MUSEO DELLA FOTOGRAFIA               
   MUSEO DELLA FOTOGRAFIA

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Vittorio Alinari, In Sardegna, F.lli Alinari Ed.,Firenze, 1915

*** primo viaggio

*** secondo viaggio



Primo viaggio

In un mio primo viaggio in Sardegna, ne visitai quasi esclusivamente le coste. Lo scopo era di prenderne fotografie che potessero servire a studi geologici. Il Ministero della Guerra e quello della Marina volevano profittare di quest'occasione per fare eseguire dei rilievi interessanti la difesa nazionale offrendomi, a tale scopo, una torpediniera, della quale però non potei servirmi, per ragioni mie particolari. Era invece a mia disposizione un Yacht,
II Trionfante, a bordo del quale, in compagnia di amici e di mio figlio, partii da Livorno con l'intenzione di prender terra al Golfo degli Aranci.

Il Capitano giudicò più utile gettar l'àncora alla Maddalena, e poco mancò non pagassimo a caro prezzo questa sua deliberazione, poiché un semaforo, presso il quale passavamo sull'imbrunire, sparò contro noi due colpi di cannone, fortunatamente a polvere e ce ne avrebbe inviato un altro a palla, se il capitano accortosi finalmente della dimenticanza, non avesse sollecitamente risposto ai segnali e fermato l'Yacht.

Sollecitamente è un' espressione che non corrisponde perfettamente alla situazione. L'Yacht sul quale eravamo imbarcati era di origime francese, da pochi giorni naturalizzato italiano. Il solo libro per le segnalazioni che esistesse a bordo era scritto in francese e nessuno dell' equipaggio, compreso il Capitano, conosceva quella lingua.

Eravamo noi passeggeri che servivamo da interpreti, ma a nostra volta, non conoscendo i segnali, avveniva un certo ritardo nella trasmissione, ritardo che se poco mancò ci fosse fatale alla Maddalena, fu causa di gravi complicazioni in altra occasione, come, a suo tempo, verrà accennato.Fornito di lettere del Ministro della Marina e del Ministro della Guerra, fu mia prima cura recarmi a ossequiare le autorità militari, per intendermi seco loro, circa le fotografie che sarei stato autorizzato ad eseguire nell'estuario.

Un sotto ufficiale m'accompagnò a Caprera. Visitando la tomba dell'Eroe nazionale, ebbi notizia che Donna Francesca Garibaldi avrebbe desiderato essere fotografata sulla tomba del Duce. Così potei eseguire varie vedute del cimitero famigliare, con Donna Francesca Garibaldi presso la tomba del marito e del figlio Manlio, nonché della casa di Garibaldi, di un masso
granitico posto in vicinanza del mulino, suo luogo di riposo preferito, e del pittoresco spiazzo entro il quale desiderava essere cremato.

L'accoglienza di Donna Francesca Garibaldi fu squisitamente cortese. Ebbi così modo di visitare tutta la casa di Garibaldi e in particolar modo la camera ove morì e le altre stanze, dove si conservano vari cimeli ed alcuni suoi intimi ricordi, ne Donna Francesca volle lasciarci partire senza prima averci regalato
alcune ciocche di gerani, colte sulla tomba dell'Eroe.

A bordo di una barca a vapore, per quanto sconsigliato dai competenti, volli visitare tutto l'estuario, e recarmi, doppiando Capo Figari, al Golfo degli Aranci, e alla Tavolara, per i Romani Bucina, fotografando questa isola nei più pittoreschi punti delle sue frastagliate coste. Fu nelle acque della Tavolara che avvenne la battaglia navale fra il console Cornelio e una squadra
Cartaginese ricoverata nel Golfo di Olbia (Terranuova), battaglia che terminò con la sconfitta della flotta Cartaginese e segnò il principio della decadenza del potere africano nell'isola.

Esaurirà la provvista del carbone e dell'olio, in balia del mare, non troppo tranquillo, per il vento di levante che ne sollevava i flutti, ebbi aiuti dal Capitano del Capterà, che mi provvide dell'occorrente per riprendere la rotta; ma non fu che dopo 12 ore di navigazione, dedicata in gran parte alla caccia, poco fortunata ma emozionante, di animali acquatici, e. all'esecuzione di poche fotografie, che digiuno, assetato e mezzo morto dalla stanchezza, potei rientrare a bordo dell'Yacht, mentre annottava, e i miei cominciavano a stare in angustie.

La costa dell'estuario della Maddalena, tutta frastagliata, è oltremodo pittoresca; il granito di cui è in massima parte composta, in alcune parti ha preso delle forme assai strane; ricorderò l'isola di Lu'nfarru, rassomigliante ad una città antica, devastata da convulsioni telluriche e più ancora Capo d'Orso che offre, come duemila anni fa, all'epoca di Tolomeo, l'aspetto di un orso bianco. La roccia granitica deve essere di una consistenza straordinaria, se più di venti secoli non sono bastati ad alterarne le forme. Lo schizzo qui riprodotto è tolto in parte da un'incisione del La Marmora e dagli appunti che ho potuto fornire a mio figlio Giorgio, che non mi accompagnava in quell'escursione.



Purtroppo le poche pittoresche vedute, prese nell'estuario, sono andate quasi tutte perdute. Sembra che in particolar modo interessassero la difesa del paese, e amore di patria me ne impose la distruzione.

 

Dalla Maddalena, costeggiando la parte settentrionale dell'isola, proseguimmo per Castelsardo e Portotorres. nel qual porto, gettata l'ancora, lasciammo al Capitano la cura di provvedere al rifornimento del bastimento, recandoci a terra, sia per visitare i monumenti interessanti che si trovano in quella piccola città, sia per iniziare alcune gite, che avevamo in animo d' intraprendere, nell' interno dell'isola.

Portotorres è costruita sopra l'antica città romana di Turris Ljbisonis.Vi si osservano interessanti costruzioni romane. La più importante è un ponte di pietra a sette archi, aucor oggi in ottime condizioni e sul quale passa la strada littoranea di Saline e del Capo. Su questo ponte potei eseguire il gruppo di alcuni proprietari di Tanche, nei loro pittoreschi costumi.

Presso il ponte, le rovine di un'altra costruzione romana : il Tempio della Fortuna, detto il Palazzo del Re Barbaro ricostruito nel 247 dell'era volgare. Una colonna antica, eretta da poco presso il porto, segna il termine della strada di Cagliari. All'estremità del paese, sopra una specie di terrapieno, si
inalza il tempio di S. Gavino, bella costruzione pisana dell'XI secolo. Il tempio venne convertito in fortezza al XVIII sec., adesso è stato liberato dalle costruzioni, che in quell'epoca vi furono addossate.

Sono state ripristinate lo due absidi al nord e al sud, ed è possibile ammirare, completamente scoperta, la decorazione pisana dei fianchi. Su quello a levante si apre la bella porta di architettura Eomanica-Aragonese, che vi fu costruita nel XIV sec., probabilmente da artefici Catalani. Anche l'interno
della chiesa è assai interessante : è a tré navate, divise da 28 colonne, tolte a monumenti antichi e probabilmente al Tempio della Fortuna, con il coro sopraelevato e una cripta contenente la tomba di S. Gavino, patrono della parte settentrionale dell'isola, e tre sarcofagi dei bassi tempi Romani.

L'arrivo del nostro Yacht ha desto la curiosità degli abitanti di Porto Torres. Alcuni domandano di visitarlo, e tra questi l'ufficiale telegrafico, col quale combino di fare il ritratto alla figlia, nel ricco costume di Osilo.
Una lettera del banchiereBondi, ci aveva già. permesso di stringere relazione con l'Ingegnere Martelli, il quale si pone a nostra disposizione per
una eventuale visita alla miniera di ferro della S'urra, della quale è direttore; intanto offre a mio figlio, che s'interessa di scienze naturali, una bella collezione di minerali, raccolti nella miniera. Questa è per ora poco accessibile: in attesa di un tronco ferroviario che la unisca a PortoTorres bisognerebbe recarvisi a cavallo, e 4 o 5 ore di questo mezzo di trasporto non mi alletta troppo.

Dobbiamo invece andare a Sassari e a Castelsardo. A Sassari ci vien detto esistere un buon servizio d'automobile, e contiamo approfittarne. Il piano prestabilito sarebbe di restare una giornata a Sassari e proseguire il giorno appresso, in automobile, per Castelsardo, ma arrivati a Sassari sappiamo che
per il giorno dopo non potremo avere automobili, e decidiamo profittare della vettura disponibile, per andare il giorno stesso a Castelsardo. Facciamo qualche provvista di commestibili, perchè difficile è trovare da mangiare in questi piccoli luoghi della Sardegna, a meno di non avere conoscenze. E conoscenze a Castelsardo ne avremmo avute, perché eravamo muniti di una
lettera del Dottor Corso pei suoi fratelli che risiedono appunto a Castelsardo, ma avendo posposto la gita, mancava il tempo di preavvisarli.

La passeggiata è assai amena. Nel primo tratto la strada passa in mezzo a poderi ben coltivati, e a uliveti assai rigogliosi, l'ultimo tratto si svolge iu riva al mare. Qui i terreni si trovano per la maggior parte incolti, ma la costa frastagliata è assai pittoresca, e molto pittoresco è Castelsardo, che, ancora circondato dalle vecchie mura e torri, ci si presenta assise su di un promon-
torio protendentesi a picco sul mare.

La torre, semi diruta, che osservasi sul primo piano della nostra veduta è la torre del Frisano. Il suo nome le deriva dal piccolo porto naturale che era assai frequentato al tempo della dominazione Genovese. Il promontorio, declinante verso il mare,e sul quale sta Castelsardo è formato quasi intieramente di tufo trachitico e di argilla pure trachitica.

Gli abitanti di Castelsardo, se possidenti, si occupano di coltivazioni e dell'industria del bestiame, il rimanente vive di pesca, e le donne si industriano a tessere dei cestelli con le foglie di palme selvatiche (Gìiame^pps 1iumilis} che crescono in abbondanza, anche in terreni presso che sterili posti in riva al mare.Questi cestelli, il cui fondo in generale è bianco gialliccio, colore naturale delle foglie di palma seccata, sono caratteristici per le figure stilizzate di uccelli, pesci, fiori, ed altre decorazioni ornamentali, intrecciate colle stesse foglie di palma, colorate in bruno.

Sull' altare maggiore della chiesa di Castelsardo è posto un bei quadro di Scuola Sarda, rappresentante la Vergine col Figlio,

un Domus de Gianas (Casa delle Fate) che per la curiosa forma presa dalla roccia, erosa dalla pioggia e dai venti, è conosciuto col nome di Elefante. C' inoltriamo sulla strada che conduce a Tempio. A distanza, la roccia granitica somiglia veramente a un colossale elefante e lo rappresenta mentre infuriato sembra fuggire innanzi ai cacciatori. I Domus de Gianas, sono escavazioni dei tempi neolitici, destinate a sepolture. Se ne conoscono molte, disseminate in rare regioni della Sardegna e specialmente presso Oristano e nella provincia di Alghcro. Nessuna, ch'io sappia, presenta le caratteristiche di quella di Castelsardo che, purtroppo, venne in gran parte abbattuta nella costruzione della strada. Così oltre ad una quantità di celle presumibilmente demolite, viene a mancare la porta ed il corridore che doveva precedere le rimanenti e che si osserva intatto nelle Domus de Gianas di Oristano e in quelle di altre località. Ma particolarità interessante e che non ho vista see'ualani in altre escavazioni del genere, è la decorazione che adorna mia di queste celle, forse la più piccola, quella che probabilmentr avrà dovuto contenere il cadavere di un capo tribù.

Una scorniciatura ricorre in alto e in basso per tutta la parete elissoidale della cella e, in mezzo a questa; dei bucranii e punte di frecce e di lance, come può vedersi dal disegno che ne ritrasse il pittore Spadolini, nostro compagno di viaggio. La macchina fotografica non potè essere adoperata, perchè a mala pena sarebbe passata dall'apertura, avrebbe occupato un troppo grande spazio e non sarebbe stato possibile tenerla in piedi, non avendo la cella, nel punto centrale più sfogato, di un metro e cinquanta di altezza.

I morti in generale venivano addossati alle pareti delle celle come stessero seduti in terra ancora occupati a ragionare degli interessi della tribù o a prendere i loro pasti. Oggi le celle dell'Elefante servono di rifugio ai viandanti sorpresi dalla notte o dalla bufera su questa strada provinciale ove manca, per chilometri e chilometri, ogni altro rifugio.

In prossimità della Domus de Gianas, è il nuraglie Paddaggiu, abbastanza ben conservato, di non troppa grande mole e certo inferiore ai nuraghi che vedremo a Torralba e ad Abbasanta, ma non meno interessante di questi e degli altri Nuraghi Sardi per la imponente massa formata dalla porta d'accesso. Gli archeologi hanno lungamente dissertato sull' uso cui avevano potuto servire queste costruzioni. Probabilmente case di Capi tribù e Sacerdoti, in tempo di g-nerra o di sorpresa nemica erano anche temporaneo rifugio alle popolazioni dei villaggi che dovevano raggrupparsi, in capanne di stipe e di terra battuta, attorno al nuraghe. In altri casi non erano che vedette destinate a segnalare l'avvicinarsi del nemico: forse vi si custodiva il fuoco
sacro, difficilmente e in casi eccezionali soltanto avran servito da sepolcri, perchè di questi si sono trovate abbondanti tracce nelle vicinanze dei nuraghi stessi.

Proseguendo per la strada di Tempio a qualche chilometro da Castelsardo trovasi Monte Rujo, a cui è legata una leggenda di amore e morte.Sulla vetta del Monte Rujo vedonsi ancora due grosse pietre che, da lontano, possono anche rassomigliare a un uomo e ad una donna. Due giovani, è la leggenda che parla, si amavano, ma l'odio esistente fra le due famiglie li separò; fu rinchiuso l'uno in un monastero di frati, l'altra in un convento di monache. Il giovanotto riesce una notte a fuggire e a rapire la ragazza dal vicino convento, portandola su Monte Rujo. Una terribile bufera si scatenò, e la folgore cadendo, investì i due innamorati cangiandoli nelle due pietre, che resistono ancora all'infuriare degli elementi.

I costumi di Castelsardo, ali' opposto di quelli della vicina Osilo, Sennori e Ploaghe, sono molto semplici. Fotografata una bella ragazza, e congedatici dalla famiglia Corso, dopo aver fatto acquisto di panieri e vassoi di palme, ri-
partiamo per Portotorres.

Tornati a bordo del nostro battello, sappiamo che la mattinadopo sarà fatta una mattanza alla tonnara calino presso l'estrema punta Nord-Ovest della Sardegna, in prossimità dell'Asinara. Non vogliamo perdere l'occasione di assistere a così interessante pesca e riminziando a visitare Sassari ed altri luoghi della parte settentrionale, dell'isola, diamo disposizioni, porcile, alla levata del sole, sia ripresa la navigazione.

Anticamente le tonnare erano presso che tutte situate sulle coste spagnole, ma i tonni cambiarono rotta, e nel secolo passato abbandonarono la Spagna per la Sardegna. I pescatori spagnoli li seguirono, e le tonnare furono stabilite sulle coste Sarde. Ora sembra che i tonni vogliano di nuovo cambiare strada. Per lo meno non si fanno più le grandi mattanze che davano, pochi anni
or sono, fino a mille tonni ciascuna. Alcune tonnare si sono già chiuse, il provento di altre è sensibilmente diminuito. Quest'annata non è molto promettente ; dal 1° di Maggio, giorno di inaugurazione della pesca, è questa (2 giugno) soltanto la quinta mattanza, e non si annunziano che 300 tonni. Lo stabilimento della tonnara è posto vicino ad un paesello chiamato Stintino,
nato solo da 25 anni per comodità dei pescatori, che vi risiedono
con le loro famiglie.

Trasbordiamo su di un piccolo vapore appartenente alla tonnara, non essendo possibile avvicinarci alle reti col nostro Yacht.Siamo arrivati al momento propizio. Già i tonni sono stati introdotti nella così detta camera della morte, della quale vediamo chiudere la porta. Le grosse reti, inquadrate dai battelli dei pescatori, vengono lentamente alzate. Dopo circa un'ora di manovra cominciamo a vedere i grossi pesci sguazzare alla superficie dell'acqua. I pescatori, levando in alto i roncigli, intonano una preghiera, meglio una nenia dall'intonazione tutta orientale. Il Keis, o capo della ciurma, da l'ordine, e tutti si precipitano con i lunghi raffi contro i pesci che si dibattono facendo spu-
meggiare le acque in breve arrossate dal loro sangue. I pescatori s'incitano a vicenda con alti gridi e larghi gesti; sembra di essere discesi, con Dante, nella bolgia infernale:

( poi l'addentar con più di cento raffi »

Le povere bestie, uncinate da due, tre, quattro raffi, vengono a fatica tratte a bordo, e han le viscere dilaniate come i peccatori della quinta bolgia.L'odierna pesca non è molto produttiva : 275 tonni, alcuni dei quali abbastanza, grossi, e un pesce spada, la cui arma ci viene regalata per ricordo.

Approdiamo allo stabilmente della tonnara ; il prete di Stintino, molto gioviale e alla buona, viene a farci gii onori di casa. La continua permanenza alla tonnara, in mezzo alla lavorazione del tonno, non lo ha reso precisamente un modello di pulizia. Bene a ragione potrebbe dirsi di lui ch'egli è veramente... l'Unto del Signore...

Assistiamo allo sbarco del pesce, al quale già sono stati tolti gli intcriori di spettanza e maggior utile dei pescatori. La prima operazione cui vien sottoposto il pesce, non appena arrivato sotto le tettoie dello stabilimento, è la decapitazione eseguita a mezzo di un' ascia. — II pesce vien poi lavato e per
quanto grosso possa essere — ve ne sono alcuni che oltrepassano i due quintali — è caricato sul dorso di un sol uomo che con abile mossa delle spalle, riesce ad agganciarlo, a mezzo di un nodo scorsoio passato alla coda, agli arpioni disposti su traverse sotto le tettoie stesse. Il pesce resta così appeso per 24 ore ad asciugare. Vien poi lavato, spezzato, bollito in acqua, di
mare, quindi chiuso in bariglioni e scatole e spedito sul continente.

I pezzi scelti, quali la ventresca, o sorra, essendo maggiormente apprezzati, vengon separati dagli altri e venduti, naturalmente, a un prezzo superiore.Tornati al nostro Yacht, mentre attacchiamo vigorosamente
una tarda colazione, resa più copiosa da uova di tonno che la tonnara ci ha fornite, viene alzata l'ancora, e il viaggio prosegue, costeggiando l'Asinara, della quale occorre doppiare il capo,non essendo possibile al nostro Yacht, che pesca troppo, passare attraverso lo stretto fra l'isola Piana e l'Asinara stesso.

Anche le fotografie dell'Asinara sono poco favorite dalla sorte. Non vedo se non rocce schistose e granitiche che forse possono interessare il geologo : lo Stato Maggiore trova invece nelle mie fotografie un qualche pericolo per la difesa dello Stato,ed io sacrifico anche queste sull'altare della patria.

All'imbrunire, doppiato il Capo Caccia, entriamo a Porto Conte, e gettiamo l'ancora in quell'ameno golfo, ottimo porto naturale, al riparo dei venti, eccezion fatta por quelli di mezzogiorno, che impediscono qualche volta l'uscita dal golfo ai piccoli bastimenti che vi hanno trovato rifugio.

A Porto Conte si trovano varie grotte naturali. Particolarmente interessante è quella posta sotto il Capo Caccia, e conosciuta col nome di Grotta di Nettuno. Non ha altro accesso che dalla via del mare e non è prudente recarvisi che nell'estate, a mare perfettamente calmo. Abbiamo sentito poi ad Alghero di comitive che vi si sono trovate rinchiuse per 6 o 7 giorni. Il mare
adesso non è perfettamente tranquillo, e noi ci accontentiamo delle varie descrizioni che di tali grotte .-.i trovano nel La Marmora e in tutti i libri che si occupano della Sai'degna, La mattina all'alba proseguiamo per Alghero.

Sfuggiti al cannoneggiamento dei forti della Maddalena, eravamo ben lontani dal prevedere che altri incidenti eroicomici dovessero turbare il nostro viaggio. Scesi nella lancia del nostro Yacht, per andare a prendere pratica alla capitaneria, ci vediamo avvicinare da una barca, a bordo della quale si trova lo stesso Capitano del porto, che, assicuratesi della presenza fra i gitanti
di un certo Comm. Alinari m'invita a seguirlo nel suo ufficio.


Egli chiude la porta alle mie spalle, chiude anche le finestre, sicché debbo ritenere che l'affare si faccia grave, grave assai, e che non debba tardar troppo a lasciare l'ufficio della capitaneria, a essere strappato dal troppo comodo alloggio che offre l'Yacht, per cambiarlo con quello certo meno apprezzabile che può offrire la prigione mandamentale di una piccola Sortoprefettura Sarda.

Infatti dopo molte tergiversazioni, vengo a sapere che sono incolpato di contrabbando: e che contrabbando! Dal Ministero dell'Interno è giunto alla Prefettura locale l'ordine di perquisire l' Yacht, che, sotto le mentite apparenze di turismo e di fotografia, tenta un contrabbando di parecchi milioni in oggetti dì belle arti. Rìsum teneatis !

Ci è facile dimostrare che non abbiamo contrabbando, più difficile provare che non lo tentiamo ; ad ogni buon fine, il cortese Comandante, anche per mettere in salvo la sua responsabilità, ci accompagna per ogni dove, assiste alle nostre operazioni fotografiche, e anche alla modesta colazione, presa in una ancor ben più modesta locanda, e ci riaccompagna a bordo, lavandosi
le mani come Ponzio Filato.

Alghero è una ridente cittadina, tutta scaglionata in riva al mare, attorno al suo porto, non molto riparato dai venti, ne sicuro da correnti. Era cinta da mura e da bastioni pittoreschi ed anche di un certo interesse storico, che si stan demolendo con frenesia e senza apparente utilità.

Ormai delle torri, delle mura, dei bastioni Genovesi e Catalani non restano che pochi informi avanzi che non trovo degni di essere fotografati, ma che l'amico Spadolini illustra, con un bei disegno.Dell'epoca della dominazione Spagnola, così nefasta all'isola, Alghero possiede un'interessante costruzione, la porta ispano-gotica, sopra la quale s'inalza il campanile della cattedrale,
ancor esso buona costruzione del principio del XVI sec. Altre chiese, poco importanti, si vedono nella cittadina e nei dintorni, nuraghi e Domus de Gianas che non abbiamo il tempo di visitare.

Proseguiamo la navigazione ; costeggiando Capo Caccia, così interessante per la sua formazione geologica. Ne prendiamo varie fotografìe e interessati nel nostro sport, non vediamo, se non troppo tardi, i segnali che ci vengono fatti dal soprastante semaforo.Tentiamo rispondere e ci sembra essere stati intesi, ma intanto l'Yacht si allontana e non abbiamo motivo d'allarmarci, perché nessun colpo di cannone risuona alle nostre spalle.


Passiamo al largo di Oristano che ci ripromettiamo di visitare in altra
occasione. Intravediamo appena le coste che formano il golfo di Gonnesa, passiamo fra Portoscuso e la punta settentrionale dell' isola di S. Pietro, rasentiamo l'isola Piana, ove è un' importante tonnara. e gettiamo finalmente 1' àncora nel golfo di Carloforte.Il mare è un po' mosso. Il Capitano si è ancorato a qualche distanza dal molo : a stento la nostra piccola imbarcazione arriva a deporci a terra. Visitiamo la città, abbastanza pulita, divisa a scacchiera da strade assai regolari, fiancheggiate da case pulite e abbastanza pittoresche. Ci arrampichiamo fin sull'antico castello, della cui costruzione resta ben poco. Vi si gode un bel panorama della città, delle vicine saline, fino al piccolo castello, stazione di osservazioni magnetiche.

Il costume delle donne di Carloforte è abbastanza pittoresco. Riusciamo con fatica a riprodurre un gruppo di ragazze, che tornano dall' avere attinta acqua alla fonte. La curiosità dei ragazzi c'impedisce di fare altre fotografie. A malincuore rinunziamo a riprodurre un caratteristico carro a ruote piene,trasportato da un magnifico paio di buoi, e condotto da un isolano, vestito del suo pittoresco costume.

L'Isola di S. Pietro fu poco abitata sotto i romani; restò deserta per molti secoli e tornò ad essere abitata soltanto nel 1737, essendo stata, in quell'epoca, accordata in feudo, col titolo di ducato, al Marchese della Guardia, a condizione che egli vi trasportasse quegli abitanti dell'isola di Tabarca, che volevano fuggire la vicinanza dei Tunisini. La piccola colonia
prosperò in poco tempo. Alle capanne che servirono d' abitazione ai primi coloni, furono ben presto sostituite le case dell'attuale borgo che, da Carlo Emanuele III, protettore della Colonia, prese nome di Carloforte. La statua di questo sovrano è inalzata in prossimità del porto e può vedersi ali' estremità.
sinistra della veduta che riproduco.

Carloforte nel 1798 fu sorpresa dai Corsari Tunisini, i quali fecero buon numero di prigionieri e non partirono se non dopo aver devastata la piccola città. I prigionieri portati in schiavitù a Tunisi non poterono esser riscattati che solo dopo cinque anni, mercé l'intervento di Napoleone Bonaparte.

È soltanto a mezzo di una barca da pesca che riusciamo a ritornare a bordo. Intanto si è sparsa la voce in paese, che il nostro Yacht, sia quello sequestrato al Sultano. Si accosta al nostro bordo una barca carica di signore e di signorine che ci fanno domandare di visitare l'Yacht. Consentiamo volentieri. È una comitiva venuta a Carloforte, per assistere a una mattanza
che lo stato del mare non ha permesso. Vi sono persone provenienti da Teulada, da Calasetta, da Sant'Antioco, da Porto Vesme, e di Carloforte. Facciamo gli onori di casa, resi più difficili dalla scarsità delle nostre provviste, e promettiamo restituire la visita in occasione di escursioni a Teulada, e ad altre località dell'isola.

Riprendiamo la navigazione, costeggiando Pisola di S.Pietro.C'interessano le belle rocce trachiticlie che si vedono all'estremità dell'isola. Primo è uno scoglio a forma di cono, poi due colonne che sembrano avanzi di un colossale tempio romano, sprofondato nel mare. Su una di esse dicono nidifichi l'aquila, ma non riesco a distinguere il preteso nido del re dei volatili.

In una veduta pubblicata dal La Marmora nel suo Voyage en Sardaigne le due colonne tutt'ora esistenti sembrano circondate da altre sei colonne profilantisi nella roccia a picco sul mare. Queste colonne, che dovevano formare un colpo d'occhio del migliore effetto scenico, più non esistono. Devono essere state abbattute dagli scalpellini che sfruttavano la cava fino dai
tempi del La Marmora, il quale ci fa sapere die questa pietra di ottima qualità, era conosciuta anche all'estero sotto il nome di pietra di S. Pietro e che serviva più specialmente alla pavimentazione di vestiboli e di magazzini.

Passiamo al largo di Sant'Antioco, isola congiunta alla Sardegna da un ponte Romano. Ci riserviamo visitarla in escursione da Cagliari. Doppiato il Capo dello Sperone, estremità meridionale dell'isola. di Sant'Antioco, ci avviciniamo agli isolotti o scogli che, dalla loro forma, prendono il nome di Vacca, Vitello e Toro. Questi isolotti formati da conglomerati di rocce ignee
sono quasi inaccessibili; sono soltanto frequentati da foche, vi nidificano molti uccelli acquatici e una specie di falco che il La Marmora chiamò falco Eleonorae, in onore della principessa Eleonora d'Arborea, che nel suo famoso codice, conosciuto sotto il nome di Carta De Logu, decretò un'ammenda per chi avesse snidato quest'uccello, che serviva alle cacce dei principi. Passiamo quindi in vicinanza del capo Teulada, estremo punto
meridionale della Sardegna, al capo Spartivento, e mentre annotta, entriamo nel golfo di Cagliari, e andiamo ad ancorarci nell'avamporto di quella città.

Qua un'altra sorpresa doveva attenderci. Al nostro arrivo ci vediamo circondati da imbarcazioni dipendenti dal comando del porto ; un capitano ed altri ufficiali salgono a bordo e c'intimano di consegnare, d'ordine superiore, tutte le lastre fotografiche impressionate durante il viaggio. Non valgono le proteste nè l'esibizione delle lettere ministeriali che ci autorizzano a prendere fotografie delle coste Sarde; occorre fare di necessità virtù,ed eseguire, con le debite riserve, la consegna del materiale.

È il semaforo di Capo Caccia che non sodisfatto delle spiegazioni fornite dai nostri tardi segnali ci ha dato la caccia fin qua ed è arrivato a coglierci.Intanto il Capitano del nostro Yacht, non trovandosi al sicuro all'ancoraggio scelto, fa alzare le àncore per addentrarsi nel porto; ma è notte fatta, non si distinguono facilmente i fanali che segnano l'imbocco del porto tanto che finiamo per andare a cozzare contro la gettata senza, fortunatamente, riportare danni tali da compromettere la stabilità della nostra casa galleggiante.

Cagliari, dalle strade strette e tortuose che la proteggono. solo in parte, da caldi intensi e da venti quasi costanti, si arrampica sulla collina in cima alla quale è il quartiere Castello così nominato dal Castro, eretto dai Pisani. In questo quartiere sono gli edifici più importanti: la Cattedrale (S. Cecilia),
terminata dai Pisani nel 1312, con le interessanti porte e all' interno l'ambone che Guglielmo d' Inspruck aveva eseguito per il Battistero di Pisa.

Questo pulpito o ambone, ora diviso in due parti e collocato all'interno della
chiesa, ai due lati della porta maggiore, sembra fosse piazzato nell'antica chiesa pisana, vicino alla terza colonna di destra. I quattro magnifici leoni, così energicamente scolpiti, che si trovano a decorare la scalea che porta all'altare maggiore, sostenevano le quattro colonne di marmo, sulle quali
poggiava il pulpito. Qualche autore parla anche di colonne tortili ed è probabile che una colonna tortile, poggiata su qualche figurina inginocchiata di penitente o sostenuta da un angiolo o da altro leone, sorreggesse il centro del pulpito o piuttosto terminasse la decorazione dell'opera insigne. Ma nè delle colonne nè della figurina o dell'angiolo si conserva traccia nella chiesa.

Questa, minacciante rovina, venne pressoché completamente riedificata nel XVII sec., e dell' antica costruzione, oltre alle porte già citate, non restano che due cappellette di eccellente stile gotico, poste ai lati del coro e pressoché completamente nascoste dalle barocche superfetazioni.

Nel tesoro, conservato nella sagrestia della chiesa, si osservano alcuni
reliquiari e una croce processionale gotica, un piatto della scuola Celliniana, ed altri oggetti di meno valore.Interessante è anche la cripta e l'altare maggiore col suo tabernacolo in argento, opera del XVII secolo.

A poca distanza dalla Cattedrale è il Museo d'antichità. Vi si conservano frammenti di sculture romane, scoperti negli scavi di Sulcis e di Tharros; bronzi e pietre incise rinvenute in nuraghi o in antiche tombe, ed anche qualche pittura interessante, trasportata qui da chiese della città o della provincia, espressioni, alcune assai interessanti, di arte sarda o catalana dal XV al XVII sec. Soprattutto degno di essere osservato il polittico dell'Annunziazione, proveniente dalla chiesa di S. Francesco di Stampace, opera di un Giovanni da Barcellona, che lavorava alla fine del XV e al principio del XVI sec.

Ebbi la fortuna di trovare nel Museo, all'epoca del mio secondo viaggio in Sardegna, il polittico della chiesa di Sanluri e ne potei riprodurre dei frammenti, quali il S. Eligio, parte centrale del polittico, opera di scuola sarda del XV sec. ; i due santi Sebastiano e Uberto, di scuola sarda del XVI sec., e un particolare della predella, con storie della vita di S. Elig'io, opera di
scuola catalana della fine, del XV secolo.

Cortesissimi, l'illustre Prof. Taramelli, il Prof. Nissardi, il Dott. Aru, avrebbero posto a mia disposizione l'intero Museo, ma il tempo ristretto, la stagione contraria e le mie poco buone condizioni di salute, che vennero a chiudere innanzi tempo quella seconda escursione incominciata sotto i più lieti auspici, m'impedirono di profittarne.

Vicino al Museo, sul versante della collina in vista del golfo, è l'Anfiteatro Romano, i cui gradini sono in gran parte scavati nella roccia. Nel quartiere Castello sono due torri ; la più importante per la sua maestosità è quella dell'elefante, costruita sotto i Pisani, nel 1200, da un architetto chiamato Giovanni Capula.Tanto questa torre quanto l'altra di S. Pancrazio, sono state restaurate recentemente.

Il quartiere di S.Avendrace è composto quasi esclusivamente di case a un sol piano, allineate a due lati della strada provinciale e abitate da famiglie di marmai e pescatori.Unica curiosità esistente ili questo quartiere sono le numerose tombe romane scavate nella collina e costituenti la necropoli occidentale dell'antica città di Carales.

Alcune di queste grotte, esplorate in tempi remoti, servono d'abitazione a povera gente, altre sono state più razionalmente esplorate in giorni a noi più vicini e il materiale trovatovi è stato depositato al Museo di Cagliari. Restano ancora da esplorare numerose grotte, ma, a quanto dicevami il Prof. Taramelli, il materiale che in generale vi si trova, non franca la spesa dello
scavo, sicché si lasciano le cose come stanno, finché non capita per avventura in Cagliari un qualche personaggio per il quale allora si apre una tomba, sicuri di trovarvi qualche vaso, qualche statuetta votiva, qualche amuleto o pietra incisa, uguale o simile alle numerose suppellettili già raccolte nel Museo, ma la cui scoperta non manca di impressionare favorevolmente il personaggio per il quale la. tomba è stata aperta.

Fra queste tombe una sola è assai interessante. Essa trovasi al livello della strada provinciale, dalla quale non è separata che da un cancello in ferro. Pochi debbono recarvisi a visitarla, perché a noi fu difficile trovarne la chiave, e più difficile ancora farla agire nella serratura, talché volendo assolutamente entrare nel recinto per eseguire fotografie del monumento, dovemmo finire per sbarrarne il cancello, lavoro che ci costò una qualche
fatica, non avendo pratica in simili operazioni.

Il La Marmora assicura doversi a lui la conservazione del monumento. Alcuni scarpellini avevano già demolita la grotta vicina, per estrarne la pietra che è di ottima, qualità, e si accingevano ad attaccare anche questa grotta. Il La Marmora potè fare intervenire a tempo l'autorità del viceré e il monumento fu salvo. Ciò accadeva nel 1822.

La facciata della grotta doveva somigliare a un piccolo tempio, sopraelevato di poco dal circostante terreno. Vi si doveva accedere a mezzo di due o tre scalini, tagliati nella roccia. Il La Marmora ritiene che alcune colonne, pure intagliate nella roccia, sostenessero l'architrave. L'esame dei piccoli capitelli tuttora esistenti, farebbe credere piuttosto che le colonne fossero di bronzo ed altra decorazione in bronzo arricchisse il monumento,come costumavasi in quell'epoca. Sul frontone è un triangolo entro al quale sono intagliate tre rosette; lateralmente si vedono scolpiti due serpenti, ed è da questi che il monumento ha preso il nome di Grotta della Vipera.

Essa fu il sepolcro della famiglia dei Longini, al quale si connette una pietosa storia di amore coniugale. Cassio Filippo, figlio di Cassio Longino, raggiunse in Sardegna il padre, esiliato da Nerone. Si ammalò gravemente; giunto in punto di morte la moglie Atilia Pomptilla, offrì la sua vita in olocausto agli Dei per riscattare la vita del marito. Cassio Filippo guarì, e mentre era ancora convalescente, Atilia cadde subitamente ammalata e morì. Il marito inconsolabile, fece scavare la grotta della quale ancor oggi si vedono gli avanzi.

Varie iscrizioni si osservano ancora, in gran parte mutile, sulle pareti della tomba. Molte sono in latino, qualcuna in greco, fra queste tento tradurne una che ricostituita dal Le Bas fu trascritta in francese nell'opera del La Marmora, già varie volte citata.

« Che le tue ceneri, o Pomptilla, fecondate dalla rugiada,
si trasformino in gigli e in verde fogliame entro al quale brille-
ranno la rosa, il profumato zafferano, e l'imperituro amaranto.

Possa tu apparire ai nostri occhi come il fiore della bianca
primula, cosicché all'uguale dei narcisi e dei giacinti, sia oggetto
di eterne lacrime e ricordi il tuo nome alle future generazioni.
Quando Filippo sentiva già la sua anima abbandonare la spoglia
mortale, e che già le sue labbra si appressavano alle acque del

Lete, tu ti sacrificasti, o Pomptilla, per uno sposo spirante, e
riscattasti la sua vita al prezzo della tua morte. Così un Dio ha
rotto una sì dolce unione; ma se Pomptilla si è sacrificata per
riscattare la vita di uno sposo adorato, Filippo rimpiangendo
una vita conservata a così caro prezzo, domanda ardentemente

agli Dei di poter riunire al più presto la sua anima a quella
della più tenera delle spose. >>

 

Ma le notizie che ci giungono da Firenze ci costringono ad abbreviare il nostro soggiorno a Cagliari e a rinunziare, quasi del tutto, ad escursioni nell'interno. Occorre riprovvedere il nostro Yacht di carbone, operazione che richiederà due giorni di tempo: ne approfittiamo per una escursione a Monteponi, Iglesias. Sant'Antioco, Teulada. In tutte queste località troviamo simpatiche accoglienze. Ci faciliteranno la visita ai monumenti. Ci provvederanno costumi e quanto meglio potremo desiderare in una nuova gita in Sardegna, gita che ci auguriamo prossima poiché veramente siamo incantati dei bei luoghi e degli ameni paesaggi che abbiamo potuto intravedere.

L'ultima escursione ha per oggetto un nuraghe che esiste sulla strada di Muravera. Mi si dice benissimo conservato, e intendo fotografarlo. E l'automobile corre veloce per una strada bellissima scavata nelle rocce, a picco su torrenti che fanno gorgogliare le loro acque cristalline, ai piedi di oleandri fioriti e traversando giardini di aranci e di limoni che c' inviano il loro
acuto profumo. Il monte Sette Fratelli e Monte Acuto, con i loro contrafforti, degradanti in colline, che vengono a morire nei fiumiciattoli, si offrono a sfondo dell'incantevole paesaggio.Ma la vallata, si allarga, e con essa la strada provinciale che ha tagliato una parte della substruzione del nuraghe Soro.

Esso per la sua costruzione è completamente differente da quello veduto a Castelsardo. Forse l'interno ne è troppo danneggialo, mentre l'esterno è di quello più completo, ma non riesco ad immaginare come mai abbia potuto servire d'abitazione ; ma abitazione probabilmente è stato anche il nuraghe Soro e, posto nel mezzo alla vallata facilmente difendibile, si comprende be-
nissimo come ai suoi piedi potessero con tutta sicurezza raggrupparsi le capanne dei primi abitatori della Sardegna.

L'ora è già avanzata quando rientriamo in Cagliari. Il caricamento del carbone è compiuto, l'Yacht ha già fatta anche la sua toilette sicché diamo l'ordine della partenza, nonostante il mare sia piuttosto agitato, e spiri un vento di ponente poco tranquillizzante. È l'ultima notte che passeremo in mare. La crociera è durata 20 giorni e gli elementi si sono portati, fino ad ora, abbastanza bene. È tardi quando vado a letto. II Capitano ci ha fatto sup-
porre che all'altezza delle Bocche di Bonifacio avremo una forte
mareggiata.

A notte inoltrata mi sveglia un forte rullìo accompagnato da strani rumori, che si producono sopra coperta. In pigiama salgo sul ponte. Alte ondate vengono a infrangersi contro il bastimento e lo ricuoprono di spuma. I cannoncini che stavano sul ponte hanno rotto gli ormeggi e vengono a sbat-
tere contro il bordo. Pur non offrendo grave pericoli occorre provvedere e tentare d'incatenare o rovesciare le piccole catapulte. Un'ondata più forte investe il cuoco che si era azzardato attraversare il ponte e lo rovescia. È momento emozionante che rasenta il drammatico.

Ma finalmente le Bocche di Bonifacio sono oltrepassate; il mare non è più così agitato e anche il vento sembra calmarsi. È l'alba ; poco ce n'accorgiamo essendo immersi in folta nebbia. È solo la bussola che ci guida, ma non sapendo, a causa, della burrasca, quanto cammino abbiamo fatto, occorre andare avanti lentamente facendo risuonare continuamente la sirena. Un falco, sbattuto dalla tempesta, non riuscendo a discernere terra, viene a posarsi sul più alto albero della nave. È forse la principessa Eleonora d'Arborea che manda uno dei suoi falchi prediletti a ricordarmi la promessa di una visita al suo Giudicato?Gli istinti belligeri dei cacciatori si risvegliano : la povera bestia è accolta a fucilate e fugge. Ma, stanca o ferita, torna sulla
nave, e un colpo ben diretto la fa cadere ai nostri piedi, ed essa forma insieme ad alcune ali e qualche testa di .gabbiano, l'unico trofeo cinegetico che portiamo a ricordo della nostra crociera.

La nebbia si dirada : vediamo Montecristo, la Pianosa, l'Elba, con le altre isolette dell'Arcipelago Toscano, e la ben conosciuta costa del continente, da Castignoncello all'Antignano, dall'Antignano a Livorno. È già notte fatta, quando, dopo lunga manovra, riusciamo a gettar l'ancora nel porto, che ci ha
visti partire venti giorni prima. E' troppo tardi per scendere a terra, ma non ci preoccupa affatto un'ultima notte da passare a bordo. La notte trascorsa è stata troppo dura. Nella calma dell'acque portuali, e in piena sicurezza, 10 o 12 ore di sonno ristoreranno le nostre forze. Nè vale a tenerci desti il desiderio intenso di rientrare nelle nostre case.

26 Maggio-12 Giugno 1913.

Fine primo viaggio


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>>Secondo viaggio>>


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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