Intervista al poeta G. Majorino

 

Barbara Pietroni: Ecco, adesso arriva il turno dei tuoi parenti. Parlamene un po’.

 

 

 

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Giancarlo Majorino: I parenti, beh sì, ci sono stati mio padre, mia madre, mio fratello, di cui ho già parlato. Vari amici, gli altri, gli zii, le zie, i nonni sono stati un po’ meno importanti. 

Ah, ti parlo di mio padre e di mia madre, di quando si sono incontrati, di quelle vicende, diciamo, preparatorie in cui ci si conosce ancora poco, ci si studia, ecc. Ti posso dire due o tre aneddoti che sono divertenti. Uno, intanto che mio padre, quando ha conosciuto mia madre, le ha detto che si chiamava Miorino, che secondo me è una grande finezza, perché quando lei se ne è accorta lui ha detto: “Hai capito male”. In realtà era una cautela se avesse voluto andarsene (ride). Ma ce n’è un’altra ancora più bella di cautela, sempre di questo tipo. Tanto per dire che anche mio padre, benché più tranquillo... fisicamente assomigliava ad Umberto Di, quello di De’ Sica, un tipo...

 

 

 

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Barbara Pietroni: Era ironico?

 

 

 

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Giancarlo Majorino: Era ironico anche lui, solo che di fronte a quel ciclone di mia madre, era continuamente sulla difensiva (ride)

Beh, mia madre ai parenti, la nonna, sua madre, le sorelle, raccontava di questo ingegnere. Allora una volta loro dicono: “Ma faccelo almeno vedere!”, perché lei continuava a raccontare di lui ed era poi una che, si sapeva, raccontava un sacco di balle. Dice: “Va bene, ve lo faccio vedere!”. Abitavano in una via qui a Milano, via Ceradini, che aveva un grande giardino e una vasta siepe che lo ricopriva in parte. “Noi ci mettiamo qua e tu gli dici di passare qui davanti, gli dai appuntamento là in fondo” “D’accordo!”. Allora glielo dice, lui passa, tutti valutano, guardano. Quando poi lei va lì e dice: “Avete visto, eh?”, loro fanno: “Sì, ma non ci avevi detto che zoppicava”. Perché lui (ride) aveva fatto finta di essere zoppo, sempre perché non era sicuro di rimanerci insieme... che è una follia pura e semplice! (ride) Insomma, giocavano continuamente. 

Te ne racconto un’altra, questa volta di mia madre. Erano già sposati e lei gli aveva detto: “Ma a me gli uomini guardano tutti”. Mia madre non era bella, per cui mio padre aveva detto: “Che cosa vuoi che ti guardino?” “Beh, mettiti due o tre metri indietro. Vedrai se non mi guardano”. E lei davanti e tutti che la guardavano. Ma sai perché? perché lei muoveva la lingua da una parte all'altra come fosse una squilibrata! Capisci, che banda?

 

 

 

 

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Barbara Pietroni: ...tuo cugino, invece?

 

Giancarlo Majorino: Ah, sì, un personaggio abbastanza importante è questo mio cugino. E anche suo padre era importante. C’era un’ala della famiglia, che era la più ricca, erano gli unici ricchi della famiglia. Il padre oltre che essere ricco era bellissimo, una specie di Gary Cooper...

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Barbara Pietroni: Il padre di tuo cugino come era imparentato con voi?

 

Giancarlo Majorino: Era il fratello di mia madre. Era molto importante, perché era il perno danaroso, sai come succede nelle famiglie, guadagnava molto ed era anche bello in una famiglia prevalentemente di donne. Ci trovavamo tutti i Natali a fare come dei resoconti e io lo attaccavo un po’ sempre, perché mi dava fastidio questa sua duplicità dominante.

Con il figlio, invece, mio cugino che chiamavo Acheo Pireo Stringhileo (ride), non so del tutto perché... molto alto, distinto, con il quale sono rimasto amico, ogni tanto ci vediamo. E’ sempre stato per me un deuteragonista abbastanza netto: ha fatto questa gran carriera sulla scia del padre, una buona carriera, adesso, che è in pensione, s'è rimesso a fare lo studente, sta prendendo la terza laurea. Ci siamo influenzati... anche se io di soldi non ne ho mai fatti. A me di lui piaceva (e piace ancora) il fatto che per essere un manager è un uomo estremamente riflessivo e anche etico, morale. Siamo stati insieme a scuola, lui era più bravo, ci sono state sempre un po’ di rivalità, probabilmente mezze nascoste.

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SEZIONE: intervista   STATUS: completo   TEMPI DI LAVORAZIONE: dal 4/2003 al 2/2004

 

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