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roberta mochi

nata a roma il 12 agosto 1975, laureata con una tesi sull’horror contemporaneo, ama scrivere brevi racconti che spaziano tra l’horror e il fantasy; non si concede deviazioni rispetto alla letteratura di genere. Altre informazioni irreperibili.   

Noise

Il rumore è una condizione inalienabile …

piuttosto strano, detto da una muta.

…quello che mi stupisce maggiormente è come possano gli altri non accorgersi di quanto perdono nel parlare sempre.

Stando in silenzio si possono ascoltare molte voci…qualcuno le chiama…

Io preferisco ascoltarle e basta. Senza schemi, senza etichette. Solo noise. Puro.

Quella reminescenza di un linguaggio che non mi appartiene, che gravita ancora nella mia testa, serve a poco. Spezza la lucidità con la confusione.

Tutti si arrabattano per sfuggire alla vecchiaia, io credo che la vecchiaia non esista. Così come non esiste gran parte delle cose che vedo. Delle cose che si ritiene io debba vedere. Delle cose che sfioro con lo sguardo nel sonno e mi ricoprono in sequenza quando mi sveglio.

Non ho certezze assolute e soprattutto non le cerco, perché non credo nella possibilità di trovarle…

Paranormale, metafisico…tutte cazzate, il rumore è ciò che riconosco.

Tutto qui.

 

Andare avanti nelle giornate è un’attività stentata… a volte cammino nella speranza di invischiarmi in qualche situazione tesa, la trovo, la inglobo e la mia inquietudine la schiaccia prima ancora che possa dare il meglio di sé.

Povera situazione tesa, inutile…già dalla nascita.

 

Come quella volta a Bologna dagli PsYconauti…Vuoi una pasta. Vuoi una pasta. VUOI UNA PASTA.

 

Nessuna pastiglia, voglio solo rumore. Voglio stordirmi scrostando il cervello con i suoni grigi, stridenti e ghiacciati che mi porta il vento corticale. Intanto ruotare uno strano oggetto, piccolo e seghettato…l’uomo sotto il portico, che me lo ha venduto, diceva che serve per tagliare i peli del naso…raccapricciante, lui ne aveva moltissimi.

Passeggiare da sola, non mi fa bene…nulla mi fa bene.

…e poi questo dannato mal di testa…

che non passa.

Mai.

Petrolio lucido e agglutinato si concreta in una grafite che si spezza senza fine su una superficie levigata. Un rampino gracchiante mi scassa le pareti della scatola cranica. Le scioglie per renderle poltiglia collosa e riassemblarle.

E non riesco a farlo smettere!

Strappo una bustina di nimesulide granulato, 100 gr che si impastano in un bicchiere d’acqua, sfrigolando come a contatto con un ferro rovente.

Va meglio. Quel tanto che basta per illuminare alcuni pensieri.

L’idea di pianificare la mia prostituzione comincia a darmi la nausea.

Ogni volta tentare di far capire come sarebbe più facile avermi, per scoprire che è tutto l’opposto di quello che vorrei; non so perché lo faccio…forse ho bisogno di sapere che posso anch’io arrendermi all’evidenza del corpo…e per un momento dimenticare acuire la distanza dagli altri.

Il sesso non è una gran cosa. Ciondolo un po’, in bilico sulle ginocchia piegate.

…è l’idea di non riuscire a fare sesso ad essere devastante. Tutti lo fanno.

C’è un solo momento nella giornata in cui finalmente mi sento fuori dalla trappola.

In cui non importa se fare sesso è una realtà troppo remota. Importano solo le mie mosse, che si snodano, torpide e sintetiche. Solo per me. Senza che nessuno si permetta di appropriarsene.

Salgo piano le scale che scricchiolando portano al soppalco, dove tengo gli oggetti che non servono più. Dove nessuno sale, tanto non c’è nulla da vedere, e l’odore è ambiguo al punto che non se sfiorano le sfumature. Neppure io riesco più a distinguere gli oggetti, la polvere copre quasi tutto, tranne le impronte lasciate dai miei piedi scalzi.

Mi chino e infilo una mano sotto a un letto sfatto, ricovero di coperte inutili. Con le dita aggancio la scatola di alluminio conservata sotto la rete, scivola verso di me, seguendo i solchi che la pratica ha lasciato sul legno del pavimento. La cullo un po’, questa dolcissima scatola scordata da tutti.

 

“Cosa devi farne?”  

…ne ho bisogno, mi serve…

“Vuoi usarla per custodire le tue cose?”

…le cose più care…  

“Quella mossa col visetto è un sì?”

…non ne posso più, finiscila e dammi la scatola…

“ Va bene, prendila pure, la mamma ha capito”

…non ho ancora i tuoi amati tre anni, mammina. Vabbe’, fa lo stesso.  Purché tu la smetta di parlare.

     

Adesso che è qui, sulle mie ginocchia, la apro piano, con dolcezza, annusandone lentamente e in profondità il sapore violento e inebriante.

Un aroma diverso, corposo e decadente, marcio e pulsante.

Estraggo dalla tasca il lungo tubicino di plastica, ho dovuto cambiare gli aghi, si erano incrostati un po’…ogni tanto bisogna farlo altrimenti si ostruiscono e addio….

Infilo uno di quegli aculei nell’arteria femorale ma non è più così facile…la pelle si è fatta dura, coriacea, si è ispessita, ed è quasi nera, bordata di ocra e viola. Devo premere con forza prima di vedere l’asticciola di acciaio insistere e scivolare, dalla pressione all’invasione. Fa un po’ male, corrode e prude…ma non è necessario stare a sentire.

Adesso bisogna escludere tutto. Anche il dolore, che non è molto, poi.

La trasparenza della plastica si inonda di rosso cupo; metto l’altro ago al suo posto e il mio piccino inizia a succhiare.

Avevi fame?

Dio, io ne avevo tantissima…avevo così bisogno di te. Affondo nel nulla tutto il giorno, ed è sempre più difficile risollevarsi per tornare a casa. Ho bisogno di te, non lasciarmi, non lasciarmi mai. Saremo insieme per sempre, non importa come…sarà ovunque e per sempre.

 

Se avessi dato retta a loro, i vermi lo avrebbero già consumato. Ho dovuto chiuderlo nella scatola, ho dovuto sigillarlo perché avevo bisogno di giorni per studiare la situazione, per assorbire il problema e poterlo risolvere.

Poi finalmente ho capito: bisognava ossigenare i tessuti.

Purtroppo il tempo non ha voluto assecondarmi e così, quello che subito sarebbe stato facile, una volta iniziata la saponificazione, si è rivelato più lungo ed elaborato.

Ma non era importante, non era importante, non era a s s o l u t a m e n t e importante.

Procurasi il materiale è stato talmente semplice, qui nessuno si domanda il perché delle cose…e a me basta indicare…figuriamoci se la gente si prende la briga di dover tradurre le mie risposte mute!

Questo è un enorme vantaggio…

Il filtro per un acquario non è quanto di più elegante si potesse trovare ma è efficiente…fa tutto quello che ci si aspetta debba fare un polmone d’acciaio, ricicla.

Il riciclo…

Riciclare la vita senza produrne di nuova, usare il mio sangue sterile come veicolo di nutrimento ed ossigeno…Certo, non posso dire che questo ammasso melmoso adesso sia proprio quello che amavo, è troppo molle al tatto…gli splendidi occhi gialli si sono liquefatti, come la bava dei tentacoli di un mollusco lasciato a marcire in una vaschetta con poco ghiaccio.

Ma che importa la forma e la carne…

…però si nota ancora qualcosa nel suo corpicino…non è fatto di cartone come quello dei gatti lasciati a seccare ai lati della strada; sotto al sole feroce e in balia dei morsi degli insetti.

Nessuno può toccarlo. Nessuno può portarmelo via. Riposa nella sua scatola di alluminio, aspettando che arrivi la sua mamma a rendere ancora il suo pelo lucente e nero come la notte, come il silenzio.

Aprirlo tutto, svuotare ogni singolo capillare che mi guizzava nelle mani non abituate a tanta vischiosità e poi ricucire tutto, con amore…insomma…ecco cosa. Ci voleva solo un po’ di coraggio… per restituirlo a me, di nuovo, ancora, ancora, ancora, ancora, ancora…..

Che strana schizofrenia. Eppure etimologicamente perfetta, se schiz. è spezzato e Phrenos è anima o cuore, schizofrenico è solo chi ha il cuore spezzato.

Alcuni frammenti guariscono, se si ha la pazienza di lasciarli riassestare.

Una volta guarito, lo so…sarà bellissimo silenzio.