RICORDO DI ADRIANO OLIVETTI A CENTO ANNI DALLA NASCITA

  

    di Giovanna Sacco Casamassima

 

Cento anni fa nasceva il "comunitario" Adriano Olivetti. Oggi che la sua eccezionale e singolare figura è riconosciuta come tale all'unanimità dal mondo politico, accademico e imprenditoriale, noi non desideriamo tracciare un bilancio della sua intensa attività e dei suoi generosi tentativi culturali, che furono sempre tali, anche quando hanno assunto un carattere spiccatamente politico, ma riteniamo interessante far scoprire o riscoprire l'uomo che ha incarnato meglio di ogni altro l'idea di "piano" come strumento complesso di governo, in cui il rigore tecnico è aperto "al controllo e all'iniziativa di gruppi e forze locali con un'attenzione alla motivazioni storiche, culturali ed estetiche". La continua frammentazione delle particolarità locali, la crisi della politica in generale e della sinistra nel suo complesso, il degrado, nonostante vari tentativi di maquillage, della struttura istituzionale del nostro paese, ci portano a ripensare e a far nostre, ancora una volta, le sue "utopistiche" proposte. Utopistici, infatti, erano chiamati i suoi progetti e le sue iniziative da quei politici "concreti", che nel 1946, mentre  si stava per elaborare e mettere in atto il necessario cambiamento istituzionale, furono incapaci di prevedere che ben poco sarebbe cambiato nella vita pubblica italiana, malgrado gli entusiasmi e le speranze. Accadde così che "il consolidamento del vecchio Stato, dei ceti monopolistici, dei gruppi burocratici, andò di pari passo con l'allontanamento della lotta politica dai temi autonomistici e di modernizzazione della vita politica ed economica. Le vecchie fazioni accentuarono la lotta per il potere, le piccole formazioni smarrirono per via molte delle loro stesse ragioni ideali". Adriano Olivetti e il movimento da lui fondato portavano un soffio di vita nuova nel panorama politico nazionale e davano un notevole contributo all'arricchimento del nostro patrimonio culturale. E questo dimostrava di essere ancora più vero a contatto con la realtà del Mezzogiorno, perché dava una effettiva adesione a quelle che sono state definite le "esigenze storiche", da cui spesso anche forze politiche dichiaratamente di ispirazione democratica si sono lasciate forviare, rivelando una preoccupante carenza programmatica e una incapacità realizzatrice. Le elezioni politiche del '46 segnarono la liquidazione di certe speranze e di certi tentativi. La battaglia perduta era "istituzionale"; pertanto, pesò maggiormente sul Mezzogiorno. Infatti, proprio per le regioni meridionali era necessario, oltre che urgente "ottenere pregiudizialmente la fine dello Stato accentratore e dispotico, e l'armonizzazione degli interessi economici e sociali della comunità secondo ordinamenti nuovi che potessero anzitutto consentire e sollecitare  una effettiva e democratica vita locale". Il Movimento di Comunità si propose, in questo scenario, di aggredire la realtà meridionale, riuscendo a mettere insieme urbanisti, economisti e studiosi di scienze sociali con un fine ben preciso, e cioè avere una conoscenza reale della società, necessaria premessa per la trasformazione, "alla quale la pianificazione doveva tracciare la vita e l'urbanistica dare un volto". Ed è in questo contesto che è possibile inserire l'indagine sul Comune di Guardia Perticara del 1956, voluta dal Centro Studi Regionale Lucano del Movimento di Comunità. Inchiesta, questa, che nonostante siano passati quasi cinquant'anni, risulta essere ancora molto attuale per come è stata condotta, e  può servire come base di partenza per una nuova pianificazione territoriale anche se le esigenze sociali in questi anni sono radicalmente cambiate. Sono stati sempre numerosi e frequenti gli studi sulla vita, le condizioni e i problemi dei centri abitati urbani o rurali che fossero, ma per quanto queste indagini siano state condotte in maniera approfondita si è presentata sempre una limitazione che ha inficiato i risultati, dovuta essenzialmente al rapporto instauratosi tra chi indagava e il nucleo sociale a cui era stata rivolta l'attenzione. E' necessario, pertanto, partire dal presupposto che il vero protagonista del "piano" è e deve essere la popolazione del territorio a cui ci si rivolge; solo in questo caso sarà possibile dire che il piano può divenire realtà e quindi forma di una società, ma all'interno di esso dovrà esserci la vita di ogni giorno, fatta di gioie, fatiche, contatti umani, rapporti quotidiani. La pianificazione non è un'astrazione, ma è un atto della trasformazione del territorio da parte della popolazione, in tutti i suoi momenti. Pianificare deve anzitutto significare partecipazione, una partecipazione che abbracci tutta l'evoluzione della realtà socio-economica e quindi territoriale e urbanistica della società. Solo al servizio di questa partecipazione collettiva sarà possibile realizzare le indispensabili elaborazioni tecniche. La partecipazione quanto più ampia è possibile, intesa in questo senso diventa premessa indispensabile per dare al piano la giusta dose di vitalità e di verità, aumentando le probabilità di proiettarsi nel futuro. L'esperimento di Guardia Perticara trova la sua base di avvio e le sue ragioni di validità in quella partecipazione comunitaria che implicava "una tendenza di mutuo appoggio", ancora viva e vitale nell'ambito dei nostri comuni. La particolarità, infatti, sta appunto nel fatto che "per una felice coincidenza di alcuni fattori storici, politici, psicologici, fu innanzitutto la grande maggioranza della popolazione di uno dei più sperduti paesi della Basilicata, a farsi iniziativa, soggetto di una ricerca comune, al fine di liberarsi del secolare stato di avvilimento in cui si trovava". Infatti, solo il "Comune" in quanto tale, e in particolare il comune rurale, di leviana memoria, riappropriandosi la tradizione storica italiana, avrebbe potuto costituirsi come organismo indipendente di resistenza al prepotere dell'autorità centrale, grazie alle forze vive presenti all'interno di esso. Guardia Perticara è un comune posto al confine tra le provincie di Potenza e di Matera, quindi in un punto di massima distanza tra i due capoluoghi, rappresentando in questo modo "uno dei limiti estremi di isolamento nell'ambito di un'area già di per se stessa particolarmente segregata: l'area per intenderci del Cristo si è fermato a Eboli". In questo contesto si rilevò indispensabile la presenza nel paese di un gruppo di giovani che unirono a un'intensa azione culturale ed educativa una cospicua azione sindacale tra gli strati più poveri della popolazione. I risultati immediati ottenuti si possono riassumere in una "nuova volontà di risolvere i problemi in un quadro di mutuo appoggio e partecipazione comunitaria" che hanno portato alla creazione di una cooperativa per la gestione collettiva delle terre comunali e per lo sfruttamento delle risorse zootecniche. A ciò è stato direttamente collegato l'aumento del tenore di vita, con la possibilità di fruire di nuove attrezzature e nuovi servizi, che hanno reso meno misera la vita del paese. All'infuori dell'ambito comunale, e quindi del territorio circostante, si è creato un punto di rottura nel secolare immobilismo che lo caratterizzava e attraverso la forza dell'esempio si è dato vita a un nuovo processo di sviluppo, seppur cauto e graduale. Ed è stato in questo "clima" diffuso di forte stimolo per chi ha lavorato all'indagine che è possibile individuare il fatto e il momento che si stava vivendo: "quell'attimo di passaggio, quella speranza e volontà erano il primo chiarore, l'alba, la nascita della comunità".