La "battaglia di Seattle"

"La Battaglia di Seattle" segna un punto di svolta nella politica della globalizzazione. Essa rappresenta I’emergere di un movimento su scala mondiale che cerca di porre dei limiti al capitale globale [...]. Seattle ha dimostrato che migliaia di persone sono così arrabbiate per la direzione intrapresa dall’economia globale da essere pronte a mettere in gioco i propri corpi per modificarla. Inoltre, ha dimostrato che altre decine di migliaia di persone sono così preoccupate da essere pronte a rompere la propria routine quotidiana per combatterla. Seattle ha richiamato I’attenzione di milioni di persone sul semplice fatto che esiste una Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), e che la sua esistenza è qualcosa di cui devono occuparsi. Inoltre, ha reso la globalizzazione delle corporations una questione pubblica. Seattle [...] ha imposto alla consapevolezza generale la nozione che il problema non è più protezionismo contro il libero commercio. I dimostranti hanno riformulato la questione in termini di regole a difesa delle imprese contrapposte a delle regole a difesa delle persone e dell’ambiente. Anche se le proteste di Seattle hanno preso di mira in prima istanza il Wto, esse riguardavano in senso più ampio I’impatto della globalizzazione, senza cadere nella trappola di definire la questione come un semplice problema di "commercio", libero o meno [...]. A Seattle, il movimento impegnato a controllare il "capitale globale" si è posto come un’opposizione globale capace di rappresentare gli interessi della gente e dell’ambiente su scala mondiale. Esso ha dimostrato che, anche quando i governi nel mondo sono dominati dagli interessi delle corporations, le persone nel mondo possono agire per perseguire i loro interessi comuni. (Questo è ciò che intendono alcuni quando parlano del movimento come espressione della "società civile"). II movimento a Seattle è stato internazionale e profondamente internazionalista. (Jeremy Brecher, Tim Costello, Brendan Smith, ’"La battaglia di Seattle", II Manifesto, 8 dicembre 1999) [Nota: è possibile leggere l’articolo completo nella rassegna stampa proposta in questa stessa sezione].

La mobilitazione di Seattle ha senza dubbio caratteristiche straordinarie, per una serie di ragioni. II numero dei partecipanti (50-60mila persone) alla manifestazione del 30 novembre è in realtà abbastanza usuale per gli europei, ma non per gli Usa, dove non c’era stata una protesta così vasta dai tempi della guerra nel Vietnam. Il fatto che le proteste siano avvenute negli Stati Uniti, in teoria il paese più "globalizzato", più ricco, più in crescita, con "meno disoccupazione" del mondo e con un movimento sindacale alquanto silente, è altrettanto significativo. La composizione eterogenea dei soggetti che hanno dato vita alle proteste di Seattle rende difficile parlare di "movimento", ma può essere considerata una ricchezza in termini di confluenza di soggetti e istanze diverse sull’unico elemento sicuramente comune, I’identificazione dell’Omc come "nemico". La contrapposizione descritta dal termine "nemico", del resto, ha la stessa natura dell’atteggiamento espresso dall’Omc verso qualunque istanza critica nei confronti della globalizzazione neoliberista. "[...] La capacita di elaborazione necessaria per individuare un obiettivo così poco immediato e proporlo come destinatario di una mobilitazione così ampia [che vuole dire elaborazione delle ragioni contro qualcosa e per qualcos’altro] è di per se un elemento importante. I processi di analisi erano già in atto all’interno delle organizzazioni e i discorsi sulla globalizzazione e sui suoi "agenti" sovranazionali circolano da tempo, ma il successo di Seattle indica che I’elaborazione ha raggiunto una "comunicabilità" tale da poter circolare largamente, anche attraverso i confini nazionali, e che le questioni in gioco hanno finalmente toccato sensibilità diffuse, spingendo le persone alla mobilitazione [...]". Bruno Cartosio, "Globale", Carta n. 3, gennaio 2000.

Identificazione che se rappresenta anche una semplificazione, ha però avuto il pregio di far convergere istanze diverse su un’unica mobilitazione, unificando soggetti che fino ad allora facevano fatica a dialogare. "[...] L’identificazione del nemico comune è stata anche la condizione che ha permesso – a livello internazionale – l'incontro tra spezzoni di movimento (operai, contadini, ambientalisti, ecc.) che altrimenti non si incontrano mai o, peggio, si scontrano in una sorta di "guerra dei poveri". Questo incontro, che ancora stenta a realizzarsi a livello italiano a causa dell’afasia del movimento sindacale, è la conferma che Marx aveva ragione quando affermava "I singoli individui formano una classe in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano I’uno contro I’altro come merci nella concorrenza" [...]". Paolo Ferrero, "Imparare dai movimenti", Liberazione, 5 agosto 2000.

In questo senso, le proteste di Seattle sono uno dei segni forti che il processo di allineamento delle "ragioni di stato" agli interessi del capitale "globale" non è affatto compiuto né scontato, sia dal punto di vista dei movimenti, sia da quello degli stati, alcuni dei quali hanno mostrato opposizione ad ulteriori erosioni della propria sovranità a favore dell’Omc. Che questa alleanza costituisca il cuore di un rinnovato internazionalismo, di un movimento di "resistenza globale" viene confermato dall’evolversi della mobilitazione, delle sue modalità e del suo radicamento sociale. Un tentativo simile era già stato messo in campo in occasione della mobilitazione contro I’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (Ami), da più parti definita come la prima campagna "virtuale", cioè nata e sviluppatasi grazie al "tam-tam" elettronico via Internet. Questa valutazione è sicuramente vera, ma è solo una parte del complesso fenomeno che quella mobilitazione ha significato. Se è vero che I’inizio è stata la diffusione "in rete" delle informazioni e dell’allarme, è altrettanto vero che abbiamo assistito ad una qualificazione e diffusione abbastanza generale dei contenuti della protesta - finora confinati a sfere iperspecialistiche - all’interno di settori più ampi (associazioni, enti locali, sindacati, parlamenti, etc.). Questa esperienza si è rivelata preziosa nell’organizzazione "a rete" delle proteste di Seattle, dando il segno di un possibile consolidamento di un fronte globale contro la liberalizzazione, che vuole riportare il benessere collettivo al centro dello sviluppo e svincolarlo dalla subordinazione al mercato. "I frantumi si ricompongono: questa è la prima, la più importante delle considerazioni distillabili dalla settimana di proteste contro la riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio [World trade organization, Wto] a Seattle. Per uno di quegli strani regali della storia che arrivano puntuali a ricordarci di non smettere mai la speranza, movimenti, organizzazioni e iniziative di natura e dimensioni diverse, che dopo anni di atomizzazione avevano proceduto in autonomia e spesso a fatica, si sono trovati a convergere su Seattle e a dare vita, insieme, a una grande dimostrazione di passione e intelligenza. Tre sono gli aspetti fondamentali strutturali della felice convergenza che è diventata the battle of Seattle: la sua organizzazione, I’impiego di Internet e il fatto che è avvenuta negli Stati Uniti [...]. Senza Internet la mobilitazione non sarebbe stata possibile. Internet ha dispiegato in questo caso le sue potenzialità di strumento per la costituzione di una rete globale di contatti a fini politico-organizzativi. Erano potenzialità finora sottoutilizzate, inespresse, o meglio ancora limitate: da una parte, alla circolazione del discorso politico nei singoli ambiti sociali e organizzativi, più o meno chiusi e quindi in buona misura autoreferenziali, e dall’altra parte alla veicolazione di grandi quantità di informazioni che rimanevano anonime perché utilizzate da ricercatori e giornalisti curiosi per fini personali o professionali. Ora i discorsi hanno travalicato i confini delle singole organizzazioni, sono diventati discorso politico e organizzazione, hanno prodotto presenza politica. Infine, Seattle in quanto Stati Uniti. Quello che accade ai confini dell’impero arriva al centro attutito; è solo quando la contraddizione si apre al centro che la sua importanza e i suoi effetti si fanno sentire ovunque in tutta la loro intensità. Proprio negli Stati Uniti la reazione neoliberista e reaganiana aveva colto il suo successo più terribile, frantumando e isolando le opposizioni sociali e i movimenti organizzati. E’ li, dunque, che la ricomposizione acquista un valore particolare [...]". Bruno Cartosio, "Globale", Carta n. 3, gennaio 2000.