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L'opinione
Alessandro Corona: Il rapporto tra terzo settore e sistema capitalistico

Il rapporto tra terzo settore e sistema capitalistico


DALL'AGIRE PER IL SOCIALE ALL'AGIRE NEL SOCIALE

Questa breve dissertazione sul rapporto tra terzo settore e sviluppo del sistema capitalistico non vuole avere la presunzione di assumere valore assoluto ma, semplicemente, ha lo scopo di trasporre su carta una personale riflessione che feci qualche tempo fa durante la lettura di un volume intitolato “Il fare delle imprese solidali” (AA.VV, Il fare delle imprese solidali, Franco Angeli), e in particolare durante la lettura di un interessante saggio scritto dal dottor Stefano Chessa e dal titolo “Geometrie variabili. Il rapporto tra efficienza, efficacia e bisogni”.

Da questo autorevole contributo partirò per evidenziare quello che credo debba essere, in un contesto di cooperazione sociale, il rapporto tra la struttura economica e la struttura sociale, e il rapporto tra queste strutture e le variabili etiche, morali ecc.

Ritengo sia verità assodata, l’asserzione per la quale si ritiene che la riflessione sul terzo settore, negli anni '70 e '80, fosse orientata in larga misura intorno agli aspetti etici e sociali, mentre a partire dagli anni '90 si diffuse una particolare sensibilità per le dimensioni economiche e produttive del sociale.

Si tratta di un passaggio fondamentale, le cui cause possono essere addebitate principalmente a due fattori:

1.     Una sempre più massiccia introduzione di tecniche manageriali nei corsi di formazione dedicati agli operatori del terzo settore.

2.     Il tentativo di imitare l’evoluzione del terzo settore avvenuta nei paesi anglo-sassoni, dove accanto alle qualità morali e civili del terzo settore, vengono evidenziati, a grandi lettere, i vantaggi a livello economico.

Rispetto a questi due punti , nel saggio del dottor Chessa si evince che questo è un processo che investe anche il terzo settore sardo.

Questo passaggio, da una fase etica ad una fase manageriale nell’evoluzione del terzo settore, lo si coglie anche dalle parole utilizzate dalle persone intervistate nel saggio su citato, come per esempio quando si legge:

“Molti si sono voluti…hanno visto il business del momento o del futuro. Si è iniziato a parlare, a capire che gli anziani avrebbero costituito prima o poi il business del sociale, e qualcuno – questa è la mia sensazione – ci si è voluto collocare a forza […] E’ chiaro che ci sono angeli ben cammufffati, è chiaro […] che c’è chi sceglie di appartenere al terzo settore, c’è chi sceglie di operare in quella direzione – che poi bisogna vedere cosa si intende per terzo settore – e c’è chi invece capisce che è utile collocarcisi dentro […] e c’è stato veramente un boom in questo senso, brobabimente un eccessivo…cioè o siamo diventati tutti così attenti oppure abbiamo capito che è quella la formula del momento. (Chessa, Le geometrie variabili. Il rapporto tra efficienza efficacia e bisogni, in: AA.VV, Il fare delle imprese solidali, Franco Angeli, pag. 161-162)

Si tratta di una dichiarazione molto importante, sensazioni riportate su carta che evidenziano un passaggio molto interessante, un’evoluzione che si percepisce dall’interno, l’esemplificazione del cambiamento radicale del terzo settore.

E’ qui si evince il passaggio da un’azione orientata per il sociale, sorretta da basi morali ed etiche, ad un’azione e ad un agire orientati nel sociale. Si tratta di un cambiamento di rotta radicale, di un modo nuovo di intendere, di parlare, di camminare.

E’ qua che il terzo settore ha modificato le proprie basi d’azione evidenziando una discreta propensione al cambiamento, inteso come trasformazione di una prospettiva orientata alla costruzione di un modo di agire e di produrre mitigato dalla pregnanza di forti valori umani, etici e morali, in una prospettiva orientata al business inteso in senso capitalistico. Il fatto più preoccupante di questo cambiamento è che paradossalmente, all’interno del terzo settore, non si è avviato un percorso di autocritica su queste dinamiche. Porto ad esempio un’altra breve dichiarazione:

“E’ un po’ complesso da spiegare, soprattutto perché quando oggi parliamo del terzo settore noi parliamo di una realtà che mette insieme cose diversissime fra di loro, profondissimamente diverso fra di loro, perché con questa storia del no-profit di fatto si mettono insieme delle imprese vere e proprie, che il no-profit…in che cosa consisterebbe – io divento molto cattivo – solamente nel fatto che non si dividono gli utili? Se questo è non profit…Ma lei capisce l’operazione che si è fatta in questi anni? Io e lei facciamo un impresa del genere: io mi prendo dieci milioni al mese di stipendio, lei se ne prende altrettanto, dopo di che non dividiamo una lira, perché di lira non ne rimane. E questa lei la considera non profiti? (Chessa, op. cit., pag. 162)

La crudezza di queste affermazioni, parole pronunciate da chi vive e opera nel terzo settore, colpisce la nostra sensibilità e ci da un’idea di una realtà che perlomeno dovrebbe essere diversa, se non completamente, almeno diversa nella capacità di prendere atto della propria deriva e quindi nel riuscire a ad abbandonare abiti e vestali che più non le si addicono.

Questa deriva, la si evince anche dal fatto che, all’interno del terzo settore, si sono modificate le stesse dinamiche linguistiche e persino l’alfabeto del terzo settore subisce le prepotenti scosse del cambiamento.

Sono ormai d’uso comune le parole chiave del sistema di produzione capitalistico come business, concorrenza, crescita, sviluppo, produzione seriale, marketing ecc., e che poi i parolai dell’ovvio, nel tentativo di rincuorarsi la coscienza, associno a questi termini la parola sociale, questo è perlomeno un goffo tentativo per non ammettere la propria sconfitta, la sconfitta dell’idea di poter proporre un modo alternativo di produrre benessere e ricchezza, un’alternativa che meritava l’aggettivo sociale, in quanto cercava di perseguire il benessere sociale rifuggendo dalle sirene del mercato liberistico, un’alternativa che oggi è stata tradita da chi opera nel terzo settore.

In sostanza le imprese del terzo settore hanno già fatto il loro ingresso nel sistema di produzione capitalistico e si stanno attrezzando a ricuperare il gap che le separa dalle imprese e dalle aziende di tipo liberista, e questo ha portato all’adozione di metodi non più orientati, in maniera quasi esclusiva, al miglioramento delle condizioni esistenti, ma orientati alla razionalizzazione del profitto, costi quel che costi. Porto un piccolo esempio:

[…] lei pensi che la maggior parte delle piccole cooperative sociali in Sardegna quando partecipano agli appalti si rivolgono ai liberi professionisti per la stesura dei progetti – cosa che in altri ambiti produttivi viene anche fatta, però le economie sono anche diverse. I principali costi per queste cooperative sono rappresentati da questo – col rischio…sono dei progetti fotocopia poi…chi partecipa a delle commesse nelle gare d’appalto si rende conto di questo. (Chessa, op. cit., pag. 163)

In queste parole vi è la consapevolezza della rinuncia non solo allo spirito cooperativistico e al principio dell’appartenenza socio-territoriale, pungoli costanti per la progettazione di riposte concrete e su misura per la società in cui si opera, ma anche la rinuncia ai principi più generali della moralità e dell’eticità del proprio agire.

IL RUOLO DEL TERZO SETTORE NELLA PROSPETTIVA DI UNA SOCIETA’ GIUSTA

In una realtà dove il sistema di produzione liberistico diventa invasivo e invasore, lasciando poco spazio alla critica propositiva e annientando quelli che erano i principi ispiratori del movimento cooperativistico, è ancora possibile pensare al terzo settore come strumento di costruzione di una società più giusta?

Io credo che il terzo settore debba operare costantemente per la ricostruzione di una rete di rapporti empatici tra operatori, soggetti sociali, società civile e istituzioni, siano esse pubbliche o private.

Il terzo settore deve configurarsi come il luogo della e per la socialità, un luogo capace di strutturare e organizzare autonomamente il punto di equilibrio tra efficienza, efficacia e bisogni in modo dinamico e per questo in grado di valorizzarsi, grazie alla capacità di essere vera alternativa ai soggetti che per vocazione, storia, cultura e tradizione operano nel rispetto del mercato puramente liberistico.

All’interno di questo modo alternativo di produzione devono operare strutture capaci di coniugare, con spirito "rivoluzionario", le proprie esigenze di crescita e sviluppo con i valori insindacabili della giustizia sociale e socializzata, della solidarietà creativa, della reciprocità e della costante valorizzazione dell’uomo, non come mero numero, ma come parte di un progetto collettivo di sviluppo democratico.

Il teatro in cui deve andare in scena il terzo settore, deve essere un luogo capace di diversificare le proprie risposte operative rispetto ai bisogni concreti, espressi o rilevati, grazie alle iniziative empatiche di soggetti e istituzioni orientati alle micro-dinamiche sociali e territoriali, orientate in base ai criteri di equità re-distributiva.

In altre parole il terzo settore può e deve qualificarsi come il luogo in cui si impara a mediare tra le esigenze economiche e le esigenze sociali, in cui si impara ad agire con l’impegno etico-morale quotidiano, per fornire soluzioni che abbiano i requisiti della concretezza, della certezza e dell’orientamento allo sviluppo collettivo.

Stà proprio nel tentativo di superare il folklore e il senso comune, che il terzo settore può promuovere modi alternativi di concepire il benessere, la società e la socialità.

Se le pressioni econimicistiche, liberiste e capitalistiche che spingono verso un’idea di imprenditorialità sociale sempre più collegata alle necessità e alle regole del mercato, saranno perlomeno attenuate dal terzo settore e da chi vi opera con vera vocazione, solo in questo caso vi sarà la possibilità di porre le basi di una società veramente democratica.

Se comunque, vi è la necessità di creare nuove forme di imprenditorialità sociale, per il significato stesso della parola creare, non si può pensare alla semplicistica trasposizione di forme di imprenditorialità individualistica, verticistica di tipo capitalista e liberista, dove l’oggetto del contendere diventa un semplice fatto di ascesa individuale.

Se il terzo settore saprà resistere alle sirene dello sviluppo aziendalistico, potrebbe costituire un laboratorio ideale di promozione e sperimentazione di modelli creativi di inclusione nella società di tutte quelle diversità che vivono o si inseriscono nella quotidianità della vita sociale.

L’impresa sociale, se questo è il nome che vogliamo attribuirle, in un contesto di valorizzazione e inteorizzazione/esternalizzazione delle necessità e delle esperienze, non dovrà, perché non potrà, essere ricondotta alle mere leggi del mercato e alle spinte individualistiche dell’impresa intesa in senso tradizionale.

L’impresa/imprenditore sociale è piuttosto da concepirsi come un sistema in grado di mettere in valore risorse come la diversità, l’interculturalità, la solidarietà creativa e creante, la disponibilità e l’aiuto-reciproco.

Si tratta di un sistema che, rivolgendosi alle proprie specificità socio-territoriali, sia in grado di trasformarsi e ri-definirsi costantemente in modo dinamico, in base alle necessità dei soggetti coinvolti, siano essi cittadini, operatori, imprese sociali, ecc.

Questa capacità di integrarsi in maniera dinamica e empatica nel e con il territorio, presuppone l’abbondanza della qualità di sapersi sempre mettere in discussione e di considerarsi parte di una progettualità che, essendo per natura in continua evoluzione, non può permettersi di strutturarsi in modo statico con ruoli prestabiliti, magari mutuati da altre esperienze, da altri modelli o stili organizzativi.

Guardarsi, concepirsi e comprendersi come entità creative e dinamiche in continua crescita e sviluppo, consentirà agli operatori del terzo settore di operare criticamente contro i costanti tentativi di spingere il terzo settore verso l’utilizzo acritico di schemi di organizzazione e di produzione liberista e capitalistica, che porterebbero all’aziendalizzazione degli schemi di analisi, interpretazione e di azione.

Questo è il futuro per terzo settore, creare un nuovo modo di intendere il mercato, e questo era l’obiettivo stesso, per ora tradito, della cooperazione.

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