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nekromantik
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IUS
PRIMAE NOCTIS Dovevo
farlo. Altrimenti che cazzo di marito sarei stato? La
conobbi due anni fa alla festa di Paoletto, un nostro amico in comune. Notai
quella ragazza quasi subito. Era lì seduta sul chilometrico divano in alcantara
rosso, che dominava l’intero ambiente, attaccato sistematicamente alla parete
dai contorni quasi surreali, psichedelici. Minigonna, occhi scuri, penetranti,
quelli che ti paralizzano all’istante, e due stupende gambe inguainate
all’interno di un paio di collants color carne, una figura quasi regale. Non
smisi un attimo di guadarla. Solo la mia sciocca timidezza, a quel punto,
avrebbe potuto rovinare (o risanare) tutto.
Giunse in mio soccorso Martha, una collega di lavoro, che non aveva
potuto fare a meno di accorgersi del mio sguardo totalmente rapito dalle grazie
di Carola.l mio sguardo totalmente rapito dalle grazie di Carola. -
“Ehi timidone, continuando a rimirartela così, la penetrerai
semplicemente con i tuoi occhioni! Hai un’erezione sui bulbi oculari…”.
Scosse il capo e mi prese per mano. Avrei voluto fuggire, non essere lì. Il mio
viso assunse, nel giro di dieci secondi, tutti i colori dell’Iride. Mi
condusse proprio di fronte a lei. Un secondo. Un attimo. Uno sguardo.
L’ennesimo. Poi l’aria venne infranta da miliardi di fonemi espressi in
sequenza, in quel momento per me inintelligibili. -
“Ciao Carola. Questo è Wolfgang. Non ha smesso un attimo di guardarti.
Lo hai stregato ed imbambolato. Fulminato. E’ tutto tuo”. Sorrise
beffarda. Ci piantò lì subitaneamente. Dovevamo parlare per forza. Eravamo
costretti. Costretti a farci coraggio. L’un l’altro. Senza la speranza di
vacue parole di circostanza altrui. Come uomo mi sentii in dovere di prendere
l’iniziativa. Violentai, praticamente, me stesso. Ero pronto a tenderle la
mano, e a lasciarmi uscire di bocca quelle due parole, – Piacere,
Wolfgang – che mi restarono, però, morte sulla punta della lingua. La mia
presentazione era abortita dopo un solo attimo di gestazione. Galeotta fu la
frantumazione istantanea di quella solida ed imponente cortina di silenzio che
avevamo solidificato con gli imbarazzi dei nostri sguardi. -
“Piacere, Wolfgang! Come avrai potuto ascoltare dalla repentina
presentazione della mia amica, io sono Carola. Ma siediti…” mi precedette. Sorrisi.
Ero più impacciato che mai. Mi sentivo quasi venir meno. Tuttavia, non riuscii
ad astenermi dal lanciare ancora un’occhiata furtiva, ma non troppo,
all’interno dello spacco laterale della sua già vertiginosa minigonna
griffata. Ero seduto accanto a lei, e percepivo il raffinato odore del suo
profumo che, lesto, penetrava vigliaccamente dentro le mie narici, inebriandomi
di rarefatta voluttà. Faticai non poco a coprire l’evidente erezione che
premeva furiosamente sui miei pantaloni. Accavallai le gambe. Con codardia. Ma
era fin troppo palese. -
“Bella festa, eh?” Frase
più sciocca non sarebbe potuta uscirmi di bocca… Mi tenne comunque in gioco.
Iniziammo lentamente a partorire una ragnatela di discorsi che condussero alla
fine della serata, ed al classico scambio dei numeri telefonici. Ci salutammo
col poco usuale e romantico cenno della mano. Colsi nei suoi occhi corvini un
lampo profondo di incoraggiamento. Quasi una supplica. Probabilmente non le ero
rimasto indifferente, nonostante la mia goffaggine. Due giorni più tardi capii
che avevo fatto centro. Una freccia scagliata con l’abilità di un novello
Guglielmo Tell. Dritta al cuore. Un colpo sensazionale. Insperato. La
chiamai. Non mi diede nemmeno il tempo di dirle chi c’era dall’altra parte
dell’apparecchio. Aveva già letto il mio nome sul display del suo cellulare.
– Ciao Wolfgang, che piacevole sorpresa… temevo non mi avresti mai
chiamata… - La
invitai a cena per quella sera stessa. Accettò immediatamente. Percepii nella
sua voce una contentezza di sicuro pari a quella che stavo provando io. Fu
solo il primo dei nostri incontri. Cene romantiche in tutti i ristoranti più in
di Milano, e serata di gala, feste, e lunghi discorsi dentro l’auto. Poi
il fidanzamento. Quello ufficiale. Il tutto condito da languidi baci e furtive
toccatine, mai troppo approfondite. Carola faceva la ritrosa. Come si accorgeva
che stavo per prendere il sopravvento, frenava irrimediabilmente i miei bollenti
spiriti, ricordandomi la sua volontà di arrivare al matrimonio con la fichetta
ancora sana. Mostrava in tutta la sua interezza il proprio perbenismo. Vero.
Genuino. Maledettamente autentico. Una ragazza di quelle che ti tirano scemo ad
oltranza… insomma, una da impalmare quanto prima. Ci
provai in tutti i modi. Gioielli, vestiti d’alta moda, viaggi esotici…
niente!!! Resistette. Impavida nella sua ostinazione. Provai persino a mostrarle
il mio gioiello privato. Era eretto, duro, pronto a deflagrare. Una meraviglia
della natura, agli occhi di una donna. Si potevano contare le vene abbottate, i
canali ematici che, impazziti, raggiungevano, a ritmi vertiginosi, quel tessuto
spugnoso. Non avevo più sangue al cervello. Era affluito tutto lì. Si limitò
a qualche sterile, e fuori luogo, commento. -
“Mamma mia, pare non finire più! Conserva le energie per quando ti
serviranno. Ora, rimetti dentro quel coso mostruoso, per favore!” Mi
liquidò così. Pensai che non fosse di carne ed ossa come tutte le altre. Ero
disperato. Il mio intelletto volava sempre sul suo corpo. In ogni attimo del
giorno. Quando ero in sua compagnia non facevo altro che baciarla ed allungare,
represso, i miei artigli su di lei. Tali, perlomeno, li faceva apparire ai miei
occhi. Quello che mi spettava di diritto, come ad ogni buon fidanzato che si
rispetti, mi veniva ingiustamente negato, a causa della sua puerile caparbietà.
E ne soffrivo. Avrei potuto impazzire da un momento all’altro. Alla
fine capitolai. Avevo compreso che non c’era altro verso per ottenere quello
che volevo. E poi l’amavo. Di lei mi piaceva tutto: corpo ed anima. Pensieri e
Parole. Tranne la sua maledetta ostinazione… Fissammo
la data delle nozze. Ed iniziammo tutti i preparativi del caso. Lunghissime ed
estenuanti giornate trascorse dal mobiliere di turno. Mille progetti. Cento
architetti, arredatori e consigli di esperti del settore. Poi milioni di lire
che prendevano il volo. Spese su spese. Ed ancora progetti. Quando
avremo un bambino… Per non parlare poi degli incontri prematrimoniali con
i preti, – Ma che cazzo ne sanno loro
di un menage matrimoniale? Quando mai hanno fatto esperienze di tal genere? Ma
per favore… - e tutte le
scartoffie da consegnare a quella checca del parroco, file nei vari enti ed
allacci vari. Insomma una faticaccia. Più tutto lo stress che mi accompagnava
dal momento in cui l’avevo vista per la prima volta. La voglia di averla,
farla mia… di romperle finalmente la fica… Ci
provai ancora. Avrei voluto allietare almeno quell’estenuante attesa,
annegarla in un po’ di miele. D’amore. Ancora picche! Non ci fu verso.
Nemmeno tutto quello che stavo facendo era bastato per convincerla delle mie
intenzioni. Niente da fare. Sempre più decisa. La sua cocciutaggine cresceva in
maniera esponenziale. Di pari passo con tutti i soldi che spendevamo in mobili e
stronzate varie.
Mi
rassegnai. Giocoforza. Dovevo raggiungere una momentanea pace dei sensi. Avrei
dovuto attendere altri tre mesi. Tre mesi d’inferno. Di seghe deprimenti.
Snervanti. Sfibranti. Debilitanti. Innocenti. Semplicemente necessarie. Logiche,
in quella situazione. Trascorsi
l’ultima settimana impegnato ad espletare gli ultimi impegni di lavoro con i
clienti e le ultimissime cose da sbrigare, come l’acquisto delle fedi… Era
finalmente giunto il momento tanto agognato. I miei pensieri si rincorrevano.
Affollarono la mia ultima notte da scapolo. Pensai intensamente al momento in
cui avrei posto il mio arnese sulle tumide labbra della sua passera. E a quando
glielo avrei spinto dentro. E alle urla che avrebbe cacciato. Praticamente
non chiusi occhio. Pensavo… fantasticavo… me lo menavo ancora… E
venne il giorno. Sorvolerò sulla cerimonia, inutile sotto tutti i punti di
vista, e deleteria. Voglio
arrivare direttamente al più emozionante momento dei miei trentadue anni. Alla
mia prima notte di nozze. Al momento fatidico. Lei
era distesa sul letto. Pronta. Non aspettava che me. Non
ti farò male, tesoro… Mi accucciai davanti al suo sesso e la guardai
dritta sulle palle degli occhi. Mi fissò con i suoi globi oculari, penetranti
almeno quanto il mio cazzo. Sgranati. Attendeva in silenzio. Riabbassai il mio
sguardo ed iniziai un laido ed efficace lavoro di lingua. La sua freddezza era
senza eguali. Avrei dovuto assumermi l'improbo compito di scioglierla.
Sotto la fallacia delle mie carezze e la possanza dei colpi di reni che
le avrei inferto. Tirai di nuovo su il busto, inarcandolo nervosamente, e mi
piegai sui suoi seni per strizzarli con il sapiente tocco delle mie mani e delle
mie labbra. I capezzoli duri, piccoli promontori rossosangue, paonazzi,
vogliosi. Avevo ormai tutto il tempo, a mia disposizione. Sapevo che godeva nel
suo silenzio, ma attendevo, premurosamente, le sovrumane urla per il prossimo
atto della deflorazione. L’avevo preparata
proprio come si conveniva ad un’occasione così unica. Quindi
passai all’azione solenne. L’atto. Stavo per renderla, finalmente, donna.
Anche se un po’ tardi. Perdere la
verginità a ventisette anni è ormai una cosa così infrequente al giorno
d’oggi… Iniziai
a roteare il glande sulla stretta fessurina, così, tanto per saggiare la sua
resistenza al dolore. Nessuna soddisfazione di sentirla urlare. Niente. La sua
ostinazione non era affatto mutata. Ora si concedeva senza opporre resistenza:
di certo lo voleva anche lei, ma
stava negandomi quella bramosia di sentire la sua voce arrivare in cielo e di
gemere al mio cospetto. Mi stava orbando del piacere di farmi sentire uomo. O
forse lo faceva solamente per rispetto nei miei confronti, magari per non
ostacolarmi nella mia opera. Dopo
diversi tentativi, ed un lasso di tempo non quantificato, le sferrai il colpo
decisivo. L’imene si arrese, ed andò in frantumi. Minuscoli
brandelli di carne. Ma aveva opposto una strenua resistenza. L’ultima. Mi
accolse dentro di lei con soddisfazione – Chi
tace acconsente… - ed il mio pene scivolò nella sua fichetta stretta, che
era un piacere. –
Vedrai che la sua freddezza sparirà dopo
i primi colpi – mi dicevo. Ci
detti dentro alla grande, pistonando dentro la sua vulva con passione, fermezza
ed amore supremo. Ora eravamo un solo corpo. Mi annullai durante tutto l’atto
in quel pensiero. Fino all’esplosione del mio seme nel suo utero. Ora,
forse, avremo quel bambino, cara… Peccato
soltanto che ci abbiano guastato la cerimonia. Quel gradino maledetto. Lo
stravolo. Il vuoto. L’urlo. Il tuo. Poi l’ambulanza. Ed il pianto. Il mio. Mi
sento come un ladro: ho rubato il tuo corpo due volte. Adesso che ti ho
sottratto il velo della purezza. E tre ore fa dall’obitorio. Ma dovevo farlo.
Non potevo lasciarti senza il gusto di farti assaporare quello che hai sempre
rifiutato. E non potevo non adempiere a quello che era un mio dovere. E,
soprattutto, un diritto. Amami
ancora, Carola…per sempre! Preparati… |