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igor artibani

nato a  roma  il  24 novembre 1980, Autore di molte storie che spaziano dall’horror, al thriller, all’humour nero dichiara di non sentirsi molto a suo agio in questo genere di racconti, poiché non  rientrano nel suo genere.

Colleziona videocassette e libri (si dice ne abbia più di 3000!).

Le prime edizioni originali rilegate dei libri di Stephen King, sono l’orgoglio della sua collezione.

Ha vinto il Concorso Nazionale “Akery” di Narrativa Horror 2001.

    

L’Aggeggio

 

La prima volta che ebbi paura del buio fu a nove anni.

Mio padre si offrì di aiutarmi. Così conobbi l’Aggeggio.

Ricordo quella sera: ero andata a letto alle dieci.

In televisione avevano parlato di un’astronave americana esplosa in aria, uno shuttle di nome Challenger.

Quando mi addormentai sognai di trovarmi in fondo al mare con dei cadaveri putrefatti che galleggiavano attorno a me. Allungavo una mano verso i capelli di un volto cavo e ossuto, e la sensazione era come di toccare muschio su uno scoglio bagnato.

Ritraevo la mano di scatto e mi ritrovavo davanti un pesce enorme che non sarebbe dovuto esistere, ma c’era e apriva le fauci per inghiottirmi.

Mi svegliai ansimante e bagnata di sudore.

Forse cacciai anche un urlo, non ricordo con esattezza.

Ricordo però che non vedevo niente.

Il nero assoluto attecchiva ogni superficie della mia stanza. Era denso, profondo, e per quanto sforzassi gli occhi, non riuscivo a cogliere nessun segno di una possibile materia presente.

Avevo davanti agli occhi l’immagine del teschio marino di poco prima; vedevo nella mia mente che apriva la bocca per parlare, ma dalla cavità ossea uscivano solo bolle d’aria, accompagnate da un suono rauco e infernale.

Saltai giù dal letto sbattendo la faccia in terra e cominciai a strisciare, verso il punto dove ricordavo fosse la porta strusciando una guancia sulla ruvida superficie consumata della moquette.

Non volevo urlare, non volevo svegliare i miei. Pensavo che raggiungendo la porta sarebbe arrivata anche la salvezza.

Pezzi di astronauti, infiniti pulviscoli di navicella fluttuavano attorno al mio corpo.

Sentivo le loro voci!

Suoni di cristalli, scacciafantasmi impazziti a segnalare aliene presenze, brillavano attorno a me.

Il terrore di diventare tutt’uno con loro, di essere inglobata dai resti delle creature spaziali vaganti nell’oscurità, s’impadronì di me.

Toccai la porta con una mano: un passo dalla salvezza.

Mi accostai allo stipite e feci forza sulle gambe.

Mi alzai aggrappandomi alla maniglia.

Uscendo diedi uno sguardo alla mia camera… tutto sembrava finito.

Mi allontanai, strisciando i piedi nudi, sudata fradicia e col cuore impazzito: una piccola pazza sonnambula pressata dal maligno.

Stavo per aprire la porta della camera dei miei, quando una luce mi sorprese alle spalle.

Pensai fosse un riflesso dell’esplosione, un bagliore d’infinito venuto a toccarmi, venuto per me; in cuor mio lo sperai, volevo che fosse così. Volevo sentirmi unica, parte di una cosa più grande, che non capivo, ma che sapevo pericolosa, che puzzava di male, di morte; volevo far parte di una macabra dannazione eterna.

Mi sentii afferrare.

Era mio padre.

La luce del bagno ancora accesa lo faceva sembrare più grande e minaccioso, poiché amplificava la sua mole da dietro proiettandola verso di me.

     “Cos’hai?” disse.

Io lo fissai. Avrei dovuto dirgli semplicemente che non riuscivo a dormire, che avevo fatto un brutto sogno, oppure che mi ero alzata per andare in bagno o per bere, insomma una di quelle cazzate che i ragazzi dicono quando vengono beccati dai genitori a masturbarsi in cucina alle tre del mattino.

Semplicemente risposi: “In camera mia ci sono pezzi di astronauti.”

Lui si limitò a fissarmi.

Poi disse: “Già. E cosa fanno?”

Risposi: “Vagano. E parlano.”

     “Mettiti a letto, adesso vengo io.”

Tutto questo il più sottovoce possibile, per non svegliare la mamma.

Andai verso la mia camera ma non entrai, mi limitai a mettere a fuoco gli oggetti ora che un po’ di luce lo rendeva possibile.

Poi venne mio padre con la mamma ed entrammo tutti insieme.

Papà accese la luce. La mamma, seduta sul letto, mi fissava con gli occhi chiusi.

     “Io non vedo niente” disse mio padre.

     “Devi sentirli, non vederli papà.”

Fece di sì con la testa, si passò la lingua sulle labbra e mi cinse il collo con un braccio stringendomi a sé e chiudendo gli occhi.

Io sentivo premermi forte sopra la pancia da qualcosa che papà nascondeva tra canottiera e mutande.

Allora non capivo, non sapevo ancora.

Mio padre mi strinse più forte, poi disse: “Hai ragione li sento anch’io ora. Ma non preocc…”

     “Cosa possiamo fare papà?” lo interruppi, presa dall’eccitazione che mio padre sapesse cosa fare.

     “Non preoccuparti piccola, adesso ci pensa il tuo papà.”

Mi diede un’ultima forte stretta e mi lasciò andare.

     “Mettiti a letto tesoro, riporto di là la mamma che è stanca. Andiamo cara.”

Guardai mia madre: dormiva. Ma non volevo andasse via. Con uno sguardo di supplica fissai mio padre. Lui capì.

Andò in camera e tornò subito dopo.

Io sedetti sul letto, mio padre si avvicinò alla mamma per svegliarla.

Finalmente la mamma aprì gli occhi. Guardò me, poi mio padre, ma non disse niente, non poteva farlo, erano anni che non parlava, dal giorno dell’incidente.

Mio padre la baciò. La mamma non fece una mossa.

Se ne stava lì, tranquilla e beata, aspettando che mio padre mettesse a tacere quelle maledette voci, perché anche se non me lo disse, sono sicuro che anche la mamma le sentiva, oh sì che le sentiva, e aveva paura, non quanto me, ma aveva paura.

E in quel momento tornai a sentirle di nuovo, truculente, incessanti, venivano dal profondo, e allora parlai, non so bene di cosa, dissi qualcosa tipo sbrigati o ti prego papà, e lui si voltò a guardarmi e sorrise e si avvicinò, sempre sorridendo.

Si sedette accanto a me.

     “Sdraiati tesoro, e girati” mi sussurrò.

Io così feci. Poi mise le sue mani sotto l’elastico, prima dei pantaloncini, poi delle mutandine e avvicinò le sue dita corrose da calli al mio pulsantino per la pipì.

Era così che lo chiamavo allora; clitoride lo usai solo alcuni anni dopo.

Prese a strofinarmi con il suo callo, non il suo polpastrello ma il suo callo, e lo faceva dapprima piano, delicato, poi più insistente, sempre di più, sempre di più, più veloce, e ancora, ancora più veloce.

Poi le sue dita entrarono nella mia fica (la fica è fica, non c’è modo migliore di chiamarla), prima due, poi tre, poi quattro. E lo sentivo urlare, forte, con la fronte premuta contro la mia nuca, e la saliva che dalla sua bocca cadeva sul mio collo, e poi urlai anch’io, ma non di dolore, non mi faceva troppo male, ma pensavo che così avremmo spaventato le voci. Ero sicura che era questo il piano di mio padre: “Urliamo insieme, e scacciamo quelle maledette voci.”

E intanto con le sue mani “mi faceva del bene”, come diceva lui. Ed era vero perché dopo un po’ sentii qualcosa salire dalla mia fica, verso lo stomaco, e ammassarsi, tutta lì, fin quando esplose, in un’immensa bolla di piacere, che mi fece tremare tutta.

 

Mi faceva bene, tanto bene, e mai come in quei momenti mi fidai tanto di mio padre.

La mamma osservava sempre, immobile, aspettando che tutto finisse per tornare a letto.

Sembrava contenta che papà si preoccupasse tanto per me.

Le voci c’erano sempre, ma le sentivo solo a tratti, non ci facevo più tanto caso; anche la paura stava svanendo.

Quando tutto il mio piacere scomparve (e mio padre sembrava saperlo meglio di me che lo provavo), le dita diminuirono la velocità, pian piano, fino a fermarsi.

Io mi sentivo stanca ma mio padre no, lui no, ed allora fece quello che avrebbe fatto per i quindici anni successivi: tirò fuori il suo aggeggio, o meglio l’Aggeggio.

Era lungo, molto lungo, lo sentivo perché mio padre voleva che lo toccassi.

     “Questo è l’Aggeggio piccola mia, terrà lontane tutte le voci del mondo. Non preoccuparti tesoro, tra poco non sentiremo più niente.”

Così mi disse, e così fece.

Mia madre non poteva dirmi cosa fare, si limitava a guardare.

Mi strappò di dosso calzoni e mutandine e mi mise a pancia in sotto.

Poi poggiò le mani sulle mie chiappe e le tirò a sé.

Io stesi le braccia, per mantenermi sollevata.

Sentii l’Aggeggio tra il didietro delle mie cosce, dopodiché…

 

“…di oggi che la navetta spaziale Challenger è esplosa 16 secondi dopo essersi sollevata dal suolo…”

 

L’Aggeggio entrò nel buco del mio culo. Era lungo all’incirca venti centimetri, e con la prima botta almeno dieci si erano assicurati un  calda copertura.

 

“…sette astronauti, tutti di nazionalità americana, sono morti nell’esplosione…”

 

Il sangue scorreva tra le mie gambe, disegnava rosse vie di fuga dalla penetrazione.

“…stretti nel cordoglio assieme ai parenti delle vittime che esterrefatti hanno assistito in diretta all’esplosione…”

Uno, due, tre piccoli colpi e poi giù, tutto quanto nel mio buco, pronto a esorcizzare le mie pene.

“…ancora con precisione cosa non abbia funzionato al momento del decollo…”

Avevo gli occhi chiusi, il culo che bruciava, mio padre che spingeva e spingeva e mi teneva ferma per i fianchi. Ma io sorridevo, e l’odore di formalina accompagnava i miei pensieri.

“…tragedia che ha scosso l’opinione pubblica di tutto il mondo…”

Il bruciore passava, le voci sparivano, il piacere aumentava.

“…che ci vede inermi di fronte ad una nuova sciagura. E allora ci chiediamo se…”

Quando sentii il liquido caldo uscire dall’Aggeggio e sguazzare in me, urlai, e così mio padre.

“…oppure bisogna chiudere gli occhi in nome del tanto decantato progresso tecnologico che…”

Godemmo. Tirò fuori l’Aggeggio. Ansimavo. La mamma dormiva sempre. Le voci cessarono.

“…con la speranza che Dio li accolga con gli onori che meritano. E’ tutto.”

 

 

Da quel giorno di quindici anni fa la vita è andata avanti. La mia vita almeno.

Qualche mese dopo, con l’arrivo delle mestruazioni, entrai nella pubertà.

La prima volta che lo presi in fica, avevo dodici anni.

Avrò scopato sì e no con trecento uomini, li ho fatti tutti godere, e a volte anch’io ho goduto con loro.

Ci sono state scopate memorabili ma…

Il culo è sempre stato e sempre sarà dell’Aggeggio, anche perché ogni volta che ne ho avuto bisogno, ha sempre messo a tacere le voci.

Già, le voci. Sono anni che mi tormentano.

Non trovano pace, non possono, sono dannate, per l’eternità!

E io con loro.

Ed ho paura, tanta paura.

Parlano delle loro vite… e delle loro morti!

Ma in modi impensabili!

Mi rendono partecipe!

Ho saputo cose sconvolgenti. Mi supplicano di aiutarli, mi implorano.

Ma io no. Non cedo. Non voglio cedere. Cerco di resistere. A volte da solo. Ma al più delle volte non ce la faccio.

E mi faccio scopare.

Ve l’ho detto ho provato con tanti uomini ma sembra che le voci abbiano paura solo dell’Aggeggio.

Mio padre è felice di questo, lo è sempre quando si tratta di aiutarmi.

Vive sempre con mia madre.

Lei sono sette anni che non si alza più dal letto.

Mio padre però è sempre lì vicino a lei.

La cura, le dà da mangiare, la lava, la cambia.

Ogni tanto la scopa. Mi piace vedere mentre lo fanno. Ma dopo un po’ mi fa invidia sapere che l’Aggeggio si muove dentro di lei. Allora balzo sul letto, e lo faccio mio.

Ma è difficile trarre il massimo del piacere con quella puzza di formalina sempre sotto al naso.

Mio padre sostiene che non se ne può fare a meno, che senza quella medicina la mamma cadrebbe a pezzi.

E poi in fin dei conti è l’odore che ho della prima sera in cui mio padre mi aiutò.

Non potrò mai dimenticarlo.

Ho cominciato a pensare seriamente al futuro.

Mio padre ha un tumore. L’ha saputo da sei mesi. Gliene restano altrettanti.

Si è detto disposto a scacciare i miei fantasmi fino all’ultimo giorno della sua vita.

Quando me l’ha detto sono scoppiata a piangere, sono tornata bambina, ho avuto di nuovo paura del buio.

L’ho guardato negli occhi e singhiozzando l’ho abbracciato. Pensavo che di lì a poco l’avrei perso per sempre. Povero il mio Aggeggio.

Non riuscivo a farmene una ragione. Ho cercato di sostituirlo scopando a più non posso, ma ve l’ho detto: non ne esistono come lui.

Mi fanno godere sì, ma le voci rimangono.

Allora ho trovato una soluzione.

Lo terrò in vita, come fa lui con la mamma.

Ho preso in prestito all’insaputa di mio padre il libro sulla tassidermia.

E’ tutto così chiaro! Sono stata una sciocca a preoccuparmi.

Lo terrò sempre vivo, sul comodino, e continuerò ad usarlo ogni volta che ne avrò bisogno.

Adesso sto cercando qualche bella grande biglia di vetro.

Voglio imbottircelo, gli darò più spessore.

Immagino già la goduria.

Ancora non ne ho parlato a mio papà. Perché dirglielo adesso? Lo farò tra qualche mese, quando sarà troppo debole per opporsi.

Sapete è sempre stato molto attaccato all’Aggeggio che non vorrei facesse qualche storia.

Oh, anche se fosse  lo prenderò comunque.

Lui non saprebbe che farsene dentro una bara!

Tanto vale che lo usi io!

Lo staccherò dal suo corpo prima che si consumi del tutto.

Lo curerò di tutte le attenzioni possibili.

E quando nella notte mi sveglierò urlando e ansimando perché le voci si zittiscano, lo prenderò, al buio, tastoni, sentirò i bitorzoli duri delle biglie, e me lo metterò in culo, tutto quanto, e lo farò sanguinare come la prima volta, e lo muoverò, su e giù, oh sì, su e giù, e le voci finiranno, fino a quando urlerò di piacere, insieme a lui, insieme a l’Aggeggio, oh sì