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riccardo coltri

nato a Bussolengo nel 1973, fa parte della redazione di Inchiostro, è autore di Non c’è Mondo, Bonaccorso editore, Verona, 2001; maggiori notizie su di lui su www.fantascienza.net/users/rcoltri 

   

La Signora

Quando quella mattina Niccolò aprì gli occhi e si rizzò a sedere sul letto, sudato e ansimante, seppe subito cos’avreb-be trovato, non appena fosse entrato nel bagno e avesse osservato lo specchio.

Avrebbe trovato un altro messaggio della signora, scritto con la punta morbida e rotonda di un rossetto.

Perché, ogni volta che la signora entrava in casa sua di notte, lui non la sentiva arrivare, ma avvertiva, forte, la sua visita il mattino, appena sveglio.

E poi lei lasciava sempre quel profumo, una fragranza che sapeva di viole e di eleganza antica.

Il nome scritto sullo specchio era Giuseppe Dei Fanti, via Giovanni Caboto 19. La signora gli aveva anche scritto quando sarebbe successo: alle ore 11.

Niccolò guardò l’orologio. Erano le 10 e 27, se avesse preso la superstrada sarebbe arrivato in tempo. Prese con sé il tesserino di addetto alla cella mortuaria e uscì.

 

Alle 11 e 10 minuti, era all’entrata della casa di riposo “Val di Sole”. Parlò con una donna, dicendole che aveva la cassa fuori, pronta, e che era venuto a prendere il corpo. La donna, che aveva un camice bianco, aggrottò la fronte.

“Ho telefonato solo cinque minuti fa, come ha fatto ad arrivare qui così.

velocemente?”.

Niccolò si strinse nelle spalle.

“Ma è venuto qui da solo? Non ha degli assistenti, o…”

“Faccio tutto io. Non si preoccupi”.

La donna gli lanciò un'occhiata un po' diffidente, poi gli fece cenno di seguirla. Indicò le scale.

“Deve andare su, alla stanza numero nove”, disse. “Lui è sul letto, sono entrata prima e l'ho visto…così. Forse è morto stanotte nel sonno”.

No, stamattina alle undici esatte, pensò Niccolò. Me l'ha scritto la signora, sullo specchio. “I parenti sono stati avvertiti, vero?”, chiese.

“Ho parlato col figlio, al telefono”, mormorò la donna, e accese una sigaretta. “Ma è uno che beve, quindi non so se ha capito cosa gli ho detto. Senta, come intende portalo giù?”.

“Prego?”

 “Come fa a portalo giù e metterlo nella cassa?”.

“Porto su la cassa in ascensore…”.

“L’ascensore è troppo piccolo, non ci entra. Deve prendere il corpo e portarlo giù, e poi metterlo nella cassa”.

’Palle, pensò Niccolò.

Comunque l’uomo non aveva parenti, quindi la scocciatura principale era già stata evitata: non aveva da dare spiegazioni a nessuno, e poi niente piagnistei e cose simili: poteva appropriarsi del corpo e sbrigare il tutto entro breve. Il falso tesserino di addetto alla cella mortuaria funzionava sempre, e ancora una volta le indicazioni della signora erano  state precise.

“Ha una sedia a rotelle?”, chiese alla donna.

 

Sistemò il corpo del vecchio Giuseppe Dei Fanti sulla sedia a rotelle, piegandogli le gambe e appoggiandogli la schiena, e premette il tasto del piano terra. Al secondo piano, l’ascensore si fermò, lasciando entrare alcuni ospiti della casa di riposo: un vecchietto e due anziane signore.

“Buondì”.

“Salve”, salutò Niccolò.

Una delle vecchie guardò il morto, sulla sedia. “Ciao Beppe, come va stamattina?”, disse, mettendogli una mano sulla spalla. “Eh?”.

Giuseppe Dei Fanti continuò a guardare da un lato, la testa piegate e gli occhi rivolti all’insù.

“Stai meglio, oggi, Beppe?”, gli chiese l’altra vecchina.

“Lasciatelo stare, che dorme”, disse Niccolò.

“Ah, lui dorme sempre”, fece una delle vecchiette, e scosse la testa.

“Sì, dorme sempre”, concordò l’altra.

Niccolò annuì. “Ora dormirà per un bel po’”.

Il vecchio che finora non aveva parlato sembrava, fra quei tre ospiti, il più lucido. Infatti fu l’unico a chiedere: “Perché? In che senso, dormirà per un bel po’?”.

Niccolò alzò una mano e l’abbassò. Compì lo stesso gesto in orizzontale, a tracciare una croce. “Stamattina”.

Il vecchio sbarrò gli occhi, impallidendo e scostandosi dalla sedia a rotelle.

 

Giunto alla casa della signora, Niccolò bussò una volta e spinse in avanti la porta, piano.

“Buonasera, signora. Le ho portato Bep… Giuseppe Dei Fanti, come mi aveva detto”.

Niccolò avanzò nella stanza in penombra.

La signora era seduta in fondo, in un angolo, con la faccia rivolta al muro. Come se fosse in punizione.

Ma lui l’aveva sempre vista così: non conosceva il suo volto, lei era una vecchietta con uno scialle, vestita di nero, sempre voltata di spalle verso un angolo e sempre seduta su quella seggiola impagliata, in quella stanza illuminata solo dalla luce di tre candele sul tavolo al centro.

Dappertutto, c’erano statuette di angeli e santi.

“Dov’è?”, chiese la signora. A Niccolò sembrò che stesse facendo qualcosa con le mani, tipo sgranare un rosario, ma non riuscì a vedere. La sua voce lo inquietava sempre un po’.

Indicò la porta. “Chi, Beppe? E’ nel baule della mia macchina”.

“Vada a prendere il signor Giuseppe Dei Fanti e lo metta seduto sulla poltrona. Là”. La signora, rimandendo sempre voltata, sollevò un braccio a indicare a Niccolò la poltrona.

“Okay”, fece Niccolò. E pensò che forse era stato irrispettoso, e da quel momento in poi avrebbe chiamato il morto come aveva fatto lei, signor Giuseppe Dei Fanti.

 

Quando portò il corpo e lo mise seduto sulla poltrona, si accorse che sul tavolo al centro della stanza c’erano dei soldi. Le solite quattrocentomila.

“Ho messo il signor Giuseppe sulla poltrona, signora”.

“Può andare”, disse la donna.

Niccolò prese i soldi e li mise in tasca, deglutendo.

Di nuovo fu sul punto di dirle senta cara signora… sono mesi che andiamo avanti con questa cosa, io prelevo i morti che lei mi indica e a me non è che fanno schifo, ma non è molto divertente, e comunque c’è sempre un rischio grosso… e poi non so niente di lei, lei mi inquieta un po’, a dire la verità, non ho ancora capito se lei è una strega o cosa, e come faccia a entrare in casa mia di notte e lasciarmi quei messaggi sullo specchio, e insomma per farla breve quattrocento carte da mille cominciano ad essere poche, o mi spiega un po’ di cose o mi aumenta la tariffa.

“Grazie signora, arrivederci”, disse, arretrando verso la porta.

E mosse gli occhi tutt’intorno a osservare quella stanza lugubre e silenziosa, e le ombre delle candele sui muri, i crocefissi e le statuette, e il vecchio Giuseppe seduto composto sulla poltrona, proprio come un ospite timido.

Dalla finestra, non molto lontano, si poteva vedere il muro di pietra che circondava il cimitero.

 

A mezzanotte Niccolò entrò e si nascose dietro una tomba, attendendo nel buio.

Ogni volta, non voleva perdersi quello spettacolo.

Lei probabilmente sapeva che lui si metteva lì a spiare… anzi, Niccolò ne era sicuro, che la signora lo sapesse. Ma, allo stesso modo, era strasicuro che la cosa non le desse fastidio, e che anzi, le facesse piacere. Che la eccitasse, essere spiata.

Il vecchio cancello in ferro battuto si aprì in uno scricchiolìo arrugginito. Entrarono due figure, un uomo e una donna. Il profumo della dama Niccolò lo conosceva bene: una fragranza di petali di viole, un profumo da bella signora… che nascondeva a malapena l’odore di decomposizione che stava sotto. E lei era bellissima: con lunghi capelli che sembravano d’oro, e un’eleganza e un portamento regali.

L’altra figura, che le teneva la mano, era quella del vecchio Giuseppe Dei Fanti, anche lui vigorosamente ringiovanito e imbellettato (e vivo, soprattutto), molto affascinante in un abito scuro.

Al chiarore della luna che si stagliava sulle lapidi e le croci, e dei centinaia di lumicini delle tombe, il vecchio Giuseppe circondò con il braccio la vita della sua dama, e con l’altra le tenne la mano.

I due cominciarono a danzare sul sagrato, fissandosi negli occhi in una danza passionale, fatta di movimenti scattosi, ma allo stesso tempo lenti ed eleganti, sinuosi.

Niccolò, dietro la lapide, accese una sigaretta e restò ad osservarli, e gli unici rumori che si udirono in quei minuti furono quelli dei loro passi di danza sulla ghiaia.

Era incredibile. Ogni volta la signora aveva un nuovo ballerino ed era sempre stupenda. Vederla danzare in quel modo era una cosa che faceva provare a Niccolò uno strano stato d’animo, romantico e bellissimo, che lo faceva quasi commuovere. Che struggente combinazione: come il sangue e il vino, come il mare e la pioggia. Come l’amore e la morte.

Alla fine del ballo, Dei Fanti fece un inchino alla signora e si esibì in un elegante baciamano. Poi, insieme a lei uscì dal cimitero, e Niccolò li guardò andarsene e si asciugò un occhio, voglioso di alzarsi in piedi ed applaudirli forte.

Una sensazione unica. Al diavolo la paga misera di quattrocentomila lire che lei le dava: gli avrebbe fornito ballerini anche gratis. Avrebbe portato alla signora tutti i morti che avrebbe voluto, andandoli a prendere nelle case di riposo, sulle strade, fra le lamiere delle macchine, nei fossati… dappertutto, purché lei, poi, lo lasciasse assistere a quelle danze magnifiche sotto la luna.

E, un giorno… o meglio, una notte… Anche lui, sì, anche lui, lo sapeva. Anche lui avrebbe danzato con quell’elegante signora che profumava di viole.