LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

VENERDÌ 3 DICEMBRE 1999

 

SEATTLE, COPRIFUOCO TOTALE

Città blindata, abitanti in rivolta contro il summit

Antonio Cianciullo

la Repubblica, 3 dicembre 1999

Seattle - Gli operai arrampicati sulle impalcature dei cantieri della Seconda Avenue una scena così non l'avevano mai vista. Mentre i superstiti della manifestazione passavano a riprender fiato fuori della zona proibita, una decina di ragazze si è spogliata rimanendo in pantaloni per mostrare un Wto: kiss my ass dipinto sulla schiena e un gruppo di reduci degli Anni Sessanta si metteva a cantare l'Internazionale, canzone non ancora impopolare in un paese che, non essendo mai stato comunista, convive senza problemi con il passato. Intanto il coprifuoco è in vigore 24 ore su 24 nella zona che ospita le sedi delle riunioni. Lo stupore è la nota di fondo di questa Seattle democratica, capitale dei progressisti americani, che scopre un mondo al di là delle sue grandi foreste, dell'impero elettronico di Bill Gates, nella felice avventura di Amazon.com, di un'urbanistica all'avanguardia già trent'anni fa. Una città meno ingenua non avrebbe aspettato con i fiori in mano le Unions e gli ambientalisti, gli agricoltori e i monaci del Tibet. Avrebbe temuto l'evento più probabile: l'infiltrazione degli hooligans. E si sarebbe attrezzata per fronteggiarlo pescando i teppisti senza bombardare con i lacrimogeni migliaia di pacifici dimostranti."In quest'amministrazione ci sono persone che hanno marciato per i diritti civili negli Anni Sessanta. L'ultima cosa che avrei voluto è essere il sindaco di una città che chiama la Guardia nazionale", si lamenta ora Paul Shell. Se potesse tornare indietro probabilmente pagherebbe per rinunciare all'onore di ospitare il summit. Oscillando tra l'iniziale esibizione di eleganti poliziotti in caschetto nero e mountain bike e i blindati che ora dominano la scena, il comune è riuscito a scontentare tutti.

I commercianti piangono il mesto inizio delle vendite natalizie, pur restando straordinariamente efficienti: in poche ore sono riusciti a blindare con pannelli di legno le vetrine sopravvissute alla prima notte brava. La downtown, il cuore commerciale della città, giace in letargo: la vita batte lentamente dietro alcune delle saracinesche socchiuse. Si contano 1,5 milioni di dollari di danni e 7 milioni di dollari di mancate entrate.

"In questo periodo dovremmo incassare 5mila dollari al giorno, ne entrano 500" calcola Terry Webb, il manager dell'Hallmark Card store. "Non so come farò a far quadrare il bilancio a fine anno: una cosa del genere a Seattle non è mai successa, l'ultimo coprifuoco è scattato durante la Seconda guerra mondiale". Perfino chi stava guadagnando bene ha dovuto chiudere bottega: la vendita di maschere antigas (10 dollari l'una, andavano via come il pane) è stata vietata lasciando i cronisti dei telegiornali locali a piangere in diretta davanti alle telecamere mostrando un esemplare dei proiettili di gomma. Ma il sindaco ha irritato profondamente anche la sua base elettorale, per niente felice di veder andare in pezzi l'equilibrio basato sulla pace sociale e sugli Internet café, sull'ambientalismo al governo e sulla produzione avanzata. I cittadini modello, abituati a veder tutelati i loro diritti, sono andati a sbattere contro l'emergenza. È successo a Skye Farr, figlia di un poliziotto. Quando ha sentito i primi scoppi di lacrimogeni è scesa a parlare con gli agenti pregandoli di smettere: le hanno spruzzato il gas in faccia. Come lei è furibonda buona parte della gente che abita in centro. Solo chi ha le credenziali del Wto può muoversi: gli abitanti non riescono a tornare a casa.

Sembra proprio che debba andare così per altri due giorni. Nonostante la dichiarazione dello stato di emergenza, i continui lanci di lacrimogeni e le macchine della polizia che fanno caroselli a sirene spiegate, i manifestanti non mollano. Qualcuno è andato via, qualcuno è stato arrestato, ma gruppetti di centinaia di persone continuano a sfidare il divieto di manifestare. Entrano alla spicciolata, filtrano tra i blocchi, si ricompattano all'improvviso tirando fuori uno striscione. Arrivano a sventolare la bandiera a stelle e strisce davanti agli agenti gridando freedom.

Nicole Babe, una studentessa di 22 anni, ha portato un grande specchio davanti ad una fila di poliziotti in tenuta da combattimento per mostrare loro che aspetto hanno con le maschere antigas, i manganelli, i fucili, gli spray lacrimogeni. Lei parla dei diritti delle future generazioni, dei figli che non devono essere avvelenati dai pesticidi e dai cibi transgenici, delle foreste da salvare. I fotografi si abbassano davanti allo specchio, scansano i manganelli che gli agenti allungano ogni volta che ci si avvicina troppo, e scattano. Questa, oggi, è la foto giusta per Seattle.

 

LA PIAZZA GLOBALE

Furio Colombo

la Repubblica, 3 dicembre 1999

Guardate le immagini della folla giovane che irrompe nelle strade di Seattle, le occupa, le blocca, si scontra con un'armata di poliziotti, di mezzi blindati, cariche molto dure, corpo a corpo, cavalli al galoppo, automobili che bruciano, vetrine infrante, resistenza passiva e aggressioni, giovani a viso scoperto, e maschere da sci calate sul volto. Guardate le sagome scure di corpi giovani che saltano il posto di blocco, che vengono trascinati contro la luce intensa dei falò improvvisati, dei riflettori della polizia e delle televisioni. Fatalmente ritornano in mente altre scene, altre immagini.

Qualcuno ricorda le strade di Chicago, i primi giorni d'agosto del 1968, un mare di gente giovane che assedia, come adesso, gli alberghi, occupa le strade, provoca una grande tensione intorno alla convenzione democratica che doveva eleggere il candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel pieno della guerra nel Vietnam. Martin Luther King e Bob Kennedy erano appena stati assassinati. A quel tempo il mondo giovane era con l'America giovane contro la guerra. Il centro della tempesta, ma anche della speranza, era in un'appassionata visione internazionalista e fraterna.

Se ha senso confrontare a memoria le immagini, ricorderò che allora c'erano baionette e soldati a blindare gli alberghi, che la marea sterminata dei giovani non ha mai iniziato alcun atto di violenza o di distruzione.

Adesso? Adesso nessuno dirà che la protesta della massa di giovani di Seattle è infondata, o inutile, o incoerente. Semmai si assiste ad una costellazione variegata di parole d'ordine, miti, ideali, ragioni di mobilitazione drammatica e urgente. È in discussione se il mondo sia ingiusto, troppo ricco e troppo povero, se gli Stati Uniti siano troppo potenti, se la sua cultura e i suoi prodotti abbiano invaso il mondo, irrompendo negli spazi allargati da media, dal dominio della cultura popolare. È in discussione il confronto, ambiguo ma duro fra Europa e Stati Uniti: monete, mercati, prodotti, costi, ruolo, peso, cultura.

È in discussione il rapporto col mondo povero, che scivola sempre più in basso, e allo stesso tempo consuma sempre di più. E dunque paga un tributo crescente per ciò che non possiede e non produce, ma da cui dipende per sopravvivere.

È in discussione la svolta della tecnologia, quasi tutta americana (a causa del vuoto della ricerca europea).È in discussione l'identità nazionale, risvegliata dal sensibilissimo nervo delle agricolture di tanti luoghi del mondo invase da produzioni possenti e ignote di origine americana. Se esistesse, per la folla delle strade di Seattle, un sistema di radiografia o di "scanning" simile a quello che la medicina può esercitare su un corpo, in quella folla si scoprirebbero materiali immensamente diversi. Ci sono scariche di antagonismo contro l'America, ansie millenaristiche, passione democratica, pregiudizi quasi superstiziosi contro i prodotti di laboratorio, buone ragioni che non riescono a farsi sentire, primitivi richiami al suolo nazionale, sacrosante difese delle buone produzioni agricole, rimpianto del passato, fermata della storia, desiderio illuminato di controllare con cura la svolta verso il futuro, pensando al bene di tutti, non alle ricorrenti impennate in Borsa delle azioni impazzite di aziende da fantascienza.

E dall'altra parte, dentro gli alberghi assediati? Ci sono monetaristi con l'occhio al manometro delle valute, crociati del mercato come un Santo Graal, contenti per ogni barriera che si abbatte, ma distratti sul dove, su chi ricadono le macerie delle strutture abbattute, governi votati ai criteri rigidi del controllo, oppure abbandonati al gioco del "liberi tutti" senza scrupoli e senza precauzioni, e vinca il più forte. Persino Bill Clinton ha detto soltanto parole pallide e generiche sia al mondo degli alberghi che a quello delle strade. Accade questo fatto. Molte cose nuove, e con esse molte cose rischiose, ci stanno venendo addosso. Il grido dei ragazzi delle strade che - divisi da tante bandiere - dicono insieme "fermatele", suona appassionato ma impossibile. Il mondo senza limiti e senza frontiere, carico di promesse e di minacce, non si ferma. Si vive, possibilmente da protagonisti informati, creativi e partecipi, liberi dalla seduzione della vendita ma anche da false notizie. Per viverlo ci vuole una visione del mondo, della prossima vita. Ma nessuno ha saputo o voluto darla. Per questo alcuni messaggi sembrano caduti nel vuoto. Penso alle parole, pronunciate invano, nelle prime ore degli scontri di Seattle, da Renato Ruggiero, fino a poco fa capo della Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto). Ha detto ai giovani crociati di Seattle: "Abbiamo bisogno di voi, del vostro impeto, della vostra voce. Ma dalla parte del Wto, non contro. Perché il Wto sono le Nazioni Unite dei commerci del mondo". Nel testo del messaggio ufficiale italiano al "Millennium Round" (autore Piero Fassino) si legge: "Attenzione. Non è il Wto che crea la globalizzazione. Al contrario, il Wto stabilisce regole e istituzioni perché siano globali non solo gli scambi, ma anche la crescita, la partecipazione, il progresso". Dunque anche una misura di verifica e di controllo. Molti governi, però, non sembrano essersi scaldati più di tanto. Ciascuno ha portato a Seattle una sua lista di interessi immediati e basta. La cultura e la scienza non si sono fatti vedere, come dire che gli autorevoli adulti del mondo si sono tenuti alla larga. Per le strade sono rimasti la polizia, e centomila giovani. Sono le ultime immagini di questo secolo o le prime di ciò che sta per venire?

 

L'ATOMICA MONETARIA

Federico Rampini

la Repubblica, 3 dicembre 1999

Europa e Stati Uniti sono in rotta di collisione e la giornata di ieri ha concentrato drammaticamente i temi dello scontro. A New York l'euro è caduto sotto la soglia psicologica di un dollaro: è un sintomo della nostra debolezza, ma anche una formidabile minaccia commerciale contro gli americani. A Seattle su un terreno esplosivo per la salute dei consumatori - le biotecnologie - si è passati dalle proteste di piazza alla battaglia politica. Ma, a sorpresa, al vertice del Wto sono stati gli europei a dividersi e a criticare la Commissione Prodi. Una chance inaspettata per gli americani.

La pietra dello scandalo è una mossa di Lamy, commissario di Prodi per il commercio internazionale. Francese, per anni consigliere di Delors, Lamy ieri ha spiazzato prima di tutti i suoi connazionali con una scelta tattica inattesa. Ha proposto che in seno al Wto si crei un gruppo di lavoro per discutere la liberalizzazione nelle biotecnologie. Alle proteste del governo di Parigi si sono aggiunte perplessità tedesche e italiane. Il timore è che si apra un varco al commercio degli alimenti geneticamente modificati, come vuole Washington. Negli Stati Uniti - leader mondiale nell'industria delle biotecnologie - la manipolazione genetica è consentita e ampiamente utilizzata, mentre l'Europa non l'ha ammessa e vieta l'importazione di quegli alimenti americani. Gli interessi in gioco sono enormi, e mediarli in seno al Wto può far prevalere le considerazioni economiche su quelle sanitarie. Gli organismi geneticamente modificati diventerebbero una merce di scambio fra tante, al tavolo della Trattativa del Millennio. Una delle anime della nuova contestazione, il leader del Wwf ieri a Seattle ha dichiarato: "Il Wto non ha né il mandato, né la competenza, né la fiducia della gente per affrontare un problema così controverso". L'argomentazione è fondata. Uno dei più originali pensatori europei, il teorico della "società del rischio" Ulrich Beck, individua nella crisi di credibilità degli "esperti" uno dei tratti distintivi del nostro tempo. La scienza non dà risposte univoche agli interrogativi che angosciano i cittadini. Gli studiosi si dividono e dietro i loro conflitti sospettiamo che ci siano diverse priorità etiche, o peggio, interessi economici. La neutralità del responso scientifico è in dubbio, né ci si illude che i governi siano immuni dalle pressioni dei poteri organizzati.

È comprensibile che la mossa di Lamy abbia seminato sconcerto fra alcune delegazioni europee. Non bisogna però cadere nell'ingenuità opposta, prendere per buoni tutti gli slogan anti-americani agitati a Seattle. Nel loro improvviso ardore a difesa della salute dei consumatori, i governi europei fanno a gara a nascondere scheletri negli armadi. I peggiori scandali alimentari che hanno seminato paura in tempi recenti si sono verificati in casa nostra: dalla mucca pazza inglese alla diossina nei polli belgi. Gli stessi francesi usavano sangue di animali per produrre il loro pregiato vino rosso.

È facile scegliere come bersaglio MacDonald's. Ed è altamente sospetta l'attenzione esclusiva che rivolgiamo ai pericoli delle modifiche genetiche, dimenticando tutte le manipolazioni chimiche subìte dai prodotti che arrivano sulle nostre tavole. L'argomento in favore di Lamy per includere le biotecnologie nel Millennium Round, è il seguente: troppe volte la difesa della salute è un pretesto ipocrita, impugnato da questo o quel governo (Parigi in testa) per giustificare nuovi protezionismi, nuovi favori a qualche lobby nazionale. Una via d'uscita è stata proposta da Clinton e da Prodi: creare un'autorità mondiale per la salute alimentare, e investire gli sforzi dei governi per dare credibilità e autorevolezza al nuovo organismo. Resta il dato politico emerso ieri. L'Europa si è già divisa dopo 48 ore. Affronta la Trattativa del Millennio in difesa. È accusata di protezionismo non solo per la scellerata politica agricola comunitaria ma anche su altri terreni come quello tessile, dove le vittime sono i paesi più poveri. È un'Europa senza leadership riconosciute: sono lontani i tempi degli assi Giscard-Schmidt o Kohl-Mitterrand. E ora ha anche la tentazione di esautorare la Commissione europea, togliendosi la possibilità di parlare con una voce sola nei negoziati mondiali.

Il Millennium Round si avvia a diventare un banco di prova decisivo per i rapporti di forza tra noi e gli Stati Uniti. Naturalmente esistono forme di protezionismo americano. Ma Washington ha buon gioco a rinfacciarci il suo immenso deficit commerciale - 250 miliardi di dollari nel '99 - a riprova di quanto il mercato Usa acquisti dal mondo intero. Invece l'Ue ha una bilancia commerciale in attivo. E ora utilizza anche l'arma atomica dell'euro debole per favorire le proprie esportazioni. La benevola indifferenza con cui ieri il presidente della Banca centrale europea ha commentato gli scivoloni della moneta unica, è stata interpretata benissimo dai mercati. I governi di Eurolandia sorridono alla svalutazione monetaria, nella speranza che sia una droga per la loro ripresa e una comoda scorciatoia per rilanciare l'economia senza fare le riforme strutturali. Lo scontro con Washington è solo agli inizi. Il vero braccio di ferro lo farà il prossimo presidente americano, che entrerà alla Casa Bianca nel 2001. Intanto si è capito qual è la nostra debolezza più inquietante: in quasi tutti i settori del futuro l'America ha anni di vantaggio su di noi. Perfino la nuova contestazione è nata su Internet, un'invenzione "made in Usa". Non basta lasciar precipitare l'euro per colmare ritardi così gravi.

 

GUERRA SUL CIBO DEL FUTURO

Clinton parte dopo aver firmato la Convenzione contro lo sfruttamento dei bambini, insorgono i paesi poveri

Salvatore Tropea

la Repubblica, 3 dicembre 1999

Seattle - Dallo scontro di piazza a quello in aula. Meno cruento, senza lacrimogeni, ma non per questo facilmente risolvibile. Oggetto del contendere? Le biotecnologie, ovvero il trattamento dei prodotti agricoli e per conseguenza la salute e l'ambiente, nonché le questioni del lavoro connesse con la clausola sociale. Da ieri a Seattle si contano gli arrestati - più di seicento in tre giorni di stato di emergenza e coprifuoco - e già si litiga sul documento che stasera dovrebbe chiudere i lavori della Conferenza preparatoria del Millennium Round. In meno di 24 ore si sono creati e subito modificati vari schieramenti. La contrapposizione più vistosa è quella tra Usa ed Europa, ma ci sono poi divisioni che tagliano trasversalmente queste alleanze. "È una materia in evoluzione", continua a ripetere il ministro del Commercio estero Piero Fassino che quotidianamente fa il punto della situazione assieme al collega delle Politiche agricole Paolo De Castro. Entro domani, però, si dovrà trovare un bandolo. Annunciato dal brusio profondo di contestazione sollevato dai Verdi europei è esploso il caso del cosiddetto "Gruppo di lavoro" il cui compito dovrebbe essere quello di definire i legami tra commercio, sviluppo, salute e ambiente in materia di biotecnologie. A sostenere questa esigenza sono gli Stati Uniti e parte dei paesi di Cairns, dal nome della cittadina australiana dov'è nato questo blocco di paesi caratterizzati dalla comune e accentuata vocazione all'export: Canada, Brasile, Messico, Thailandia, Argentina, Australia e Nuova Zelanda. Sul fronte per il momento opposto c'è gran parte dell'Ue, ovvero Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Danimarca e Svezia. Questo gruppo sostiene che le biotecnologie sono materie che rientrano nel Protocollo Onu per la biosicurezza.

In realtà l'Ue teme che, una volta sottratto ai paesi per affidarlo al Wto, questo controllo cesserebbe di essere tale e lascerebbe mano libera ai potentati americani sul terreno minato dei cibi transgenici. In verità i Verdi, con il portavoce Grazia Francescato, avevano due giorni fa avvistato questo pericolo, ma il commissario Pascal Lamy li aveva rassicurati. Ieri si è scoperto che le cose non stanno proprio così e che Lamy avrebbe accettato di concedere spazio sul "Gruppo di lavoro" allo scopo di acquisire consensi e allargare la schiera dei "paesi amici" pronti a sostenere il documento europeo.

Le alleanze si creano e si disfano col passare delle ore. Ma in prima battuta è saltato o comunque si è modificato il blocco degli amici dell'Ue. Ne facevano parte in un primo tempo Giappone, Corea, Svizzera e Ungheria, mentre erano considerati in movimento verso le posizioni europee Brasile, Messico e Thailandia. Le biotecnologie hanno scompaginato questo assetto. La spiegazione di Lamy, che ieri ha avuto un lungo incontro con il responsabile del commercio Usa, Charlene Barshefsky, e col direttore generale del Wto, Mike Moore, ha convinto poco anche con l'avvertenza che non cesserà il protocollo Onu. A complicare ulteriormente la situazione ha provveduto Clinton che ha firmato la Child Labour Convention, cioè un documento che impegna contro il maltrattamento dei bambini non soltanto nel campo del lavoro. Il presidente Usa in un'intervista ha anche ipotizzato il ricorso a sanzioni contro chi non rispetta la clausola sociale e questa presa di posizione ha fatto scattare il thailandese Supachai che, come si ricorderà, è stato a lungo l'avversario di Moore nella corsa alla successione di Ruggiero e che prenderà il suo posto dopo il primo biennio di direzione. Supachai, facendosi interprete delle intenzioni di molti paesi asiatici ha ricordato a Clinton che in materia di lavoro occorre fare bene attenzione a misure che potrebbero soffocare sul nascere la marcia dei paesi in via di sviluppo. E il rappresentante Ue a Washington, John Richardson, ha addirittura parlato "di imperialismo economico" Usa.

 

IL MAIS TRANSGENICO AVVELENA LA TERRA

Un articolo di "Nature", la pianta modificata produce una tossina: "Conseguenze gravissime"

la Repubblica, 3 dicembre 1999

Londra - Proprio mentre il vertice del Wto è sotto accusa, un altro duro colpo alla ricerca sulle biotecnologie arriva dall'autorevole rivista scientifica britannica Nature, ripresa dal Financial Times. Il mais modificato geneticamente per resistere agli insetti, produce una tossina, la TB, che attraverso le radici della pianta penetra nel terreno e lo avvelena per una durata di circa 25 giorni. Il professor Guenther Stotzky, biologo all'università di New York, autore della ricerca ha aggiunto che "le conseguenze sull'ambiente risultano per ora imprevedibili".

Finora si riteneva che la tossina TB, che è una molecola di proteina, fosse troppo grande per attraversare la membrana delle radici del mais, e che quindi fosse destinata a restare nella pianta e ad essere rimossa con il raccolto. Ma ora con la scoperta di Stotzky è ragionevole pensare che la tossina, che è un potente pesticida prodotto geneticamente, potrebbe riprodurre una situazione simile a quella dei super-batteri resistenti agli antibiotici. Risultato: la nascita di super insetti resistenti alla medesima tossina, cosa che riporterebbe l'agricoltura al passato, con gli agricoltori costretti a usare nuovamente gli anti-parassitari chimici. E gli studi finora condotti diventerebbe del tutto inutili. La scoperta è destinata a riaccendere le polemiche sul mais transgenico.

 

WTO, COMPROMESSO SULL'E-COMMERCE

Gli Usa annunciano l'accordo: l'attuale moratoria sulle imposte verrà prorogata per altri due anni

la Repubblica, 3 dicembre 1999

Seattle - Un po' lontano dai riflettori dei media, che hanno preferito puntare sugli scontri di piazza e sui dissidi in tema di biotecnologie, al vertice Wto di Seattle si è giocata - e si è chiusa con un compromesso tra Usa ed Europa - una partita altrettanto importante: quella sul commercio elettronico. Di fronte alla posizione ultraliberista del governo americano (niente tasse in questo settore in pieno boom, sostiene la Casa Bianca), e a tendenze più protezioniste da parte di alcuni paesi Ue (la Germania in testa), i negoziati hanno portato ad una soluzione che non scontenta nessuno: un'estensione dell'attuale moratoria sulle imposte e sui dazi doganali, per un periodo tra i 18 mesi ai due anni. Ad annunciarlo è stato uno dei protagonisti della complessa trattativa: William Daley, segretario al Commercio Usa. Mentre il suo vice, David Aaron, ha confermato che i vari ministri coinvolti "hanno in generale accettato il principio di non sovra-regolamentare questo nuovo settore del business mondiale". Certo, la vittoria degli Stati Uniti - in questa battaglia sostenuta non solo dal governo ma anche dalle maggiori multinazionali del settore, da At&t a Microsoft - non è totale: questo fronte aveva chiesto infatti una moratoria permanente, pur sapendo bene che un risultato così clamoroso e definitivo sarebbe stato impossibile da ottenere, di fronte ad un'Europa a dir poco perplessa. In ogni caso, i maggiori analisti americani leggono questo compromesso come un punto a favore dell'amministrazione Clinton, che si era molto spesa per ottenere almeno una proroga della motoria. Dal canto loro, i paesi dell'Unione terranno probabilmente a sottolineare che si tratta, appunto, solo di una proroga. Ma i più soddisfatti, almeno a leggere le dichiarazioni ufficiali, sono i colossi tecnologici. A partire dalla società di Bill Gates: "Questa decisione - ha dichiarato il portavoce Rick Miller - è un bene per i consumatori, e anche per la crescita dell'economia internazionale".

 

NON AVERE PAURA DELLA GLOBALITÀ

Seattle, torti e ragioni di chi contesta

Alberto Ronchey

il Corriere della Sera, 3 dicembre 1999

Anche senza poter misurare la rappresentatività effettiva delle manifestazioni esplose in tumulti a Seattle, per interessi o giudizi contrari alla World Trade Organization (Wto), è già evidente che il Round avviato in quella conferenza per abbattere anche le barriere commerciali sarà lungo e travagliato. Fra le contestazioni o controversie, risultano in primo piano quelle che riguardano l'agricoltura sussidiata o protetta con alti dazi, le produzioni alimentari alterate, i segreti delle biotecnologie, l'inquinamento industriale, i poteri delle multinazionali, le strategie telematiche o finanziarie, il "dumping sociale" dei lavori minorili ad infimi salari nelle nazioni povere. Ma l'esperienza di mezzo secolo è indispensabile a chiarire, o ricordare, il valore dei mercati sempre più aperti. Dal 1950, dopo graduali negoziati, l'entità delle tariffe doganali s'è ridotta di ben 10 volte, mentre l'interscambio mondiale s'è moltiplicato per 18, la produzione per 8 e il reddito medio pro capite s'è accresciuto del 250 per cento. Con un simile sviluppo degli scambi, s'intende, profitti e perdite per l'una o l'altra economia erano a volte inevitabili in particolari settori produttivi. Ma restano, come risultati globali, l'espansione dell'economia, le importazioni a prezzi minori, la propagazione delle nuove tecnologie. Si può dubitare d'ogni teoria, ma perché non rispettare i fatti? Ora, l'ulteriore globalizzazione viene contestata secondo convenienze o concezioni diverse. Gli agricoltori dell'Ue, finora protetti, temono i concorrenti degli Stati Uniti. Le industrie manifatturiere, come quelle tessili dinanzi ai semilavorati dell'India e del Pakistan, prevedono competizioni difficili o insostenibili. Alcuni sindacati, ansiosi per la tutela dell'occupazione, minacciano d'abbandonare il candidato presidenziale Al Gore, sostenuto da Clinton, in quella decisiva riserva elettorale che è il quadrilatero Illinois-Michigan-Ohio-Pennsylvania. Oltre gli affari o interessi particolari, la contestazione mobilita quegli ambientalisti che denunciano la pericolosità d'ogni prodotto agroalimentare geneticamente modificato, anche se corrono il rischio inconsapevole di favorire qualche protezionismo con proteste ispirate da timori senza fondamenti scientifici. E poi ancora insorgono quei terzomondisti che imputano i lavori minorili solo a qualche multinazionale, ma non anzitutto alle più diffuse pratiche tradizionali nelle società del sottosviluppo. E infine, osteggiano il Round i nemici fobici o ideologici del "mercantilismo", per i quali ormai la così detta globalizzazione è parola ostica e sospetta, mentre immaginano una congiura internazionale di forze onnipotenti e incontrollate nei loro processi di decisione. Molti sembrano ignorare o dimenticare che in questo secolo, malgrado i genocidi e le guerre, la popolazione mondiale è passata da 1,6 a 6 miliardi d'esseri umani. Non s'imponeva dunque la produttiva e accelerata espansione degli scambi, anche se diseguale, nella rincorsa tra economia e demografia? L'estremo economicismo sarà fallace, se non altro quando elude questioni come l'effetto serra e il degrado ambientale, ma l'antieconomicismo astratto non promette niente. Come avvertiva già Keynes, "l'economia non è in sé la civiltà, ma la possibilità della civiltà". Nessun decisivo passo avanti del Seattle Round, in ogni caso, è verosimile prima della successione alla Casa Bianca. Sia Gore, sia Bush jr, sia Bradley, sebbene più o meno tutti liberoscambisti, non possono già compromettersi. E anche in seguito, il contenzioso globale risulterà così complesso da imporre il rinvio di non poche decisioni. Per esempio, chi respinge la proposta d'eliminare del tutto i dazi sulle importazioni da 48 economie nazionali definite povere? La rifiutano quelle un po' meno povere, ma dirette concorrenti. Ogni complessità deriva dalla circostanza, già frequente nella storia, che non si fronteggiano singoli torti e ragioni, ma più ragioni.

 

CLINTON: FERMARE IL LAVORO MINORILE

Gli Usa firmano la convenzione internazionale che obbliga gli Stati a eliminare lo sfruttamento infantile

Ennio Caretto

il Corriere della Sera, 3 dicembre 1999

Seattle - Con la ratifica della convenzione internazionale sul lavoro minorile promossa dall’Ilo, l’organizzazione mondiale del lavoro, Clinton ha ieri brevemente distolto l’attenzione dell’America dalle dispute sulla liberalizzazione degli scambi attirandola su una delle piaghe più gravi dei Paesi terzi. La convenzione obbliga gli Stati firmatari a prendere "misure immediate ed efficaci per la proibizione e l’eliminazione delle peggiori forma di sfruttamento infantile", e a pubblicare un rapporto annuo su di esse. Ma non prevede sanzioni contro chi viola l’accordo. Clinton ha tuttavia ammonito che gli Usa boicottano e boicotteranno i prodotti del lavoro minorile, da qualsiasi continente provengano, e ha invitato gli altri Paesi a seguirne l’esempio. "Il nostro compito, all’Ilo come al Wto - ha affermato il presidente con quello che è diventato il suo slogan martellante -, è di conferire un volto umano all’economia globale". Clinton ha voluto concludere la sua visita a Seattle, di nuovo scossa da massicce dimostrazioni di protesta, con la ratifica della convenzione per sottolineare due punti: che la battaglia dei diritti umani non può ignorare i 250 milioni di bambini dai 5 ai 14 anni costretti a lavorare in tremende condizioni nei Paesi terzi; e che l’Ilo, l’organismo dei sindacati, e il Wto, quello delle imprese, debbono collaborare. L’America è soltanto il terzo Stato al mondo a firmare la nuova convenzione dopo il Malawi e le Seychelles (fu varata a Ginevra la scorsa estate). Ma il presidente, che è poi ripartito per Philadelphia per una raccolta di fondi elettorali, si aspetta che la firmino tutti i 174 Paesi dell’Ilo. E ha stanziato 30 milioni di dollari, 55 miliardi di lire circa, per quest’anno e altrettanti per il Duemila "per togliere i bambini dalle fabbriche e le strade e portarli nelle scuole, il loro posto naturale".

Al risveglio nella città che, secondo il New York Times, "gli ha fatto un occhio nero" con le dimostrazioni, Clinton ha trovato un clima di polemica. Polemica sul Wto: "Esce molto indebolito dalla conferenza", ha deprecato il Washington Post. "Come chiamerà il prossimo round negoziale? Il round delle bombe lacrimogene?". È polemica sui sindacati Usa: il Wall Street Journal ha accusato Clinton di volere concedere loro un ruolo nello stesso Wto per non perderne i voti alle urne nel Duemila (entrerebbero in un gruppo di lavoro ad hoc). Anche alcuni parlamentari americani hanno attaccato il presidente. Ma Clinton non si è arreso. In incontri separati con il capo della confederazione sindacale John Sweeney e con i leader ambientali, si è impegnato a conciliare l’ecologia e l’impiego con la globalizzazione, "a promuovere uno sviluppo equo". Alla ratifica della convenzione, Clinton non ha nascosto "lo strazio per lo sfruttamento minorile". "L’accordo - ha dichiarato - è una vittoria per le decine di milioni di bambini le cui immagini ci perseguitano. Bambini che vengono prostituiti, o asserviti a padroni per salari da fame. Bambini che usano sostanze chimiche venefiche, o vendono droghe. Bambini che lavorano nelle miniere, o vengono reclutati dagli eserciti e uccidono ad otto, nove, dieci anni". Il presidente ha ricordato che le industrie dei footballs in Pakistan, delle scarpe in Brasile e dei fuochi artificiali in Guatemala poggiano sul lavoro infantile: "Fortunatamente - ha concluso - quei Paesi incominciano a lottare contro questa piaga". E ha smentito che la convenzione sia "un frutto del protezionismo", sia stata voluta dai sindacati per fare salire il costo del lavoro nei Paesi terzi e neutralizzarne la concorrenza. Affiancato da Sweeney, uno dei promotori della convenzione, Clinton ha colto l’estro per proporre la collaborazione dell’Ilo non soltanto con il Wto ma anche con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario. "Si ritiene - ha osservato - che gli interessi delle nazioni, dei sindacati e delle imprese siano divergenti. Quest'accordo dimostra che non è vero. Non basta abbassare le barriere doganali, bisogna anche innalzare la qualità della vita. E ciò nessun organismo può farlo da solo". La decisione sul nuovo round negoziale del Wto, attesa oggi, stabilirà se a Seattle Clinton abbia vinto o perso il suo duplice confronto, interno con la contestazione, e internazionale con l’Europa. Ma se si tratterà di una vittoria, Clinton non potrà goderne i frutti: essi matureranno soltanto dopo che avrà abbandonato la Casa Bianca. A Seattle, di fatto, egli è uscito dalla scena dei commerci.

 

"L'OCCIDENTE NON PUÒ IMPORRE I SUOI STANDARD"

L'economista di origine indiana Bhagwati: non si può pretendere lo stesso trattamento degli operai in Usa e in Asia

Paolo Mastrolilli

l'Avvenire, 3 dicembre 1999

Seattle. "Lo sfruttamento del lavoro e le biotecnologie sono due problemi seri, che vanno affrontati. Però gli occidentali non possono pretendere di risolverli salendo in cattedra, ed imponendo al resto del mondo l'adozione dei loro standard".

Seattle è tornata sotto il controllo della polizia, e quindi è arrivato il momento di discutere sul serio alcuni dei temi che hanno generato la rivolta. Jagdish Bhagwati è la persona indicata per farlo, grazie a tre caratteristiche che lo qualificano come un esperto davvero internazionale: è nato in India; ha studiato in Gran Bretagna e oggi insegna economia alla Columbia University di New York; e dal 1991 al 1993 è stato consigliere del direttore generale del Gatt, proprio mentre l'Uruguay Round apriva la strada alla costituzione del Wto. Dunque Bhagwati è un rappresentante dei Paesi in via di sviluppo, che però vive e lavora negli Stati Uniti, e possiede credenziali sicure riguardo la sua fede nella globalizzazione.

Oggi il lavoro ha occupato il palcoscenico del vertice di Seattle, con le aperture del presidente Clinton, che è arrivato a minacciare sanzioni contro i Paesi dove i minori vengono sfruttati. Perché lei resta scettico?

Come ho detto, il problema dello sfruttamento è serio, e non discuto la necessità di affrontarlo. Però ci sono alcuni aspetti della metodologia che mi lasciano perplesso. Gli occidentali hanno l'abitudine di trasformare questo tema in una questione morale, nella quale sono convinti di possedere la verità assoluta. Quindi il loro obiettivo diventa il semplice trasferimento dei propri standard, giusti per definizione, ai Paesi in via di sviluppo. In realtà basta prendere la metropolitana di New York, facendo un giro nei quartieri di downtown, per scoprire che gli sweatshops esistono anche in America: laboratori poco igienici, dove decine di immigrati o giovani prestano la loro opera in condizioni inaccettabili. Questo fenomeno non sarà paragonabile con quello che avviene in alcuni Paesi asiatici, però ci dimostra che gli occidentali dovrebbero smettere di collocarsi sul piedistallo morale, e lavorare insieme agli altri per cercare soluzioni equilibrate.

Cosa intende per soluzioni equilibrate?

C'è il rischio che in realtà il tema dello sfruttamento del lavoro venga utilizzato per imporre regole protezionistiche a favore degli occidentali. Pretendere che gli operai asiatici ricevano lo stesso trattamento di quelli americani, significa dare soddisfazione ai sindacati degli Stati Uniti, e spingere molte aziende ad interrompere i loro investimenti nei Paesi in via di sviluppo. Naturalmente lo sfruttamento non può essere utilizzato come strumento di concorrenza, ma nello stesso modo non bisogna usare le questioni di principio per soddisfare gli interessi economici nazionali. In sede Onu esiste l'Organizzazione internazionale del lavoro, che per statuto si occupa di questi problemi. Quindi dovremmo usare questa struttura, invece di minacciare le sanzioni, collegando la libertà dei commerci al rispetto di certi standard scelti dagli occidentali.

Un altro problema che sta agitando nello stesso tempo la protesta della piazza, e i ministri impegnati nel negoziato, è quello delle biotecnologie. Su questo fronte esistono alleanze trasversali: da una parte l'Europa, nella sua opposizione, si avvicina ad alcuni Paesi in via di sviluppo, e dall'altra gli Stati Uniti trovano il sostegno di Giappone e Corea, per favorire i cibi modificati geneticamente.

È un problema complesso, perché gli americani sono convinti che questi prodotti non siano dannosi, mentre gli europei temono che in futuro si possano scoprire delle controindicazioni. La risposta dovrebbe venire dalla scienza, ma non è ancora a portata di mano.

 

E L’EUROPA RESTA A GUARDARE

Disertano tutti, Clinton nuovo eroe delle tv

Augusto Minzolini

la Stampa, 3 dicembre 1999

Seattle - Come si diserta un grande evento mediatico per paura? A Seattle c’erano le multinazionali, c’erano i grandi istituti del commercio, c’era la prima protesta di piazza contro la globalizzazione, c’era l’America di Clinton. Solo un soggetto mancava, un soggetto che ha grandi ambizioni, che vuole un ruolo di primo piano nei nuovi equilibri planetari: l’Europa. Né il commissario europeo, Romano Prodi, né un grande capo di governo si sono visti da queste parti. I modernizzatori Tony Blair e Gerard Schroeder, il grande difensore delle politiche sociali Lionel Jospin, e lo stesso Massimo D’Alema, che ha sostituito con la parola globalizzazione il suo intercalare di una volta, il famoso diciamo con cui condiva ogni suo ragionamento, se ne sono rimasti a casa. Così Bill Clinton ha monopolizzato il palcoscenico mondiale sugli argomenti del futuro. E lo ha fatto a suo piacimento, senza nessun contraddittorio e da politico consumato. Ha aperto le braccia alle tesi dei dimostranti, di quell’umanità che ha paura della globalizzazione, ma nel contempo ha assecondato l’offensiva Usa nelle trattative sulle biotecnologie per non inimicarsi la lobby degli agricoltori americani.

E gli altri? Si sono visti Clinton in televisione e, magari, hanno maledetto ancora una volta questo mondo che sembra fatto sempre più a stelle e a strisce. Con il rammarico del giorno dopo. Al solito. Ma perché gli europei non ci sono andati? Clinton stesso li aveva invitati una ventina di giorni prima del vertice, per dare più peso politico al Millennium Round. Il Washington Post ricostruendo il naufragio dell’iniziativa ha spiegato la settimana scorsa che l’invito del Presidente americano era stato fatto "tardi e male". Che era stato solo un gesto di cortesia perché in realtà gli americani non volevano nessun altro al Wto. E, infine, che gli europei se ne erano infischiati perché non avevano nessun interesse ad andare a Seattle. In realtà la richiesta di Clinton non è stata solo un atto dovuto, un ossequio alla forma. Malgrado la stessa White House successivamente l’abbia smentito (cosa naturale visto che tutti avevano risposto no), l’invito alla Ue e ai maggiori capi di governo europei c’è stato, eccome. Addirittura ci sono state delle consultazioni tra le capitali del vecchio continente e alla fine è prevalso il "no". Il motivo del rifiuto è stato un ragionamento "capzioso", frutto della mente di un uomo ossessionato dalla prudenza diplomatica e dalle logica delle trattative come il capo della delegazione Ue, il commissario francese Pascal Lamy. Il personaggio ha pensato che l’invito di Clinton nascondesse una "trappola" (l’espressione a quanto pare è sua): in poche parole se i governanti europei avessero partecipato al Wto, presi dal contesto, sarebbero stati costretti a concedere qualcosa agli americani. Così alla fine di comune accordo Londra, Parigi, Berlino, Roma e Madrid hanno detto "no". E per essere coerenti non è arrivato a Seattle neppure il presidente della Commissione Europea perché, per ripetere la spiegazione ufficiale affidata alla bocca del nostro ministro Fassino "Prodi ha visto Clinton una settimana prima del Wto, per cui cosa ci sarebbe venuto a fare?". Qualcuno aggiunge anche motivi di opportunità legati alla politica interna. In molti Paesi verdi e ambientalisti sono al governo e un premier andando alla conferenza dell’odiato Wto avrebbe potuto incappare in qualche problema che si sarebbe potuto tranquillamente risparmiare. Se poi si porge l’orecchio ai più maliziosi qualcuno arriva a dire che Lamy ha preso quella posizione per evitare che qualcuno gli contendesse la scena sul palcoscenico di Seattle. Risultato: del discorso di Lamy non si è accorto nessuno, di quello di Clinton l’intero pianeta. E in fondo il Presidente americano che in questo appuntamento doveva essere massacrato senza ottenere un risultato, se ne è uscito come un mezzo eroe. Per i suoi, ma non solo.

Degli europei, invece, si è notata solo l’assenza.

E in fondo, a pensarci bene, la trasferta a Seattle se poteva rappresentare un rischio, era sicuramente calcolato. Come spiega Fassino, pensando a se stesso, "chi ha esperienza di cose internazionali sa benissimo che i ministri di 135 Paesi non si riuniscono di certo per combinare nulla. Semmai non si riuniscono affatto. Qualche decisione da prendere alla fine si trova. E in fondo questa riunione serve solo a preparare l’agenda per una trattativa che andrà avanti tre anni".

Per cui il Millennium Round era la tipica tribuna autorevole per parlare al mondo. Un’occasione ghiotta che Clinton ha sfruttato e l’Europa "no". Colpa della paura, ma anche dell’incapacità congenita di capire che il mondo è cambiato, del non rendersi conto che nell’era della globalizzazione anche la comunicazione deve essere globale.

 

IL ’68 DEI GLOBALIZZATI

La battaglia di Seattle

Boris Biancheri

la Stampa, 3 dicembre 1999

I dimostranti che in questi giorni hanno trasformato Seattle, una delle più affascinanti e dinamiche città del Nord America, in un teatro di guerra in odio al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sono un ben curioso assemblaggio di idee e tendenze diverse. Ci sono coloro che l’abbattimento dei dazi e delle restrizioni colpisce da vicino, come certe lobby agricole o dell’industria tessile. Accanto a loro ci sono quelli che si battono contro il lavoro minorile, quelli che vogliono salvare le balene, quelli che rifiutano i cibi transgenici (ma anche gli agricoltori che li producono), quelli che detestano i McDonald’s fino al punto di incendiarli e quelli che mangiano nei McDonald’s tutti i giorni, quelli che semplicemente amano le nazioni povere e quelli che semplicemente odiano le nazioni ricche. Sono tutti veduti da più di cinquanta Paesi diversi per protestare contro il Millennium Round, la tornata negoziale che dovrebbe segnare un altro passo avanti verso la liberalizzazione dei commerci e dei servizi nel mondo. Il nemico dichiarato, il solo nemico comune identificabile in questo caleidoscopio di proteste, è la globalizzazione. Un nemico contro il quale è difficile combattere perché non si sa da dove prenderlo. Come combattere contro il passare del tempo o contro la rotazione terrestre. Finché hanno potuto, i governi hanno cercato di blandire le proteste più che di contrastarle. Clinton, il solo leader che è andato sul posto, ha avuto parole di comprensione e così ha fatto Kofi Annan. Prudentemente, gli altri hanno evitato di intervenire di persona perché le proteste erano annunciate e nessuno ama essere accolto a fischi. La cosa più singolare è che coloro che protestano contro la globalizzazione sono parte della globalizzazione essi stessi. Le loro organizzazioni sono presenti su Internet. Tra loro corrispondono per e-mail. I temi - il clima, l’ambiente, l’etica del lavoro, i diritti degli uomini e delle donne (incluso quello di distruggere le vetrine dei negozi) - sono temi transnazionali di valore universale. A erigere ripari contro il vento della globalizzazione sono più i delegati che stanno dentro le sale del convegno che i dimostranti che stanno fuori. Sono quei governi che non avevano potuto concordare un ordine del giorno in anticipo tanto erano discordi: chi, come la Francia, per difendere la sua identità culturale; chi, come Germania e Italia, per difendere i cittadini dalle bio-tecnologie alimentari; chi, come gli Stati Uniti, per mantenere dei dazi anti-dumping anche dove il dumping è finito da tempo. Le dimostrazioni di Seattle sono dunque un modo di protestare contro lo stato del mondo. Una protesta anti-globalizzazione che nella sua indeterminatezza richiama alla mente quelle del Sessantotto, con questa caratteristica in più: di essere, per l’appunto, globalizzata.

 

VACCINEREMO I BAMBINI DANDOGLI UNA BANANA

La "bioprofetessa"

Ugo Bertone

la Stampa, 3 dicembre 1999

Miss Huttner, allora, a Seattle si tratterà di biotecnologie come volevate voi americani...

"E’ la soluzione più logica. Guardiamo ai numeri: nella prima metà del prossimo secolo, la terra avrà dieci miliardi di abitanti, con una crescita concentrata nei paesi in via di sviluppo".

E allora?

"Solo la biotecnologia, combinata con altre strategie, potrà permetterci di affrontare il problema preservando la biodiversità. E’ l’unica soluzione razionale, con buona pace di chi protesta. Ci vorranno altri vertici, altre trattative. E così perderemo tempo...".

Miss Susanne Huttner, 48 anni, è un personaggio-chiave nei programmi di ricerca biotecnologica della California, lo Stato che più ha scommesso su questo settore. Qualcosa di più di un semplice ricercatore, una sorta di supermanager, semmai, che deve dirigere il collegamento tra le università di California (nove campus, tre laboratori), il ministero dell’agricoltura e il tessuto, vivacissimo, delle compagnie private che operano nel settore. Da lei, in particolare, dipende il progetto Star, il più ambizioso progetto integrato di ricerca applicata industria-università in questo campo. In un certo senso, miss Huttner, dietro il suo volto gentile, è il regista di un futuro che fa paura.

A quanti progetti state lavorando?

"A qualche centinaio".

Per esempio?

"Stiamo sviluppando geni per proteggere le piante dall’attacco dei parassiti, senza far ricorso a pesticidi. Il Bt della Monsanto, a questo proposito, ha consentito agli agricoltori americani di risparmiare 10 miliardi di dollari. Oppure, siamo impegnati nella ricerca di qualità di frutta e verdura che resistano a climi difficili. E non dimentichiamo i vaccini".

Anche i vaccini?

"I bambini potranno essere vaccinati contro il colera o l’epatite mangiando una banana geneticamente modificata. E basterà mangiare una patata cruda per essere immunizzati contro alcuni batteri".

Certe cose, per la verità, fanno paura. Soprattutto in Europa...

"Vero. Negli Stati Uniti tutti i consumatori, dico tutti, hanno senz’altro avuto contatto con cibi modificati per via genetica. E non ci risulta alcun danno alla salute. Il rischio è, del resto, molto basso, senz’altro non superiore ai cosiddetti cibi naturali. Il rischio di allergie o di ingestione di tossine è lo stesso".

Ma in Europa...

"Zeneca aveva lanciato in Gran Bretagna una salsa di pomodoro transgenico con ottimi risultati, visto che aveva conquistato il 65% del mercato. Poi la grande distribuzione ha deciso di ritirare questi prodotti dal commercio".

A chi si deve questa levata di scudi?

"Per due ragioni. Primo, perché in Europa c’è molta meno fiducia negli enti governativi che devono tutelare la salute. I consumatori americani, al contrario, si fidano del giudizio della Fda. Secondo, perché l’opinione pubblica è messa sotto pressione dall’atteggiamento dei mass-media. Di qui un clima di sospetto."

Potrebbe profilarsi una moratoria sulla ricerca o la produzione di cibi transgenici...

"Tutto è possibile. Ma sarebbe una follia".

 

IL TAPPETO DI SEATTLE

Perché il sindacato Usa si rivolta contro il Wto

Rocky Montano

il manifesto, 3 dicembre 1999

"Alla svolta dello scorso secolo, quando i grandi cartelli e le grandi banche dell'era dorata forgiavano l'economia nazionale, l'America affrontò una sfida simile a quella di oggi. Era un'era di fabbriche-inferno, di lavoro infantile, di brutale repressione dei lavoratori e di condizioni di lavoro venefiche. I nuovi giganti industriali arruolavano governi e tribunali per sopprimere i tentativi locali di regolare quegli stessi conglomerati e per "arrestare", letteralmente, gli sforzi per organizzare i sindacati al loro interno. Ci sono voluti decenni di coraggioso sindacalismo, di sacrifici e lotte, c'è voluta la Grande crisi, ma alla fine noi abbiamo scritto nuove regole, inclusi il salario minimo, una settimana di 40 ore, la sicurezza e la sanità nei luoghi di lavoro, il diritto di formare sindacati, la legge anti-monopoli e la legge per l'uguaglianza delle condizioni di lavoro tra i vari stati (della federazione, ndr, 1938).

Oggi noi siamo di fronte alle stesse difficili sfide a livello dell'economia globale ed ancora una volta siamo di fronte a fabbriche-inferno, a lavoro infantile, a repressioni brutali. Di nuovo, le grandi compagnie arruolano tribunali privati per scardinare gli sforzi tesi a regolarle. Di nuovo noi dobbiamo lottare e sacrificarci per scrivere nuove regole che assicurino che i frutti di questa nuova economia vengano condivisi e i suoi eccessi controllati. Quelli che affermano che il modello di libero scambio voluto dalle grandi compagnie è il futuro e che la domanda di diritti per i lavoratori e di protezione per l'ambiente sono parte del passato si sbagliano. Lo provano i lavoratori della Cina meridionale che domandano salari decenti rischiando l'arresto, i piccoli agricoltori delle Filippine che chiedono protezione contro l'avvelenamento dei campi da parte delle compagnie straniere, lo provano gli studenti statunitensi che lottano per la chiusura delle fabbriche-inferno, lo proveranno quelli di noi che saranno a Seattle per cominciare a portare davvero il nostro paese verso il 21esimo secolo".Chi parlava così, dieci giorni prima della straordinaria riuscita della mobilitazione di Seattle e di fronte alla platea del National press club di Washington, abituata a ben altra musica, non era Noam Chomski, ma John J. Sweeney, presidente dell'Afl-cio, confederazione nata nel 1955 dalla fusione del vecchio sindacato di mestiere (American federation of labor) e del nuovo sindacato industriale (Congress of industrial organizations) formato negli anni Trenta dalla parte più combattiva del sindacalismo statunitense. E, dando inizio alla marcia del 30 novembre nella stessa Seattle, Sweeney andava anche un po' più in là: "Non marciamo per l'eliminazione del commercio, ma del bisogno umano. Non vogliamo riformare la globalizzazione, vogliano rimpiazzarla con altro. Vogliamo rimpiazzarla con un nuovo internazionalismo, guidato dal nostro mutuo impegno per la dignità, le pari opportunità, la libertà. Con una nuova economia globale che lavori per le famiglie di lavoratori, qui in questo paese e nel resto del mondo". Retorica? Forse, ma anche di retorica vivono le cose e il passato dell'Afl-cio ha suonato ben altri tipi di retoriche e, soprattutto, di pratiche conseguenti.

"No, non è la rivoluzione, è il popolo degli Stati uniti che sbatte un tappeto", si potrebbe dire allora - riprendendo il Tronti di un famoso libro di tanti anni fa - su quanto Seattle ha indicato o, se si vuole, accennato con forza. Perché muovere organizzazioni mastodontiche e complesse e portarle verso nuove pratiche non è un giochetto, non foss'altro perché nelle 68 federazioni che compongono l'Afl-cio sono rappresentati credi politici opposti, fedi religiose le più diverse, un'incredibile varietà di condizioni di lavoro, di istruzione, di appartenenza nazionale ed etnica, di linguaggi anche, in senso figurato e concreto. Ed è rappresentata anche una difficilissima lotta contro il declino dell'idea stessa di diritti nazionali ed internazionali del lavoro, un declino promosso incessantemente dai grandi media e la cui eco ha permeato la trasformazione di un utile consesso di trattative multilaterali sul commercio mondiale in un direttorio di gerarchi e gerarchetti che pontificano sulle magnifiche sorti e progressive dell'indimostrabile ed indimostrato nesso tra sviluppo dei valori e delle quantità di merci e servizi commerciate nel mondo e sviluppo del benessere nei paesi e nei ceti che tali commerci non controllano e spesso soltanto subiscono. Seattle e gli obiettivi della mobilitazione avevano dietro oltre che centinaia di organizzazioni della più varia natura anche un lungo lavoro sindacale, evidenziato nella 23esima convention degli organismi dirigenti allargati dell'Afl-cio tenutasi a Los Angeles tra l'11 e il 13 ottobre di quest'anno, in cui veniva verificato e rilanciato un sostanziale programma di revisione di tutta l'organizzazione, dalla tenuta delle leadership, al rapporto carente con la società civile; dal coordinamento sinora debole tra le varie federazioni a livello di stati e città alla promozione di nuove iniziative di solidarietà mutua allargata alle comunità, di formazione dei quadri e di consolidamento delle nuove esperienze che hanno portato l'anno scorso all'apertura di strutture di istruzione superiore e universitarie gestite dal sindacato per dare l'opportunità ai tantissimi che non hanno potuto permettersi i salati conti dell'università statunitense di conseguire nuovi livelli di formazione. Sono cose che hanno contato molto, anche se hanno lavorato per molto tempo nell'oscurità cui sono condannate le iniziative "locali" in un paese ove la visibilità nazionale si paga in milioni di dollari.La lotta contro una concezione del Wto e del libero scambio disegnata a misura dei grandi gruppi mondiali è stata la molla della mobilitazione "anche" sindacale di questi giorni. Ma non è tanto questo che conta, né contano le tante contraddizioni di parole d'ordine e obiettivi di quella mobilitazione. Esse sono sempre meglio delle falsificazioni e della balorda diffusione di dati senza capo né coda mostrati dalla "grande" stampa e dalle televisioni, o dai Bill Gates trasformati in editorialisti, in relazione al commercio internazionale e alla distribuzione dei suoi benefici. E sempre meglio delle scempiaggini per cui "i" paesi in via di sviluppo (e non "le" loro elites, "le" loro borghesie compradore, "i" molti loro corrottissimi governi) sarebbero contro la libertà di organizzare sindacati, di avere salari decenti, di vedere i propri bambini andare a scuola invece che in luridi inferni ove i sub-contrattisti e i prestanome degli amorosi e puliti imprenditori "occidentali" cavano loro per sempre la voglia di giocare e di crescere come i loro più fortunati coetanei dei paesi del Nord del mondo. La lotta contro il Wto formato Microsoft certo conta. Ma ciò che conta di più è che si sia dato un respiro politico internazionale all'idea che lottare modifica le cose. In meglio per noi, in peggio per chi vorrebbe riportare il lavoro ad essere quella "plebe sempre all'opra china" che un secolo di lotte e conquiste ha cancellato in una parte ancora troppo piccola del mondo.

Tredici milioni di iscritti

I numeri della sindacalizzazione e quelli del mondo del lavoro

1. L'Afl-cio raccoglie ancora oggi più di 13 milioni di lavoratori in tutti i settori, in 68 federazioni (con un totale di 40 milioni di persone nei nuclei familiari dei membri), su 16,2 milioni di sindacalizzati complessivi nel 1998, pari in totale al 13,9 per cento dei dipendenti, ma pari spesso al più del 50 per cento dei lavoratori realmente organizzabili, ovvero quelli che operano in società che hanno qualche consistenza numerica e in tessuti urbani. Tale consistenza è a fronte di 116,7 milioni di lavoratori salariati o stipendiati dipendenti di più di 16 anni censiti nel 1998, con 95,6 milioni di persone occupate a tempo pieno e 20,9 milioni occupate part-time. Nello stesso 1998, la forza lavoro totale (compresi i lavoratori autonomi e varie altre categorie non-dipendenti) era pari a 137 milioni di persone di più di 16 anni, di cui 131 milioni occupate (con tutte le tare che bisogna fare alla nozione statunitense di "occupato") e 6,3 milioni disoccupate. Nel 1999 la forza-lavoro è arrivata a 139 milioni, gli occupati a 133 e i disoccupati sono scesi a 5,9 milioni.

2. Nei soli ultimi 18 mesi, gli Stati uniti hanno perso 500.000 posti di lavoro nel manifatturiero. Inoltre, tra coloro che, tra il gennaio 1995 e il dicembre 1997, hanno perso un lavoro a tempo pieno che avevano da almeno tre anni (2,4 milioni di persone) e al febbraio del 1998 erano di nuovo impiegati (circa 1,6 milioni), ben il 26 per cento guadagnava più del 20 per cento in meno rispetto al precedente lavoro, il 21 per cento sino al 20 per cento in meno, il 31 per cento più o meno lo stesso, solo il restante 47 per cento guadagnava di più. Al febbraio 1998, tra tutti coloro che (di 20 anni e più), in ogni tipologia di lavoro, avevano perso il posto tra il gennaio 1995 e il dicembre 1997 (3,6 milioni), il 47,2 per cento lo aveva perso per chiusura o dislocazione della società (53 per cento per i lavoratori black e 71 per cento per le lavoratrici hispanic), il 21 per cento per insufficienza di lavoro, il 32 per cento per cancellazione della posizione, quasi sempre in relazione a fusioni e ristrutturazioni.

3. Infine, in termini di dollari costanti 1998, la fascia di persone nel quintile più basso aveva un reddito lordo annuo di 15.900 dollari nel 1989 e nel 1998 di 16.116 dollari, con un aumento reale dell'1,3 per cento in dieci anni. Il secondo quintile passava nello stesso periodo da 30.234 a 30.408, il terzo da 46.468 a 48.337, il quarto da 70.603 a 75.000 (+6,2 per cento), il quinto più ricco da un minimo di 120.607 a un minimo di 132.199 (al minimo +9,6). Le persone che vivevano sotto il livello di povertà erano nel 1989 circa 32,4 milioni (13,1 per cento della popolazione totale), nel 1998 erano 34,5 milioni, pari al 12,7 per cento della popolazione totale. I bambini erano i più percentualmente colpiti: il 26 per cento della popolazione, ma il 39 per cento della popolazione che viveva in povertà. Un vero modello per la Terza via.

 

L'UE CALA L'ETICHETTA SULLE BIOTECNOLOGIE

Marina Forti - inviata a Seattle

il manifesto, 3 dicembre 1999

Uno scambio. L'Unione europea "riceve" qualche soddisfazione (pare in materia di sussidi agricoli)? E allora cede qualcosa in cambio. Il qualcosa si chiama "gruppo di lavoro sulle biotecnologie", nome in apparenza innocuo ma nei fatti assai insidioso. Di che si tratta? Gli Stati uniti puntano a includere i cibi geneticamente modificati, e le biotecnologie in genere, tra gli argomenti da trattare nel prossimo round di negoziati sulla liberalizzazione del commercio, il cosiddetto Millennium Round. L'Unione europea finora si è dichiarata invece favorevole a lasciare l'intera questione delle biotecnologie al Protocollo sulla Biosicurezza, in corso di negoziato nell'ambito della Convenzione dell'Onu sulla Biodiversità (già firmata da oltre 140 paesi nel 1992). In Europa la pressione pubblica è forte a limitare l'arrivo sul mercato di cibi transgenici, e tra le norme europee c'è già quella che vuole i cibi "modificati" contrassegnati da etichette.

Ebbene: qui l'Unione europea, nella persona del suo commissario al commercio Pascal Lamy, propone di istituire da subito un "gruppo di lavoro" del Wto sulle biotecnologie. L'oggetto del contendere non è secondario. Portare il capitolo delle biotecnologie nell'ambito di competenza del Wto significa "affossare in via definitiva il già difficile negoziato per il Protocollo sulla biosicurezza", sostengono gli Amici della Terra. Significa togliere la questione dall'ambito di un trattato internazionale sulla salvaguardia ambientale e passarlo invece alle cure dell'organizzazione per il commercio. Il risultato sarebbe "subordinare l'aspetto della sicurezza e della salute alle considerazioni commerciali", fa notare Grazia Francescato, leader dei Verdi italiani. E' furibonda: "Da un lato dicono tante belle parole sull'ambiente, dall'altro vengono subito a patti su un argomento così importante". Se quel gruppo di lavoro vedrà la luce "sarà un grave passo indietro per la salute pubblica e l'ambiente", ci dice Scott Nova, direttore della Citizen Trade Campaign (coalizione di movimenti di consumatori e ambientalisti degli Stati uniti): "Non c'è dubbio di quale sarà il punto di vista del Wto su questi argomenti: ogni governo che voglia limitare l'ingresso di organismi geneticamente modificati in nome di precauzioni ambientali si sentirà dire che sta ponendo barriere al libero commercio". Secondo il Wwf, Pascal Lamy è andato oltre il mandato negoziale europeo, accettando quel gruppo di lavoro. Nelle sedi internazionali i Quindici negoziano con una voce sola, in questo caso quella del commissario, che ha avanzato quella proposta in un "documento comune" firmato con Giappone, Corea, Svizzera e Turchia. Certo ha già suscitato un vespaio, in primo luogo tra gli stessi europei: alcuni ministri europei all'ambiente (Italia, Gran Bretagna, Danimarca, Francia e Belgio) sono andati su tutte le furie quando hanno visto cosa Lamy ha firmato - anzi, ne erano rimasti all'oscuro finché gli Amici della Terra hanno diffuso il documento che avevano avuto per vie non ufficiali. Ieri infine il commissario al commercio, insieme a quello all'agricoltura Franz Fischler, hanno difeso la loro proposta. Il punto è che gli Stati uniti considerano di primaria importanza portare le biotecnologie nell'ambito delle trattative commerciali, fa notare Scott Nova, "per il semplice motivo che in questo l'amministrazione di Washington è sotto la pressione delle grandi aziende. Hanno sempre resistito a ogni regolamentazione sulle biotecnologie, hanno rallentato i negoziati Onu sulla biosicurezza, sono contrari a etichettare i cibi geneticamente modificati". E l'amministrazione Clinton è "sensibile" alle ragioni di quell'industria che si è data l'eufemistico nome di "scienze della vita", anche per via di quel meccanismo che qui chiamano la "porta girevole": numerosi alti funzionari dello stato passano alle aziende e viceversa, dice Kristin Dawkins dell'Institute for Agricoltural and Trade Policy: basti pensare all'ex rappresentante Usa al commercio Mickey Kantor, oggi nel consiglio d'amministrazione della Monsanto, o al fratello del Chief of Staff della Casa Bianca, Anthony Podesta, lobbista al Congresso per il gruppo farmaceutico Pharma. Ma se le ragioni degli Stati uniti sono chiare, non altrettanto si può dire per l'Unione europea. "In effetti siano rimasti stupiti che cedesse così tanto, e già all'inizio", dice Nova. Grazia Francescato promette guerra, a nome dei Verdi europei: "Le multinazionali della biotecnologia sanno che devono insistere ora o mai più, ma anche noi ci opporremo a oltranza".

 

TRIPS, IL COPYRIGHT DI DIO

Sabina Morandi

Liberazione, 3 dicembre 199

Si chiamano Accordi sui diritti di proprietà intellettuale e sono l’arma con cui l’Organizzazione mondiale del commercio cerca di imporre il sistema dei brevetti al mondo. Sono uno dei punti caldi del Millennium Round perché, se dovessero passare, le conseguenze economiche, sociali e ambientali sarebbero pesantissime. Dal 1980, quando negli Stati Uniti è stato concesso il primo brevetto su di un batterio manipolato geneticamente, sono almeno 80 gli animali transgenici di interesse medico registrati presso gli uffici del Patent Office (Pto). Si va dagli oncotopi, portatori di geni tumorali umani per effettuare la ricerca scientifica di base, ai cosiddetti bioreattori, organismi modificati allo scopo di produrre proteine o principi attivi necessari alla fabbricazione di alcuni farmaci, fino a quelli ideati per un utilizzo prettamente commerciale, come gli animali a crescita accelerata che potrebbero rivoluzionare l’industria dell’allevamento. Una volta che il brevetto è stato accettato dal Pto gli inventori, sempre che così si possano chiamare, possono pretendere il pagamento dei diritti sulle loro "opere", anche quando queste siano state ricavate dagli esseri umani. E’ il caso, ormai famoso, della milza di John Moore, guarda caso cittadino di Seattle. A questo signore era stata diagnosticata una rara forma di tumore per la quale era stato curato alla Ucla, l’Università della California. Lì avevano scoperto che il tessuto della sua milza produceva una proteina del sangue ad azione antitumorale. A partire dalla milza di Moore è stata prodotta una linea cellulare, brevettata nel ‘84 dalla casa farmaceutica Sandoz, che ha un valore attuale stimato intorno ai tre miliardi di dollari. La causa, intentata dal signor Moore è stata persa quando, nel ’90, la Corte suprema ha emesso un verdetto sconcertante: non esiste un diritto esclusivo sui tessuti del proprio corpo. Follie americane? Non solo. Da quando l’Organizzazione Mondiale del Commercio si è assunta il ruolo di poliziotto commerciale del mondo, le leggi sui brevetti sono una faccenda che riguarda tutti quanti. Quale che sia l’opinione espressa dal governo di uno Stato e quali che siano i limiti che un Parlamento democraticamente eletto ha deciso di porre sulla brevettabilità non importa: l’Omc che decide per tutti, a suon di ricatti e ritorsioni commerciali. Lo sa bene l’India, la cui legislazione non prevede, almeno finora, diritti di copyright su farmaci o alimenti. L’ha imparato a proprie spese il presidente Mandela quando, come rappresaglia al suo tentativo di rendere più accessibile la cura per i malati di Aids, una vera e propria epidemia in Sud Africa, si è visto imporre dall’Omc il ritiro dei farmaci più economici. Umanitaria iniziativa dei fedeli della Chiesa ultraliberista. E’ all’interno di questa logica che nascono i trattati sulla proprietà intellettuale, noti come Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights, ovvero, Aspetti relativi al commercio dei diritti di proprietà intellettuale), con l’esplicito scopo di estendere le norme di brevettazione degli Stati Uniti a tutto il resto del pianeta. Poco importa se ci sono culture che non concepiscono la possibilità di brevettare forme di vita, né è importante che alcuni non arrivino nemmeno a concepire una proprietà che non sia collettiva. I Trips costringono tutti i paesi membri dell’Organizzazione mondiale per il commercio ad applicare gli standard sulla proprietà intellettuale, e quindi a pagare le royalties, per tutte le aree che vanno dal copyright, ai brevetti, ai marchi, al disegno industriale. E’ importante sapere che i Trips, anche se nascono all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio, in realtà sono stati partoriti da una cerchia molto ristretta: una coalizione industriale formata da transnazionali statunitensi, europee e giapponesi del calibro della Monsanto, Du Pont, General Motors e Mitzubishi, la cui potenza di fuoco ha operato una pressione senza precedenti sui governi. Che i Trips rappresentino gli interessi delle multinazionali, è palese. Qualsiasi accordo sulla proprietà intellettuale trae vantaggio del totale squilibrio fra i paesi del nord e quelli del sud del mondo che mentre possono vantare pochissimi brevetti sono quelli dove risiede la maggior biodiversità globale, una risorsa dalla quale derivano la maggior parte dei brevetti agricoli e farmaceutici. Questo squilibrio, insieme alle preoccupazioni etiche sulla privatizzazione della vita, hanno fatto sì che, da subito, i Trips venissero avvertiti come una vessazione inaccettabile dalla maggior parte dei paesi in via di sviluppo. L’opposizione, infatti, è stata subito durissima sia per quanto riguarda i brevetti farmaceutici (che oltre a far salire i prezzi alle stelle impediscono qualsiasi decisione politica sulla gestione della spesa sanitaria) che per quelli relativi all’agricoltura. Si chiama articolo 27.3 (b) quella parte dei Trips che obbliga gli Stati a garantire una qualche forma di tutela del diritto di proprietà intellettuale sulle varietà vegetali. Un articoletto quasi invisibile per il quale, da Nuova Delhi a Caracas si sono fatte le barricate. Infatti, sebbene il 27.3 (b) sia stato pensato come una sorta di compromesso perché, con il concetto di "protezione sui generis", dovrebbe lasciar spazio alle legislazioni nazionali, molte Organizzazioni non governative ne chiedono la cancellazione. L’articolo, dicono da più parti, è un cavallo di Troia: se si fa passare il fumoso compromesso bisogna accettare in blocco l’idea che vegetali, animali o cellule umane possono venire brevettate. Per questo i Trips sono forse il terreno di scontro più aspro nei colloqui di Seattle. Se l’imposizione generalizzata dei brevetti farmaceutici significa l’esclusione dalle cure di una notevole quota di umanità, dal punto di vista agricolo può avere ricadute anche peggiori. L’imposizione delle norme sui brevetti a tutto il pianeta costringerà ogni agricoltore, in ogni luogo del mondo, a pagare una royalties su ogni seme, transgenico o meno, che sia stato venduto da una multinazionale dell’agrochimica oppure derivato da una pianta nata da tale seme. Significa quindi consegnare l’approvvigionamento alimentare globale nelle mani di quattro i cinque conglomerati industriali che agiranno in regime di quasi monopolio. E comporta un mutamento culturale, etico e sociale senza precedenti nella storia dell’umanità: la privatizzazione di ogni forma vivente, a qualsiasi latitudine.

 

SEATTLE, AGENDA PER IL 2000

Mario Platero, Marco Valsania

il Sole 24 Ore, 3 dicembre 1999

Seattle - A Seattle sono ripresi i disordini. È stato l’ultimo colpo di reni della protesta di fine secolo. Grande chiasso, grande rumore, 572 arresti, e appena un "gettone" di riconoscimento per i dimostranti: l’incontro con Clinton e la "gara" fra europei e americani per contendersi le tematiche della protesta. Per il resto i dimostranti sono stati abbastanza lontani dal Palazzo dei Congressi. E da oggi, a meno di sorprese dell’ultima ora, il mondo avrà un’agenda su cui negoziare la piattaforma commerciale del 2000: si limiteranno le vecchie prassi per proteggere agricoltura e settore manifatturiero e si apriranno, almeno in forma esplorativa, le frontiere delle biotecnologie, del commercio elettronico e dei servizi.

La vera paura dei delegati, ora, è per il processo negoziale: "Faremo le ore piccole — ci dice Gene Sperling, capo del consiglio per la sicurezza economica della Casa Bianca — Abbiamo ancora differenze, sarà una maratona fino all’ultimo minuto. Ma alla fine avremo un risultato". Pascal Lamy, commissario europeo per il Commercio, ha in orrore il processo organizzativo: "L’approccio negoziale è medioevale — dice irritato — Se riusciremo a fare qualcosa lo dovremo a un miracolo". Ma non dispera: "Abbiamo molto da fare e poco tempo per farlo — dice — spero proprio che entro le prossime 24 ore arriveremo a un accordo". L’Europa di Lamy esprime tre preoccupazioni. La prima è di colmare le differenze tra Paesi ricchi e Paesi poveri: è ormai certo un accordo per abbattere le tariffe verso i 48 Paesi più poveri al mondo per poterli incoraggiare nello sviluppo economico. La seconda riguarda il processo stesso: "Siamo preoccupati — dice Lamy — perché nella Wto occorre combinare trasparenza con efficienza. Questo equilibrio, temo, non è ancora stato trovato. Si tratta di un problema sistemico. Occorrono modifiche, e in futuro dovremo parlarne". Il terzo punto riguarda la questione della rappresentatività. L’Ue per esempio, sottolinea Lamy, ha una componente parlamentare non governativa che rappresenta i singoli Paesi, un approccio costruttivo di cui dovrebbero tener conto anche gli altri.

Per il resto, gran parte delle tematiche troverà una soluzione in un documento di cui già circola una bozza informale. Bozze di accordi su barriere tecniche e commerciali, su regole antidumping, su accordi sanitari e fitosanitari, sul tessile, e così via. Per tutto ci sarà una risposta. L’agricoltura rimane però uno dei capitoli più difficili. L’Ue cerca di superare le differenze con la posizione degli Usa e dei Paesi del gruppo di Cairns; l’Europa è pronta a ridurre i sussidi ma non vuole eliminarli. Gli americani denunciano che gli aiuti europei costituiscono l’85% del totale mondiale. Si arriverà forse a un compromesso per diminuire del 15% la parte quantitativa e del 30% la parte dei valori. Di certo, si dice, non si scriverà a Seattle l’ultimo capitolo sui sussidi alle esportazioni agricole. "Le parole del presidente Bill Clinton sono chiare — ha detto Lamy — ma altrettanto chiaro è che la sua non è la posizione europea". Lamy ha aggiunto che l’agricoltura per l’Europa non è soltanto un settore dedicato alla produzione di generi alimentari ma comprende anche tematiche ambientali, di sviluppo rurale, di sicurezza, della salute. Di qui la definizione di "multifunzionalità" sulla quale gli europei insistono. Soddisfazione è stata espressa dagli italiani per l’inclusione nel documento europeo di un paragrafo che protegge la denominazione d’origine e la qualità dei prodotti.

Lamy, d’altra parte, nella speranza di ottenere concessioni americane, ha dovuto a sua volta abbassare la guardia su un altro fronte, quello delle biotecnologie: "La Ue non può rimanere isolata se vuole ottenere qualche risultato", ha detto. L’accordo finale, che sarà formalizzato nelle prossime ore, prevede che le biotecnologie entreranno a far parte di un gruppo di lavoro o di studio nel contesto della Wto pur salvaguardando le direttive espresse nella Convenzione per la diversità biologica delle Nazioni Unite, alla quale manca la firma degli Stati Uniti. L’idea di alcuni dei ministri dei Paesi europei, originariamente contrari all’inclusione delle biotecnologie nella Wto, è quella del pragmatismo: "Il Giappone teneva all’inclusione delle biotecnologie nella Wto — ha detto il ministro per il Commercio estero Piero Fassino — La stiamo ancora definendo ma potrebbe essere rischioso far cadere un’alleanza col Giappone sull’Agenda più vasta per il nuovo Round. Per noi si tratterà di una scelta tattica".

 

RUGGIERO: LA WTO È VICINA ALLA GENTE

Mario Platero

il Sole 24 Ore, 3 dicembre 1999

Seattle - L’ambasciatore Renato Ruggiero non ha rimpianti. È stato il primo direttore generale della Wto, ha visto nascere e ha plasmato nella sua nuova veste l’organizzazione contro la quale si è scatenata in questi giorni a Seattle la protesta mondiale. I delegati lo riconoscono. Lo salutano: "Mi rispettano perché ho mantenuto i miei impegni" dice. A Seattle è intervenuto in vari gruppi di lavoro. Potrebbe accettare un prestigioso incarico internazionale entro le prossime settimane ma, per ora, preferisce mantenere il riserbo.

Ambasciatore, anche oggi scontri tra dimostranti e polizia. La disturba la protesta contro un’organizzazione che in fondo ancora un po’ le appartiene?

No. A Ginevra quando abbiamo celebrato il cinquantesimo anniversario del Gatt abbiamo visto proteste simili. C’era anche Fidel Castro e sa che cosa disse ai giovani dimostranti? "Se la Wto non ci fosse bisognerebbe inventarla".

Se neanche Fidel Castro ha rassicurato i dimostranti e la protesta continua ci sarà qualche ragione di cui preoccuparci.

Ce ne sono due. Intanto la gente si accorge che nel mondo stanno nascendo problemi comuni, problemi globali. Pensiamo alla salvaguardia dell’ambiente, alla lotta alla povertà, ai grandi flussi migratori, al rispetto dei diritti umani, delle norme sociali, delle diversità culturali. Tutto questo confluisce su un problema nuovo e molto concreto: quello della governabilità globale.

Ma perché prendersela con la Wto?

Le rispondo con la seconda ragione: non vi sono organizzazioni politiche ad hoc che si prendono carico di questi problemi. Non c’è ad esempio una organizzazione mondiale, perciò la gente scarica le proprie ansie e preoccupazioni sulla Wto, anche perché l’organizzazione ha avuto un grande successo e ha poteri fortissimi.

Vuol dire che la protesta è giusta?

Non ho detto questo. La protesta esprime domande ansiose alle quali dobbiamo dare delle risposte. Ma esprime anche molta ignoranza della realtà. La Wto raccoglie 135 Paesi. Di questi l’80% sono in via di sviluppo. Ci sono 30 Paesi che vogliono entrarne a far parte inclusa la Cina e la Russia. È un organismo che adotta le proprie regole sulla base del consenso. Nelle sue molteplici forme la Wto non è contro il popolo. È a fianco del popolo.

C’è il fatto nuovo della globalizzazione.

La globalizzazione in una forma o nell’altra è sempre esistita nella storia. È vero che oggi si afferma per motivazioni diverse rispetto al passato, grazie agli sviluppi tecnologici. Pensiamo a Internet, alle reti di telefonia fissa o portatile, ai computer. Pensiamo forse di fermare tutto questo, che annulla i fattori del tempo e dello spazio?

Le accuse alla Wto giungono anche dai Paesi industrializzati. Bill Clinton ad esempio chiede maggiore trasparenza. È d’accordo?

Se la Wto è così è perché lo vogliono gli Stati membri, inclusi gli Stati Uniti.

Ma perché questa scarsa trasparenza?

Per una ragione precisa. La Wto deve dirimere controversie commerciali istruendo processi e arrivando a sentenze vincolanti in mancanza di accordi extragiudiziali. Dei 150 casi discussi durante il mio mandato oltre un terzo non sono mai arrivati al processo. Sono stati risolti attraverso discreti compromessi dietro le quinte. Una discussione aperta delle differenze può irrigidire le parti. E se esaltiamo i conflitti avremo in cambio maggiore conflittualità. Il rischio è di scatenare nazionalismi, protezionismi e in ultima analisi di indebolire lo stesso sistema.

Cosa dice sulla proposta di includere nel processo le organizzazioni non governative?

Sono una nuova potenza politica. Rappresentano i diritti dei consumatori, vogliono proteggere l’ambiente e così via. Sono potenti perché influenzano i dibattiti elettorali. Specialmente nei Paesi industrializzati e soprattutto negli Stati Uniti costringono gli uomini politici a sposare le loro tesi. Diventano una sorta di partito trasversale. Il problema è che non sono dei partiti, non hanno una rappresentatività democratica reale e dunque sul piano tecnico non si giustificherebbe una loro presenza nelle organizzazioni. Peggio: sono le prime a essere non trasparenti. Spessissimo non sappiamo come e da chi queste organizzazioni sono finanziate. Come vede anche questo problema va approfondito.

La preoccupa la sfida tra Europa e Stati Uniti?

Mi preoccupa di più la sfida tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Dobbiamo aiutare i 48 Paesi più poveri. È sbagliato assumere un approccio selettivo su tariffe e prodotti nei loro confronti. Le loro esportazioni contano appena per lo 0,4% del commercio mondiale. Non rappresentano un pericolo.

I Paesi industrializzati però vorrebbero in cambio una clausola sociale e una clausola ambientale.

I salari nei Paesi poveri sono inferiori ai nostri, è vero. È anche vero che la loro produttività è di molto inferiore alla nostra: dotiamoli degli stessi strumenti infrastrutturali e poi potremo riprendere il discorso. Per ciò che riguarda l’ambiente, il 90% delle distorsioni provengono dai Paesi industrializzati.

Alla fine la biotecnologia è entrata nella Wto. Eppure molti Governi europei erano contrari. Perché?

Credo, di nuovo, che si tratti di paura. Siamo all’alba di un nuovo millennio. Le tecnologie e non solo quella elettronica ma anche e soprattutto quella genetica o quella biologica cambiano le nostre vite. Spesso ci facciamo travolgere dall’ansia senza scorgere le potenzialità. Le modifiche genetiche ai cereali e al riso sul piano qualitativo e quantitativo ad esempio possono cambiare la vita a due miliardi di persone. Possono salvare da malattie terminali centinaia di milioni di bambini. E pensiamo all’elettronica. Pensiamo a come diffondere istruzione a miliardi di persone con la liberalizzazione informatica. C’è chi teme la scuola mondiale. Ma io dico: cosa c’è di male nel portare nei Paesi africani la possibilità di emanciparsi e istruirsi? Come mai la Chiesa stessa è così timorosa?

Include in questa sua posizione anche il commercio elettronico?

Certo. È la nuova frontiera. Io penso che l’E-commerce dia a tutti i Paesi del mondo e a tutti gli uomini e a tutte le donne del mondo lo stesso accesso che hanno le multinazionali al mercato mondiale. Tutto questo può sembrare spaventoso. Ma si tratta di nuove grandi opportunità per tutti. A Seattle non si tratta solo di cose vecchie, del commercio tradizionale, di agricoltura o di tariffe. A Seattle è emersa dirompente la questione dei valori non commerciali. Gestiamo il processo, perché il salto è bellissimo. Poniamo delle regole, ma per carità non fermiamolo questo processo perché la nuova sfida è quella dell’unione dell’umanità, non della separazione.

 

PRESSING USA SUGLI STANDARD LAVORATIVI

Ma non sono previste sanzioni per violazioni delle regole

Marco Valsania

il Sole 24 Ore, 3 dicembre 1999

Seattle - Bill Clinton ha firmato ieri a Seattle la nuova Convenzione internazionale contro le più gravi forme di lavoro minorile. E con l’adozione dei nuovi standard concordati dall’International Labor Organization (Ilo), che mettono al bando pratiche che vanno dalla schiavitù alla prostituzione, la Casa Bianca ha indicato di voler aumentare le pressioni per la nascita, all’interno dei negoziati Wto, di un gruppo di lavoro sulle condizioni occupazionali. La richiesta americana, sostanzialmente condivisa dagli europei, ha però scatenato un difficile confronto tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo: alla ricerca di un’intesa si è alternato il timore che il gruppo di lavoro possa facilitare in Occidente misure protezionistiche contro l’export del Sud del mondo. "L’unanimità raggiunta dall’Ilo in questa occasione — ha detto il ministro del Lavoro Usa Alexis Herman — dovrebbe porre le fondamenta per creare altri, più ampi standard sulle condizioni lavorative". L’Europa e l’Italia sono ancora in fase di ratifica della Convenzione, ma hanno già sottoscritto altri impegni contro il lavoro minorile. La Convention 182 dell’Ilo condanna anche il traffico di bambini e il reclutamento forzato in conflitti armati. Il dibattito a Seattle si è tuttavia intensificato sul capitolo delle eventuali sanzioni per far rispettare i nuovi standard nel mercato del lavoro. Gene Sperling, consigliere economico del Presidente, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono portare al tavolo del negoziato minacce di sanzioni. Ma ha aggiunto che "nell’ambito di un processo multilaterale che affronti il problema degli standard occorrerà prima o poi fare i conti con criteri di responsabilità". Nei giorni scorsi Clinton ha ipotizzato un meccanismo di sanzioni per difendere i nuovi standard, ma i suoi stretti collaboratori hanno messo in chiaro i confini della proposta americana sul gruppo di lavoro: "La sua missione — ha precisato Sperling — è quella di analizzare, valutare e raccomandare opzioni". Neppure il consigliere ha però nascosto le polemiche in corso: "Gli Stati Uniti sono all’avanguardia sull’iniziativa del gruppo di lavoro. Non è un segreto invece la preoccupazione tra i Paesi in via di sviluppo. Abbiamo lanciato un ampio sforzo negoziale per la ricerca di un’intesa". L’Unione europea ha invece tradizionalmente messo l’accento su dialogo e incentivi, non escludendo le sanzioni: Pascal Lamy, commissario europeo al Commercio, ha comunque ieri che "le sanzioni non sono sull’Agenda europea". Alle tensioni Nord-Sud al summit della Wto contribuisce tuttavia anche un tema caro all’Ue: la domanda di allargare l’Agenda anche al tema degli investimenti, visto con sospetto da numerosi Paesi in via di sviluppo. Gli Usa, forse anche per allentare le tensioni, hanno annunciato nelle ultime ore il sostegno a due piani per le nazioni più povere. Il primo, con la Ue, riguarda l’accesso ai mercati per i Paesi più poveri, aumentando anche l’assistenza tecnica. Il secondo vuole sviluppare la cooperazione sulle questioni di proprietà intellettuale nel campo della salute, per facilitare l’accesso ai medicinali in situazioni di crisi.

 

SHANGHAI GIÀ PREGUSTA L’ADESIONE DELLA CINA

Vittorio Da Rold

il Sole 24 Ore, 3 dicembre 1999

Shanghai - "Con l’ingresso nella Wto il Pil cinese crescerà di un tasso aggiuntivo variabile tra il 2,9 e il 4% annuo e ogni punto di crescita significherà quattro milioni di nuovi posti di lavoro", afferma ottimista Hua Xinxiang, viceministro per lo sviluppo dell’area di Pudong, la zona speciale per gli investimenti stranieri a Shanghai. Si respira aria di euforia nella sede dell’ufficio di Pudong dove sono già 6mila le imprese che hanno deciso, a partire dal ’93, di investire nel mercato cinese utilizzando questa zona speciale per un totale di 30 miliardi di dollari. "L’entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio — continua Hua — ci darà grandi vantaggi nel settore del tessile eliminando molte barriere doganali. Ma ciò che ci preme è l’effetto di traino che questa decisione avrà nei confronti degli investitori stranieri: aumenteranno le joint venture nel settore di maggiore sviluppo come l’automobile, le telecomunicazioni e la farmaceutica".

Hua è particolarmente fiero dell’investimento di 1,52 miliardi di dollari operato dalla General Motors in una joint venture per costruire automobili di media cilindrata e di classe superiore, come la Buick 1997, e furgoni. "Con il 16% di crescita del Pil dell’area, vogliamo essere — conclude Hua — la locomotiva per l’intera Cina". Il paesaggio urbano che circonda l’ufficio di programmazione di Pudong è una foresta di grattacieli e non lascia dubbi sulle potenzialità della zona e sull’ottimismo di Hua. Basta guardare la torre Jinmao, il terzo edificio più alto del mondo (420,5 metri). Interi quartieri vengono abbattuti per fare posto a moderni edifici residenziali e per ufficio.

Anche alla Borsa di Shanghai si fa sentire l’effetto Wto. "La crisi asiatica — dice Li Qian, responsabile per le relazioni con gli investitori stranieri della Shanghai Stock Exchange — è stata superata e ora, dopo l’accordo con la Wto puntiamo a quotare, nel 2001, altre 50 società che si aggiungeranno alle 480 già nel listino. Inoltre stiamo pensando di creare un "Nuovo Mercato" dedicato ai titoli tecnologici, un settore molto dinamico in quest'area". Vicino al centro di Pudong è stato costruito un parco tecnologico particolarmente attivo nelle biotecnologie, micro-elettronica e software.

"Le aziende quotate — prosegue Li Qian — raggiungono una capitalizzazione di Borsa pari a 200 miliardi di dollari e sono tutte cinesi o joint venture. Ci sono due tipi di azione: A e B. La prima è riservata agli investitori locali mentre la seconda a quelli stranieri". La prima società in termini di capitalizzazione della Borsa di Shanghai è la Sichuan Chang Hong, una fabbrica di tv a colori. Aperta nel ’90 la Borsa ha visto passare il suo indice da 127,61 punti nel ’90 a 1.689 a giugno ’99. Ma il dato più sorprendente riguarda il numero degli investitori. "A fine ’91 — dice Li Qian — avevamo 110mila nuovi azionisti mentre oggi raggiungiamo i 20 milioni e 899mila a Shanghai su un totale di 35 milioni di investitori in tutta la Cina. Di questi 8mila sono stranieri".

Per poter proseguire in questa corsa verso il mercato, questa rivoluzione economica senza cedimenti ideologici per quanto riguarda la centralità del Partito comunista, il presidente Jiang Zemin ha deciso di potenziare le infrastrutture di Shanghai, dove è stato sindaco e dove è iniziata la sua fortunata carriera politica. Il fiore all’occhiello di questa politica di rafforzamento delle infrastrutture è il nuovo aeroporto costruito con un investimento di 13 miliardi di yuan. Il primo terminal è stato inaugurato un mese fa e punta a trasportare 20 milioni di passeggeri all’anno. Attualmente si effettuano 300 voli alla settimana e sono presenti Lufthansa, United Airlines, All Nippon Airlines e tra breve Austrian Airlines, oltre alle compagnie nazionali cinesi. Il progetto prevede la costruzione di quattro terminal per un totale di 80 milioni di passeggeri annui. L’aeroporto è perfettamente integrato nell’ambiente circostante con una cura e un rispetto ecologico encomiabili. Gli operatori economici, che prevedono di trasportare 750mila tonnellate di merci l’anno, lo hanno già ribattezzato "l’aeroporto della Wto".

 

ECCO IL LIBRO CULTO DELLA PROTESTA

Ansa, 3 dicembre 1999

E' pubblicato anche in Italia, da Feltrinelli, uno dei testi di riferimento dei movimenti contro la globalizzazione e la Wto. Si tratta di ''Contro il capitale globale, strategie di resistenza'' di Jeremy Brecher e Tim Costello, un testo scoperto dall'editor-digitale Raf Scelsi, noto con il nome di battaglia Raf Valvola Scelsi. ''Ho comprato il libro a Londra cinque anni fa - racconta Scelsi, aggiungendo che in Italia il volume ha venduto circa sei mila copie - Lo lessi in una sera. E' un testo straordinario, perchè è molto chiaro: non è il classico libro economico per specialisti, spiega le cose in modo semplice, pur non perdendo di rigore''. Uscito negli Usa quattro anni fa, il volume èpubblicato dalla Southern Press, una casa editrice americana neomarxista che pubblica testi a metà tra i saggi accademici e i manuali movimentisti. Gli autori, Brecher e Costello, sono due studiosi della sinistra di base americana che hanno anche posizioni di responsabilità all'interno del sindacato dei Teamsters (camionisti), tra i principali organizzatori del Controvertice di Seattle. Il punto al centro del libro è la definizione di Strategia lillipuziana, l'unica strategia di difesa a fronte del gigante globalizzazione.