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nekromantik
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L’Aggeggio La prima volta che ebbi
paura del buio fu a nove anni. Mio
padre si offrì di aiutarmi. Così conobbi l’Aggeggio. Ricordo
quella sera: ero andata a letto alle dieci. In
televisione avevano parlato di un’astronave americana esplosa in aria, uno
shuttle di nome Challenger. Quando
mi addormentai sognai di trovarmi in fondo al mare con dei cadaveri putrefatti
che galleggiavano attorno a me. Allungavo una mano verso i capelli di un volto
cavo e ossuto, e la sensazione era come di toccare muschio su uno scoglio
bagnato. Ritraevo
la mano di scatto e mi ritrovavo davanti un pesce enorme che non sarebbe dovuto
esistere, ma c’era e apriva le fauci per inghiottirmi. Mi
svegliai ansimante e bagnata di sudore. Forse
cacciai anche un urlo, non ricordo con esattezza. Ricordo
però che non vedevo niente. Il
nero assoluto attecchiva ogni superficie della mia stanza. Era denso, profondo,
e per quanto sforzassi gli occhi, non riuscivo a cogliere nessun segno di una
possibile materia presente. Avevo
davanti agli occhi l’immagine del teschio marino di poco prima; vedevo nella
mia mente che apriva la bocca per parlare, ma dalla cavità ossea uscivano solo
bolle d’aria, accompagnate da un suono rauco e infernale. Saltai
giù dal letto sbattendo la faccia in terra e cominciai a strisciare, verso il
punto dove ricordavo fosse la porta strusciando una guancia sulla ruvida
superficie consumata della moquette. Non
volevo urlare, non volevo svegliare i miei. Pensavo che raggiungendo la porta
sarebbe arrivata anche la salvezza. Pezzi
di astronauti, infiniti pulviscoli di navicella fluttuavano attorno al mio
corpo. Sentivo
le loro voci! Suoni
di cristalli, scacciafantasmi impazziti a segnalare aliene presenze, brillavano
attorno a me. Il
terrore di diventare tutt’uno con loro, di essere inglobata dai resti delle
creature spaziali vaganti nell’oscurità, s’impadronì di me. Toccai
la porta con una mano: un passo dalla salvezza. Mi
accostai allo stipite e feci forza sulle gambe. Mi
alzai aggrappandomi alla maniglia. Uscendo
diedi uno sguardo alla mia camera… tutto sembrava finito. Mi
allontanai, strisciando i piedi nudi, sudata fradicia e col cuore impazzito: una
piccola pazza sonnambula pressata dal maligno. Stavo
per aprire la porta della camera dei miei, quando una luce mi sorprese alle
spalle. Pensai
fosse un riflesso dell’esplosione, un bagliore d’infinito venuto a toccarmi,
venuto per me; in cuor mio lo sperai, volevo che fosse così. Volevo sentirmi
unica, parte di una cosa più grande, che non capivo, ma che sapevo pericolosa,
che puzzava di male, di morte; volevo far parte di una macabra dannazione
eterna. Mi
sentii afferrare. Era
mio padre. La
luce del bagno ancora accesa lo faceva sembrare più grande e minaccioso, poiché
amplificava la sua mole da dietro proiettandola verso di me.
“Cos’hai?” disse. Io
lo fissai. Avrei dovuto dirgli semplicemente che non riuscivo a dormire, che
avevo fatto un brutto sogno, oppure che mi ero alzata per andare in bagno o per
bere, insomma una di quelle cazzate che i ragazzi dicono quando vengono beccati
dai genitori a masturbarsi in cucina alle tre del mattino. Semplicemente
risposi: “In camera mia ci sono pezzi di astronauti.” Lui
si limitò a fissarmi. Poi
disse: “Già. E cosa fanno?” Risposi:
“Vagano. E parlano.”
“Mettiti a letto, adesso vengo io.” Tutto
questo il più sottovoce possibile, per non svegliare la mamma. Andai
verso la mia camera ma non entrai, mi limitai a mettere a fuoco gli oggetti ora
che un po’ di luce lo rendeva possibile. Poi
venne mio padre con la mamma ed entrammo tutti insieme. Papà
accese la luce. La mamma, seduta sul letto, mi fissava con gli occhi chiusi.
“Io non vedo niente” disse mio padre.
“Devi sentirli, non vederli papà.” Fece
di sì con la testa, si passò la lingua sulle labbra e mi cinse il collo con un
braccio stringendomi a sé e chiudendo gli occhi. Io
sentivo premermi forte sopra la pancia da qualcosa che papà nascondeva tra
canottiera e mutande. Allora
non capivo, non sapevo ancora. Mio
padre mi strinse più forte, poi disse: “Hai ragione li sento anch’io ora.
Ma non preocc…”
“Cosa possiamo fare papà?” lo interruppi, presa dall’eccitazione
che mio padre sapesse cosa fare.
“Non preoccuparti piccola, adesso ci pensa il tuo papà.” Mi
diede un’ultima forte stretta e mi lasciò andare.
“Mettiti a letto tesoro, riporto di là la mamma che è stanca. Andiamo
cara.” Guardai
mia madre: dormiva. Ma non volevo andasse via. Con uno sguardo di supplica
fissai mio padre. Lui capì. Andò
in camera e tornò subito dopo. Io
sedetti sul letto, mio padre si avvicinò alla mamma per svegliarla. Finalmente
la mamma aprì gli occhi. Guardò me, poi mio padre, ma non disse niente, non
poteva farlo, erano anni che non parlava, dal giorno dell’incidente. Mio
padre la baciò. La mamma non fece una mossa. Se
ne stava lì, tranquilla e beata, aspettando che mio padre mettesse a tacere
quelle maledette voci, perché anche se non me lo disse, sono sicuro che anche
la mamma le sentiva, oh sì che le sentiva, e aveva paura, non quanto me, ma
aveva paura. E
in quel momento tornai a sentirle di nuovo, truculente, incessanti, venivano dal
profondo, e allora parlai, non so bene di cosa, dissi qualcosa tipo sbrigati o
ti prego papà, e lui si voltò a guardarmi e sorrise e si avvicinò, sempre
sorridendo. Si
sedette accanto a me.
“Sdraiati tesoro, e girati” mi sussurrò. Io
così feci. Poi mise le sue mani sotto l’elastico, prima dei pantaloncini, poi
delle mutandine e avvicinò le sue dita corrose da calli al mio pulsantino per
la pipì. Era
così che lo chiamavo allora; clitoride lo usai solo alcuni anni dopo. Prese
a strofinarmi con il suo callo, non il suo polpastrello ma il suo callo, e lo
faceva dapprima piano, delicato, poi più insistente, sempre di più, sempre di
più, più veloce, e ancora, ancora più veloce. Poi
le sue dita entrarono nella mia fica (la fica è fica, non c’è modo migliore
di chiamarla), prima due, poi tre, poi quattro. E lo sentivo urlare, forte, con
la fronte premuta contro la mia nuca, e la saliva che dalla sua bocca cadeva sul
mio collo, e poi urlai anch’io, ma non di dolore, non mi faceva troppo male,
ma pensavo che così avremmo spaventato le voci. Ero sicura che era questo il
piano di mio padre: “Urliamo insieme, e scacciamo quelle maledette voci.” E
intanto con le sue mani “mi faceva del bene”, come diceva lui. Ed era vero
perché dopo un po’ sentii qualcosa salire dalla mia fica, verso lo stomaco, e
ammassarsi, tutta lì, fin quando esplose, in un’immensa bolla di piacere, che
mi fece tremare tutta. Mi
faceva bene, tanto bene, e mai come in quei momenti mi fidai tanto di mio padre. La
mamma osservava sempre, immobile, aspettando che tutto finisse per tornare a
letto. Sembrava
contenta che papà si preoccupasse tanto per me. Le
voci c’erano sempre, ma le sentivo solo a tratti, non ci facevo più tanto
caso; anche la paura stava svanendo. Quando
tutto il mio piacere scomparve (e mio padre sembrava saperlo meglio di me che lo
provavo), le dita diminuirono la velocità, pian piano, fino a fermarsi. Io
mi sentivo stanca ma mio padre no, lui no, ed allora fece quello che avrebbe
fatto per i quindici anni successivi: tirò fuori il suo aggeggio, o meglio
l’Aggeggio. Era
lungo, molto lungo, lo sentivo perché mio padre voleva che lo toccassi.
“Questo è l’Aggeggio piccola mia, terrà lontane tutte le voci del
mondo. Non preoccuparti tesoro, tra poco non sentiremo più niente.” Così
mi disse, e così fece. Mia
madre non poteva dirmi cosa fare, si limitava a guardare. Mi
strappò di dosso calzoni e mutandine e mi mise a pancia in sotto. Poi
poggiò le mani sulle mie chiappe e le tirò a sé. Io
stesi le braccia, per mantenermi sollevata. Sentii
l’Aggeggio tra il didietro delle mie cosce, dopodiché… “…di
oggi che la navetta spaziale Challenger è esplosa 16 secondi dopo essersi
sollevata dal suolo…” L’Aggeggio
entrò nel buco del mio culo. Era lungo all’incirca venti centimetri, e con la
prima botta almeno dieci si erano assicurati un calda copertura. “…sette
astronauti, tutti di nazionalità americana, sono morti nell’esplosione…” Il
sangue scorreva tra le mie gambe, disegnava rosse vie di fuga dalla
penetrazione. “…stretti
nel cordoglio assieme ai parenti delle vittime che esterrefatti hanno assistito
in diretta all’esplosione…” Uno,
due, tre piccoli colpi e poi giù, tutto quanto nel mio buco, pronto a
esorcizzare le mie pene. “…ancora
con precisione cosa non abbia funzionato al momento del decollo…” Avevo
gli occhi chiusi, il culo che bruciava, mio padre che spingeva e spingeva e mi
teneva ferma per i fianchi. Ma io sorridevo, e l’odore di formalina
accompagnava i miei pensieri. “…tragedia
che ha scosso l’opinione pubblica di tutto il mondo…” Il
bruciore passava, le voci sparivano, il piacere aumentava. “…che
ci vede inermi di fronte ad una nuova sciagura. E allora ci chiediamo se…” Quando
sentii il liquido caldo uscire dall’Aggeggio e sguazzare in me, urlai, e così
mio padre. “…oppure
bisogna chiudere gli occhi in nome del tanto decantato progresso tecnologico
che…” Godemmo.
Tirò fuori l’Aggeggio. Ansimavo. La mamma dormiva sempre. Le voci cessarono. “…con
la speranza che Dio li accolga con gli onori che meritano. E’ tutto.” Da
quel giorno di quindici anni fa la vita è andata avanti. La mia vita almeno. Qualche
mese dopo, con l’arrivo delle mestruazioni, entrai nella pubertà. La
prima volta che lo presi in fica, avevo dodici anni. Avrò
scopato sì e no con trecento uomini, li ho fatti tutti godere, e a volte
anch’io ho goduto con loro. Ci
sono state scopate memorabili ma… Il
culo è sempre stato e sempre sarà dell’Aggeggio, anche perché ogni volta
che ne ho avuto bisogno, ha sempre messo a tacere le voci. Già,
le voci. Sono anni che mi tormentano. Non
trovano pace, non possono, sono dannate, per l’eternità! E
io con loro. Ed
ho paura, tanta paura. Parlano
delle loro vite… e delle loro morti! Ma
in modi impensabili! Mi
rendono partecipe! Ho
saputo cose sconvolgenti. Mi supplicano di aiutarli, mi implorano. Ma
io no. Non cedo. Non voglio cedere. Cerco di resistere. A volte da solo. Ma al
più delle volte non ce la faccio. E
mi faccio scopare. Ve
l’ho detto ho provato con tanti uomini ma sembra che le voci abbiano paura
solo dell’Aggeggio. Mio
padre è felice di questo, lo è sempre quando si tratta di aiutarmi. Vive
sempre con mia madre. Lei
sono sette anni che non si alza più dal letto. Mio
padre però è sempre lì vicino a lei. La
cura, le dà da mangiare, la lava, la cambia. Ogni
tanto la scopa. Mi piace vedere mentre lo fanno. Ma dopo un po’ mi fa invidia
sapere che l’Aggeggio si muove dentro di lei. Allora balzo sul letto, e lo
faccio mio. Ma
è difficile trarre il massimo del piacere con quella puzza di formalina sempre
sotto al naso. Mio
padre sostiene che non se ne può fare a meno, che senza quella medicina la
mamma cadrebbe a pezzi. E
poi in fin dei conti è l’odore che ho della prima sera in cui mio padre mi
aiutò. Non
potrò mai dimenticarlo. Ho
cominciato a pensare seriamente al futuro. Mio
padre ha un tumore. L’ha saputo da sei mesi. Gliene restano altrettanti. Si
è detto disposto a scacciare i miei fantasmi fino all’ultimo giorno della sua
vita. Quando
me l’ha detto sono scoppiata a piangere, sono tornata bambina, ho avuto di
nuovo paura del buio. L’ho
guardato negli occhi e singhiozzando l’ho abbracciato. Pensavo che di lì a
poco l’avrei perso per sempre. Povero il mio Aggeggio. Non
riuscivo a farmene una ragione. Ho cercato di sostituirlo scopando a più non
posso, ma ve l’ho detto: non ne esistono come lui. Mi
fanno godere sì, ma le voci rimangono. Allora
ho trovato una soluzione. Lo
terrò in vita, come fa lui con la mamma. Ho
preso in prestito all’insaputa di mio padre il libro sulla tassidermia. E’
tutto così chiaro! Sono stata una sciocca a preoccuparmi. Lo
terrò sempre vivo, sul comodino, e continuerò ad usarlo ogni volta che ne avrò
bisogno. Adesso
sto cercando qualche bella grande biglia di vetro. Voglio
imbottircelo, gli darò più spessore. Immagino
già la goduria. Ancora
non ne ho parlato a mio papà. Perché dirglielo adesso? Lo farò tra qualche
mese, quando sarà troppo debole per opporsi. Sapete
è sempre stato molto attaccato all’Aggeggio che non vorrei facesse qualche
storia. Oh,
anche se fosse lo prenderò
comunque. Lui
non saprebbe che farsene dentro una bara! Tanto
vale che lo usi io! Lo
staccherò dal suo corpo prima che si consumi del tutto. Lo
curerò di tutte le attenzioni possibili. E quando nella notte mi sveglierò urlando e ansimando perché le voci si zittiscano, lo prenderò, al buio, tastoni, sentirò i bitorzoli duri delle biglie, e me lo metterò in culo, tutto quanto, e lo farò sanguinare come la prima volta, e lo muoverò, su e giù, oh sì, su e giù, e le voci finiranno, fino a quando urlerò di piacere, insieme a lui, insieme a l’Aggeggio, oh sì… |