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La Vetrata
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orario: 11-13 e 16,30-19,30 - chiuso lunedì e festivi

6 - 21 febbraio 2004

Franco Fortunato

Vagabondo della pittura, ma meglio sarebbe definirlo ultimo dei "viaggiatori" del Grand tour dell'arte, Fortunato raccoglie eredità di ogni passato, di ogni nobile vestigia della storia per riaffermare la superiorità della poesia nel termine oraziano dell'ut pictura poesis. Come per una puzzle la logica che regna su queste tele è quella di un incastro poetico di forme su forme, di forme originarie di altre forme e di forme difformi da tutto il resto. Il suo è il linguaggio di un "canzoniere" medioevale dal registro vasto che può passare rapidamente da una lirica all'altra senza mai scomporre l'armonia dei suoni e senza che la realtà travalichi la fantasia del racconto. È un decoro raro questo che risulta in Fortunato ancora più prezioso per la particolarità della sua pittura fatta di minimalismi surreali giocati sul filo di un visibile-possibile che accomuna veli ed ironie sottili, piccoli e grandi componimenti narrativi presi in prestito ovunque, ma che non frantuma mai l'unità della storia.

 

 

La critica d'arte che in questi ultimi anni si è occupata della sua pittura ha giustamente posto l'accento sulla vicinanza di questi stilemi al linguaggio surreale e metafisico del '900, innestando sui racemi "dechirichiani" tutte le ascendenze possibili fino ad arrivare a Magritte, Ernst o Tanguy. Tuttavia - se mai fosse concesso - in questa sede proporrei di rianalizzare la ricerca di Fortunato anche in una prospettiva storica dilatata, scavando negli anfratti nascosti delle sue citazioni e soprattutto riconsiderando quelli che sono i legami affettivi con la tradizione dell'arte italiana. Dietro il pudore e forse un carattere schivo, Franco Fortunato difatti svela un mondo intrecciato con i secoli, nodi piccoli e grandi segnati da affetti e parentele morbide, inattese, stupefacenti come le considerazioni per il Ciotto della "Cacciata dei demoni da Arezzo" o per il Lorenzetti del "Buon Governo" di Siena.

Poeta più che filosofo, Fortunato sa unire le pietre preziose dell'eredità italiana cogliendo tempi e spazi di soave e inaspettata liricità con lo stesso candore con cui attraversa i segni del XX secolo senza bruciare gli angoli della nuova pittura. Si direbbe che visti con i suoi occhi questi spicchi di universi ci sembrano ancora belli e, come spesso accade, si rinnovano nelle nostre considerazioni.

 

Alessandro Masi