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La Vetrata
| v. Gesù e Maria, 23
00187- Roma tel 06 36006854 orario: 11-13
e 16,30-19,30 - chiuso lunedì e festivi |
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- 21 febbraio 2004
Franco Fortunato
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Vagabondo
della pittura, ma meglio sarebbe definirlo ultimo dei "viaggiatori"
del Grand tour dell'arte, Fortunato raccoglie eredità di ogni
passato, di ogni nobile vestigia della storia per riaffermare
la superiorità della poesia nel termine oraziano dell'ut pictura
poesis. Come per una puzzle la logica che regna su queste tele
è quella di un incastro poetico di forme su forme, di forme
originarie di altre forme e di forme difformi da tutto il resto.
Il suo è il linguaggio di un "canzoniere" medioevale dal registro
vasto che può passare rapidamente da una lirica all'altra senza
mai scomporre l'armonia dei suoni e senza che la realtà travalichi
la fantasia del racconto. È un decoro raro questo che risulta
in Fortunato ancora più prezioso per la particolarità della
sua pittura fatta di minimalismi surreali giocati sul filo di
un visibile-possibile che accomuna veli ed ironie sottili, piccoli
e grandi componimenti narrativi presi in prestito ovunque, ma
che non frantuma mai l'unità della storia.
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La
critica d'arte che in questi ultimi anni si è occupata della sua
pittura ha giustamente posto l'accento sulla vicinanza di questi
stilemi al linguaggio surreale e metafisico del '900, innestando
sui racemi "dechirichiani" tutte le ascendenze possibili fino
ad arrivare a Magritte, Ernst o Tanguy. Tuttavia - se mai fosse
concesso - in questa sede proporrei di rianalizzare la ricerca
di Fortunato anche in una prospettiva storica dilatata, scavando
negli anfratti nascosti delle sue citazioni e soprattutto riconsiderando
quelli che sono i legami affettivi con la tradizione dell'arte
italiana. Dietro il pudore e forse un carattere schivo, Franco
Fortunato difatti svela un mondo intrecciato con i secoli, nodi
piccoli e grandi segnati da affetti e parentele morbide, inattese,
stupefacenti come le considerazioni per il Ciotto della "Cacciata
dei demoni da Arezzo" o per il Lorenzetti del "Buon Governo" di
Siena. |
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Poeta
più che filosofo, Fortunato sa unire le pietre preziose dell'eredità
italiana cogliendo tempi e spazi di soave e inaspettata liricità
con lo stesso candore con cui attraversa i segni del XX secolo
senza bruciare gli angoli della nuova pittura. Si direbbe che
visti con i suoi occhi questi spicchi di universi ci sembrano
ancora belli e, come spesso accade, si rinnovano nelle nostre
considerazioni.
Alessandro
Masi
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