Tanta gente impegnata nei mestieri più impensabili e poco remunerati
PER UN PUGNO DI DOLLARI
Usa, il segreto della piena occupazione

di Bruno Contini (Affari&Finanza 29 Maggio 2000)

Appunti di viaggio americano di una persona che si professa economista
del lavoro e che osserva quello che gli sta intorno avendo due numeri in
testa: il tasso disoccupazione Usa che è del 4%, quello di casa nostra
del 11.5%.

Aeroporto di Newark: mi aspetta un taxi mandato dall'Università di
Princeton dove vado per un periodo di studio. Un gentile signore sulla
cinquantina, bianco, aspetto da impiegato di banca, mi prende la valigia
di mano. In macchina brevi convenevoli, conversazione spigliata: io ho
tre nipoti, quanti ne ha lei? Non mi chiede che mestiere faccio. Caro
signore, sbotta a un tratto, adesso le dico che in questo paese i numeri
sui disoccupati sono fasulli. Io sono senza lavoro da più di un anno,
facevo il manager di una società di assicurazioni e sono stato
downsized. Ho figli in college che costano cari, e da qualche mese
faccio il taxista tre giorni alla settimana, due giorni cerco lavoro e
due sto in famiglia. Sono pagato a ore. E' arrivato a casa la settimana
scorsa un intervistatore del Census Bureau e dopo avermi fatto un po' di
domande barra una casella che mi classifica come "lavoratore alle
dipendenze". Le sembra giusto? Io ho 48 anni, famiglia a carico, cerco
lavoro da non so quanto e arrotondo con 12 dollari l'ora guidando questa
macchina (cosa che non mi dispiace, qui almeno non ho responsabilità se
non quella di portare i miei clienti a destinazione).

Di storie come questa se ne possono raccontare molte. Non so, e non lo
sanno neanche gli addetti ai lavori, quante sono le persone in questa
condizione.

Certamente moltissimi, quarantenni e cinquantenni, i quali non hanno
nessun problema a dichiararsi contemporaneamente occupati e alla ricerca
di lavoro (con poche speranze di trovarne uno che vagamente assomigli a
quello da cui sono stati buttati fuori), e che vengono regolarmente
classificati come occupati.

Impressioni di Princeton. Sono ospite di un glorioso e vecchiotto club
di gentiluomini che vanta Woodrow Wilson tra i suoi antichi presidenti,
donne ammesse solo da pochi anni. In una elegante reception si alternano
dalle otto del mattino a mezzanotte una dozzina di gentili signore
attempate il cui compito è quello di salutare gli ospiti e di registrare
quelli che partono e arrivano (la gestione delle chiavi è affidata agli
ospiti): visto che gli ospiti sono dodici in tutto (dodici sono le
camere) e, da regolamento del glorioso club, non si possono fermare meno
di tre giorni (c'è anche chi - come un eccentrico signore, ex sindaco di
Princeton negli anni Sessanta, ne ha fatto la sua residenza definitiva
da trenta anni), il conto è presto fatto: all'incirca una signora per
ogni ospite del club.

Fuori dal club si è rotto un pluviale che dà sul giardino: alle otto, di
buon mattino, sei uomini in tuta da lavoro sono lì intorno per discutere
come e dove cominciare la riparazione; alle nove sono ancora lì che
discutono tutti e sei. Da noi sarebbe impensabile vederne due.

Aeroporti e grandi stazioni ferroviarie: miriadi di giovani o anziani
signori e signore dirigono il traffico viaggiatori verso il binario o il
gate di imbarco, altri avvertono le folle di uno scalino che si vede
benissimo ("watch your step !"), altri ancora indicano la coda giusta
per il check-in. Cosa che, normalmente si svolge in un batter d'occhio,
ma che in certi casi - è capitato a me che avevo un bagaglio a mano
troppo grosso - impegna mezz'ora di spacchettamenti e impacchettamenti
con la provvida assistenza personale di una hostess richiamata all'
uopo. Tutte cose che, obiettivamente, rendono la vita più facile a noi
passeggeri. Ve lo immaginate alla Stazione Termini o a Linate?

Treno Amtrak da New York a Washington: due vecchi inservienti, muniti di
scopa, paletta e piumino, vanno su e giù a riassettare le carrozze
mentre il treno è in movimento. Il treno si compone di sei vagoni,
quindi gli omini ricompaiono regolarmente ogni venti minuti, e si
intrattengono con i viaggiatori.

Giardini e parchi pubblici, da Central Park a New York fino al Martin
Luther King Memorial di Atlanta: operatori ecologici (si chiamerebbero
da noi) muniti di un buffo bastone a picca che trafiggono uno a uno
pezzi di carta e sacchetti di plastica lasciati per terra e li ripongono
con cura in sacchi più grandi. Altri operatori (ancora più ecologici)
adibiti alla minuziosa raccolta delle poche foglie secche di aprile: mi
ricordano le vecchissime rastrellatrici dei giardini imperiali di Kyoto,
che sembrano uscite dalle antiche litografie di Hokusai, ma che non sono
affatto lì per le foto dei turisti.

Nei grandi supermercati aperti a tutte le ore, le cassiere sono numerose
e spesso sfaccendate; anche nelle ore di punta le code sono brevi.
Splendido per chi compra. Ci sono anche tanti ragazzi in uniforme
aziendale addetti alla raccolta dei carrelli tra le casse e i parcheggi
(guai, però, a chiedere qualsiasi informazione: o non sanno nulla o te
la danno sbagliata). Da noi ci sono i maghrebini che ti offrono i loro
servizi per mille lire.

Vi siete mai chiesti perché in America c'è l'abitudine - dura per noi
italiani col dollaro a 2000 lire - di lasciare il 15% di mancia nei
locali pubblici? Tutti i bartenders, sovente anche le cameriere,
ricevono una paga nominale di 2 dollari l' ora, sufficiente a salvare la
faccia con l'Internal Revenue Service (Ufficio Imposte) - non è
necessario raggiungere il minimum wage ufficiale per avere l'iscrizione
alla Social Security. Il resto viene dalla generosità dei clienti: in
pratica, bartenders e camerieri sono tutti piccoli imprenditori di sé
stessi.

Splendida America: c'è lavoro per tutti quelli che lo vogliono, giovani
e vecchi, uomini e donne, bianchi, neri e chicanos, ragazzi che hanno
lasciato l'obbligo scolastico, nuovi immigrati che non sanno l'inglese.
Basta accontentarsi del minimum wage, ma in certi casi non si arriva
neanche a quello. E' strano come in questo paese, accanto a formidabili
dimostrazioni di potenza tecnologica, nonchè di stakanovismo scatenato
da parte di giovani professionisti che lavorano 70 ore alla settimana,
guadagnando cifre iperboliche, si vedano ad ogni angolo di strada
altrettanto stupefacenti situazioni di lavori con ritmi da vecchio
ufficio pubblico nostrano, nonché di lavoretti che danno l'impressione
di essere vagamente inutili, a volte del tutto miserabili. Questa è la
piena occupazione americana. Assale il dubbio che per garantire la
crescita al 4% annuo dell'economia americana siano necessari tanto gli
stakanovisti scatenati, con l'aiuto della tecnologia dell'informazione e
di tutto il resto, quanto tutti gli altri, giovani e vecchi, bianchi e
neri, non necessariamente working poor, che rendono servizi a poco
prezzo, consentendo ai super- produttivi di essere tali.

Una cosa è certa: il confronto tra i tassi di disoccupazione - 11.5% da
noi, 4.5% di là dall' Atlantico - è un non senso di cui troppi fanno
fatica a liberarsi. Provo a enumerarne alcuni motivi: (1) le regole di
classificazione statistica sono diverse: negli Stati Uniti per esser
classificati "occupati" basta assai meno che in Italia e in Europa. In
Italia il criterio è molto più stringente; (2) in Italia sovente sono i
vigili urbani a intervistare le famiglie. E' improbabile che chi lavora
in nero o in grigio lo dichiari, men che meno a una persona in uniforme;
(3) in Usa c'è poco lavoro nero così come lo intendiamo noi: non
esistendo vincoli legislativi, né contratti scritti che legano il datore
di lavoro al suo dipendente, non c'è nessun motivo per nascondere una
qualsiasi condizione lavorativa da parte dell'intervistato o di un suo
famigliare; (4) in Italia vi sono altri motivi (pessimi) perché i
giovani si iscrivano al Collocamento anche quando non c'è nessuna
volontà di trovare lavoro: per trovarsi "in coda" qualora venisse fuori
un posto pubblico che assegna punteggio agli iscritti di lunga durata, o
semplicemente perché alcuni sgravi fiscali, qualora si fosse assunti,
sono condizionati all' iscrizione. Se tutte queste condizioni non
concorressero, non mi stupirei se le differenze nei tassi di
disoccupazione tra Italia e Stati Uniti si riducessero a pochissimi
punti percentuali. Con il che i problemi occupazionali dell'Italia non
sarebbero affatto risolti, né lo sarebbero i problemi sociali degli Usa.