Dati ONU mettono definitivamente con le spalle al muro chi sostiene che la
globalizzazione aiuta i paesi in via di sviluppo

 Repubblica supplemento Affari & Finanza
COMMENTI  lunedi 26 Marzo 2001
www.repubblica.it/supplementi/af/2001/03/26/commenti/004afmen.html
pag. 4  La globalizzazione non fa bene a tutti:
fa diventare più poveri i paesi poveri
Secondo stime di fonte Onu il divario tra i paesi ricchi e gli altri aumenta
VIRGILIO MONALDI
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E’ proprio vero che la "globalizzazione" fa bene ai poveri? Negli ultimi
tempi, e per una strana coincidenza, sono apparsi sulla stampa vari articoli
di economisti e divulgatori economici che, in varie forme, hanno cercato di
far passare un messaggio rassicurante, proglobalizzazione, quasi ad
esorcizzare le sempre più numerose contestazioni che precedono e
accompagnano i vari Summit sull’economia mondiale (Global Economic Forum di
Davos, G7 e altri).
Tuttavia coloro che ritengono che la maggior parte dei vantaggi della
globalizzazione siano catturati dai paesi più avanzati del mondo
occidentale, insieme ai paesi del SudEst asiatico, qualche paese latino
americano e (in prospettiva) il Sud Africa, se sono forse meno visibili in
questa fase, sono però almeno altrettanto numerosi dei sostenitori della
tendenza a convergere. E le loro argomentazioni fanno leva su solide basi
sia teoriche che empiriche.
Da un punto di vista teorico molti studiosi respingono uno dei principali
argomenti su cui si basa la tesi della "convergenza" e cioè che il
rendimento del capitale sia più elevato nei PVS che nei Paesi
industrializzati. Quando infatti si considerano altri importanti fattori
come il maggiore livello di spesa per l’istruzione e la formazione dei
lavoratori, i rendimenti di scala crescenti e altre esternalità, nonché l’
adozione di innovazioni tecnologiche nei paesi industrializzati, il suddetto
rendimento risulta più elevato proprio in questi ultimi paesi, con la
conseguenza che i capitali hanno tendenza a spostarsi in senso contrario
(cioè dai paesi in via di sviluppo a quelli industrializzati), generando in
tal modo un fenomeno che potremmo definire perverso.
Dal punto di vista dell’evidenza empirica poi, i dati ufficiali
contraddicono qualunque ipotesi di " convergenza".
Secondo infatti le più accreditate stime (vista la qualità dei dati su cui
si opera, un certo elemento di stima è ineliminabile) di organismi delle
Nazioni Unite come l’ UNCTAD e l ’UNDP, il rapporto tra il reddito medio
procapite della parte più povera (ultimo quintile) della popolazione
mondiale e quello della parte più ricca è passato, in circa quaranta anni,
da 1: 31 nel 1960 a 1:74 nel 1997. Analogamente, e sempre nel 1997, il
quintile più ricco della popolazione dei paesi a reddito elevato contava per
l’82 per cento delle esportazioni mondiali e per il 68 per cento degli
investimenti diretti esteri rispetto a valori molto più contenuti nel 1960.
Ma se questa tendenza all’ampliamento dei divari tra paesi ricchi e paesi
poveri non può certo destare sorpresa, e le cui cause sono ormai ampiamente
conosciute, è assai significativo constatare che lo stessa "divergenza" si è
verificata (e si sta tutt’ora verificando) all’interno del cosiddetto Terzo
Mondo.
Attualmente non più di una dozzina di paesi in via di sviluppo possono
essere considerati come parte integrante del cosiddetto processo di
globalizzazione. Essi sono: Argentina, Brasile, Cile e Messico in America
Latina; Cina, Hong Kong, Malesia, Corea, Singapore, Taiwan, Tailandia e, in
qualche misura, Indonesia in Asia. A questi paesi fanno capo il 70 per cento
delle esportazioni dei PVS, l’80 per cento dei flussi d’investimento diretto
e il 90 per cento di quelli di portafoglio.
Il resto del mondo e cioè l’Africa a Sud del Sahara, Asia occidentale,
centrale e, in parte meridionale, nonché molte economie in America Latina e
nel Pacifico sono semplicemente al di fuori del contesto delle relazioni
internazionali.
Al riguardo, il caso più eclatante è costituito dai 48 Paesi che le Nazioni
Unite considerano come quelli più arretrati e strutturalmente handicappati,
eufemisticamente definiti Paesi Meno Avanzati.
Tali paesi, di cui ben 32 appartenenti al continente africano, con una
popolazione di oltre 600 milioni di abitanti e con un reddito procapite
inferiore a 300 dollari USA, hanno una quota nel commercio internazionale
pari appena allo 0,4 per cento del totale (e in ulteriore riduzione). Si
tratta, in altri termini, di paesi totalmente marginalizzati ed esclusi
dalla logica del mercato come acquirenti o consumatori di beni e servizi
perché senza alcun potere d’acquisto.
Parlare di globalizzazione, con tanti pezzi del globo assenti all’appello,
sembra piuttosto un eufemismo!