Dalla Rubrica ‘Lanternina rossa’

di Guido Ceronetti

(LA STAMPA’, Torino, 10 gennaio 2001)

 

Oh, più che da approvare quanto scritto da Sandro Cappelletto, sul nostro gior­nale di sabato 5, in difesa dell'istru­zione musicale garantita, che muo­re, risuscita, rimuore a seconda dei progetti di riforma, in una vicenda che ormai si avvicina al secolo. Anche il latino e il greco, così necessari all'orecchio, sono spartiti lasciati ai topi. E non vedere nella musica un elemento essenziale di formazione è una cecità strana, maligna, da menti guaste.

Rattrista che vengano su gene­razioni di stonati, ai quali sarebbe bastato un po' di esercizio delle corde vocali al tempo della scuola per non esserlo in un modo che fa vergogna. (Di essere stonati biso­gna vergognarsi, è una tara). È stata una fortuna, per i ragazzi im­mersi nelle costrizioni totalitarie, fra 1930 e 1943, dover cantare a squarciagola gli in­ni fascisti, e que­sto ogni momento. Poi andavamo al­l'oratorio e con le litanie della Ma­donna e un po’ di gregoriano bollito, ma pur sempre ve­nuto ex alto, dono dell’arco gotico, davamo la scalata al cielo. Dalla radio si imparavano ritmi facili e «Ridi pagliaccio», «Un bel dì vedremo», «Tu che a Dio spiegasti l'ali». Era fatta: e mai più da un giusto cantare, come dall’uso del canto, sarebbe stato possibile divorziare. In questa mia lunga vita non credo aver passato, senza cantare o canticchiare, da intonato, un solo giorno. Il ricordo dei Cortili-che-cantano è indistruttibile.

Incontrando le ricerche di Marius Schneider sulle pietre che cantano nelle opere di scultura non le ho trovate oscure, perché ricordavo i balconi che cantano, le strade che cantano, i portoni, l'im­pregnazione musicale arcana del­la vita non ancora schiacciata dal rumore meccanico, dai decibel sfrenati, mentre le «figlie del can­to» si affievolivano nella collettività umana» misteriosamente.

Se dovesse farsi bene, adeguata ai tempi, una educazione musicale dovrebbe durare dieci anni almeno, dai sei ai sedici anni, e partire dal Suono, per approdare al Suono, avendo per manuale di meditazione i Dialoghi con Calipso di  Alfred Doeblin, impareggiabile guida nei labirinti sonori.

L'educazione musicale insegnerebbe ad usare mirabilmente il telefono, inutile se non serve a distinguere le voci e a discriminarle. Una voce al telefono che non sia gradevole non va introdotta nei santuari acustici dell'amicizia. Insegnerebbe che la voce è il Luogo Fondamentale, da cui emana tutto. Il Roy Hart Théâtre di Parigi, che lavorava esclusivamente sulla voce, creò una stupenda massima: «Il linguaggio è morto, viva la voce». Modulare, far vibrare, irradiare, incantare. Il linguaggio inganna, la voce non mente, ma bisogna saperla accendere e mai la­sciare che la fiam­ma si estingua.

L'educazione musicale è indisso­ciabile dal dire e dal come dire poe­sia. Dal come si deve parlare a un bambino... La maggior parte dei vi­venti adulti ha avuto l'infanzia trafitta da voci spesso bestiali, da contaminazioni acustiche familiari simili allo stu­pro. Le famiglie sono covi di stri­da, grandi depositi di barriti, le prime disumanità sonore si pati­scono a tavola, nel buio della famiglia, che somiglia a quelle  sterminate gallerie che Jules Verne percorre nel suo Viaggio al centro della Terra, ai visceri delle miniere di carbone di Germinal. Nella reverentia dovuta al bambino, una volta resisi colpevoli della sua nascita, è capitale la dolcezza vocale perché l'orecchio infantile è subito maciullato dai suoni    sgra­ziati, rabbiosi e duri.    

La scolaresca dovrebbe essere portata al crepuscolo in qualche bosco non ancora incendiato per ascoltare in religioso rapimento il grido intermittente dei rapaci not­turni, le modulazioni dell'allocco, l'inno alla gioia del gufo reale, la pena antica di Filomela, detta anche usignuolo.