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nekromantik
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Noise Il
rumore è una condizione inalienabile … piuttosto
strano, detto da una muta. …quello
che mi stupisce maggiormente è come possano gli altri non accorgersi di quanto
perdono nel parlare sempre. Stando
in silenzio si possono ascoltare molte voci…qualcuno le chiama… Io
preferisco ascoltarle e basta. Senza schemi, senza etichette. Solo noise. Puro. Quella
reminescenza di un linguaggio che non mi appartiene, che gravita ancora nella
mia testa, serve a poco. Spezza la lucidità con la confusione. Tutti
si arrabattano per sfuggire alla vecchiaia, io credo che la vecchiaia non
esista. Così come non esiste gran parte delle cose che vedo. Delle cose che si
ritiene io debba vedere. Delle cose che sfioro con lo sguardo nel sonno e mi
ricoprono in sequenza quando mi sveglio. Non
ho certezze assolute e soprattutto non le cerco, perché non credo nella
possibilità di trovarle… Paranormale,
metafisico…tutte cazzate, il rumore è ciò che riconosco. Tutto
qui. Andare
avanti nelle giornate è un’attività stentata… a volte cammino nella
speranza di invischiarmi in qualche situazione tesa, la trovo, la inglobo e la
mia inquietudine la schiaccia prima ancora che possa dare il meglio di sé. Povera
situazione tesa, inutile…già dalla nascita. Come
quella volta a Bologna dagli PsYconauti…Vuoi una pasta. Vuoi una pasta. VUOI
UNA PASTA. Nessuna
pastiglia, voglio solo rumore. Voglio stordirmi scrostando il cervello con i
suoni grigi, stridenti e ghiacciati che mi porta il vento corticale. Intanto
ruotare uno strano oggetto, piccolo e seghettato…l’uomo sotto il portico,
che me lo ha venduto, diceva che serve per tagliare i peli del
naso…raccapricciante, lui ne aveva moltissimi. Passeggiare
da sola, non mi fa bene…nulla mi fa bene. …e
poi questo dannato mal di testa… che
non passa. Mai.
Petrolio
lucido e agglutinato si concreta in una grafite che si spezza senza fine su una
superficie levigata. Un rampino gracchiante mi scassa le pareti della scatola
cranica. Le scioglie per renderle poltiglia collosa e riassemblarle. E
non riesco a farlo smettere! Strappo
una bustina di nimesulide granulato, 100 gr che si impastano in un bicchiere
d’acqua, sfrigolando come a contatto con un ferro rovente. Va
meglio. Quel tanto che basta per illuminare alcuni pensieri. L’idea
di pianificare la mia prostituzione comincia a darmi la nausea. Ogni
volta tentare di far capire come sarebbe più facile avermi, per scoprire che è
tutto l’opposto di quello che vorrei; non so perché lo faccio…forse ho
bisogno di sapere che posso anch’io arrendermi all’evidenza del corpo…e
per un momento dimenticare acuire la distanza dagli altri. Il
sesso non è una gran cosa. Ciondolo un po’, in bilico sulle ginocchia
piegate. …è
l’idea di non riuscire a fare sesso ad essere devastante. Tutti lo fanno. C’è
un solo momento nella giornata in cui finalmente mi sento fuori dalla trappola. In
cui non importa se fare sesso è una realtà troppo remota. Importano solo le
mie mosse, che si snodano, torpide e sintetiche. Solo per me. Senza che nessuno
si permetta di appropriarsene. Salgo
piano le scale che scricchiolando portano al soppalco, dove tengo gli oggetti
che non servono più. Dove nessuno sale, tanto non c’è nulla da vedere, e
l’odore è ambiguo al punto che non se sfiorano le sfumature. Neppure io
riesco più a distinguere gli oggetti, la polvere copre quasi tutto, tranne le
impronte lasciate dai miei piedi scalzi. Mi
chino e infilo una mano sotto a un letto sfatto, ricovero di coperte inutili.
Con le dita aggancio la scatola di alluminio conservata sotto la rete, scivola
verso di me, seguendo i solchi che la pratica ha lasciato sul legno del
pavimento. La cullo un po’, questa dolcissima scatola scordata da tutti. “Cosa
devi farne?” …ne
ho bisogno, mi serve… “Vuoi
usarla per custodire le tue cose?” …le
cose più care… “Quella
mossa col visetto è un sì?” …non
ne posso più, finiscila e dammi la scatola… “
Va bene, prendila pure, la mamma ha capito” …non
ho ancora i tuoi amati tre anni, mammina. Vabbe’, fa lo stesso.
Purché tu la smetta di parlare.
Adesso
che è qui, sulle mie ginocchia, la apro piano, con dolcezza, annusandone
lentamente e in profondità il sapore violento e inebriante. Un
aroma diverso, corposo e decadente, marcio e pulsante. Estraggo
dalla tasca il lungo tubicino di plastica, ho dovuto cambiare gli aghi, si erano
incrostati un po’…ogni tanto bisogna farlo altrimenti si ostruiscono e
addio…. Infilo
uno di quegli aculei nell’arteria femorale ma non è più così facile…la
pelle si è fatta dura, coriacea, si è ispessita, ed è quasi nera, bordata di
ocra e viola. Devo premere con forza prima di vedere l’asticciola di acciaio
insistere e scivolare, dalla pressione all’invasione. Fa un po’ male,
corrode e prude…ma non è necessario stare a sentire. Adesso
bisogna escludere tutto. Anche il dolore, che non è molto, poi. La
trasparenza della plastica si inonda di rosso cupo; metto l’altro ago al suo
posto e il mio piccino inizia a succhiare. Avevi
fame? Dio,
io ne avevo tantissima…avevo così bisogno di te. Affondo nel nulla tutto il
giorno, ed è sempre più difficile risollevarsi per tornare a casa. Ho bisogno
di te, non lasciarmi, non lasciarmi mai. Saremo insieme per sempre, non importa
come…sarà ovunque e per sempre. Se
avessi dato retta a loro, i vermi lo avrebbero già consumato. Ho dovuto
chiuderlo nella scatola, ho dovuto sigillarlo perché avevo bisogno di giorni
per studiare la situazione, per assorbire il problema e poterlo risolvere. Poi
finalmente ho capito: bisognava ossigenare i tessuti. Purtroppo
il tempo non ha voluto assecondarmi e così, quello che subito sarebbe stato
facile, una volta iniziata la saponificazione, si è rivelato più lungo ed
elaborato. Ma
non era importante, non era importante, non era a s s o l u t a m e n t e
importante. Procurasi
il materiale è stato talmente semplice, qui nessuno si domanda il perché delle
cose…e a me basta indicare…figuriamoci se la gente si prende la briga di
dover tradurre le mie risposte mute! Questo
è un enorme vantaggio… Il
filtro per un acquario non è quanto di più elegante si potesse trovare ma è
efficiente…fa tutto quello che ci si aspetta debba fare un polmone
d’acciaio, ricicla. Il
riciclo… Riciclare
la vita senza produrne di nuova, usare il mio sangue sterile come veicolo di
nutrimento ed ossigeno…Certo, non posso dire che questo ammasso melmoso adesso
sia proprio quello che amavo, è troppo molle al tatto…gli splendidi occhi
gialli si sono liquefatti, come la bava dei tentacoli di un mollusco lasciato a
marcire in una vaschetta con poco ghiaccio. Ma
che importa la forma e la carne… …però
si nota ancora qualcosa nel suo corpicino…non è fatto di cartone come quello
dei gatti lasciati a seccare ai lati della strada; sotto al sole feroce e in
balia dei morsi degli insetti. Nessuno
può toccarlo. Nessuno può portarmelo via. Riposa nella sua scatola di
alluminio, aspettando che arrivi la sua mamma a rendere ancora il suo pelo
lucente e nero come la notte, come il silenzio. Aprirlo
tutto, svuotare ogni singolo capillare che mi guizzava nelle mani non abituate a
tanta vischiosità e poi ricucire tutto, con amore…insomma…ecco cosa. Ci
voleva solo un po’ di coraggio… per restituirlo a me, di nuovo, ancora,
ancora, ancora, ancora, ancora….. Che
strana schizofrenia. Eppure etimologicamente perfetta, se schiz. è spezzato e
Phrenos è anima o cuore, schizofrenico è solo chi ha il cuore spezzato. Alcuni
frammenti guariscono, se si ha la pazienza di lasciarli riassestare. Una
volta guarito, lo so…sarà bellissimo silenzio. |