IL FARO

Anno II – Numero 7

PERIODICO DEL CENTRO STUDI “ PIER GIORGIO FRASSATI ” -  CARIATI – (CS)

Marzo 1999

 

FELICE PASQUA

di Cataldo Greco

Felice Pasqua, amico lettore de “Il Faro" di Cariati.

Prendo la parola per l'evento più grande della nostra storia Cristiana, lo faccio umilmente, essendo estremamente consapevole dei miei paurosi limiti, ma con affetto ed elevata stima e considerazione che ho di te mio vecchio e giovane amico. Eccoci a Pasqua. E' il momento di celebrare la vita, di riassumerla con senso dì piena responsabilità.

Per capire la Pasqua non occorre andare lontano: basta leggersi dentro, guardarsi intorno. Tutta la nostra esistenza è costruita su schema pasquale. Dio si è presentato per quello che è. L'uomo non ha il problema della verità, perché egli stesso è la verità. Gesù non ha mai illuso nessuno, lo possiamo dire tranquillamente, poiché ha la passione per il reale, ha saputo leggere la vita così com'è. Il mistero (è tutto qui), consiste nel sapere da dove veniamo e dove andiamo. E' la ragione che ha bisogno del mistero, perché senza mistero, non c'è pensiero, non c'è creatività. Senza mistero ci sarebbe soltanto il nulla e il vuoto.

Pasqua vuol dire passaggio, passaggio dalla morte alla vita. E' lo schema su cui è impostato il creato. E questo non per caso, ma perché è voluto così dal Creatore. Mentre vediamo, osserviamo che deve morire il chicco di grano per avere la spiga. Certo, non è vietato pensare che la spiga l'avremmo potuto avere in un altro modo, magari non con la morte del chicco. Finché si tratta dì natura che non ci tocca, tutto va bene. Quando invece la dinamica pasquale ci tocca personalmente, allora iniziano i dolori e non pochi.

E' duro, per esempio, accettare di non avere sempre ragione, eppure se non rinunci a te stesso, se non muori a te stesso non raggiungerai mai la verità. Dialogare vuol dire, appunto, mettersi in questione e questo è altrettanto duro, equivale a morire alle nostre certezze.

Il campo più duro a sperimentarsi è quello educativo. Se il padre e la madre non sanno progressivamente morire, il figlio non cresce, anzi si può dire che la sua vita dipende dalla progressiva morte dei genitori. Lo stesso dicasi per gli educatori di qualsiasi genere essi siano. Educare vuol dire far crescere e morire: “lui deve crescere ed io diminuire"; è la legge della vita!

Nella storia avviene lo stesso processo: una generazione lascia spazio alla nuova, che ha e deve saper dire molto di più, senz'altro cose nuove e diverse, perché la loro opera si sviluppi secondo la creatività di Dio, senza sostituirsi a Dio o dimenticarsene, poiché ogni volta l'uomo lo ha fatto, è la storia a ricordarcelo, si è tirato addosso un cumulo di detriti e di sciagure. E il passato non torna più (anche se facciamo spesso mente locale al pensiero di Giovanbattista Vico come ce lo ricorda con il corso e il ricorso della storia), perché colui che “fa nuove tutte le cose" viene dal futuro, il suo spazio è l'avvenire. La memoria del passato è essenziale, ma per andare validamente avanti, non per tornare indietro. E tutto un gioco tra morte e vita.

Nella natura poi è evidentissimo, nel succedersi delle stagioni dove la morte invernale è preludio sicuro della risurrezione di primavera. E nella nostra persona la Pasqua è il processo che ci tiene in vita : il sostituirsi delle cellule è ragione della nostra vitalità. Proviamo ad immaginare il mondo, la storia, noi stessi senza il continuo processo pasquale: che disastro! Avere fra i piedi i Grandi del passato, sempre lì a dettar legge: che disastro! E noi: sempre giovani come i bei tempi andati: che dramma per tutti!

Dio è evidente, ha fatto bene tutte le cose, ma una cosa è parlare di morte, e una cosa è morire. La paura dell'uomo consiste nel fatto che sembra che la morte abbia il sopravvento su di lui. In una parola, tutte le paure dell'uomo si riassumono in una unica paura: la paura della morte. E la morte, infatti, è umanamente capace dì fare paura, di paralizzare un uomo.

Ma non abbiamo visto con evidenza che tutto il creato è su schema pasquale, cioè, che la morte precede sempre la vita? Perché questo non basta a liberarci dalla paura? Perché, purtroppo, avviene che non vogliamo riconoscere che Cristo si è concesso alla morte e il Padre lo ha risuscitato dai morti e che anche la morte è stata definitivamente vinta. Perché spesso non ricordiamo che c'è qualcuno che è più potente anche della morte: è Lui, l'Alfa e l'Omega, a Lui si deve il Tempo e lo Spazio, Signore che risuscita anche i morti!

Questo passaggio che noi Cristiani festeggiamo, oltre ad essere una puntuale scadenza, ci ricorda soprattutto di fare i nostri bilanci, per vedere come abbiamo impiegato le grazie di Dio e come abbiamo corrisposto alla Sua volontà. Ci fa capire come ci deve sempre accompagnare il compimento del nostro dovere non per rendere pesante lo scorrere delle giornate, ma per ricordarci che verrà il momento in cui Dio ci domanderà conto delle nostre azioni.

L'evento natalizio con il suo rinnovato gaudio, ci ha fatto rendere conto che la nostra vita è stata segnata da una nuova luce, che solo la fede è capace di cogliere, per indicarci la direzione da seguire e di vedere il mondo con uno sguardo nuovo. E’ evidente, è anche un invito, ad entrare in questa dimensione.

La contemplazione del mistero dell'Incarnazione del Verbo che con espressione sociologica è definito “il più grande e il più chiaro compromesso di tutta la storia universale", perché veniamo invitati a prendere coscienza del cambiamento che deve provocare in noi, un evento di tale portata storica, proprio, nel momento in cui siamo stati eletti da Dio suoi figli, la sua gloria abita già in noi. Dipende sempre da noi manifestarne la presenza, illuminando l'esistenza con la luce della verità che è, nel contempo, l'esaltazione della vera dignità della Persona. Le conseguenze di questa presenza sono prodigiose per l'uomo, che viene trasportato nel dinamismo della vita trinitaria. La scelta che Dio ha fatto di noi ‑ come l'Apostolo Paolo, scrivendo agli Efesini, ci ricorda ‑ consacrandoci al suo servizio con il Battesimo, ci pone come luce fra le tenebre perché portiamo gioia e pace nelle nostre famiglie e nella società. La testimonianza alla luce è la risposta libera e cosciente a Colui che ha diradato le nostre tenebre. E’ un impegno a crescere nella conoscenza dì Dio.

 

PORTARE LA CROCE CON LO STILE DEI RISORTI.

Con questa certezza che ci viene dalla fede, inseriamoci allora nella Pasqua, assumendo la propria vita con responsabilità e realismo illuminati dalla Parola di Dio.

“Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”, è la regola di vita che deve accompagnarci sempre.

Seguirlo vuoi dire arrivare al Calvario per entrare poi nella vita passando attraverso la morte.

Ecco il significato della Pasqua nella nostra vita: saper cogliere la croce quotidiana e portarla volentieri. Sembra un controsenso portare la croce volentieri ‑ è uno dei paradossi cristiani. Il mistero pasquale nella sua completezza ci spiega perché sia possibile tutto questo. Non dimentichiamo che è scandalo per i Giudei, stoltezza per i Pagani, per i Cristiani invece è potenza di Dio.

Prima di tutto si deve riconoscere la croce e dargli un nome. Croce nella vita è tutto ciò che è duro da portare: tribolazioni, persecuzioni, dolori, solitudine, povertà, rinunce, disgrazie, ingiustizie, noie e potremmo continuare fino all'infinito.

La prima grazia è riconoscere in tutto questo la croce; non è una grazia da poco. Il secondo è riconoscere che quella Croce è la Croce di Cristo, perché da quando il figlio di Dio è stato inchiodato sulla Croce non c'è più Croce al mondo in cui non venga ancora Lui inchiodato, per cui abbracciando la Croce si abbraccia Lui, si nobilita la nostra esistenza.

Ecco perché i Cristiani, sono coloro che a differenza dei Pagani e di altri credi, abbracciano volentieri la Croce: perché la nostra salvezza è di quel Salvatore inchiodato su di essa.

Questo è il segreto della nostra vita: "scoprire che le nostre Croci sono quelle di Cristo e portarla volentieri, con la consapevolezza che è portandola che si collabora con Lui a salvare il mondo”, come sostiene un sociologo cristiano contemporaneo.

Prendere volentieri la Croce di ogni giorno e seguirlo è la regola per la pace.

Ma: con quale stile portare la Croce? Con lo stile dei risorti. Ce lo ricordano i Santi. Niente rnasochismo, sia beninteso.

Ecco il paradosso della Fede. Ovviamente questo può avvenire soltanto a condizione che si stabilisca una comunione con Cristo vivo e risorto. In Lui ogni morte è vinta. Non dimentichiamolo. Cristo è tutto, è la nostra Pasqua,

Dunque, lasciati prendere amico per mano da Cristo, lasciati condurre, perché con Lui saprai vivere la tua felice Pasqua di ogni giorno, fidandoti di Dio che dopo l'inverno ci dona sempre la primavera, dopo la notte il giorno, dopo la morte sempre la vita. A te amico mio, con affetto sincero, Felice Pasqua!

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