Il
primo ed il principale di questi controversi "meccanismi di flessibilità"
consisteva nel cosiddetto "commercio delle quote di
emissione". Questo meccanismo, previsto dallo stesso Protocollo di
Kyoto, disponeva che i paesi i quali avessero ridotto le proprie emissioni ancor
più di quanto richiesto, avrebbero
potuto rivendere le quote eccedenti ad altri paesi
che si sarebbero trovati quindi ad acquistare una sorta di "permessi ad inquinare".
La
portata di questo meccanismo apparve in tutta la sua evidenza nell'Europa
dell'est dove, a causa della forte recessione economica, vennero chiuse
moltissime industrie altamente inquinanti, consentendo di conseguenza all'Europa
di raggiungere, quasi senza sforzo, gli obiettivi prefissati nel Protocollo di
Kyoto.
L'Unione Europea, pur non essendo contraria per principio al commercio delle
quote, interpretava invece questo meccanismo come una procedura complementare
e non sostitutiva della riduzione delle emissioni inquinanti, di conseguenza
chiese che fosse fissato un tetto per le emissioni commerciabili.
Un secondo controverso criterio di interpretazione dei tagli alle emissioni
inquinanti derivava da una contrastante valutazione delle cosiddette "aree
di compensazione", anch'esse previste dal Protocollo di Kyoto, sulla
base di tale previsione i paesi che avessero attuato processi
di forestazione, riforestazione e migliore uso del territorio, avrebbero
potuto ricevere in cambio "crediti" da
aggiungere alle proprie quote di emissione.
nuovi
orizzonti ambientali
I governi di tali paesi a sostegno delle loro ragioni addussero inizialmente motivazioni piuttosto grossolane secondo le quali, se le misure di Kyoto venissero applicate ai paesi industrializzati, molte industrie emigrerebbero verso i paesi in via di sviluppo dove la manodopera costa meno ed è ancora possibile inquinare.