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LE BIOMASSE LEGNOSE COME FONTE RINNOVABILE DI ENERGIA
Nella prospettiva degli impegni assunti e stipulati nel Protocollo di Kyoto
Oggi più che mai torna sempre più alla ribalta il problema delle emissioni dei gas-serra che a livello planetario ha raggiunto valori spropositati, con le conseguenze che noi tutti conosciamo (inquinamento, cambiamenti climatici, danni all’uomo, al suolo e alle colture agricole, etc). I piccoli passi avanti ottenuti nel dicembre del 1997 con la sottoscrizione da parte di tutti i paesi del globo terrestre del Protocollo di Kyoto, azione che sancisce un impegno degli stessi nella riduzione delle emissioni di tutti gli elementi responsabili dell’Effetto Serra (anidride carbonica, metano, idrofluorocarburi, giusto per citarne alcuni), rimangono sino ad oggi solo una promessa. Il sacrificio invocato da parte soprattutto dei paesi più industrializzati che dovranno emettere in atmosfera entro il 2012 ben il 12% in meno di CO2, si traduce in grossi sconvolgimenti anche nell’ambito delle tecnologie impiegate, le quali vedono oggi privilegiare l’impiego del petrolio come combustibile principe. Ma, tutto sommato, gli stessi paesi si rendono conto che, seppur il problema ambientale potrebbe per i più spregiudicati ed egoisti imprenditori rappresentare un problema secondario, le riserve di greggio sono col passare del tempo sempre più limitate. Nasce quindi l’esigenza di investire la propria fiducia nell’impiego delle fonti cosiddette “rinnovabili”, le quali risultano essere, d'altronde, di basso se non nullo impatto ambientale.
Basta guardarsi intorno, conoscere un po’ di storia, unire le consuetudini del passato con le innovazioni tecnologiche del presente, e la risoluzione dei problemi sinora descritti è pronta. L’Italia, fra le tante risorse nascoste, vanta il primato di avere quasi un terzo del proprio territorio ricoperto da formazioni forestali di diverso genere. Sino, orientativamente, agli anni ’50, in molti paesi vi era la consuetudine di destinare ad ogni famiglia, a cadenza annuale, una superficie boschiva o, meglio, una quota parte della produzione legnosa annua dei boschi di proprietà comunale. Tale risorsa doveva servire per l’intero anno a riscaldare le abitazioni. Oggi questa pratica risulta essere completamente abbandonata e, nonostante si sia instaurata negli ultimi decenni la cultura della conservazione e della preservazione del patrimonio forestale italiano, è un dato di fatto il problema che lo stato di salute dei boschi (in generale) non è buono e la superficie a verde dallo scorso secolo ad oggi non risulta essere aumentata; anzi. Il bosco non costituisce, per molti, una fonte di reddito e, quindi, si assiste continuamente alla sottrazione delle colture agricole alle aree verdi, edifici e strutture urbane che prendono il posto degli alberi. E, se i vincoli legislativi impediscono spesso questi scempi, per i più spregiudicati torna facile innescare nelle stesse aree incendi, ignari che non è possibile comunque ipotizzare un’altra destinazione per le stesse.
Allora, perché non ipotizzare un ritorno al passato, prevedendo il razionale sfruttamento della “risorsa legno” per l’ottenimento di energia? A dir la verità (ed è proprio il caso di fare questo sillogismo) questa idea non determina sicuramente la “scoperta dell’acqua calda”. Oggi con il termine biomassa si intende tutto il materiale che ha matrice organica, comprendendo oltre che il legno, anche gli scarti delle aziende zootecniche, gli scarti mercatali, i rifiuti solidi urbani. Non è su questi ultimi (anche se interessanti per il potenziale energetico espresso) che si vuole focalizzare l’attenzione. Ad oggi le biomassa soddisfano, complessivamente, il 3,5% degli usi energetici europei, con punte del 18% in Finlandia, il 17% in Svezia, 13% in Austria. L’Italia, con il 2%, è al di sotto della media europea.
L’impiego in Europa è dunque molto marginale, ma il reale potenziale energetico di tale fonte non è ancora pienamente sfruttato. All’avanguardia, nello sfruttamento delle biomasse come fonte energetica, ci sono dunque i paesi del centro-nord europeo, che hanno installato grossi impianti di teleriscaldamento (centrali che producono acqua calda e servono la stessa alle abitazioni) e cogenerazione (impianti che producono energia sia termica che elettrica). In particolare, la Svezia e l’Austria che contano una lunga tradizione nello sviluppo della legna da ardere , hanno continuato tale impiego, dando maggiore impulso alle piantagioni di bosco ceduo (salice, pioppo) che hanno rese 3-4 volte superiori alla media come fornitura di materia prima.
L’Italia si pone in una condizione di scarso sviluppo, nonostante l’elevato potenziale di cui dispone. Un impiego diffuso delle biomassa può comportare notevoli ricadute a livello economico, ambientale ed occupazionale, in quanto esse possono garantire, ad esempio, nuove opportunità di sviluppo per le zone marginali e/o riduzione di surplus agricoli e nuove iniziative industriali.
Nell’ambito della risorsa legno, importante attenzione deve essere posta ai boschi governati a ceduo; gli stessi che garantivano il prelievo della massa legnosa fino a sessanta anni fa. In Italia essi ricoprono il 42% dell’intera superficie forestale. Mentre, dando uno sguardo alla situazione più locale, in Basilicata, con una superficie complessiva di circa 74000 ettari, essi costituiscono il 25% dell’intero polmone verde lucano. Il criterio di taglio (sempre applicato alle sole aree a vocazione produttiva, tralasciando quelle situate in particolari contesti ecologici) prevederebbe, nel rispetto dello sviluppo sostenibile, il prelievo della massa legnosa pari all’accrescimento medio annuo dei boschi stessi che in Basilicata si stima circa, in media, di 4 metri cubi ad ettaro. Ad incrementare la massa legnosa che potrebbe alimentare tali centrali termiche e/o elettriche, si potrebbe prevedere l’impianto di colture a SRF (short ratation forestry) quali pioppo e robinia che in tempi relativamente brevi (il turno della tagliata è stimato intorno ai dieci-quindici anni) determinano una produzione annua di legna da ardere pari a circa 10 metri cubi ad ettaro.
E’, dunque, chiaro che lo sviluppo del settore dello sfruttamento energetico delle biomasse è legata principalmente al superamento delle barriere non-tecniche (finanziamento dei costi di investimento alquanto elevati, Politica Agricola Comunitaria, diffusione delle informazioni). Il costo dell’energia da biomassa è, attualmente, generalmente maggiore di quello derivante dalle fonti fossili, ma vi è una tendenza verso la competitività, in tempi ragionevolmente brevi.
Comunque, in un quadro più completo, il gap dei costi tra le fonti rinnovabili e quelle fossili, sarebbe invertito se venissero considerati nell’analisi costi-benefici gli aspetti ambientali ed i costi sociali connessi alla combustione dei materiali fossili. E’, quindi, auspicabile che in tempi brevi si accresca l’attenzione verso questa fonte di energia, al fine di rispettare le stesse promesse auspicate ed invocate dal Protocollo di Kyoto.
Dr.Saverio BASILE
Movimento Azzurro
Bari Mercadante e Parco Chiese Rupestri