LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

MERCOLEDÌ 1° DICEMBRE

 

IL POKER DEI BUGIARDI AL TAVOLO DI SEATTLE

Vittorio Zucconi

la Repubblica, 1° dicembre 1999

Arrivata con tutte le carte vincenti in mano a quel "poker dei bugiardi" che è il vertice del commercio globale, l'America si era illusa di poter prendere il piatto e di regalare a Bill Clinton l'ultimo trionfo del suo crepuscolo presidenziale. Non sta accadendo, non accadrà. Perché se è vero che gli Stati Uniti hanno in pugno le carte che dominano la partita della globalizzazione - la moneta di riferimento, la lingua franca dell'economia, l'oro bianco delle cibertecnologie, il controllo della cultura di massa e l'ultima (e unica) forza armata planetaria - gli altri, i giocatori più deboli e confusi come l'Europa, hanno portato il jolly che ha congelato la mano. Hanno calato la carta della paura della prepotenza americana tradotta in quelle trasparenti ed efficaci metafore del nuovo anti-americanismo che sono i cibi transgenici, le bistecche agli ormoni, i debiti dei Paesi poveri, l'avversione per Gates-Microsoft e il timore dell'egemonia culturale di Hollywood e della TV yankee. La prima delusione, per l'America di questo Clinton che annaspa e si consuma nel tramonto in viaggi di Stato per cercare il "posto nella storia" che lavi la macchia di Monica, è stata la diserzione dei massimi leader politici. Da Chirac a Prodi, da D'Alema a Castro a Blair, tutti i "titolari" del mondo hanno respinto l'invito americano al concilio del WTO, dell'organizzazione mondiale del commercio a Seattle, schierando invece le seconde squadre, diplomatici, ministri e sottosegretari. Dunque Clinton ha parlato, ieri, a un'assemblea di rispettabili personaggi che avevano, in pratica, soltanto il potere di ascoltarlo ma non certo quello di impegnare politicamente le 135 nazioni che essi rappresentano. Il solo modo sicuro di non perdere una partita è evidentemente di non giocarla.

Ma la seconda, e più sostanziale sconfitta americana, è stata l'abilità con la quale gli avversari sono riusciti a ribaltare completamente i termini dello scontro: da un vertice sui vantaggi del libero commercio mondiale si è arrivati a un vertice sui rischi, costringendo così - come hanno dimostrato le parole "difensive" pronunciate da Clinton - la squadra americana a difendersi, e non ad attaccare. La strana, ma formidabile alleanza di agitatori ecologisti e di ambasciatori europei, di blue jeans e di doppiopetti, di mamme contro il "Frankenfood", il cibo geneticamente alterato, e di interessi agricoli europei ha messo in difficoltà la squadra americana che era andata a Seattle per lanciare un nuovo giro di liberalizzazioni tariffarie chiamato, secondo la retorica del momento, il "Millennium Round".

Quello che indigna e infuria (segretamente) i giocatori americani battuti prima ancora di potere calare le carte, è che i loro avversari europei siano riusciti a indossare i panni della vittima e dei protettori della salute internazionale quando sono proprio gli europei, secondo gli americani, la vera e grande diga che impedisce per egoismo al commercio mondiale di portare i benefici del mercato ovunque, dalla Cina al Rwanda, dalla Bielorussia alla Birmania. La riduzione dei dazi e delle dogane, imposta quasi mezzo secolo fa dal primo accordo imposto dagli Usa e chiamato Gatt, "ha moltiplicato per 15 volte il prodotto lordo mondiale e per 3 volte il reddito medio pro capite di ogni abitante del pianeta" ha detto Clinton. E se fare una media tra i guadagni di Bill Gates e quelli di un pastore mongolo ha poco senso, hanno ragione gli americani quando dicono, in privato, che l'Europa respinge i prodotti agricoli americani e bombarda i ristoranti McDonald's non perché abbia paura del "Frankenfood" o della bistecca agli ormoni, ma per difendere la sua antiquata agricoltura, pagata a caro prezzo dai consumatori europei. Mangiare, in America, costa un terzo di quanto costi la spesa a una famiglia italiana.

Ma questo di Seattle è, appunto, un "poker di bugiardi" dove tutti, piccoli e grandi, mentono e nessuno può proclamarsi "giusto". Bara Washington, sostenendo la propria industria aeronautica civile con le commesse militari, una forma di sovvenzione statale simile a quella, più esplicita, che ha fatto nascere e prosperare con finanziamenti pubblici l'Airbus concorrente della Boeing. L'Europa si trascina da 50 anni l'enorme e pesantissima coda di paglia protezionistica della sua agricoltura superprotetta e sempre sbilanciata a favore di francesi e tedeschi (vedi i cortei di trattori in Veneto). Ma il Tesoro americano che protesta sborsa poi 20 mila miliardi di lire l'anno per ridurre la produzione agricola in Usa e sostenere i prezzi e i profitti. Le nuove agrotecnologie, dietro immagini orripilanti di pomodori con pelle di pesce e chicchi di granturco con un cuore di maiale promettono, se saranno sicure, quei salti di produttività che devono sfamare i sei miliardi di abitanti del pianeta, per i quali la fame di oggi è più urgente delle angosce di domani. Ma dietro la giusta ricerca di nuove coltivazioni più ricche e resistenti ai parassiti, si intravedono i profili dei grandi conglomerati americani dell'agribusiness, non certo la Caritas Internationalis. E non è colpa, anzi è merito, della creatività americana se il mondo divora i suoi film e telefilm, preferendo i "Simpson" e "X Files" agli avanspettacoli di provincia prodotti da Rai e Mediaset o all'onanismo letterario della Tv francese. Quando gli europei sanno offrire prodotti di qualità, dalle scarpe ai film di Benigni alle nostre grandi squadre di calcio ormai popolari a New York come a Milano o a Roma, quei prodotti scavalcano le frontiere senza difficoltà. Fortunatamente, la sconfitta dell'America in questo giro del "poker dei bugiardi" non sarà la sconfitta del liberismo commerciale che sopravvive alle paure e alle menzogne, ma soltanto un blocco temporaneo alla frenetica, e spesso cieca, rincorsa al "nuovo" visto sempre, dagli americani, come il "meglio". Non per nobiltà culturale, ma per banali interessi, l'Europa funziona da limitatore di giri per l'America così come l'America deve continuare a servire da acceleratore per scuotere la sclerosi dirigista del vecchio mondo. Il "Nuovo Millennio" ha bisogno, come tutti i millenni, di dialettica, di spinte opposte, di sintesi, e non di corse cieche a senso unico. Ci sono 100 mila dimostranti, a Seattle in queste ore, contro il commercio libero mondiale, ma ci sono un miliardo e mezzo di abitanti della Terra che sognano di essere ammessi nel circolo della prosperità da commercio. Il peggiore esito, al poker dei ricchi bugiardi, sarebbe quello di riservare il piatto a chi ha già troppo da mangiare.

 

CROCIATA UMANISTA

Bernardo Valli

la Repubblica, 1° dicembre 1999

Gli europei sono partiti lancia in resta per Seattle, pronti ad affrontare un'America che li affascina e li intimidisce. Impacciati da sentimenti tanto contrastanti, su un campo di battaglia o in uno stadio sarebbero votati alla sconfitta.

Ma trattandosi di commercio, di mercanzie, dunque di denaro, in quel contesto non è prevista la distruzione o l'umiliazione dell'avversario, che è pur sempre un cliente e quindi a Seattle nel peggiore dei casi si rischiano soltanto compromessi o rinvii. Insomma i nostri eroi non periranno come il prode Anselmo in quella crociata in terra lontana: ritorneranno con il mito e la paura dell'America intatti nella bisaccia. Gli inviati dei paesi europei si sentono i paladini della diversità in lotta contro l'uniformità degli Stati Uniti: si dichiarano i difensori delle loro identità nazionali minacciate dal modello unico d'Oltreatlantico. In realtà ha ragione chi sostiene che l'America è anzitutto una potenza mentale, che tutti imitano denunciandone al tempo stesso l'invadenza, imputandole tutte le malefatte del pianeta. In quanto alla sua uniformità, non credo ci sia paese con più diversità e individualismi degli Stati Uniti. Né che sia mai esistita una potenza imperiale con una filosofia (la pratica va verificata volta per volta) tanto rispettosa delle minoranze. Un certo tipo di antiamericanismo sembra l'innocua caricatura di quello che, nella prima metà del nostro secolo, spinse non pochi intellettuali europei allergici al "Via col Vento" di Margaret Mitchell ad abbracciare il più incisivo "Mein Kampf" di Adolf Hitler, il quale predicava tra l'altro un suo europeismo. Oggi ai McDonald e ai serial televisivi non ci sono alternative altrettanto importanti. Quelle pericolose di un tempo le hanno spazzate via i soliti americani. I quali hanno finito con l'imporre il loro modello. Quello democratico. I tam tam in azione in queste ore, mentre a Seattle si comincia a discutere, imponevano questa premessa. Dopo la quale si possono elencare i rischi, le ambiguità, i vantaggi, insomma i problemi che pone a noi europei la "globalizzazione", alla base dei negoziati in corso nel quadro dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Quel fenomeno non si limita ad intensificare gli scambi commerciali sul tappeto: è qualcosa di molto più vasto e profondo: è il brusco avvicinamento di paesi, di popoli, di società, dovuto a ragioni tecnologiche (televisioni via satellite, internet...), economiche (interdipendenza tra piazze finanziarie, fusioni transnazionali di grandi aziende...), e naturalmente politiche (l'assenza di alternative al pensiero liberale e alla pratica liberista). Valori e principi di cui gli americani non sono soltanto i naturali portatori, ma anche i missionari, gli estremisti, e quindi i sospetti difensori. Tanto più che essendo i più forti in tutti i campi potranno scorrazzare a piacere con i loro dollari e i loro prodotti industriali e culturali in un pianeta con meno o senza più steccati. E sono proprio questi steccati (protezionistici) che si vorrebbero abbassare o abbattere a Seattle.

Il guaio dell'America risiede oggi nella sua incontestata potenza. Il monopolio del potere (economico, militare, tecnologico, culturale) di cui dispone nuoce alla sua immagine. La società che considera una bestemmia il monopolio in economia dovrebbe saperlo. E' probabilmente vera la teoria del reluctant imperialism, dell'imperialismo forzato che essa deve esercitare nonostante i suoi istinti isolazionisti: ma gli europei vedono in lei la superpotenza senza la quale nulla si decide o si muove, come se il mondo fosse una provincia dell'impero. Al punto che gli adulteri presidenziali influenzano il corso della storia diventata universale. L'America si può persino permettere il lusso di sprofondare nel ridicolo. Tanto nessuno minaccia la sua supremazia. E' con questa visione, più o meno inconscia, che gli europei affascinati e infastiditi sono partiti per Seattle. Essi non rifiutano il principio della "globalizzazione" impostosi nel 1989, quando l'ormai decennale agonia del mondo comunista è entrata nella fase finale. Ma l'economia sociale di mercato di stampo europeo ha resistito e resiste più di quanto lasci trasparire il dibattito sul neoliberismo in corso tra i governanti di sinistra: e la diffidenza con cui questi ultimi hanno affrontato la discussione proposta dall'Organizzazione Mondiale del Commercio è dovuta in larga parte al timore che una brusca accelerazione nell'apertura dei mercati minacci i loro sistemi di protezione sociale. Sistemi che gli americani condannano come obsoleti e indicano come cause principali della tardiva ripresa economica sul Vecchio Continente. Alla crociata liberista degli Stati Uniti, gli europei oppongono una crociata (definita da alcuni) umanista, nel senso che tenderebbe a umanizzare la "globalizzazione": vale a dire a proteggere l'ambiente, a garantire la sicurezza alimentare, a preservare alcune norme sociali che fanno parte del patrimonio storico, a evitare insomma che il libero scambio diventi una giungla. Uno degli slogan dominanti in campo europeo è: i popoli vogliono scambiare i loro prodotti ma vogliono conservare le loro anime. Nel rifiuto di includere nel negoziato capitoli riguardanti l'insegnamento, il cinema e la tv, è evidente il timore di veder sfumare le diversità europee, a profitto di una cultura dominante americana che condurrebbe al paventato "modello unico".

Un altro slogan è: la cultura non è una mercanzia. Ma si salva una cultura proteggendola? Imponendo delle quote? L'argomento si presta a numerose ambiguità. Non si risolve con una battuta o con un rifiuto, in un'epoca in cui le parole e le immagini volano nello spazio, al di sopra di qualsiasi barriera. Qualche regola è tuttavia indispensabile, perché c'è un substrato sociale da preservare. Non tanto dal reluctant imperialism della superpotenza, quanto per rispetto verso se stessi.

 

LA SFIDA DEI GUERRIERI VERDI

Più di centomila per dire no al mercato globale

Antonio Cianciullo

la Repubblica, 1° dicembre 1999

Seattle - Catherine ha nove anni e ride soddisfatta dentro una maschera da tartaruga più grande di lei. A tre file di distanza un tecnico della Boeing non ha l'aria di divertirsi: inalbera un cartello contro i "ladri di posti di lavoro". Poco più in là tornano i sorrisi attorno alla delegazione di agricoltori francesi che distribuisce fette di baguette con Roquefort, uno spuntino certamente privo di trappole transgeniche. A due chilometri un drappello di teppisti si diverte a rompere vetrine. Più che una manifestazione è uno spaccato sociologico, un frullato di mondi diversi e forze che sembra impossibile conciliare. Hamburger e frutta biologica, preghiere e anatemi, i due di Earth First! e gli intellettuali del Sierra Club, il country e i lacrimogeni. Eppure, dopo tre giorni di assedio, questa Woodstock della globalizzazione ha conquistato le mura della down town: per un'intera giornata il centro di Seattle è stato occupato da ragazze con farfalle dipinte sul viso, dagli om dei monaci tibetani, da operai innervositi dalla concorrenza orientale, da una folla di delfini e tartarughe agitati sui cartelli, dagli agricoltori in lotta contro l'invasione transgenica. Agli attivisti arrivati in trasferta da più di 80 Paesi ieri si sono aggiunte truppe fresche: centinaia di pullman hanno rovesciato un fiume di cappelletti arancioni dell'Unione dei lavoratori meccanici e aerospaziali e di impermeabili gialli con la scritta "la protesta del secolo: no al Wto". Questa armata eterogenea per una giornata è stata tenuta assieme da uno scopo concreto: ridimensionare il Wto, l'organizzazione mondiale del commercio che, grazie al potere di sanzione economica, riesce a fare e disfare in pochi mesi equilibri che le Nazioni Unite hanno impiegato decenni a costruire: dalla proibizione della vendita di amianto a quella delle reti che uccidono le tartarughe, dalla carne agli ormoni al taglio indiscriminato delle foreste tropicali, non c'è divieto che non rischi la scomunica presso l'organizzazione per il commercio, allergica a ogni vincolo che possa intaccare la libertà di scambio.

La trasformazione del Wto da anonimo regolatore delle tariffe ad arbitro del mercato globale è il fenomeno che i ragazzi di Internet, gli organizzatori della prima manifestazione telematica della storia, hanno voluto denunciare. Per tutta la mattina il corteo ha attraversato la città, fino a raggiungere la roccaforte del Wto circondata già all'alba da altri gruppi di manifestanti. Anche lo Sheraton è stato assediato da una tripla catena umana che ha bloccato le uscite principali costringendo le delegazioni ufficiali a uscire di soppiatto dai garage. Una delegata colombiana, Martha Ramirez, è stata anche malmenata da un gruppo di dimostranti. E' stato a questo punto, le dieci del mattino (le 19 italiane), che la polizia ha deciso di caricare con i lacrimogeni per riconquistare il corridoio tra Sheraton e Centro congressi dove si svolge il meeting del Wto. La tensione è salita di colpo. E per tutta la giornata un gruppetto di decine di teppisti armati di bastoni e maschere antigas ha creato un clima di guerriglia urbana che però non ha toccato la parte centrale della manifestazione.

Gli anti-Wto hanno vinto la prima mano convincendo Clinton a una prudente marcia indietro (il presidente americano ha rinviato il viaggio a Seattle per lasciar defluire l'esercito dei gruppi che si battono per i diritti civili). E sono di fatto riusciti a tenere sotto scacco i 5 mila delegati del congresso: lunedì i lavori sono cominciati con quattro ore di ritardo e anche il calendario dell'inaugurazione di ieri è saltato. Il controvertice ha vinto - per il momento - la battaglia di Seattle perché è riuscito a schierare in campo truppe numerose e perché l'attenzione dei consumatori attorno al problema della sicurezza alimentare e del commercio internazionale sta crescendo. Secondo un sondaggio sottolineato dalle televisioni Usa, due cittadini su tre pensano che la globalizzazione porterà via lavoro per la concorrenza dei paesi dove i dipendenti hanno meno diritti. Ma l'esito finale della guerra per la regolamentazione del commercio internazionale è più che mai incerto: mentre il centro è occupato da parecchie decine di migliaia di persone, forse davvero i 100-150 mila dichiarati dagli organizzatori, non è chiaro come finirà la partita. Ieri a Washington la Food and Drug Administration è tornata a occuparsi del problema della sicurezza alimentare e dei transgenici, che gli ambientalisti hanno soprannominato il Frankenstein Food. Se gli europei continueranno a far muro contro i cibi dal Dna artificiale, le previsioni della Deutsche Bank, che ha titolato il suo ultimo rapporto "Gli organismi geneticamente modificati sono morti", si avvereranno. E si moltiplicheranno in Usa, Brasile, Argentina, le pressioni per garantire la produzione di alimenti in grado di sfondare sull'esigente mercato europeo.

 

NEL CUORE DEL CORTEO

Goffredo Buccini

il Corriere della Sera, 1° dicembre 1999

Seattle — Sta nel terzo cordone, quello dei più tosti, Madeleine, e non spiccica una parola. Dieci anni, uno scricciolo, gli occhi color Pacifico velati appena dalla paura, addosso un eskimuccio che ha conosciuto altre stagioni. I grandi la sballottolano un po'. Attorno urla, fischi, slogan, sirene, imprecazioni. Alle nove del mattino davanti all'hotel Sheraton, incrocio tra la Sesta Avenue e Pike Street, volano le prime spinte, l'aria già si riscalda. La zona è strategica perché spalanca la strada verso il centro congressi e il Paramount, dove si sta aprendo la Wto: quindi è contesa tra i poliziotti e i manifestanti. Mamma Wendy World, medico qui a Seattle, sta nel secondo cordone, appena dietro Madeleine. Stessi occhi, ma ancora infiammati da battaglie mai dimenticate: il Vietnam, i diritti civili. Cinge le spalle della figlia: "L'ho portata a vedere cos'è l'ingiustizia e come bisogna combatterla... no, non sono troppo preoccupata dagli scontri. Del resto, c'è qui accanto anche la mia migliore amica, Jennifer, che fa la pianista, non la buttafuori". Jennifer Camble ridacchia, e non si accorge subito di quei ragazzotti con i passamontagna neri che bloccano due macchine degli sceriffi, tirano su la prima barricata, corrono sulla Nona Avenue per montare sopra gli autobus messi di traverso, accendono la prima miccia. Clinton aveva detto: "Chiunque abbia un'ascia da affilare sta venendo a Seattle. Voglio che vengano, voglio un'enorme discussione". L'hanno accontentato. Alle dieci e un quarto la situazione sembra fuori controllo, sicché i poliziotti tra la Sesta e Union Street mettono le maschere antigas e si preparano a spruzzare spray irritante. I ragazzi gridano: "No gas, no gas!". Inutile. Ecco i candelotti, anche all'incrocio tra University e la Quinta, dove molti si stendono a terra per tentare la resistenza passiva come ai tempi di "Fragole e sangue". Ecco i primi arresti, le prime fughe, qualcuno che risponde lanciando petardi molto potenti che provocano brevi ondate di panico. Ma non è solo guerriglia a downtown, nel quartiere degli affari e delle vetrine. Ci sono mille e una sorpresa dentro questa folla che trabocca nella città sin dall'alba, sotto la pioggia che va e viene, tra decine di migliaia di giovani e meno giovani che a mezzogiorno si raccolgono pacificamente al Memorial Stadium. Sindacati e ambientalisti, certo, ma non solo. No alla globalizzazione, ma anche altro. Ci sono quelli che gridano: Tibet libero. Quelli che ce l'hanno ancora con gli yuppies.Quelli dell'associazione delle chiese, che vogliono cancellare i debiti del terzo mondo. Ragazze vestite come tartarughine, "perché le tartarughe di mare finiscono nelle reti dei pescatori di gamberi e anche questa è colpa della Wto". "E' come un piccolo Carnevale contro lo scippo delle persone infelici sotto il capitalismo", dice uno dei leader, Mike Dolan. E' un piccolo Carnevale del mondo, che dopo almeno dieci anni e passa di grisaglia e obbedienza decide di scegliersi un palcoscenico per mettersi in maschera e alzare la voce. Un piccolo Carnevale dove i delegati della Wto devono avvicinarsi al congresso dribblando le vetrine sfondate di McDonald's, i ragazzi che bloccano le strade, i manganelli dei poliziotti che bloccano i ragazzi e che di colpo non sembrano più soltanto ornamentali. Contro i cordoni della protesta molti tentano di trattare. Augusto Bocchini, presidente di Confagricoltura, guida un piccolo drappello di colleghi: "Parlate tanto di global democracy, ma che democrazia è la vostra?". Niente da fare, gli adolescenti di guardia non si smuovono d'un metro: "La vostra Wto è uno stramaledetto schifo, amico, tornatevene indietro". Il suo vice, Fabrizio Marsano, la prende con un sorriso: "Mah, forse qualcosa di simile l'ho fatto pure io alla loro età, chissà... E poi noi siamo soltanto la sceneggiata, Clinton e gli altri sono entrati. Noi dovevamo incontrare Fassino". I delegati vagano cercando il vicolo giusto per sgattaiolare tra gli sbarramenti, finché gli sceriffi non decidono di fare largo, largo alla Wto. Attorno, fino ad allora, la giornata è colorata di giallo, come i pompelmi del mercato e le mantelle antipioggia d'ordinanza: "La più grande protesta del secolo", si legge sulla mantella di David Shonbrunn, assistente legale in una tv californiana, pancia straripante e barba grigia: "Non ho fatto abbastanza quando avevo vent'anni". Aaron di anni ne ha 19 e non vuol rischiare: "Ho viaggiato 15 ore in bus da San Francisco per protestare in nome dei miei fratelli che in Vietnam vivono con venti dollari al mese". Tra fantocci e striscioni, giganteschi pugni chiusi tinti di rosso e farfalle di cartapesta, santoni della contestazione e ultraconservatori fedeli a Pat Buchanan che vogliono recuperare "la sovranità americana", rasta e grunge, treccine e piercing, il Memorial stadium è ormai stracolmo e le sale della Wto ancora a luci spente. Ed è chiaro che la protesta, comunque finisca, ha stravinto in questa prima mattinata, mentre sfilano infine i babbo natale: "Basta con la guerra ai poveri". Sfilano altre tartarughine, come Julia, 13 anni: "Il mondo può essere migliore, sono qui per questo". Sfilano le nonne, come Naomi Wagner, 54 anni, una balena da proteggere come simbolo di lotta, cinque nipoti che la guardano: "Questi ragazzi sono molto meno violenti e più sofisticati di noi". Vallo a spiegare ai poliziotti, che adesso puntano i fucili ad altezza d'uomo. Vallo a spiegare a a quei trenta imbecilli col passamontagna nero che fracassano tutto: la battaglia si riaccende tra la Sesta e Pine Street. Autoblindo, ancora lacrimogeni. Madeleine ormai è lontana, e chissà cos'ha capito in mezzo a tanto fumo.

 

LAMY: MA IL NEMICO NON SIAMO NOI

Marco Cecchini

il Corriere della Sera, 1° dicembre 1999

Seattle — "Si possono comprendere le ragioni della protesta, ma non se ne possono condividere gli obiettivi. Se volete una globalizzazione dal volto umano, la Wto lavora per questo: dunque perché prendersela proprio con la Wto?". Da Pascal Lamy, il negoziatore della Unione europea, al ministro del Commercio estero italiano, Piero Fassino, la risposta dei delegati di Seattle ai manifestanti che ieri li hanno tenuti sotto assedio per ore è sostanzialmente questa. Come dire: ragazzi, per certi versi avete ragione, ma il nemico non è qui, non siamo noi. La nave del Millennium Round molla ufficialmente gli ormeggi in un clima che solo qualche mese fa nessuno si sarebbe immaginato: cortei nelle strade, il numero uno dell'Onu, Kofi Annan, bloccato nel suo albergo, la signora Charlene Barshefsky, responsabile del Commercio Usa, e maestra della cerimonia di apertura, che ha atteso invano l'arrivo dei colleghi nel Paramount Theater semivuoto. Ma visto dall'altra parte della "barricata", il paradosso di questo avvio pirotecnico è che la protesta potrebbe venire in qualche modo utile, anche se certamente nessuno l’ha auspicata, in un gioco negoziale sempre più complesso. Soprattutto in casa europea, dove più che negli Stati Uniti si punta a regolare i processi di liberalizzazione, la contestazione di questi giorni viene vista come uno stimolo potenziale a governare di più la globalizzazione. "Non sono sorpreso - spiega Fassino -, queste manifestazioni dimostrano la grande attenzione cresciuta nell'opinione pubblica su questi temi, sono significative".

Detto questo, e tenuto nel debito conto il sentimento di frustrazione che la dura giornata di ieri ha lasciato nei delegati del primo, secondo e terzo mondo, restano le divisioni. Il no alla globalizzazione o la richiesta di una globalizzazione dal volto più umano gridati nelle strade non hanno cambiato per ora il copione della commedia recitata dai signori del commercio: Europa contro Usa, Nord contro Sud e la ricerca ancora problematica di una intesa sull'agenda dei lavori. L'impressione è anche che nel gioco delle contrapposizioni l'Europa rischi di farsi sopraffare dal maggiore dinamismo americano, lasciando spazio proprio a chi è più sensibile alle ragioni del free trade, il commercio libero, piuttosto che del fair trade, il commercio giusto. Washington, per esempio, ha già messo a punto una sua proposta di conclusioni del vertice, l'Unione europea no. "Dobbiamo serrare le file — ha spiegato ieri il ministro dell'Agricoltura italiano, Paolo De Castro — per non arrivare venerdì a dovere trattare solo sul testo degli Stati Uniti". Il rischio che il summit si concluda con un compromesso sbilanciato sulle posizioni di Washington dunque c'è. Partita la conferenza, si continua comunque a lavorare dietro le quinte. I ministri europei si sono incontrati ieri. Bruxelles punta a fare asse, da una parte con quei Paesi industriali, come Giappone e Corea, che sull'agricoltura e sulle tariffe sono più vicini alle sue posizioni, dall'altra a stringere accordi con alcuni Paesi in via di sviluppo. Dopodiché la trattativa con gli americani potrebbe avvenire da posizioni di minore debolezza.

Ma le posizioni di Washington e di Bruxelles sull'agricoltura restano distanti, mentre le liberalizzazioni e una maggiore attenzione ai diritti del lavoro e all'ambiente chieste dai Paesi industriali continuano a incontrare l'opposizione dei Paesi in via di sviluppo. La protesta intanto va avanti.

 

E I DELEGATI NON RIESCONO AD APRIRE NEMMENO L'AGENDA

l'Avvenire, 1° dicembre 1999

Seattle. Ammesso che riescano a concentrarsi sul loro lavoro, prima o poi delegati al vertice del Wto dovranno cominciare a parlare di commercio. Dopo aver scampato la minaccia del leader cubano Castro, che ha deciso di restare a L'Avana per evitare l'arresto a Seattle, i guru della globalizzazione hanno dovuto rimandare i discorsi ufficiali di apertura, perché la guerriglia in mezzo alla strada ha impedito persino al segretario generale dell'Onu Kofi Annan di arrivare al suo posto. In fondo questa espressione originale della "democrazia diretta" non sarebbe una tragedia, se non fosse violenta e se i delegati sapessero cosa fare, una volta seduti al tavolo. Il vero problema, però, è che la confusione della piazza regna anche sui temi del vertice. La discussione, al momento, è sempre concentrata sulla definizione dell'agenda per il Millennium round, ossia la nuova sessione negoziale che dovrebbe cominciare a Seattle, per abbassare nel giro di almeno tre anni i dazi e le barriere che ancora ostacolano gli scambi internazionali in molti settori. Ieri, in teoria, la giornata doveva essere dedicata al commercio elettronico, ossia quello che avviene tramite Internet. Ma il ministro italiano Fassino ha ammesso che l'Europa in questo campo è così arretrata, da non avere neppure una posizione comune ufficiale. Quindi gli Stati Uniti, dove ormai quasi un quarto dell'economia si nutre della rivoluzione digitale, puntano come minimo a mantenere la situazione attuale. Ossia niente tasse su Internet, per la gioia del fondatore della Microsoft Bill Gates, copresidente del comitato organizzatore di Seattle '99. Bruxelles, invece, ha preso una posizione d'avanguardia a favore dei paesi in via di sviluppo, proponendo l'eliminazione dei dazi sulle esportazioni dei 48 stati più poveri del mondo. Queste nazioni dovrebbero ricevere anche i benefici della riduzione del debito insostenibile, avviata da Fmi, Banca Mondiale e donatori. Quindi la cancellazione delle tariffe doganali offrirebbe nuovi mercati ai prodotti delle loro economie. Gli Stati Uniti però non hanno ancora dato il proprio assenso, e il problema si collega a quello del lavoro minorile, e ad altre forme di sfruttamento. Il rischio è che i paesi beneficiati violino i diritti umani dei loro cittadini, per approfittare dell'occasione, e lo stesso Fassino ha ammesso che il Wto "può solo invitarli a non seguire questa strada".

Anche sull'agricoltura e i cibi transgenici la battaglia resta aperta, dopo la pittoresca apparizione dell'allevatore francese Josè Bovè davanti ad un McDonald di Seattle. L'Europa viene accusata di concorrenza sleale, a causa dei sussidi mascherati come strumenti di protezione della propria cultura. Ma il governo americano, solo nell'anno in corso, ha fatto arrivare ai suoi agricoltori aiuti per circa 8 miliardi di dollari, infilati in varie leggi di finanziamento dello stato. Il ministro italiano dell'agricoltura De Castro ha detto che l'Europa sta lavorando con gli alleati tradizionali come Giappone, Svizzera e Corea, ma ha aggiunto che forse Roma troverebbe più facilmente un accordo con gli Stati Uniti, perché esportano prodotti diversi da quelli mediterranei, mentre potrebbe avere difficoltà con Paesi tipo il Brasile o il Messico.

 

IL BAZAR GLOBALE SCOPRE UNA SOCIETÀ EMERGENTE

Vittorio E. Parsi

l'Avvenire, 1° dicembre 1999

Tra clamori di protesta, trionfalistici squilli di tromba e un ritardo quasi "teatrale" dovuto al timore di un clamoroso attentato, ha finalmente preso avvio a Seattle il "Millennium Round" del Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio). Al di là di quelle che possano essere le opinioni di ciascuno sul fenomeno della globalizzazione, e le giustificate riserve su taluni dei suoi effetti sugli oltre sei miliardi di abitanti del pianeta, questa sorta di bazar globale che sconvolgerà per qualche giorno la vita dei cittadini di Seattle, capitale dello Stato di Washington e della Microsoft, fornisce forse la più interessante metafora alla fase nuova che il mondo sta vivendo: per lo meno a partire dalla fine del bipolarismo sovietico-americano. A Seattle paladini e oppositori dell'economia globale si ritroveranno fianco a fianco, intenti a contendersi il medesimo spazio mediatico, alla ricerca di una tribuna transnazionale alla quale far giungere le proprie ragioni. Allo stesso modo, leader politici e rappresentanti di organizzazioni non governative e dei più forti interessi economici privati saranno costretti a confrontarsi in un'arena nella quale, davvero, la distinzione tra ciò che è decisione politica e inarrestabile pressione economica si stempera, fino al punto di annebbiare l'analisi di chi voglia a tutti i costi tenerle distinte.

Anche in questo, il vertice di Seattle ricorda gli antichi bazar, dove parole e interesse del "principe" (del potere politico) perdevano parte della loro specifica superiorità, e dovevano invece più o meno faticosamente individuare la strada più efficace per trovare essi stessi udienza presso la società civile. Non c'è dubbio infatti, che l'avvento dell'era della globalizzazione rappresenti comunque una grande opportunità per ribilanciare i conti tra società civile e potere pubblico. A mano a mano che ci inoltriamo in questa fase ancora largamente sconosciuta della storia, constatiamo proprio come una emergente "società civile globale" si palesi sempre più come il soggetto nuovo della politica internazionale. È una società ancora fortemente occidentocentrica, una società nella quale i rapporti di potere e convivenza sono ancora ben lungi dell'essere non tanto codificati in maniera accettabile, ma neppure solo e semplicemente codificati. Eppure essa è il nuovo attore con il quale governi e organizzazioni politiche internazionali (poco qui importa se già formalizzati, oppure ancora nella forma più fluida di comitati e direttorii informali) devono ogni giorno in maniera crescente fare i conti. Che il processo sia importante è ben attestato da una semplice constatazione. Quando la politica internazionale si manifesta nella sua forma classica e anche usurata di politica di potenza, la società civile perde palcoscenico e proscenio: lo abbiamo visto durante la guerra del Kosovo. E, d'altra parte, proprio il ricordo recente di quella guerra - e le sue cause e conseguenze tuttora pendenti - ci rammenta che un simile processo è ricco di sfumature, contraddizioni e chiaroscuri.

Converrà allora non farsi distrarre eccessivamente da eventi pur importanti - come l'ingresso della Cina nel circuito dell'economia globale - ma comunque ancora inscrivibili dentro un mondo fatto da e per gli Stati. E tenere invece bene a mente che, a prescindere da quelli che saranno gli esiti più immediati, Seattle rappresenta un passaggio decisivo anche dal punto di vista simbolico, soprattutto perché costringe gli attori classici della politica internazionale (cioè gli Stati) alla consapevolezza che sempre di più dovranno confrontarsi con attori e logiche di natura diversa, di un intreccio e un'interdipendenza di destini ben più intricati e strutturali di quanto mai sia stato vero in passato.

 

SE I BUONI DIVENTANO CATTIVI

Ugo Bertone

la Stampa, 1° dicembre 1999

Vale di più la tutela dei diritti di un programma software, di una semente genetica o dell’infanzia di un ragazzino del Bangladesh? Difficile che una domanda del genere corra tra le decine di migliaia di contestatori che sfilano in questi giorni per Seattle, capitale del "grunge" e della "web society" e, per pochi giorni, quartier generale del Wto, centro nervoso dei commerci del pianeta (anche se, a dire il vero, il suo bilancio, 80 milioni di dollari, non sarebbe sufficiente nemmeno a comprare un bombardiere F-22...).

Eppure, a Seattle, tra una lite sull’agricoltura e un braccio di ferro sui diritti intellettuali, è in corso un aspro dibattito tra i ricchi, che impugnano una causa "buona" e politicamente corretta e i poveri che, per giunta, vestono per l’occasione i panni del "cattivo". I sindacati del mondo sviluppato, infatti, chiedono che l’accordo sui commerci preveda uno standard minimo comune per i diritti dei lavoratori. Basta con lo sfruttamento del lavoro minorile, chiedono i rappresentanti dei lavoratori, esasperati per la fuga delle multinazionali in Far East, India, Cina, Sud America, a caccia di minori costi del lavoro. L’obiettivo, insomma, è di mettere nel mirino le varie Nike o Levi’s. Con buone possibilità di successo perché il vicepresidente Al Gore, lanciato nella rincorsa alla Casa Bianca, non può fare a meno del sostegno delle "Unions", determinanti per ottenere la nomination in diversi Stati-chiave dell’Unione. Dietro ai "buonisti" dei Paesi ricchi, replicano in coro i rappresentanti del Terzo Mondo, si nasconde l’egoismo delle masse occidentali, più attente a difendere il loro benessere che non all’equità. Le regole minime sul lavoro, accusano i Paesi emergenti, altro non sono che una forma di protezionismo. Quale alternativa avrebbero i ragazzini delle favelas di Rio o delle bidonvilles di New Delhi? Di sicuro non un’istruzione adeguata alla "new economy". Forse,un destino da piccoli sicari del narcotraffico...

E’ assurdo, è il commento dei "poveri", inseguire regole mondiali in questa materia. Meglio affidare il problema ad altre organizzazioni, come l’Oil (organizzazione internazionale del lavoro). Bella scelta, ironizzano le Unions, così ci laveremo la coscienza con alcune "grida" senza efficacia concreta. Non è facile prendere posizione tra i due partiti. Anche perché nel mondo, con buona pace delle anime belle, progressiste e verdi, non esistono questioni "facili".

 

"FRAGOLE E SANGUE" VERSIONE DUEMILA

Le contraddizioni sociali al centro della protesta

la Stampa, 1° dicembre 1999

E alla fine Seattle sono riusciti a paralizzarla. Quei figli degli hippies travestiti da farfalle che hanno riscaldato l’aria fredda con l’incenso e bloccato le limousine dei delegati, ballandogli intorno al ritmo di tamburi improvvisati con bidoni di latta o scatole di cartone . Quei lontani parenti americani dei nostri autonomi divisi in squadre paramilitari, tutti in nero con il passamontagna in tinta, muniti addirittura di maschere antigas. Quei pronipoti dei ribelli del campus che gridando nelle strade ai poliziotti "no violence, no violence", hanno ricreato nella citta del futuro l’atmosfera di un famoso film sulla protesta americana degli anni ’60, "Fragole e sangue". Ebbene, questa strana combriccola che ha riunito tutti gli stereotipi delle proteste del passato, è riuscita a partecipare alla conferenza dell’organizzazione mondiale del commercio, a far sentire la sua voce contro la globalizzazione.

Forse gli arresti non saranno centinaia come avevano sperato i dimostranti per aumentare l’attenzione dei media e, magari, la diretta messa in piedi dalla tv locale ha dato un’idea fin troppo drammatica di queste ore, ma in un modo o nell’altro il primo movimento di piazza del 2000 è riuscito nel suo intento. E non tanto o, almeno, non soltanto per quello che è riuscito a combinare nella protesta, per gli obiettivi simbolici che è riuscito a centrare. Il fatto che lunedì, entrando da un’entrata secondaria lasciata incustodita dalla polizia, i dimostranti siano riusciti a far saltare la riunione di preparazione e tutti i lavori della mattina inaugurale lascia il tempo che trova. Come pure non passerà alla storia la grande prova organizzativa che hanno messo in campo ieri, quella che gli ha consentito di tenere fuori buona parte dei delegati dal Convention center (lo stesso Piero Fassino è rimasto bloccato per più di mezz’ora al ventiseiesimo piano del grattacielo che ospita gli uffici dell’Ici), o di isolare per qualche ora l’Hotel Sheraton, centro della macchina organizzativa del convegno, grazie alle barricate tirate su con i cassonetti dell’immondizia o con i box di metallo usati per vendere i giornali.

No, tutto questo sarà dimenticato tra qualche settimana. Quello che non sarà dimenticato è se oggi il Presidente Clinton incontrerà - come sembra - qualcuno di loro dopo aver dichiarato che alcune delle tesi portate avanti nella protesta sono giuste, da ascoltare. Perchè questo è un esempio del paradosso, o meglio delle contraddizioni, che aleggiano sulla conferenza del Wto.

Il dato che il Presidente sia sospeso tra i delegati e i dimostranti non può essere spiegato, infatti, solo con la grande voglia di risalire gli indici di popolarità dell’inquilino della Casa Bianca, impegnato - per paragonarsi a Kennedy - in una battaglia personale per cambiare il nome della confereneza da Millennium round a Clinton round.

Semmai il problema principale è che ci sono molte questioni importanti sul piano dei diritti e della morale, che è difficile affrontare. Clinton ascolta, dà la sua benedizione ai dimostranti, ma poi deve scontrarsi con la realtà degli interessi della potente lobby degli agricoltori americani, o delle multiunazionali statunitesi. Il realismo vale per tutti qui a Seattle e si confonde con l’impotenza che anche i paesi ricchi incontrano nel misurarsi con i guai provocati dalla globalizzazione.

Ad esempio, su centinaia di cartelloni portati in piazza dai manifestanti c’erano gli slogan contro lo sfruttamento del lavoro giovanile, c’erano anche le foto raccapricianti di bambini impegnati in lavori disumani. Eppure anche su questa battaglia che mette in subbuglio le coscienze, a cui in via di principio nessuno può rinunciare, emergono i paradossi, le contraddizioni. Intanto l’argomento è stato usato dagli Usa come dagli europei come merce di scambio per trovare alleati nella guerra che si combattono: avere l’alleanza di paesi come la Thailandia, la Malesia, la Cina dove lo sfruttamento del lavoro giovanile finisce per diventare uno dei fattori dello sviluppo economico, magari sposando una tesi meno rigida sulla cosiddetta "clausola sociale", può fare comodo. Eppoi in fin dei conti, lo stesso problema, visto da un punto di vista diverso da quello dei manifestanti, appare più complesso. "Lasciamo da parte - spiega ad esempio il ministro Fassino - i paesi dove non c’è democrazia e si usano i lavori forzati. Quelli sono un discorso a parte. In altri casi questi problemi vengono posti più per una questione di concorrenza e finiscono per dar vita a politiche protezionistiche da parte dei paesi più ricchi. Ecco perchè bisogna accompagnare una posizione rigida su questi argomenti, con interventi che aiutino le economie dei paesi sotto-sviluppati: parlo della cancellazione del debito, dell’abolizione dei dazzi e via dicendo". Questo bagno realpolitik, che può dare fastidio al comune senso del pudore, parte però da un dato difficile da confutare quanto da accettare: quei bambini non hanno alternativa, in quei paesi fuori da un duro lavoro non troverebbero la scuola, ma solo una fame più nera. Questo, insomma, è uno di quei problemi che non si risolvono manifestando nella parte ricca del pianeta, o abolendo il Wto. E neppure istituendo una commissione o dando vita ad un Forum, come ha in mente il presidente Clinton. E’ solo la prova, amara quanto si vuole, che è complesso se non impossibile governare l’economia globale con le logiche degli stati nazionali, o con lo scontro tra paesi ricchi e paesi poveri. Con queste logiche la globalizzazione andrà comunque avanti, senza regole. E su un tema caldo come lo sfruttamento del lavoro giovanile anche il potentissimo Wto "potrà solo - per usare il fatalismo di Fassino - invitare gli stati membri a rispettare i diritti...".

 

PRIMO PUNTO PER GLI USA: PASSA IL PRINCIPIO DEL "DUTY FREE"

Andrea di Robilant

la Stampa, 1° dicembre 1999

La protesta per le strade annebbiate dal gas lacrimogeno non ha impedito agli americani di segnare un primo punto nei lavori del vertice Wto: l’estensione di un regime duty-free a tutto il commercio on line. In prospettiva, le implicazioni sono enormi. Oggi il commercio elettronico rappresenta una percentuale irrisoria del commercio mondiale. Ma molti economisti sono convinti che l’"e-commerce" diventerà in pochi anni il vero motore dell’economia globale. Negli Stati Uniti il commercio elettronico è già in rapidissima espansione, trainato da colossi come Amazon.com e eBay. Quest’anno almeno il 10 per cento degli acquisti natalizi sarà fatto on line, il doppio dell’anno scorso. E ieri Charlene Barshefsky, la coriacea negoziatrice americana, ha avuto gioco facile ha sfruttare il dominio Usa in questo settore per imporre la sua linea. "Negli altri settori dobbiamo abbattere barriere", ha detto la Barshefsky. "Nel commercio elettronico quelle barriere - dazi, tariffe, tasse - per fortuna ancora non ci sono. E noi vogliamo che le cose rimangano così. Vogliamo che il commercio on line fiorisca il più possibile e senza intralci. Non dobbiamo ripetere gli errori che abbiamo commesso in passato nel commercio tradizionale". Gli europei non hanno avuto granché da ridire, anche perché, come ha candidamente ammesso il ministro per il Commercio con l’estero Piero Fassino, "gli europei su questo argomento non hanno ancora una posizione comune. Anzi, nessun governo europeo ha una posizione. Noi italiani non abbiamo una posizione. E’ un fenomeno nuovo, da noi si comincia solo adesso". Così gli Stati Uniti vanno avanti da soli su questo terreno, decisi a evitare gli errori che furono commessi tra le due guerre mondiali. "Oggi stiamo ancora cercando di abbattere le barriere che furono erette dopo la prima guerra mondiale nel commercio tradizionale", ha spiegato la Barshefsky. Qui a Seattle gli americani, forti del loro dominio, hanno ottenuto una moratoria sull’applicazione di tariffe su Internet e una cauta disponibilità di massima degli europei a non fiscalizzare il commercio on line. Ma per gli americani le riunioni di ieri sono solo l’inizio di una lunga battaglia per mantenere libero il commercio su Internet. Molti considerano il commercio elettronico come un ennesimo strumento dell’egemonia americana nel mondo. Sottolineano che la lingua dominante di Internet è l’inglese. E ricordano che l’esplosione dell’"e-commerce" negli Stati Uniti poggia anche su un sistema di stoccaggio e su una rete di trasporto e di distribuzione che non esistono in altre parti del mondo. E anche nei Paesi più avanzati - Europa, Giappone - dove l’accesso a Internet è già molto diffuso (in alcuni Paesi, soprattutto quelli scandinavi, più diffuso che negli Stati Uniti), il commercio elettronico tarda a decollare per motivi culturali. Come sottolineava ieri il Wall Street Journal, "pochi europei condividono l’entusiasmo degli americani per l’acquisto on line di vestiti e cosmetici". I lobbisti dell’"e-commerce" sono arrivati a Seattle per convincere i più recalcitranti che il commercio on line permetterà ai Paesi più piccoli e meno sviluppati di competere con i Paesi ricchi fintanto che non ci saranno tariffe, dazi, prelievi fiscali e altre barriere. "Internet offre la possibilità ai Paesi più poveri di fare un vero balzo in avanti", insiste George Vradenburg, vicepresidente di America On Line, "e di accedere direttamente ai mercati più evoluti". Ma è facile capire perché questa propaganda susciti scetticismo. Dalla Rivoluzione industriale in poi, ogni evoluzione del mercato ha finito per allargare la forbice tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri.

 

TERZO MONDO, LA CHANCE DEL LIBERO SCAMBIO

Kofi A. Annan

la Stampa, 1° dicembre 1999

Tra appena un mese ci lasceremo alle spalle il XX secolo. La prima metà ha visto il mondo quasi distrutto dalla guerra - risultato dovuto in parte alle divisioni in blocchi commerciali rivali. La seconda metà ha visto un’espansione del commercio mondiale senza precedenti, che ha anche favorito una crescita economica mai vista. L’incontro organizzato dall’Organizzazione del Commercio Mondiale (Wto) a Seattle, insieme ad altri incontri previsti per i prossimi anni, potrebbe essere di cardinale importanza nel determinare se il XXI secolo volgerà al peggio, come la prima metà del XX, o al meglio, come la seconda metà.

Dopo la seconda guerra mondiale, gli statisti, lungimiranti, costituirono deliberatamente un ordine politico ed economico post bellico governato da regole che avrebbero reso possibile il libero scambio e di conseguenza reso meno probabili guerre future. Parlando in generale, vi riuscirono perché in quel momento esisteva un vasto consenso sul ruolo dello Stato nell’assicurare la piena occupazione, la stabilità dei prezzi e le reti di sicurezza sociale. Il mondo attuale è assai diverso. Le grandi reti produttive e finanziarie hanno superato i confini nazionali divenendo realmente mondiali. L’economia è divenuta globale, e la politica è rimasta principalmente locale. Ne deriva che le popolazioni sentono di non aver alcun controllo sulle decisioni che modellano la loro vita. Si sentono vulnerabili e impotenti. Questo sentimento, io penso, sta alla base di molte delle argomentazioni che ora ascoltiamo a favore dell’utilizzo della politica commerciale nel promuovere varie giuste cause. Coloro che espongono queste opinioni dànno voce a paure e ansie circa gli effetti di questa globalizzazione. Costoro hanno ragione a preoccuparsi per l’occupazione, i diritti umani, il lavoro minorile, l’ambiente, la commercializzazione della ricerca scientifica e medica. Hanno ragione a preoccuparsi soprattutto della povertà estrema in cui versano così tante popolazioni dei Paesi in via di sviluppo. Ma la globalizzazione non deve essere utilizzata come capro espiatorio degli insuccessi delle politiche nazionali. Il mondo industrializzato non deve cercare di risolvere i suoi problemi a scapito dei poveri. Ha poco senso l’impiego di restrizioni commerciali per gestire problemi che non traggono origine dal commercio ma da altre aree della politica; dal momento che aggravano la povertà e ostacolano lo sviluppo, queste restrizioni spesso peggiorano i problemi che cercano di risolvere.

L’esperienza pratica ha dimostrato che il commercio e gli investimenti determinano non solo lo sviluppo economico, ma spesso anche standard più elevati nel campo dei diritti umani e nello stesso tempo della salvaguardia dell’ambiente. Ciò avviene quando i Paesi adottano politiche e istituzioni valide. Infatti, le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, una volta che hanno la possibilità di farlo, si sforzano di avere standard più elevati. Quindi non ci si deve sorprendere se questi Paesi non si fidano di coloro che affermano di aiutarli con l’introduzione di nuove condizioni o limitazioni sul commercio. È stato detto innumerevoli volte che il libero scambio è a loro favorevole, che devono aprire le loro economie. E loro lo hanno fatto, spesso con costi molto elevati. Forse non abbastanza: molti di questi mantengono ancora barriere tariffarie alte, che limitano la concorrenza e impediscono le importazioni necessarie ai loro stessi produttori, rallentando dunque la crescita economica.

Comunque, il problema è che i Paesi ricchi hanno ridotto le loro tariffe in misura inferiore rispetto ai Paesi più poveri. Sembra che si accontentino di esportare manufatti tra di loro. E dai Paesi in via di sviluppo continuano a richiedere solo materie prime, non prodotti finiti. Il risultato è che le tariffe medie sull’importazione dei manufatti dei Paesi in via di sviluppo sono attualmente quattro volte più alte di quelle che loro esigono sui prodotti provenienti dagli altri Paesi industrializzati. Vengono utilizzate non solo tariffe, ma anche quote e multe anti-dumping per emarginare dal mercato mondiale del mondo industrializzato i prodotti provenienti dai Paesi del Terzo Mondo, soprattutto in quei settori dove i Paesi più poveri hanno un certo margine di competitività, come quello agricolo, tessile e vestiario. Sembrerebbe che in alcuni Paesi ricchi si sia diffusa l’opinione che le economie emergenti siano incapaci di concorrere onestamente a tal punto che quando loro sono in grado di produrre qualcosa a un prezzo competitivo sono automaticamente accusati di dumping, cioè di vendita sottocosto. In realtà, sono i Paesi industrializzati che stanno vendendo a basso costo il loro surplus alimentare sui mercati mondiali - un surplus generato dai sussidi di 250 miliardi di dollari ogni anno - minacciando quindi la sopravvivenza di milioni di poveri agricoltori dei Paesi in via di sviluppo, che non sono in grado di competere con prodotti importati sussidiati.

Quello di cui abbiamo bisogno ora non sono nuove restrizioni per il commercio mondiale, ma maggiore determinazione da parte dei governi nell’affrontare le questioni sociali e politiche direttamente. Non dobbiamo dare per scontato l’avanzare del libero scambio e il dominio delle regole legislative. Il libero mercato globale, come i liberi mercati nazionali, hanno bisogno di essere sostenuti da valori comuni, e resi più sicuri da istituzioni efficienti. La stessa determinata linea di leadership mostrata per la difesa della proprietà intellettuale dovremmo adottarla nella difesa dei diritti umani, degli standard lavorativi e dell’ambiente. Le Nazioni Unite - con il loro Programma Ambientale, la Commissione per i Diritti Umani e le agenzie specializzate come l’Organizzazione Mondiale del Lavoro - esistono per questo. Noi possiamo essere parte della soluzione. Ma abbiamo bisogno del settore privato. Le compagnie transnazionali sono state le prime a beneficiare dalla globalizzazione. Devono però assumersi la loro parte di responsabilità nel gestirne gli effetti.

Nel frattempo, la Wto non deve essere sviata dal suo compito primario. Questa volta i benefici del libero scambio devono estendersi a tutti i Paesi in via di sviluppo. Altrimenti l’ostruzionismo verso la globalizzazione potrebbe divenire inevitabile. Il commercio è certo meglio dell’aiuto. Se i Paesi industrializzati aprissero maggiormente i loro mercati, i Paesi in via di sviluppo potrebbero incrementare le loro esportazioni di molti miliardi di dollari l’anno - certo molto di più di quello che riceverebbero attraverso gli aiuti. Per innumerevoli milioni di poveri questo potrebbe costituire la differenza tra un presente fatto di miseria e una vita decente. E certamente il prezzo da pagare per i Paesi ricchi sarebbe minimo.

In realtà, i Paesi industrializzati farebbero un favore a se stessi. Tanto per fare un esempio, l’Unione Europea spende al momento tra il 6 e il 7% del suo pil per l’applicazione di varie tipologie di misure di protezione commerciale. Senza dubbio alcuni gruppi di europei ne stanno beneficiando, ma certamente ci deve essere un modo più economico e meno dannoso per aiutare i propri concittadini! Al punto in cui siamo le tariffe e le altre restrizioni imposte alle esportazioni provenienti dai Paesi in via di sviluppo dovrebbero essere sostanzialmente ridotte. Per quei Paesi tra i meno sviluppati i dazi e le quote dovrebbero essere del tutto eliminati. Questo nuovo giro di negoziazioni commerciali dovrebbe costituire "un giro sullo sviluppo". Il mondo ha bisogno di un sistema commerciale tanto libero quanto equo.

Segretario generale dell’Onu

 

IL MONDO SALVATO DA GIOVANI ALLEGRI

A Seattle dai tempi del Vietnam non si vedeva niente di simile

Marina Forti - inviata a Seattle

il manifesto, 1° dicembre 1999

Sono volati anche i lacrimogeni, ieri mattina nel centro di Seattle assediato dai manifestanti. La cerimonia inaugurale del vertice ministeriale dell'Organizazione mondiale del commercio (Wto) è sembrata saltare, poi è cominciata con grandissimo ritardo in un teatro del centro, anch'esso sotto assedio. Un incontro tra la negoziatrice americana Charlene Barshevski e alcuni dignitari stranieri è stato cancellato per impossibilità di raggiungersi. Sembra che anche il presidente Bill Clinton rinuncerà a venire a Seattle: voleva un lancio solenne del Millennium Round, un nuovo round di negoziati sulla liberalizzazione dei mercati, ma ora è in dubbio perfino l'esito di questo vertice. I primi lacrimogeni sono volati sulla Sesta avenue, davanti all'hotel Sheraton, sede delle delegazioni ufficiali all'Organizzazione mondiale del commercio: fin dal mattino era circondato da migliaia di manifestanti in assetto carnevalesco (7.000, dirà la polizia). Con una catena umana hanno chiuso l'accesso all'hotel e al Convention Centre, il luogo di tutte le ufficialità. Con tamburi, tromboni e suon di bidoni metallici hanno fatto un baccano indiavolato. Una balena blu (specie minacciata) gonfiabile a grandezza naturale ha sbarrato una strada. I delegati ufficiali, bloccati fuori dal loro luogo di lavoro, non si sono mai divertiti tanto: molti si sono fatti fotografare insieme a ragazzini figli dei fiori o ai cartelli che ritraevano Mike Moore, il direttore del Wto, in sembianze sataniche. Era solo una delle manifestazioni che ieri hanno bloccato il centro di Seattle, quella del Direct Action Network - una rete di gruppi piuttosto radicali e dai modi a volte rudi. Qualche simbolo anarchico, cartelli "contro la dittatura delle corporations". Due ragazzi mostrano un cartello fatto in casa, il volto della leader birmana Aung San Suu Kyi e la scritta "stop il lavoro schiavistico in Birmania". Prendi nota, dicono, "e non ci piacciono neppure i cibi geneticamente modificati". Vengono dalla California e si definiscono "cittadini impegnati". Il tono degli slogans aumenta, la polizia - il giorno prima sembrava così discreta anche se onnipresente - si incattivisce. Finché quegli armadi in tuta nera rinforzata, la tenuta antisommossa, entrano in azione: diranno che alcuni delegati erano stati maltrattati dai contestatori. Spintoni, un po' di gas, qualche fermo. Possibile che la polizia di Seattle si sia lasciata cogliere di sorpresa? Forse è vero quello che commenta un impiegato chiuso dentro uno dei grattacieli del centro, mentre guarda la scena: "Era dai tempi delle manifestazioni per il Vietnam che non vedevamo nulla del genere a Seattle". Sono bastati un po' di ragazzi con cartelli, maschere e tamburi. Ma la "grande marcia" doveva ancora cominciare. Era già sera in Italia quando decine di migliaia di persone si sono raccolte al Seattle Centre, un grande spazio pubblico ai bordi di downtown, il centro. I Teamsters, il sindacato dei camionisti, sono arrivati con il loro corteo. Dalla collina orientale, dove c'è l'Università, calano gruppi di studenti. Anche "i cittadini" si muovono con il loro corteo, sono gli attivisti di associazioni dei consumatori. La città è percorsa da decine di gruppi e qui e là si formano assembramenti di persone. La sezione giapponese di Friends of the Earth, con visi impassibili e piccoli inchini, distribuiva depliant per spiegare come il libero commercio del legname acceleri la distruzione delle foreste. Attivisti di un'organizzazione di solidarietà richiamano l'attenzione sui diritti dei lavoratori in Cina. Secondo il programma, qui parleranno alcuni dei leader di questo variegato controvertice: primo Ralph Nader, il fondatore dell'organizzazione americana Public Citizen, che qui per l'occasione stampa anche un foglio quotidiano, World Trade Observer. "I governi sono sempre più ostaggio di un sistema che non rende conto a nessuno. Le decisioni che incidono sulla vita pubblica passano dai nostri governi locali e nazionali a un gruppo di burocrati non eletti da nessuno che lavorano a porte chiuse là a Ginevra". E' questo che Nader definisce "un colpo di stato lento". Dopo i comizi, la "grande marcia" sarà aperta da José Bové, leader della Confédération Paysanne francese - che ieri aveva condiviso la baguette della pace con il professor Najudnaswami, leader di una combattiva organizzazione di contadini del Karnataka, India. Il primo è diventato famoso anche qui negli Usa per il boicottaggio contro McDonalds, l'estate scorsa, quando Washington aveva imposto dazi del cento per cento su alcuni prodotti europei, in ritorsione al rifiuto di importare carne americana cresciuta con ormoni vietati in Europa. E Bové era finito prima in carcere e poi in trionfo. Il secondo, con il suo viso calmo e un sorriso perennemente ironico, è conosciuto anche qui per aver guidato migliaia di contadini indiani a sradicare il cotone transgenico coltivato con i semi della Monsanto. Insieme a loro, vera massa della Big March, i sindacati americani: dalla federazione dell'acciaio, United Steel Workers of America, a quelli dell'Automobile, che insieme fanno la gran parte del potere della Afl-Cio. Con migliaia di volantini, i lavoratori dell'acciaio invitano a raggiungerli sui moli del porto di Seattle, a una manifestazione simbolica contro il "dumping illegale" di acciaio - quello che l'industria americana importa da paesi che lo producono a costi minori. Qui la rivolta contro il Wto assume toni a volte protezionisti: "Quando vi dicono che il commercio crea posti di lavoro, guardate il rovescio della medaglia: distrugge il vostro lavoro", diceva il presidente degli Steel Workers, George Baker, a una platea plaudente (vedi l'intervista qui a fianco). Bisogna riformare il Wto, o "chiuderlo" - come dicono migliaia di cartelli. Con loro, a nutrire la "grande marcia", un'ampia rappresentanza della "internazionale dei cittadini", dalle grandi organizzazioni ambientaliste a reti di organizzazioni più piccole, regionali, o settoriali. E poi reti di donne (come quella ispirata da Vandana Shiva, "Donne diverse per la diversità"). Associazioni e movimenti che hanno cominciato a incontrarsi tra controvertici e in qualche "forum non governativo"; e nell'ultimo decennio hanno moltiplicato occasioni di confronto e campagne comuni, hanno formato reti internazionali, cosicché una protesta in un distretto sperduto dell'Amazzonia trova sostegni nel delta del Niger e tra gli avvocati ambientalisti di Washington. Qualche ora prima Mike Moore aveva cercato di rispondere sia alle organizzazioni non governative di ambientalisti e cittadini, sia ai sindacati. "Il Wto non è un governo mondiale, né intende diventarlo", aveva detto in un discorso alle Ong lunedì pomeriggio - quelle ufficialmente accreditate. "Non è il Wto che uccide le tartarughe o fa lavorare i bambini in fabrica. La globalizzazione c'è, quello che vogliamo è che abbia delle regole". Ai sindacati, qui presenti anche con il segretario generale della Cisl internazionale Bill Jordan, aveva ricordato che "è la povertà la causa delle cattive condizioni di lavoro, non il commercio. E per vincere la povertà, per alzare il benessere e quindi migliorare le condizioni di lavoro bisogna promuovere il commercio, non le sanzioni". Ma non li ha minimamente convinti.

 

LA "CONFERENZA PARALLELA" DI BARSHEFSKY, MOORE E FASSINO

Il ministro italiano: sovranità al Wto, abbattendo le barriere al libero commercio

Giorgio Dal Fiume *, Maurizio Meloni**

il manifesto, 1° dicembre 1999

Ci sono due mondi separati qui a Seattle e non è affatto detto che riescano a parlarsi. C'è il clima ingessato dell'ufficialità, in cui lady Wto, la ministra Usa Charlene Barshefsky, racconta la storia dell'umanità come evoluzione verso il libero commercio e il Wto come sua naturale conclusione. A pochi metri di distanza c'è invece il clima militante del controvertice, strade e palazzi occupati, sale gremite all'inverosimile dove si dibatte, si ascolta, si mettono in scena i miti del free market. Attraversare ripetutamente i due spazi può dare un senso di spaesamento: trovi le stesse parole, globalizzazione per esempio, eppure una radicale duplicità di significati che rompe ogni possibile comunicazione.

Davanti a una platea di delegati sindacali il ministro Fassino si produce in un memorabile discorso sulla fine degli stati nazionali e la loro sostituzione per mano della Wto. Oggi il nuovo internazionalismo passa per gli uffici di Ginevra e nulla conta che l'istituzione a cui affidare i nostri destini poco abbia a che vedere con le Nazioni unite e intenda regalare il pianeta in base all'abbattimento di ogni barriera al libero commercio. Ci sono naturalmente anche per il nostro Ministro altre priorità (ambiente, salute, clausole sociali), ma è solo nella loro "coerenza" con i principi Wto che esse possono trovare una qualche legittimazione. Esiste comunque anche per Fassino un problema Wto: il problema è che questa istituzione non ha abbastanza potere.

Trasferire sovranità è davvero una cosa di sinistra, se lo abbiamo fatto con l'Ue, perché non ripetercicol Wto. L'ostacolo di destra, conclude il ministro in un'esaltazione dell'idea di progresso cominciata molti anni fa con Marx e ora approdataa Mike Moore, sono gli stati nazionali, gelosi della propria sovranità.

Poche ore prima, a qualche metro di distanza, Martin Khor di Third World Network aveva sostenuto le ragioni di una radicale riforma, non abolizione, del sistema multilaterale di regole e istituzioni. Se c'è una cosa che colpisce positivamente nel linguaggio e nell'infinità di documenti che si possono trovare nei mille seminari del controvertice è proprio questa grande attenzione a non cadere mai in qualcosa che possa assomigliare al protezionismo o a un fondamentalismo che chiede solo di cancellare i cattivi di turno (Fmi, Banca Mondiale, Wto). Tutti i materiali, anche le spilline della manifestazione sono piene di messaggi che spiegano come nessuno sia contrario in sé alla globalizzazione, semmai a quella targata multinazionali. E se proprio non si riesce a vedere nei processi globali nulla di buono, è per sostituirli con un vero internazionalismo basato sulle differenze. Colpisce vedere José Bové, leader dei contadini francesi, applauditissimo dagli americani cui spiega che non è contro il loro cibo, ma contro un cattivo cibo.

Eppoi, insieme a contadini indiani, Sem terra, nordamericani del movimento Via campesina spezzare insieme una baguette a dimostrare unità e fraternità nella lotta. Così l'International Forum on Globalization, una rete internazionale promossa tra gli altri da Lori Wallach, Vandana Shiva e Tony Clarke ("lo scopritore" del testo del Mai) propone una dettagliata controagenda che chiede di andare "oltre il Wto". Sono oltre venticinque richieste di riforma delle istituzioni multilaterali, sommabili alle sette di Public Citizen, alle otto di Friends of the Earth, alla piattaforma delle Ong africane o a quella del movimento francese (il più numeroso tra i non americani qui a Seattle). La conclusione forse sorprenderà il Ministro Fassino, ma l'alternativa al Wto non è il deserto o l'anarchia globale del mercato senza regole che mangia i lavoratori.

*Ctm Altromercato **Lilliput

 

INTERNET, USA FERMI SULL’ESTENSIONE DELLA MORATORIA

Marco Valsania

il Sole 24 Ore, 1° dicembre 1999

Seattle - L’E Day, il giorno del commercio elettronico, è arrivato, ma l’Europa si è presentata all’appuntamento in ordine sparso. Ieri, tra le dimostrazioni che hanno paralizzato il centro cittadino e i primi incontri tra le delegazioni dei 135 Paesi convenuti per il battesimo del Millennium Round della Wto, Seattle ha dedicato un convegno lungo un giorno intero all’"interscambio virtuale". L’obiettivo negoziale americano è chiaro: estendere quanto meno la moratoria promossa nel maggio del 1998 dalla Casa Bianca su tasse e dazi doganali per l’E-Commerce. E consentire così al boom delle attività online, che vede gli Stati Uniti in primo piano, di continuare ininterrotto. Per l’Unione europea, invece, la discussione appare ancora "in fase istruttoria". Una definizione scelta dal ministro del Commercio estero italiano Piero Fassino: "Gli Stati Uniti sono più avanti su queste modalità di scambio — ha ammesso —. Per l’Europa si tratta di un fenomeno relativamente nuovo e quindi segnato da incertezze. Non c’è ancora un’articolata posizione comune". L’avvento del commercio elettronico, soltanto agli albori al tempo della nascita della World Trade Organization nel 1995, diventerà sempre più nei prossimi anni un capitolo centrale degli scambi internazionali e un motore della globalizzazione. L’America già stima che presto le vendite online nella stagione natalizia possano raggiungere i 15 miliardi di dollari (circa 15 miliardi di euro), decuplicate rispetto all’anno scorso. Ma la cautela che filtra dall’Europa non è l’unico sintomo delle incognite presenti su questa nuova frontiera commerciale. La Casa Bianca teme che tra i Paesi in via di sviluppo, alla ricerca di nuove entrate e di misure per ridurre l’abisso che li separa dalle nazioni più industrializzate, possano emergere resistenze ad accettare e allargare la moratoria fiscale. "Gli Stati Uniti vogliono regole molto aperte per l’E-Commerce perché sono leader nell’Internet — ha detto Richard Mozon del Center for International Business Education dell’Università di Washington —. Altri Paesi hanno agende diverse". Anche l’espansione dell’universo delle transazioni online in campo culturale e dell’istruzione ha generato fermento sui rischi di una crescente egemonia occidentale e americana.

 

IL VERO NODO È L’ATTEGGIAMENTO DELL’EUROPA

Stefano Micossi

il Sole 24 Ore, 1° dicembre 1999

Si sono aperti ieri a Seattle gli stati generali della Wto. L’agenda recita: lancio del millenium round, il nuovo negoziato multilaterale di riduzione delle barriere commerciali. L’assemblea non si apre sotto buoni auspici: gli Stati Uniti e l’Unione Europea, distratti da altri eventi, non sono riusciti a trovare un accordo sull’agenda del negoziato; e il disaccordo tra i due maggiori partner commerciali non incoraggia gli altri Paesi e gruppi regionali alla ricerca del compromesso. Eppure, l’atmosfera di crisi nella quale si aprono i lavori non è nel complesso giustificata. Anzitutto, non è in questione il contributo che l’apertura degli scambi e degli investimenti ha dato e continuerà a dare alla crescita e all’aumento del benessere. Con l’ingresso della Cina, ormai prossimo dopo l’accordo con gli Stati Uniti, tutti i principali Paesi e le grandi regioni commerciali saranno membri della Wto. L’importanza di un sistema basato sulle regole e sostenuto da un efficace meccanismo di risoluzione delle controversie è universalmente riconosciuta. Soprattutto, resta viva la memoria del fallimento del protezionismo e dei controlli alla libera circolazione dei capitali, in un secolo che ha sperimentato tutte le possibili restrizioni, nel nome dell’indipendenza delle politiche domestiche, subendo costi devastanti. Dunque, il negoziato ripartirà certamente; quest’anno o il prossimo poco importa. Quello che invece non viene a sufficienza sottolineato è l’esistenza di una questione europea nella Wto, che deve essere affrontata perché è un ostacolo rilevante per il negoziato, e in generale per la stessa credibilità della Wto. Se oggi l’organizzazione appare fragile, ciò è dovuto in misura importante all’atteggiamento tenuto dall’Europa in due controversie importanti, quella sulla carne americana trattata con ormoni della crescita, e quella sulle banane. Ripetutamente condannata per il mantenimento di restrizioni contrarie alle regole comuni, l’Europa ha reagito con tattiche dilatorie, fino a far autorizzare dalla Wto l’applicazione di sanzioni sulle esportazioni europee da parte degli Stati Uniti. Tale atteggiamento ha portato al limite di rottura il meccanismo di soluzione delle controversie, ha eccitato le tendenze americane all’unilateralismo, e ha fornito alimento alla tesi dei Paesi in via di sviluppo (Pvs) secondo cui i vantaggi del sistema vanno soprattutto a favore dei Paesi ricchi. Con queste premesse, la questione dei prodotti geneticamente modificati può diventare lacerante e infliggere seri danni al sistema multilaterale. Se il nuovo round di negoziati appare difficile, ancora una volta la ragione principale è la politica agricola europea: una incredibile congerie di sussidi all’export, dazi all’import e controlli dei prezzi che costa ai consumatori europei, in modo diretto e indiretto, un punto percentuale e mezzo, forse due, del Pil aggregato, senza parlare dell’arretratezza tecnologica e produttiva che ne deriva. L’altro picco tariffario dell’Europa si concentra nel settore tessile. In entrambi i casi, i costi più elevati sono sopportati da quei Pvs ai quali si offrono regimi preferenziali distorsivi, ma non il beneficio autentico dell’accesso al mercato dei loro prodotti agricoli e tessili. Il terzo aspetto della questione europea riguarda il nuovo responsabile delle questioni commerciali nella Commissione europea: il socialista francese Pascal Lamy. Bisogna ricordare qui che il suo predecessore Sir Leon Brittan, era riuscito per la prima volta nel dopoguerra a fare assumere all’Europa un ruolo di leadership in alcuni importanti negoziati (la controversia sull’auto tra Giappone e Stati Uniti nel ’95, e poi gli accordi sui servizi finanziari e sulle telecomunicazioni negli anni seguenti). Nel ’97/98 un importante accordo transatlantico in materia regolamentare — che avrebbe creato un quadro per la risoluzione di controversie come quelle che portano a Seattle centinaia di organizzazioni non governative — fu affondato dalla Francia (con il solito acritico sostegno dell’Italia). La stessa idea del Millenium round è dovuta a Sir Leon, che aveva convinto dei suoi meriti i negoziatori Usa.

Se dobbiamo giudicare dalle prime dichiarazioni, con Lamy sembriamo essere ricaduti nella palude del protezionismo istintivo dei sindacati e dei Governi "rosa" europei; in più, con qualche sovratono tipico della tradizione francese ("L’agricoltura non è un settore come gli altri, perché bisogna difendere l’ambiente; neanche l’audiovisivo è un settore come gli altri, perché la diversità europea...; e poi, si sa, les americains..."). Un contributo costruttivo o una spinta propulsiva alla liberalizzazione non è dato finora di vedere. Il problema è che gli Stati Uniti non possono portare da soli il peso della difesa e dell’espansione del sistema internazionale del commercio, e che l’Europa non può giocare solo in difesa, sempre l’ultima a cedere, incapace di proporre, e facendo per sovrammercato l’occhiolino ai Paesi in via di sviluppo in funzione anti-americana. Nominando Lamy, Prodi ha risolto un problema di equilibri interni nella costituzione della sua Commissione. Forse ha sperato anche di esorcizzare il diavolo... francese mettendolo a capo della sagrestia. Se questa brillante operazione tattica sia coerente con un ruolo propulsivo dell’Europa nelle relazioni commerciali internazionali, resta da vedere. I primi segni non sono incoraggianti.

 

PASSI AVANTI TRA UE E STATI UNITI SU BANANE E CARNE AGLI ORMONI

Mario Platero

il Sole 24 Ore, 1° dicembre 1999

Seattle - Ai margini del vertice della Wto Europa e Stati Uniti hanno fatto un passo in avanti per sbloccare uno dei contenziosi bilaterali più difficili, quello sulle banane e sulla carne agli ormoni. L’Europa ha portato una proposta che secondo indiscrezioni raccolte in ambienti comunitari "è stata accolta molto bene dagli Stati Uniti". Sul contenzioso per le banane gli europei hanno accettato il principio di portare a zero le quote che favorivano alcune ex colonie caraibiche e africane legate a Paesi europei. La proposta Ue è di procedere in modo graduale e azzerare le quote entro il 2006. A quel punto rimarranno in vigore soltanto barriere tariffarie uguali per tutti. Nel frattempo si prevede un complesso meccanismo di contingentamento che dovrebbe migliorare a partire da subito la posizione per i Paesi centro-americani penalizzati dalle quote preferenziali europee. Per la concessione del titolo di importazione gli Usa vorrebbero che si facesse riferimento al periodo ’90/93, gli europei vorrebbero far riferimento a partire dal ’95. Le differenze dunque si accorciano ed entro breve si dovrebbe poter archiviare la questione. Anche perché nel frattempo la Wto impone all’Unione europea sanzioni che colpiscono anche l’Italia, per nulla favorita dalle condizioni preferenziali per le banane caraibiche e africane, utili quasi esclusivamente alla Francia. "L’Italia auspica l’eliminazione delle quote, pur con le dovute precauzioni per non danneggiare il mercato ortofrutticolo interno", ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro a Seattle per i lavori. De Castro ha sottolineato che l’altro punto importante per il nostro Paese riguarda la distribuzione dei contributi europei al settore agricolo che vanno, su pressioni francesi, per il 40% ai produttori di cereali mentre all’ortofrutta va soltanto il 4%. "Il paradosso è che una parte di questo 4% è destinata proprio al sostentamento dei prezzi delle banane" ha continuato il ministro. De Castro è ottimista sulle possibilità di normalizzare la situazione ma ha ammesso che il problema non riguarda soltanto Europa e Stati Uniti ma anche la stessa Unione europea che dovrà eliminare al suo interno favoritismi controproducenti. "Tornando ai cereali — ha aggiunto — il contenuto di lavoro per ettaro coltivato è molto minore a quello dell’ortofrutta. Credo che preoccuparci di occupazione e manodopera sia una questione importante". Leggermente più complessa sarà la soluzione per la carne agli ormoni. La polemica fra Europa e Stati Uniti sui contenuti cancerogeni dell’ormone Beta 17 è nota. La Federal Drug Administration respinge le accuse, mentre l’Europa le sostiene. La Wto nel frattempo ha deciso anche in questo caso contro Bruxelles. Ed è politicamente difficile per l’Ue riconoscere da una parte l’autorità della Wto, e dall’altra ignorare le sue decisioni. La soluzione passerà quasi certamente attraverso un compromesso sulle etichettature che consentiranno di rispettare un principio irrinunciabile per i politici europei: la protezione dei consumatori.

 

PAURE E PREGIUDIZI

Innocenzo Cipolletta

il Sole 24 Ore, 1° dicembre 1999

Né si può dire che i capitoli da affrontare oggi, dagli investimenti, ai servizi, ai prodotti culturali, siano più difficili di quelli fin qui affrontati: tessile, meccanica, chimica, cantieri, acciaio eccetera, tutte produzioni che erano altamente protette e che riguardavano milioni di lavoratori abituati da sempre a essere protetti. Perché, allora, tanto clamore e tanta resistenza? Perché non si è scelta la strada più modesta di mettere all’ordine del giorno pochi capitoli su cui fare dei progressi reali, evitando di creare un’attesa epocale?

In effetti, si ha l’impressione che, dopo alcuni anni di negoziati commerciali, siano venuti al pettine alcuni nodi finora elusi. Nodi che, assunta una dimensione notevole con l’incalzare delle tecnologie, hanno fatto riemergere i timori ancestrali delle società organizzate contro il progresso tecnico che viene a rivoluzionare gli assetti consolidati. In questi timori, noi europei continentali (Francia in testa) abbiamo giocato un ruolo pesante: spaventati dalla crescita degli Stati Uniti, timorosi di non essere in grado di dominare le nuove tecnologie, condizionati dalle mille corporazioni che non vogliono perdere i loro privilegi, abbiamo rispolverato i sentimenti nazionali, la difesa della cultura, la scelta di un modo di vita e abbiamo preteso che questo negoziato non si dedicasse solo a temi specifici, ma affrontasse problematiche quali la salute del consumatore, l’ambiente, le diversità culturali eccetera. Di fatto, abbiamo agito in modo da mettere molti ostacoli al successo di tale negoziato e rischiamo di avviare un ciclo opposto, fatto di protezioni e di particolarismi che rischierebbero di far recedere il mondo verso posizioni egoistiche, fonti sempre di tensioni internazionali. Ormai la frittata è fatta e poco vale oggi ricordare i benefici del commercio mondiale libero. Meglio è affrontare i problemi che stanno emergendo per situarli nella loro giusta dimensione e tentare di dar loro una risposta. È certo che il commercio libero ha contribuito a rendere più simili i Paesi del mondo che vi hanno aderito: molti Paesi dell’Asia e dell’America latina oggi sono più vicini alle condizioni dei Paesi industriali di quanto non lo fossero 50 anni fa; alcuni di essi fanno ormai parte dell’Oecd (ossia dell’area dei Paesi industriali); le istituzioni di questi Paesi si avvicinano a quelle delle democrazie industriali. Lo sviluppo degli scambi, dunque, facilita l’uguaglianza tra i Paesi, ciò che dovrebbe rassicurare quanti temono una competizione selvaggia tra sistemi fortemente differenti. Ma è anche certo che, arrivati a un certo punto della mondializzazione dell’economia, diventa vero anche l’inverso della proposizione precedente: un ulteriore progresso degli scambi mondiali presuppone una maggiore omogeneità tra i Paesi e le società coinvolte. Ovvero, se si vuole un ulteriore forte progresso nella globalizzazione dei mercati, è giocoforza puntare sull’assunzione di alcune regole comuni in tema di organizzazione civile e democratica, oltre che nei confronti di taluni obiettivi generali. In effetti, lo scambio dei beni e dei servizi mette direttamente in contatto non solo i prodotti come risultati dei processi produttivi nei diversi Paesi, ma anche i fattori che hanno concorso a produrli con le modalità del loro impiego: sono le stesse società civili che vengono in contatto. Tale contatto può essere fonte di benessere se la competizione porta a far emergere il miglior modello organizzativo, sulla base di valori che sono condivisi. Se i valori non sono condivisi, il contatto può essere invece fonte di forte tensione, perché la competizione si fa a danno di valori ritenuti irrinunciabili da una parte dei competitori. Prendiamo il caso dei diritti umani: la schiavitù, la discriminazione razziale, il lavoro minorile sono stati banditi dalla Carta dei diritti dell’uomo. Il rispetto di questi diritti è fondamentale, non solo di per se stesso, ma anche per far progredire gli scambi mondiali: nessun Paese può considerare una concorrenza leale quella che proviene dall’organizzazione di produzioni che non rispettino questi principi. Un Paese che non rispettasse questi principi dovrebbe essere messo al bando della comunità internazionale per tutti gli scambi, commerciali, civili e diplomatici, fino a che non accettasse di rispettare queste regole minime. Queste regole di comportamento devono essere limitate ad argomenti di grandissima rilevanza, onde evitare che divengano nient’altro che pressioni da parte dei Paesi ricchi per appesantire i costi dei Paesi più poveri, trasferendo loro le molte rigidità connaturate con le società opulente. Si può pensare ad alcune regole per la difesa dell’ambiente, peraltro già individuate al summit di Kyoto, nonché ad alcune precauzioni per la difesa della salute, con riferimento ai prodotti transgenici. Ma non si dovrebbe andare oltre con temi come la cultura (che se è vera si difende da sola) o le protezioni sociali. Tali regole devono essere definite al di fuori del negoziato sul commercio mondiale, per evitare il sospetto che esse siano in realtà solo delle scuse per proteggere i Paesi ricchi. In altre parole è necessario avviare un negoziato mondiale su pochi temi di rilevanza planetaria per individuare regole comuni cui attenersi e autorità preposte al loro rispetto, senza mischiare direttamente gli aspetti mercantilistici con quelli di altra natura. Si tratta in definitiva di regolamentare quel "diritto di ingerenza" che negli ultimi anni è stato fatto valere per ragioni umanitarie, sia con l’intervento in Irak, che nella Bosnia e poi nel Kosovo. Nell’esempio fatto dei diritti umani, sarebbe del tutto sbagliato imporre ritorsioni commerciali nei confronti di specifici prodotti sospettati di essere stati fabbricati con pratiche contrarie ai diritti umani (lavoro minorile, lavoro dei carcerati eccetera). Ciò servirebbe solo a proteggere i prodotti degli altri Paesi, mentre non impedirebbe affatto che tali produzioni continuassero a essere presenti nel mercato interno, con lesione continua dei diritti delle persone. Occorre invece un’autorità internazionale capace di comminare sanzioni adeguate affinché tali pratiche cessino del tutto: tra queste sanzioni ci potrà essere anche la messa al bando dai commerci internazionali, ma non necessariamente con riferimento ai beni per i quali si è trasgredito il diritto internazionale, bensì con riferimento a quei beni la cui cessazione del commercio indurrà più rapidamente il Paese ad accettare le regole internazionali. Ma occorre limitare veramente gli argomenti ai pochi di interesse planetario. Per gli altri (il lavoro, i diritti sindacali, le protezioni sociali eccetera) vale invece la prima proposizione: lo sviluppo degli scambi mondiali genera ricchezza che porta inevitabilmente a una certa uniformità di comportamenti e di organizzazioni. La sicurezza sociale è un bene che si acquista a un certo livello di reddito: impedire ai Paesi più poveri di acquisire maggiori livelli di reddito imponendo loro costi sociali proporzionali a quelli dei Paesi ricchi significa condannarli al sottosviluppo, impedire che essi possano esprimere una reale domanda di protezione sociale e proteggere artificialmente i prodotti dei Paesi più sviluppati, ciò che ha poco a che vedere con obiettivi di natura sociale.

 

VATICANO, I POTENTI ASCOLTINO SOCIETÀ CIVILE E ONG

Ansa, 1° dicembre 1999

''I potenti a Seattle vogliono decidere le politiche internazionali sul commercio senza ascoltare la società civile'', ''assolutizzano la crescita economica'' e in alcuni casi le politiche del commercio mondiale , attraverso forme di protezionismo, vanificano anche il condono del debito. Lo afferma mons. Diarmud Martin, segretario del pontificio consiglio Giustizia e pace, commentando in un'intervista a Fides le manifestazioni che hanno bloccato il vertice del Millenniun round. ''La protesta - ha detto Martin all'agenzia del dicastero vaticano per le missioni - è segnale evidente di un disagio; pur condannando la violenza, sempre controproducente, bisogna interrogarsi su questo disagio: il Wto non può procedere senza il sostegno della società civile, calando dall'alto decisioni e interventi, la società civile deve essere la protagonista e i cittadini sono proprietari dei grandi disegni per lo sviluppo''. L'esponente vaticano si schiera poi a favore del ruolo delle Organizzazioni non governative. ''Anche la poca visibilità e funzione data alle Ong - afferma - è stata un errore di impostazione: esse hanno diritto a maggior partecipazione e influenza e la loro presenza dovrebbe essere istituzionalizzata nel segretariato del Wto''.