<<QUALE PREMIO UNA SPOSA-AMANTE>>
 
dal "Canzoniere Maggiore" del Prof.Giovanni Pattavina
 
No, a Ilda  non raccontero’  nulla della maestrina suicida. 0ggi ricorre il trentesimo anniversario della nostra unione, e lei s’e’ fatta bella per celebrarlo degnamente. Rincasando le offriro’  le rose rosse e la bacero’ riconoscente di questi trent’anni di felice convivenza. Quali piacevoli ricordi, quante dolci emozioni evoca la ricorrenza di questo giorno fausto. Ilda, da giovane sognava un dio discendere dall’Olimpo come la bella pricipessa Nausica che s’invaghi’ d’Ulisse reso maestoso dalla dea Athena.  Nel suo cuore non v’era posto per chi non fosse nato da magnanimi lombi; malgrado cio’  invecchiamo volendoci un bene dell’anima.  Ilda, mai avrebbe scelto un disceso dal Sinai, per non rientrare nella comunita’ israelitica dalla quale il padre s’era allontanato intorno agli anni Trenta, per inconciliabili divergenze sull’atteggiamento d’assumere verso il regime fascista.  <<Si e’ vigliacchi due volte, da perseguitati acquiescenti e da persecutori arroganti, amaro destino dei popoli eletti>>, le aveva insegnato il padre. L’incontro’  ad una festa il principe azzurro, un giovane architetto; fu il classico colpo di fulmine.  Qualche mese dopo Tommaso pagava con la vita il suo innamoramento, appeso assieme al suocero a un gancio di macellaio, pensolava dalla ringhiera in ferro di un balcone di Piazza Cavour, e sul petto un cartello ad ammonire chiunque progettasse di seguirne l’esempio; sul cartello era scritto a caratteri di scatola:<<BANDITI>>. Il padre, direttore di clinica medica e insigne patologo sosteneva essere un sacrosanto diritto degli oppressi combattere il nazifascismo “armata manu”.  Bisognava smetterla di considerare il genocidio della loro razza una prova cui Javeth li sottoponeva.  “Il patto biblico? “  Ma se da millenni venivano massacrati sotto tutte le latitudini!, metteva al silenzio i correligionari che gli citavano i sacri testi. Radiato dall’insegnamento prima, costretto a nascondersi assieme alla famiglia poi, era membro del C.N.L. provinciale e aveva guadagnato alla causa il futuro genero. Li arrestarono una mattina, un processo sommario e uccisi in quella maniera barbara.  La famiglia deportata in un lager eccetto la figlia diciannovenne sfuggita alla retata per un capriccio del caso. Il C.  N.  L.  la mando’  in montagna e fu aggregata alla squadra femminile del mio reparto.  Appena si sparse la voce che apparteneva a quella razza, tra noi <<combattenti delle liberta’>> non mancarono i commenti malevoli e persino ostili, specie tra quanti conoscevano a malapena il nome ebreo, ebrea.  Molti erano persuasi che un ebrea - in noi c’e’ tanto d’irrazionale e la propaganda sciovinista ha buon gioco sull’ignoranza, le superstizioni e i pregiudizi sui quali fan leva le dittature - dovesse assomigliare a un caprone e al tempo stesso a un rapace: naso adunco, l’immancabile barba e il piede forcuto, demoniaco.  Del resto i diavoli son nati nel medio oriente e, a quel che sembra, dalla Persia son trasmigrati in Palestina. E Gesu’, racconta il Nuovo Testamento, il maggior numero di miracoli li opero’  su degli invasati - per fortuna ormai fuori moda -; Gesu’ Cristo e’ stato il massimo esorcista della storia del Cristianesimo. Ilda Invece aveva il nasino all’in su’, l’ovale perfetto, le labbra appena appena carnose, capelli castano chiari e occhioni verdi luminosissimi, gambe slanciate e seni d’una greca Afrodite; era bellissima e superlativamente sexy. Mi sedussero i suoi occhi, la risata smagliante, e il candore roseo del petto magnifico.  Accecato dal suo fascino smisi di considerare i caproni demoplutocratici della propaganda fascista i nemici irriducibile <<dell’Italia proletaria anelante il posto al sole>>. Noi due eravamo gli unici ad avere un titolo di studio, io la laurea in giurisprudenza e Ilda il diploma di maturita’ classica.  Tutti gli altri, operai braccianti e contadini poveri.  A vincere la solitudine, a scordare la bufera che l’aveva investita e travolta, Ilda trovo’ in me il calore umano, l’amicizia e la compagnia di cui aveva tantissimo bisogno.  Cominciammo a frequentarci, a confidarci i segreti che si giura di mai non rivelare       ad anima viva. Scoprii allora che la discriminazione esiste piu’ di quanto uno non immagini, che discriminiamo senza rendercene conto.  I lavoratori manuali diffidano delle persone istruite che a loro volta si reputano superiori. L’istruzione inocula il virus della distinzione perche’ la cultura e’ promozione sociale, un salto di qualita’.  Oggi la scuola di massa ha alquanto attenuato queste discriminazioni, grazie all’esercito numeroso di dottori e ragionieri che non trovano un’occupazione. I figli dei proletari, una volta diplomati o laureati evadono dalla classe sociale d’origine e i proletari li considerano dei transfughi.  Giudizi questi che udivo dal nostro commissario politico, il quale aveva pronta la soluzione d’ogni problema presente e futuro, e non si sbaglio’  di poco quel signor rivoluzionario deputato a vita sin dal 1946, il quale giura che il nostro e’ il migliore dei mondi possibili come allora giurava ch’era il peggiore dei mondi possibili. Le compagne fraternizzarono subito con Ilda che non si risparmiava in nulla. Leo, a te davvero non importa?  - mi domando’  una sera. Il sole al tramonto sfiorava le cime dei pini sul costone dirimpetto mentre nel fondo valle il buio fasciava in un tutto indistinto il torrente, il bosco e i macigni di basalto.  Noi due, le braccia poggiate sul muricciolo a secco, di quelli che i contadini innalzano a segnare i limiti del fondo, conversavamo di molte cose. Il venticello le scompigliava i capelli mentre io osservavo i lineamenti delicati, le labbra che bramavo baciare, il corpo che da tante notti sognavo d’abbracciare... La sua bellezza cresceva di pari passo con la mia cotta sublimata dalla forzata astinenza di tutti quei mesi. Ti giuro che non si vede - risposi soprappensiero e Ilda scoppio’  a ridere.  Se me l’avessero uccisa avrei maledetto persino la guerra partigiana che al suo fianco non mi pesava, anzi quell’esistenza piena di sacrifici e pericoli sembrava un premio in sua compagnia.  Avrei scoperto in seguito meditando sui molti mesi trascorsi in montagna, quando a volte si mancava del necessario e tuttavia affrontavamo la morte cantando, che gli esseri umani, per lottare per un domani migliore, han bisogno d’aver fede in un ideale d’uguaglianza e di redenzione. Solo a queste condizioni si e’ prepotentemente vivi. Dopo ogni azione accadeva che qualcuno mancasse all’appello, malgrado cio’  si ragionava dell’avvenire, interminabili discussione intorno alla societa’ che avremmo edificata esente dai mali di sempre, da ingiustizie disuguagliane e prepotenze.  Scacciare i nazisti era la premessa, soltanto il principio, e pertanto affrontavamo i rischi con la certezza che saremmo stati gli artefici d’un mondo migliore. Nessuno pensava di cadere nella lotta; tutti, e non solo i piu’ giovani, credevamo nell’immortalita’; tutti si era altruisti solidali e antindividualisti. Ilda, io l’avvenire lo sogno accante a te che ne sei l’essenza e l’essenziale - le dissi una sera. Sei un caro tesoro.  Gli altri te lo gettano in faccia <<giudea>>, discendente di Giuda, l’apostolo che avrebbe tradito il messia dei cristiani i quali hanno chiamato gli ebrei con l’appellativo di <<popolo deicida>>, gli ebrei che si reputano i prediletti dell’unico vero Dio Javeth.  I greci chiamavano barbari i non greci, <<civis romanus sum>> si vantavano i discendenti di Romolo e i cattolici si gloriano di essere i seguaci della vera religione.  Quale meraviglia le pretese dei nazisti?  “Il dogma della superiorita’ e’ un’odiosa manifestazione della politica del <<divide et impera>> che conduce al razzismo e il razzismo al genocidio”, diceva mio padre.  Leo, ma mi stai ascoltando? Ma certo che ti ascolto; la tua voce non si compone di suoni gradevoli soltanto, essa m’assicura che esisti e mi sei vicina, una creatura magnifica e non soltanto una visione, un sogno, un desiderio...  Fu repentino e inatteso il suo bacio sulla mia guancia. Ilda - esclamai incredulo. A un sognatore manca il tempo d’essere uno sciocco egoista - rispose, e due lacrime brillarono nel suoi occhi. Niente brutti ricordi, ti prego, o mi sentiro’  davvero un povero sciocco. Una notte, durante un’azione, l’attirai contro il petto e la baciai.  Eravamo sul ciglio d’un fossato, e vi scivolammo dentro abbracciati, un attimo prima che una raffica ci falciasse.  Non ebbe neppure il tempo di reagire che ci piovve addosso una grandinata di terriccio sollevato dai proiettili mentre giacevo suo corpo.  Ci aveva salvato il mio gesto irriflessivo. Ilda, perdonami; non capitera’ piu’.  Siamo vivi, siamo vivi, ci ha salvati il tuo bacio: grazie grazie grazie...  - balbetto’ , e la sua bocca schiusa premette a lungo la mia, riconoscente. Poco dopo, ritornati sul ciglio del fossato, comincio’ a tremare di paura. Leo, non ci riesco a sparare. E’ una naturale reazione, passera’ presto.  Mettiti giu’ al riparo - le dissi a infonderle coraggio. Malgrado le perdite subite i nazifascisti sferrarono il contrattacco e il comandante ordino’  la ritirata. A stento ma senza perdite ci sganciamo dai feroci mastini. . . Sorgeva il giorno, il cielo imbiancava a oriente: l’alba, l’aurora, un radioso mattino d’autunno e noi stanchi marciavamo da cinque ore verso il nostro covo di montagna tra le quercie giganti, al sicuro dagli attacchi di sorpresa.  Ilda camminava aggrappata alla cintura della mia giubba. Leo, non posso amarti; mi sei tanto caro ma non posso. Restiamo due cari amici che si stimano. . .  mi ripeteva con voce di preghiera. Non sprecare il fiato.  T’ho chiesto perdono, non si ripetera’ piu’.  - ripetevo umiliato.  La comprendevo quanto puo’  comprendere un innamorato respinto. Per giorni e giorni a stento ne ricambiai il saluto: Fu Ilda ad avvicinarmi un tardo pomeriggio ozioso. Compagno Leo, per favore comportiamoci da persone adulte.  Io, ho sempre davanti agli occhi Tommaso e il babbo impiccati a quella ringhiera; la famiglia e’ stata deportata e io. . .  L’animo mio trabocca d’odio, dalla bramosia di vendicarmi, m’hanno lasciato l’odio e la vendetta, combatto e vivo solo per questo. Quel gettare tanti cadaveri tra lei e me aveva uno scopo ben preciso, disarmarmi.  E dopo la pieta’ la gelosia, allorche incomincio’  a parlarmi di Tommmaso, il giovane dio disceso dall’Olimpo.  Io ero appena un sognatore cui manca il tempo d’essere sciocco o malvagio. Una conseguenza ovvia che facessimo all’amore dal momento che avevamo deciso di sposarci, non ti pare? Oh, si’, certo, ovvia. . .  - reagii sarcastico piantandola in asso.  Ma dopo qualche giorno fui io ad avvicinarla. << I sentimenti non s’impongono: Leo, combattiamo per la liberta’ e pretendi. . . >>, m’ammoniva la voce della ragione; un’altra voce pero’  mi spronava a perseverare: ero pazzo di lei, non sapevo n’ volevo rinunciarvi. E trascorse l’autunno e giunse l’inverno, un inverno al limita della sopravvivenza. E tuttavia non disarmammo.  Non si disarma sol perche’ a un generale viene in mente la geniale trovata del “tutti a casa in licenza illimitata”.  Ma in quale casa se nazisti e fascisti ci braccavano implacabili?  Noi combattevamo la nostra guerra consapevoli che sarebbe stata durissima e ci avrebbe impegnati per anni e decenni, poiche’ un mondo nuovo non si edifica dall’oggi al domani, con la bacchetta magica. Inoltre nazisti e fascisti continuavano a infierire contro la popolazione inerme; con sempre maggiore accanimento distruggevano terrorizzavano e massacravano: bisognava non dargli tregua, che sentissero a loro volta d’essere braccati senza via di scampo, e tremassero presentendo vicinissima la resa dei conti allorche’ avrebbero pagato il fio d’ogni misfatto.  Intanto la lotta s’inaspriva, il numero dei caduti cresceva e un giorno o l’altro sarebbe magari toccata a uno di noi due o a entrambi durante la stessa azione. . . Ilda, se morremo abbracciamoci stretti - le dissi una sera.  Il cielo era disseminato di fredde stelle, il monte immerso nelle tenebre e noi due parte di quelle tenebre.  E Ilda m’abbraccio’  tenacemente: - Leo, tienimi stretta - ti suppplico; - io non voglio morire, noi non dobbiamo pagare per i crimini degli altri. . . e mi       copriva il volto di baci e io baciavo le sue lacrime. Ilda cara, noi vivremo per raccogliere i frutti di tanti sacrifici, vivremo per realizzare il sogno dei compagni morti a migliaia, vivremo per costruire una societa’ senza violenze e brutture, e senza i furbi di sempre che opprimono e taglieggiano la gran massa dei fessi di sempre. E mantenere fede ai giuramenti, e impedire che la cose ritornino le stesse di prima...
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E finalmente la guerra fini’ e l’incubo ebbe termine, e la vita riprese a scorrere pur se privazioni inaudite, e ci accorgemmo ch’era meraviglioso uscire a cercarsi, e incontrarsi e abbracciarsi... Ma segui’ l’invasione di soldati di tanti Paesi e continenti, divise di cento colori, di genti di tutte le razze, di inintelligibili linguaggi. <<Noi pottare libetta’>>, udii da un negro gigantesco dalla pelle lucidissima, d’uno plendore corvino. Nel 1945 un negro era qualcosa di simile a un uomo ma non apparteneva alla specie <<homo sapiens sapiens>>. Non l’ho piu’ dimenticato, e mi risuona di continuo all’orecchio quel <<noi pottare libetta’>> al pensare che il continente Africa e’ in buona parte ancor oggi, anno di grazia 2000, un inferno di miserie, di stragi e di infamie. E con la <<liberazione>> e con l’occupazione alleata, la prostituzione si diffuse peggio d’una epidemia impietosa, inarrestabile.  La sopravvivenza ad ogni costo e tante, tantissime si comparavano il diritto di vivere vendendosi. Ebbi il terrore che anche Ilda potesse combattere la fame in quel modo tutto femminile.  Era la prima domenica di uomini liberi, e corsi da lei, un fagotto di cibarie per mano.  L’avrei trovata dentro?  come m’avrebbe accolto? Il luminoso pomeriggio di fine Aprile era una promessa     a ben sperare.  Salii fino al terzo piano d’un palazzo ottocentesco, suonai il campanello impaziente.  Quando finalmente la porta si apri’ Ilda mi getto’  le braccia al collo e bacio’  sulle guance.  Rimasi imbambolato a sostenere i fagotti preziosi. Ilda, stai bene?  - le chiesi poi. Tu, come credi che sto?  - rispose, e non mi avvide che recitava, e non compresi che l’ero indispensabile. Il suo sguardo era un caldo abbraccio.  Indossava una veste a mezze maniche; l’ampia scollatura, lasciava facilmente immaginare le dolci forme agognate. Sedemmo sul divano del salotto. E’ stato un pensiero gentile venire a trovarmi.  Ilda, qualcosa ti preoccupa?  - le chiesi in risposta. Sono povera e sola, e in quest’appartamento grande freddo vuoto mi sento come sperduta - confesso’  scorata. Era un appartamento di otto vani che i ladri avevano visitato a piu’ riprese rubando gli oggetti di maggior valore. Ilda, siamo vivi e giovani, ormai niente ci minaccia; e’ un gran passo avanti rispetto a lassu’ in montagna quando temevano di lasciarci le penne; adesso hai un tetto sul capo e niente fucile per compagno durante il sonno. . . Scuoteva il capo a nascondermi il profondo avvilimento: le mie parole non bastavano a modificare la dura realta’ entro la quale si dibatteva come l’insetto nella tela del ragno.  Le riusciva difficile ricominciare da zero, e cosi’ da sola.  Da dove cominciare se nessuno le dava una mano?  Lei, una figlia di papa’ avvezza sin da piccola ad aver tutto, non sapeva ove sbattere il capo di fronte al problema del pane quotidiano. Non e’ affatto meglio di lassu’ in montagna. Li’ ero in compagnia, si viveva come in famiglia e avevo quanto gli altri. Qui devo provvedere io a me stessa, una cosa cui non sono stata abituata.  Ho bisogno di guadagnare e molta vergogna di andare a pietire presso questo o quello.  Se vi aggiungi poi la solitudine. . .  Certi discorsi prostano.  L’amavo e non mi chiedeva aiuto; ma perche’ avrebbe dovuto se l’avevo dimenticata per quasi una settimana? Sedevamo fianco a fianco ed ero per lei un estraneo.  Ilda, io ho un lavoro e tu hai quest’appartamento;  e’ poco, ne convengo, ma e’ meglio che niente.  Se mettiamo assieme le due cose non ci sara’ difficile ricominciare, magari soltamto come due amici che si stimano. . .  Nei fagotti c’e’ l’occorrente per una cena d’altri tempi, un pranzo per due persone; se m’inviti, accettero’  di farti compagnia. Non se lo fece ripetere, apparecchio’  alla svelta. Le augurai il <<buon appetito>>, in verita’ superfluo data la sua fame arretrata.  Godevo a vederla mangiare, le cedevo il meglio della mia parte. Ilda, devi frequentare l’universita’ e laurearti. Leo, sei un bravo ragazzo. . . Al diavolo il bravo ragazzo; io volevo essere il suo uomo e non un estraneo terribilmente insulso. Cos’ho meno di Tommaso - sbottai? Non mangiava dalla mattina del giorno avanti; brutti pensieri la tormentavano peggio del vuoto allo stomaco, ed ero arrivato io, e non era piu’ sola, e le offrivo di restare con lei.  Questo soltanto contava; la salvavo per la seconda volta. Leo, sei un tesoro di fratello - sussurro’  senza badare all’egoistico “do ut des” implicito nelle mie parole.  <<Tra poco dira’ che le faccio tenerezza.  Adesso taglio la corda prima d’esser messo alla porta>> pensavo deluso. Pero’ rimanevo a gioire della sua compagnia, ne rivedevo l’immagine nuda mentre si faceva il bagno dentro quella baracca improvvisata lassu’ in montagna. Leo, ce l’hai un alloggio stabile?  - sorrise dolce. Mentii di si’.  Che le importava d’un Leo caro ragazzo e tesoro di fratello, che avessi un alloggio stabile? Lei amava un. . .  accidenti! Tommaso rappresentava la gioventu’ felice in seno alla famiglia mentre io ero l’incerto presente che le aveva insegnato a rischiare la vita e a saltare i pasti.  Le chiesi scusa per aver parlato a vanvera. Ci alzammo da tavola e tornammo nel salotto, il suo braccio sinistro infilato nel mio braccio destro. Affacciati a una finestra rievocammo gli avvenimenti salienti della nostra lotta.  Ero in attesa che esclamasse: <<E’ardi, buonanotte>>. Invece lei m’invito’  a seguirla. Tu lavori e domani dovrai alzarti presto.  Ti mostro dove dormirai. Nella camera dei genitori preparo’  il letto matrimoniale, quand’ebbe finito m’auguro’  la buonanotte col solito bacio sulle guance. La serrai tra le braccia.  Tento’  d’opporsi, si dibatte', protesto’ , supplico’ .  - Leo no, ma che ti salta in mente, che intenzioni hai?...  Leo, no...  - L’avevo immobilizzata e lei disarmata schiudeva la bocca.  Nell’attimo in cui riprendeva fiato mormorava: - Leo, non voglio, non puoi approfittare d’una ragazza indifesa. . . Le sue mani poco a poco m’avvinghiavano, la sua lingua vibrava dentro la mia bocca e io ormai non la trattenevo piu’. Oh, Leo, perche' sospirava.  Si lasciava spogliare, tremava in ansia per la fretta di spogliarmi. Entrambi nudi offriva il volto e l’intero corpo ai baci, ansimava stringendomi a se’ e inarcava la schiena perche’ penetrassi sempre piu’ in lei.  Comincio’  a gemere mentre mi conficcava le unghie nella carne.  - Leo, gioia, amore diletto. . .  Le sue gambe e le braccia m’avvinghiarono stretto, la bocca incollata alla bocca.  E restammo allacciati immobili sazi di godimento. Dopo invoco’  al buio: - Tesoro mio.  Oh, ancora ancora! E si mise a esplorare il mio corpo con le mani, con le labbra, con la lingua.  In preda allo stesso desiderio io l’assecondavo, e lei schiudeva le anche ai miei baci, e la    mia lingua le titillava il clitoride mentre la sua bocca schiusa titillava il mio glande, senza fretta.  Il secondo orgasmo sopraggiunse struggente e all’unisono. La sua carne era tiepida e profumata, la pelle morbida e vellutata, la bocca e l’inguine avidi. Una volta, due volte, per meta’ della notte. . .  finche’ cademmo in braccio a morfeo, abbracciati stretti, ebbri di felicita’. Leo, son le sette - mormoro’  assonnata l’indomani. Schiusi le braccia a tenermela sul petto la magnifica preda, la creatura diletta. Ilda mi ami? Non lo so? Pero’  stanotte. . . Mi hai violentata e io ho perso la ragione.  E’ stato entusiasmante, tutto qui? Ilda, che discorsi son questi?  Abbiamo fatto all’amore, ti donavi con tutta l’anima. . .  - dicevo sgonfiato. - Leo, non lo so significa non lo so, punto e basta. No, no che non bastava, che non poteva bastare. Avevo imparato a vivere lassu’ in montagna ove la morte dal grugno feroce di nazista era sempre in agguato,  pronta a ghermire.  Adesso pero’  intendevo conoscere    in anticipo come sarebbe finita la giornata appena all’inizio, se Ilda m’avrebbe atteso per mangiare assieme, tenerci compagnia, fare all’amore e dormire abbracciati sullo stesso letto, esser l’uno dell’altro per sempre; adesso intendevo conoscere in anticipo se alla fine della settimana, la domenica saremmo corsi in campagna, amanti felici in luna di miele, anzi futuri sposi; e ancora conoscere se potevo fare porogrammi a lungo termine e validi per l’intero esistenza, con Ilda madre dei miei figli e inseparabile compagna innamorata. . . La baciai sulla porta e lei offri’ a stento le labbra. E’ un addio?  - le chiesi demoralizzato. Mi getto’  le braccia al collo e bacio’  con trasporto. E’ un arrivederci a quanto tornerai a mezzogiorno o stasera.  Mettiamo temporaneamente in comune le nostre risorse e. . .  e se acconsenti procurami un lavoro perche’ ci riesca meno difficile sbarcare il lunario. Sarei saltato dalla gioia senza la doccia fredda dell’avverbio <<temporaneamente>>. Troppo presto avevo cantato vittoria; invece non l’avevo ancora conquistata la magnifica dea.  Una notte di gaudio e la maledizione di quell’avverbio al mattino: tutto in alto mare, nulla di definitivo: un punto interrogatico l’avvenire, e non l’accetavo un avvenire nel quale Ilda non fosse la luce, il calore e il sorriso dell’esistenza.  <<E’stato bello, dolcissimo far l’amore, tutto qui>>,  avevo detto. No, non era per niente tutto ma solo l’inizio.  Quella era stata l’ammissione d’una scettica pessimista che vede nero il domani oppure d’una spregiudicata che tratta con leggerezza le cose piu’ sacre.  L’amore fine a se stesso meno d’un diversivo, un rifugio di frustrati, la constatazione che si e’ due niente e senza nessuna speranza.  Eh, no! Non l’ammettevo d’esser sconfitto senza combattere.  Io l’avrei conquistata giorno dopo giorno, ora dopo ora, momento dopo momento e lei, alla fine, si sarebbe arresa all’evidenza. E Ilda, in tret’anni, si e’ sempre comportata in moda da meritarla la mia devozione; la devozione reciproca che sostanzia la convivenza degli sposi-amanti. Salii di corsa le scale quella sera sebbene appesantito dai fagotti, suonai il campanelle e la porta immediatamente s’apri’, e Ilda fu piu’ espansiva del giorno avanti. Niente uguaglia la consapevolezza d’essere atteso. Ilda aveva trascorso delle ore al davanzale della finestra a spiare nella via sottostante il mio arrivo. Ti preparo la cena - disse affettuosa, e si prese uno dei fagotti.  - Mi sono annoiata tutta sola, gli altri giorni invece. . .  come essere oppressa da un vuoto, come sprofondare nel nulla. Leo, perche’ non ti siedi? Ilda, possiamo parlare?  - le chiesi.  Possiamo parlare e’ diverso dal “devo parlarti”, perche' manifesta stima e rispetto. Abbiamo combattuto anche per questo, per la liberta’ di parlare - disse, e le sue parole significavano: siamo assieme anche per questo, ci amiamo anche per questo. E per avere risposte chiare e inequivocabili. Principalmente - lei aggiunse, e si giro’  a guardarmi, perche’ guardarsi mentre ci si parla indica anch’esso stima e rispetto. Vissuta nell’abbondanza sino al diciottesimo anno, amata dal padre e coccolata dalla madre, s’era innamorata d’un giovane che le avrebbe garantito il benessere cui era abituata da nubile.  E d’improvviso si ritrovo’ una derelitta, e fu sbalestrata in montagna a combattere e a sgobbare, lei tenuta nella bambagia.  Della famiglia e di Tommaso le rimasero i ricordi dei giorni felici ad accrescere la precarieta’ del presente.  Quando a vent’anni si vive solo di ricordi. . .  - Leo, procurami un lavoro affinch’ ci riesca meno difficile sbarcare il lunario - m’aveva detto la mattina.  Leo, papa’ era pure un amico e i miei due fratelli dei protettori       sui quali potevo contare.  Intendevo questo per “tesoro di fratello”, che hai preso il loro posto.  - E m’abbraccio’  e bacio’ . E’ stato il privilegio la matrice del fascismo, di tanto immane conflitto, di cento altri malanni.  Io ci son nata e cresciuta nel privilegio, e l’ignoro se m’abituero’  a. . .  Magari penserai che e’ un discorso d’egoista, che non ti stimi abbastanza se continuo a voltarmi indietro.  Ma dove vuoi che guardi?  Gli otto mesi d’amicizia lassu’ in montagna sono stati positivi, ma un impegno cosi’ importante su due piedi. . .   E’ un discorso onesto, del resto anche al giornale sono in prova. Smettila, smettila, smettila se non vuoi che pianga disperata.  Tu hai il vantaggio della certezza mentre io... ho paura, una gran paura del domani.  Pero’ , pero’ con me non sei in prova, e te l’ho dimostrato stanotte. Non si fa l’amore col primo venuto e tu sei piu’, molto di piu’ d’un fratello. La serrai fra le braccia e le chiesi perdono.  - Ilda, t’ho trovato un lavoro in un altro giornale, cosi’ non dovrai decidere sotto l’assillo del bisono - le dissi, e dopo le chiesi: - Allora non ti dispiace di stanotte?  Perche’ dovrebbe?  L’abbiamo voluto entrambi, e’ stato meraviglioso.  <<La gioia e’ da preferire alla sofferenza, il piacere al dolore>> - era solito ripetere mio padre. E siccome non abbiamo tolto niente a nessuno presumo che continueremo. Ieri sera...  dovevo impedire che te n’andassi; io, io lo desidero restare assieme. Al giornale apprezzarono subito le capacita’ di Ilda. Imparammo a uscire insieme la mattina e a rincasare insieme la sera. Leo, ognuno per se’, ti sembra giusto?  Ci stiamo scordando del perche' abbiamo combattuto, delle migliaia di compagni morti, del giuramento che i vivi avremmo lottato per edificare un mondo migliore... C’interrogammo per meta’ della notte e la risoluzione fu presa: avremmo partecipato attivamente alla vita politica, una logica conseguenza di quanto avevamo iniziato lassu’ in montagna.  Fummo accolti nel partito che giudicavamo il piu’ adatto a edificare la societa’ a lungo sognata.  Ilda divenne presto la responsabile del lavoro femminile e membro del comitato federale. Non avevamo un momento libero per noi: dopo cena si correva alle riunioni di cellula, alle assemblee di sezioni, ai dibattimenti e ai comizi... - quanti comizi, quali fiumi di parole! -, talvolta in federazione. 
Travolti dall’entusiasmo ci gettammo anima e corpo nel lavoro politico, nella propaganda il cui fine era il proselitismo.  Dovevamo diventare molti, diventare la stragrande maggioranza per realizzare il nostro programma, per edificare una societa’ diversa.  Ilda s’infervoro’  a tal punto da trascurare ch’era tanto giovane.  L’indimenticabile estate della nostra luna di miele e amarci fu l’ultima delle cose.  Ci credevamo indispensabili, lo portavamo tutto sulle nostre spalle l’avvenire e non ci risparmiavamo in nulla.  L’esistenza di rivoluzionari dinamica e sacrificata non ci pesava. Quanto entusiamo! Quale altruismo! Durante quell’estate Tommaso mori’ definitivamente. Ilda, senza nemmeno domandarselo, m’aveva accettato per sempre.  I contrasti non mancavano all’interno del Partito, specie sulle quistioni di fondo, come quella del <<Partito nuovo, di massa>>.  Spesso avevamo la sensazione d’esser cavalli focosi tenuti a freno da esperti domatori. Ne discutevamo Ilda e io per nulla persuasi che il torto fosse sempre dei militanti e la ragione sempre del capo. Talvolta la fede oscillava; ma si sa?  ogni principio e’ difficile, avremmo corretto gli errori. All’inizio dell’autunno per Ilda si presento’  il dilemma: iscriversi all’universita’ o lavorare a tempo pieno nel Partito?  Scelse il Partito e io fui consenziente. Avrebbe dato il suo assenso definitivo nella riunione del Comitato Federale che aveva all’ordine del giorno l’approvazione della linea politica del Partito. Quella sera facemmo le ore piccole. Non saro’  funzionaria di Partito - disse d’umore nero appena uscita dalla riunione, e mi riassunse la relazione del segretario e gl’interventi dei compagni. Ma il Partito siamo tutti noi, i militanti - sbottai. Sembra non sia cosi’.  Anziche' fugare i dubbi, rispondere alle critiche e spiegare perche' sbagliamo il segretario ha accusato molti partigiani d’infantilismo anarcoide; poi s’e’ scagliato contro di me usando il piu’ vieto dei pregiudizi: - E’ una caratteristica degli Ebrei il dogmatismo, siete profeti di sventura. . .  Io l’ho interrotto con un <<Heil Hitler!>>.  E Ilda s’iscrisse all’Universita’, consegui’ la laurea, si dedico’  alla carriera accademica e non se n’e’ pentita. <<Magari sarei diventata un On.  succuba dell’altrui volere.  Quello non era un partito comunista, era invece un partito stalinista>>.  Alla fine d’ottobre la grande notizia: era incinta. L’inondai di baci, dagli occhi sino alle dita dei piedi. Leo, te l’ho mai detto che ti amo magisquam me ipsam. Questa e’ la prima volta - balbettai commosso. E non sara’ l’ultima.  Pensi dovremmo sposarci? La gente per lo piu’ si sposa; decidi tu come e quando. Ci sposammo sotto Natale.  Le nostre nozze non ebbero la solennita’ stabilita dal Concilio di Trento, non ebbero alcuna solennita’.  Sono stato il primo della mia famiglia a non celebrare il matrominio religios; ma quel parroco pretendeva che Ilda abiurasse solennemente alla sua ex-fede razziale, che si convertisse al cattolicesimo battezzandosi e cresimandosi; pretendeva che entrambi abiurassimo solennemente e coram populo al nostro ideale politico in quanto Cristo non aveva nulla da spartire con quel partito di senzadio.  Rinunziammo alla sua testimonianza prescritta essa pure dal Concilio di Trento e. . .  e lo piantammo in asso senza neppure salutarlo.  Un mese dopo abbandonammo il municipio a braccetto, ormai marito e moglie. Leo, mai nulla dovra’ cambiare nei nostri rapporti. Nulla mai sarebbe cambiato, glielo giurai.  Trent’anni di convivenza, e non ho mai violato il giuramento: la nostra famiglia e’ una cellula di quella societa’ che sognammo in montagna quando si dormiva col fucile al fianco, sempre a portata di mano.  Ilda e io legiferiamo ed eseguiamo le risoluzioni prese di comune accordo; Ilda e io siamo i padroni, i governanti, i giudici, i lavoratori. . .  Siamo tutto.  La nostra famiglia e’ quel che resta d’un nobile sogno.  Percio’  ci opponiamo agl’influssi negativi del mondo esterno che vorrebbe condizionare la nostra maniera di vivere e di pensare, privarci del poco spazio libero. E questi influssi intendeva introdurli il dottor B.B.,  il caro genero.  Niente da fare, noi non intendiamo diventare lo specchio di questa societa’ che ormai piace sempre meno a chiunque. Nel 1946 Ilda partori’ un maschio e nacque la repubblica e l’assemblea Costituente; e l’anno appresso fu il 1947 preludio del 1948 che seppelli’ tutte le illusioni. E poi venne il 1953, e poi il 1958, e poi il. . .  Elezioni ogni cinque anni; ogni cinque anni la maggioranza dei cittadini andiamo a votare con la speranza che qualcosa finalmente cambi - ovviamente in meglio.  Da noi sta diventando un miraggio persino trovare un lavoro, ci stiamo conquistando il diritto alla disoccupazione vita natural durante.  Il mio primogenito, ingegnere minerario, e’ emigrato nel Medio Oriente e ci vediamo di rado. . .  Almeno ha raggiunto l’indipendenza economica. Noi ci siam lasciati emarginare.  Le speranze sono morte giorno dopo giorno.  Ci rimangono solamente le utopie nobilissime, e quelle nessuno potra’ corromperle. <<Son pulite perche' fantasie cervellotiche irreali e irrealizzabili. . . >> - incalza il genero mio quando arriviamo al punto provocanto i ghigni ironici della moglie.  Eh no! caro il mio Benito Berlinguer che ti dai tante arie, son pulite e baste, e ti spicciono perche’ non c’ingrasseresti. L’ascensore s’e’ fermato e Ilda mi viene incontro, e’ il 1945 a venirmi incontro.  Indossa la stessa veste della nostra domenica indimenticabile, ci abbracciamo e baciamo nella saletta d’ingresso e io le offro le rose rosse.  Luisa e il B.  B.  si congratulano persuasi che sia l’anniversario del nostro matrimonio. Ma chi se lo ricorda quel matrimonio! Una cerimonia scialba: il segretario comunale dal musetto di topo, gli occhiali a pienze nez suggetiva al sindaco quel che doveva fare e dire, e il sindaco, una specie di capitan Fracassa       armato di fascia tricolore, alla fine si congratulo’  per il nostro coraggio d’avere scelto il matrimonio civile.  Quanto manicheismo a dritta e a manca! Nella sala da pranzo la tavola e’ imbandita per l’annuale ricorrenza, prendiamo posto.  Luisa serve la cena e il dr.  in Scienze Politiche s’affretta a versarci il vino e ad augurarci “mille e mille di questi giorni”. Quale compitezza di medio-borghese! Intanto la televisione ci delizia col suo programma musicale. Cambio canale per ascoltare le ultimissime della sera. Della maestrina suicida neppure un cenno, non fa notizia.  Un’ala del carcere devastata dal tetto agli scantinati, centinaia di poliziotti in assetto di guerra ma impediti d’intervenire per il timore che vengano uccisi gli agenti di custodia presi in ostaggio se si spara un solo lacrimogeno. Hanno spaccato la testa al cappellano che si prodigava a calmare i piu’ riottosi. . . Ma senti che roba! Quei criminali non hanno nulla da perdere e. . .  - sbuffa mio genero. C’e’ un morto tra i carcerati, la causa o la scintilla di tutto quel parapiglia.  I detenuti sostengono che e’ stato ucciso nella cella di rigore; il direttore del carcere sostiene che si e’ suicidato, e la duplice inchiesta disposta dal Ministero e dalla Procura lo provera’. Le rivolte, mio caro maritino, non scoppiano per grazia di Dio, nihil ex nihilo - commenta quell’accanita extraparlamentare di mia figlia Luisa; fissando poi il B.B. in atto di sfida aggiunge: - E vedrai che saranno le solita polvere negli occhi le due inchieste. Il suicida e’ un venticinquenne in attesa di giudizio. Ma vorresti prestar fede a quegli avanzi di galera! Presto fede ai fatti, il ragazzo e’ morto e, ammesso si sia ucciso, non l’accetto, perche’ e’ sempre un crimine del sistema. Sorrido pensando alla faccia del filosofo capocronista se avessi scritto io la cronaca di questa rivolta, sottolineando che il parlamento ha varato la riforma carceraria che rimane lettera morta per le solite deficienze di struttura e altro che nullificano i vantaggi di certe leggi e le leggi medesime. Queste cose il cronista televisivo le spiattella dal video ma il dottore in filosofia sbraiterebbe: <<La verita’ lasciala a santa madre Chiesa perche’ solo li’ e’ in mani sicure. . . >>.  E son certo che per il venticinquenne deceduto in carcere non avrebbe sentenziato che solo <<a Dio onnipotente compete la vita e la morte>>.  Due suicidi nello stesso giorno, la maestrina nubile licenziata perche’ incinta e queI giovane in attesa di giudizio non li accetto, i colpevoli hanno diritto alla redenzione. Voli di reattori, sfrecciare di razzi, un grandinare di bombe, un B 56 abbattuto, Hanoi una citta’ sventrata. . . e la popolazione combatte indomita contro la strapotenza americana. I Vietnamiti avrebbero aggredito gli U.S.A. nel golgo Tonchino (a ventimila chilometri di distanza dagli Stati Uniti) ha dichiarato il presidente Kennedy - osserva Luisa. La faccia di Nixon, una fila interminabile di profughi cenciosi per una strada polverosa del Vietnam del Sud. Luisa serve la cena e punzecchia il marito: Tu, da che parte stai? Io sono per la liberta’? La liberta’ del signor Nixon, ovviamente. L’annunziatrice ci da’ la buonanotte, ci danno la buona notte Luisa e B.B. che s’allontanano litigando.  Resto solo con Ilda. Leo, non potevamo fare di piu’; l’intenzione c’era, ma... Di buone intenzione e’ lastricata anche la strada dell’inferno, e noi ingenui a fidarci. Il rievocare avvelenerebbe il nostro anniversario, percio’ taccio. Ritorneremo a protestare domani, a ricercare le occasioni perdute. Leo, non potevamo fare di piu’ - dice Ilda. E invece dovevamo fare di piu’, infinitamente di piu’, e noi non abbiamo concludo nulla.  Ilda e’ tutto quel che ho ottenuto dalla vita: e’ molto per un marito ma e’ poco, pochissimo per l’Uomo, l’animale sociale e sapiente per antonomasia.. Ci alziamo, le circondo la schiena con la destra e lei posa il capo sulla mia spalla, innamorata. Bacio i suoi capelli e andiamo a celebrare l’anniversario, il nostro anniversario…
 
 
Giovanni  Pattavina
 
Dal racconto edito <<L’ANNIVERSARIO>>

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