LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

GIOVEDÌ 2 DICEMBRE 1999

 

IL PRESIDENTE SESSANTOTTINO

Vittorio Zucconi

la Repubblica, 2 dicembre 1999

Washington - L'ostaggio del proprio passato arriva in punta di piedi, quando la notte di Seattle è ancora alta, ha paura. Si chiude in un albergo di lusso protetto dal coprifuoco e dalle baionette, come un generalissimo sudamericano e guarda dalla finestra della penthouse il mondo della propria giovinezza là sotto mandare in frantumi il mondo della propria maturità. L'inferno di Seattle ha consumato per William Jefferson Clinton il più crudele e dantesco dei contrappassi: ha proiettato il suo passato sullo schermo del suo presente. Lui, che è il primo presidente "sessantottino", il primo che sia arrivato al potere vantandosi di avere assaggiato il sapore dei manganelli, annusato l'odore dei lacrimogeni, masticato l'ebbrezza della militanza, ora è lì, a Seattle, assediato dalla piazza come il Johnson del Vietnam contro il quale marciava. "Li capisco", ha detto, avviandosi alla prima sessione del Wto, dentro una città vuota, bruciacchiata, sporca, evacuata con la forza, e il flashback deve essere stato acre come la puzza dei lacrimogeni che ristagna. Clinton lo studente era in strada, con le scarpe di pezza. Clinton il presidente era in aula, tra le grisaglie e i doppiopetti. Tra loro c'erano 30 anni e la solita, stanca verità: si nasce incendiari e si muore pompieri. E bisogna proprio tornare alla giovinezza di "Billy e Hilly" i ribelli, agli anni 60 dei pestaggi a Chicago, dei ghetti neri in rivolta, delle marce femministe per bruciare i reggiseni, degli assassini politici e dei canti di Hell no, we won't go, maledizione no, non andiamo no, intonati dai renitenti alla leva come lui, per ritrovare le immagini e i brividi della Seattle di oggi.

Il "ritorno al futuro" che ha accolto il Presidente americano partito nel 1999 da Washington e arrivato nel 1968 a Seattle deve essere stato una vertigine di déjà vu dolorosi. Questo, del concilio ecumenico raccolto in adorazione del Dio del Commercio, doveva essere una delle sue tante apoteosi crepuscolari e sceneggiate, ed è stata invece la notte dei coprifuoco, il giorno del passamontagna e della paura. Negli ospedali della città, dove sono stati medicati un centinaio di feriti negli scontri, i medici hanno ordine di esaminare tutti i ricoverati per cercare tracce di agenti tossici: l'esercito americano e lo Fbi hanno paura che, tra innocui ecologisti travestiti da tartarughe marine e disciplinati metalmeccanici che marciano insieme contro il libero commercio, si infili qualche eco-terrorista armato di veleni e agenti biologici. Come devono sembrare insieme familiari ed estranee, a Clinton, il ragazzo passato dagli spinelli della protesta ai sigari del potere, queste ore a Seattle vissute dall'altra parte delle barricate, all'ombra degli autobus e dei camion parcheggiati di traverso dai militari per allargare il fortino dei potenti, queste passeggiate ansiose non più davanti alle celate della polizia, ma dietro, pregando che quei ragazzi in uniforme tengano lontani quelli che i giornali perbenisti della sua giovinezza chiamavano "i facinorosi". È tutto così nuovissimo e tutto vecchissimo, in questa rappresentazione violenta della paura del nuovo, del cambiamento e del Millennio e che è venuto qui a gridare la sua angoscia. È la solita ruota della storia che cambia le parti nel dramma, ma non la sostanza del copione e macina anche un Presidente Usa. Non si sarà certamente stupito, Billy lo studente che marciava a Londra, a Washington, che andò persino nella Mosca sovietica quando aveva pruriti di sinistra, nello scoprire che le manifestazioni spontanee che hanno devastato il centro della città più ordinatina e perbenino d'America, spontanee non erano affatto, ma ben organizzate e pianificate, con le vecchie tecniche di guerriglia urbana sposate alla nuova necessità della massima esposizione alle telecamere. I reparti d'assalto di quei cortei che hanno devastato Seattle per difendere l'ambiente, si erano addestrati per settimane ad attacchi e contrattacchi nel campus di Berkeley, nelle strade dell'immensa Università di California dove - riecco il futuro del nostro passato - scoccò la prima scintilla del '68. Non dovrebbe essersi scandalizzato troppo, lo studente Bill, nel vedere che cosa e come i suoi compagni di oggi stanno attaccando il mondo degli adulti, dei padroni, dei potenti, dei quali ormai fa parte.

Spaccano le vetrine di Gap, paradiso del "casual" tagliato e cucito nelle fabbriche del sudore in India, Thailandia, Malaysia, incendiano i cosiddetti "ristoranti" di McDonald's, mescolando il puzzo di plastica fusa a quello delle polpette fritte e ustionate, saccheggiano il grande magazzino Nordstrom, cattedrale del consumismo yuppie e poi devastano il nido del mostro, il superstore della Nike, "Niketown", scagliando cassette di metallo dei giornali contro gli scaffali colmi di scarpe e palloni peccaminosi, fabbricate da bambini in Pakistan, ignorando il fatto che Pakistani, Indiani, Thailandesi, Malesi, non vogliono protezione, ma commesse della Nike. E poi i ragazzi corrono via felici, veloci sulle loro scarpe e nei loro jeans fabbricati in altri "sweat shop" ma meno noti e meno simbolici.

Ma non saranno state le contraddizioni, la confusione tra vandali venuti per far casino ed ecologisti venuti per esprimere le loro ragionevoli ansie a turbarlo, o i cocci di vetro, la montagna di danni lasciata al sindaco di Seattle che deve maledire il giorno in cui si battè come un leone per ospitare il summit sul commercio, perchè Clinton, che di quelle stesse contraddizioni è sempre stato portatore. Billy è da sempre il Presidente del contrario con sé stesso, in questo ancora meravigliosamente sessantottino, è il "patrono" del femminismo che poi usa le donne come giocattoli, è il profeta della Terza Via solidarista che poi si vanta di avere demolito il welfare state eretto da Roosevelt, è il pacifista che ha ordinato due campagne militari di bombardamento sui civili. Per questo, nel suo discorso di ieri, Clinton ha tentato ancora di ripetere il miracolo retorico e politico che lo tiene eretto da 7 anni, di ricomporre Billy lo Studente con William Jefferson il Presidente e salvare insieme la propria giovinezza e la propria maturità.

Ma i proiettili di gomma della polizia, i gas al "capsico", l'irritante dei peperoncini rossi, hanno infranto la sua speranza di potere ancora una volta ricomporre i cocci di sé stesso. Questa volta, il maestro delle immagini è stato sconfitto dalle immagini delle proteste, della collera sincera, delle paure reali agitate nelle strade di una povera Seattle innocente e martirizzata. Mai prima di ora, il Presidente era stato costretto a viaggiare nella notte, sotto gli scudi della polizia, in una delle città più importanti ed "ecologiste" della sua nazione in stato d'assedio, con il coprifuoco. L'apoteosi è divenuta inferno. La retorica liberista che lui ha cercato di temperare con il pietismo solidarista è suonata vuota, insincera di fronte alle paure vere di chi sfilava in piazza. Clinton il giovane, in piazza, ha sconfitto Clinton il vecchio, sul podio.

 

CONTROVERTICE GRAZIE A INTERNET

"Così abbiamo avuto successo"

Claudia Fusani

la Repubblica, 2 dicembre 1999

Nome in codice N30, che poi vuol dire solo 30 novembre. Da fine agosto la sigla appare nei siti antagonisti della rete, linkata con centri sociali, gruppi di studio, persone, curiosi. "A global day of action, resistance and carnival against global capitalist system" è lo slogan in tutti i messaggi di questa inedita Internazionale degli attivisti di sinistra. Seattle, 30 novembre 1999: nei palazzi affacciati sulla Puget Sound si incontrano i leader economici di 150 paesi per la terza conferenza del Commercio mondiale; fuori, per strada, oltre 50 mila marciano "per tre giorni di azione globale, resistenza e festa contro il sistema capitalista causa prima degli problemi sociali ed ecologici". Per qualcuno è la più grande manifestazione di piazza dagli anni Settanta. Di sicuro, per gli organizzatori, Aflco e Pga, People's global action, la realtà sta superando le aspettative. "E pazienza arresti e coprifuoco, per ora stiamo vincendo, il nostro messaggio è chiaro" dice da Seattle Bruno Paladini, 45 anni, uno dei delegati del movimento antagonista italiano.

La macchina del più grande controvertice ambientalista si è messa in moto a fine agosto quando la conferenza del Pga ha lanciato il messaggio: "Invitiamo tutte le comunità, gruppi di base, e individui favorevoli in tutto il mondo a venire a Seattle e ad organizzare ovunque le loro proprie azioni contro il sistema capitalistico". La Aflco si è messa in moto sul posto, nella capitale dei movimenti grunge e new age, ha organizzato il logistico, l' accoglienza, la mappa delle rappresaglie che, almeno secondo i programmi lanciati in rete, dovevano essere dolci. A Seattle sapevano però che avrebbero agito anche i Black, quelli vestiti di nero con gli scafandri in testa che operano azioni di vera e propria guerriglia urbana. La Pga ha lavorato a livello internazionale, "comunicheremo esclusivamente per posta elettronica, diffondete il programma, traducetelo, soprattutto agite". Olivier de Marcellus, svizzero, del comitato organizzativo, pare sia già un punto di riferimento per il popolo dei 50mila di Seattle. Così, da fine agosto, all'indirizzo www.seattlewto.org/N30 e link allegati, sono arrivate migliaia di adesioni, richieste di informazioni e iscrizioni. Ventidue pagine zeppe di indirizzi elettronici provenienti da da almeno 80 paesi. Reale proselitismo via Internet. Ambientalisti, antagonisti, ecologisti, semplici lavoratori "traditi" dal sindacato, pacifisti contro ogni tipo di guerra, anche quella dei capitali. Difficile tracciare un vero identikit dei protagonisti di Seattle. Si trova di tutto sotto lo slogan "rendiamo la nostra resistenza transnazionale come il capitale". Prima nella lista di adesioni la Iww, Industrial workers of the world, il sindacato globale dei lavoratori che "sostiene senza riserve l'N30, la giornata di mobilitazione mondiale contro il Wto perchè una minaccia globale, il capitalismo, esige una risposta globale". E ha promosso scioperi, marce, picchetti, occupazioni non solo a Seattle, non solo in America ma "nell'intero pianeta". Iww ha un delegato italiano a Saronno: Andrea Benetton, raggiungibile via telefono e via rete. Centinaia i centri sociali presenti fra cui Csoa Il Molino di Lugano, molto attivo sui temi internazionali e zapatismo. E poi gli universitari di Limerick (Irlanda), il centro Von Humboldt dal Nicaragua, gli anarchici e i verdi di Israele, le Tute bianche italiane. Ventidue pagine di adesioni. E di programmi. C'è scritto tutto: ora, indirizzo e modalità delle proteste contro il Wto. A Seattle e nel mondo.

 

LE MILLE ANIME DEL MILLENIUM ROUND

Salvatore Tropea

la Repubblica, 2 dicembre 1999

Seattle - Dalle strade di Seattle sono scomparsi - almeno così sembra - i manifestanti e nel Convention Centre la conferenza preparatoria del Millennium Round ha potuto prendere il largo. Per rendersi però immediatamente conto che esistono tante anime all'interno della Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e che la stesura del documento finale in vista della chiusura dei lavori di domani sera non sarà esattamente una passeggiata.

Lo scontro, meno cruento di quello che ha provocato lo stato di emergenza e il coprifuoco, nella mattinata ha disegnato due schieramenti contrapposti ovvero americani ed europei. E intorno, i rappresentanti dei 135 paesi membri del Wto, impegnati nella tessitura di alleanze non facili e tuttavia indispensabili, dal momento che in questa organizzazione si decide per consenso e non per voto.

Al centro dello scontro sono le biotecnologie, ovvero il trattamento dei prodotti agricoli. A questo proposito l'Unione europea si è detta contraria alla formazione di un "Gruppo di lavoro" col compito di definire i legami tra commercio, sviluppo, salute e ambiente. Con gli americani si sono schierati i cosiddetti paesi del gruppo di Cairns, dal nome della cittadina australiana dove è stato appunto costituito questo cartello di paesi con forte vocazione all'export.

Il fronte europeo del "no" comprende Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Danimarca e Svezia. Il loro "no" è motivato intanto col fatto che la materia è già regolata dal Protocollo per la biosicurezza dell'Onu e un suo passaggio al Wto finirebbe per favorire i grandi gruppi agricoli americani, quelli che notoriamente spingono per la diffusione dei cibi transgenici.

La questione delle biotecnologie ha riproposto la polemica che era stata già sollevata dai Verdi europei contrari a ogni concessione in materia. I Verdi avevano a suo tempo ottenuto garanzie da parte del commissario Pascal Lamy, che però poi avrebbe fatto alcune concessioni, allo scopo di allargare la cerchia dei paesi "amici" dell'Ue. A favore del Gruppo di lavoro si sono infatti schierati anche Giappone, Corea, Messico, Svizzera, che per altre questioni avevano dato l'impressione di voler schierarsi con l'Ue in vista del documento finale e dunque non dalla parte degli americani.

Questa situazione tende a cambiare col passaggio delle ore, mentre si profilano all'orizzonte altri motivi di contrapposizione, l'ultimo dei quali lo ha sollevato lo stesso Clinton. Il presidente americano, prima di lasciare Seattle, ha firmato un impegno a favore dei diritti dei minori, la cosiddetta Child Labor Convention. La cosa ha urtato la suscettibilità del tailandese Supachai, che sarà il successore di Mike Moore nella staffetta alla direzione del Wto. Supachai ha ammonito Clinton a non spingere sul pedale della clausola sociale perché ciò potrebbe provocare un rallentamento dell'economia dei paesi in via di sviluppo. Su questo terreno l'Ue ha scelto la strada più soft degli interventi in positivo e non delle sanzioni. Che poi vuol dire un'altra presa di distanza dagli Stati Uniti.

 

SEATTLE, POLIZIA SOTTO ACCUSA

"Scarso lavoro di intelligence"

la Repubblica, 4 dicembre 1999

Washington - La polizia di Seattle entrerà nei manuali professionali delle forze dell'ordine d'America. Nel capitolo sugli errori da evitare durante una dimostrazione. Le autorità di Seattle hanno ammesso di essere state colte di sorpresa dalla quantità e dalla intensità della protesta per il vertice del Wto, degenerata in esplosioni di violenza che hanno gettato nel caos la città e il vertice. Una impreparazione che ha stupito i colleghi di altre città americane, come Washington e Los Angeles, allenate da anni ad ospitare manifestazioni di massa. "E' mancato il lavoro di intelligence. La polizia di Seattle non è riuscita a prevedere il numero dei manifestanti e le loro intenzioni", ha affermato il tenente Larry Sumpter, capo della unità antiguerriglia urbana di Washington. La polizia della capitale, teatro di continue dimostrazioni, fa largo uso di informatori e di agenti in borghese per ottenere informazioni e prevenire incidenti. Un altro errore è stato quello di non riuscire ad incanalare le manifestazioni in un'area comune, lontana dagli edifici del vertice, in modo da limitare il danno ai lavori della riunione. La polizia di Los Angeles aveva inviato diversi osservatori a Seattle, in vista della Convenzione Democratica della prossima estate, per valutare le tattiche usate dai colleghi. La lezione è stata preziosa. "Seattle può contare solo su 1.230 agenti, che si sono trovati a dover fronteggiare improvvisamente oltre 30.000 contestatori, una situazione molto difficile da gestire", riconosce un funzionario di polizia di Los Angeles. Inoltre la scarsa dimestichezza della polizia di Seattle con i disordini urbani ha aggravato la situazione.

Compresa in ritardo la gravità del problema, le autorità di Seattle sono passate di colpo dalla passività ad un eccesso di reazione. "L'uso del gas lacrimogeno è per noi solo una risorsa estrema - ha osservato un poliziotto di Cincinnati -. Anche l'uso dei mezzi blindati e gli arresti a raffica non hanno contribuito a migliorare le cose". "Dagli anni '70 abbiamo smesso di usare lacrimogeni contro manifestazioni politiche a Washington, conferma Sumpter aggiungendo che quanto avvenuto a Seattle "è un segno di sconfitta". "Volevamo offrire a tutti uno spazio per manifestare in modo pacifico le rispettive idee - ha spiegato il sindaco di Seattle Paul Schell -. Abbiamo peccato d'ingenuità: non ci aspettavamo reazioni così violente".

Il capo della polizia di Seattle Norm Stamper ha sottolineato un aspetto positivo: nonostante tanta violenza, grazie alla pazienza e tolleranza delle forze dell'ordine, i danni alle persone sono stati minimi.

 

LA VERA POSTA IN PALIO

Enzo Grilli

il Corriere della Sera, 2 dicembre 1999

Si è aperta a Seattle una grande partita tra Stati Uniti, Europa, Giappone e Paesi in via di sviluppo: quella sui futuri assetti delle loro relazioni commerciali. Il commercio internazionale, infatti, non sta solo espandendosi, ma mutando in struttura e forme, e questi cambiamenti stanno diventando radicali. Si creano nuovi vantaggi, si dischiudono nuovi mercati, si aprono nuove vie al commercio (come per esempio quello elettronico via Internet). Nasce quindi il bisogno di nuove regole e di nuovi assetti. Il Millennium Round ora in discussione ruota attorno a questi temi. La battaglia sulla definizione dell'agenda negoziale è di particolare rilevanza e viene combattuta senz'esclusione di colpi. I suoi risultati determineranno infatti su che cosa si tratterà in concreto, e quindi i limiti e le opportunità della prossima tornata negoziale per le varie componenti del Wto (o Omc). Non ci sono in ballo questioni esoteriche o di bandiera (come il nome dei negoziati), ma interessi grandi e durevoli delle parti in causa. Gli Stati Uniti giocano in casa, a Seattle, e sono fortemente intenzionati a conformare il Millennium Round ai loro interessi commerciali: liberalizzazione delle aree di export più importanti per i produttori nazionali (agricoltura, servizi finanziari e d'informazione). Propongono pertanto un negoziato ristretto e focalizzato. In più, per soddisfare gli oppositori interni alla liberalizzazione (sindacati ed ambientalisti), essi spingono per condizionare l'accesso presente e futuro dei Paesi in via di sviluppo ai loro mercati all'adozione da parte di questi di standard di comportamento più elevati in materia di protezione ambientale e di diritti del lavoro. Lo fanno in tutti i modi, ossia per vincere, senza preoccuparsi degli effetti negativi che graverebbero sui Paesi più poveri e con maggiori disponibilità di lavoro, i cui manufatti esportati perderebbero di competitività sui mercati internazionali, e del fatto che esistono altre e più appropriate sedi istituzionali dove perseguire questi obiettivi (Organizzazione internazionale del Lavoro e Nazioni Unite). L'ha ricordato ieri a tutti, con forza, Kofi Annan, segretario generale dell'Onu. Lo fanno in questi campi con l'appoggio pieno dell'Europa, che un po' cinicamente finge d'esser pronta a "compensare" i Paesi esportatori più poveri, offrendo loro concessioni in materia di accesso ai propri mercati che in gran parte già hanno, o dalle quali non potrebbero trarre molto vantaggio. Lo fanno senza curarsi del fatto che permettere l'utilizzo della "minaccia commerciale" per indurre l'adozione in Paesi terzi di standard anche minimi e ragionevoli in materia di lavoro e di ambiente aprirebbe le porte all'utilizzo indiscriminato dello strumento commerciale come mezzo di pressione politica, sociale e culturale sui Paesi meno avanzati. Questa è la ragione per cui essi rifiutano con decisione ogni legame, anche tenue, tra regole di commercio, di lavoro e di ambiente. L'Europa, purtroppo, è giunta al confronto di Seattle con l'idea giusta d'un negoziato a largo raggio, che potesse permettere quelle compensazioni tra le parti che sono assolutamente necessarie a condurlo a buon fine, ma senza alleati (tranne il Giappone e la Corea in mera posizione di co-difensori dello status quo agricolo) e con posizioni troppo rigide sui contenuti socio-ambientali dell'agenda (e quindi senza possibilità di allearsi con la maggior parte dei Paesi emergenti). In più l'Europa si presenta anche al Millennium Round zavorrata da una politica agricola comune che le impone di sussidiare l'export dei surplus di produzione che essa genera e di cercare di giustificarlo ricorrendo al "valore sociale" dell'agricoltura, che c'è, ma resta indefinito ed è certamente ripagabile a chi lo produce in modi che meno offendano gli interessi commerciali altrui. Così l'Europa si trova sotto pressione, accusata di rigidità dall'America e dai suoi alleati e debole negozialmente. Ha buon gioco il presidente Clinton, quindi, a cavalcare la "protesta popolare" emersa a Seattle per far ulteriore pressione sull'Europa, ponendo nei fatti ad essa ed al Giappone l'alternativa tra un negoziato limitato alle aree di maggior interesse per gli Stati Uniti ed un niente di fatto, la cui responsabilità verrebbe loro addossata. Scelta difficile, questa, per l'Europa, che ora sembra in un angolo, e per il resto del mondo, che da un commercio internazionale più libero e stabile non ha che vantaggi da trarne in termini di crescita e di benessere.

 

SULLA PARTITA AGRICOLA ARRIVANO I PRIMI SEGNALI DI UN DISGELO

Il direttore Moore: le manifestazioni di protesta ci "condannano" a raggiungere un accordo

Marco Cecchini

il Corriere della sera, 2 dicembre 1999

Seattle — "Siamo condannati a riuscire". Lo dice Mike Moore, il direttore neozelandese del Wto, e lo si percepisce dal moltiplicarsi delle dichiarazioni distensive e dei contatti tra europei, americani, Paesi in via di sviluppo. Il negoziato sui commerci va avanti. Anzi, gli scontri, gli arresti e una notte di coprifuoco a Seattle hanno paradossalmente funzionato da propulsore delle trattative, che da ieri sembrano incamminate su una strada meno irta di ostacoli. Laddove non era arrivata la diplomazia, in altre parole, sta riuscendo l'incubo di un fallimento sull'onda delle proteste di piazza, fallimento che del resto non sarebbe nell'interesse di nessuno e tanto meno degli Stati Uniti, Paese ospitante del summit. La conferma di questa distensione del clima "dentro" il negoziato, mentre all'esterno continuano gli scontri, viene sia da Washington sia da Bruxelles. "Le posizioni delle parti si stanno avvicinando", ha detto ieri il segretario al Commercio Usa, Charlene Barshefsky. Mentre "fiducioso" in una "conclusione positiva" del negoziato si è dichiarato anche il capo delegazione europeo, Pascal Lamy. E' anche questo, evidentemente, un modo per esorcizzare la protesta. Ma certo, come spiega il ministro dell'Agricoltura italiano, Paolo De Castro, "siamo passati dalla fase della esibizione muscolare a quella del dialogo costruttivo". Del resto è proprio sull'agricoltura, eterno terreno di confronto euroatlantico e settore chiave del negoziato, che si sarebbero segnati i più significativi passi avanti, se non altro sul piano dei "toni". Dalla richiesta di una radicale "abolizione" dei sussidi all'export europei, Washington è passata a posizioni più sfumate. L'Europa da parte sua avrebbe anch'essa ammorbidito la sua impostazione. Resta invece duro il confronto sul cibo manipolato geneticamente. Gli americani hanno dovuto abbandonare la proposta di costituire un "gruppo di lavoro" dentro il Wto sulle biotecnologie per il deciso "no" degli europei, che vi intravedevano un modo per aggirare il problema della tutela della salute dei consumatori. Può darsi che il varo ufficiale del Millennium Round per il quale la conferenza di Seattle è stata convocata slitti da venerdì a sabato. Ma, come dice il ministro del Commercio estero, Piero Fassino, "si sta andando verso una conclusione positiva". Resta da vedere dove alla fine si fermerà il pendolo del negoziato: se su un punto di equilibrio più vicino alle posizioni Usa, favorevoli a una agenda del Round limitata ad agricoltura e servizi, o a quelle di Bruxelles, che punta ad ampliare il campo di intervento del Wto a diritti del lavoro, ambiente, regole della concorrenza e degli investimenti. Sull'ampliamento dell'agenda Washington finora ha fatto concessioni più che altro di facciata. Un documento che stigmatizza l'impiego del lavoro minorile verrà firmato domani alla presenza del presidente Bill Clinton. L'amministrazione Usa parla anche con sempre maggiore insistenza di regole ambientali, ma non c'è per ora nulla di concreto. Sembra incontrare qualche difficoltà — paradossalmente per le resistenze di alcuni Paesi in via di sviluppo _ anche la proposta di una abolizione dei dazi verso le 48 nazioni più povere del pianeta, per il quale si batte l'Italia e che ieri Fassino ha rilanciato nel suo intervento dalla tribuna del Wto. Il negoziato comunque è partito e con esso il gioco delle alleanze. L'Europa sta lavorando a una sua proposta di soluzione. Al suo fianco ci sono gli amici tradizionali, vale a dire Giappone, Corea, Svizzera e Turchia, ma Bruxelles sta cercando di cooptare nella "squadra" anche un pezzo di Paesi in via di sviluppo, in particolare Brasile, Messico e Thailandia che avrebbero mostrato disponibilità. Gli Stati Uniti invece mandano avanti il così detto Gruppo di Cairns, guidato dall’Australia. Le alleanza nascono e muoiono in funzione degli interessi, che sono rilevanti se si tiene conto che il valore degli scambi mondiali ammonta alla astronomica cifra di 7 mila miliardi di dollari, e anche un piccolo spostamento nei flussi ha effetti rilevanti. A metà strada tra Usa ed Europa ci sono due outsider, come Singapore e Bangladesh. Il direttore del Wto, infatti, ha affidato a questi due Paesi e in particolare al ministro di Singapore, George Yeo, il compito di stendere una prima bozza di compromesso tra le posizioni dei partecipanti. Le idee di Yeo piacciono al ministro dell'Agricoltura americano, Dan Glickman, che ha incontrato il ministro asiatico e si dice "fiducioso" in una positiva conclusione. Non entusiasmano invece gli europei.

 

TUTTE LE RIVOLTE DEL NUOVO MILLENNIO

"L'Organizzazione calpesta i lavoratori e i diritti umani"

Edoardo Vigna

il Corriere della Sera, 2 dicembre 1999

"Non mancate: tutti a Seattle per l'inizio di dicembre. Punto d'incontro sulla West Coast è la stazione dei pullman di San Francisco per l'ultima tappa. Per chi arriva via aereo, lo smistamento è allo scalo d'arrivo, Tacoma". Sono partiti da ogni angolo del mondo. Si preparavano da settimane: inviando e-mail, lanciando appelli. Tutti via Internet: la globalizzazione combattuta con le stesse armi della globalizzazione. Uno schieramento di organizzazioni nemiche dei cibi transgenici come dello sfruttamento del lavoro nel Terzo mondo, sostenitori dei dazi sul legname come dell'e-commerce, lo shopping a mezzo computer. In altre circostanze sarebbero stati su barricate opposte. Solo un nemico comune poteva unirle: Wto, il Grande Fratello del Millennio che comincia.

Il manifesto - Impossibile trovare un fil-rouge alle decine di gruppi che animano il contro-Millennium Round. Il perché lo sintetizza Global Exchange, il movimento di San Francisco fondato nel 1988 che della lotta alla globalizzazione "alla maniera della Wto" ha fatto la sua ragione di vita al punto di creare un quotidiano aggiornamento sul proprio sito Internet (www.globalexchange.org) dei misfatti compiuti sul pianeta nel nome del libero commercio: "La Wto serve solo agli interessi delle multinazionali - è il suo manifesto -. La Wto calpesta i lavoratori e i diritti umani. Sta distruggendo l'ambiente. Penalizza i Paesi poveri, accresce le ineguaglianze, mina la sovranità nazionale. E uccide le persone".

Lavoratori - Anche solo per questioni di ospitalità, il tema del "lavoro" è fra quelli dominanti: mani in tasca, il solito ghigno beffardo, alla testa di tremila camionisti, è arrivato il capo dell'Afl-Cio, la Confederazione sindacale americana, Jimmy Hoffa Jr. Che ha subito cantato vittoria: "Siamo riusciti a cambiare l'agenda del summit. Ora la Wto dovrà tener conto degli interessi dei lavoratori". Dei lavoratori? Ma di quali? Per Hoffa, e per le altre organizzazioni statunitensi come l'International Confederation of Free Trade, gli autotrasportatori di Teamster e il sindacato dell'acciaio United Steel Workers, quelli dei Paesi industrializzati. E' per difendere principalmente loro che Hoffa chiede che le nuove regole del commercio impongano il divieto di occupazione dei minori e uno standard minimo comune per i diritti dei lavoratori.

Il debito - Lavoratori quelli? Privilegiati che cercano di difendere i propri posti, replicano molti dimostranti dei Paesi emergenti: alzare i costi del lavoro significherebbe solo ingrossare le file dei disoccupati, aggiungere povertà a povertà. Le soluzioni vanno trovate, ma attraverso altre strade. Per esempio, cominciando con l'abbattere il debito dei Paesi del Terzo Mondo, come chiedono i manifestanti arrivati a Seattle dall'Africa. O con il taglio dei sussidi agli agricoltori europei e giapponesi.

Riforma agraria - E, soprattutto, con la riforma agraria e la redistribuzione della terra: slogan urlato forte da Via Campesina, che federa tutte le organizzazioni contadine del Sud America, a cominciare da quelle dei braccianti brasiliani, e da Krss, il potente sindacato agricolo dello Stato indiano di Karnataka. Del resto, sull'agricoltura si combatte anche un'altra sfida durissima: quella contro gli alimenti geneticamente modificati, tanto a cuore all'industria statunitense, osteggiata dagli europei, ma anche da organizzazioni Usa come Northwest Resistence against genetic engineering, International Forum Food and Agriculture e Turning Point Project. E dall'eroe francese del cibo tradizionale, José Bové, famoso per aver guidato in patria gli assalti ai McDonald's.

L'ambiente - Una battaglia, questa, che vede schierate anche le organizzazioni in difesa dei consumatori come Public Citizens, People Development Forum, Humane Society. E che comunque va vista nell'ambito di una guerra più ampia diretta a chiedere leggi per la protezione dell'ambiente.

Decine sono le formazioni ecologiste in campo: dal Wwf a Greenpeace, Amici della Terra, Sierra Club e Rainforest Action Network. "Un commercio sostenibile per un pianeta vivente", è lo slogan con cui il World Wildlife Fund ricorda che nel nome della liberalizzazione del commercio l'Australia sta disboscando piste ricoperte da vegetazione allo stato naturale, minacciando la biodiversità del Continente e le Isole Salomone stanno abbattendo alberi a ritmi forsennati, tanto da rischiare la desertificazione in 15 anni.

Per tutti, compresi gli "alternativi" di Project underground e Art and Revolution, un unico grido: cambiamo la Wto. "Serve una riforma radicale, non un'abolizione", è la tesi di Martin Khor, leader di Third World Network. "Occorre andare oltre la Wto", aggiungono Lori Wallach, Vandana Shiva e Tony Clarke di International Forum on Globalization. Oltre: il punto è stabilire in quale direzione.

 

COMMERCI MENO BLINDATI, QUALCHE RAGIONE

Domenico Rosati

l'Avvenire, 2 dicembre 1999

Forse passeranno, forse no. Può darsi che i tumulti che in questi giorni turbano la quiete della nitida Seattle restino confinati tra i titoli di cronaca. Ma non si può escludere che dovranno essere ricordati, magari nel prossimo secolo, come l'inizio di un diverso modo di concepire il mondo da parte del mondo stesso. Un evento simbolico, del genere - fatte le debite proporzioni - "presa della Bastiglia" o, per restare in America e ai temi del commercio, del genere "ribellione di Boston", quella dei coloni verso le vessazioni del fisco. Per ora è arduo discernere tra i messaggi con cui i manifestanti hanno inteso accogliere i grandi della terra, o meglio i signori dell'economia, che è lo stesso. Ed è difficile che un popolo tanto policromo si lasci leggere secondo uno schema razionale.

Su un punto però ci si può pronunciare con qualche certezza: e cioè sulla natura radicale del dissenso che i protagonisti di Seattle, ambientalisti ma anche sindacalisti, manifestano nei confronti dell'attuale andamento delle cose e di coloro che lo determinano o più semplicemente lo assecondano. La stessa formulazione in negativo delle richieste rivela che non c'è o non è chiaro un disegno alternativo, tantomeno ideologico. Lo stile è quello dei movimenti di liberazione americani: dire no a questa o quella scelta, la segregazione razziale o gli armamenti nucleari, per fare esempi conosciuti; e poi veda la politica di capire, interpretare e mediare. Ma stavolta, che se ne abbia coscienza o meno, non si tratta più di rivendicazioni parziali o, per dirla con Clinton, di "buone ragioni" da assorbire dentro i circuiti dell'impianto esistente. Stavolta gli interrogativi riguardano il futuro del mondo e insistono sulla qualità umana della vita sulla terra. Non sono futurologi in vena di pronostici ma, per lo più, soggetti portatori di esperienze, ancorché limitate. Avendo maturato qualche idea, anche se in modo unilaterale, vorrebbero che i grandi della terra reagissero in modo affidabile.

E' in questo passaggio che si misura lo stacco tra la domanda e la risposta oggi possibile o, se si preferisce la metafora, la distanza che c'è tra la cultura di chi esercita il potere e quella di chi si fa portavoce delle istanze dell'esclusione e degli allarmi della catastrofe. Più brutalmente, lo scarto tra l'agenda di Seattle imperniata sul miglior livello - nelle condizioni date - delle transazioni commerciali tra i giganti dell'economia e della finanza e l'altra agenda, quella della maggioranza delle persone e dei popoli della terra, in cui figurano l'accorciamento della speranza di vita per malattia o per fame, la spoliazione delle risorse, lo strozzo del debito, l'impraticabilità della ricetta universale somministrata anche dall'Organizzazione del commercio. Come connettere le due agende? Chi contesta la politica e l'esistenza stessa dell'Organizzazione denuncia, e questo è chiaro, un'insufficienza della politica e reclama, e questo si può intuire, una qualche forma di governo mondiale che non si restringa a registrare i risultati dell'economia, come dire a contare i morti sul campo dopo la battaglia ma si dia degli obbiettivi di umanizzazione ed una strategia per raggiungerli. Che fare per la vita delle persone e la pace tra i popoli, che fare per assicurare a ciascuno un'attività dignitosa e una paga decente, che fare per impedire che i fondamentali diritti umani siano violati in nome del potere o dello sfruttamento? Recentemente uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti è stato criticato perché non ha saputo rispondere ad un quiz sui nomi dei capi di stato in carica. Ma quanti dei responsabili al potere nel mondo saprebbero rispondere alle domande vere, quelle che investono il destino prossimo venturo dell'umanità? Se non si leggono male i segni di questi giorni, alla politica non si chiede (non si chiede più e non si può più chiedere) di ribaltare il sistema, né di rinunciare all'enorme capacità di creare ricchezza mediante la tecnologia e la moltiplicazione dei centri produttivi. Si chiede di farsi carico di due parametri vitali fin qui lasciati in secondo piano: che fine fanno le persone e che fine fa la natura? S'era già detto prima di Seattle: c'è da coniugare la globalizzazione con una solidarietà che sia altrettanto globale. Se questo è il nodo, non è poi un gran male che la festa del "millennium round" sia stata guastata e che qualcuna delle "voci di dentro" abbia fatto eco alle "voci di fuori". Sempre ché comincino a vedersi i fatti.

 

PAURA DELLA LIBERTÀ

Carlo Bastasin

la Stampa, 2 dicembre 1999

Quando i rappresentanti di 135 governi non riescono a discutere tra loro per le proteste di un gruppo colorito di dimostranti di varia origine, si è portati a provare simpatia per il topo che spaventa l’elefante. A ben vedere tuttavia l’elefante, nascosto dietro il rotondo e minaccioso termine di globalizzazione, è un essere fragile e pauroso.

Per parte dell’opinione pubblica, il libero commercio è sinonimo di delfini impigliati nelle reti da pesca, bambini pakistani che cuciono palloni da calcio e cibi manipolati da Frankenstein. Anche tra i governi partecipanti al Wto lo spirito del libero commercio è tutt’altro che una bandiera: nonostante i progressi, crescono le barriere invisibili perfino tra Europa e Usa, giunti a Seattle senza accordi sull’agenda del negoziato. Più che spaventare l’elefante, i dimostranti di Seattle hanno rivelato la nudità del re: nonostante i benefici che offre, la libertà di commercio resta una conquista fragile e a rischio.

Il contributo dei liberi commerci al benessere mondiale non dovrebbe essere messo in dubbio: promuove maggiore crescita economica e un utilizzo efficiente delle risorse. Il benessere a sua volta consente una migliore protezione dell’ambiente e lo sviluppo dell’occupazione, proprio l’obiettivo da cui sono mossi i dimostranti, ecologisti o sindacalisti, di Seattle. Una crisi del Wto avrebbe conseguenze gravi per i Paesi più arretrati ed è difficile immaginare che ciò sia l’obiettivo di chi agisce in nome della solidarietà internazionale. D’altro lato basterebbe lo scandalo della politica agricola europea a comprendere quanto presenti siano le tentazioni protezionistiche degli Stati.

La protesta, pur spesso ipocrita, prevale oggi grazie a una violenza telegenica, ma la sua forza reale è la debolezza dei governi, essi sì legittimati, perché eletti dal popolo dei consumatori e dei lavoratori, ma altrettanto ipocriti. Una ragione di più per difendere l’approccio multilaterale del Wto e, nel suo ambito, le ragioni dei bambini pakistani.

 

"IL WTO NON È RESPONSABILE DEI DISAGI SOCIALI"

Ruggiero: ci sarà progresso solo con un’intesa planetaria

la Stampa, 2 dicembre 1999

Questo incontro sarà un successo. Non lasciatevi fuorviare dai titoli dei giornali. Nei miei quattro anni come direttore generale del Wto ogni singolo problema, ogni negoziato, ogni procedura per la composizione di una controversia sono stati presentati come un test di credibilità per il Wto. Ogni volta abbiamo accettato la sfida e l’abbiamo vinta. Seattle è un momento difficile, non c’è dubbio. Ma non è il primo momento difficile che questa organizzazione ha dovuto fronteggiare, e non sarà neppure l’ultimo. Supereremo queste difficoltà finché la saggezza prevarrà sull’emotività, e i nostri interessi condivisi sull’irrazionalità.

A mano a mano il Wto diventa più importante per l’economia mondiale, lo diventa anche per le speranze e le preoccupazioni della gente. Come proteggere le specie in pericolo e promuovere uno sviluppo sostenibile? Il commercio dovrebbe essere legato a una normativa del lavoro e ai diritti dell’uomo? Possiamo preservare le identità culturali nell’epoca delle comunicazioni senza confini? Possiamo avere un’economia mondiale aperta senza un sistema finanziario stabile? E non c’è anche da eliminare la povertà, ridurre le ineguaglianze, promuovere i diritti delle donne? Questi e molti altri problemi sono lontanissimi dalle preoccupazioni del commercio "tradizionale", come le tariffe e le quote. Eppure tutti fanno parte - direttamente o indirettamente - della nuova agenda sul commercio. Tutto appare interconnesso - tante sfaccettature di un solo problema. Tutti parliamo più forte e diventiamo più insistenti in un’epoca in cui le immagini di pulizia etnica, di bambini che muoiono di fame e di foreste pluviali in fiamme entrano ogni sera nelle nostre case con la televisione. Tutto questo chiede, giustamente, delle risposte.

Io non ritengo che il Wto in quanto istituzione sia responsabile per tutto ciò. Noi non possiamo - e non dobbiamo - chiedere al Wto di diventare anche un’agenzia per lo sviluppo, un poliziotto ambientale o un cane da guardia per il lavoro e i diritti dell’uomo. Non si può permettere che questa organizzazione scivoli lentamente dalla sua vocazione commerciale. Non servirebbe a nessuno se facessimo finta di poter offrire risposte a qualunque problema che non sia quello del commercio. E’ anche chiaro però che il Wto non può operare isolato dai problemi del mondo in cui si trova, gli scambi commerciali non avvengono in un vuoto. Ora più che mai, gli scambi - e le regole del sistema commerciale - intersecano un ampio spettro di altre politiche e altri temi, dagli investimenti e dalla competizione ai livelli ambientali, di sviluppo, di salute e di lavoro. A Seattle dobbiamo migliorare i rapporti fra tutto ciò e il sistema di scambi in modo da rispondere alle preoccupazioni di un rispetto coerente ed equilibrato di politiche e obiettivi diversi. Dobbiamo dimostrare, alla fine della Conferenza di Seattle, che siamo pronti, in quanto membri del Wto, a dare un contributo reale. La nostra abilità di promuovere gli scambi, di costruire un sistema più forte e di procedere verso un nuovo Round dipenderà dalla nostra capacità di fare progressi simultanei su tutti questi punti.

In primo luogo, dobbiamo andare verso una leadership collettiva, che rifletta la realtà di un mondo multipolare, in particolare l’emergere di nuovi poteri nei Paesi in via di sviluppo. Questo non significa che i G7-G8 perdano importanza. Significa semplicemente che le economie avanzate da sole non bastano più a procurare leadership mondiale. Il nuovo G22 - anche se soltanto a livello di ministeri delle Finanze - è già indicativo del tipo di leadership internazionale allargata di cui abbiamo bisogno. In secondo luogo, dobbiamo guardare alle nostre sfide politiche come a pezzi di un puzzle interconnesso. Non possiamo più trattare gli scambi commerciali, la finanza, l’ambiente, lo sviluppo, la salute e i diritti umani come questioni settoriali separate. Sul piano nazionale come su quello internazionale dobbiamo ripensare il nostro modo di coordinare gli obiettivi politici, armonizzare una rete in espansione di accordi internazionali e dedicarci ad azioni comuni concordate. Ora che entriamo in un nuovo secolo, abbiamo bisogno di una nuova visione della sicurezza - la sicurezza degli uomini - che rifletta il dato di fatto che crisi finanziarie e degrado ambientale minacciano in parti uguali la pace globale - e richiedono una risposta collettiva. In terzo luogo abbiamo bisogno di un nuovo Forum che tratti questi temi così complessi, un forum veramente rappresentativo delle nuove realtà globali. Un forum che riunisca i leader mondiali per affrontare un’agenda politica allargata e le nuove sfide della globalizzazione. Ci serve senza dubbio una maggiore cooperazione e coerenza tra Wto, Imf, Banca Mondiale, Nazioni Unite e altri organismi internazionali. Ma esistono dei limiti a ciò che possiamo realizzare in senso orizzontale - burocrati internazionali che parlano fra di loro. Se vogliamo un’autentica coerenza nelle decisioni politiche globali e un’agenda internazionale onnicomprensiva, allora il coordinamento deve arrivare dall’alto e dev’essere guidato dai nostri leader eletti dai popoli.

In quarto luogo, occorre un chiaro mandato da parte dei leader politici per promuovere una serie di azioni comuni globali. Abbiamo bisogno di una strategia comune - tra istituzioni internazionali, amministrazioni nazionali e società civile - per rafforzare sul piano internazionale il principio di legalità, eliminare la povertà e ridurre le diseguaglianze tra Paesi entro un periodo stabilito. Una strategia comune per realizzare un ambiente sostenibile - nei Paesi sviluppati come in quelli in via di sviluppo. Una strategia comune per eliminare la maggior parte delle barriere commerciali globali - o almeno ragionare su un livello multilaterale, un punto su cui i governi già concordano sul piano regionale. Questa strategia dev’essere mirata alle persone e ai valori, più che ai governi. Un rapporto annuale ai leader mondiali dovrebbe indicare i progressi fatti in queste direzioni. E questo mi porta al punto finale: i nostri progressi nel risolvere la sfida del nuovo secolo dipenderanno dalla nostra abilità non solo a costruire una coerente architettura globale ma anche un nuovo pubblico aperto alla globalizzazione, con una nuova visione dell’internazionalismo. La gente associa la globalizzazione al libero scambio, alle tecnologie abbaglianti e ai mercati finanziari senza confini. Per quanto importanti siano queste realtà, non esauriscono il quadro globale. Siamo legati gli uni agli altri dallo scambio di idee, di immagini, di informazioni, proprio come ci scambiamo beni, servizi e capitali. Esiste una globalizzazione delle nostre speranze e delle nostre paure - come viene espressa nelle strade di Seattle - e non solo delle nostre economie. Ed è la dimensione umana della globalizzazione - più di ogni altra - che costringe il sistema internazionale a cambiare.

Il Wto è un’istituzione in cui il processo decisionale si basa sul consenso, alla quale partecipano 135 Paesi, quattro quinti dei quali sono Paesi in via di sviluppo o economie in fase di transizione e dove la Cina e altri 28 Paesi stanno aspettando di entrare - Paesi che rappresentano 1600 milioni di persone. Un’organizzazione di questo genere non può essere nemica della gente. Un forte sistema di scambi multilaterale è fondamentale per promuovere la crescita e generare le risorse che occorrono per onorare tutti gli impegni. Senza il Wto, torneremo indietro al mondo delle barriere nazionali, di protezionismo, autarchia e conflitti. La storia ci ha già fatto vedere più volte dove porti questa strada.

 

"ASCOLTIAMOLI, QUESTA È UNA PROTESTA SANA"

Andrea di Robilant

la Stampa, 2 dicembre 1999

"Il mio rammarico non è per la protesta", dice Bill Clinton arrivando in questa città ferita e ancora sotto choc dalla rivolta contro il Wto. "Anzi, ho sempre sostenuto il diritto dei sindacalisti, degli ambientalisti, di coloro che rappresentano i più diseredati nel mondo ad esprimere le loro opinioni. Per cui do loro il benvenuto e chiedo che le loro istanze siano ascoltate da un Wto troppo chiuso su se stesso, che deve diventare più trasparente. Il mio rammarico, semmai, è che un piccolo gruppo abbia commesso azioni nient’affatto pacifiche, riuscendo a bloccare i lavori. E tutto questo è sbagliato. Illegale e sbagliato". Il Presidente cerca di salvare come può il "suo" vertice - il vertice che ha voluto a tutti i costi celebrare qui a Seattle, città-simbolo della nuova prosperità americana - abbracciando la protesta, riconoscendone la legittimità e l’importanza. E sferrando lui stesso un durissimo attacco al Wto. Così, mentre la polizia e la guardia nazionale arrestavano i manifestanti ieri mattina e li trasportavano in un centro di detenzione appena fuori la città, Clinton era giù al porto a diffondere il suo messaggio agli agricoltori, ai sindacalisti agli studenti. Più tardi ha portato lo stesso messaggio ai delegati del vertice. "Questa protesta è sana", ha detto il Presidente. "Riflette il fatto che da cinque anni è in atto un grosso processo di democratizzazione. Il commercio non è più semplicemente in mano ai dirigenti di azienda e a lobby economiche e politiche. Ora dobbiamo costruire un nuovo consenso popolare attorno alla nostra politica commerciale - un consenso che abbia radici profonde nella nostra società". Ma nonostante le buone parole, la comprensione e perfino la simpatia che ha manifestato per le proteste, l’arrivo ieri notte in questa città brutalizzata non può non averlo impressionato. Su Air Force One, poco prima di atterrare, aveva detto ai giornalisti scherzando: "C’è qualcuno che vuole andare a Seattle al mio posto?". Ma la battuta celava una seria preoccupazione per quello che stava succedendo nelle strade della città. I servizi di sicurezza di Clinton erano preoccupati per la sua incolumità e hanno criticato la polizia di Seattle per aver permesso che la situazione degenerasse.

Seattle è una grande metropoli portuale rinomata per la sua bellezza e per il suo ritmo insieme dinamico e rilassato. E’ una città che ha fatto della qualità della vita la sua bandiera. Ma quando il Presidente è arrivato poco prima delle due di notte il centro di Seattle era irriconoscibile. La polizia e la guardia nazionale avevano da poco riconquistato il centro. La limousine presidenziale ha attraversato una città spettrale. Le strade erano ancora intasate dai cassonetti dei rifiuti eretti a barricate. I falò ancora bruciavano in alcuni crocevia. E i segni della violenza e del vandalismo erano ovunque: vetri sparsi, negozi sfondati, scritte sui muri e sui portoni. Ma invece di indirizzare la sua rabbia verso i manifestanti, Clinton ha finito per concentrare il suo fuoco sul Wto: "Molta gente si sente minacciata da tutti i cambiamenti che stanno avvenendo nell’economia globale e soprattutto dal fatto che le regole vengono applicate da persone che non devono dir niente a nessuno. Che diamine! L’anno scorso sono andato a Ginevra per dire a quelli del Wto che devono rendere pubbliche le loro riunioni. Ma è mai possibile che i loro lavori siano segreti? Capisco le proteste. Ci sarebbero state anche se avessimo tenuto il summit a Honolulu". Clinton ha anche criticato l’inefficacia del Wto, la sua debolezza nel far rispettare i suoi verdetti nelle dispute commerciali. "Gli Stati Uniti hanno vinto 22 dei 24 contenziosi portati al Wto, e in molti casi non è successo assolutamente nulla". E poi si è lamentato del fatto che le regole del Wto danneggiano "i Paesi poveri e danneggiano l’ambiente". Insomma, un attacco su tutta la linea, che non può non aver stordito i vertici del Wto.

Ma al di là delle insoddisfazioni reali con il funzionamento del Wto, la foga con cui si è scagliato il Presidente riflette in larga misura un calcolo di politica interna. La più massiccia dimostrazione anti-Wto è stata organizzata dai sindacati americani, che temono di perdere posti di lavoro a vantaggio di Paesi in via di sviluppo. Ma il sindacato americano rappresenta un blocco elettorale decisivo per l’elezione di Gore alla Casa Bianca. E Clinton non può che mostrarsi sensibile alla loro protesta. Così come non può ignorare la protesta degli ambientalisti - che assieme ai sindacalisti hanno fornito le due anime della protesta. Gore si presenta agli elettori come il grande paladino nella difesa dell’ambiente.

 

ANARCHICI, VERDI E SINDACALISTI GLOBALIZZATI DALLA TELEVISIONE

la Stampa, 2 dicembre 1999

L’altro ieri Josuahn Barry ha passato gli ultimi minuti fatidici prima delle 19, l’ora del primo coprifuoco conosciuto a memoria d’uomo dagli abitanti della città dello Space Needle, scaldandosi con una decina di studenti canadesi davanti ad un grande falò di cassonetti e giornali acceso a poche decine metri dal Westin Hotel, l’albergo preferito da Bill Clinton a Seattle. E’ uno dei reduci di quella carovana di quaranta pullman arrivati da Vancouver. Ha addosso una coperta su cui sono scarabocchiati disegni indiani, forse Cheerokee, e in corpo l’animo del grunge nato troppo tardi. Il personaggio anche se non ha più di venti anni racconta delle malefatte della polizia già con il tono del veterano che di scontri ne ha sostenuti tanti. Qualche isolato più in là ci sono dei quaccheri, sì proprio dei quaccheri, vestiti di nero che hanno partecipato alla manifestazione pacifica del pomeriggio con il loro striscione per strillare contro la carne agli ormoni. Loro ai falò per far arrabbiare la polizia, preferiscono un tranquillo ritorno a casa. C’erano dei quaccheri, ma anche dei comitati ebrei nella manifestazione. E già, nella protesta globale c’è posto anche per la religione: uno dei centri di riferimento della protesta è una chiesa metodista dove i manifestanti si raccolgono per parlare, mentre quelli che si occupano dei rapporti con i media si vedono alla Church of Christ Scientist, vicino alla Madison. Lì nelle ore di un coprifuoco proclamato solo a parole, c’è un rappresentante dei più scatenati, quelli - per fare una traduzione letterale - dell’associazione del casino dell’Università di Berkeley, che racconta le gesta del capo, John Sellers: "L’altro giorno lo hanno arrestato perchè è salito su una gru per mettere uno striscione, ma oggi era già con noi a far casino in manifestazione". Immaginatevi la prima manifestazione del 2000, preparata sul Web per settimane, che si materializza all’improvviso mettendo insieme tutto il capitale di slogan, di canzoni, di liturgie, di costumi che sono apparsi nelle manifestazioni degli ultimi trent’anni. E’ stata proprio questa nuova forma di protesta - per usare un paradosso - globale contro la globalizzazione che ha paralizzato Seattle, che ha condizionata non poco la conferenza del Wto, che ha bloccato nelle lo stanze di albergo personaggi del calibro di Madeleine Albright e di Kofi Annan, che ha obbligato Bill Clinton con astuzia politica a dire una parola di comprensione, che ha costretto le autorità della città del futuro a proclamare lo stato di emergenza, il coprifuoco e a chiedere l’aiuto di due battaglioni della guardia nazionale.

All’inizio del terzo millennio oltre all’economia anche la protesta non ha barriere. Per inviare un messaggio forte a tutto il mondo basta una manifestazione di 20-30 mila persone, non più di una decina di vetrine rotte di negozi della NiKe, di MacDonald o di caffè di Stairbucks, un paio di bus pubblici con i pneumatici bucati, qualche carica di polizia, il fumo dei lacrimogeni e 68 ragazzi arrestati mentre cantano "America the beautiful". Una miscela in fin dei conti modesta amplificata però all’ennesima potenza da tv e media. E poco importa se i leader dei due giorni di Seattle siano talmente diversi da non conoscersi e, addirittura, da non amarsi. Se le anime di questo movimento che potrebbe anche vivere solo lo spazio di un momento, siano le più disparate, così come i costumi, i luoghi di incontro, i linguaggi. La globalizzazione, appunto, per due giorni è riuscita a cementare tutto questo. A mettere insieme il su citato John Sellers, famoso in tutta Berkeley solo per i suoi scherzi, con leader sindacali come John Sweeney, capo della potente Afl-Cio, e James Hoffa, patrono del sindacato degli autotrasportatori, e figlio di quella figura leggendaria del sindacalismo stelle a strisce a cui Hollywood ha dedicato un film. Eh già, solo l’avvento della protesta globale avrebbe potuto far marciare uniti un pazzoide e gente che con la propria influenza elettorale può pretendere di essere ascoltata da Clinton e tenere per la gola i candidati democratici alla presidenza, a cominciare da Al Gore nonchè la stessa Hillary Clinton candidata al senato. Personaggi come Ralph Nadel, un cinquantenne di spicco nelle organizzazioni per la difesa dei consumatori, insieme a Robin Duberg, un frikkettone capo del green party di Seattle indicato come la mente organizzativa della manifestazione.Insomma, di tutto di più. "La società civile organizzata è nata per far sentire la sua voce - dichiara estasiata la portavoce dei verdi italiani, Grazia Francescato, qui a Seattle nel doppio ruolo del manifestante e del delegato alla conferenza della Wto - e sono sicura che non sparirà". Da ieri, e per tutta la notte, i manifestanti istituzionali hanno litigato con i vari John Sellers di turno, ma forse senza quei quattro pneumatici bruciati, senza quelle duemila persone (per stare ai numeri della polizia) che per un misto di goliardia e di ribellismo generazionale sono state più decise ad assediare lo Sheraton Hotel o il Convention Center, nessuno si sarebbe accorto di quelli di Seattle. Succede sempre così, e forse è anche giusto. Ai Sellers si sostituiranno i vari Sweeney e Hoffa di turno. E’ quello di cui parlavano ieri notte, intorno ai falò, quei ragazzi vestiti di nero, con il passamontagna, sempre nero, che hanno marcato tutti i muri del centro di Seattle con una A rossa dentro un cerchio, il simbolo dell’ anarchia preso in prestito dai loro padri, visto e rivisto nei fotogrammi dei documentari sulla rivolta della Colombia University o sul concerto di Woodstock. Probabilmente di quel segno sanno poco. E forse un pò di ignoranza non guasta. Qui a Seattle i simboli cambiano, le magliette di Che Guevara di Zapata di oggi, non sono sono le stesse di venti anni fa. Qui c’è poca ideologia, ma solo un forte disgusto per un sistema che con le biotecnologie riesce a cambiare anche il sapore delle patate. C’è una grande paura verso un mondo che appare come nel disegno di un cartellone lasciato sull’asfalto vicino al solito falò: un mondo fatto a piramide al cui apice c’è Bill Gates che è addirittura sopra Dio, che governa dei lavoratori dai visi bianchi e affranti che stanno appena un gradino sopra a degli animali che somigliano a robot.

 

CHE SEATTLE

Guglielmo Ragozzino

il manifesto, 2 dicembre 1999

A Seattle doveva essere messa in ordine l'agenda del Millennium round, ma il disordine è stato troppo grande sotto le montagne. Si trattava di definire tempi e modalità di un ciclo di riunioni per scrivere regole - nel prudente giro di tre anni - tali da facilitare e ingrandire, ma anche imbrigliare (o ingessare) il commercio internazionale. Nell'idea portante del mercato che ricomprende tutto, per alcuni l'agenda doveva minuziosamente indicare tutti i temi non condivisi e quindi l'indice (delle esclusioni, dei "sì, però") era lungo 32 pagine fitte. In sostanza a pensarla così erano i governi dell'Europa continentale, allineati con la Francia, protezionista. Per gli Usa invece la stessa idea dell'ipermercato mondiale doveva essere interpretata come permesso di vendere ogni cosa non espressamente vietata. E l'unica cosa vietata era il protezionismo agricolo dei francesi. Gli altri paesi, sommessamente, avevano molte obiezioni, ma anche paura di farsi cogliere impreparati in globalizzazione, con il rischio di farsi bocciare irrimediabilmente. Le riunioni preparatorie essendo andate male, l'indice per preparare l'agenda non si è costruito. Agricoltura e modifiche genetiche, semi e biodiversità, iscrizione della Cina e dumping sociale, inquinamento e finanza: praticamente ogni problema è rimasto aperto e potenziale motivo di conflitto. I dirigenti del Wto avrebbero voluto aprire Seattle, risolverla in un paio di discorsi e poi rinchiudersi a Ginevra, per mettere a punto il mondo dei prossimi decenni. Quanto a Seattle, erano preparati ad affrontare i fermi ma cortesi distinguo, le rimostranze, però beneducate, delle organizzazioni non governative; una seccatura, ma sopportabile. Ma c'è stato un passa-parola mondiale. Il principale strumento della globalizzazione - Internet - si è rivoltato contro l'apprendista stregone. Oppure, per chi ama il cinema, l'arroseur arrosé, il giardiniere è stato annaffiato. Un movimento fantastico per composizione e vitalità, per capacità di alleanze e comprensione delle diversità, come si racconta in queste pagine, ha rubato tutta la scena, ha messo da parte presidenti e presidentini, ha dichiarato aperta Seattle. Si parlerà a lungo della Seattle del movimento, quando quella ministeriale sarà stata solo un episodio da dimenticare, un errore, una perdita di tempo. D'altro canto ci si chiederà a lungo quale sortilegio ha messo insieme persone tanto diverse, - i sindacalisti Usa e i pescatori del sud del mondo - per indicare due estremi, tra i tanti. E sarebbe bello pensare che le ha unite la convinzione comune di essere tutte persone sfruttate dagli stessi padroni del mondo, coperti dal Wto.

 

L'ARCIPELAGO DELLA PROTESTA È GLOBALE

Marina Forti - Seattle

il manifesto, 2 dicembre 1999

Ha parlato per primo James Hoffa junior, presidente del sindacato dei Teamsters, i camionisti: "Stiamo semplicemente cercando di dare un volto umano al Wto", ha detto. John Sweeny, presidente dell'intera federazione sindacale americana, la Afl-cio, ha precisato il concetto: "Non permetteremo al nostro paese di partecipare a un nuovo round di negoziati sul commercio, finché le regole del Wto non si occuperanno di diritti dei lavoratori". Insieme a Carl Pope del Sierra Club (una delle più potenti lobby ambientaliste americane) e al dissidente cinese Wei Jinsheng, sono loro che hanno dato il segno politico della marcia che l'altro ieri ha percorso le due miglia che separano il Seattle centre dal distretto centrale della città, fino a sfiorare il Convention centre. O forse no, non del tutto: il segno politico l'hanno dato le cinquantamila (qualcuno dice centomila) persone che, dopo averli ascoltati, hanno animato quello straordinario corteo. Uno spaccato di mondo. Come elencare tutti? Già solo le categorie sindacali presenti vanno dagli "steelworkers" (l'acciaio) ai macchinisti, passando per i carpentieri, gli elettrici, gli "autoworkers", gli insegnanti, i "janitors" (portieri), i tessili (per la precisione: Needletraders, Industrial and Textile Employees Union), gli addetti ai servizi. Sono arrivati con centinaia di camion, ne hanno messi alcuni attrezzati con altoparlanti agli angoli strategici del percorso, con slogans e musica. Molti inalberano i cartelli delle sezioni sindacali: la Local 131 dei carpentieri avverte che "siamo invincibili" e chiede "commercio corretto, non commercio libero". Passano i "lavoratori del teatro e tecnici di scena per un commercio corretto". Greenpeace sfila con un gigantesco preservativo verde: "praticate il commercio sicuro". A un angolo di strada un ragazzo è arrivato con una carriola piena di cartelli, ben stampati, e di adesivi. Li vende, 3 dollari un cartello che dice "No al Wto. Vogliamo avere voce". "Le regole di questa nuova economia globalizzata sono truccate contro i lavoratori. Non possiamo continuare a giocare", commenta il presidente dei tessili. E migliaia di cartelli gli fanno eco: "Basta con la dittatura delle corporations". Passa un gruppo di cartelli scritto in spagnolo: slogans zapatisti, "ya basta". Un cartelo: "La raza unida jamas serà vencida": "La raza" è il nome di uno dei primi giornali dei latinos degli Stati uniti, la comunità di origine hispanica. Facce di contadini indi tendono gli striscioni di Via Campesina, una rete internazionale di associazioni e sindacati di agricoltori: loro sono la sezione del Costarica, chiedono "sovranità alimentare" e sono contro l'invasione di sementi geneticamente modificate. Sono con loro gli agricoltori americani della National Family Farm Coalition: "E' importante che i piccoli agricoltori del mondo intero non cadano nella trappola dei prodotti transgenici, che causano problemi ambientali, sanitari e sociali", dice il loro volantino: "Siamo qui con i piccoli agricoltori di tutto il mondo e con i nostri alleati dei movimenti sindacale, ambientalista e dei consumatori". Passano altri striscioni della Confederation Paysanne francese, che qui ormai è una celebrità. Uno striscione del Partito comunista degli Stati uniti (una rarità): "La gente e la natura vengono prima del profitto", dice. Ci sono gruppetti di persone unite da uno striscione colorato, o dai cappellini dello stesso colore: spesso semplici gruppi di cittadini del tale paesetto sperduto dell'Oregon o della British Columbia (la regione canadese con Vancouver), giunti a testimoniare il loro impegno civico. Un gruppo viene dal Cile per difendere la foresta di Cascade, Patagonia. Su un cartello, a pennarello, c'è scritto "Abolite le multinazionali". Un gruppo con occhi a mandorla e abiti tibetani mina una scenetta vivente, soldati cinesi con le giacche verde olivo e la stella rossa picchiano donne tibetane. Passa un gruppo di donne bionde, gonne a fiori e bambinetti in carrozzina. C'è la "piramide globale della ricchezza": al vertice sta Bill Gates, Dio viene secondo, la massa dei lavoratori sfruttati sta alla base e la natura depauperata sta ancora più giù. Lo slogan è "Resistenza contro la tirannia delle corporations". I Verdi Grazia Francescato e Gianni Tamino guardano deliziati: "Abbiamo visto la saldatura storica tra ambiente, diritti umani, diritti dei lavoratori", ci dice Francescato. E dire che tutto ciò è stato preparato sulla rete virtuale di Internet...

 

CLINTON TENTA UN FLIRT CON I SINDACATI

Marina Forti - Seattle

il manifesto, 2 dicembre 1999

Non si è lasciato intimorire, Bill Clinton. Nonostante le cronache da "guerriglia urbana" (le tv qui non si sentono ridicole usando questo termine) e il coprifuoco, il presidente americano è atterrato a Seattle ieri mattina, così presto che era ancora notte. Partendo da Washington aveva dichiarato la sua "simpatia" per i manifestanti della grande marcia di martedì: "Gli accordi sul commercio devono tenere conto dell'ambiente e del lavoro", aveva detto. Arrivando qui a Seattle ha aggiunto però la sua condanna per la violenza: "Un piccolo gruppo di persone ha voluto fare gesti violenti per inpedire la conferenza. Non è solo illegale, è anche sbagliato". Un suo discorso pubblico era atteso ieri più avanti nella giornata (in Italia la scorsa notte) - intanto ieri mattina alcuni sparuti gruppi di dimostranti si sono fatti arrestare mentre cercavano di avvicinarsi al suo hotel, il Westin. Già, "un piccolo gruppo di persone". Quella di martedì è stata una grande manifestazione, che ha tenuto insieme dagli ambientalisti ai metalmeccanici, i contadini, i "consumatori". La liberalizzazione del commercio ha provocato, come primo effetto, una protesta globalizzata. Le vetrine rotte? "E' stato davvero disturbante vedere la polizia spintonare, picchiare e gasare pacifici dimostranti - perfino sparargli in facia proiettili di gomma - mentre ignorava gli hooligans in nero che rompevano le vetrine", scrive il World Trade Observer, giornale quotidiano stampato qui per l'occasione da public Citizen, l'organizzazione di Ralph Nader. I soggetti del controvertice e della grande marcia di martedì prendono le distanze da quel "piccolo gruppo". "Certo non possiamo approvare la violenza e la distruzione di proprietà", ha detto la portavoce di John Sweeney, presidente della Afl-cio, la federazione americana dei sindacati. "Per la proma volta studenti, gente di religione, ambientalisti, leader sindacali e famiglie di lavoratori si sono unite per dire che le regole del Wto non proteggono i lavoratori né l'ambiente", commenta Carl Pope, del Sierra Club: "Deploriamo la violenza esibita nel centro di Seattle". Mike Dolan, un dirigente di public Citizen, condanna i "vandali" ma racconta di aver visto la polizia caricare persone pacifiche proprio quando si stavano disperdendo. Dentro al Convention Centre, ieri, i lavori del Wto sono finalmente cominciati, come se nulla fosse: assediati all'esterno, divisi all'interno. I dirigenti dell'Afl-cio sno convinti di aver segnato un punto: portare la clausola sociale all'ordine del giorno dei lavori. Certo il presidente Clinton gli ha strizzato un occhio: e non è difficile vedere considerazioni di politica interna nelle sue dichiarazioni: il consenso delle lobby ambientaliste e dei sindacati americani è essenziale al vicepresidente Al Gore, che già guarda alla sua imminente campagna presidenziale. (Eppure proprio lui, in vicepresidente "verde", è rimasto silenzioso). Fino a ieri mattina non aveva commentato gli eventi di Seattle. La clausola sociale all'ordine del giorno? Nulla è meno scontato. Paesi come il Brasile e tutto il sud-est asiatico sono pronti a rompere i colloqui, se gli Stati uniti insistessero. Nei corridoi del Convention intanto si litiga sulle biotecnologie. Gli Amici della Terra International sostengono di aver messo le mani su un documento interno dell'Unione europea da cui si capisce come il gruppo dei 15 sia disposto a venire a patti con gli Stati uniti proprio sul delicatissimo punto del biotech. L'Ue sarebbe favorevole a formare, "con decisione immediata a Seattle", un Gruppo di lavoro del Wto sul tema - finora gli europei avevano insistito perché il tema delle biotecnologie fosse trattato nell'ambito del Protocollo delle Nazioni unite sulla Bio-sicurezza, secondo quanto chiedono sia le organizzazioni ambientaliste, sia gran parte dei paesi in via di sviluppo: voleva dire anteporre il controllo sull'impatto ambientale e sulla salute umana alle considerazioni commerciali. Se le biotecnologie tornano nell'ambito decisionale del Wto, sottolinea il Wwf, tantovale dire che "i negoziati presso l'Onu per un protocollo sulla biodiversità sono già falliti: ancora una volta sacrificano il bene pubblico a ristretti interessi commerciali". I lavori del Vertice di Seattle si preanunciano caldi.

 

LA SPARTIZIONE DEL MONDO CHE CONTA

Guglielmo Ragozzino

il manifesto, 2 dicembre 1999

Si parla molto di agricoltura a Seattle e molto poco di petrolio e di questioni finanziarie, come la speculazione sulle monete o le fusioni/acquisizioni transfrontaliere. E' segno che i manovratori non vogliono essere disturbati. Il petrolio è triplicato di prezzo in dodici mesi e l'effetto secondario è stato quello dare una scossa ai prezzi di molte materie prime e di rafforzare il dollaro. Il nuovo prezzo è stato possibile perché il cartello tra l'Opec e altri paesi produttori e le compagnie maggiori hanno deciso di ridurre l'estrazione e tagliare le scorte. Ma di questo vincolo alla libertà dei commerci nessuno parla. Così come non c'è spazio per la Tobin Tax, un logico correttivo alle disfunzioni del mercato, perché non piace agli Usa, i quali in presenza del famoso granello di sabbia nell'ingranaggio del mercato finanziario, avrebbero maggiori difficoltà a nascondere il proprio crescente disavanzo commerciale. Le imprese multinazionali si fondono, si assorbono, si scalano dentro e fuori i confini e i continenti e di nuovo quel che fanno è, a detta del Wto, compatibile con il mercato; anzi le regole e le sregole servono proprio per rendere automatico e ineccepibile il movimento trasfrontaliero (e transcontinentale). La sproporzione di forze, l'abuso di posizioni dominanti che sono assunte come regole basilari dai vari antitrust nazionali, sono ricordi del passato, dei tempi di un capitalismo rozzo; mentre ora dovrebbe affermarsi il Millennium Round. Proprio per questo la discussione che si concentra sui temi dell'agricoltura, dagli ormoni alle banane, o quella che si allarga alla clausola sociale e alle questioni genetiche ed ecologiche, coprendo temi che interessano molto i cittadini, sottrae all'attenzione la spartizione del mondo che le multinazionali stanno operando. Il tema dell'agricoltura è un classico che difficilmente troverà una fine. Gli europei, dentro e fuori l'Unione hanno un sistema di prezzi sostenuti dall'Ue, con la Pac (politica agricola comunitaria) o dai paesi singoli, con loro legislazioni appropriate. Il sostegno serve a far vivere l'agricoltura, la sua diversità, ed è necessario per "preservare le comunità rurali e i posti di lavoro" per consentire un migliore trattamento agli animali e garantire cibi genuini e naturalmente gli amatissimi "Camambert" o "Lardo di Colonnata". Nell'Ue vi sono zuffe continue in tema di sostegni all'agricoltura tra paesi "mediterranei" e paesi "continentali"; poi, di fronte agli Usa, le contese si placano e si fa fronte comune, anche se i negoziatori Usa tentano, con il gioco delle ritorsioni di mettere un paese contro l'altro. Il che a volte - il caso a Seattle potrebbe essere quello del ministro italiano Piazza - sembra riuscire. Gli altri paesi produttori sono indignati dagli aiuti e invocano l'intervento del severo giudice Wto. Per questo tutti gli europei seguono i francesi nella polemica contro la carne agli ormoni; una campagna serissima ma anche di strumentalità trasparente. Non è chi non veda che la stessa amministrazione Fda degli Usa che si occupa di farmaci oltre che di derrate alimentari, viene presa per vangelo in un caso e trattata da fabbrica di veleni nell'altro. Vi è un altro notissimo tema di discussione che riguarda il lavoro: alcune importazioni vengono ostacolate con le clausole sociali e l'accusa di dumping. Si tratta quasi sempre di ragioni valide, soprattutto prendendo le parti dei lavoratori sfruttati, dei bambini che non possono andare a scuola o a giocare, delle popolazioni che patiscono condizioni ambientali che accorciano le vite. Sono ragioni meno valide se a parlare sono i governi del Nord o le stesse imprese multinazionali che utilizzano questi temi per ostacolarsi e togliersi mercato. Ultimo, ma non minore tra i temi irresolubili è quello della Cina. E' il paese più popolato e con la maggiore crescita che vi sia al mondo, ma Europa e Usa si palleggiano la responsabilità di tenere la Cina fuori della comunità del Wto. Insieme hanno tutto l'interesse di non avere al tavolo maggiore un interlocutore forte, capace di vendere merci fabbricate da operai con paghe venti volte più basse di quelle correnti al Nord e di riempire tutto il mercato.

 

USA ED EUROPA A RUOLI INVERTITI

Maurizio Meloni* Giorgio Dal Fiume** - Seattle

il manifesto, 2 dicembre 1999

I delegati al Vertice mondiale di fine secolo bloccati dietro le vetrine dello Sheraton. Distinti ambasciatori in macchine a tre piazze che passano in Union Street, finalmente liberata (coi lacrimogeni) dalla polizia, sommersi da cori di fischi e canti di protesta. Le strade del centro pattugliate e dalle 19 di martedì sotto coprifuoco. E poi finalmente arrivano i loro: la guardia nazionale ieri ha riportato la pace in città, come dicono i notiziari del mattino. L'imponente manifestazione di mercoledì è piombata sull'agenda del vertice come l'ultimo degli scossoni al già traballante edificio Wto. Stati Uniti ed Unione Europea hanno dimostrato di nuovo una ferrea unità di visioni: mentre la signora Barshefksi, capo delegazione Usa, e il presidente Clinton hanno espresso "simpatia di fondo alla protesta pacifica dei manifestanti" e l'impegno americano ad accogliere alcune delle loro richieste, il ministro Fassino non ha trovato nient'altro di meglio che dichiarare che "non bisognerebbe contestare il Wto, ma piuttosto battersi perché questa organizzazione abbia più poteri e possa governare al fine di gestire la globalizzazione". Il carattere strumentale dell'intervento della signora Barshefski e di Clinton è palese. In primo luogo cavalcano la protesta per non perdere l'appoggio dei grandi sindacati americani, l'altro ieri fortemente presenti alla manifestazione. Inoltre puntano al fallimento dell'agenda onnicomprensiva con cui la Ue, nel tentativo di rimediare alle perdite sul fronte agricolo con l'apertura di altri temi, si è presentata qui a Seattle, il cosiddetto Millennium Round. Infine è nota la preferenza Usa per iniziative di tipo bilaterale in cui gli States possono esprimere nel faccia a faccia tutta la loro forza senza doversi imbarcare in negoziati multilaterali defatiganti e soprattutto pieni di gente che non la pensa come loro. Ciò detto tuttavia, rimane assai significativo quanto dichiarato da Barshefski: il mondo si sta democratizzando e anche il Wto deve farlo e aprire le sue procedure al controllo pubblico. Un vero siluro verso un'istituzione che ha la presunzione di essere il forum politico dell'economia globale. Su tutt'altro fronte invece la posizione del nostro governo, rappresentato a Seattle dal capodelegazione, il ministro Fassino. Quello che colpisce negativamente è ancora una volta il lealismo estremo espresso dall'Italia in questi contesti, un paese sempre più realista del re e mai capace di accogliere nei suoi interventi alcun minimo elemento critico verso un'istituzione indifendibile così come è attualmente, quale il Wto. In questo clima sarà davvero dura per l'Unione europea portare a casa l'inserimento di nuovi temi, come la spesa pubblica o gli investimenti, riportando nei negoziati multilaterali il già sconfitto Accordo Mai. Se il controvertice di Seattle dovesse far pendere gli equilibri interni al Wto a favore della strategia Usa non sarebbe una vittoria per il movimento che manifesta a Seattle. Ma da una simile vicenda i governi di centro-sinistra europei dovrebbero trarre motivo per riflettere sul loro improponibile tentativo di fare oggi del Wto lo strumento principe per regolare la globalizzazione. Il fine è sacrosanto, ma mai mezzo fu meno appropriato.

*Lilliput, **CTM Altromercato

 

SEATTLE RIMBALZA A LONDRA

Orsola Casagrande

il manifesto, 2 dicembre 1999

Quaranta arresti e sette feriti. E' il bilancio degli scontri che si sono svolti a Londra martedì notte di fronte a Euston station. La manifestazione londinese contro il vertice a Seattle dell'organizzazione mondiale del commercio si è conclusa come era quasi destino. La polizia questa volta si è presentata in versione joint venture (metropolitan, city e station police tutte e tre insieme), armata fino ai denti, ed ha caricato i manifestanti che chiedevano di poter marciare lungo Euston road. La polizia aveva preannunciato che non avrebbe tollerato nessuna provocazione: e certamente si è spinta anche oltre la parola data dal momento che le provocazioni sono partite proprio dagli agenti. Sei manifestanti e un poliziotto sono stati ricoverati in ospedale al termine della movimentata serata. La manifestazione si era svolta pacificamente sia al mattino, quando centinaia di persone si sono recate davanti a Downing street (sede del premier Tony Blair) sia nel pomeriggio quando davanti alla stazione di Euston si sono svolti i comizi di gruppi ambientalisti (da Greenpeace a Friends of the earth), di diverse organizzazioni di solidarietà (con Mumia Abu Jamal, con i lavoratori dei paesi sudamericani), di alcuni partiti politici (Socialist Workers party) e di gruppi di base come Reclaim the streets. L'atmosfera era tranquilla, nonostante il pesante schieramento di forze dell'ordine che avevano chiuso i manifestanti in un cordone sanitario impedendo a chiunque di entrare o uscire dalla folla. La stazione è stata ben presto chiusa, così come le due arterie principali che culminano a Euston. Quando è partita la prima carica, fotografi, cineoperatori e giornalisti che si trovavano di fronte ai cordoni, sono stati travolti dai poliziotti. Un gruppetto di manifestanti ha cercato di difendersi dai manganelli e dai lacrimogeni con bottiglie e lattine di birra e questo ha provocato ulteriori cariche. Ieri mattina due dei quaranta arrestati sono comparsi in tribunale accusati di comportamento violento. Gli altri sono stati interrogati fino a tarda sera.

 

GLI USA PRESI CON LE MANI NEL SACCO

Liberazione, 2 dicembre 1999

Il giornale francese l’Humanité ha pubblicato nell’edizione di ieri degli estratti di un documento redatto dall’amministrazione Usa, che rivelano la strategia statunitense destinata a piegare l’Africa alla legislazione farmaceutica di Washington. L’affare risale al 1997, nel momento in cui il governo del Sud Africa decideva di inserire nella sua legislazione farmaceutica la possibilità di fabbricare dei medicinali generici grazie al sistema delle licenze obbligatorie (che deroga la regola dei brevetti di proprietà intellettuale) e di aggirare gli obblighi doganali (tramite delle importazioni parallele); misure comunque autorizzate dagli accordi commerciali in vigore (Trips). Ben lontane dall’approvare questa prospettiva, le principali istituzioni americane - Governo, Dipartimento di Stato, Ufficio delle licenze e dei timbri, Consiglio nazionale della sicurezza e Ufficio del vicepresidente (Al Gore) - "hanno dato vita ad una campagna assidua, concertata e destinata a persuadere il governo sudafricano a sopprimere o modificare l’articolo 15", come spiega letteralmente il documento del Dipartimento di Stato per gli affari legislativi, datato 5 febbraio 1998. Il documento, intitolato "Azioni del governo per negoziare il rapporto o l’annullamento dell’articolo 15 (C) della legge sui medicinali del Sud Africa", ammette che la risoluzione del conflitto bilaterale è una "componente vitale delle relazioni commerciali tra i due paesi". Nel testo si precisa allo stesso modo che "il governo ha specificato chiaramente che in gioco c’è la difesa degli interessi legittimi e i diritti delle case farmaceutiche statunitensi". Poi, in sette pagine dettagliate, vengono descritte le azioni dell’amministrazione Usa e dell’ambasciata a Pretoria, all’inizio del ’97, per vanificare il progetto legislativo. I rappresentanti locali delle grandi case farmaceutiche che allertano l’ambasciata e chiedono "segnali forti" da parte di Washington, l’ambasciatore stesso che usa tutti i mezzi di pressione negli incontri privati e approfitta di ogni occasione pubblica per denunciare la situazione" ai rappresentanti sudafricani. Una pressione che si amplifica dopo l’avvio dei negoziati. L’ambasciata a Pretoria sceglie di schierarsi a fianco della Svizzera e di alcuni paesi Ue, e mentre le maggior parte dei paesi europei si rifiuta di appoggiare le pretese americane, dalla parte Usa si schierano la Francia, la Germania e la stessa Svizzera. Il presidente Chirac, durante la visita in Sud Africa nel luglio ’98, sosterrà a tutti gli effetti la politica di difesa della proprietà intellettuale rivendicata dagli Usa. Malgrado queste pressioni l’articolo 15 non viene abolito, e la resistenza di Pretoria "rischia di creare un precedente mondiale ed una messa in discussione dei principi del Wto" come stima il documento. Nel giugno ’98, durante una conferenza dell’industria farmaceutica, le minacce si fanno allora più insistenti. Un responsabile dell’ambasciata Usa "fa presente che la posizione di Washington nei riguardi di Pretoria è sempre più negativa", e "si ipotizzano delle sanzioni commerciali". Una scalata che prosegue ancora in gennaio quando un consigliere economico del Dipartimento di Stato minaccia il Sud Africa di una "sospensione degli aiuti" destinati a Pretoria. Il conflitto non si è ancora risolto. Una quarantina di industrie hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale sudafricana, e il testo di legge che autorizzava le importazioni parallele è all’oggi bloccato.

 

LA BATTAGLIA DI SEATTLE

Sabina Morandi

Liberazione, 2 dicembre 1999

Seattle - Sono le sette di sera, ora locale. E’ appena stato dichiarato lo stato d’emergenza civile, ovvero l’arresto di chiunque passi per il centro della città: un modo un po’ ipocrita per rendere arrestabili tutti i manifestanti che ancora si trovano per strada. Un modo per dimostrare che la situazione è sotto controllo, visto che anche Clinton dovrebbe arrivare fra qualche ora. A guardare le immagini degli ultimi notiziari sembra che alle forze dell’ordine la situazione sia completamente sfuggita di mano. In televisione è apparso anche il rappresentante del Wto per rispondere stizzito ai giornalisti che l’apertura della Conventions è sostanzialmente fallita, perché i delegati non sono riusciti a raggiungere la sede, ma che i lavori andranno avanti, anche se non si sa bene come. La battaglia di Seattle, come la chiamano i manifestanti, è ancora in corso: il centro è chiuso, i manifestanti fronteggiano la polizia e non accennano ad andarsene. La televisione mostra i fuochi, le barricate, e la polizia in assetto anti-sommossa che avanza, lenta e determinata, spingendo la protesta fuori al centro. Gli elicotteri volano bassi sotto la pioggia che ha cominciato a cadere, e il cronista annuncia l’arrivo della Guardia Nazionale, disarmata. La giornata è cominciata presto. Alle sette il teatro della Paramount, che doveva accogliere i delegati provenienti da tutto il mondo, era già presidiato dai picchetti dei manifestanti che impedivano a chiunque di entrare. Trovandosi di fronte soprattutto studenti e anarchici, la polizia questa volta ha avuto la mano pesante: gas lacrimogeni particolarmente urticanti e proiettili di gomma, a cui si sono aggiunti dei reparti di celere locale, stile guerre stellari, con tanto di scudi e corazze nere. Parecchi manifestanti feriti a bastonate Ð i manganelli qui sono molto diversi di quelli dalle nostre parti Ð e tanti arresti che non sono stati peraltro sufficienti a liberare l’accesso ai delegati. Così, come il giorno prima, ci sono state ore e ore di attesa per i rappresentanti governativi, sempre più spazientiti di fronte alle rassicurazioni degli organizzatori, finché tutto è stato rimandato al pomeriggio. Alle dieci del mattino, però, c’erano i concentramenti delle manifestazioni: quella degli studenti e quella, abbastanza impressionante, dei sindacati che si sono incontrati nello stadio della città. Portuali, metalmeccanici, trasportatori, ognuno con la sua coloratissima divisa. Ma c’erano anche i contadini di mezzo mondo, gli ambientalisti di Sierra Club e quelli di Greenpeace. Organizzatissimi, con tanto di "squadra legale" in apposita maglietta, pronta ad intervenire per ogni eccesso della polizia. Il corteo è partito, con in testa gli Hell’s angels, quelli dalle enormi motociclette, e una sparuta rappresentanza degli indiani d’America. Verso l’una la manifestazione si è congiunta con quella, danzante e coloratissima, degli studenti. Anche i manifestanti più tosti, tutti vestiti di nero, con tanto di maschere antigas ed elmetti, erano organizzatissimi: ricetrasmittenti, servizio di infermeria volante, punk o rasta con il simbolo della croce rossa sulla schiena perfettamente attrezzati (con tanto di guanti anti Aids) per curare le ferite e i danni dei lacrimogeni al pepe. Gruppi vestiti da clown o da tartarughe si riunivano in estemporanee assemblee stradali per decidere, grazie alle radioline, dove accorrere a tamponare un punto debole nella linea dell’assedio che correva intorno alle strade che circondano il palazzo Wto. Alle tre del pomeriggio, il centro della città era completamente bloccato e l’accesso al palazzo della Conventions era impossibile. Abbiamo visto con i nostri occhi delegati terrorizzati, in elegante doppiopetto, arrampicarsi attraverso le piante d’ingresso dello Sheraton per rientrare nella zona protetta. Se i picchetti erano particolarmente duri con i rappresentanti occidentali erano invece disposti al dialogo con quelli provenienti da altri paesi: grandi discussioni, anche queste in puro stile anglosassone, per spiegare loro le ragioni della protesta. Quando i manifestanti hanno provato a forzare il blocco della polizia che circondava il Wto, fra Pike street e la quarta strada, sono cominciate le botte e i lacrimogeni. Non bisogna immaginare pero un mordi e fuggi come da noi. La polizia e i manifestanti sostanzialmente hanno continuato a fronteggiarsi, fra suoni di tamburi e bikers, ciclisti che fanno da pony express e che sfrecciavano da tutte le parti per portare notizie dell’assedio. Chi ci ha rimesso sono le grande catene commerciali della zona come le vetrine di Mc Donalds e dei molti negozi di lusso, andate in frantumi. Dopo appena mezz’ora, con tempismo incredibile, in mezzo ai manifestanti sono arrivati i camioncini dei falegnami che hanno foderato interi palazzi con legno anti-sommossa. Mentre scriviamo il centro è ancora bloccato. Catene umane o semplici sit-in di attivisti non accennano ad andarsene, ed hanno promesso che terranno duro tutta la notte. E’ difficile raccontare una giornata come questa, così come è difficile, con i nostri parametri, riuscire a capire questa eterogenea mistura di ribellione ed educazione anglosassone, perfetta organizzazione e furia anarchica, abilità tattica e capacità di comunicare con i media lasciandosi intervistare a metà di una carica della polizia. Di fatto l’occupazione fisica delle strade, dei media, che sono costretti a ripetere all’infinito le parole d’ordine dei manifestanti, e perfino dei siti internet del Wto (fatti saltare dagli attivisti informatici) è stato il successo di un movimento impensabile, fino a due giorni fa. Così com’era impensabile la convergenza fra il mondo del lavoro, rappresentato dai sindacati del primo, secondo e del terzo mondo, gli ambientalisti e uno scomposto disagio antisistema, che ha trovato obiettivi, forme organizzative e analisi politica intorno a cui organizzarsi. Ieri sera, nel concerto di solidarietà che si è tenuto in una Key Arena gremita (l’enorme tempio del basket della città), gli intervenuti non hanno esitato a pronunciare parole forti. A una folla urlante i leader storici delle proteste del Vietnam hanno parlato niente di meno che della "prima rivoluzione planetaria". Ma si sa, gli americani esagerano, anche se è molto difficile non farsi trascinare dall’euforia di momenti come questi. Mentre scrivo il cronista continua la telecronaca in diretta, si sentono le esplosioni dei lacrimogeni e gli slogan della folla. Rivoluzione globale? Tropo bello per essere vero. Una cosa però è certa, il Millennium Round è morto prima ancora di cominciare. Forse non tutti i boss delle transnazionali americane piangono per questo: in fondo loro hanno sempre preferito fare affari di nascosto, accordi bilaterali da posizioni di forza inattaccabili, e sempre in segreto. Forse Moore, il capo del Wto, è uno che ci crede veramente alla sua favoletta del libero mercato, altrimenti non avrebbe violato la prima e principale regola dei padroni della terra: le cose si fanno in segreto, sempre. L’idea di portare il Wto alla luce del sole era folle, e sottovalutava la capacità di analisi della gente. La scelta di portarlo a Seattle, la città più a sinistra d’America, è stata poi un’idiozia che diventerà proverbiale. Ma questa sera il Wto sembra il problema più piccolo per i signori del mondo. Qualcosa è iniziato, e non sarà facile tornare indietro.

 

L’UNIONE EUROPEA PRONTA A TAGLIARE I SUSSIDI ALL’EXPORT

Marco Valsania

il Sole 24 Ore, 2 dicembre 1999

Seattle - Charlene Barshefsky non ha perso tempo. Il coprifuoco e le dimostrazioni di protesta l’avevano costretta martedì a incollarsi al telefono per tenere i contatti con le principali delegazioni, a cominciare da quella europea. Ma ieri i negoziati commerciali sono entrati nel vivo. Proprio da questi contatti dovrebbero emergere gli accordi per far decollare il nuovo valzer negoziale sulla liberalizzazione del commercio mondiale, il Millennium Round. L’Unione europea lavora a un documento comune con altri Paesi da discutere poi con gli Stati Uniti e i loro alleati. E tra i passi in avanti compiuti si registrano quelli sul delicato terreno dell’agricoltura: il commissario europeo Franz Fischler ha dichiarato che l’Europa è pronta a trattare "una significativa riduzione" dei sussidi alle esportazioni. Ma non la loro totale eliminazione, chiesta finora dagli americani. La Ue spinge anche perché "tutte le altre forme di sussidio" e di "distorsioni interne del commercio", dall’accesso ai mercati ai programmi americani di crediti all’export, vengano affrontate.

"I negoziati sono cominciati — ha detto Fischler — e ho fiducia sulla conclusione di un accordo soddisfacente per tutti". Il commissario ha tuttavia aggiunto che "la posizione europea vuole tener conto di tutti gli aspetti collegati al commercio, comprese le preoccupazioni ambientali e sulla salute. Questo non significa reinventare il protezionismo". L’Italia, nell’ambito della posizione europea, è favorevole soprattutto a una riduzione selettiva degli aiuti all’agricoltura, cioè a tagli che intervengano più sui prodotti con maggiori sovvenzioni, tradizionalmente quelli continentali, e che non penalizzino eccessivamente invece i prodotti mediterranei già meno protetti. Per l’Italia un capitolo rilevante è anche la difesa delle tipicità regionali. Schiarite sono emerse ieri anche sul controverso tema delle biotecnologie agricole: la creazione di un gruppo di lavoro, un forum della Wto, appare in vista e verrebbe incontro alle richieste degli Stati Uniti. La bozza europea del documento agricolo è stata sottoscritta da alcuni Paesi considerati vicini all’Ue, Giappone, Svizzera, Corea, Turchia, Ungheria. Questi Paesi concordano sulla difesa europea della caratterizzazione "multifunzionale" dell’agricoltura, un termine che si riferisce al ruolo del settore in campo ambientale e di sicurezza della salute. Gli Stati Uniti sono invece affiancati sull’agricoltura da una cordata di nazioni esportatrici di beni alimentari, denominato Gruppo di Cairns. Washington denuncia i 7 miliardi di dollari in sussidi all’export, l’85% del totale mondiale, spesi dalla Ue, che dedicherebbe "il 50% del suo budget in sostegni all’agricoltura che distorcono il commercio". Oltre ai sussidi all’export l’America vuole riduzioni tariffarie.

Maggiori margini di manovra potrebbero esserci, tra Stati Uniti ed Europa, anche sulla definizione di un’Agenda allargata da lanciare a Seattle. L’Unione europea è giunta al vertice sotto la bandiera di un’Agenda più ampia rispetto a quella americana che punta soprattutto a liberalizzare l’agricoltura e i servizi, accanto a ulteriori aperture dei mercati per i prodotti manifatturieri. L’Agenda europea allargata comprende anche temi quali concorrenza, investimenti, questione sociale e ambientale. La questione sociale, sposata sia da Bill Clinton che dagli europei, ha aperto un fronte di conflitto con i Paesi in via di sviluppo. Nazioni come l’India hanno denunciato le potenziali interferenze prodotte legate a norme sulle condizioni di lavoro. Clinton, però, è sensibile anche alle pressioni sindacali interne: ieri ha indicato il suo impegno su questo fronte, dicendosi favorevole anche a possibili sanzioni contro Paesi che non rispettino le regole sul lavoro una volta create. Tra i temi scottanti per gli Stati Uniti ci sono anche le protezioni per settori quali lo zucchero e il tessile, invisi a molti Paesi in via di sviluppo. E anche le misure antidumping usate dalla Casa Bianca, soprattutto nel settore dell’acciaio, contro numerosi Paesi tra cui il Giappone.