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nekromantik
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La Signora Quando
quella mattina Niccolò aprì gli occhi e si rizzò a sedere sul letto, sudato e
ansimante, seppe subito cos’avreb-be trovato, non appena fosse entrato nel
bagno e avesse osservato lo specchio. Avrebbe
trovato un altro messaggio della signora, scritto con la punta morbida e rotonda
di un rossetto. Perché,
ogni volta che la signora entrava in casa sua di notte, lui non la sentiva
arrivare, ma avvertiva, forte, la sua visita il mattino, appena sveglio. E
poi lei lasciava sempre quel profumo, una fragranza che sapeva di viole e di
eleganza antica. Il
nome scritto sullo specchio era Giuseppe Dei Fanti, via Giovanni Caboto 19. La
signora gli aveva anche scritto quando sarebbe successo: alle ore 11. Niccolò
guardò l’orologio. Erano le 10 e 27, se avesse preso la superstrada sarebbe
arrivato in tempo. Prese con sé il tesserino di addetto alla cella mortuaria e
uscì. Alle
11 e 10 minuti, era all’entrata della casa di riposo “Val di Sole”. Parlò
con una donna, dicendole che aveva la cassa fuori, pronta, e che era venuto a
prendere il corpo. La donna, che aveva un camice bianco, aggrottò la fronte. “Ho
telefonato solo cinque minuti fa, come ha fatto ad arrivare qui così. velocemente?”.
Niccolò
si strinse nelle spalle. “Ma
è venuto qui da solo? Non ha degli assistenti, o…” “Faccio
tutto io. Non si preoccupi”. La
donna gli lanciò un'occhiata un po' diffidente, poi gli fece cenno di seguirla.
Indicò le scale. “Deve
andare su, alla stanza numero nove”, disse. “Lui è sul letto, sono entrata
prima e l'ho visto…così. Forse è morto stanotte nel sonno”. No,
stamattina alle undici esatte,
pensò Niccolò. Me l'ha scritto la signora, sullo specchio. “I parenti
sono stati avvertiti, vero?”, chiese. “Ho
parlato col figlio, al telefono”, mormorò la donna, e accese una sigaretta.
“Ma è uno che beve, quindi non so se ha capito cosa gli ho detto. Senta, come
intende portalo giù?”. “Prego?”
“Come
fa a portalo giù e metterlo nella cassa?”. “Porto
su la cassa in ascensore…”. “L’ascensore
è troppo piccolo, non ci entra. Deve prendere il corpo e portarlo giù, e poi
metterlo nella cassa”. ’Palle, pensò Niccolò. Comunque
l’uomo non aveva parenti, quindi la scocciatura principale era già stata
evitata: non aveva da dare spiegazioni a nessuno, e poi niente piagnistei e cose
simili: poteva appropriarsi del corpo e sbrigare il tutto entro breve. Il falso
tesserino di addetto alla cella mortuaria funzionava sempre, e ancora una volta
le indicazioni della signora erano state precise. “Ha
una sedia a rotelle?”, chiese alla donna. Sistemò
il corpo del vecchio Giuseppe Dei Fanti sulla sedia a rotelle, piegandogli le
gambe e appoggiandogli la schiena, e premette il tasto del piano terra. Al
secondo piano, l’ascensore si fermò, lasciando entrare alcuni ospiti della
casa di riposo: un vecchietto e due anziane signore. “Buondì”. “Salve”,
salutò Niccolò. Una
delle vecchie guardò il morto, sulla sedia. “Ciao Beppe, come va
stamattina?”, disse, mettendogli una mano sulla spalla. “Eh?”. Giuseppe
Dei Fanti continuò a guardare da un lato, la testa piegate e gli occhi rivolti
all’insù. “Stai
meglio, oggi, Beppe?”, gli chiese l’altra vecchina. “Lasciatelo
stare, che dorme”, disse Niccolò. “Ah,
lui dorme sempre”, fece una delle vecchiette, e scosse la testa. “Sì,
dorme sempre”, concordò l’altra. Niccolò
annuì. “Ora dormirà per un bel po’”. Il
vecchio che finora non aveva parlato sembrava, fra quei tre ospiti, il più
lucido. Infatti fu l’unico a chiedere: “Perché? In che senso, dormirà per
un bel po’?”. Niccolò
alzò una mano e l’abbassò. Compì lo stesso gesto in orizzontale, a
tracciare una croce. “Stamattina”. Il
vecchio sbarrò gli occhi, impallidendo e scostandosi dalla sedia a rotelle. Giunto
alla casa della signora, Niccolò bussò una volta e spinse in avanti la porta,
piano. “Buonasera,
signora. Le ho portato Bep… Giuseppe Dei Fanti, come mi aveva detto”. Niccolò
avanzò nella stanza in penombra. La
signora era seduta in fondo, in un angolo, con la faccia rivolta al muro. Come
se fosse in punizione. Ma
lui l’aveva sempre vista così: non conosceva il suo volto, lei era una
vecchietta con uno scialle, vestita di nero, sempre voltata di spalle verso un
angolo e sempre seduta su quella seggiola impagliata, in quella stanza
illuminata solo dalla luce di tre candele sul tavolo al centro. Dappertutto,
c’erano statuette di angeli e santi. “Dov’è?”,
chiese la signora. A Niccolò sembrò che stesse facendo qualcosa con le mani,
tipo sgranare un rosario, ma non riuscì a vedere. La sua voce lo inquietava
sempre un po’. Indicò
la porta. “Chi, Beppe? E’ nel baule della mia macchina”. “Vada
a prendere il signor Giuseppe Dei Fanti e lo metta seduto sulla poltrona. Là”.
La signora, rimandendo sempre voltata, sollevò un braccio a indicare a Niccolò
la poltrona. “Okay”,
fece Niccolò. E pensò che forse era stato irrispettoso, e da quel momento in
poi avrebbe chiamato il morto come aveva fatto lei, signor Giuseppe Dei
Fanti. Quando
portò il corpo e lo mise seduto sulla poltrona, si accorse che sul tavolo al
centro della stanza c’erano dei soldi. Le solite quattrocentomila. “Ho
messo il signor Giuseppe sulla poltrona, signora”. “Può
andare”, disse la donna. Niccolò
prese i soldi e li mise in tasca, deglutendo. Di
nuovo fu sul punto di dirle senta cara signora… sono mesi che andiamo avanti
con questa cosa, io prelevo i morti che lei mi indica e a me non è che fanno
schifo, ma non è molto divertente, e comunque c’è sempre un rischio
grosso… e poi non so niente di lei, lei mi inquieta un po’, a dire la verità,
non ho ancora capito se lei è una strega o cosa, e come faccia a entrare in
casa mia di notte e lasciarmi quei messaggi sullo specchio, e insomma per farla
breve quattrocento carte da mille cominciano ad essere poche, o mi spiega un
po’ di cose o mi aumenta la tariffa. “Grazie
signora, arrivederci”, disse, arretrando verso la porta. E
mosse gli occhi tutt’intorno a osservare quella stanza lugubre e silenziosa, e
le ombre delle candele sui muri, i crocefissi e le statuette, e il vecchio
Giuseppe seduto composto sulla poltrona, proprio come un ospite timido. Dalla
finestra, non molto lontano, si poteva vedere il muro di pietra che circondava
il cimitero. A
mezzanotte Niccolò entrò e si nascose dietro una tomba, attendendo nel buio. Ogni
volta, non voleva perdersi quello spettacolo. Lei
probabilmente sapeva che lui si metteva lì a spiare… anzi, Niccolò ne era
sicuro, che la signora lo sapesse. Ma, allo stesso modo, era strasicuro che la
cosa non le desse fastidio, e che anzi, le facesse piacere. Che la eccitasse,
essere spiata. Il
vecchio cancello in ferro battuto si aprì in uno scricchiolìo arrugginito.
Entrarono due figure, un uomo e una donna. Il profumo della dama Niccolò lo
conosceva bene: una fragranza di petali di viole, un profumo da bella signora…
che nascondeva a malapena l’odore di decomposizione che stava sotto. E lei
era bellissima: con lunghi capelli che sembravano d’oro, e un’eleganza e un
portamento regali. L’altra
figura, che le teneva la mano, era quella del vecchio Giuseppe Dei Fanti, anche
lui vigorosamente ringiovanito e imbellettato (e vivo, soprattutto), molto
affascinante in un abito scuro. Al
chiarore della luna che si stagliava sulle lapidi e le croci, e dei centinaia di
lumicini delle tombe, il vecchio Giuseppe circondò con il braccio la vita della
sua dama, e con l’altra le tenne la mano. I
due cominciarono a danzare sul sagrato, fissandosi negli occhi in una danza
passionale, fatta di movimenti scattosi, ma allo stesso tempo lenti ed eleganti,
sinuosi. Niccolò,
dietro la lapide, accese una sigaretta e restò ad osservarli, e gli unici
rumori che si udirono in quei minuti furono quelli dei loro passi di danza sulla
ghiaia. Era
incredibile. Ogni volta la signora aveva un nuovo ballerino ed era sempre
stupenda. Vederla danzare in quel modo era una cosa che faceva provare a Niccolò
uno strano stato d’animo, romantico e bellissimo, che lo faceva quasi
commuovere. Che struggente combinazione: come il sangue e il vino, come il mare
e la pioggia. Come l’amore e la morte. Alla
fine del ballo, Dei Fanti fece un inchino alla signora e si esibì in un
elegante baciamano. Poi, insieme a lei uscì dal cimitero, e Niccolò li guardò
andarsene e si asciugò un occhio, voglioso di alzarsi in piedi ed applaudirli
forte. Una
sensazione unica. Al diavolo la paga misera di quattrocentomila lire che lei le
dava: gli avrebbe fornito ballerini anche gratis. Avrebbe portato alla signora
tutti i morti che avrebbe voluto, andandoli a prendere nelle case di riposo,
sulle strade, fra le lamiere delle macchine, nei fossati… dappertutto, purché
lei, poi, lo lasciasse assistere a quelle danze magnifiche sotto la luna. E,
un giorno… o meglio, una notte… Anche lui, sì, anche lui, lo sapeva. Anche
lui avrebbe danzato con quell’elegante signora che profumava di viole.
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