LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

MARTEDÌ 30 NOVEMBRE 1999

 

TRA LE CONTESTAZIONI SI APRE IL MILLENNIUM ROUND

Gruppi di agricoltori francesi hanno preso di mira un McDonald's

Salvatore Tropea

la Repubblica, 30 novembre 1999

Seattle - La paura di una bomba che fortunatamente risulta soltanto una minaccia e migliaia di manifestanti per le strade della downtown di Seattle. Le previsioni sembrano essere rispettate alla lettera. Il Millennium Round si apre tra proteste e contestazioni nella città della Microsoft e della Boeing dove oggi prendono il via i lavori della Conferenza dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) con l'obiettivo di procedere alla liberalizzazione dei prodotti agricoli e dei servizi e mettere ordine anche in altri importanti settori degli scambi mondiali. Clinton arriverà nella tarda serata e non sarà, come avrebbe voluto, il protagonista della cerimonia inaugurale. Parlerà domani ma in una cerimonia marginale. Ha rinunciato invece all'ultimo momento Fidel Castro il quale ha lasciato intendere di non voler cadere nella rete delle provocazioni degli Stati Uniti dopo che un senatore della Florida aveva chiesto il suo arresto qualora avesse messo piede sul suolo americano. Dopo avere bruciato alcune camicie davanti alle vetrine della Gap, griffe da anni attiva nel settore dell'abbigliamento casual, i manifestanti ieri hanno preso di mira la Mc Donald's, monumento del fast food globalizzato, e altri simboli del capitalismo multinazionale. A guidare la protesta c'era anche Jose Bove, un francese di Millau, che si è reso già famoso nel suo paese per la protesta contro la diffusione dei cibi transgenici. Per tutta la giornata di ieri migliaia di manifestanti hanno attraversato le strade di Seattle innalzando cartelli e gridando slogans contro il Wto e il processo di globalizzazione che "affama i poveri", "distrugge migliaia di posti di lavoro", "minaccia la natura e la salute della gente". Ma il momento di maggiore tensione c'è stato quando il Convention Centre è stato sgomberato per il sospetto che gli ignoti che nella notte vi si erano introdotti avessero potuto collocare un ordigno. Centinaia di agenti hanno frugato e controllato tutto gli angoli di grande palazzo per constatare che s'era trattato di un falso allarme. Poi tutto è tornato - si fa per dire - alla normalità. In realtà per tutto il giorno migliaia di elicotteri hanno solcato il cielo di Seattle carico di nubi gonfie di pioggia controllando dall'alto i cortei e alcuni punti sospetti. Assieme ha incrociato nel cielo anche un piccolo aereo da turismo che sventolava uno striscione con la scritta "Le persone prima del profitto" riferita naturalmente all'attività del Wto. Insomma un crescendo di protesta che raggiungerà il punto più alto questa mattina con le numerose marce che minacciano di paralizzare il centro di Seattle. Si parla di centomila persone ma forse è una stima eccessiva anche se si contano più di settecento organizzazioni segnalate a Seattle. I più agguerriti sembrano essere gli agricoltori, ma non meno forte è la protesta dei sindacati e delle organizzazioni verdi e ambientaliste. Ieri sera Clinton ha fatto sapere di essere pronto a incontrarsi con i rappresentanti di alcuni gruppi "che hanno punti di vista legittimi e diritto di esprimerli". Un colpo di teatro ad effetto che però non sembra avere impressionato particolarmente i manifestanti. Naturalmente ci sono i contestatori duri e puri della globalizzazione e del Wto e quelli che con maggiore realismo perseguono l'obiettivo di regole certe che rendano più umano o, come si dice, sostenibile lo sviluppo. Mike Moore, direttore generale del Wto, in apertura dei lavori della conferenza oggi dovrà convincere questi che le garanzie non sono soltanto parole. Non sarà facile e comunque entro venerdì, giornata conclusiva dei lavori, dovrà dare qualche prova concreta.

 

I VERDI DEL PIANETA SUL PIEDE DI GUERRA

Gigantesca mobilitazione ambientalista per il summit

Antonio Cianciullo

la Repubblica, 30 novembre 1999

È il debutto politico di Internet: i bit che si fanno materia, la piazza virtuale che si trasforma in un groviglio di attori di strada, catene umane, trampoli, maschere, bandiere arcobaleno. La manifestazione organizzata sul Web è diventata realtà: il più grande raduno dai tempi del Vietnam. Seattle è assediata, invasa da un popolo che si ritrova assieme per la prima volta. Ecologisti e agricoltori, cristiani e buddisti, sindacalisti e difensori dei diritti umani. Sono arrivati un po' alla volta, alla spicciolata. In autobus, in camper, in aereo, in bici. Sui giacconi i simboli più diversi, in comune la rabbia contro il nemico: il Wto, un'organizzazione nota fino a ieri solo agli addetti ai lavori e oggi promossa a incarnazione del Male. Cioè del commercio - e quindi del profitto - come valore assoluto, come bene supremo di fronte al quale si sacrificano specie viventi e solidarietà umana. Per quella che è stata battezzata la Woodstock della globalizzazione, una manifestazione in puro stile anni Sessanta tinta d'ecologismo, oggi arriverà la prova del fuoco.

L'apertura ufficiale dei lavori del vertice coinciderà con la massima mobilitazione ambientalista: si dice che arriveranno 100-150 mila persone. Per il conteggio finale è presto, ma già da due giorni è evidente che Seattle ha cambiato volto. Una marea di ecologisti, agricoltori preoccupati per l'allargarsi delle colture transgeniche, sindacalisti in cerca di rivincita, rappresentanti di molte fedi ha invaso il centro della città dove nel 1919 scattò il primo sciopero generale in America.

E già ieri le magliette con la scritta "La battaglia di Seattle: ferma la pirateria globale con la solidarietà globale" si sono moltiplicate fino a formare una catena attorno al presidiatissimo centro conferenze. Contemporaneamente un altro gruppo ha bruciato magliette di Gap davanti a uno dei negozi dell'azienda, accusata di sfruttare il lavoro minorile. Al controvertice di Seattle sono arrivati da 87 Paesi i rappresentanti di più di mille gruppi. Dall'ala dura dell'ecologismo, che vorrebbe cancellare con un tratto di penna l'intero Wto, ai pragmatici, che vogliono trattare, dare forza al cartello di Paesi che già si oppone ai cibi transgenici e alla carne agli ormoni, alle reti che uccidono i delfini e al taglio indiscriminato delle foreste pluviali. Dagli ecologisti travestiti da tartaruga marina (una delle specie che rischiano di scomparire in nome della libertà di commercio) a quelli che protestano contro le multinazionali del transgenico. "È un'alleanza inedita tra ecologisti, militanti dei diritti umani, sindacalisti, religiosi: in questi giorni vediamo pregare, marciare, gridare, discutere", commenta al Globe Foundation, il cartello dei parlamentari ambientalisti di tutto il mondo, Grazia Francescato, portavoce dei Verdi italiani. Al centro di tutte le contestazioni è il ruolo del Wto, l'organismo del commercio internazionale che non fa parte delle Nazioni Unite e si muove senza coordinarsi con quanto l'Onu ha deciso in campo di protezione ambientale. Gli elementi del contendere vanno crescendo anno dopo anno. Si può richiedere un certificato di qualità ambientale per sapere se il parquet che stiamo mettendo a casa viene da legname tropicale tagliato con attenzione, limitando al massimo i danni, o è una violazione della libertà di commercio? Si può limitare la circolazione di alimenti transgenici e inserire etichette chiare che diano al consumatore la possibilità di scelta o si incorre nuovamente nel reato di leso commercio? Questa è la posta in gioco al Millennium round.

 

LA RIVOLUZIONE DI SEATTLE

Bill Gates

la Repubblica, 30 novembre 1999

I rappresentanti di più di 130 paesi sono riuniti da oggi a Seattle per un incontro che dovrebbe stabilire l'agenda dell'economia globale per gli anni a venire. Quanto più grande sarà il successo di questo incontro tanto migliori saranno le prospettive per il benessere globale.

L'organizzazione Mondiale per il Commercio è la principale organizzazione per lo sviluppo di regole internazionali che permettano ad ogni nazione di mantenere il proprio accesso ai mercati degli altri paesi, e per la risoluzione di controversie commerciali. Questa serie di incontri ci offre un'occasione importante per esplorare in quali modi il governo, l'industria, i gruppi di interesse e il pubblico possono lavorare insieme per garantire la continua espansione di un commercio equo, aperto e libero. Ho accettato la co-presidenza di quest'incontro a Seattle perché credo che un commercio internazionale equo ed aperto sia proficuo non solo a quelle società che dipendono dalle esportazioni, ma anche all'economia globale e favorisca l'apertura di nuove vie di comunicazione e di progresso in tutto il mondo. Più di qualsiasi altra città americana, Seattle dimostra i benefici del commercio globale. Più di 34 miliardi di dollari in esportazioni passano per i porti dello Stato di Washington ogni anno, rendendo la regione di Seattle-Tacoma la numero 1 negli Usa ed è la prova evidente che il commercio crea posti di lavoro e incrementa i salari, stimola la crescita economica, rende più ampia la scelta del consumatore e conduce infine ad aumentare la produttività e la competitività. Alla Microsoft, le vendita oltreoceano dei nostri prodotti di software hanno totalizzato 10 miliardi di dollari nello scorso anno, circa due terzi delle nostre entrate. Un'altra compagnia della stessa regione, la Boeing, è la maggiore esportatrice d'America con 30 miliardi di dollari in aerei e altri beni e servizi inviati oltreoceano lo scorso anno. La salute economica degli Stati Uniti nel loro insieme si basa sempre di più sul commercio internazionale. Grazie in parte a barriere economiche più basse e a un rafforzamento delle esportazioni, la nostra economia non è mai stata così forte in questa generazione. Il commercio internazionale può continuare a guidare la crescita economica interna e la creazione di posti di lavoro purché si abbia la struttura globale adeguata. L'Organizzazione Mondiale per il Commercio fornisce agli stati membri proprio questo: un forum dove negoziare accordi che rimuovano le barriere che impediscono il libero scambio di beni e servizi, e dove risolvere le controversie commerciali prima che i paesi intraprendano azioni unilaterali che possono mettere a repentaglio milioni di posti di lavoro e il progresso economico globale. Se l'Organizzazione per Commercio Mondiale non esistesse, le nazioni dovrebbero inventarla. Il recente accordo per far entrare la Cina nel gruppo commerciale potrebbe aprire nuove opportunità a vantaggio tanto degli Stati Uniti che della Cina e del resto del mondo. Qui, a Seattle, speriamo di poter fare dei significativi passi in avanti per contribuire alla piena realizzazione di questo accordo e continueremo ad incoraggiare il Congresso degli Usa perché ratifichi l'accordo e dia un appoggio permanente al miglioramento delle relazioni commerciali con la Cina. Il commercio riguarda di fatto ogni comunità ed ogni industria e l'alta tecnologia non fa eccezione. L'agenda dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio comprende una serie di punti decisivi per la continua crescita dell'industria "high tech": l'industria dell'alta tecnologia promuove la creazione di una "zona libera da tariffe" per le transazioni economiche tramite Internet, nonché altre misure tese al libero commercio per incoraggiare la crescita del commercio elettronico. Siamo favorevoli a coerenti norme internazionali che regolino il mercato elettronico e diano alle società la fiducia necessaria per investire e ai consumatori il beneficio di una scelta più grande. Incoraggiamo, inoltre, l'Organizzazione per il Commercio a portare a termine il trattato internazionale per la protezione dei diritti della proprietà intellettuale, fondamentale per evitare l'indebolimento delle società tecnologiche americane. Oltre ad offrirsi come luogo d'incontro per le delegazioni dei governi, Seattle si aspetta di essere visitata da migliaia di cittadini e di gruppi di promozione. La loro preoccupazione enfatizza l'effetto che il commercio internazionale ha sempre di più in ogni aspetto della nostra vita, da quello dell'ambiente e della salute pubblica a quello dell'istruzione e del lavoro internazionale. Gli incontri di Seattle offriranno ad un'ampia gamma di punti di vista l'opportunità di farsi ascoltare e l'Organizzazione per il Commercio Mondiale ha bisogno di continuare il suo sforzo di aprirsi al dialogo offrendo ai cittadini e ai gruppi di pressione maggiori possibilità di seguire il proprio lavoro. Indipendentemente dal proprio punto di vista su qualunque singolo tema, non si può negare una cosa: il mondo in cui viviamo sta cambiando. Le frontiere e le barriere stanno crollando, ciò che accade in un angolo del mondo si ripercuote in tutto il mondo. L'Organizzazione per il Commercio Mondiale potrà giocare un ruolo vitale se impareremo ad adattarci ad una nuova economia mondiale.

 

IL DIO DEL COMMERCIO

Vittorio Zucconi

la Repubblica, 30 novembre 1999

Ignorato dal pubblico per quasi 50 anni, come un'arcana burocrazia di doganieri in doppiopetto, e ora esecrato dalle migliaia di dimostranti che stanno calando da tutto il mondo su Seattle, il concilio internazionale del commercio, fino a ieri chiamato Gatt e oggi Wto, è l'ultimo angelo-diavolo a volare nel mondo senza più vere fedi ideologiche. Niente altro che una sorta di Onu degli scambi commerciali, incaricato di promuovere e sorvegliare il liberismo mondializzato per conto dei 134 Paesi membri, il Wto (World Trade Organization) è vista da chi ne profitta come l'angelo della globalizzazione e da chi lo subisce come l'incarnazione del nuovo satana dello sfruttamento e dell'internazionalismo dei più forti a danni dei più deboli. Ma su un punto almeno tutti devono trovarsi d'accordo, a Seattle: lo scambio ormai planetario di beni e servizi, il "World Trade", è il cuore, la vita dell'economia di fine secolo. E chi tocca le dogane, le tariffe, le quote, i prodotti, dai maccheroni alle banale, dalla carne di manzo ai pomodori transgenici, tocca come niente altro fa la vita quotidiana, il lavoro, il benessere di ogni persona su questa nostro pianeta. Il Dio del commercio controlla la nostra vita. E questo che si apre domani a Seattle, è il suo concilio ecumenico. Le diatribe e i contenziosi sul commercio di tonno in scatola o di lana merino, sulla produzione di peperoni, sui brevetti farmacologici sembrano aridi e lontani da noi soltanto fino a quando, improvvisamente (e per gli sciocchi inaspettatamente) un'acciaieria chiude nel Galles, una fabbrica di circuiti integrati apre in Sicilia, un designer italiano conquista il mondo e un bambino in Rwanda muore di polmonite perché produrre antibiotici coperti da brevetti americani in Africa costa troppo. Allora, di colpo, e come sta accadendo ora, politicanti e demagoghi, capi popolo ed economisti, madri preoccupate dal grano transgenico, fans dei delfini e delle specie minacciate di volatili scoprono quello che da mezzo secolo, quando fu firmato il primo accordo generale sulle tariffe e il commercio, il Gatt, progenitore della World Trade Organization, era già chiaro a chi non guardasse il mondo con occhiali ideologici. Che il commercio - il "business" - è un motore di storia e di cambiamenti di civilità più formidabile di armate, politici, ideologie o terroristi. In questo dopoguerra di progressivo abbattimento delle dogane infatti, gli spostamenti di ricchezza e di risorse sono stati giganteschi. Una riduzione del 20% dei dazi esistenti, se fosse decisa a Seattle nei prossimi giorni, farebbe risparmiare ai consumatori europei circa 900 mila miliardi di lire l'anno sul prezzo dei prodotti extracomunitari, ben altre somme che le patetiche "manovrine" da leggi finanziarie nazionali. Nelle economie evolute, un posto di lavoro su quattro dipende ormai in forma diretta dal commercio estero. Nel 1950, quando fu firmato il primo Gatt (Accordo Generale sul Commercio e le Tariffe), le 20 nazioni più ricche del mondo avevano un reddito complessivo di 30 volte superiore a quello delle 20 più povere. Oggi, la disparità di reddito tra le "Top 20" e le "Bottom 20" è di 90 volte. I forti sono diventati ancora più forti a spese dei più deboli. Evidente è il fatto che, per noi figli e abitanti delle nazioni "Top 20", la progressiva rimozione di dighe tariffare, chiuse, barriere ha portato grande acqua al mulino delle nostre tasche, liberando la creatività e la produttività del nostro popolo ammanettate dall'autarchia fascista. Un ritorno al protezionismo totale o parziale, una chiusura delle barriere nazionali o nazionalistiche, avrebbe, dice il professore Daniel Tarullo che fu capo della delegazione commerciale Usa e oggi insegna all'Università di Georgetown, per l'Europa e il mondo sviluppato "l'effetto che le grandi epidemie di peste ebbero nel Medioevo". Ma perché, allora, se il Gatt prima e ora il Wto, l'Onu del commercio ha tanto giovato alle nostre nazioni centomila attivisti di ogni colore e causa, dai paladini delle tartarughe di mare minacciate dai pescatori di gamberi ai sindacati alla società reale per la protezione delle aquile, stanno promettendo di fare "un campo di battaglia" della innocente, linda Seattle, proprio la città che diede vita al movimento ecologista? Certamente molti di loro sono i tradizionali turisti delle cause nobili e perse, gli studenti in vena di fare "ruckus", come dicono loro, di fare casino, gli anti-americani di professione, i vecchi pensionati del luddismo come Ralph Nader, i "sandalistas" con zoccoli e zainetto delle selve messicane, ma c'è ben più che colore tardo rivoluzionario da fuori corso nell'agitazione attorno all'incontro del Wto. Ci sono preoccupazioni vere e serie, che i governi, e Clinton che andrà a Seattle, non possono più dimenticare. La libertà di commerci e scambi è stata una magnifica scala mobile sociale ed economica, ma ha funzionato in un senso solo, portando danari dai più poveri ai più ricchi. Questo non è accettabile, questo è il vero scandalo, e non le grida dei soliti, ormai lugubri francesi arroccati nella difesa dei loro "boeuf" contro il "beef" americano o timorosi di perdere quel poco che resta della loro supponenza culturale nel mondo ormai anglofono. Il Wto è una burocrazia massiccia e con poteri di sanzione contro i paesi colpevoli di violazioni, ma a chi rispondono, i superdoganieri? Da chi prendono ordini? Chi li ha eletti? Chi li controlla, ora che il loro potere è globale e spesso draconiano, come abbiamo visto nella guerra della banane, della carne agli ormoni, dei prodotti agricoli transgenici? Poiché tutto è commercio, ormai, dalla cultura alla salute, si può affidare a una burocrazia, per quanto fatta di persone rispettabili e competenti, un potere tanto esteso e capillare?

Gli studenti americani in vena di goliardia hanno costruito a Seattle un mostro di cartapesta chiamato "GATTzilla" e forse hanno bevuto e fumato un po' troppo nell'attesa di questa kermesse stile anni 60. Ma non è goliardia, né rigurgito ideologico anticapitalista, osservare che i meccanismi di controllo della nostra vita quotidiana, attraverso i dispositivi commerciali, hanno bisogno di più democrazia e devono essere sottratti al controllo di fatto che le grandi aziende globali esercitano sul concilio "econumenico" del Dio Commercio. Non sono sempre gli interessi nazionali, ma delle multinazionali, quelle che il Wto spesso difende e ascolta. E questo, della prepotenza dei potenti, è, anche per chi crede fermanente al valore del libero scambio e ne ha toccato con mano gli immensi benefici, il vero mostro che minaccia il ritorno al nuovo medioevo del protezionismo nazionalistico.

 

L'INCERTO GULLIVER E I GIGANTI A METÀ

Alberto Ronchey

il Corriere della Sera, 30 novembre 1999

Solo un quarto di secolo fa, Henry Kissinger sintetizzava lo scenario politico e strategico internazionale con una breve formula: "2+1/2+Y+Z". Ossia, 2 Usa e Urss, 1/2 Cina, Y Europa occidentale, Z Giappone". Ora, in uno scenario tanto diverso, qual è la verità delle cose?

Gli Stati Uniti, sempre più superpotenza in ogni tecnologia e dopo un lungo boom economico, hanno guidato la Nato e l'Onu all'intervento arbitrale nei più recenti conflitti. Ma è prossima la scadenza dell'ultimo mandato di Clinton, circostanza che a Washington comporta una semiparalisi dinanzi alla campagna elettorale. Difficile prevedere se con il nuovo presidente persisterà l'interventismo della Casa Bianca, o se cambierà la congiuntura economica insieme con l'opinione pubblica. La superpotenza vorrà immischiarsi ancora "in tutte le liti"? O sarà incerta, come il gigante Gulliver in Lilliput, sul modo di usare la propria forza?

La Russia, meno superpotenza dopo la dissoluzione dell'Urss, deve non solo subire l'usura dei suoi arsenali, ma l'enorme debito estero, gli scandali finanziari, la guerriglia in Cecenia, il discredito del potere, i torbidi politici della successione a Eltsin. Eppure, possiede inestimabili riserve di fonti energetiche, materie prime, intelligenze scientifiche. Più oltre, forse raggiungerà un moderno assetto economico e giuridico insieme con una maggiore influenza politica internazionale. Ma quando? Qualsiasi pronostico, finora, è solo scommessa.

La Cina di Jiang Zemin e Zhu Rongji è prossima ormai all'ingresso nella World Trade Organization con l'assunzione d'ogni obbligo derivato, ridurre le tariffe doganali all'importazione, revocare i sussidi all'esportazione, consentire all'investimento estero partecipazioni del 49-50 per cento nelle società miste. Malgrado una simile apertura del mercato cinese, anche a industrie delle telecomunicazioni e a banche straniere, la stabilità del potere a Pechino rimane fondata sul più rigido dispotismo, inteso come irrinunciabile per il controllo sociale d'oltre un miliardo e 200 milioni di governati. Potrà il sistema politico perpetuarsi così, dopo le previste irruzioni economiche occidentali? Nello stesso tempo, come potenza militare, la Cina dispone oggi d'un rilevante arsenale missilistico e nucleare, oltreché d'un esercito convenzionale imponente. Ma si calcola, o si confida, che non possa nel breve termine azzardare sfide come un'invasione di Taiwan.

Nell'Unione europea, procede l'integrazione legislativa, economica e monetaria, sebbene la sterlina inglese aspetti fuori dall'euro. E' controversa, per il futuro, l'istituzione di un'autorità politica soprannazionale o semifederale. Prospettiva lontana. Tuttavia, con il prossimo vertice di Helsinki, verrà decisa la formazione d'un autonomo esercito europeo per ogni emergenza. Come un possibile conflitto tra Serbia e Montenegro, dopo l'adozione a Podgorica del marco tedesco in funzione di "moneta parallela" rispetto al dinaro inflazionato e incorvertibile, forse avvisaglia d'un altro distacco dalla residua Jugoslavia.

Il Giappone, malgrado una lunga crisi, conserva il titolo di seconda potenza economica e tecnologica. Ma l'arcipelago superpopolato all'estremo e insidiato da un'estrema sismicità è anche vulnerabile alla dipendenza dall'importazione di alimentari, materie prime, fonti energetiche da gas e petrolio, senza dimenticare il recente disastro nella produzione di elettricità nucleare. Potrà mai l'impero dello yen, anche volendo, proporsi come superpotenza?

Lo scenario, descritto in termini di studium brevitatis, è ancora variabile. I poteri designati dal corso degli eventi a tutelare l'ordine internazionale non potranno arbitrare tutte le conflittualità inesauribili del nostro tempo, interstatali e interetniche, ma potranno limitarne la portata. O è verosimile, nientemeno, un governo mondiale?

 

COMMERCIO, IL MONDO IN ORDINE SPARSO

Clinton rinuncia alla inaugurazione ufficiale

Roberto Ippolito

l'Avvenire, 30 novembre 1999

C’è anche chi si rivolge al Cielo. I metodisti hanno organizzato dei gruppi di preghiera. E tutti i giorni si riuniscono davanti al Convention Centre di Seattle dove si apre oggi la terza conferenza ministeriale del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. I metodisti invocano la difesa dei valori morali, sperano che il senso di solidarietà prevalga. Mai un evento economico ha attirato tanta attenzione, stimolando la riflessione sulla povertà come sulla sicurezza alimentare, sul lavoro minorile come sulla devastazione ecologica. Seattle è diventato il contenitore di tutto, una specie di maxi confronto sull’avvenire dell’umanità. E naturalmente sul futuro del business, degli affari, sotto l’insegna del superamento dei protezionismi per l’industria o i servizi, l’agricoltura o il commercio elettronico. I rappresentanti di 135 governi che si riuniscono da oggi a venerdì 3 dicembre devono individuare le regole (o almeno i principi per definirle) del commercio internazionale. Per renderlo più libero (ovvero con meno dazi e vincoli) ma anche più giusto (ovvero in grado di diffondere benessere con migliori condizioni sociali e ambientali). Il clima è teso, la segnalazione di una bomba ha fatto scattare imponenti misure di sicurezza, le forze antiterrorismo sono in allarme. Incalzate da 770 organizzazioni non governative sbarcate a Seattle, dagli ambientalisti e dai sindacati, le delegazioni dei paesi membri del Wto (ai quali si sta aggiungendo la Cina, ma non ancora la Russia) avranno il compito di governare la globalizzazione, il processo di apertura dell’economia su scala planetaria. Un compito storico, tanto che i negoziati che iniziano a Seattle prendono il nome di Millennium round, il tavolo delle trattative del terzo millennio. Per i sostenitori della liberalizzazione l’apertura dei mercati è l’occasione per far condividere il progresso ai paesi arretrati. Il direttore generale del Wto Mike Moore giudica retrogrado chi contesta la liberalizzazione: "L’antiglobalizzazione è diventata ormai l’ultimo capitolo di un’epoca di separatismo, tribalismo e razzismo". Il segretario dell’Onu Kofi Annan imputa agli stati industrializzati di conservare tariffe doganali troppo alte. E invita a fare attenzione per la clausola sociale, l’ipotizzato blocco dei prodotti realizzati con lo sfruttamento del lavoro: è preoccupato che diventi uno strumento protezionistico limitando le esportazioni dei paesi in via di sviluppo che rischiano quindi di essere danneggiati. Fra tante sollecitazioni di ogni tipo, il compito dei partecipanti alla Conferenza è davvero complesso. La discussione che si svilupperà sarà "piena e di grande valore" ha pronosticato il segretario di stato americano Madeleine Albright. Al di là della prudenza diplomatica, questo vuol dire che gli interessi in gioco si fronteggeranno con asprezza: ognuno difende il suo diritto di vendere, tutelando i propri mercati. Davanti al mare di difficoltà esistenti e di inevitabili contrapposizioni fra le aree del globo, lo stesso presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ha fatto ricorso al massimo di elasticità: ha rinunciato a inaugurare la Conferenza al Teatro Paramount del Convention Centre, non ha insistito ad avere la presenza dei maggiori leader mondiali, rischia di subire l’arrivo indesiderato del cubano Fidel Castro, ha preannunciato un discorso per domani, ma potrebbe arrivare in anticipo stasera. "Il problema è l’agenda dei lavori di questa che appare la prima vera trattativa dell’era della globalizzazione" sintetizza il ministro del commercio estero Piero Fassino. Non è chiaro nemmeno di cosa si discuterà. La Conferenza potrebbe rappresentare la cornice per la partenza del Millennium round che in tre anni si occuperebbe dell’apertura dei mercati in singoli settori. Alcune fonti americane arrivano a parlare di Clinton Round (riecheggiando il mitico Kennedy Round), rivendicando un ruolo guida per il presidente americano. Ruolo guida che l’Unione europea non accetta però di riconoscere. Del resto l’Unione europea vuole un negoziato a tutto campo mentre gli Stati Uniti ipotizzano margini più limitati. Al fianco dell’Europa sembra esserci il Giappone che insiste per le misure antidumping, contro le vendite sottocosto. Le dispute più forti riguardano l’agricoltura. Gli Usa e l’Europa si scambiano accuse di sussidi alle esportazioni. La fine di qualunque sovvenzione è chiesta da quattordici paesi, fra cui Australia, Argentina e Indonesia. Paesi in via di sviluppo come India e Egitto temono effetti negativi per un nuovo negoziato sul tessile.

 

CASTRO RESTA A CUBA: IL GOVERNO USA NON MI VUOLE

Ma gli americani non escludono un ripensamento dell’ultima ora

Andrea di Robilant

la Stampa, 30 novembre 1999

Viene o non viene? Oggi inizia il summit di fine millennio sul commercio mondiale ma la grande incognita, ancora una volta, riguarda Fidel: verrà a Seattle per guidare la protesta contro la globalizzazione oppure si accontenterà di far aleggiare lo spettro di una sua improvvisa apparizione? Ieri sera è giunta da L’Avana la notizia che, con una lettera al deputato Jim McDermott - il democratico dello stato di Washington che ha invitato a Seattle il lider maximo -, il presidente cubano ha annunciato la sua rinuncia al viaggio. "E’ stato ben presto evidente - ha scritto - che il governo degli Stati Uniti è contrario alla mia presenza alla riunione". Si vedrà, potrebbe anche essere una decisione tattica. Il dipartimento di Stato è comunque in ambasce da giorni. "Castro si sta muovendo come se dovesse arrivare", ci dice un diplomatico americano. "Ha previsto incontri, fissato appuntamenti, messo insieme una delegazione che ha già le carte in ordine per sbarcare a Seattle. Manca solo una cosa: la sua richiesta per un visto d’entrata". E’ facile capire perché l’anziano leader cubano, pur senza essere stato invitato, sia interessato ad uno sbarco a sorpresa qui a Seattle. L’armata variopinta dei nemici della "globalizzazione" è arrivata in massa in questa metropoli piovosa del Nord Ovest per marciare contro il Wto - la bestia nera di fine millennio, come in passato lo furono la Cia e poi il Fondo monetario internazionale. E già l’anno scorso a Ginevra, sede del Wto, Castro tuonò contro i pericoli del commercio selvaggio.

A Seattle sfileranno sindacalisti imbufaliti perché le aziende americane vanno a cercarsi la mano d’opera in Messico; ambientalisti travestiti da pannocchie transgeniche; agricoltori europei che ce l’hanno con un mondo dominato da McDonald's; animalisti venuti da tutto il mondo per proteggere i diritti delle tartarughe che finiscono impigliate nelle reti dei pescatori giapponesi. Saranno almeno in centomila a riempire le strade di Seattle questa settimana - un’armata eterogenea e per il momento senza leader. L’arrivo di Fidel potrebbe avere un effetto catalizzatore sulla protesta, dicono alcuni. Altri insistono che le avances di Castro verrebbero respinte dallo spirito vagamente anarcoide delle forze anti-globalizzazione. Rimane il fatto che se Castro decidesse di venire a Seattle sarebbe l’unico capo di governo o di Stato sulla scena assieme al Presidente Clinton, il padrone di casa che domani terrà il suo discorso sulle virtù del libero scambio. Nei giorni scorsi la Casa Bianca ha cercato di convincere altri leader a venire qui a Seattle per aumentare le chances di un successo politico del summit. Ma tutti hanno declinato l’invito.

Se Castro deciderà di non dividere la scena con Clinton, il presidente americano sarà l’unico vero protagonista politico di questo vertice. E del resto è stato lui a premere per questo summit, lui ad insistere perché si tenesse a Seattle. Anzi, la Casa Bianca sta lavorando da tempo dietro le quinte perché il round negoziale che dovrà cominciare qui a Seattle e durare fino al 2002 venga battezzato appunto "Clinton Round". Gli europei vorrebbero chiamarlo "Millennium Round", per sottolineare l’importanza del libero commercio all’inizio del nuovo millennio (e per evitare che l’intero processo abbia un’impronta troppo "americana"). La Casa Bianca risponde che un precedente per chiamarlo "Clinton Round" c’é: il negoziato avviato all’inizio degli Anni Sessanta venne chiamato "Kennedy Round". Ma la battaglia sul nome rimane aperta. E se Fidel dovesse davvero sbarcare a Seattle, la tentazione di chiamarlo "Castro Round" sarebbe forte - soprattutto se il vertice si rivelasse un fiasco.

 

SEATTLE, AL MERCATO DELLA VITA FUTURA

Oggi "the big one", la grande protesta. Tutte le voci del controvertice

Marina Forti - inviata a Seattle

il manifesto, 30 novembre 1999

Un punto l'ha già segnato, la strana babele umana che in questi giorni ha invaso la città della Microsoft e della Boeing: ha tolto il davanti della scena ai doppiopetti e ai tailleur grigi dei delegati dell'Organizzazione mondiale del commercio, il Wto che oggi comincia qui il suo terzo vertice ministeriale - quello che dovrebbe lanciare un nuovo round di negoziati per l'ulteriore liberalizzazione dei mercati mondiali. Ma i cinquemila delegati governativi, chiusi nel maestoso Seattle Convention Centre, saranno assediati in senso simbolico, politico e anche fisico: già ieri mattina sono stati accolti da ragazze vestite da coleotteri con tanto di alucce verdi che distribuivano volantini, mentre le vie d'accesso all'hotel Sheraton erano tappezzate di cartelli contro il Wto. E oggi 50mila persone -qualcuno ne attende anche di più - daranno vita alla "grande marcia", quella che si annuncia come la più grande manifestazione di cittadini contro la deregolamentazione dei mercati.

Una strana babele. Ieri mattina bastava entrare nella sala della First United Methodist Church, a pochi passi dal più ufficiale Convention Centre, per rendersene conto: cominciava la prima sessione del "tribunale dei popoli" sul commercio mondiale. Già i lineamenti dei partecipanti testimoniano del grandissimo sforzo d'organizzazione che ha preceduto questo "controvertice": se gli americani del nord prevalgono (giocano in casa), migliaia di persone sono giunte anche dalle Americhe più a sud, e poi asiatici, europei, africani... La lingua comune è l'inglese, ma i linguaggi sono diversi. Qualcuno (è stato un francese dell'associazione Droits devant!!) l'ha chiamata "internazionale antiliberalista. Tra gli anglosassoni fa presa piuttosto il termine "internazionale dei cittadini". Forse è vero: nella differenza di linguaggi e obiettivi, la moltitudine umana convenuta a Seattle rappresenta una rete mondiale di attivisti con alcuni tratti e obiettivi comuni. Per cominciare, quelli espressi dalla "Dichiarazione dei membri della società civile internazionale che si oppongono ai negoziati del Millenium Round", circolata (anche grazie a Internet) nei mesi scorsi e firmata da oltre 1.200 organizzazioni non governative di 87 paesi. L'obiettivo comune è chiaro: "Ci opponiamo a ogni negoziato che vada verso una maggiore liberalizzazione e soprattutto a quelli che puntano a portare nuove materie sotto la tutela del Wto come gli investimenti, la concorrenza e i mercati pubblici. ...Ci opponiamo in particolare agli accordi sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio" - quelli chiamati Trips: in virtù dei quali tutti i paesi hanno dovuto riconoscere i brevetti sugli organismi viventi, siano sementi "geneticamente modificate" o i principi attivi di piante medicinali di pubblico dominio. La "Dichiarazione della società civile" fa dunque appello a "una moratoria sui negoziati che estendono la portata e i poteri del Wto", almeno finché non si farà "una revisione e valutazione concreta e approfondita degli accordi esistenti". Chiede di valutare l'impatto degli accordi del Gatt "sulle comunità marginalizzate, la democrazia, l'ambiente, la salute, i diritti umani, delle donne, dei bambini, dei lavoratori". E questo bilancio "dovrà essere fatto con la piena partecipazione della società civile". E' ben questo che ha cominciato a fare il "controvertice", in decine di seminari e dibattiti scanditi da marce e concerti. Ieri (quando in Italia era ormai sera e qui appena l'ora di pranzo) un corteo ha raggiunto l'ufficialissimo Convention Centre - i partecipanti si erano travestiti per impersonare il proprio animale "in via d'estinzione" preferito. Gran parte dello sforzo organizzativo si deve allo statunitense Global Trade Watch, nato da una costola della più antica organizzazione di difesa dei cittadini-consumatori chiamata Public Citizen, fondata da Ralph Nader. Lorri Wallace è un'avvocata e dirige Global Trade Watch: qualche settimana fa ha pubblicato un libro il cui titolo parafrasa le iniziali in inglese dell'Organizzazione mondiale del commercio, Wto: Whose Trade Organization, "Organizzazione del commercio per chi?", in cui analizza le 26mila pagine degli accordi Gatt nelle loro implicazioni sociali, economiche, ambientali, "dal punto di vista dei cittadini".

Ma a Seattle l'"internazionale dei cittadini" comprende anche i sindacati. Quelli statunitensi in particolare: l'Afl-Cio, che fa pressione sulla Casa bianca perché imponga al vertice del Wto il tema degli standard di lavoro, alla ricerca di "clausole sociali" che portino a sanzionare nel commercio mondiale i prodotti di paesi che non rispettano i diritti minimi dei lavoratori - richiesta cui si oppongono i governi dei paesi in via di sviluppo, che la denunciano come "protezionismo sotto falso nome"; ma che trova contrari anche i sindacati di paesi come l'India, che temono effetti disastrosi sugli stessi lavoratori che si vorrebbero difendere.

In particolare è qui in forze l'Uaw, United Auto Workers, che denuncia il Wto come "una delle istituzioni più antidemocratiche del mondo". Ci sono i Teamsters, il sindacato dei camionisti (che per oggi hanno dato passaggi a centinaia di manifestanti): secondo il portavoce Rob Black il Gatt e il Nafta (Accordo di libero scambio in nord America) hanno distrutto 600 mila posti di lavoro negli Usa in sei anni.

Certo, la diversità di prospettive e obiettivi di questa babele mondiale è notevole: il dibattito potrebbe riservare sorprese. Resta un obiettivo immediato, e questo è comune: togliere il "governo mondiale" all'organizzazione intergovernativa più potente e meno trasparente del mondo.

 

A COLPI DI BREVETTO CONTRO LE BIODIVERSITÀ

Ma i tanti mondi delle tante agricolture si ribellano contro Usa e multinazionali

Vandana Shiva

il manifesto, 30 novembre 1999

L'ingegneria genetica è emersa come la questione più controversa, alla vigilia del vertice ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio a Seattle. Gli organismi geneticamente modificati (Ogm) sono prodotti della nuova biotecnologia che introduce geni di un organismo in organismi interrelati. I geni umani sono stati introdotti in animali; geni di batteri, pesci, scorpioni, serpenti e ratti in specie vegetali alimentari e ortaggi.Numerose preoccupazioni sono state sollevate circa gli effetti ambientali e sanitari degli Ogm nei cibi e nell'agricoltura. In India, la Research Foundation for Science, Technology and Ecology (Rfste) ha avviato nel gennaio 1999 una causa legale "per pubblico interesse" presso la Corte suprema contro la Monsanto e Mahyco (un'azienda dello stato indiano del Maharashtra, ndt). L'oggetto è il cotone Bt, ovvero modificato geneticamente per produrre la tossina Bt, conosciuta come efficace antiparassitario naturale. La Corte ha accolto la causa, respingendo un'eccezione avanzata dalla Monsanto. Dati scientifici da tutto il mondo dimostrano che far produrre alle piante la tossina Bt arreca una minaccia a specie benefiche come certe farfalle e coleotteri necessari all'impollinazione e al controllo dei parassiti. L'emergere di prove sempre più evidenti dei gravi effetti sanitari ed ecologici degli Ogm ha spinto l'Unione europea a vietarne la semina a fini commerciali per tre anni. La Corte federale di Brasilia ha sospeso le piantagioni sperimentali di Monsanto. La fondazione indiana, nella sua causa, accusa anche il governo di aver violato le sue stesse leggi ambientali e scavalcato l'autorità degli enti regolatori in materia (autorizzando Monsanto e Mahyco a iniziare piantagioni sperimentali di cotone Bt, ndt). Gli Ogm sono qui regolati da una legge del 1989 su "Manifattura, uso, importazione, esportazione e immagazzinamento di microrganismi pericolosi, organismi e cellule geneticamente modificati", che rientra nella Legge di Protezione ambientale del 1986. Ma queste norme sono state sistematicamente violate da Monsanto, Mahyco e il Dipartimento di Biotecnologia, invece di fungere come un ente di controllo e regolamentazione, come dovrebbe per legge, ha approvato la diffusione di Ogm, invadendo le funzioni del ministero dell'ambiente.Influenzando gli enti regolatori Monsanto e le altre aziende multinazionali del settore hanno saputo diluire o smantellare le leggi di sicurezza sulle biotecnologie. La piattaforma internazionale preposta a prevenire il bio-inquinamento e garantire la sicurezza biologica è la Convenzione sulla Diversità biologica, firmata durante il Vertice della Terra a Rio de Janeiro nel 1992. Il Protocollo sulla biosicurezza (negoziato ai sensi dell'articolo 19.3 di quella Convenzione) sarà lo strumento vincolante per trattare le questioni dell'impatto degli Ogm sull'ambiente e sulla salute umana. Gli Usa hanno cercato di sovvertire il Protocollo sulla biosicurezza fin dal '91, quando l'articolo 19.3 era in via di negoziato. Poi hanno mobilitato il cosiddetto Gruppo di Miami (che include Canada, Australia, Cile, Argentina e Uruguay) per impedire che il Protocollo fosse finalmente firmato a Cartagena, in Colombia, nel febbraio 1999. La manovra per impedire l'entrata in vigore dell'accordo ambientale è stata ripetuta nel recente incontro di Vienna, in agosto. Ora il tentativo è di spostare il dibattito sulla Biosicurezza dalla sua sede, cioè il Protocollo sulla Biosicurezza nell'ambito della Convenzione sulla biodiversità, e di trasferirlo all'Organizzazione mondiale del commercio, cui non compete. L'Omc non ha mandato o capacità di normativa ambientale per prevenire e proibire attività che causano inquinamento.

L'obiettivo di trasferire la questione della Biosicurezza da un ambito multilaterale (la Convenzione sulla biodiversità) a quello degli accordi sul libero commercio è evidente nella proposta presentata degli Stati uniti al Wto (in un documento datato 4 agosto '99) nella sezione Agricoltura del testo ministeriale del 19 ottobre per il vertice di Seattle. La proposta chiede una "Disciplina per garantire che il commercio in prodotti della biotecnologia agricola sia basato su processi trasparenti, prevedibili e tempisti". Ma per "processi trasparenti, prevedibili e tempisti" si possono intendere cose diverse. E' paradossale che a parlare di "trasparenza" sia proprio il paese che ha impedito ogni trasparenza nel commercio di Ogm rifiutando di separarli dagli altri prodotti ed etichettarli diversamente. E' chiaro che gli Usa non intendono qui trasparenza nel contesto dei diritti democratici dei cittadini. I movimenti contro l'ingegneria genetica sono ormai diffusi nel mondo, e hanno in effetti reso imprevedibile il commercio degli Ogm. Il rifiuto dei consumatori ha costretto negozianti e industria alimentare a scegliere prodotti "senza ingegneria genetica", cosa che ha dunque costretto i commercianti a separare la merce e a pagare di più i prodotti agricoli non geneticamente modificati. L'imprevedibilità del commercio di Ogm è dunque una conseguenza del modo irresponsabile con cui le varietà "modificate" sono state introdotte e seminate su milioni di ettari di campagne, e i cibi "modificati" introdotti sui mercati globali, senza alcuna regolamentazione in materia di biosicurezza. Ora la proposta statunitense di disciplinare il mercato per renderlo "prevedibile" è in sostanza un appello ai governi per smantellare ancor più le regolamentazioni ambientali. Monsanto ha influenzato gli enti americani per spingere gli Ogm in gran fretta sui mercati senza adeguate sperimentazioni e test di sicurezza: questo intendono gli Usa per "processi tempisti". Dati resi pubblici negli Stati uniti rivelano che esperti e scienziati della Food and Drug Administration (Fda) hanno ripetutamente avvertito che il cibo prodotto attraverso ingegneria genetica presenta nuovi rischi che vanno investigati - ma l'amministrazione ha ignorato questi avvertimenti. La Fda ammette di aver operato sotto una direttiva volta a "promuovere" l'industria biotecnologica statunitense. Questa direttiva afferma che il cibo "modificato" è uguale all'altro, e tale affermazione non-scientifica è elevata a principio "scientifico", detto della "sostanziale equivalenza". Nonostante prove che il cibo transgenico non è ecologicamente equivalente ai suoi simili naturali e presenta invece nuovi rischi, il falso assunto dell'equivalenza ha permesso la deregolamentazione dell'industria dell'ingegneria genetica e il commercio di Ogm. Questo processo è cominciato già nel 1992, quando il presidente degli Stati uniti, George Bush, ha rifiutato di firmare la Convenzione sulla diversità biologica, al solo scopo di proteggere l'industria biotech degli Stati uniti. Il presidente Bill Clinton, sebbene democratico, ha continuato sulla via di "promuovere" e proteggere" l'industria biotecnologica nazionale a spese della salute dei cittadini e dell'ambiente. Nonostante la Fda affermi che non sono né la scienza né le norme a guidare la messa in commercio di Ogm, il presidente in un recente discorso agli agricoltori dell'Arkansas ha rassicurato: "Tutta questa roba è stata controllata dalle autorità competenti". E vuole che il resto del mondo, in particolare gli europei, abbiano "lo stesso tipo di approccio". Una causa legale internazionale è in preparazione. Gruppi di cittadini di tutto il mondo cercheranno di fermare la corsa a monopolizzare la vita da parte delle aziende, a costo della libertà e salute dei cittadini. Il dibattito democratico sulla politica della biotecnologia è appena cominciato.

 

USA-UE, IL SUMMIT DELLA DISCORDIA

Marco Valsania

il Sole 24 ore, 30 novembre 1999

Seattle - Pascal Lamy, il commissario europeo al commercio, ha in programma di incontrare questa settimana il ministro del Commercio estero cinese Shi Guangsheng. Il proposito, nell’ambito del vertice della World Trade Organization per lanciare il nuovo round di negoziati sulla liberalizzazione dell’interscambio mondiale, è quello di discutere l’ingresso della Cina nella Wto. E Lamy ha indicato che, se i colloqui non saranno dettagliati, cercheranno però di definire l’agenda per negoziati che dovrebbero cominciare "al più presto possibile" a Bruxelles oppure a Pechino. L’Unione europea intende così assumere senza indugi l’iniziativa dopo che gli Stati Uniti e la Cina hanno già raggiunto un primo accordo bilaterale nelle scorse settimane, volto a spianare la strada all’ingresso di Pechino nell’organizzazione mondiale del commercio. La Ue ha indicato di condividere l’80% degli obiettivi americani nei confronti della Cina, pur sottolineando di avere sue priorità nella ricerca di accesso ai mercati di Pechino, tra cui l’abbattimento di tariffe doganali nei macchinari e la liberalizzazione nei servizi. Ma la Cina, con tutte le implicazioni del suo ingresso nel Wto, potrebbe rimanere sullo sfondo di un’agenda che comprende numerosi capitoli di frizione nei rapporti di interscambi, anche tra alleati quali Stati Uniti ed Europa. Una delle discussioni più "calde" riguarda l’agricoltura: il commissario europeo Franz Fischler, alla vigilia del summit di Seattle, ha suggerito che gli incontri non saranno il passo finale verso una completa liberalizzazione del settore. Fischler ha detto che i sussidi europei all’export e altre forme di aiuti "saranno sul tavolo delle trattative", ma ha aggiunto che la Ue "è contraria all’idea di trattare l’agricoltura alla stregua di altri beni industriali". E ha aggiunto che con i sussidi alle esportazioni dovrebbero essere discusse anche tutte le altre forme di sostegno all’export. Fischler ha previsto che la Ue possa ridurre la porzione del budget agricolo dedicato a sussidi all’export dal 20% al 10% entro il 2006. Su un altro fronte di scontro agricolo e alimentare, quello della sicurezza sanitaria, l’Unione Europea cerca chiarificazioni. Il cosiddetto "principio precauzionale" del Wto prevede che i paesi possano bloccare prodotti sulla base di preoccupazioni per la salute e l’ambiente. Ma anche che debbano esserci studi scientifici per giustificare l’azione. Questo ha generato uno scontro tra Stati Uniti e Europa sui prodotti geneticamente modificati e sulla carne trattata agli ormoni, due pratiche molto diffuse in America. "Siamo aperti alla discussione sugli organismi modificati geneticamente — ha detto Fischler — e per migliorare l’attuale sistema per la loro approvazione, sia attraverso lo scambio di informazioni scientifiche che grazie all’etichettatura". Non è nell’interesse dell’Europa, ha aggiunto, "fermare la crescita" nel settore delle biotecnologie. L’Europa è arrivata a Seattle con la richiesta di affrontare un’ampia agenda commerciale, che comprenda cioè tematiche cha vanno dagli investimenti all’ambiente, dalla concorrenza alle normative sociali. Gli americani puntano invece su precisi accordi e misure di liberalizzazione in settori da loro considerati essenziali, a cominciare dall’agricoltura e dai servizi finanziari e di telecomunicazione. E temono che approcci generali possano solo ritardare il processo di liberalizzazione da loro auspicato.

 

CONIUGARE EFFICIENZA ED EQUITÀ SUI GRANDI MERCATI MONDIALI

Carlo Callieri*

il Sole 24 ore, 30 novembre 1999

L’assetto dell’economia mondiale è al centro dei negoziati Wto che si aprono oggi a Seattle. La definizione di precise regole per l’economia globale, il riassetto dei meccanismi che governano lo scambio di merci e servizi, l’inclusione di nuovi settori negli accordi della Wto e il problema di una più effettiva partecipazione dei Pvs ai benefici della liberalizzazione, sono solo alcuni dei temi principali. L’Unione europea e l’Italia si presentano a questo appuntamento con una strategia che vuole coniugare efficienza ed equità. Le forze della globalizzazione potranno essere funzionali a uno sviluppo armonioso del sistema mondiale solo se saranno incanalate in un sistema di regole chiaro e prevedibile che ne favorisca la sostenibilità e ne promuova la stabilità; e le proposte Ue ruotano intorno alla partecipazione e integrazione nel sistema di tutti gli operatori a rischio di marginalizzazione: Paesi poveri e in via di sviluppo; o piccole e piccolissime imprese. Tra le proposte volte a mettere in pratica questo principio, c’è in primo luogo l’abolizione delle barriere all’esportazione dei prodotti dei 48 Paesi più poveri. La proposta si inquadra in una più generale richiesta di migliorare l’accesso ai mercati attraverso l’abbattimento di tariffe e barriere tecniche e con il varo di regole chiare in tema di legislazione della concorrenza a livello mondiale: c’è il bisogno di eliminare i gap tra le legislazioni nazionali che da sole non sono più in grado di garantire le regole del gioco dell’economia integrata, per far sì che nuovi attori si possano affacciare sul palcoscenico. Il rafforzamento dell’accordo Gats (servizi) passa necessariamente attraverso una discussione sullo snellimento del regime internazionale dei trasporti: dovrà essere riconosciuta la funzionalità del settore, fondamento di ogni sistema di scambi internazionale. Altro aspetto essenziale è la stabilizzazione del sistema finanziario internazionale: gli investimenti diretti e la prestazione di servizi saranno il motore principale dello sviluppo. Anche la definizione di un quadro omogeneo sulla partecipazione agli appalti pubblici su scala mondiale richiederà che le differenze di posizione tra Pvs e Paesi sviluppati siano appianate in nome di obiettivi comuni. Internet, commercio elettronico e tecnologie della comunicazione vanno verso una codificazione del principio di "non interventismo", con l’esenzione dei servizi online da dazi o imposizioni fiscale: è forte la consapevolezza, espressa dal commissario Ue per il Commercio estero, Pascal Lamy, che "questi sono (tra) i settori che ci hanno permesso di rivoluzionare il concetto di impiego sostenibile delle risorse, e che ci permetteranno di affrontare le sfide indotte dalla crescita della popolazione mondiale". In primo piano anche la sicurezza dei consumatori, in particolare in campo alimentare, da coniugare con le possibilità offerte dalle biotecnologie. La discussione si articolerà su tre direttrici: riferimento a standard scientifici, applicazione uniforme del principio precauzionale e disciplina dell’etichettatura dei prodotti transgenici. La discussione si intreccia con la questione più spinosa del round: la libera circolazione dei prodotti agricoli. Le divergenze fra Ue e grandi Paesi produttori si preannunciano acute sul fronte dell’abolizione di dazi, dei regimi di sostegno e agevolazione ai produttori e della tutela dei prodotti tipici. In questo difficile clima si inserisce la voce della Camera di commercio internazionale (Cci) che gode di uno status consultivo presso le maggiori organizzazioni intergovernative (Wto, Ocse, Uncitral, Unctad e Ue). La Cci riveste una funzione critica: quella di cerniera tra business internazionale (i global players) e vertici politici (i rule-makers), tra chi fa le regole e chi le deve applicare. Proporre alla diplomazia commerciale soluzioni nate "sul campo" rappresenta in molti casi la soluzione più naturale e flessibile ai conflitti negoziali. Queste proposte sono allo stesso tempo trasversali, in quanto riflettono le vere esigenze di tutti gli operatori, e funzionali, in quanto redatte da chi le dovrà utilizzare. Le iniziative business-driven hanno già fatto riscontrare successi nell’appianare potenziali conflitti commerciali: un esempio è il meccanismo del TransAtlantic Business Dialogue che riunisce dirigenti di imprese europee e americane; ed è evidente come queste sedi di incontro possano servire da momenti di conciliazione tra esigenze delle imprese e quelle politiche. Le proposte delle imprese per il Millennium Round si sviluppano attorno ad alcune direttrici principali. Prima fra tutte l’idea che l’accesso ai mercati si debba intendere in un’ottica allargata alle regole del doing-business su scala globale, e che quindi un solido sistema di regole multilaterali debba essere concepito come base di partenza per una fluida gestione della globalizzazione. Il ruolo del mondo imprenditoriale è di cooperare con i Governi affinché si crei un sistema bilanciato di libertà e regole che permetta di stimolare crescita e occupazione. E ancor più importante diventa il ruolo delle imprese in quei settori (come il commercio elettronico) dove l’eccezionale rapidità dei cambiamenti rende obsolete le procedure decisionali degli Stati. La preoccupazione principale degli operatori economici riguarda la prevedibilità delle regole. Sono da criticare quindi i comportamenti unilaterali e l’applicazione di principi come quello dell’extraterritorialità. Il mondo delle imprese si esprime con chiarezza sui singoli settori oggetto di negoziato. Nel quadro Gats, si sottolinea l’importanza di un’effettiva liberalizzazione dei servizi di trasporto merci per via aerea e marittima. Si insiste sull’inclusione di negoziati sui servizi postali e di consegna e sulla somministrazione dei servizi professionali. Sull’agricoltura, l’obiettivo deve essere quello di un’esposizione graduale alla concorrenza internazionale: si propongono tagli tariffari e concessioni sostanziali di accesso ai mercati, abolizione di sussidi all’export, riduzione dei sussidi diretti ai produttori e promozione della sicurezza alimentare in base a considerazioni scientifiche. In materia di investimenti internazionali viene riaffermata l’importanza degli investimenti diretti per la crescita dei Pvs e si esprime la necessità di un quadro di riferimento multilaterale che stimoli i flussi di capitale produttivo, diminuendo i fattori di rischio legati a incertezza e a misure nazionali discriminatorie. Si sottolinea poi l’esigenza di ampliare la portata dei trattati sulla partecipazione agli appalti pubblici. Su commercio e ambiente l’attenzione dei Governi è sollecitata sulla chiarezza delle regole da definire, a evitare che accordi in materia di salvaguardia dell’ambiente siano applicati per dissimulare protezionismi. Si sottolinea anche l’importanza della corretta applicazione dei trattati sugli standard di lavoro. Particolare attenzione viene data alla necessità di un’applicazione più rigorosa degli accordi sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale (accordo Trips) e all’importanza di facilitare gli scambi attraverso accordi di armonizzazione delle procedure doganali. Codificazione dello stand-still su commercio elettronico, armonizzazione delle legislazioni della concorrenza e completa eliminazione delle tariffe più basse, concludono la lista delle priorità. Il Millennium Round sarà sicuramente un processo articolato e faticoso, che dovrà essere il più possibile guidato dalla partecipazione. Per un grande Paese esportatore come l’Italia, l’azione di rappresentanza e di raccordo della Cci riveste un ruolo fondamentale.

*Presidente della Camera di commercio internazionale - Sezione italiana

 

L’AMERICA HA PAURA DI BARRIERE PER INTERNET

Marco Valsania

il Sole 24 Ore, 30 novembre 1999

Il commercio elettronico è in testa alle preoccupazioni del rappresentante Usa Charlene Barshefsky: l’obiettivo è quello di evitare che vengano erette barriere. Obiettivo che non è più facile del tradizionale compito di rimuovere gli ostacoli alla liberalizzazione dell’interscambio. Le resistenze non mancano, nutrite dai timori di soccombere a nuove forme di egemonia Usa. Le statistiche sulla forza americana nel cyberspazio sono indiscutibili: con il 5% della popolazione, gli Stati Uniti contano sul 50% dei computer collegati all’autostrada elettronica. E l’entusiasmo per la possibilità di compiere acquisti online viene guardata con scetticismo anche da molti partner degli Stati Uniti. Ma a Seattle, accanto ai negoziatori commerciali, si sono dati appuntamento anche centinaia di associazioni per protestare contro la liberalizzazione e i suoi effetti sull’ambiente, sui diritti dei consumatori e su quelli dei lavoratori. Secondo alcune stime, oltre 500 organizzazioni, dagli ecologisti del Sierra Club al sindacato dell’acciaio, la United Steelworkers of America, hanno mobilitato 50mila persone. E la settimana di protesta, battezzata la Battaglia di Seattle, è stata inaugurata ieri dalle prime manifestazioni, con una nuova versione di quel Tea Party che diede il via alla lotta d’indipendenza americana. In questo caso in mare finiscono, tra l’altro, acciaio cinese e carne agli ormoni. Le tensioni complicano anche i rapporti tra Paesi e tra gruppi di Paesi, creando un’intricata rete di conflitti. Alcuni esempi: Usa ed Ue sono ai ferri corti sull’agricoltura, con Washington impegnata a cercare l’eliminazione dei sussidi affermando che per l’85% sono utilizzati dalla Ue. Il Giappone critica le misure antidumping Usa mentre la richiesta americana ed europea di affrontare il capitolo delle condizioni di lavoro ha sollevato la protesta di numerosi Pvs, che denunciano il tentativo di colpire il loro export.