Appelli

Coloni italiani in Libia

Allo scoppio della guerra 40-45 in Italia si trovavano da pochi giorni centinaia d bambini e ragazzi ospiti delle colonie marine che il governo aveva requisito allo scopo di offrire una vacanza di l mese ai figli dei contadini che Mussolini aveva mandato in Libia a colonizzare quei deserti. Forse fu una manovra per preservare quei giovanissimi dagli orrori della guerra che sarebbe scoppiata dopo pochi giorni dal loro arrivo oppure nessuno dei potenti dava il minimo significato al fatto che i figli sarebbero stati tagliati fuori da ogni contatto coi genitori per tutta la durata della guerra...
La verità non la sapremo mai.
Quei ragazzi erano stati accompagnati da un gruppo di "massaie rurali" che rimasero con loro fino all'arrivo della pace.
Il partito invitò delle maestre a recarsi nelle colonie al mare in qualità di vigilatrici, per la durata di un mese. Quel mese per me diventò un anno, e per liberarmi da quell'impegno troppo gravoso, ricorsi ad una persona amica che..conosceva bene una Medaglia d'oro a Trento. Fui convocata dal federale che volle sapere come e perché volevo ritirarmi. Non ricordo quale motivo addussi, l'importante per me era lavorare nella scuola ed anche poter aiutare coi miei guadagni la mia famiglia. Le altre colleghe rimasero con i piccoli profughi per anni, qualcuna fino al l945.
Io mi ero diplomata da una anno e non avevo lavoro, accettai di recarmi ad Igea Marina, alla Colonia Trento.
Non avevo nessuna esperienza di ragazzini, e come me altre giovanissime colleghe, ed accettai quell'offerta di lavoro che avrebbe dovuto durare un mese.
Da Roma giunse l'ordinanza di non procedere più a dare il cambio alle vigilatrici che venivano considerate militarizzate (mi sembra questa la parola che fu usata allora).
Dal mese di settembre l940 al mese di marzo del 194l rimasi nella colonia Trento, dopo tale periodo fummo trasferiti alla colonia di Cambriai sulla montagna che sovrasta Trento, perché la colonia marina serviva al ricovero di soldati italiani che sul fronte albanese avevano sofferto di congelamento agli arti.
Arrivammo a Cambriai per S. Giuseppe e ci trovammo la neve.
Noi vigilatrici, le massaie rurali e duecentocinquanta ragazzini fummo riuniti ad un altro gruppo. Se ricordo bene, tra adulti e bambini eravamo seicento persone.
Al mio arrivo in colonia mi fu affida un gruppo di ventiquattro piccoli, qualcuno aveva cinque ed anche quattro anni, in seguito mi furono affidati dei ragazzini un po' più grandi, sui dieci anni ed in entrambi i casi ci furono di grande aiuto i capi-squadra, generalmente fratelli di bambini della squadra.
I ragazzi erano in gran parte figli di "coloni" provenienti dalla pianura padana ma c'erano anche i figli di gente del sud.
Forse l'ho fatta un po' lunga questa storia e tuttavia spero che qualche amico del sito-internet si riconosca in quei ragazzi a continui a leggere perché per me è molto importante.
Di quel periodo da me trascorso coi ragazzi profughi mi è rimasta una sola, piccola fotografia.
che, con l'aiuto dei miei parenti giovani, pratici di queste cose, metterò sul sito aperto col mio nome e col mio cognome di ragazza, forse il caposquadra si ricorderà di me.
Mi sento in dovere di chiedere ai ragazzini di allora perdono per certe mie mosse nei loro confronti:
ho commesso degli sbagli e me ne pento amaramente. Per farmi perdonare posso dire che ero molto giovane, colla testa piena di cose di libri e nessuna esperienza diretta di quello che è un ragazzino.
Anche alla massaie rurali va il mio pensiero. Loro furono l'unico legame che quei bimbi ebbero con persone in qualche modo più vicine a loro negli anni dell'amara separazione dalla famiglia.
Durante la giornata noi signorine avevamo la responsabilità dei piccoli: dopo cena li accompagnavamo nelle camerate e passavamo la mano alle massaie rurali che dormivano in stanzette adiacenti alle camerate.
E certi appunti che loro facevano a noi giovani inesperte e piene di presunzione, erano sacrosanti.
Alcuni dei ragazzi, verso gli ultimi anni di guerra divenne abbastanza grandi da vedersi profilare la minaccia di dover combattere per la Repubblica di Salò, ma le persone responsabili ricorsero a sotterfugi e quel pericolo fu scongiurato.
Queste ultime notizie le ho sapute da una collega che rimase con quei ragazzi fino al termine della guerra quando essi poterono ricongiungersi alle loro famiglie, dopo cinque anni di amara separazione.
Tutti quei ragazzi sono ormai nonni, come lo sono io.
Dai ragazzi più grandi e noi giovani vigilatrici ci correvano soltanto cinque, sei anni!
Spero che la vita abbia insegnato loro a perdonare, lo spero proprio, ne ho bisogno per andare più serena verso la conclusione della mia esistenza.
Termino col dire che le tamerici piantate con tanta fatica dai coloni italiani per contrastare il dominio della sabbia portata dal vento, e di proteggere così le coltivazioni,da molto tempo sono
scomparse: le semplici abitazioni costruite ed abitate dai coloni italiani sono ruderi abbandonati agli animali del deserto che ne hanno fatto loro rifugio e dimora.
A fine guerra ci fu poi la violenta cacciata degli italiani dalla Libia ma il tempo renderà giustizia riguardo ai tentativi fatti dai coloni italiani per rendere produttivo un territorio desertico, e credo che il loro esempio prima poi sarà apprezzato ed imitato.

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Coloni italiani in Libia
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