LE VIOLAZIONI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

"[...] I governi di diciannove paesi della Nato, compreso il governo italiano, hanno deciso la guerra. Ma cosi il governo italiano ha messo sotto i piedi l’art. 78 della Costituzione, che prevede che le Camere debbano dare il benestare per dichiarare lo stato di guerra. C’è di più: il governo ha stracciato la Costituzione stracciando lo spirito dei padri della Repubblica. [...] L’Italia in guerra rappresenta il tradimento delle nostre radici [...] (Dichiarazione di voto di Fausto Bertinotti alla Camera il 26 marzo 1999).

L’art. 78, cui si riferisce Bertinotti nella dichiarazione di voto, dice testualmente: "Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari". Il punto in questione e che lo Stato italiano (fortunatamente, per un verso) non ha formalmente dichiarato guerra alla Jugoslavia, ma sta agendo all’interno dell’Alleanza Atlantica, senza che ci sia bisogno, quindi, di un’espressa autorizzazione al Governo da parte del Parlamento. Sul carattere illegale di questo attacco dal punto di vista del diritto internazionale ci siamo già soffermati: non pub valere, quindi, il riferimento che di solito si fa al rispetto del diritto internazionale ed ai Trattati cui 1’Italia aderisce.

Ma 1’adesione alla guerra della Nato contro la Jugoslavia viola più di un articolo della Costituzione italiana. Una violazione, di carattere generale, è quella dell’art. 11, che recita: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali". Lo spirito del dopoguerra che aveva dato vita a questo articolo rientrava nel generale carattere pacifico del diritto internazionale uscito dai conflitti mondiali. E’ proprio questa impostazione "pacifica" che ha perso il suo valore negli ultimi anni, con la conseguenza di avvalorare invece la politica di creazione e di gestione di crisi "a bassa intensità" funzionali agli interessi economici dominanti, alla perdita di ruolo dell’ONU e all’affermazione della Nato (cioè degli Stati Uniti) quale garante dell’ordine mondiale. L’art. 87, che va letto in combinazione con 1’art. 78, afferma che "Il Presidente della Repubblica... dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere". Non si vuole qui sostenere che questa guerra, se fosse stata dichiarata espressamente e in modo formalmente corretto, sarebbe stata "giusta". I riferimenti alla Costituzione sono necessari in quanto stabiliscono che per decisioni di carattere militare cosi rilevanti e necessario il coinvolgimento delle più alte cariche dello Stato e del Parlamento italiano, al fine di garantire una partecipazione democratica la più ampia possibile. Il Governo italiano ha invece agito al di fuori di ogni legittimazione democratica, ma all’interno di una guerra dichiaratamente "di apparato": 1’apparato di potere degli Stati Uniti, gli apparati militari della Nato e del Pentagono, gli apparati (meno istituzionali, ma non per questo meno potenti) degli interessi del complesso militare-industriale degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. L’Italia poteva e doveva far pesare maggiormente il suo ruolo – estremamente rilevante sul piano strategico – all’interno della Nato: negare 1’uso delle basi sul territorio italiano avrebbe significato mettere in discussione 1’intera operazione della Nato, che sarebbe stata costretta a prendere in considerazione le richieste politiche dell’Italia. Non stiamo parlando di un "ricatto" o di "infedeltà agli impegni presi", stiamo parlando della coerenza con i principi fondatori della Repubblica italiana, del doveroso rispetto della volontà popolare, della difesa degli interessi, anche economici, dell’Italia.

"[...] L’imbroglio di Rambouillet aveva come solo obiettivo di inserire la Nato nel territorio kosovaro della Jugoslavia, obbligandola ad aprirsi completamente all’Alleanza. Il risultato, come nel caso del Vietnam, e stato di lanciare una guerra non dichiarata permettendo cosi al governo americano di usare la Nato per sovrapporsi ai governi europei, liberandoli al contempo da qualsiasi verifica da parte delle loro istituzioni nazionali. Giocando sulla vischiosità della politica europea e sull’estrema fragilità del processo di Maastricht, gli Usa hanno trasformato la credibilità militare della Nato in elemento principale di legittimizzazione dell’esistenza stessa dei governi europei, indipendentemente dalle regole istituzionali dei singoli paesi. I governi europei conducono quindi una guerra avulsa dalle loro istituzioni ed e proprio per questo che pur facendo retoriche dichiarazioni di responsabilità nazionale, preferiscono non dichiarare formalmente guerra alla Jugoslavia [...]. Una dichiarazione di guerra formale metterebbe in ballo tutte le istituzioni dei paesi coinvolti, capi di stato compresi. Ciò obbligherebbe l’esecutivo a cercare la propria legittimità nell’ambito delle istituzioni e darebbe vita a un dibattito e una lotta aspra e salutare per la democrazia. Un tale dibattito costringerebbe le forze politiche a uscire allo scoperto, a definirsi in rapporto alla dichiarazione di guerra e implicherebbe direttamente il presidente della repubblica quale capo delle forze armate. Con i bombardamenti della sua aviazione l’Italia e in guerra. Sulla base di quanto detto, e logico che il movimento contro la guerra chieda che essa venga formalmente dichiarata alla Jugoslavia. Bisogna che su questo si scontrino e si definiscano nel paese le forze della pace e della guerra". "L’Italia è in guerra, la dichiari", di Joseph Halevi, Il Manifesto, 21 aprile 1999