LA VIOLAZIONE DEL TRATTATO ISTITUTIVO DELLA NATO

L’attacco della Nato non viola "solo" i principi del diritto internazionale, ma anche il suo stesso Patto istitutivo. L’articolo V del Trattato di Washington del 4 aprile 1949 che istituisce 1’Alleanza Atlantica stabilisce il dovere di difesa collettiva da parte degli aderenti in caso di aggressione al territorio di uno o più Stati membri: "Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato quale attacco diretto contro tutte la parti, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art. 51 della Carta dell’ONU, assisterà la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le atri parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale [...]". Da un punto di vista strettamente giuridico, quindi, 1’attacco della Nato alla Jugoslavia non rientra nell’ambito del diritto di legittima difesa, dal momento che non vi e stato un attacco diretto contro alcuno dei membri dell’Alleanza, n6 si tratta di un’operazione autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Da un punto di vista dei principi generali, 1’azione della Nato - e più in generale tutta la condotta nella crisi del Kosovo - e in contrasto con le finalità dell’Alleanza Atlantica stabilite nell’art. I del Trattato: "Le parti si impegnano, come e stabilito nella Carta dell’ONU, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale potrebbero essere implicate, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza in modo incompatibile con gli scopi dell’ONU". I sostenitori della legalità e della compatibilità dell’azione della Nato con il diritto internazionale, ed in particolare con le decisioni dell’ONU, invocano le risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza in merito alla situazione nel Kosovo. Come abbiamo visto (cfr. supra), però, le risoluzioni cui la Nato si riferisce non costituiscono una base legale per 1’intervento in assenza di un’esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.

In un articolo pubblicato sul sito di Znet, Noam Chomsky discute le conseguenze per il diritto internazionale derivanti dall’attacco Nato alla ex-Jugoslavia. Chomsky sostiene che "Nonostante gli sforzi disperati dei teorici per dimostrare la quadratura, non c’è alcun serio dubbio che i bombardamenti Nato indeboliscano ulteriormente quello che rimane della fragile struttura del diritto internazionale. Gli Usa l’hanno mostrato chiaramente nelle discussioni che hanno portato alla decisione della Nato. [...] La Francia ha richiesto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per autorizzare il dispiegamento dei pacificatori Nato. Gli Stati Uniti hanno rifiutato, insistendo sulla "loro posizione per cui la Nato dovrebbe poter agire indipendentemente dalle Nazioni Unite", come spiegarono i funzionari del Dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti non hanno acconsentito di inserire la "parola nevralgica ’autorizzazione’" nella dichiarazione finale della Nato, riluttanti a concedere qualsiasi autorità allo Statuto dell’ONU e al diritto internazionale; solamente il termine "endorse" (appoggio) fu permesso (Jane Perlez, New York Times, 11 febbraio). Analogamente il bombardamento dell’Irak fu una sfacciata espressione di disprezzo verso l’ONU, persino la scelta del momento particolare, e cosi venne recepita. E, ovviamente, vale la stessa cosa per la distruzione di meta della produzione farmaceutica di una piccola nazione africana pochi mesi prima [...].Si può affermare, in modo piuttosto plausibile, che l’ulteriore demolizione delle regole dell’ordine mondiale sia irrilevante, dal momento che ha perso il suo significato gia dagli anni Trenta. Il disprezzo della maggiore potenza mondiale per la struttura dell’ordine mondiale è diventato talmente estremo che non è rimasto più nulla da discutere. Un’analisi delle registrazioni documentarie interne dimostra che questo atteggiamento risale ai primi tempi, persino nel primo memorandum del neo costituito Consiglio di Sicurezza Nazionale nel 1947. Durante gli anni di Kennedy, l’atteggiamento inizio a guadagnare un’espressione manifesta. La principale innovazione degli anni Regan-Clinton, e che il disprezzo del diritto internazionale e dello Statuto e diventato completamente aperto [...]. Le più alte autorità hanno spiegato con una chiarezza brutale che il Tribunale Internazionale, l’ONU e gli altri enti sono diventati irrilevanti poiché non seguono più gli ordini degli Usa, come invece facevano nei primi anni del dopoguerra [...]. Sotto Clinton il disprezzo dell’ordine mondiale si e estremizzato a tal punto da diventare di interesse persino per gli analisti politici più spudorati. Nell’ultima uscita del giornale istituzionale più importante, il Foreign Affair, Samuel Huntigton avverte che Washington sta seguendo una strada pericolosa. Negli occhi di buona parte del mondo – probabilmente la maggior parte del mondo, suggerisce – gli Usa stanno "diventando l’infame superpotenza", considerata "la maggiore minaccia individuale alle loro società". Una realistica teoria delle relazioni interne", sostiene Huntigton, preannuncia che possano sorgere coalizioni per controbilanciare tale superpotenza. Sul piano pragmatico, quindi, l’atteggiamento dovrebbe essere riconsiderato [...]. Ma cosa fare in Kosovo? [...] Gli Stati Uniti hanno scelto una linea di condotta che, come esplicitamente riconoscono, intensifica "prevedibilmente" le atrocità e la violenza; una linea di condotta che sferra un altro duro colpo contro il regime dell’ordine internazionale, debole e per lo meno limitata forma di protezione dagli stati oppressori. Nel lungo termine le conseguenze sono imprevedibili. Una osservazione plausibile è che "ogni bomba caduta sulla Serbia e ogni uccisione etnica in Kosovo suggeriscono che sarà molto difficile per serbi e albanesi vivere gli uni accanto agli altri in una sorta di pace" (Financial Times, 27 marzo). Alcune delle conseguenze possibili a lungo termine sono estremamente preoccupanti, cosa che non è passata inosservata. Una giustificazione standard è che dovevamo fare qualcosa: non avremmo potuto semplicemente stare a guardare la prosecuzione delle atrocità. Questo non e mai vero. Una scelta è, in ogni caso, quella di seguire il principio ippocratico: per prima cosa non arrecare danno". Se non riesci a pensare a un modo di aderire a questo principio elementare, allora non fare nulla. Ci sono sempre strade da prendere in considerazione. La diplomazia e i negoziati non sono mai giunti alla fine. Il diritto all’intervento umanitario sarà probabilmente il più invocato negli anni a venire – magari con una giustificazione, magari no – ora che i pretesti della Guerra Fredda hanno perso di efficacia [...].

Giovanni Russo Spena scrive che il terreno del diritto internazionale è un "[...] terreno aspro, reso ancora più difficile dalla vera e propria desertificazione del diritto internazionale che sta producendo e la guerra della Nato" [...] un’agghiacciante ipocrisia e il vero filo che tiene stretti Clinton, Blair, D’Alema, ecc. in una guerra "per fini umanitari" (Liberazione, 4 maggio 1999).