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nekromantik
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Il
principe azzurro Ora lei era in ginocchio. Le avevano legato le mani
dietro alla schiena; stava con il busto sbilanciato in avanti, il collo
lievemente flesso per nascondere il volto che i capelli arruffati e appiccicosi
incorniciavano in modo patetico. Sentiva freddo, ma i denti
li batteva solo per paura. Una paura immensa,
infinita, totale. Panico, terrore. Occhi spalancati e cuore
imbizzarrito. Sudore profuso, fiato
corto. Non riusciva a muoversi,
non ce la faceva ad ubbidire ai loro ordini e loro la picchiavano per farla
reagire. Ma lei non poteva ubbidire, era paralizzata. Streghe. Si erano messe a ridere
quando lei se l’era fatta addosso. Quanto avevano sghignazzato! L’avevano spogliata.
Nuda. “Tu sei la più bella
della classe!” Situazione complicata. Era
vero: era la più carina. I ragazzi le facevano il filo, tutti volevano uscire
con lei. Non lo faceva apposta: era naturale che ciò avvenisse. Aveva sempre un
sorriso radioso sulle labbra, occhi profondi, un vero piacere da guardare. Poi
era anche simpatica, tutti ridevano quando pronunciava le sue battute spiritose.
Non tutti–tutti: quelle cinque streghe non ridevano mai, alle sue battute.
Mai. Si chiudevano in un capannello e parlottavano tra loro. Le lanciavano
brutte occhiate. Era chiaro a chiunque che la invidiavano. Sì, la invidiavano. Ma, accidenti, non erano
da buttare via neppure loro! Di ragazzi ce n’erano così tanti che non doveva
essere poi così difficile rimorchiarne uno! “Tu sei così buona e
brava, lo dicono tutti!” Forse era vera anche
quella affermazione. Lei era troppo buona: in realtà le cinque streghe erano
altrettanti cessi. La Rosalba, se saliva su una bilancia, la disintegrava. Una
sua coscia presa singolarmente aveva il diametro di quattro cosce di una ragazza
normale. E i ragazzi temevano di
rimanere soffocati nelle sue mammelle mastodontiche se solo lei avesse cercato
di abbracciarne uno. La Paola, invece sembrava
uscita dalla bottega di Mastro Geppetto: piallata davanti e di dietro, liscia
liscia come un tavolo da biliardo. Con quei denti storti e aguzzi da far invidia
a un pescecane. Invece era solo uno scorfano! Ma uno scorfano pericoloso quanto
uno squalo: era lei l’ideatrice del piano, lei quella che comandava. La Gianna aveva dei
brufoli che sembravano delle pustole vaiolose. Per forza nessuno la voleva
baciare: si rischiava il contagio. Poi l’Anna aveva
l’alito esplosivo, ne avvertivi il sentore a cinquanta metri di distanza. La Iride, invece, era
strabica, pelosa e puzzava di sudore. Ecco perché i ragazzi
fuggivano quando le cinque streghe si avvicinavano! E lei, che si ostinava a
trovare le cinque streghe “ragazze normali”, non era solo buona, era anche
scema! Ma ora, con le mani legate dietro la schiena, nuda e in ginocchio, era un
po’ tardi per darsi della scema. “Sei scema! Scema! Hai
accettato il nostro invito!” Evidentemente lo avevano
capito anche loro, che era scema. Maledizione. Un po’ di furbizia, in questo
mondo, non guasta. L’invito. Già. Al momento si era
sentita piena di orgoglio quando la Gianna le aveva chiesto: ”Ti va di venire
a vedere i cuccioli della mia cagnetta? Sono un amore!” Invece dei cuccioli, in
quella catapecchia fatiscente, tra vecchie ragnatele e travi tarlate, aveva
visto le stelle, quelle che orbitano intorno alla calotta cranica di chi riceve
una gran botta in testa. Si era ripresa, con una emicrania pazzesca e la nausea
che, grazie al Cielo, non derivava dal trauma cranico, bensì dal puzzo di
ascella che si sprigionava dalla Iride. “Dicono che sei tanto
intelligente, a scuola, la più intelligente della classe!”
Sì, non ci era voluta una
gran intelligenza per capire che non si trovava in una situazione simpatica. Non
era uno scherzo grossolano, era una vera e propria vendetta. Il momento di fare
un’indagine psicologica approfondita, forse non era quello, però - era
evidente - le cinque streghe stavano scaricando tutto il loro senso di
inferiorità nei suoi confronti in quel gioco perfido e violento. I lacci ai polsi erano
molto stretti, le mani si erano intorpidite e i crampi, violenti e crudeli non
davano tregua alle braccia. Tentò di aprire gli occhi, ma il suo sguardo
profondo era oscurato dalle palpebre gonfie per le percosse. “Non hai scampo! Ora la
pianterai di essere la più bella, la più buona e la più intelligente della
classe! Adesso morirai!” Beh, anche questo lo aveva
già capito. Di non avere scampo, insomma. Le cinque furie erano scatenate,
avevano oltrepassato la soglia dell’autocontrollo da un pezzo, sembravano
demoni. Demoni. Quando ancora riusciva a
guardarsi intorno, prima dei due ganci negli occhi, aveva capito di essere
circondata da una coreografia sinistra, da messa nera, da rito satanico. Davanti
a lei pendeva un crocifisso capovolto, poi il numero sei era scarabocchiato sui
muri un po’ ovunque e una sorta di rozzo altare pagano aveva già raccolto
parte del suo sangue, che le colava dalle numerose ferite ricevute. Insomma,
cose da brivido. E lei aveva anche compreso
il significato di quelle cianfrusaglie: la colpa del suo assassinio sarebbe
ricaduta su qualche vaga setta satanica, che l’avrebbe usata a scopo
sacrificale. Invece era solo una vendetta per gelosia. Cinque mostri stupidi e
ignoranti, ma pieni di rancore e inventiva facevano fuori la più carina della
classe, a causa della sua abissale ingenuità. Perché si era fidata di loro!
Sapeva che non lo doveva fare! Del senno di poi… Era proprio il caso di dirlo.
Ma quante altre torture e umiliazioni avevano ancora intenzione di
somministrarle? Perché non la facevano finita subito, perché non la
uccidevano? “I piedi ce li hai già
baciati e leccati, brutta troia. Poi hai assaggiato la nostra frusta. Ti è
piaciuta, vero? E l’acqua della fogna era buona? Mostrami i segni delle
sigarette! Sono una delizia. Ma ora puoi essere felice! E’ arrivato il
principe azzurro che ti salverà! Lo devi solo baciare…!” Schiuse appena le palpebre
peste. Un rospo orribile ed enorme era stretto tra le mani di Paola, proprio
davanti alle sue labbra. Intravide la pelle butterata dell'anfibio, i suoi occhi
sporgenti e il muoversi ritmico della gola durante la respirazione. Un colpo di
frusta, somministrato con energia da Rosalba, la investì. Allora accostò le
labbra tumefatte e spaccate alla bocca del rospo e lo baciò… … Si sentì scaraventare
indietro, come se fosse stata investita da una potente esplosione. Una nube di
fumo chiaro violò la semi oscurità della catapecchia. Come per magia, non avvertì
più alcun dolore: la testa era nuovamente leggera, le labbra non pulsavano più,
le palpebre smisero di bruciare, così come la pelle lacerata dai colpi di
frusta o bruciata dalla brace delle sigarette avvertì un immediato benessere.
Le mani ritrovarono calore e i crampi che tormentavano le braccia si dissolsero.
Stava bene e le sembrava di levitare nell’aria umida della catapecchia. Quando il fumo si posò,
un giovane alto e biondo si stagliava al centro della stanza. Aveva occhi
azzurri che mandavano barbaglii di luce. Nella destra sosteneva una spada,
lucida e affilatissima. Cominciò a muoversi con
dolcezza, come se danzasse. In un secondo fu di fronte alla Gianna, che lo
osservava piena di bramosia. Sollevò con delicatezza la lama e la calò sulla
testa della strega. Con lentezza la divise in due, poi continuò con eleganza
finché le due metà di Gianna giacquero sul pavimento intriso di sangue. Il principe si girò e fu
su Rosalba. Le fece un abbozzo di inchino prima di decapitarla. Si scostò al
cadere del corpaccio del mostro e si accostò alla Iride. Fece un passo
indietro, poi infilò la punta della spada nel petto della strega, spaccandole
il cuore. Estrasse l’arma e le tagliò la testa. Raggiunse Paola, che colpì
all’altezza dei fianchi, dividendola in due.
Fece saltare la testa anche a lei, che scivolò piano sul pavimento
sporco del locale, mentre il sangue che colava sembrava essere completamente
nero. Anna era immobile in un angolo, come paralizzata dal terrore. Il principe
azzurro la pungolò con la spada, per vedere se si spostava. Appena lei accennò
la fuga, lui la trafisse. Il corpo della strega restò un istante infilzato
nella spada, poi lui liberò l’arma e la decapitò. L’ultimo cadavere era
crollato insieme agli altri. Il principe azzurro si osservò intorno compiaciuto
per l’ottimo lavoro svolto. Ci fu un gran bagliore infine, poi più nulla. Il
buio. Cosa fosse realmente
avvenuto, in quella catapecchia, nessuno lo comprese mai. Ipotesi, invece, ne
fecero a iosa. I giornalisti si
guadagnarono molti stipendi intessendo trame sui resti bruciati della
catapecchia. La polizia arrestò alcuni
sospetti che appartenevano, secondo voci di popolo, a sette sataniche. I
magistrati furono inflessibili con loro che, ancora oggi, gridano inutilmente di
essere innocenti dal chiuso delle proprie celle. I medici legali, che
cercarono di ricostruire i fatti, sostennero che la ragazza legata fu la prima a
morire. L’unica con il cadavere ancora intero. Probabilmente, prima di morire,
aveva subito anche sevizie. Le altre, invece,
sembravano fatte a pezzi da un macellaio. Una era addirittura divisa a metà per
il lungo. I resti carbonizzati di sei ragazze giovanissime, tutte minorenni.
Roba da brividi. Da turbare il sonno anche ai più consumati poliziotti. Nessuna
si era salvata, in quella catapecchia. Una tragedia. Tutte morte. Solo noi sappiamo che un
rospo è sopravvissuto alla tragedia. Infatti i rospi resistono, come pure le
salamandre, al calore delle fiamme. C’è addirittura chi
sostiene che quel rospo vive ancora lì, tra cenere e macerie. Che ha una tana
oscura, tra i rovi che sono cresciuti sul terreno carbonizzato. Dove giaceva il
cadavere di quella legata. L’unica intera, per capirci. Ma questa è
un’altra storia.
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