New York - Accettura
dopo sessant’anni
IN VISITA NEL PAESE D'ORIGINE
LA FIGLIA Dl UN EMIGRATO CHE INSEGUÍ L' "AMERICAN DREAM”
Soffiavano
giá impetuosi i venti della guerra che Mussolini avrebbe dichiarato il 10 giugno, quando il 1° maggio
del 1940 Vita Volpe, ventuno anni non ancora compiuti, nel porto di Napoli s'imbarcó sul Rex, diretto a New York. Quella era l'ultima traversata del mitico transatlantico, orgoglio della
flotta italiana, con un carico di umanitá
che inseguiva l'american dream, il sogno
americano. Rientrato in Italia, il Rex
finí in disarmo nel porto di Trieste. La giovane Vita, capelli rossi e viso lentigginoso, era un'emigrante
speciale. II suo era il piú volte vagheggiato ritorno
a New York, dove era nata il 1918. Erano stati i
genitori, ancora freschi sposi, a immaginare un mondo
diverso negli anni '90 dell'800. 'Cacciarono' il passaporto rosso e all'Arenella di Napoli s'imbarcarono sul 'legno',
che impiegava settanta giorni di acqua e di cielo prima di toccare la terra
sognata. Papá Vitandrea era
giovane, forte e astuto. Lo soprannominarono subito mister Fox,
che significava qualcosa di piú della semplice
traduzione del cognome Volpe. Di mestieri ne fece
parecchi, prima di scegliere quello di sciusciá,
il shoeshine nel gergo italo-americano, il lustrascarpe. Nel giro di poco tempo
alla stazione centrale di New York controllava nove poltrone e altrettanti sciusciá. II business andava bene.
Decise cosí di aprire una mescita, e quando, al tempo
del proibizionismo, gliela fecero chiudere, non si perse d'animo. Si improvvisó venditore ambulante
di uova fresche da bere. Fresh eggs,
aveva fatto scrivere a lettere d'oro. Non erano che gusci
svuotati del tuorlo e ripieni di whisky e gin attraverso un buchino, successiva
mente chiuso con un tappo di cera. La giovane moglie Concetta, nel casamento
della 24.ma strada, allevava la numerosa figliolanza, amministrava saggiamente
il gruzzolo di pezze, svolgeva lavori parttime e,poiché
sapeva leggere, scrivere e far di conto, rispondeva alle lettere, spediva i
vaglia e depositava m banca i risparmi dei paesani. In trent'anni
d'America hanno attraversato sette volte l'Atlantico, con l'idea fissa di un affare
in cui investire. Avevano messo gli occhi su un podere alla periferia del
paese, con un bel casino dominato da un frondoso pino mediterraneo. Rimpatriarono
definitivamente a ottobre del 1923, con tre dei sette
figli viventi. Fra questi c'era Vita, che aveva appena quattro anni. La casa di
campagna sembrava un consolato americano. Si faceva tutto all'americana. Le
abitudini alimentari, l'abbigliamento, la lingua, i comportamenti, le relazioni
riproducevano i modelli di Little Italy. Ma all'esuberante Vita il paese andava stretto, lo sentiva
estraneo, senza futuro. Appena riuscì a vincere le relazioni
dei genitori, se ne tornó a New York. Sono
passati sessantadue anni, interamente dedicati al lavoro e all'assistenza del
marito, affetto da una fastidiosa forma di narcolessia, comunemente conosciuta
come malattia del sonno. Solo ora che é pensionata e
il marito non c'é piú, ha voluto fare un salto in
Italia per una fugace visita alla sorella, di un anno piú
anziana, e alla tomba dei g
enitori. Oggi la ragazza dai
capelli rossi é un'anziana signora americana, che parla benissimo l'italiano e
il dialetto. Non conserva un bel ricordo del paese, né ha trovato grandi
cambiamenti. «La piazza dice l'ho trovata come l'ho lasciata. Mancano solo
le galline. Anche il bosco di Gallipoli é rimasto intatto e
questo é very good».
Del resto non vuole parlare. I suoi ricordi sono tutti a stelle e strisce.
Vicende vissute e storie apprese dalla madre. E un fiume in piena
la signora Vita Moch Volpe e cosi scorrono
veloci le immagini di "C'era una volta l'America". Racconta la storia
di Maria Barbella di Ferrandina, la prima donna condannata alla sedia elettrica.
E inevitabile la rievocazione della tragedia delle Twin
Towers, seguita in diretta dalla sua casa di Floshing. Rabbia, paura e dolore, i sentimenti dell'americano
medio, si intrecciano nel drammatico racconto. La
breve vacanza accetturese é finita troppo presto. Felice delle festose e inaspettate
accoglienze, la signora Moch é ritornata nella sua
America. Prima che partisse, anche il sindaco Vincenzo Amoia, insieme con i
consiglieri comunali, ha voluto incontrarla. A nome
della comunitá le ha fatto dono di una targa e di una
bandiera tricolore. Commossa, ha sorriso e ha detto good
bye a tutti. Si puó
giurare che questa volta sia partita con un buon ricordo del paese. (a. l.)