibrio di tutto il Triangolo Lariano.

IL PIANO TERRITORIALE

Le previsioni del piano turistico sono proprie di una strumento di pianificazione e programmazione di livello sovraccomunale con particolare riferimento ad indicazioni di carattere generale e di coordinamento dell’attività urbanistica intese non più come fatto specificatamente locale bensì come nuova cultura e responsabilità politica diretta alla gestione delle problematiche connesse all’utilizzo del territorio nel suo complesso.

Il livello di governo intermedio, come storicamente confermato dall’esperienza dei comprensori, è stato disatteso in quanto subordinato alle pressioni, orientamenti e volontà politiche tipiche di ogni singolo ente locale.

Tuttavia una nuova e recente cultura sta riaffermando da parte dello Stato e delle Regioni la necessità di un maggior coordinamento delle attività di pianificazione e programmazione a livello sovraccomunale che non mortifica l’autonomia locale ma la valorizza attraverso la l’opportunità di gestire problematiche di grande interesse collettivo non riferibili al singolo confine amministrativo.

Eì il caso di ricosdare gli interventi su aree di grande rilievo ambientale e paesaggistico, alle indicazioni sulla mobilità principale alle aree di sviluppo produttivo, ecc.

Per tale motivo le previsioni del piano turistico sono attuate attraverso piani di settore proprio per consentire una miglior definizione degli obiettivi ed un confronto con le realtà locali a livello Amministrativo, culturale ed imprenditoriale per garantire una gestione operativa non finalizzata a scelte demagogiche e quindi inattuabili bensì programmare interventi che hanno immediato riscontro nello svipuppo economico e sociale del territorio.

 

PROBLEMI DELL’ATTIVITA’ TURISTICA NEL TRIANGOLO LARIANO

 

Attività alberghiere

I problemi maggiori fanno sicuramente riferimento alla figura dell’attuale operatore alberghiero.

La figura prevalente è quella di un operatore di sesso maschile, con un livello di istruzione piuttosto modesto e con un’altrettanta modesta conoscenza della lingua straniera.

In genere l’esercizio alberghiero rappresenta l’unica attività professionale, pertanto, solo alcuni svolgono altre attività economiche o gestiscono altre iniziative turistiche.

Del tutto irrilevanti sono le forme di collaborazione fra albergatore ed enti pubblici, anche se almeno in parte è avvertita questa esigenza.

La struttura alberghiera nel suo complesso è abbastanza diffusa in tutto il Triangolo Lariano anche se gli esercizi sono più frequenti nella sub-area di lago, in particolare a Bellagio, ed in Valassina, qui distribuiti in più centri.

Nelle altre due sub-aree emerge una maggiore concentrazione a Brunate ed ad Erba.

 

Aziende ricettive all’aria aperta

Attualmente nel Triangolo Lariano sono ubicati due campeggi, Eupilio e Sormano, ed un villaggio turistico a Pognana Lario.

In questo settore vi è una domanda che per mancanza di strutture non è soddisfatta.

Le presenze censite nelle predette attività sono aumentate negli ultimi anni malgrado le notevoli carenze di servizi.

La situazione dei campeggi di Eupilio e Sormano è piuttosto complessa per motivi diversi.

Il campeggio di Eupilio è situato sulla sponda del lago di Pusiano per cui una serie di vincoli ne ha condizionato l’attività.

Il campeggio di Sormano è in corso di regolarizzazione in quanto le strutture sono state eseguite in contrasto con lo strumento urbanistico locale, tuttavia le analisi geoambientali della Comunità hanno evidenziato una situazione di rischio per possibili esondazioni.

Il villaggio turistico di Pognana Lario riveste notevole importanza per l’economia della zona, anche in rapporto all’indotto che ne deriva alle imprese artigiane e piccoli commercianti.

Tuttavia anche in questo caso vincoli e prevenzioni degli strumenti urbanistici locali ne hanno condizionato l’attività soprattutto per le attrezzature di servizio quali ad esempio il rimessaggio delle barche e gli sport nautici.

 

Agriturismo

L’esodo delle popolazioni montane verso aree a forte sviluppo industriale ha determinato l’abbandono delle attività tradizionali quali l’agricoltura.

La conseguenza, per gli abitanti rimasti, è derivata dall’integrazione del reddito con la vendita dei terreni per la costruzione di seconde case.

Questo ha determinato una forte espansione degli abitanti , un’eccessiva parcellizzazione delle proprietà con la conseguente sottrazione dei terreni migliori all’agricoltura, l’abbandono ed il relativo degrado di un patrimonio edilizio rilevante nonché di un presidio umano che contribuiva non poco al mantenimento idrogeologico dei luoghi.

Le conseguenze sono facilmente immaginabili ed oggi si tende a recuperare ciò che purtroppo è andato perduto.

In particolare l’agricoltura è il settore che più di tutti, anche a livello nazionale, ha subito le pressioni di uno sviluppo economico verso il secondario ed il terziario.

Il mantenimento delle attività agricole nelle zone montane non è più da intendersi come semplice fatto economico bensì salvaguardia di un ecosistema che trova il proprio equilibrio anche attraverso le forme di sfruttamento territoriale di tipo tradizionale che garantisce, oltretutto, una fruizione delle risorse ambientali anche per gli abitanti delle aree che hanno subito una forte urbanizzazione e quindi sottrazione di verde.

Tuttavia ai pochi operatori agricoli rimasti bisognerà garantire forme di integrazione del reddito ed a tale scopo nel Triangolo Lariano sono state avviate alcune attività di agriturismo che però sono lasciate alla libera iniziativa e comunque costituiscono casi isolati.

 

Attività sciistiche

Le attività sciistiche nel Triangolo Lariano vengono esercitate in località S.Primo ed in località Piano del Tivano ed in forma meno rilevante anche nella località P.Lavena e Dosso.

Inoltre relativamente allo sci da fondo, le piste alla Colma, al Piano del Tivano e Piano Rancio.

Gli aspetti negativi che caratterizzano le attività esistenti possono essere così sintetizzati:

-caratteristiche ambientali spesso non favorevoli quali periodo di innevamento e l’esposizione, che non garantisce stagioni lunghe.

-la disponibilità parziale dei terreni di proprietà privata da parte dei gestori degli impianti.

-i vincoli degli strumenti urbanistici e/o le normative Regionali che non consentono nemmeno l’adeguamento funzionale delle strutture di servizio.

-un sistema turistico carente con particolare riferimento alle strutture alberghiere per la disponibilità di posti letto limitata e delle infrastrutture in genere.

-in linea generale la parziale disponibilità, nel passato, da parte degli Enti Locali a supporto delle attività ricettive turistiche sportive con particolare riferimento alla viabilità principale, compreso la percorribilità, ai parcheggi ed alle infrastrutture in genere.

Per contro gli aspetti favorevoli ed emergenti che le attività sciistiche riescono a garantire sono:

-presenze turistiche che costituiscono serbatoio continuo di promozione e conoscenza del Triangolo Lariano

-aspetti indotti per le attività ricettive della zona alberghiera e di ristorazione, e quelle commerciali ed artigianali in genere.

-mantenimento di attività sportive che garantiscano un sistema ricreativo diversificato per le esigenze del turista ed a supporto anche della popolazione residente.

TURISMO SOSTENIBILE NELLE AREE RURALI

In questo periodo il territorio rurale è stato oggetto di una rinnovata attenzione ed è via via maturata una certa tendenza al suo recupero secondo una logica di valorizzazione ed uso sostenibile delle risorse, capace di generare sviluppo.

L’importanza di valorizzare le specificità ambientali del territorio rurale si è messa in luce con il determinarsi di una domanda turistica rivolta alle zone rurali, che fa registrare una continua crescita. Tale fenomeno è da mettere in relazione al "criterio ambientale" che pervade ormai buona parte della domanda turistica, rispetto alla quale si stima che esista oggi una fascia quantificabile intorno al 12-15% tra i ceti medi, che vuole un turismo di qualità in senso ecologico. Il turista è infatti sempre più attratto da località che assicurino un’evasione dai problemi quotidiani: rumore, traffico intenso, inquinamento, problemi con il parcheggio, code e tutti quegli aspetti connessi con la vita in un ambiente urbano.

Nel concepire il rapporto esistente tra ambiente e turismo nelle aree rurali, si considera come ambiente quel vasto insieme di fattori che connotano una località turistica: fattori naturali (boschi, suolo, paesaggi, aria, fauna, ecc.), fattori antropologici, economici, sociali, culturali, storici, architettonici ed infrastrutturali che rappresentano l’habitat in cui le attività turistiche sono innestate.

Partendo da queste considerazioni, si ritiene che soprattutto per le aree rurali la salvaguardia dell’ambiente, ed il suo equilibrio, sono delle condizioni necessarie per una crescita sostenibile del turismo e per consolidare ed accrescere nel tempo le proprie capacità competitive.

Lo sviluppo del turismo nelle aree rurali è allora connesso al concetto di "Turismo Sostenibile", con il quale si intende: una fruizione del territorio rurale che si basi strettamente sulle risorse ambientali e socio-culturali, senza che venga pregiudicata la loro capacità di rigenerarsi e senza che vi siano danni permanenti che portino pregiudizio inevitabile alla qualità della vita futura.

Il turismo sostenibile nelle aree rurali si propone di realizzare, in una prospettiva di lungo periodo, i seguenti obiettivi:

In quest’ottica ideare e sviluppare le forme e le modalità di turismo adatte alla struttura fisica e sociale di un’area rurale vuol dire, di per sé, fare politica del territorio pensando ad una forma di pianificazione e programmazione integrata con gli altri settori economici che hanno un incidenza nel governo del territorio, nella tutela ambientale, nella composizione del tessuto economico, nell’offerta culturale e ricettiva, nel commercio. E’ importante quindi concepire l’offerta turistica in forma allargata tanto da ritenere parte integrante dell’attrattiva stessa il buon governo di un territorio.

Le attività turistiche devono essere sostenibili dal punto di vista ambientale, economico, sociale e culturale. Ciò significa che deve essere ecologicamente sostenibile nel lungo periodo, economicamente fattibile ed accettabile dal punto di vista sia etico che sociale.

La natura sostenibile del turismo implica la sua integrazione nell’ambiente naturale, culturale ed umano. Il turismo dovrebbe provvedere ad un’evoluzione accettabile per quanto riguarda l’influenza delle attività sulle risorse naturali, la biodiversità e la capacità di assimilazione di tutti gli impatti ed i residui prodotti.

La conservazione della natura e della biodiversità costituisce un prerequisito per un turismo ecologico.

Il turismo deve considerare i propri effetti sull’eredità culturale e le attività tradizionali. Il riconoscimento degli elementi e delle attività tradizionali di ogni comunità locale ed il sostegno alla sua identità, cultura ed interessi devono svolgere in ogni momento un ruolo centrale nella formulazione di strategie turistiche.

Le attività turistiche devono essere sviluppate in modo che ne beneficino le comunità locali, rafforzando l’economia locale, impegnando personale locale e, ovunque sia ecologicamente sostenibile, impegnando materiali e prodotti agricoli locali e processi di produzione tradizionali.

Le aziende agricole che operano nel settore del turismo sostenibile devono adottare i criteri dell’Agricoltura Biologica nella gestione delle coltivazioni, degli allevamenti e nella preparazione dei prodotti alimentari.

Il livello di naturalità delle aree agricole deve essere elevato intervenendo a seconda dei casi, attraverso la protezione degli ambiti naturali interni alle aree agricole, proteggendo gli elementi morfologici che rappresentano particolarità ecologiche, riqualificando gli ambiti degradati, ricostruendo elementi naturali.

Particolare attenzione va posta ai sistemi agricoli estensivi ad elevato valore naturalistico (alpeggi, prati umidi, uliveti vetusti) per i quali devono essere eseguiti obiettivi di conservazione.

Con il suo intervento, l’operatore agricolo che pratica il metodo dell’agricoltura biologica deve contribuire al mantenimento ed al miglioramento delle caratteristiche paesaggistiche tipiche del luogo, attraverso:

LA BIODIVERSITA’

LE BASI SCIENTIFICHE

Una grande varietà di animali e vegetali presenti su un dato territorio è generalmente considerata come indice di salute di quel determinato ambiente, purché le entità biologiche siano diversificate in molte specie distinte. Anche percettivamente la sensazione di naturalità aumenta quando ci troviamo di fronte ad un paesaggio vario, con una vegetazione distinta in vari livelli ( erbaceo, arbustivo, arboreo ) e macchie di colori, o quando possiamo ascoltare i canti dei vari uccelli che si intrecciano tra loro. In altre parole non è tanto importante quanto verde ci sia, ma quale sia la sua composizione e varietà. La scienza ecologica e la biologia evoluzionistica ci forniscono i motivi che stanno alla base di questa sensazione: in un ambiente in evoluzione naturale le popolazioni tendono a diversificarsi geneticamente in risposta ai cambiamenti dei fattori ecologici; il declino di alcune popolazioni e l’estinzione delle specie sono anch’essi, ovviamente, fenomeni naturali, ma sono compensati dalla differenziazione di nuove entità; il bilancio complessivo porta ad un ambiente ricco di specie diverse, geneticamente attrezzato per sopravvivere a futuri cambiamenti. L’ambiente è tanto meno a rischio nei confronti di fattori di disturbo quanto più è diversificato, mentre gli ambienti semplificati sono vulnerabili e rischiano il collasso qualora intervengano cambiamenti che direttamente mettano in crisi le poche entità genetiche presenti.

 

LE CAUSE DEI CAMBIAMENTI

Dalla comunità scientifica provengono sempre più prove che il tasso di estinzione delle specie è in aumento. Il fenomeno è legato non soltanto alla distruzione degli ultimi grandi ecosistemi naturali esistenti sul nostro pianeta, come le foreste pluviali del Sud America o del Sud Est asiatico e le savane dell’Africa, ma anche all’impoverimento biologico degli ambienti seminaturali ed antropizzati del nord del mondo.

Un esempio ci viene dalla stima delle popolazioni di anfibi: le popolazioni di rane e rospi dallo scorso decennio hanno cominciato a scomparire in zone apparentemente ben protette, a causa di molteplici fattori: competizione con specie ittiche introdotte dall’uomo, sensibilità delle uova all’aumento del livello dei raggi ultravioletti nelle popolazioni di alta montagna, esposizione a sostanze chimiche ( pesticidi ).

La tendenza ad una consistente diminuzione della biodiversità a tutti i gruppi biologici, anche se il livello di conoscenza scientifica in materia è ancora estremamente scarso e disomogeneo.

Nel modello territoriale europeo le cause più generali di diminuzione della biodiversità si possono ricondurre:

-al consumo del suolo per insediamenti e infrastrutture: determina inquinamento, perdita diretti di ambienti ed ecosistemi e un effetto barriera che tende a separare le popolazioni rendendole quindi più isolate geneticamente e più vulnerabili;

-ad una trasformazione del modello colturale agricolo e forestale da estensivo ad intensivo: determina inquinamento, eccessivo apporto di nutrienti ( eutrofizzazione ), semplificazione degli ambienti con perdita di piccoli habitat.

 

 

I MOTIVI PER LA CONSERVAZIONE

La necessità di conservare un elevato livello di biodiversità è oggi un principio genericamente accettato, anche se non completamente compreso.

Nella accezione comune la biodiversità ancora coincide con la tutela delle specie, soprattutto di animali superiori, ma non esiste una consapevolezza diffusa che, dal punto di vista puramente concettuale, evitare l’estinzione dei gorilla di montagna sia esattamente equivalente a evitare l’estinzione di un piccolo e poco vistoso coleottero del terreno.

Queste due specie così distanti per significato e valore culturale nei confronti dell’uomo, possiedono patrimoni genetici ugualmente importanti e irripetibili, perché risultati di una lunga evoluzione.

La conservazione della biodiversità si potrà ottenere solo attraverso l’acquisizione di questo modo di considerare il complesso degli organismiviventi, come un patrimonio prezioso di risorse per il genere umano.

Pur tenendo in considerazione alcune priorità, che possono a buona ragione derivare anche dai condizionamenti della lunga storia di interazione tra gli uomini, gli animali, le piante, è importante acquisire la consapevolezza che anche specie apparentemente insignificanti possono rivelarsi di vitale importanza per la sopravvivenza dell’uomo stesso e con enormi implicazioni economiche e sociali.

INTRODUZIONE

L’intento della struttura del progetto è di evidenziare le differenze tra i vari criteri utilizzati per la progettazione e amalgamarle in un unico strumento progettuale che si propone come modello capace di rilanciare il paesaggio in questione sia sul piano economico che strutturale e percettivo.

STRUTTURA DEL PROGETTO

CRITERI ECONOMICI

 

CRITERI STRUTTURALI

 

CRITERI PERCETTIVI

 

 

 

 

 

STRUTTURA DEL PROGETTO

CRITERI ECONOMICI

 

RIORGANIZZAZIONE ECONOMICA DELLE ATTIVITA’ AGRICOLE TRADIZIONALI

Le attività agricole tradizioni in quest’area vanno via via scomparendo a causa della scarsa resa economica delle stesse, sia per la ridotta estensione dei terreni utilizzabili che per la morfologia del territorio che non permette la meccanizzazione dell’agricoltura.

Alla luce di questi fatti è facile stabilire che questa attività’ così come la conosciamo non è più sostenibile anzi proprio lei è causa del continuo abbandono del territorio da parte della popolazione.

L’unica soluzione che sembra prospettarsi è quella di sfruttare il grande potenziale turistico dell’area, reso tral’altro tale proprio dalla presenza di attività agricole tradizionali che sono, soprattutto nelle nuove tendenze, un grande attrattore turistico.

La fruizione turistica ha sicuramente la possibilità non solo di rendere sostenibile ma redditizia l’attività agricola che deve però cambiare le sue finalità per passare da una produzione protesa verso la quantità di prodotto ad una verso la qualità sia del prodotto che dell’ambiente lavorativo, proponendo una sorta di museo agricolo funzionante.

La creazione di un consorzio di aziende agricole e di un marchio di qualità che contraddistingua sul mercato i loro prodotti sarebbe una garanzia per il produttore sulla commercializzazione e publicizzazione dei propri prodotti tale da poter rendere sostenibile l’investimento imprenditoriale in questo settore, oltre a favorire una fruizione turistica in quest’area legata alle produzioni storiche artigianali del mondo agricolo.

In questo senso si sta muovendo anche la Comunità Europea attraverso l’emanazione di regolamenti che favoriscano ed incentivino la formazione e la gestione di consorzi e marchi di qualità in questo settore.

Per poter garantire la qualità non solo nel prodotto ma anche nel servizio dell’azienda, condizione necessaria per promuovere turismo legato all’ambiente agricolo, si rende necessaria la stipulazione di uno statuto che regolamenti la gestione del territorio e delle infrastrutture di appartenenza ed in vicinanza delle singole aziende.

I costi sociali ed ambientali connessi alle attività turistiche non devono comunque essere superiori ad i benefici economici. E’ indispensabile quindi ideare e sviluppare le modalità di turismo adatte alla struttura fisica e sociale di un’area e quindi pensare ad una forma di pianificazione e programmazione integrata con altri settori economici che hanno un’incidenza nel governo del territorio, nella tutela ambientale, nella composizione del tessuto economico, nell’offerta culturale e ricettiva, nel commercio. E’ importante quindi concepire l’offerta turistica in forma allargata tanto da ritenere parte integrante dell’attrattiva stessa il buon governo di un territorio.

 

ORGANIZZAZIONE DELLA FRUIZIONE TURISTICA NELL’AREA

Nell’ottica di un territorio la cui sopravvivenza e legata alla fruizione turistica e assolutamente impossibile non prevedere nel piano economico la gestione di una rete di percorsi.

E’ comunque possibile fare delle distinzioni tra rete di servizio riguardante principalmente le grosse vie di comunicazione e la viabilità necessaria per il trasporto di materiale necessario per eseguire lavori sia nelle aziende che nel bosco e rete turistica che comprende percorsi di minor impatto ambientale e che maggiormente si leghino alle tradizioni locali attraverso l’uso dei materiali e le modalità di posa degli stessi.

Questa differenziazione non comporta comunque in nessun caso la possibilità di non manutenzione delle vie meno strettamente legate alla percezione del paesaggio, è importante che tutti i percorsi carrabili e non siano comunque sempre manutenzionati per garantire sempre il massimo del servizio nelle comunicazioni e nella fruizione turistica.

L’attuale situazione della Val di Nesso vede una concentrazione di turismo nella località Piano del Tivano ed una quasi totale assenza dello stesso nella parte della vallata che si estende fino al lago di Como, fatta eccezione per i pascoli del M.Colmenacco e dei Monti di Erno. Questo è probabilmente in gran parte dovuto alla morfologia della valle stessa che da Piano del Tivano nasconde appunto il restante territorio, comprendente per altro i centri urbani. Si rende quindi necessario, per la gestione del flusso turistico , un intervento infrastrutturale che sia di conoscenza ed informazione sui percorsi e sulle mete raggiungibili in modo diretto, ponendo cioè l’attenzione del turista sui punti della vallata visibili direttamente e coadiuvandoli con una mappa di inquadramento dei vari punti focali dei tracciati viari.

 

CRITERI STRUTTURALI

TRASFORMAZIONE DELLE ATTIVITA’ AGRICOLE TRADIZIONALI IN FUNZIONE DELLA SALVAGUARDIA DEL PAESAGGIO E DELLA PROTEZIONE AMBIENTALE

In questo periodo in cui il territorio rurale è stato oggetto di rinnovata attenzione, è maturata una certa tendenza al suo recupero secondo una logica di valorizzazione ed uso sostenibile delle risorse.

L’importanza di valorizzare le specificità ambientali del territorio rurale si è messa in luce con il determinarsi di una domanda turistica rivolta alle zone rurali che fa registrare una continua crescita. Tale fenomeno è sicuramente da mettere in relazione con il "criterio ambientale" che pervade ormai buona parte del turismo dei ceti medi, che sono orientati verso un turismo di qualità in senso ecologico.

Partendo da questi presupposti si ritiene che la salvaguardia ambientale ed il suo equilibrio sono delle condizioni necessarie per una crescita sostenibile del turismo in queste aree.

L’adozione da parte delle aziende agricole dei metodi di agricoltura biologica oltre ad assecondare la domanda turistica va ad operare un forte contributo sulla salvaguardia ambientale e la diversità biologica che come abbiamo già visto sono dei prerequisiti per un turismo ecologico.

 

INCREMENTO DELLA FAUNA SELVATICA AI FINI NATURALISTICI

L’esistenza di un patrimonio naturale ricco costituisce la base per le attività turistiche.

La maggior parte degli ambienti non ha più carattere di naturalità assoluta, ma è frutto di azioni antropiche stratificatesi nel corso dei millenni; questi ambienti possono manifestare livelli di biodiversità eccezionalmente alti che meritano tutela. In questi casi, tutelare specie ed ambienti significa tutelare anche l’espressione culturale degli interventi che l’uomo ha condotto secondo una sequenza storica. La conservazione di specie ed ambienti è determinante per la conservazione del paesaggio e, conseguentemente, del ruolo culturale del paesaggio stesso.

 

GESTIONE DEI BOSCHI DI RECENTE FORMAZIONE E CONVERSIONE DELLE SUPERFICI PRATO-PASCOLIVE CHE HANNO PERSO DI INTERESSE ECONOMICO

E’ certamente vero, perché storicamente documentabile, che al pascolo devono essere attribuiti numerosi misfatti nella distruzione della copertura forestale. Spesso la pressione esorbitante del pascolo in foresta è stata imposta come alternativa alla sopravvivenza di povere ed affamate popolazioni.

L’abbandono dei sistemi di utilizzazione estensiva del territorio ed il miglioramento delle tecniche di produzione agricola hanno ridotto l’importanza dei prodotti non legnosi del bosco. Tuttavia non va dimenticato che per molti secoli questi prodotti sono stati alla base dell’alimentazione umana e hanno influenzato in maniera determinante il rapporto tra l’uomo e l’ambiente.

Si ritiene che un bosco, in discrete condizioni, sia in grado di sottrarre al deflusso un’altezza d’acqua pari a 70mm, di trattenere nei macropori una quantità da 4 a 5 volte maggiore e di ridurre di circa il 25% la velocità di deflusso.

 

COSTITUZIONE DI UN SISTEMA DI AREE NATURALI E DI CORRIDOI ECOLOGICI

Al fine di permettere e garantire la salvaguardia e la conservazione dell’ambiente naturale e quindi della diversità biologica, è opportuno un progetto che indirizzi i flussi turistici verso determinate aree più ricche dal punto di vista percettivo e ostacoli l’accesso a zone da destinarsi ad aree protette in modo garantire dei serbatoi naturali che diano metastabilità all’ambiente.

 

CRITERI PERCETTIVI

VALORIZZAZIONE DI ALCUNI CARATTERI PERCETTIVI DEL PAESAGGIO LEGGIBILI ALLA GRANDE SCALA

Uno dei motivi che ha decretato l’esponenziale afflusso di turisti nella zona di Piano del Tivano è la caratteristica costa del M.S.Primo pelata, a causa dei disboscamenti attuati nel passato per estendere le superfici pascolive. Lo sky-line della Costa, esposta a Sud, richiama i paesaggi presenti alle quote più alte visibili dalla vallata sulle alpi e le prealpi, con il vantaggio di essere raggiungibile con poca strada dai grandi centri della Lombardia.

Non sarebbe quindi auspicabile estendere il rimboschimento fino alla cima di questo versante ma al contrario risulterebbe vantaggioso il suo utilizzo per meglio disegnare ed evidenziare questa particolare cresta di prateria alpina.

 

 

RIORGANIZZAZIONE DELLE ATTIVITA’ AGRICOLE TRADIZIONALI IN FUNZIONE DELLA FRUIZIONE TURISTICA

La morfologia del territorio è caratterizzata da terrazzamenti su pendii abbastanza scoscesi che negli anni degli sviluppi tecnologici in campo agricolo ne hanno bloccato l’evoluzione e di conseguenza la redditività, mantenendolo per contro, nei pochi casi ancora esistenti, come esempio ormai raro di agricoltura montana non meccanizzata e di conseguenza perfettamente in linea con il paesaggio promotore di turismo in quest’area.

La fascia montana che va dai centri urbani alle cime del versante Nord è ormai completamente abbandonata sia nei percorsi che nelle strutture stesse.

Ricreare i collegamenti per far rivivere il paesaggio tradizionale è sicuramente indispensabile, soprattutto alla luce del fatto che le vie di comunicazioni con i pascoli sono di servizio e non possono offrire quindi lo stesso impatto visivo di un sentiero nel bosco a mezza costa.

 

CONSERVAZIONE DI ALCUNI CARATTERI PERCETTIVI DEL PAESAGGIO STORICO LEGGIBILI ALLA PICCOLA SCALA

Il recupero di rustici, cascine, cappellette ed altre architetture legate al mondo del passato è chiaramente di notevole importanza per portare agli occhi di un osservatore il tessuto culturale che, stratificandosi nel corso del tempo ha dato forma a questo territorio.

Non è ipotizzabile un intervento per un incremento turistico, seppur controllato, senza prevedere il potenziamento delle strutture esistenti, per restare in linea con il progetto è da tenere presente il modo di costruire tipico di questi luoghi e l’uso dei materiali.

L’intenzione progettuale non è quella di creare dei falsi storici ma di progettare rispettando le linee guida dettate dalla storia e dalla cultura che hanno fatto negli anni della Val di Nesso una traccia profonda del paesaggio agricolo storico italiano.

 

 

 

 

MODALITA’ DI INTERVENTO SULLE INFRASTRUTTURE TURISTICHE

 

Attività alberghiere

A livello generale dovrà essere garantita dagli strumenti urbanistici locali la possibilità di interventi sui fabbricati esistenti nonché, ove possibile, l’ampliamento degli stessi per adeguamenti funzionali ai servizi ad uso comune

Il piano di settore turistico della Comunità Montana dovrà gaantire una più razionale distribuzione delle attività attraverso nuove previsioni con riferimento alle aree gia consolidate da flussi turistici di notevole rilievo quali: Piano del Tivano, S.Primo e Pian di Nesso.

 

Aziende ricettive all’aria aperta

Le caratteristiche climatiche ed ambientali in genere , non consentono in gran parte del Triangolo Lariano di sviluppare attività a campeggio per tende.

Ne consegue che tali attività sono utilizzate per la costruzione di bungalow e soprattutto per deposito di roulotte che di fatto comportano un impatto ambientale che modifica sostanzialmente, in negativo, le caratteristiche dei luoghi.

Pertanto lo sviluppo di aziende ricettive all’aria aperta se da un lato consente di integrare un sistema turistico verso forme diversificate dall’altro comporta reali problemi di inserimento ambientale.

Relativamente al campeggio di Sormano in località Piano del Tivano le analisi geoambientali hanno evidenziato una zona a rischio esondabile per cui non è prevedibile una conferma dell’attività esistente nel piano turistico.

 

Agriturismo

Compito della Comunità Montana sarà quello di organizzare e promuovere forme di agriturismo fra gli operatori agricoli attraverso iniziative quali:

-promozione pubblicitaria delle caratteristiche storiche e naturali del Triangolo Lariano

-forme di convenzionamento fra gli stessi operatori agricoli e le attività turistiche in genere

-garantire con idonei strumenti di programmazione e pianificazione territoriale, il necessario supporto per il recupero del patrimonio edilizio esistente.

-promuovere la conoscenza e facilitare con un sistema normativo particolare la produzione dei prodotti agricoli, zootecnici e dell’artigianato locale tenuto presente che le lavorazioni di molti di questi affondano le proprie radici nella storia di questi luoghi e che l’attuale normativa in merito è generalizzata per una produzione industriale e ne rende così impossibile la produzione.

Bisognerà quindi trovare nell’Ente Sovraccomunale momento di coordinamento che pur nel mantenimento dei limiti operativi e fiscali, per non stravolgere la vera figura dell’imprenditore agricolo , garantisca il mantenimento, la continuità e la funzione storica e tradizionale dell’agricoltura montana.

La valutazione delle caratteristiche naturali, della distribuzione delle attività agricole esistenti , del recupero del patrimonio edilizio, della valorizzazione del sistema di viabilità montana esistente e della mobilità in genere consentono di definire la nostra area territorio di rilevante interesse agrituristico.

 

Attività sciistiche

Per ipotizzare un ampliamento degli ambiti sciabili che possano garantire un prolungamnento stagionale nella fruizione turistica complessiva è necessario modificare la situazione esistente in quanto:

-le infrastrutture attuali non garantiscono una ricettività maggiore di quella attuale. Ciò si riscentra ad esempio nella mancanza di attivita ricettive, la mancanza di parcheggi, le difficoltà connesse alla viabilità ed inoltre un adeguamento funzionale delle strutture proprie delle sciovie.

Inoltre deve essere prestata particolare attenzione nelle delimitazione degli ambiti sciabili in quanto l’automatica dichiarazione di pubblica utilità pone una limitazione sostanziale allo sviluppo delle attività agro-silvo-pastorali e forestali.

Trattasi di ambiti territoriali a forte rilevanza ambientale, con potenzialità agronomiche e forestali che possono raggiungere, se sostenute, valori significativi.

Pertanto l’apertura di nuove piste e/o la formazione degli impianti relativi dovrà attentamente valutata da un preventivo esame di costi/benefici che deriva dal rapporto fra le possibili mutate caratteristiche ambientali preesistenti e potenziali ed il riscontro socio-economico di uno svipuppo in tale direzione.

Si tenga conto che le condizioni climatiche della zona non garantiscono solitamente periodi di innevamento molto prolungati per cui comunque necessiterebbero interventi finanziari considerevoli per l’innevamento artificiale.

Infine un particolare riguardo va posto nell’analisi delle aree a verde attrezzato per il turismo di massa.

Risulta infatti urgente organizzare questo fenomeno che allo stato attuale presenta solo disagi considerata la rilevante massa di utenti che nella stagione estiva di dirige in questa zona del Triangolo Lariano.

I Comuni non sono in grado di gestire la situazione che attualmente presenta aspetti in negativo quali la scarsa percorribilità delle strade, la mancanza di parcheggi , di servizi e l’onere derivante dalla pulizia delle aree.

NORMATIVE RELATIVE AL PROGETTO

 

REGOLAMENTI DEL CONSIGLIO CEE

268/75/CEE Titolo 1 ART.1 al fine di preservare l’attività agricola necessaria per il mantenimento di un livello minimo di popolazione o per la conservazione dell’ambiente naturale in talune zone svantaggiate, gli Stati membri sono autorizzati ad istituire aiuti particolari previsti dal regolamento CEE n. 797/85 del consiglio, relativo al miglioramento ed all’efficienza delle strutture agrarie, destinati ad incentivare le attività agricole a migliorare il reddito degli agricoltori in tali zone.

ART.3 Le zone agricole svantaggiate comprendono zone di montagna nelle quali l’attività agricola è necessaria per assicurare la conservazione dell’ambiente naturale, soprattutto per proteggere dall’erosione o per rispondere ad esigenze turistiche, ed altre zone in cui non sono assicurati il mantenimento di un livello minimo di popolazione o la conservazione dell’ambiente naturale.

Tali zone devono essere dotate di infrastrutture sufficienti, in particolare per quanto concerne le vi4e di accesso alle aziende, l’elettricità e l’acqua potabile e, per le zone a vocazione turistica, la depurazione delle acque. In mancanza di tali infrastrutture, occorre prevederne la realizzazione a breve scadenza nei relativi programmi pubblici.

Le zone di montagna sono composte da comuni o parti di comuni che devono essere caratterizzati da una notevole limitazione delle possibilità di utilizzazione delle terre e un notevole aumento dei costi dei lavori:

ART.4 Il regime particolare di aiuti comprende le seguenti misure:

 

355/77/CEE La commissione può accordare un contributo per l’azione comune finanziando tramite la sezione del fondo agricolo di orientamento e di garanzia, progetti che si inseriscano in programmi specifici.

I programmi devono dimostrare che contribuiscono alla realizzazione degli obiettivi della politica agricola comune.

Inoltre essi contengono almeno i dati seguenti:

  1. Delimitazione dell’area geografica e del settore interessati dal programma e motivi di tale delimitazione.
  2. Situazione iniziale e tendenze individuabili in particolare per quanto riguarda

 

 

 

 

2242/87/CEE ART1 La comunità può accordare aiuto finanziario a favore di:

  1. Progetti a carattere incentivante volti a contribuire al mantenimento ed al ristabilimento di biotipi fortemente minacciati che accolgono specie in pericolo e presentano particolare importanza per la comunità.
  2. Progetti a carattere incentivante volti a contribuire alla protezione o al ristabilimento dei terreni minacciati o degradati da processi di erosione e desertificazione.

 

2078/92/CEE ART1

Obiettivi del regime di aiuti

Il regime comunitario di aiuti per questo costituito (FFAOG) ha le seguenti finalità:

  1. Promuovere l’impiego di metodi di produzione agricola che riducano gli effetti inquinanti dell’agricoltura contribuendo nel contempo, mediante una riduzione della produzione, ad un migliore equilibrio dei mercati.
  2. Promuovere l’estensivizzazione, favorevole all’ambiente, delle produzioni vegetali e dell’allevamento bovino e ovino compresa la riconversione dei seminativi in pascoli estensivi.
  3. Promuovere forme di conduzione dei terreni agricoli compatibili con la tutela e con il miglioramento dell’ambiente, dello spazio naturale, del paesaggio, delle risorse naturali, del suolo nonché della diversità generica.
  4. Incentivare la cura dei terreni agricoli e forestali abbandonati, nelle zone in cui essa si dimostri necessaria per ragioni ecologiche o per il sussistere di rischio naturali.
  1. Incoraggiare la gestione dei terreni per l’accesso al pubblico e le attività ricreative.

ART.2 Il Regime può comprendere aiuti destinati agli agricoltori che assumano i seguenti impegno:

  1. Riduzione della densità del patrimonio bovino od ovino per unità di superficie foraggiera.

ART.4 E’ concesso un premio annuale per ettaro ed unità di bestiame ritirata agli imprenditori che sottoscrivano per almeno cinque anni uno o più degli impegni.

 

2085/93CEE ART.2 Le azioni comuni finanziabili dal FEAOG possono riguardare segnatamente:

ART.5 La partecipazione finanziaria del Fondo può riguardare segnatamente le azioni seguenti:

  1. Riconversione, diversificazione, riorientamento ed adeguamento del potenziale della produzione di prodotti agricoli non alimentari
  2. Promozione, creazione di marchi e investimenti a favore dei prodotti locali o regionali agricoli e forestali di qualità.

Incoraggiamento degli investimenti a finalità turistica e artigianale, comprese le migliorie ai fabbricati d'abitazione nelle aziende agricole.

 

2081/93/CEE ART.1 L'azione che la Comunità conduce attraverso i Fondi strutturali al conseguimento dei seguenti cinque obiettivi prioritari:

 

2085/93/CEE Occorre che il fondo possa finanziare la azioni intese allo sviluppo sostenibile dello spazio rurale, nonché allo sviluppo ed al potenziamento delle strutture agrarie e forestali che ricorrono a metodi e tecniche che rispettano l’ambiente; occorre anche che il fondo possa finanziare misure intese a incoraggiare gli investimenti nel settore del turismo e dell’artigianato, nonché a migliorare i fabbricati d’abitazione nelle aziende agricole e l’habitat naturale.

2085/93CEE ART.2 Le azioni comuni finanziabili dal FEAOG possono riguardare segnatamente:

ART.5 La partecipazione finanziaria del Fondo può riguardare segnatamente le azioni seguenti:

  1. Riconversione, diversificazione, riorientamento ed adeguamento del potenziale della produzione di prodotti agricoli non alimentari
  2. Promozione, creazione di marchi e investimenti a favore dei prodotti locali o regionali agricoli e forestali di qualità.

 

1257/99/CEE ART.2 Il sostegno allo sviluppo rurale, legato alle attività agricole ed alla loro riconversione, può riguardare:

Titolo II ART.4 Gli investimenti nelle aziende agricole sono finalizzati ad uno o più dei seguenti obiettivi:

ART.5 Il sostegno agli investimenti viene concesso alle aziende agricole

ART.8 gli aiuti per facilitare il primo insediamento dei giovano agricoltori sono concessi alle seguenti condizioni:

l'agricoltore non ha ancora compiuto quaranta anni

l'agricoltore possiede conoscenze e competenze professionali adeguate

l'agricoltore si insedia in una azienda agricola per la prima volta

per quanto riguarda l'azienda:

ART.13 L'aiuto alle zone svantaggiate e a quelle soggette a vincoli ambientali contribuisce a conseguire i seguenti obiettivi:

ART.17 Le zone svantaggiate comprendono

ART.18 Le zone di montagna sono quelle caratterizzate da una notevole limitazione delle possibilità di utilizzazione delle terre e da un notevole aumento del costo del lavoro, dovuti:

ART.19 Le zone svantaggiate minacciate di spopolamento e nelle quali è necessario conservare l'ambiente naturale sono composte di territori agricoli omogenei sotto il profilo delle condizioni naturali di produzione e per esse devono ricorrere tutte le seguenti caratteristiche:

ART.22 Il sostegno a metodi di produzione agricola finalizzati alla protezione dell'ambiente e alla conservazione dello spazio naturale (misure agroambientali) contribuisce alla realizzazione degli obiettivi delle politiche comunitarie in materia agricola ed ambientale.

Tale sostegno è inteso a promuovere:

ART.24 Il sostegno agli impegni agroambientali viene concesso annualmente ed è calcolato in base ai seguenti criteri:

ART.25 Il sostegno agli investimenti favorisce il miglioramento e la razionalizzazione delle condizioni di trasformazione e di commercializzazione dei prodotti agricoli, contribuendo in tal modo ad aumentare la competitività ed il valore aggiunto di tali prodotti.

Tale sostegno è finalizzato ad uno o più dei seguenti obiettivi:

ART.29 Il sostegno al settore forestale contribuisce al mantenimento e allo sviluppo delle funzioni economiche, ecologiche e sociali delle foreste nelle zone rurali.

Tale sostegno è finalizzato, in particolare, ad uno o più dei seguenti obiettivi:

ART.30 Gli aiuti al settore forestale riguardano una o più delle seguenti misure:

ART.31 Viene accordato un sostegno per l'imboschimento delle superfici agricole purché esso sia adeguato alle condizioni locali e compatibili con l'ambiente.

Tale sostegno può comprendere oltre ai costi d'impianto:

ART.51 Sono vietati gli aiuti agli investimenti nelle aziende agricole che superano le percentuali di cui l'articolo 7.

Tale divieto non è applicabile agli aiuti destinati:

 

2080/92/CEE Superfici agricole per le quali e ammesso il contributo all'imboschimento.

Il regime di aiuti comprende:

  1. Un contributo per ettaro alle spesa di imboschimento delle superfici agricole, con esclusione di:
  1. Un premio annuale per ettaro destinato a contribuire per i primi cinque anni alle spese di manutenzione delle superfici imboschite
  2. Un premio annuale per ettaro volto alla compensazione delle perdite di reddito derivanti dall'imboschimento delle superfici agricole, per un periodo massimo di 20 anni.
  3. Incentivi agli investimenti per il miglioramento delle superfici boschive

 

LEGGI REGIONALI

L.R. 22/1999 Finanziamenti per il recupero di immobili e nuovi parcheggi.

Le categorie delle opere sono le seguenti:

  1. Recupero del patrimonio edilizio esistente, ed in particolare:

L.R. 35/1996 Interventi per lo sviluppo delle piccole e medie imprese.

Le aree di intervento della legge sono:

Programmi dell'Unione Europea:

Misure previste dalla 35/96:

riequilibrio territoriale della struttura produttiva regionale:

BIBLIOGRAFIA

 

 

ANALISI ECONOMICA

AUTORE

TITOLO

LUOGO EDIZIONE

EDITORE

ANNO EDIZIONE

Assessorato Economia Montana e Foreste

Indagine sui Pascoli Montani di Lombardia

 

Editrice San Marco S.r.l.

1973

Comunità Montana Triangolo Lariano

Piano socio-economico

Canzo

Comunità Montana Triangolo Lariano

1998

Edi Defrancesco

Maurizio Merlo

L’esposizione dei Beni e Servizi Ambientali nel Bilancio dell’Azienda Forestale

 

Genio Rurale

1996

 

ECOLOGIA ED AMBIENTE NATURALE

AUTORE

TITOLO

LUOGO EDIZIONE

EDITORE

ANNO EDIZIONE

Amministrazione Comunale di Como

Il Territorio Lariano e il suo Ambiente Naturale

Como

Nodo Libri

 

Ervado Giordano

La Gestione del Bosco

Viterbo

REDA

 

F.G.Agostini

Aspetti del Popolamento Attuale della Montagna Lariana

Como

Amministrazione Comunale di Como

1973

Ferruccio Bernerdini

Il Manuale del Forestale

Bologna

Edizioni Luigi Parma

1987

Giuseppe Benini

Sistemazioni idraulico-forestali

Torino

UTET

1990

Giuseppe Spinelli

Ambiente Bosco

Milano

Regione Lombardia

1998

Leonardo Casini

Tecniche avanzate di gestione delle risorse forestali e ambientali

Roma

Il Mulino

1992

M.Cappelli

Silvicoltura Generale

Bologna

Edagricole

1978

Odum

Basi di Ecologia

Padova

Piccin

1998

Oleg Polunin

Guida agli Alberi ed Arbusti d’Europa

 

Zanichelli

 

Paola Lanzara

Mariella Pizzetti

Alberi

Milano

Orsa Maggiore

1997

Vittorio Ingenioli

Fondamenti di Ecologia del Paesaggio

Città Studi Edizioni S.r.l.

STORIA E PARIMONIO CULTURALE LOCALE

AUTORE

TITOLO

LUOGO EDIZIONE

EDITORE

ANNO EDIZIONE

A.Perelli

Insediamenti Umani e Paesaggi Agrari

Milano

Jaca Book

1996

Antonella Marieni

Andar per Borghi e per Valli del Triangolo Lariano

Canzo-Como

Comunità Montana Triangolo Lariano

1999

Autori Vari

Triangolo Lariano

 

Comunità Montana Triangolo Lariano

 

Autori Vari

Triangolo Lariano

 

Comunità Montana Triangolo Lariano

 

Domenico Vandelli

Saggio d’Istoria Naturale del Lago di Como

Milano

Jaca Book

 

Emilio Sereni

Storia del Paesaggio Agrario Italiano

Bari

Editori Laterza

1996

G.Bellocchio

Tracce Preistoriche nel Triangolo Lariano

Milano

Biblioteca Comunale di Canzo

1995

Gianfranco Miglio

Introduzione al Mito del Lario

Milano

 

1959

Gianluigi Valsecchi

Zelbio

Como

Amministrazione Comunale di Zelbio

1998

L.Acerbi

G.Fricano

Alpe di Torno

Alpe del Borgo

Albese con Cassano-Como

Merono tipo-litografia Editrice

1992

Parrocchia di Nesso

900 Anni

Nesso-CO

Biblioteca Comunale di Nesso

1996

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO

AUTORE

TITOLO

LUOGO EDIZIONE

EDITORE

ANNO EDIZIONE

A.flink, D.Balmori, P.Lagerwey

Trails for the Twenty-first Century

Washington D.C.

Ryan, Karen-Lee ED.

1993

Donatella Meucci

Paesaggi Culturali e Naturalità Diffusa

 

Genio Rurale

1996

G.A. Jellicoe

L’Architettura del Paesaggio

Milano

Edizioni Comunità

1982

Ssalvatore Contraffatto

Salvatore di Fazio

Atrezzature museali per l’Architetture e la civiltà rurale: Storia e Progettazione

 

Genio Rutale

1996

U.Turri

Antropologia del Paesaggio

Milano

Edizioni di Comunità

1974

 

TIPOLOGIE EDILIZIE

AUTORE

TITOLO

LUOGO EDIZIONE

EDITORE

ANNO EDIZIONE

A. Rossi

La Costruzione del Territorio: Uno Studio sul Canton Ticino

     

Cschwend, Max

La Casa Rurale nel Canton Ticino

Basilea

Casa Editrice G.Krebs S.A.

1982

G.Biancone

Costruzioni Contadine Ticinesi

Locarno

Dadò

1982

G.Buzzi

Atlante dell’Edilizia Rurale in Ticino.Valmaggia

 

Scuola Tecnica Superiore Canton Ticino

1997

Schweizerische Verkehrszentrale

Wegbua und Saumerwesen in den Schweizer Alpen

Basel

Edition Schweiz im Viese Verlag

1994

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INFRASTRUTTURE

AUTORE

TITOLO

LUOGO EDIZIONE

EDITORE

ANNO EDIZIONE

A.Chiusoli

Progetto Abitare il Verde

Milano

BE-MA

 

Cavallotti

Strade e Paesaggio

Varese

Italia Nostra

1971

D.Tosetto

Progettare un Parco

Padova

FACTO

1988

Ente Autonomo per le Fiere di Bologna

Gli Spazi Acessori

Bologna

SAIEDUE

1984

F.Agostoni

Manuale di Progettazione degli Spazi Verdi

Bologna

Zanichelli

1987

M.Antonetti

Un’Oasi per Tutti

Udine

Cooperativa libraria borgo Aquileia

1991

Marica Forcellini

Sistema Viario e Comunità Rurale in Valle d’Aosta

Torino

Priuli & Verlucca Editori

1992