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walter diociaiuti

 

IUS PRIMAE NOCTIS

Dovevo farlo. Altrimenti che cazzo di marito sarei stato?

La conobbi due anni fa alla festa di Paoletto, un nostro amico in comune. Notai quella ragazza quasi subito. Era lì seduta sul chilometrico divano in alcantara rosso, che dominava l’intero ambiente, attaccato sistematicamente alla parete dai contorni quasi surreali, psichedelici. Minigonna, occhi scuri, penetranti, quelli che ti paralizzano all’istante, e due stupende gambe inguainate all’interno di un paio di collants color carne, una figura quasi regale. Non smisi un attimo di guadarla. Solo la mia sciocca timidezza, a quel punto, avrebbe potuto rovinare (o risanare)  tutto.  Giunse in mio soccorso Martha, una collega di lavoro, che non aveva potuto fare a meno di accorgersi del mio sguardo totalmente rapito dalle grazie di Carola.l mio sguardo totalmente rapito dalle grazie di Carola.

-         “Ehi timidone, continuando a rimirartela così, la penetrerai semplicemente con i tuoi occhioni! Hai un’erezione sui bulbi oculari…”. Scosse il capo e mi prese per mano. Avrei voluto fuggire, non essere lì. Il mio viso assunse, nel giro di dieci secondi, tutti i colori dell’Iride. Mi condusse proprio di fronte a lei. Un secondo. Un attimo. Uno sguardo. L’ennesimo. Poi l’aria venne infranta da miliardi di fonemi espressi in sequenza, in quel momento per me inintelligibili.

-         “Ciao Carola. Questo è Wolfgang. Non ha smesso un attimo di guardarti. Lo hai stregato ed imbambolato. Fulminato. E’ tutto tuo”.

Sorrise beffarda. Ci piantò lì subitaneamente. Dovevamo parlare per forza. Eravamo costretti. Costretti a farci coraggio. L’un l’altro. Senza la speranza di vacue parole di circostanza altrui. Come uomo mi sentii in dovere di prendere l’iniziativa. Violentai, praticamente, me stesso. Ero pronto a tenderle la mano, e a lasciarmi uscire di bocca quelle due parole, – Piacere, Wolfgang – che mi restarono, però, morte sulla punta della lingua. La mia presentazione era abortita dopo un solo attimo di gestazione. Galeotta fu la frantumazione istantanea di quella solida ed imponente cortina di silenzio che avevamo solidificato con gli imbarazzi dei nostri sguardi.

-         “Piacere, Wolfgang! Come avrai potuto ascoltare dalla repentina presentazione della mia amica, io sono Carola. Ma siediti…” mi precedette.

Sorrisi. Ero più impacciato che mai. Mi sentivo quasi venir meno. Tuttavia, non riuscii ad astenermi dal lanciare ancora un’occhiata furtiva, ma non troppo, all’interno dello spacco laterale della sua già vertiginosa minigonna griffata. Ero seduto accanto a lei, e percepivo il raffinato odore del suo profumo che, lesto, penetrava vigliaccamente dentro le mie narici, inebriandomi di rarefatta voluttà. Faticai non poco a coprire l’evidente erezione che premeva furiosamente sui miei pantaloni. Accavallai le gambe. Con codardia. Ma era fin troppo palese.

-         “Bella festa, eh?”

Frase più sciocca non sarebbe potuta uscirmi di bocca… Mi tenne comunque in gioco. Iniziammo lentamente a partorire una ragnatela di discorsi che condussero alla fine della serata, ed al classico scambio dei numeri telefonici. Ci salutammo col poco usuale e romantico cenno della mano. Colsi nei suoi occhi corvini un lampo profondo di incoraggiamento. Quasi una supplica. Probabilmente non le ero rimasto indifferente, nonostante la mia goffaggine. Due giorni più tardi capii che avevo fatto centro. Una freccia scagliata con l’abilità di un novello Guglielmo Tell. Dritta al cuore. Un colpo sensazionale. Insperato.

La chiamai. Non mi diede nemmeno il tempo di dirle chi c’era dall’altra parte dell’apparecchio. Aveva già letto il mio nome sul display del suo cellulare. – Ciao Wolfgang, che piacevole sorpresa… temevo non mi avresti mai chiamata… -

La invitai a cena per quella sera stessa. Accettò immediatamente. Percepii nella sua voce una contentezza di sicuro pari a quella che stavo provando io.

Fu solo il primo dei nostri incontri. Cene romantiche in tutti i ristoranti più in di Milano, e serata di gala, feste, e lunghi discorsi dentro l’auto. Poi il fidanzamento. Quello ufficiale. Il tutto condito da languidi baci e furtive toccatine, mai troppo approfondite. Carola faceva la ritrosa. Come si accorgeva che stavo per prendere il sopravvento, frenava irrimediabilmente i miei bollenti spiriti, ricordandomi la sua volontà di arrivare al matrimonio con la fichetta ancora sana. Mostrava in tutta la sua interezza il proprio perbenismo. Vero. Genuino. Maledettamente autentico. Una ragazza di quelle che ti tirano scemo ad oltranza… insomma, una da impalmare quanto prima.

Ci provai in tutti i modi. Gioielli, vestiti d’alta moda, viaggi esotici… niente!!! Resistette. Impavida nella sua ostinazione. Provai persino a mostrarle il mio gioiello privato. Era eretto, duro, pronto a deflagrare. Una meraviglia della natura, agli occhi di una donna. Si potevano contare le vene abbottate, i canali ematici che, impazziti, raggiungevano, a ritmi vertiginosi, quel tessuto spugnoso. Non avevo più sangue al cervello. Era affluito tutto lì. Si limitò a qualche sterile, e fuori luogo, commento.

-         “Mamma mia, pare non finire più! Conserva le energie per quando ti serviranno. Ora, rimetti dentro quel coso mostruoso, per favore!”

Mi liquidò così. Pensai che non fosse di carne ed ossa come tutte le altre. Ero disperato. Il mio intelletto volava sempre sul suo corpo. In ogni attimo del giorno. Quando ero in sua compagnia non facevo altro che baciarla ed allungare, represso, i miei artigli su di lei. Tali, perlomeno, li faceva apparire ai miei occhi. Quello che mi spettava di diritto, come ad ogni buon fidanzato che si rispetti, mi veniva ingiustamente negato, a causa della sua puerile caparbietà. E ne soffrivo. Avrei potuto impazzire da un momento all’altro.

Alla fine capitolai. Avevo compreso che non c’era altro verso per ottenere quello che volevo. E poi l’amavo. Di lei mi piaceva tutto: corpo ed anima. Pensieri e Parole. Tranne la sua maledetta ostinazione…

Fissammo la data delle nozze. Ed iniziammo tutti i preparativi del caso. Lunghissime ed estenuanti giornate trascorse dal mobiliere di turno. Mille progetti. Cento architetti, arredatori e consigli di esperti del settore. Poi milioni di lire che prendevano il volo. Spese su spese. Ed ancora progetti. Quando avremo un bambino… Per non parlare poi degli incontri prematrimoniali con i preti, – Ma che cazzo ne sanno loro di un menage matrimoniale? Quando mai hanno fatto esperienze di tal genere? Ma per favore… - e tutte le scartoffie da consegnare a quella checca del parroco, file nei vari enti ed allacci vari. Insomma una faticaccia. Più tutto lo stress che mi accompagnava dal momento in cui l’avevo vista per la prima volta. La voglia di averla, farla mia… di romperle finalmente la fica…

Ci provai ancora. Avrei voluto allietare almeno quell’estenuante attesa, annegarla in un po’ di miele. D’amore. Ancora picche! Non ci fu verso. Nemmeno tutto quello che stavo facendo era bastato per convincerla delle mie intenzioni. Niente da fare. Sempre più decisa. La sua cocciutaggine cresceva in maniera esponenziale. Di pari passo con tutti i soldi che spendevamo in mobili e stronzate varie.

Mi rassegnai. Giocoforza. Dovevo raggiungere una momentanea pace dei sensi. Avrei dovuto attendere altri tre mesi. Tre mesi d’inferno. Di seghe deprimenti. Snervanti. Sfibranti. Debilitanti. Innocenti. Semplicemente necessarie. Logiche, in quella situazione.

Trascorsi l’ultima settimana impegnato ad espletare gli ultimi impegni di lavoro con i clienti e le ultimissime cose da sbrigare, come l’acquisto delle fedi…

Era finalmente giunto il momento tanto agognato. I miei pensieri si rincorrevano. Affollarono la mia ultima notte da scapolo. Pensai intensamente al momento in cui avrei posto il mio arnese sulle tumide labbra della sua passera. E a quando glielo avrei spinto dentro. E alle urla che avrebbe cacciato.

Praticamente non chiusi occhio. Pensavo… fantasticavo… me lo menavo ancora…

 

E venne il giorno. Sorvolerò sulla cerimonia, inutile sotto tutti i punti di vista, e deleteria.

Voglio arrivare direttamente al più emozionante momento dei miei trentadue anni. Alla mia prima notte di nozze. Al momento fatidico.

 

Lei era distesa sul letto. Pronta. Non aspettava che me. Non ti farò male, tesoro… Mi accucciai davanti al suo sesso e la guardai dritta sulle palle degli occhi. Mi fissò con i suoi globi oculari, penetranti almeno quanto il mio cazzo. Sgranati. Attendeva in silenzio. Riabbassai il mio sguardo ed iniziai un laido ed efficace lavoro di lingua. La sua freddezza era senza eguali. Avrei dovuto assumermi l'improbo compito di scioglierla.  Sotto la fallacia delle mie carezze e la possanza dei colpi di reni che le avrei inferto. Tirai di nuovo su il busto, inarcandolo nervosamente, e mi piegai sui suoi seni per strizzarli con il sapiente tocco delle mie mani e delle mie labbra. I capezzoli duri, piccoli promontori rossosangue, paonazzi, vogliosi. Avevo ormai tutto il tempo, a mia disposizione. Sapevo che godeva nel suo silenzio, ma attendevo, premurosamente, le sovrumane urla per il prossimo atto della deflorazione. L’avevo preparata proprio come si conveniva ad un’occasione così unica.

Quindi passai all’azione solenne. L’atto. Stavo per renderla, finalmente, donna. Anche se un po’ tardi. Perdere la verginità a ventisette anni è ormai una cosa così infrequente al giorno d’oggi…

Iniziai a roteare il glande sulla stretta fessurina, così, tanto per saggiare la sua resistenza al dolore. Nessuna soddisfazione di sentirla urlare. Niente. La sua ostinazione non era affatto mutata. Ora si concedeva senza opporre resistenza: di certo lo voleva anche lei,  ma stava negandomi quella bramosia di sentire la sua voce arrivare in cielo e di gemere al mio cospetto. Mi stava orbando del piacere di farmi sentire uomo. O forse lo faceva solamente per rispetto nei miei confronti, magari per non ostacolarmi nella mia opera.

Dopo diversi tentativi, ed un lasso di tempo non quantificato, le sferrai il colpo decisivo. L’imene si arrese, ed andò in frantumi. Minuscoli brandelli di carne. Ma aveva opposto una strenua resistenza. L’ultima. Mi accolse dentro di lei con soddisfazione – Chi tace acconsente… - ed il mio pene scivolò nella sua fichetta stretta, che era un piacere.

 Vedrai che la sua freddezza sparirà dopo i primi colpi – mi dicevo.

Ci detti dentro alla grande, pistonando dentro la sua vulva con passione, fermezza ed amore supremo. Ora eravamo un solo corpo. Mi annullai durante tutto l’atto in quel pensiero. Fino all’esplosione del mio seme nel suo utero. Ora, forse, avremo quel bambino, cara…

Peccato soltanto che ci abbiano guastato la cerimonia. Quel gradino maledetto. Lo stravolo. Il vuoto. L’urlo. Il tuo. Poi l’ambulanza. Ed il pianto. Il mio.

Mi sento come un ladro: ho rubato il tuo corpo due volte. Adesso che ti ho sottratto il velo della purezza. E tre ore fa dall’obitorio. Ma dovevo farlo. Non potevo lasciarti senza il gusto di farti assaporare quello che hai sempre rifiutato. E non potevo non adempiere a quello che era un mio dovere. E, soprattutto, un diritto.

Amami ancora, Carola…per sempre! Preparati…