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In
un esclusivo brano tratto dalla sua recente autobiografia,
“La disobbedienza di Cybill”, Cybill Shepherd parla
di tutto – comprese le storie d’amore, le
incomprensioni dietro le quinte televisive…e di come
stia affrontando la sua età senza “scuse”.
Nata a Memphis, Cybill Shepherd non ha mai temuto alcuna sfida.
Prima top-model, poi stella del cinema (The
Last Picture Show, The
Heartbreak Kid e
Taxi Driver),
l’attrice ha conquistato la TV negli anni ‘80 grazie
allo stravagante telefilm Moonlighting
ed ancora negli anni ‘90 con la sua serie, Cybill.
Per quanto riguarda la vita privata, ha avuto numerose
relazioni – dalla sua lunga storia d’amore con Peter
Bogdanovich (il regista di
Picture Show,
allora già sposato) sino ai due matrimoni (David
Ford e Bruce
Oppenheim) e agli incontri con Elvis,
Bruce Willis e Don Johnson.
Ora cinquantenne, questa donna determinata, madre di tre
figli (Clementine,
20, e 2 gemelli, Zachariah
e Ariel, di 12) è rimasta ottimista e intrepida come un tempo.
“Ciò
che mi ha causato dei problemi in Cybill,
ciò che mi ha sempre causato problemi in verità, è
stata la disobbedienza. Sin dall’inizio, la mia
strategia consisteva nello sfidare – sempre con humor
– gli stereotipi sui soggetti “appropriati” a
guadagnare audience televisiva. (…) Abbiamo sfidato
l’ingiustizia di una cultura che considera invisibili le
donne oltre i 40 anni. Strano pensare che questi temi
fossero considerati sostanziali da esecutivi di rete e
critici, ma le donne che raffigurano l’intera gamma
delle diverse taglie ed età non sono troppo benvenute in
nessun media. Dopo quasi un decennio passato a mormorare
“Perché io valgo” per L’Oréal, sono stata
licenziata perché i miei capelli erano diventati troppo
vecchi – approssimativamente tanto vecchi quanto lo ero
io. I fans chiedono continuamente perché io e Bruce
Willis non riprendiamo i nostri ruoli in Moonlighting
per il grande schermo. La risposta è che adesso gli
esecutivi di studio mi considererebbero troppo avanti con
l’età per lui.
Tranne
poche eccezioni, la televisione americana è diventata il
Triangolo delle Bermuda per le donne sopra i 40. C’è
stata una grande varietà di donne di mezza età in onda
nel 1998, ma tutte scomparse dagli schermi entro il 1999.
Non solo Cybill,
ma anche Murphy Brown, Ellen, Grace
Under Fire e Dr. Quinn Medicine Woman, tutte sparirono lo stesso anno. È vero
che questi telefilm erano in giro da un po’ e potevano
aver fatto il loro corso, così questo coro di “canti
del cigno” acquista un significato più profondo quando
vediamo le sostituzioni: Felicity,
Dharma & Greg,
Moesha, Ally McBeal, Sabrina, the
Teenage Witch, Buffy
the Vampire Slayer e quelle magrissime di Friends.
Nessuno oltre i 30. La
più lunga, profonda disobbedienza nella mia vita
è stata quella riguardante il sesso. Anche se nella mia
famiglia le critiche alle donne del Sud erano rigide e ne
seguivo alcune impeccabilmente, non ho mai osservato i
canoni sessuali. FaFacevo
esattamente quello che mi piaceva e ciò che mi piaceva
era il sesso.
Non
so se ho guadagnato qualcosa di più di un bel numero di
amori finiti, ma sono un po’ ossessionata da quel danno.
Sono diventata una creatura degli anni ’90 sessualmente
retrogradi, come un tempo lo ero dei (sessualmente) voraci
’60. In questi giorni dormo da sola. Talvolta mi sveglio
nel bel mezzo della notte, mi metto l’ombretto blu
e provo ad imparare balli country davanti alla TV.
Perlomeno ci sono altre persone nel video. Solo ora mi
sono accorta quanto fosse davvero importante per me
affrontare ed accettare quel profondo senso di solitudine
che mi accompagnava da tutta la vita, smetterla di fare
delle scelte soltanto per evitare quel demone. Lo sto
fronteggiando ancora una volta, chiedendomi che cosa ci
sarà poi. È giusto per una donna rimanere sola? È
necessaria la monogamia? Posso fidarmi di qualcuno che non
abbia tanto da perdere quanto me? E chi sarebbe quella
persona?
IL
RE ED IO
Nell’estate
del 1972, mentre ero a Memphis, ricevetti una telefonata
da George Klein,
il padrone di un’emittente locale (…).
Un suo amico mi aveva notato in The Last Picture Show. Anche lui era un attore e viveva a Graceland.
Io non ero molto interessata a Elvis
Presley, era diventato un po’ passé. Ma, dopotutto,
era il Re. "Mi deve chiamare", dissi a Klein,
"e deve venirmi a prendere lui stesso."
Uno
dei suoi uomini mi scovò a casa della mia amica Jane. "E’ da molto tempo che desideravo incontrarti",
disse, "da quando ti ho vista in quel film."
"Questo è successo due anni fa", risposi.
"Perché hai aspettato così tanto?". Fece una
piccola risata d’apprezzamento. "Vorrei vederti
qualche volta", disse. Mi chiese di raggiungerlo al
cinema quella sera— Elvis affittava regolarmente i teatri locali a mezzanotte per il suo
entourage. Guardammo Goodbye
Columbus in silenzio. In
Sunday, Bloody
Sunday c’era un bacio tra due uomini. Elvis ordinò:
“Fermate il film”. E subito se n’era andato,
mormorando un appena udibile "Ci vediamo più
tardi".
Qualche
giorno dopo fui invitata a Graceland per pranzo. Mangiammo
in cucina con il padre di Elvis conversando a malapena
(alla gente del Sud si insegna a non parlare con la bocca
piena). Il pasto includeva le prime tre portate delle
quattro tipiche del Sud: sale, grassi, zuccheri e alcool.
La bistecca di pollo fritto era stata ben cotta da una
domestica che mi chiamava Missy e che mandava fuori le
portate alle guardie del corpo, le quali aspettavano
vicino alle macchine. Uno di loro mi accompagnò a casa
poco dopo il dolce (…).
Tornai
il giorno dopo per cena (sandwiches farciti di burro di
arachidi, banane e maionese), ed eravamo soli. Elvis mi
fece fare un giro della casa che si concluse nella camera
da letto, tutta rossa e nera con una coperta di leopardo
sul letto gigante, quattro TV e specchi fumè appesi alle
pareti e al soffitto. Non avevo dubbi su come sarebbe
finita la serata – piccoli baci sul collo e sulle
braccia, spostando parte del vestito per rivelare nuove
parti nude – mentre continuavo a pensare: voglio davvero
farlo? Mi opposi all’idea di essere un’altra tacca
sulla cintura di un famoso latin lover. Ma i suoi baci
erano così lenti e deliberati, la sua pelle così liscia.
Mi divertii nel letto di Elvis, ma non riuscii a
dormirci. Poco
dopo mezzanotte mi riportò a casa, la mia faccia irritata
dai baci.
Quando fui di ritorno a Los Angeles mi chiamò, offrendosi
di mandarmi a prendere con il suo aerpolano, per un
weekend alla villa che aveva affittato a Palm Springs. Il
dolce fascino che avevo visto a Memphis sembrava si stesse
prosciugando, sostituito da uno spiacevole humor. Quando
emersi dal bagno prima di cena disse: “Non ho mai
conosciuto una ragazza che va così tante volte al
bagno”, battuta che provocò risate sguaiate tra gli
amici, anche se il suo stesso bagno aveva un armadietto
nero da sei cassetti per i cosmetici – si truccava più
di me. Difficilmente eravamo soli e non parlavamo molto
quando capitava di esserlo.
Verso
la fine dell’estate, Elvis
mi invitò ad assistere ad una sua esibizione al Las Vegas
Hilton. Io dissi a Peter
[Bogdanovich] che avrei passato il weekend con un’amica a San
Francisco. Un rumoroso corteo di motociclette percorse
rapidamente il palco, prima che Elvis comparisse in una
mantellina ingioiellata (…) — magnifico, ma un po’
grassoccio. Avevo
sempre ammirato la sua voce, ma in quel momento ero
commossa in un modo che non mi aspettavo, come se stesse
cantando rivolto direttamente a me. Dopo lo show sedette
al pianoforte nella sua suite e suonò canzoni gospel
insieme ai suoi coristi, indossando un abito di velour
blu. Poi attraversò le porte-finestre sino alla sua
camera e collassò su di un enorme letto a quattro piazze.
Non lo sapevo, ma ciò che stavo vedendo erano gli effetti
della droga. Io avevo la camera adiacente e non ero sicura
di cosa dovessi fare. Qualsiasi
possibilità di stare insieme era svanita — sembrava
assente e intontito, gli occhi che si chiudevano, le
parole incomprensibili. Tendendo la mano piena di pillole
disse: "Qui, prendile". Io
ero confusa. "Ne prenderai qualcuna?", gli
chiesi. "Oh, io ho già le mie", fu la sua
risposta. "Queste sono tutte per te".
Andai
nella mia stanza e le buttai nel water. Non appena mi misi
a letto, notai una piccola scatola di velluto nera sul
comodino. La aprii e trovai un anello di diamanti e
smeraldi che pareva una sfera di setole di porcospino –
troppo grosso, troppo elaborato, orribile anche per Liberace. Andai alla scrivania e scrissi ad Elvis un biglietto sulla
carta da lettere dell’Hilton, ringraziandolo, ma
rifiutando il suo generoso e stravagante regalo. Poi
chiamai la compagnia aerea per cambiare la mia
prenotazione per il ritorno.
UNA
PASSEGGIATA LUNGO IL “LATO SELVAGGIO”
[Durante
la location per una serie TV che ebbe vita breve, The Yellow Rose, Shepherd
ebbe una storia con uno degli stuntmen.] Lo stuntman [lei
non rivela il nome] era un amante energico e ricco di
immaginazione. Una notte, scherzando, stavamo parlando di
fantasie sessuali ed io ammisi di avere immaginato di
farlo con due uomini. "Mi piacerebbe realizzare
questo tuo desiderio", disse, facendo l’occhiolino.
"Non essere assurdo", replicai. "Hai una
vaga idea di quanto il National
Enquirer pagherebbe per questa storia?"
Ma
lui aveva una proposta: un suo fidato amico, un altro
stuntman di cui mi garantì la discrezione. “Se mai vi
incontraste di nuovo”, promise, “non si farà menzione
che sia accaduto”. Io ero incuriosita, eccitata e
abbastanza spaventata. Quella si rivelò un’esperienza
sessuale positiva. Avere
tutti i punti del piacere soddisfatti simultaneamente
piuttosto che uno ad uno mi faceva sentire venerata,
emancipata e più rilassata riguardo il sesso. Anni dopo
un episodio di Moonlighting richiese un combattimento
e il tipo assunto per allenarmi si rivelò essere proprio
il partner del ménage a tre.
Tenendo fede alla parola data, fu cauto e discreto. “Cybill”,
disse calorosamente, porgendomi la mano, "è da un
po’ di anni che non ci vediamo". Non indugiò
nemmeno sulla parola “vediamo”.
L’INCONTRO
CON DAVID ADDISON
Avevo
l’approvazione del casting di Moonlighting,
e quando il mucchio degli aspiranti al ruolo di David
Addison fu vagliato sino ad una mezza dozzina scarsa,
andai ad incontrarli. Verso
la metà del pomeriggio ero stanca e stavo
spiluzzicando pezzetti di tonno e lattuga dalle insalate
che erano state portate per pranzo, quando Bruce
Willis entrò nella stranza.
Lui era più giovane di me di 5 anni, indossava una
giacca army fatigue, alcuni orecchini e quella che
sembrava essere una barba di 3 giorni che compensava la
calvizie incipiente, il resto dei capelli tagliati alla
punk. Gli occhi erano maliziosi e le labbra strette in un
sorriso di sfida, un tutto che doveva diventare poi la
firma del sorrisino compiaciuto di David Addison.
A
differenza degli altri attori che avevano partecipato
all’audizione, lui non mi adulò particolarmente; in
realtà evitava di incontrare il mio sguardo. Ma c’era
di sicuro alchimia tra noi, e non sfuggì a nessuno
— la temperatura nella stanza balzò a 20 gradi. Dopo
che se ne fu andato, mi piegai e mormorai, a me stessa
quanto a Glenn
[Gordon Caron, l’ideatore del telefilm]: "È
lui". L’unico modo perché Bruce
Willis venisse preso in considerazione era che io
acconsentissi a fare un provino con lui. Con la telecamera
che roteava dove eravamo quasi pronti ad iniziare la
scena, lui mi guardò con soddisfazione e disse, "Non
posso concentrarmi. Sei troppo splendida".
Tutti furono convinti.
Quasi
automaticamente abbiamo litigato a telecamere spente
appena prima di farlo nel copione, ma sembrava un innocuo
modo per giungere al culmine dell’emozione durante la
scena. Non mi sfuggì però il fatto che la crescente
attrazione tra Maddie e David rispecchiava quella che si
stava sviluppando tra gli attori che li interpretavano. In
seguito ad una prova particolarmente calda, me ne andai
dal set e dissi, “Ne faremo qualcosa di tutto ciò o
cosa?”. Lui sembrò sorpreso, ma non in modo spiacevole,
dopodichè esibì il suo consueto mezzo sorriso. “Che ne
diresti se venissi a casa tua stasera?”, disse. C’era
una bottiglia di Gentleman Jim nella sua mano quando bussò
alla porta del mio appartamento, e non passò molto tempo
prima che ci stessimo baciando appassionatamente. “Forse
non dovremmo farlo”, mormorai, sentendomi combattuta e
consapevole delle potenziali complicazioni. “Potremmo
lavorare insieme ancora per molto tempo”, ma eravamo
ormai persi, mezzi sdraiati su una poltrona che si stava
inclinando quasi al punto di rovesciarsi.
Improvvisamente
si fermò, inarcò la schiena e mi guardò corrugando la
fronte. “Forse hai ragione”, disse. Riordinando se
stesso così come i vestiti che gli erano rimasti indosso,
disse,” Penso che andrò in bagno”. Quando fu di
ritorno borbottò qualcosa riguardo ad una buona notte di
sonno e se n’era già andato. Forse Bruce
amava di più la caccia che la cattura. O forse
preferiva il personaggio alla donna reale. Non finimmo mai
ciò che avevamo cominciato in privato, ma ogni volta che
dovevamo baciarci sulla scena mi cacciava mezza lingua in
gola. Bruce si disilluse riguardo il personaggio di David
Addison, certe volte lanciando un copione attraverso la
stanza chiamandolo m…. Gli attori commettono un errore
quando si ritengono superiori al materiale. La buona
recitazione è come una partita di tennis. Ma in qualche
punto lungo la strada sembrava quasi che Bruce si fosse
staccato da ciò che stava facendo. Pareva che avesse già
capito tutte le mosse e fu molto meno eccitante quando la
partita tra noi finì.
LA
“NON COSÌ LUNGA” ESTATE CALDA
Trascorsi
una primavera di pausa da Moonlighting
girando un remake per la televisione di The
Long Hot Summer. Il mio partner, Don
Johnson, ed io fummo consapevoli dell’intensa
attrazione che correva tra noi nello stesso istante in cui
ci incontrammo. Quando dieci giornalisti arrivarono per
una conferenza stampa volendo fotografare le scene
“calde” tra noi due, furono sorpresi di sentire che
nelle quattro ore della miniserie non ve n’erano. (…)
Solo perché ci era proibito esplorare il nostro
flirt sullo schermo, ciò non significava che non
potessimo continuarlo in privato. Una notte, mentre mi
rilassavo nella veranda della mia piccola casupola, udii
una voce maschile sussurrare: “Ohhh, Miss Eula” (il
nome del mio personaggio). Io risposi: “Che c’è, Mr.
Ben Quick” (il nome del personaggio di Don), “cosa
stai facendo qui?”. “Vorrei soltanto porgerle i miei
omaggi, madam”. Aprii la porta. “Perché non entri e
siedi un momento?”.
Rimanemmo
in veranda un nanosecondo e poi ci dirigemmo rapidamente
verso il letto. Fu come divorare voracemente una caramella
mentre stai morendo di fame – smodato, sfrenato, intenso
– e tutto finito nel giro di cinque minuti. Per un
motivo o per l’altro non ci dedicammo più ad altri
cinque minuti, dato che “Mr. Quick” passò ad una
parrucchiera, che da allora in poi si comportò come se
avessi l’alito cattivo.
UNA
RISPOSTA DI CYBILL
In
Cybill, io insistetti sul ruolo della migliore amica perchè
fosse più di una difficile regina del glamour,
così
che io potessi essere il clown. [Il produttore esecutivo] Chuck Lorre ideò Maryann Thorpe, una divorziata cinica e
allegramente vendicativa che alludeva alla sua carta di
credito come al terapista “Dott. Oro”. La mia prima
scelta per la parte fu Paula Poundstone, un’ attrice comica con un fascino complesso e
stravagante. Ma Paula era già stata ingaggiata e io
cominciai a fare audizioni con altre attrici. Christine
Baranski aveva gambe da favola, ed arrivò indossando
una minigonna aderente a strisce orizzontali che in realtà
mostrava dei bernoccoli, ma lei manifestava un
atteggiamento scostante. Dato che aveva vinto due Tony
awards, la esaminai con alcuni amici di teatro di New
York; e tutti dissero che il suo lavoro era rispettato,
era seria e dotata di talento, ma
bisognava fare attenzione. Eppure
quando fece l’audizione per la rete televisiva, soffocò
sul nascere qualsiasi risata. Era evidente che quella era
la persona migliore per la parte.
Volevo
essere amica di Christine, ma rifiutò così tante volte
gli inviti a farmi visita a casa che alla fine dissi:
“Guarda, devi solo dirmi quando ti piacerebbe venire”.
Eravamo entrambe madri che lavoravano fuori casa, ma lei
lavorava a L.A. e i suoi figli vivevano a New York City,
il che significava passare la maggior parte dei weekend in
bianco, di solito affrettandosi dopo aver girato il venerdì.
C’erano poche opportunità per poter sviluppare qualche
sorta di cameratismo fuori dal set, anche soltanto
ipocrita.
Quando
Christine vinse
l’Emmy e io no il fatto alimentò sulla stampa una
crescente teoria della cospirazione. Il pettegolezzo
suonava in questo modo: ero stata gelosa quando Moonlighting aveva
fatto una star di Bruce
Willis, e ora di nuovo un déjà vu. Cybill
è invidiosa del fatto che Christine sia più magra e
vesta con abiti più sexy. Lei era la vittima; io ero il
mostro; e c’era poco che potessi fare per controbattere
alle accuse (…).
Dopo
che Cybill fu [alla fine] cancellato, Roseanne
mi chiamò a casa per commiserarmi. “Tutti mi stanno
trattando come un mostro”, dissi, “ma io non ho fatto
niente di mostruoso”. “Beh, io sì”, rispose
Roseanne. “Ho fatto tutto quello che dicono, e non mi
pento di nulla. Vorrei soltanto aver fatto di più”.
(…)
SPECCHIO,
SPECCHIO
Ho
avuto la fortuna di fare la modella durante un temporaneo
intervallo tra Twiggy e Kate Moss,
quando era realmente ok per noi donne apparire come se
mangiassimo e ci godessimo la vita. Quando ci decideremo
ad amare i nostri corpi femminili, in tutte le loro
diverse taglie? Se non riusciamo a farlo quando siamo
giovani, avremo dannatamente tempo di farlo quando saremo
vecchie. E avrò il coraggio di resistere alla lusinga
della chirurgia estetica?
Questo
è come appaiono i cinquant’anni, finora non corretti
chirurgicamente (ma mai dire mai). Da antico
“manufatto” quale sono, le mie foto campeggiano ancora
sopra il banco dei cosmetici al drugstore, quindi so che
la risposta alle mie lamentele potrebbe essere: stai
zitta, Cybill Shepherd. Ma devo ancora fare i conti con lo
specchio del bagno – niente ritocchi, nessuna
illuminazione che ti faccia apparire più bella. In
America, in quanto donna bella che invecchia, ho una
prospettiva interessante. Sono pronta per i ruoli alla Shelley Winters adesso, e ho meno vanità di quanto si possa
immaginare. I miei figli mi implorano: “Prima di venirci
a prendere, potresti per favore pettinarti i capelli?”.
PER
SEMPRE DIVERTENTE
Non
molto tempo fa feci un’ audizione per una parte con un
giovane regista che mi chiese, “Come ci si sente ad aver
preso parte in tre capolavori americani?”. Sì, sono io
in The Last Picture
Show, The
Heartbreak Kid e Taxi
Driver. Ma siamo qualcosa di più della somma del
nostro lavoro, e non valiamo soltanto quanto l’ultima
cosa che abbiamo fatto.
Stavo
pensando a tutto questo durante un viaggio a Graceland
l’anno scorso, quasi trent’anni dopo la mia ultima
visita. Piangendo dietro gli occhiali da sole stavo ritta
dinnanzi la tomba di Elvis,
nel giardino di meditazione
che aveva
rappresentato il suo orgoglio e la sua gioia. Quando lui
mi portò in quel luogo, non compresi il simbolismo nel
design di fiore di loto delle sue stupende finestre di
vetro colorato. Adesso so che i petali spiegati del loto
che fioriscono nel fango suggeriscono l’espansione
dell’anima attraverso sofferenze ed avversità. Mi sono
augurata che fosse ancora vivo, perchè penso che adesso
avremmo potuto essere amici.
Accompagnata
da un’amica per supporto morale, decisi di visitare i
lotti che avrei prenotato al Memorial Garden Park. La mia
amica era mortificata, considerando macabro essere lì a
passeggiare in un cimitero in quel bel giorno di
primavera, discutendo se avessi dovuto o meno essere
imbalsamata prima di essere cremata – abbellita con un
ultimo “capelli e trucco” per i pochi attimi nella
bara prima che diventi cenere. Eppure mi sento serena in
questo posto in cui mia zia Ruby
mi portava a giocare quando ero bambina. E sono
confortata nell’immaginare che qualcuno nel ventunesimo
secolo ricorderà una grande, impudente bionda che cercava
di usare lo humor come la Colla Magica per le riparazioni
necessarie della vita, una straniera che starà in piedi
sorridendo dinanzi alla mia tomba, leggendo un epitaffio
che recita: “Alla fine ne faremo una commedia”.
Tratto
da
Traduzione
di Eleonora.
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