L’OPINIONE DI MAURO
MITA
Il compromesso possibile
L’interminabile
dibattito italiano sulla "Grande Riforma" é forse arrivato al capolinea, vuoi
perché i due schieramenti contrapposti di un bipolarismo che non riesce a
stabilizzarsi hanno trovato un compromesso che concilia con il premierato, tutto
da definire, presidenzialismo e parlamentarismo, vuoi
perché il centro destra, da Casini a Bossi, passando,
naturalmente, per Berlusconi e Fini, ha la
maggioranza parlamentare per attuare la sua riforma, attivando l'articolo 138
della Costituzione. Un iter che il centro destra ha percorso
per rendere operativa la modifica costituzionale del titolo V della
Costituzione in tema di federalismo. II compromesso sembra delinearsi sul punto dell'elezione popolare diretta del
governo, sia che il presidente del Consiglio sia soltanto indicato sulla scheda
elettorale, com'é avvenuto nel 2001 nella contrapposizione tra Berlusconi e Rutelli, sia
eleggendo direttamente il Premier con il potere di sciogliere le Camere in caso
di crisi di governo nel corso della legislatura (tesi di D'Alema
e della frangia riformista dei DS). Un'ipotesi non rifiutata
dal centrodestra, eccetto Bossi, che insiste sul presidenzialismo,
ossia elezione diretta del capo dello Stato concepito come vero capo
dell'esecutivo, secondo il modello francese, in modo da equilibrare con un forte
contrappeso nazionale quella devolution che il leader
della Lega Nord chiama impropriamente federalismo, mettendo nello stesso
calderone Carlo Cattaneo e Luigi Sturzo,
Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo, Gianfranco Miglio e
Charles de Gaulle. Ma
questo richiamo alla Francia non é soltanto di Umberto
Bossi. A proposito e a sproposito, all'esperienza francese in fatto di modelli
costituzionali, (dalla "grande rivoluzione"
Parigi ha avuto tredici costituzioni), si richiamano sia la destra che la
sinistra. Ma non é senza ragioni se quello che si é
consumato oltralpe nell'ultimo mezzo secolo eserciti una certa
suggestione su tutte le forze politiche italiane, che acriticamente, compresi i
grandi Soloni del diritto costituzionale, definiscono
quello francese un regime semipresidenziale. Una "finzione giuridica",
ha osservato un insigne politologo d'oltralpe, Georges
Vedel, coniata da un suo collega della Sorbona, Maurice Duverger, per giustificare la prima coabitazione della V Repubblica,
nel 1986, quando Fran^ois Mitterand
perse la maggioranza presidenziale, dando la guida del governo a Jacques Chirac, leader del
partito neogollista. Ora, proprio per ovviare al ripetersi delle coabitazioni
fra maggioranze diverse, nel 2000 la Francia,
presidente della Repubblica Chirac e primo ministro
il socialista Jospin, ha attuato una modifica
costituzionale con la riduzione del mandato presidenziale e quello
parlamentare, e per evitare lo spettacolo della confusione di un capo dello Stato
e di un governo con maggioranze diverse. Fino al 2006, anno in cui scadono sia il
mandato presidenziale sia la legislatura, la V Repubblica ha ripristinato lo
spirito presidenziale del sistema, nel senso che il presidente eletto a suffragio
popolare diretto godendo della stessa maggioranza
parlamentare, nomina e revoca il primo ministro. II mostro giuridico del
cosiddetto semipresidenzialismo é stato ricacciato
agli inferi. Perché questo riferirsi alla Francia? Per
la semplice ragione che fra i sistemi politici e istituzionali delle grandi
democrazie occidentali, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Spagna postfranchista alla Germania,
l'esagono transalpino é il solo che ha una certa affinitá
per storia, cultura, sociologia e comportamenti politici e istituzionali con
l'Italia del secondo dopoguerra. Non per nulla, la nostra Costituzione si informa all'architettura generale delle due penultime
costituzioni francesi: quelli della III Repubblica, nata nel 1875 e quella di
tipo parlamentare della IV Repubblica del 1946, che, soppiantata nel 1958 con
il ritorno al potere del generale de Gaulle, con il
quale nacque la V Repubblica, é stata modificata nel punto nodale dell'elezione
a suffragio universale diretto del capo dello Stato. Questo é
oggi il testo non piú discusso di un paese che ha
posto fine dopo duecento anni a quella strana guerra di religione che ha costituito
la querelle bisecolare sulla migliore Repubblica. Se la palma della
vittoria spetta a de Gaulle per aver dato alla Francia lo strumento costituzionale della stabilitá politica e dell'alternanza, merito intellettuale
é peró di una grande personalitá
socialista, come Léon Blum,
che per primo intravede nel presidenzialismo
democratico lo sbocco piú coerente per coniugare libertá e stabilitá in una complessa
societá avanzata del nostro tempo. Ma il paradosso
della storia vuole che proprio de Gaulle rifiutasse per due volte, nel 1944 e nel 1958, il principio
dell'elezione diretta del presidente della Repubblica, salvo ravvedersi fra il
1961 e il 1962, dopo la soluzione del problema algerino. In una lettera al
figlio Philippe del 4 giugno 1961 si legge: «Non é senza angoscia che io mi chiedo ció
che avverrá nel nostro paese quando, per una ragione
o un'altra, io avró cessato di condurlo... Occorre
continuare questa sorta di monarchia popolare che é il solo sistema compatibile
con il carattere e i pericoli della nostra epoca». Alla stessa
conclusione era arrivato Léon Blum,
riflettendo in un campo di concentramento fascista sulle debolezze e le insufficienze
costituzionali che avevano provocato il crollo della III Repubblica e
l'occupazione hitleriana del paese. In un pamphlet scritto di getto, dal titolo
"A l'echelle humaine" (su scala umana), il vincitore del Fronte
popolare del 1936, formulando severe riserve sul carattere generale del regime
parlamentare, scriveva testualmente: «Occorre persuadersi ben chiaramente e non
perdere mai di vista che il parlamentarismo non é la forma unica, esclusiva e
necessaria della democrazia (...). Democrazia e parlamentarismo non sono, ad ogni livello, termini equivalenti e intercambiabili».
E cosi continuava: «In nessun paese dell'Europa (...)
le origini storiche del parlamentarismo lo conducono a nessuna rivendicazione
democratica (...). Quale che sia la parte riservata alle
Camere, nell'economia generale della Repubblica, non puó
essere questione di attentare, né al principio elettivo, né alla legge del
suffragio universale, che é il simbolo stesso della democrazia». Poi
cosi precisava «lo inclino da parte mia verso i sistemi di tipo americano o elvetico,
che si fondano sull'equilibrio e sulla separazione dei poteri, per conseguenza,
sulla divisione della sovranitá e assicurano al
potere esecutivo, nella sua propria sfera d'azione,
un'autoritá indipendente e continua». Tesi in Francia
riprese a sinistra fra il 1956 e il 1962 da parte di circoli intellettuali, come
il club JeanMoulin e rivista "Esprit", entrambi
di ispirazione socialista. MendésFrance, con una sua
particolare posizione, é vicino a questi ambienti della sinistra non comunista.
Ma l'esponente radicale, primo ministro nel 1954, all'epoca
della soluzione del problema dell'indipendenza della Tunisia e della fine del
conflitto in Indocina, nel 1956 é l'animatore,
con i socialisti, della lista comune denominata Fronte repubblicano. Dopo
queste esperienze egli non é per l'elezione a suffragio universale diretto del presidente
della Repubblica, ma dell'elezione diretta del governo di
legislatura, il quale in caso di crisi ministeriale "deve avere il diritto
di procedere alla dissoluzione dell'Assemblea affinché il paese possa rendere il
suo arbitraggio". Ecco i termini del dibattito istituzionale italiano di
questi mesi che, come in un labirinto, si perde in disquisizioni scolastiche
fra presidenzialismo e parlamentarismo, premierato e cancellierato, modello francese e modello
inglese, ignorando il piccolo particolare che dopo la "rivoluzione
referendaria" degli ultimi anni '80 e dei primi anni '90, l'Italia, al
pari delle grandi democrazie che funzionano, si trova dinanzi al punto di non ritorno
di completare il proprio bipolarismo maggioritario fuori
dalle nostalgie che ci riporterebbero ai tempi dei governi deboli e instabili
e delle crisi di governo a ripetizio ne e con
l'insidia dei ribaltoni sempre in agguato. Presidenzialismo
o premierato, poco importa. Vale per questa
distinzione quello che Maurice Duverger,
il prestigioso politologo fatto eleggere al Parlamento
europeo da Achille Occhetto sotto le insigne del Pci all'epoca del consolato di Bettino Craxi,
scrisse a proposito, dopo la 'svolta' gollista del 1962: «La riforma capitale
reclamata nel 1956 é stata messa in opera nel suo elemento essenziale l'elezione a suffragio universale diretto del
capo supremo del governo malgrado l'opposizione dei partiti. II
problema non é piú quello di condurre questi ad una riforma
che essi soli non potrebbero decidere, ma di convincerli ad accettare senza riserve
mentali una misura di cui essi non possono piú, in
ogni modo, di impedire l'applicazione. Non si tratta piú
di ottenere i favori di una bella ostinatamente restía,
per assicurare la sua discendenza, ma di consentirle solamente a riconoscere il
bambino nato da una unione un po' forzata». Noi non
siamo a tanto. In Italia non c'é stata alcuna violenza per
legittimare un bambino non ancora concepito. Si tratta solamente di
trovare quel compromesso ragionevole per esorcizzare gli spettri dei ribaltoni e
mettere in moto i meccanismi di una democrazia funzionante che assicurino
all'Italia governi stabili ed efficienti nel gioco di quella democrazia
continua, dove la durata del Parlamento si associ alla durata del governo