VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

[...] Dove dice: Impero della legge, si deve dire: Impero

Questa guerra si sta facendo senza il benestare del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e in aperta violazione di tutte le norme internazionali, ma i suoi autori dicono che fanno quello che fanno in nome dell’impero della legge. L’impero della legge s’inginocchia di fronte all’Impero, e l’Impero pratica, come sempre, la legge del più forte, che e l’unica legge nella quale crede veramente. I padroni del mondo esercitano la delinquenza, e cosi la raccomandano su scala universale. Predicano con l’esempio [...].

"Errata Corrige", di Eduardo Galeano, Il Manifesto, 13 maggio 1999

L’uso della forza nel diritto internazionale. Il caso del Kosovo

Il diritto internazionale contemporaneo sancisce senza dubbio che gravi violazioni dei diritti umani sono una questione che riguarda la comunità internazionale: quando si verificano, il diritto internazionale fornisce agli stati – sia che agiscano individualmente o collettivamente, attraverso organizzazioni internazionali – una serie di mezzi pacifici di intervento.

Il rispetto dei diritti umani ed il divieto della minaccia o dell’uso della forza nel diritto internazionale

Il rispetto dei diritti umani è un dovere che vincola tutti gli stati: in caso di gravi violazioni da parte di uno stato, ogni altro stato può considerarsi parte in causa e prendere delle contromisure. Secondo i principi di diritto internazionale sanciti dall’ONU, tali contromisure, pero, non devono comportare n6 la minaccia, né 1’uso della forza militare contro 1’integrita territoriale o 1’indipendenza politica di un altro stato (art. 2 della Carta Onu). Tale divieto - come ha confermato la Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati (artt. 53 e 64) - ha carattere universale e vale sia per gli stati singolarmente che per le organizzazioni internazionali (come la Nato). La stessa Convenzione stabilisce (art. 52) che un trattato si considera nullo se la sua conclusione è stata ottenuta attraverso la minaccia o 1’uso della forza.

Genocidio

In caso di genocidio, il diritto degli stati, singolarmente o riuniti in organizzazioni, di intervenire per porvi fine, diventa un dovere: ciò che accade in Kosovo, però non può essere qualificato come genocidio, ai sensi della Convenzione contro i genocidi del 1948. Come ha scritto Anthony D’Amato, Professore di Diritto alla Northwestern University: "[...] non penso che cio cui si riferiscono il Pentagono e la Nato possa essere definito genocidio. Si tratta di deportazione di massa, ma non di genocidio [...] Penso che siamo dinanzi al tentativo di ottenere il supporto emotivo degli Americani all’intervento" (30 marzo 1999).

Le eccezioni all’uso della forza

1. AGGRESSIONE ARMATA AI DANNI DI UNO STATO MEMBRO L’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite prevede un’eccezione al divieto di uso della forza: gli stati che siano vittima di un’aggressione armata possono a loro volta ricorrere alle armi per autodifesa, individualmente o collettivamente, ma ogni azione deve essere immediatamente sottoposta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il Trattato di Washington che ha dato vita alla Nato nel 1949 fa esplicito riferimento all’art. 51 della Carta Onu quale fondamento giuridico per 1’Alleanza.

2. AUTORIZZAZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU Una seconda eccezione è costituita dal Capitolo VII della Carta Onu, che autorizza il Consiglio di Sicurezza – in caso di minacce alla pace o di un’aggressione armata ad uno stato – ad intraprendere azioni militari, in conformità con la rispettiva risoluzione del Consiglio che le autorizzi. L’art. 53 della Carta stabilisce poi che nessuna entità regionale pu6 intraprendere azioni armate senza 1’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.

In ogni altro caso, la minaccia o l’uso della forza costituiscono violazioni della Carta delle Nazioni Unite (art. 2 (4)).

I principi sanciti dalla Carta dell’ONU hanno carattere universale e prevalgono su ogni altro accordo tra gli stati membri (inclusa la Nato).

II ricorso unilaterale all’uso della forza e illegale, dal momento che non esiste, nel diritto internazionale, il diritto di intervento umanitario, e per tre ragioni:

1. La Carta Onu ed il diritto internazionale moderno non lo prevedono;

2. La prassi degli stati non lo prevede;

3. Stabilire un’eccezione attraverso il riconoscimento del diritto di intervento umanitario comporterebbe dei benefici minori rispetto ai danni provocati dalla violazione del diritto internazionale.

Come ha scritto Stephen Shalom: "[...] i motivi di questa guerra non hanno nulla a che fare con l’umanitario e tutto a che vedere con l’affermazione del potere degli Stati Uniti, con il mantenimento della credibilita degli Usa e della Plato, con la creazione di uno strumento militare che Washington può utilizzare in Europa e altrove, libero da ogni restrizione dell’ONU" (Znet, aprile 1999).

L’unico modo per superare gli ostacoli giuridici esposti e di cambiare il sistema giuridico dell’ONU: in assenza di tale cambiamento, ogni ricorso alla minaccia o all’uso della forza per costringere uno stato al rispetto dei diritti umani rimane – in assenza di apposita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza – una violazione del diritto internazionale.

Le risoluzioni dell’ONU sulla situazione in Kosovo

Nel 1998, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione n. 1160, invitando la Repubblica Federale Jugoslava e gli albanesi del Kosovo a trovare una soluzione politica al conflitto interno. Con la stessa risoluzione, fu anche stabilito un embargo sulla vendita di armi ad entrambe le parti. Poiché il conflitto si inasprì, nell’aprile del 1998, il Gruppo di Contatto sulla ex-Jugoslavia decise una serie di ulteriori sanzioni economiche contro la Repubblica Jugoslava. In giugno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU avverti la Nato che ogni ricorso alla forza avrebbe dovuto essere autorizzato dall’ONU (sebbene fosse evidente che la Russia avrebbe opposto il suo veto). Nel settembre 1998, con la risoluzione n. 1199, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU stabilì che la situazione nel Kosovo "costituiva una minaccia per la pace e la sicurezza nella regione" e che se non le parti non avessero trovato una soluzione, il Consiglio si riservava di adottare ulteriori misure. Tale riferimento, però non costituiva la base legale per un intervento armato, ne dell’ONU, né di altre organizzazioni internazionali. Poiché il veto della Russia ad ogni proposta di intervento militare in Jugoslavia era scontato, la Nato decise di prendere il posto dell’ONU. I suoi membri diedero 1’assenso a minacciare attacchi aerei se la Jugoslavia non avesse applicato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sulla base di un preteso "diritto di intervento umanitario", in ragione della minaccia per la pace costituita dalla situazione in Kosovo, la cui responsabilità veniva attribuita esclusivamente alla Repubblica Jugoslava (Solana, 9 ottobre 1998). In seguito a questo comunicato, la Repubblica Jugoslava acconsenti a trattare con 1’inviato americano Holbrooke, trattative che portarono ad un cessate il fuoco e a due accordi: l. 15 ottobre 1998: la Jugoslavia acconsentiva ad una missione aerea della Nato per verificare 1’agibilith della missione dell’Osce; 2. 16 ottobre 1998: la Repubblica Jugoslava acconsentiva ad una missione dell’Osce in Kosovo e ad adempiere alle risoluzioni dell’ONU. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la risoluzione del 1203 del 24 ottobre 1998, formalizzo i due accordi e ne richiese il pieno rispetto da parte della Jugoslavia. Dopo un periodo di relativa calma, nel gennaio 1999 la violenza in Kosovo riprese ad aumentare. Il 28 gennaio 1999, Kofi Annan disse al Consiglio della Nato che la cooperazione con le Nazioni Unite era 1’unico strumento per garantire la pace nei Balcani e che ogni intervento della Nato doveva essere preceduto da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Nel febbraio 1999, in seguito alle ripetute minacce del Segretario Generale della Nato Solana, la Repubblica Yugoslava chiese una riunione urgente del Consiglio di sicurezza, poiché tali minacce costituivano una pressione illegale su uno stato sovrano. Nel marzo 1999, iniziano le trattative di Rambouillet: era già chiaro, a questo punto, che gli alleati della Nato ritenevano una risoluzione dell’ONU "politicamente auspicabile, ma non indispensabile" per procedere all’intervento militare. A sostegno della tesi che non esiste, nel diritto internazionale, un "diritto di intervento umanitario", Antonio Papisca, Docente di Relazioni Internazionali all'Università di Padova, scrive: "[...] si parla di guerra umanitaria, di guerra per i diritti umani, di ingerenza umanitaria. Per i diritti umani e per l’aiuto umanitario non si può fare la guerra. Punto e basta. Si possono invece compiere operazioni di polizia internazionale, anche con l’uso del militare (nel contesto delle Nazioni Unite, ndr). Questo dice il vigente diritto internazionale. Mentre operazioni di guerra hanno fini di "distruzione", l’intervento di polizia internazionale ha come fini: l’interposizione fra le parti in conflitto, la protezione e la difesa dell'incolumità delle popolazioni la cattura dei criminali, la somministrazione dell’aiuto umanitario. Le operazioni di polizia internazionale si differenziano dalle operazioni di guerra perché non hanno come obiettivo la distruzione, totale o parziale, di uno Stato; devono essere intraprese in proprio dall’ONU (cap. VII della Carta delle Nazioni Unite) o espressamente autorizzate dall’ONU se intraprese da un’organizzazione regionale (cap. VIII); devono quindi avvenire sotto comando "sopranazionale" e nell’osservanza della Carta Onu e delle pertinenti convenzioni giuridiche internazionali, a cominciare da quelle dei diritti umani [...] Ai sensi del vigente diritto internazionale, l’"intervento d’autorità della comunità internazionale" non può essere effettuato da uno Stato o da un gruppo di Stati. Poiché questa funzione spetta all’ONU, gli Stati hanno l’obbligo di mettere le Nazioni Unite nella condizione di agire con tempestività ed efficacia. Tutto il discorso sull’inefficienza e i ritardi dell’ONU si ribalta sugli Stati, e un boomerang nei loro confronti. [...] Il diritto intanto e in lutto, intere popolazioni sono stremate, tante coscienze sanguinano anche in Occidente [...] Si passi all’azione, si faccia politica perché denaro e volontà siano spesi per far funzionare e democratizzare l’ONU, non per fare le guerre" (Avvenire del 25 aprile 1999, "Non si può fare la guerra per i diritti umani").