Mauro
Corona
Mauro Corona, superstite della tragedia del Vajont, scultore, scalatore
e scrittore. Passando di mano in mano è arrivato fino a me un
libro che mi ha molto commossa.
L'autore è un cittadino di Erto, paesino che s'affacciava sulla
valle del Vajont prima, sul lago artificiale poi, e che s'affaccia ora
sulla valle ricuperata ma ormai desolata.
Qualche anno dopo il crollo della diga, mio marito , io e due figlioletti
ci recammo in pellegrinaggio sul luogo della grande tragedia.
Ricordo la desolazione del poverissimo paese: le case vuote, vegetazione
inselvatichita. Nemmeno un abitante era rimasto sul luogo sfuggito per
un soffio alla valanga d'acqua.
No so come, non seppi delle iniziative svolte alcuni anni fa per commemorare
l'orribile evento, di un memorabile filmato e di interventi in t.v..
Attraverso il libro di Mauro Corona, ho rivissuto con la memoria quei
giorni di lutto.
Ma molto altro ho trovato nel libro, testimonianze della durissima vita
dei montanari e dei cavatori di pietra di quell'epoca di credenze ormai
dimenticate, di conoscenza profonda delle creature che accompagnavano
la vita dei paesani di allora, piante ed animali.
Quale sorpresa per me leggere che ruvidi montanari parlavano non solo
con le piante ma anche con gli alberi, come si impara che fanno i pellerossa
ed altri popoli che vivono vicini alla natura, che la conoscono, che
la capiscono, la rispettano, non la derubano, non le usano violenza.
Uno dei montanari che abbatteva un albero per usarne il legno da scolpire,
lasciava la pianta abbattuta giacere davanti a lui per un giorno intero:
Fumava, pensava, la tastava, voleva conoscerla bene prima di cominciare
il lavoro ed anche farla "soffrire" il meno possibile, limitando
i tagli all'indispensabile.
Un contadino non voleva cedere i suoi pochi prati, il bosco ed un'esile
sorgente d'acqua
ai denti della ruspa che spianava per i lavori della futura diga: si
sdraiò davanti alla ruspa e così rimase due ore, dopo
di che fu preso dalla 'forza pubblica' e portato via.
Delle genti di quelle montagne conoscevo fin dall'infanzia le donne
vestite di nero che giravano per città e paesi a vendere gli
oggetti in legno fatti dai loro uomini. Vendevano anche scarpette di
tela nera, tomaio e suola di cotone. Immaginavo che nelle loro case
ci fosse povertà ma non che ci fosse la miseria estrema di cui
scrive Mauro Corona nel suo libro "Nel legno e nella pietra".
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