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STRAPARLARE
DI CONVENTION
E DEVOLUTION
di GIOVANNI SABBATUCCI
(Il Messaggero, lunedì 18 settembre 2000)

A CHE serve convocare referendum regionali consultivi sulla devolution (ossia sul passaggio di competenze dallo Stato alle regioni in materie come l'istruzione, la sanità e l'ordine pubblico)? Si tratta di un'iniziativa incostituzionale, come sostiene il presidente del Consiglio, o solo di una procedura innovativa, come dichiarano i promotori dell'iniziativa? Sarà di ostacolo (come pensa Mancino) o di stimolo (come concede Violante) a una riforma federale dello Stato che è già da tempo in cantiere e a cui l'intero arco delle forze politiche si proclama favorevole? Sul tema, nei giorni scorsi, sono intervenuti un po' tutti (politici, commentatori, costituzionalisti), manifestando, com'è naturale, opinioni e sensibilità diverse: chi compiacendosi, chi preoccupandosi, chi denunciando nuovi pericoli per l'unità nazionale. Da ultimo, ieri a Rimini, il presidente Ciampi, che ha dato un'ulteriore prova di saggezza riportando il problema alle sue vere dimensioni: l'unità della patria - ha detto in sostanza il capo dello Stato - non è in discussione visto che nessuno, nemmeno Bossi, la contesta; ma ricordate che poi a legiferare sarà il Parlamento, unica sede competente a decidere su una nuova allocazione dei poteri fra centro e periferie.

Torniamo allora alla domanda iniziale: a che serve indire i referendum sulla devolution proprio nel momento in cui il Parlamento si accinge ad affrontare la questione, almeno sul piano dei princìpi generali? La mia impressione è che l'iniziativa sia inutile e irrilevante rispetto ai fini che ufficialmente si propone; che non contenga alcuna capacità di stimolo né alcun effetto ostativo rispetto all'iter della riforma; e che abbia invece una valenza esclusivamente politica, tutta interna per giunta alle logiche e alle esigenze della "casa delle libertà". E' un modo per testimoniare di fronte all'opinione pubblica moderata l'avvenuta conversione di Bossi dal separatismo al federalismo. Ma è anche e soprattutto un tributo pagato dal centro-destra alla Lega, partner strategico ancorché in declino, e soprattutto alle esigenze di visibilità del suo leader, che ha un disperato bisogno di distinguersi in qualche modo dai suoi alleati: tant'è che, in assenza di altri temi forti, si è messo a cavalcare con la disinvoltura che gli è consueta - e con i toni che a lui solo sono consentiti - l'onda del più retrivo tradizionalismo cattolicheggiante.

Tutta la questione sarebbe dunque da archiviare nel fascicolo relativo agli affari interni di una parte politica, se non fosse rivelatrice di una tendenza preoccupante dell'attuale congiuntura italiana: se non ci mostrasse cioè quanto sia difficile confrontarsi, e se del caso dividersi, sul merito dei problemi. In concreto: non stiamo discutendo su quali e quanti poteri, su quali e quante competenze sia opportuno trasferire dallo Stato agli enti locali, sui costi e sui benefici dell'operazione. Ci scontriamo invece sulle procedure da adottare e soprattutto sui moventi politici dei diversi soggetti, ovvero sul cui prodest.

Lo stesso discorso si potrebbe fare a proposito di un altro tema caldo di questi ultimi mesi, la riforma elettorale. Che fine hanno fatto i dibattiti tra fautori della proporzionale e paladini del maggioritario? Ora il vero problema è quello di capire se una riforma (non importa quale) sia destinata ad andare in porto o meno in questa legislatura e di stabilire le responsabilità di un probabile fallimento: sul merito, poi, si è sempre in tempo a cambiare idea. Persino nella questione della leadership del centro-sinistra (che non è solo un affare interno dell'Ulivo e dei suoi alleati) si rischia sempre più di perdere di vista il vero oggetto del contendere. Nessuno fra i leader della maggioranza ci ha sinora spiegato apertamente i motivi per cui un candidato sarebbe da preferire all'altro, né quali diverse opzioni politico-programmatiche siano sottese alla scelta. In compenso si è fatto un gran parlare delle forme di investitura: ossia del modo in cui il candidato già designato dalle segreterie dei partiti dovrà essere incoronato dal suo rivale nel quadro di una finta Convention, inutile e irrilevante nella sostanza quanto i referendum sulla devolution.

Molti sono i prezzi che già stiamo pagando - in termini innanzitutto di buon gusto e di civiltà politica - a una campagna elettorale che si annuncia come la più lunga e la più avvelenata della storia della Repubblica dopo quella del '48 (ma lì almeno erano in gioco questioni vitali). A questi dovremo aggiungere quelli derivanti da una lotta politica sempre più lontana dalla sostanza dei problemi, perennemente oscillante fra la dimensione dell'insulto personale e quella della pura schermaglia tattica.