LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

SABATO 4 DICEMBRE 1999

 

CHI CONTROLLA I CONTROLLORI DEL MERCATO GLOBALE?

Paul Ginsborg

la Repubblica, 4 dicembre 1999

Due settimane fa, ad un incontro tenutosi a margine del vertice fiorentino sulla Terza via, mi sono trovato a discutere sulla globalizzazione e sul futuro della sinistra con Walter Veltroni, Sergio Cofferati e Anthony Giddens. In quell'occasione ho tentato, peraltro senza molto successo, di aprire una discussione su due interrogativi storici della sinistra, interrogativi ancora legittimi e pertinenti, ma che negli ultimi tempi sono stati tenuti un po' nascosti, e con un certo imbarazzo: chi decide, e su quali basi?

La serie di eventi che hanno avuto luogo a Seattle apre numerose questioni. Una di esse, che ha avuto un ruolo fondamentale nella protesta, è quella del controllo. Non vi è dubbio che i dimostranti di Seattle, nei modi variegati e dissonanti della loro alleanza multicolore, hanno dato voce e visibilità ai diffusi sentimenti di impotenza e di esclusione suscitati da molti dei processi di globalizzazione.

Anche senza sposare le teorie del complotto, né adottare un semplicistico e volgare antiamericanismo, si deve rilevare la presenza di molti elementi che indicano come il potere, a livello economico, si stia concentrando in un numero di mani sempre più ristretto. "Grande è bello", è stato lo slogan degli anni Novanta. Anche il più distratto lettore del Financial Times non può che restare impressionato dal numero e dall'entità delle fusioni, delle concentrazioni e delle alleanze che si sono realizzate nell'ultimo decennio. Le grandi imprese multinazionali controllano gran parte dei capitali e dei flussi di investimenti diretti esteri, vale a dire della forza trainante dell'economia mondiale. Grazie alle loro organizzazioni transnazionali, come la TASBD (Transatlantic Business Dialogue) e la ICC (International Chamber of Commerce), e alle loro immense risorse, esse sono in grado di esercitare forti pressioni di tipo lobbistico sulle organizzazioni mondiali come la WTO (World Trade Organisation). A loro confronto, i gruppi ecologisti, le organizzazioni non- profit, i sindacati, anche quando siano organizzati a livello internazionale, sembrano dei pigmei.

Le concentrazioni di potere economico, inoltre, sono spesso alquanto pronunciate proprio nei settori più dinamici del capitalismo moderno - la finanza, la tecnologia informatica, i mass media. E' la struttura stessa di alcune parti della nuova economia del settore dei servizi (e quello dei mass media è un buon esempio) che rende quasi inevitabile l'ascesa di tycoons come Rupert Murdoch, i quali assumono decisioni su basi che coincidono quasi interamente con quelle dell'ulteriore espansione delle proprie compagnie multinazionali.

Simili processi di concentrazione non producono automaticamente maggiore stabilità, e neppure efficienza. Come ha scritto Will Hutton, il direttore dell'Observer, la ferrea legge rivelata da ogni ricerca accademica indica che la conquista del controllo di altre imprese non necessariamente incide in modo positivo sull'innovazione, la produzione e la crescita. Quanto ai mercati finanziari, l'ultimo libro di Susan Strange - "Denaro impazzito", appena pubblicato dalle Edizioni di Comunità - è una lettura fosca e allo stesso tempo illuminante. Ha fatto bene Jospin, a Firenze, a citare lo storico Fernand Braudel per descrivere il capitalismo come una forza in costante movimento ma priva di direzione.

Se passiamo dalla dimensione globale ai processi micro-economici, dal mercato al posto di lavoro, il quadro non è più confortante. La flessibilità può avere un effetto positivo sulla crescita e sui profitti, ma non sulla lealtà e sulla partecipazione. I lavoratori con contratti a breve termine non sono certo in grado di poter dire molto sul modo con cui vengono gestiti i loro posti di lavoro. In Italia, la nuova natura precaria del lavoro si sovrappone a un'antica struttura verticale basata su relazioni del tipo patrono-cliente. Nelle professioni, nelle università, in molti servizi e imprese, troviamo in posizione dominante attempati e potenti padroni, boss e baroni (di solito uomini), i quali spesso riducono gli esponenti delle giovani generazioni (in molti casi donne) ad un ruolo non molto diverso da una servitù mascherata.

Vista in termini economici, la globalizzazione sembra quindi offrire pochi motivi di consolazione riguardo ai processi decisionali. Tuttavia, la questione non può essere esaurita in questi termini (altrimenti potremmo avvolgerci in un comodo bozzolo vetero-marxista). Se la affrontiamo in termini politici, una delle dinamiche fondamentali della modernità (come Ulrich Beck e lo stesso Giddens si sono sforzati di chiarire), consiste nell'affermazione della libertà politica. Nessuno può rimanere indifferente di fronte alla diffusione che la democrazia ha avuto in questi ultimi decenni, alla sua conquista dell'Europa meridionale e del Sud Africa, alla sua estensione, nonostante mille difficoltà, all'Europa orientale e all'America latina. Milioni di persone che erano prive dei diritti politici adesso possono votare, milioni di persone che non potevano né riunirsi né parlare liberamente adesso possono farlo.

La democrazia moderna, tuttavia, soffre di due mali principali. Il primo è quell'inquietante processo in base al quale più una democrazia diventa "matura" nell'epoca del capitalismo dei consumi, più tende ad abbassarsi il livello di partecipazione alla politica o addirittura al voto. Il secondo male, spesso rilevato, consiste nell'arretratezza delle istituzioni democratiche a dimensione internazionale; rispetto alla Banca centrale europea, il Parlamento europeo è debole; le Nazioni Unite lo sono ancora di più. Se a livello nazionale le democrazie hanno poteri limitati, a livello internazionale le democrazie non esistono neppure. Come ha scritto di recente Jonathan Friedland sul Guardian, "ognuno capisce, d'istinto, che anche se Tony Blair volesse sfidare la Microsoft o la Monsanto, non potrebbe farlo".Nel Manifesto del partito comunista Karl Marx affermò che ogni stadio dello sviluppo economico della borghesia è accompagnato da un corrispondente avanzamento politico. E' difficile sostenere che la storia contemporanea abbia proceduto in modo così lineare. E tuttavia le connessioni, le tensioni e le rotture fra i processi di sviluppo nella sfera economica e in quella politica sono ancora, come lo erano ai tempi di Marx, la questione centrale della politica. In questa fine di secolo, fra queste due sfere non vi è simmetria, bensì un profondo divario. In quella economica, il potere di controllo e di decisione sembra sempre più concentrato e irresponsabile. Allo stesso tempo, la democrazia è sempre più diffusa e culturalmente egemone, ma non ha i poteri, e forse neppure la vitalità, che le consentirebbero di affermare il proprio primato.

Il compito che ci troviamo di fronte è quindi enorme, ma non disperato. La sua urgenza è ulteriormente accresciuta dal fatto che alcune delle imminenti decisioni di portata globale del prossimo secolo - come quelle relative alle manipolazioni genetiche - toccano, letteralmente, questioni di vita e di morte. Chi prenderà queste gravi decisioni, e su quali basi?

 

SEATTLE, L'ULTIMA MARATONA

Alla conferenza del Wto scontro finale su ambiente e lavoro

Salvatore Tropea

la Repubblica, 4 dicembre 1999

Seattle - Finale agitato non meno dell'esordio: dal fumo dei lacrimogeni contro i manifestanti al fumo dell'incertezza che caratterizza i compromessi. Il Millennium Round, ovvero il tentativo di mettere ordine nei commerci mondiali, parte con l'impegno o più esattamente la speranza di costruire un mondo migliore ma anche appesantito da tante incognite. Si lascia alle spalle una Seattle blindata nella surreale cornice dello stato d'assedio e del coprifuoco per andare incontro a tre anni di lavoro durante i quali dovrà affrontare una montagna di problemi. L'Europa potrebbe portare a casa il risultato positivo di un'agenda allargata con dentro la tutela dell'ambiente e i diritti del lavoro, ma con grande fatica e facendo i conti con lo psicodramma dei francesi che, toccati sul vivo della riduzione dei sussidi alle esportazioni agroalimentari, hanno tenuto sulla corda i negoziatori, lasciando aperta la porta anche all'ipotesi di un clamoroso fallimento. Dire che hanno vinto i manifestanti sarebbe forse eccessivo, ma è realistico pensare che almeno quella stragrande maggioranza che per tre giorni ha invocato regole certe per una globalizzazione dal volto umano ha influenzato non poco gli sviluppi della Conferenza di Seattle. E una mano in questa direzione deve avergliela data Bill Clinton che è arrivato ad attirarsi l'ira dei paesi in via di sviluppo adombrando l'ipotesi di "sanzioni" contro le violazioni dei diritti dei lavoratori. Queste aperture dovranno però superare la prova elettorale, potranno cioè essere cancellate o comunque fortemente limitate dal successo dei repubblicani.

Naturalmente, come tutti i negoziati che si rispettano, anche questo di Seattle è stato il trionfo del compromesso. Non bisogna dimenticare che da sempre la regola del Wto è quella delle decisioni prese sulla base dell'unanimità dei consensi e senza particolari veti. Un metodo che da tempo mostra la corda del suo anacronismo e che in qualche misura è alla base della crisi che sta attraversando l'organizzazione ginevrina al punto che è stata presa in seria considerazione anche l'ipotesi di una sua modifica. Di qui la difficoltà per arrivare a un documento conclusivo che fino all'ultimo minuto ha scontato gli effetti di richieste contrapposte, malumori, delusioni. E dietro le quinte anche le pressioni delle lobby. Questi in sintesi i punti del documento sottoposti a possibili modifiche.

Agricoltura. Si prevedono meno sussidi alle esportazioni ed è questo che ha sollevato le ire dei francesi notoriamente interessati al problema (il rapporto tra Italia e Francia in materia di sussidi è di uno a dieci, ovvero 500-600 miliardi di lire contro 6 mila). L'Italia e gli altri paesi mediterranei escono rafforzati dopo l'accoglimento della richieste per la tutela dei prodotti a denominazione d'origine controllata con l'istituzione di un registro internazionale del tipo di quelli esistenti per i marchi industriali. Lo scontro sulle biotecnologie potrebbe essere risolto con la creazione di un "gruppo di contatto" ovvero un organismo che consente al Wto di essere informato e di tenere conto delle decisioni e indicazioni assunte in altra sede prime fra tutte quelle dell'Onu sulla biodiversità.

Clausola sociale. Sulla base di una proposta che non si discosta dal testo presentato dall'Ue è previsto un forum tra il Wto e l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) che dovrebbe riferire alla sessione ministeriale prevista per il 2001. Questo argomento ha provocato la reazione dei paesi in via di sviluppo i quali hanno polemizzato duramente con alcune dichiarazioni di Clinton - poi in parte corrette - che adombravano l'ipotesi di sanzioni. Si è creato uno schieramento del quale facevano parte India, Brasile ed Egitto guidato appunto dall'egiziano Boutros Ghali che ha rimproverato al presidente Usa di soffocare la crescita dei paesi in via di sviluppo. Altri hanno sottolineato come la richiesta di Clinton sia stata dettata soprattutto da esigenze di politica interna, in particolare dalla necessità di compiacere le organizzazioni sindacali Usa che devono fare i conti con il costo del lavoro competitivo nei paesi del sud del mondo. In ogni caso il problema delle sanzioni resta aperto.

Paesi in via di sviluppo. Si è lavorato a un accordo teso a sostenere e a rafforzare la loro crescita con obblighi meno vaghi del passato, mentre per i 48 paesi più poveri è previsto un meccanismo che può migliorare il loro accesso al mercato, assicurare l'assistenza tecnica, tradurre in un vero vincolo giuridico quello che oggi è soltanto un generico impegno di interventi a loro favore.

Altre misure. È prevista una deroga ai brevetti per la produzione di medicinali destinati a combattere le grandi malattie indicate dall'Organizzazione mondiale della Sanità, soprattutto nei paesi poveri, a condizione però che tale produzione venga limitata ai bisogni interni e non diventi un modo per alimentare esportazioni selvagge. Per il commercio elettronico è possibile una proroga di diciotto mesi al divieto dei dazi tuttora vigente.

 

WTO, FALLISCE LA CONFERENZA: CHIUSURA SENZA ACCORDO

Si ripartirà a Ginevra dopo Natale. Ma l'Europa è contraria

la Repubblica, 4 dicembre 1999

Seattle - L'accordo non c'è stato. Al termine di una giornata di estenuanti trattative i ministri delegati di 135 paesi, incaricati di ripensare le regole per il commercio del 2000, si sono arresi all'evidenza: troppe divergenze e incomprensioni, meglio rinviare tutto. Così la conferenza mondiale della World Trade Organization, l'attesissimo Millennium Round si chiude con un grosso insuccesso. E con la città di Seattle ancora sotto l'assedio dei manifestanti: il coprifuoco è stato esteso fino alle 7 di sabato (le 15 in Italia).

I delegati si sono aggiornati quindi. Ma la proposta di riunirsi nuovamente a Ginevra, dopo Natale, incontra già la forte opposizione dell'Unione europea. "Meglio, a questo punto, una pausa per un periodo di tempo indeterminato", ha detto il portavoce ufficiale della delegazione dell'Ue, Peter Guilford. Che ha aggiunto: "ci sono troppe questioni sul tavolo" delle trattative e "non c'è abbastanza tempo per riunire il tutto in un pacchetto globale".

La fine dei lavori è stata annunciata dall'ufficio di segreteria del Wto. Le decisioni che contano, quelle che riguardano l'ambiente e la tutela dei diritti dei lavoratori, sono rinviate al 2001, subito dopo le elezioni presidenziali americane che dovrebbero tenersi il prossimo novembre. Sono state proprio le incognite sul futuro degli Stati Uniti a impedire - secondo numerosi osservatori - il raggiungimento di un accordo.

Non ci sarà quindi l'agenda delle regole dei nuovi commerci, come molti si aspettavano. Al suo posto ci si dovrà accontentare di una semplice dichiarazione congiunta dei ministri. "Questa potrebbe arrivare - ha detto alla Reuters un ambasciatore europeo - ma equivarrebbe ad un fallimento".

La dichiarazione verrà al termine della riunione plenaria delle delegazioni, iniziata subito dopo la proclamazione della chiusura ufficiale della conferenza. Restano incerti i contenuti del documento. Ci sarà senz'altro un riferimento alla prosecuzione delle trattative a Ginevra. E forse una serie di indicazioni di base dalle quali ripartire per la seconda fase dei negoziati.

 

"IO ASTERIX DEI CONTADINI CONTRO IL CIBO ARTIFICIALE"

Antonio Cianciullo

la Repubblica, 4 dicembre 1999

Seattle - José Bové, leader dei contadini francesi: "L'Europa è fatta da quindici suocere che litigano senza difenderci". Willy Hein, portavoce della commissione europea: "Ma no, siamo più che mai uniti". Bové: "Sembra siate venuti a Seattle per stare a guardare: manca una strategia contro l'offensiva commerciale americana, nessuno difende la nostra sovranità alimentare, i piccoli agricoltori vengono mandati allo sbaraglio". Hein: "Andiamo avanti a piccoli passi, ma andiamo avanti". Il battibecco, nel palazzo sotto assedio della World Trade Organization (Wto), si conclude con una stretta di mano formale che non chiude la polemica. Bové ha un momento di tregua e si concede una pausa prima della degustazione guidata di prodotti tipici. Baffoni da Asterix, occhi grigio-azzurri sempre un movimento, battuta fulminante, il fondatore della Confédération Paysanne è una pila energetica che emana determinazione. Arrestato per aver guidato un corteo che ha devastato, come rappresaglia per il sabotaggio americano del roquefort, il McDonald's in costruzione a Millau, nel sud-est della Francia, ne è uscito incassando la solidarietà del premier francese Lionel Jospin e una popolarità e in pochi mesi ne ha fatto la star della battaglia per il cibo pulito e di qualità. Ora guarda preoccupato alla trattativa sulle regole commerciali: passerà la linea americana che vuole imporre la possibilità di vendere ovunque carne gonfiata con gli ormoni e cibi transgenici? "Questo lo vedremo. Ma una cosa è certa: noi andiamo avanti. Due anni fa la battaglia contro i cibi geneticamente modificati sembrava persa. Oggi la lista dei supermercati, degli agricoltori, delle industrie che si schierano contro i transgenici è lunghissima. Se i governi fossero un po' più attenti a quello che chiedono i consumatori la partita sarebbe già chiusa. E comunque la chiuderemo, non molliamo la presa: l'Unione europea dovrà prendere atto di quello che i suoi cittadini hanno già deciso".

Lei è molto critico nei confronti dell'Unione europea che però qui rappresenta la voce più critica nei confronti del Wto, cioè dell'organismo accusato di difendere costantemente gli interessi commerciali di Washington.

"L'Unione europea non può far altro: otto persone su dieci non vogliono cibi con il Dna artificiale, non accettano rischi alimentari gratuiti. Ma se andiamo a guardare agli aiuti in campo agricolo vediamo che l'80 per cento della spesa va a favore del 20 per cento delle aziende. Cioè si aiutano solo le grandi imprese. Gli americani del resto fanno lo stesso: è una battaglia per l'esportazione. Noi vogliamo il contrario. Vogliamo bloccare il dumping alimentare e difendere l'agricoltura di vocazione: ogni paese ha diritto alle sue scelte gastronomiche, alle sue tradizioni. Non mi piace un mondo in cui si mangiano ketchup e patatine fritte a Marsiglia come a Singapore".

Pensa di ripetere in Europa la battaglia antitrust di Jeremy Rifkin e degli agricoltori americani contro le multinazionali del transgenico?

"Non negli stessi termini: le legislazioni sono troppo diverse. Puntiamo ad una battaglia sul campo, ad una mobilitazione continua per arrivare ad una moratoria sui transgenici. Inoltre creeremo a Ginevra, dove ha sede il Wto, un osservatorio permanente per tenere sotto controllo ogni mossa della World Trade Organization".

Cosa temete?

"C'è una concentrazione spaventosa in poche mani del mercato mondiale dell'alimentazione. E la trasformazione dell'agricoltura in un agrobusiness dominato dalle tecniche di manipolazione genetica rischia di accelerare ulteriormente il processo. La Novartis sta diventando la Microsoft dei transgenici".

 

AMATO: "IL WTO FALLISCE E COMINCIA IL CAOS"

la Repubblica, 4 dicembre 1999

Seattle - Pensa soltanto al nuovo round il presidente Clinton. E continua sulla strada dell'ottimismo, già intrapresa negli scorsi giorni persino di fronte alle manifestazioni ambientaliste, che hanno messo in scacco l'intera Organizzazione. "Abbiamo fatto progressi negli incontri di Seattle, anche se restano differenze notevoli tra le nostre posizioni". E sul futuro Clinton ha pochi dubbi: "Sono determinato ad andare avanti sulla via del commercio libero e della crescita economica, assicurando che l'economia globale abbia un volto umano".

Il vertice era cominciato male con lo stato di guerriglia provocato dalle proteste ambientaliste, è finito ancora peggio con un nulla di fatto. Ma nessuno sembra dispiacersi troppo per il fallimento di questo vertice sfortunato. Come se, più o meno esplicitamente, tutti ammettessero la debolezza dell'organizzazione mondiale per il commercio. Lo stesso ministro del Tesoro italiano Giuliano Amato non si meraviglia affatto e lancia un allarme: "Globalizzazione non vuol dire mangiare tutti lo stesso hamburger, ma far convivere persone che pensano diversamente su ogni cosa e che pretendono legittimamente di dare le loro regole. Un mondo in cui tutte le diversità devono essere ritenute uguali è un mondo che si condanna alla totale ingovernabilità. Seattle in questo può diventare simbolo e inizio del caos mondiale".

La preoccupazione più grande è ora quella di prepararsi meglio per la prossima volta. E il direttore generale del Wto, Mike Moore, alla cerimonia di chiusura assicura: "Non perderemo il lavoro che abbiamo fatto e che dobbiamo portare a termine per i paesi più poveri". Se era in qualche modo prevedibile la reazione di esultanza delle associazioni ambientaliste come il Fondo mondiale per la protezione della natura (Wwf), c'è da prestare invece attenzione alla sensazione di sollievo che sembra diffusa tra i vertici francesi. Il ministro degli Esteri Hubert Vedrine spiega: "L'assenza di un risultato è preferibile a un cattivo accordo. L'Europa aveva ragione a non rinunciare alle proprie posizioni, a non accettare l'avvio di un negoziato tronco che avrebbe portato a condizioni sbagliate. Continueremo gli sforzi per persuadere i nostri partner europei della necessità di una negoziazione ampia, che vada oltre l'agricoltura e i servizi". Il ministro del Commercio estero italiano Piero Fassino definisce il risultato di Seattle "una grave battuta d'arresto", dovuta sia allo "scarto tra la complessità dei temi in discussione e la consapevolezza politica ancora assai lontana dai problemi da affrontare" sia alla "fragilità" del Wto. E Fassino rincara la dose: "Se la conferenza è fallita, è perché il Wto si è rivelato "uno strumento inadeguato quanto a partecipazione, democrazia e trasparenza, indispensabili a impostare una piattaforma di governo della globalizzazione. Inoltre sia Ue che Usa hanno teso ad avere un rapporto strumentale con i Paesi in via di sviluppo, ad usarli per rafforzarsi l'uno contro gli altri". Più preoccupati di stabilire una nuova, vicina scadenza, gli spagnoli e i tedeschi. "La prossima conferenza - ha detto Schroeder - non deve essere rimandata, ma di certo va preparata meglio. In ogni caso noi, quale Paese esportatore, dobbiamo fare tutto il possibile perché i negoziati ripartano. Abbiamo bisogno della liberalizzazione del commercio, e questo non è solo nell'interesse dei paesi industrializzati, ma anche di quelli in via di sviluppo". Aznar ha sottoscritto le parole di Schroeder: "Dobbiamo considerare il motivo del fallimento. Il nostro dovere è raggiungere un risultato la prossima volta". Meno tranquilli gli inglesi. Il ministro del Commercio e dell'Industria britannico, Stephen Byers ha parlato di un'occasione sprecata: "Il libero commercio e l'apertura dei mercati sono portatori di opportunità, non minacce. Per riguadagnare la fiducia della gente e il sostegno dei Paesi membri, il Wto ha bisogno di rimodernarsi".

Gli Stati Uniti hanno espresso la loro "delusione" . Così il segretario al commercio americano William Daley: "Sono convinto che siano stati fatti progressi significativi. Le trattative sono state estremamente difficili e le questioni sul tavolo complesse. Ma alla fine c'erano troppe divergenze su troppi punti. Ma sono fiducioso".

Esultano quasi per il fallimento del vertice - che proverebbe la sostanziale debolezza dell'organizzazione mondiale per il commercio - le Ong, i Verdi e il Wwf. La prova negativa è quasi una "lezione etica". Per le Ong il Wto "non è democratico, è ingiusto, non è trasparente ed è squilibrato". E' addirittura "molto soddisfatta" per il fallimento della conferenza, Grazia Francescato, presidente del comitato per la costituente dei Verdi. "A Seattle è stata siglata di fatto un'alleanza tra movimento ambientalista, animalisti, difesa dei diritti umani e dei lavoratori. Accanto allo Stato e al mercato è comparso un terzo protagonista, la società civile organizzata. Questioni di cui dovrà occuparsi anche la nostra maggioranza". Si unisce ai trionfalismi il leader contadino francese Josè Bovè: "E' una vittoria dell'internazionale dei popoli: a Seattle si è creata la democrazia mondiale aldilà delle frontiere e dei paesi".

 

LA LEZIONE DI SEATTLE

Che cosa insegna la protesta al Millennium Round

Ennio Caretto

il Corriere della Sera, 4 dicembre 1999

Seattle - Francis Fukuyama è l'autore de La fine della storia, un famoso saggio del '90 in cui sostenne che con il muro di Berlino erano crollate anche le ideologie. Come la maggioranza degli americani, Fukuyama è rimasto scosso dalla ferocia e dalle dimensioni - 50 mila dimostranti - della protesta di Seattle, le cui immagini hanno rievocato le traumatiche dimostrazioni di trent'anni fa contro la guerra del Vietnam: una settimana di violenze e di battaglie, con coprifuoco, gas lacrimogeni, arresti in massa. E ne ha fornito una curiosa chiave di lettura: "Se qualcuno volesse sapere che cosa sia successo dello zoccolo duro della sinistra nell'ultimo decennio - ha scritto smentendo se stesso - la risposta è semplice: è calato su Seattle per affossare la Wto" (l'Omc, Organizzazione mondiale dei commerci). Fukuyama ha deprecato che i "socialisti" scorgano nella globalizzazione, di cui l'Omc è un pilastro, "la figlia del colonialismo e perciò una nemica, mentre è un'alleata perché è una forza di progresso e riforma". Ora, alla fine della Conferenza, il cui esito non corrisponderà comunque alle aspettative, è difficile accettare quest'analisi che ignora gli aspetti più importanti della protesta popolare di Seattle. Le oltre 500 associazioni che l'hanno animata non coprivano soltanto l'intera gamma politica degli Stati Uniti, dai democratici radicali alla destra populista, ma anche buona parte della "società civile" americana, dai movimenti dei diritti umani ai gruppi dei consumatori, dai sindacati ai verdi. E questi esponenti della società civile non urlavano, come molti dimostranti che si sono battuti con sassi e bastoni contro la polizia, "Morte alla Wto!", ma ne chiedevano la trasparenza e la democratizzazione. Non erano mobilitati da un ritorno di fiamma ideologico, bensì dall'esigenza di una maggiore giustizia economica, dal crescente disagio verso la globalizzazione. Ha notato il Wall Street Journal: "E' impossibile liquidare una rivolta così diversa, e assieme unanime, senza chiedersi che cosa l'abbia generata".

La rapidità con cui Clinton s'è appropriato di alcune delle sue istanze - come fece alle elezioni del '92 e del '96 con i programmi dei repubblicani -, incorporandole nell'agenda della Omc, ha dimostrato che la protesta Usa è più radicata e vasta di quanto pensi Fukuyama. Il presidente s'è reso conto che per la prima volta dagli anni Settanta l'americano medio è inquieto: all'apice del boom economico più lungo della storia, incomincia a tradire la sua insofferenza per l'aumento della sperequazione e le tensioni sociali interne e, soprattutto tra i giovani, per il calvario dei Paesi del Terzo mondo. L'Omc ne ha innescato la rivolta perché è vista come un Grande fratello, veicolo degli interessi delle mega "corporation", corresponsabile di molti eccessi della globalizzazione. Il cittadino, ha osservato il premio Nobel Paul Samuelson, non può ricorrere contro le decisioni dell'Omc, e non si sente rappresentato dal suo Paese presso l'Organizzazione.

Senza dubbio l'isolazionismo e il protezionismo hanno contribuito a fare scendere in piazza alcune forze innanzitutto sindacali: Clinton ha fatto loro le maggiori concessioni per legarle ai democratici alle elezioni del 2000. Ma il collante della protesta è stato un altro: molti americani, e non soltanto essi, si sentono minacciati sia da un organismo che vorrebbe imporre loro i cibi da mangiare, i prodotti da comprare, e via dicendo; sia dai suoi padroni occulti - così li percepisce - cioè le 10 "corporation" che controllano l'86% del mercato mondiale dei pesticidi, l'85% di quello delle telecomunicazioni e il 70% di quello dei computer. La rivolta dei giovani, inoltre, si dirige anche contro la dittatura del mercato, l'attuale modello di democrazia americano, che rischia di squassare il Terzo mondo. Tra di loro, sta tornando l'idealismo: la circolazione selvaggia dei capitali pare ai loro occhi una rapina. Sarebbe un grave errore rifiutare la lezione di Seattle liquidando i dimostranti come luddisti ostili alla liberalizzazione dei commerci e alla globalizzazione. Sì, ci sono anche quelli, ma la maggioranza contesta non tanto queste tendenze irreversibili, che se debitamente regolate sono portatrici di benessere anche ai Paesi poveri, quanto gli abusi che il potere economico ne fa, un potere economico concentrato in poche mani e sempre più sottratto alla ridistribuzione dei suoi benefici da parte dello Stato. Lanciando da Seattle un'Omc "verde e dal volto umano", Clinton sembra avere imboccato la strada giusta: se non ascolteremo la protesta, ha ammonito, prima o poi il mercato e il capitale si troveranno di nuovo assediati. Ma le accuse dei 50 mila erano rivolte anche a lui, il presidente del consumismo e del "capitalismo popolare", come lo chiama l'economista e ambasciatore Usa in Francia Felix Rohatyn, ossia il presidente della fine del risparmio e dell'ingresso dell'uomo della strada in Borsa.

 

AMERICA-UE, ACROBAZIE PER L'ACCORDO ALLA WTO

Marco Cecchini

il Corriere della Sera, 4 dicembre 1999

Seattle - "Quando il gioco si fa duro, i duri entrano in gioco", recita un detto americano. E ieri, di fronte all'impasse di una trattativa arenata nelle secche dei veti incrociati, a Seattle sono scesi in campo i numeri uno, i capi di Stato. Dopo una notte di colloqui senza risultati il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ha deciso in mattinata di alzare il telefono e chiamare i suoi colleghi in Asia e in Europa per sbloccare il grande negoziato tra 135 Paesi per la liberalizzazione degli scambi mondiali in corso alla Wto, la World Trade Organization, l'Organizzazione mondiale del Commercio. Clinton ha parlato con il presidente giapponese Keizo Obuchi, con quello messicano Zedillo e con il presidente della Commissione europea Romano Prodi a Bruxelles. Un giro di telefonate per dare la spinta finale all'accordo. Proprio Prodi poche ore prima, in un intervento, aveva tracciato le grandi linee del problema. "La globalizzazione è irreversibile - aveva detto il capo dell'esecutivo della Ue - ma va governata con la partecipazioni di tutti. La riunione della Wto e le proteste che ha suscitato dimostrano che la globalizzazione può fare paura. Ma essa genera benessere, anche per i Paesi in via di sviluppo". Come dire, non si torna indietro, ma il libero mercato non può essere disgiunto dalle regole.

E' stata dunque appesa al filo dell'intervento dei "pesi massimi" la trattativa di Seattle, mentre anche ieri i dimostranti hanno avuto nuove scaramucce e incidenti con la polizia: al culmine del negoziato, un corteo di 5 mila contestatori si è presentato di fronte al palazzo del vertice. La trattativa in giornata aveva fatto qualche passo avanti, ma è all'ultimo momento che si è cercato di ricomporre le differenze, tra Europa e Stati Uniti soprattutto, ma anche tra Paesi ricchi e poveri. Il tema più spinoso è rimasto quello del negoziato agricolo, dove sono in gioco gli interessi di 12 milioni di farmer europei, ma anche sui nodi del cibo transgenico, della così detta clausola sociale (diritti del lavoro), dell'accesso ai mercati sviluppati da parte dei Paesi poveri, del commercio elettronico, della proprietà intellettuale (marchi e brevetti). Durante la notte (ora italiana) le distanze non si erano completamente colmate.

Agricoltura - Lo scontro tra Washington e Bruxelles è stato durissimo nonostante i passi avanti. Il capo negoziatore europeo, Pascal Lamy, ha respinto ieri una proposta d'intesa avanzata dal mediatore asiatico, George Yeo, ministro di Singapore. Il nodo sono stati sempre i sussidi, 44 miliardi di dollari annui, con cui Bruxelles incentiva le esportazioni dei propri agricoltori. Ci si è scontrati sulle parole. Gli americani e un gruppo di Paesi emergenti alleati volevano la "progressiva abolizione" dei sussidi all'export. Bruxelles era disposta a concederne la "graduale riduzione". Nel contempo l'Europa chiedeva il riconoscimento di status speciale al settore agricolo, la cosiddetta multifunzionalità: un modo, questo, per non spalancare del tutto le porte alla agricoltura statunitense. Ma è soprattutto da parte dei francesi che la resistenza è stata più forte. È andata bene invece la trattativa sulle produzioni mediterranee, cui è interessata l'Italia. Queste produzioni, finora penalizzate a favore dell'agricoltura nord-europea, dovrebbero uscire meglio tutelate dal negoziato.

Cibo transgenico - La questione della liberalizzazione del cibo transgenico è rimasta a lungo aperta, anche se si è fatta progressivamente strada l'idea sostenuta dagli americani di aprire una discussione sul tema alla Wto. Gli europei - ieri lo ha ripetuto il ministro italiano del Commercio estero, Piero Fassino - sono favorevoli alla creazione di un foro di discussione cui la Wto dovrebbe appoggiarsi nelle sue decisioni in materia di liberalizzazione del settore. Nel frattempo la sede privilegiata per affrontare il tema dovrebbe restare il Protocollo delle Nazioni Unite. Ogni altra soluzione più avanzata per Bruxelles sarebbe inaccettabile.

Commercio e lavoro - La proposta di allargare il campo d'intervento della World Trade Organization ai diritti del lavoro ha incontrato invece la fortissima resistenza dei Paesi in via di sviluppo, che contano sulla più ampia flessibilità nell'utilizzo del lavoro per esportare, senza alcun rispetto in certi casi per i più elementari diritti. Perfino l'idea di un gruppo di negoziatori sul tema "commercio e lavoro" è stata respinta dai Paesi poveri. Un accordo possibile è sembrato quello ispirato da una proposta europea: creare un foro di dialogo tra la Wto e l'Organizzazione mondiale del lavoro. In pratica la questione verrebbe derubricata.

Proprietà intellettuale (marchi e brevetti) - Qui è scoppiata la questione dei farmaci. La liberalizzazione dei brevetti delle medicine destinate a combattere le "pesti" del secolo, cancro e Aids in testa a tutte, è necessaria per consentire a tutti l'accesso alle cure. Ma occorre che le aziende che utilizzano brevetti ne facciano un uso solo nazionale, senza possibilità d'esportazione. Altrimenti la ricerca muore.

Commercio elettronico - Finora le compravendite via Internet, un business sempre più importante per gli Stati Uniti, non sono state sottoposte a dazi e tasse. Washington vuole che il regime resti completamente libero. Bruxelles è disposta soltanto a concedere una moratoria compresa tra 18 e 24 mesi.

 

LA RIVOLTA DEI POVERI ALLA RICETTA CLINTON

Ennio Caretto

il Corriere della Sera, 4 dicembre 1999

Seattle - La rivolta che ha sorpreso il mondo è esplosa nelle strade e nelle piazze della città, una roccaforte storica della sinistra, detta il Soviet di Seattle durante il "Nuovo corso" del presidente Franklyn Roosevelt, negli Anni Trenta. Ma un'altra rivolta, che ha scosso il summit Wto e la Superpotenza Usa, è scoppiata al sesto piano del "Convention center", e ha avuto protagonisti non gli anarchici, i sindacalisti e gli ambientalisti, ma i Paesi terzi. E' stata la rivolta dei Poveri al banchetto dei Ricchi, che non ha trovato nei media la stessa eco di quella pubblica con le sue traumatiche immagini tv, ma che potrebbe avere ripercussioni più profonde sulla globalizzazione. Una rivolta scaturita dalla identica richiesta dei dimostranti di una maggiore giustizia economica, ma estesa dai cittadini alle Nazioni, e destinata a condizionare il negoziato del Millennio della Wto sulla liberalizzazione dei commerci nel secolo venturo.

La rivolta l'ha causata, inavvertitamente, il presidente Clinton con una bene intenzionata, ma controversa intervista al Seattle Post-Intelligencer, il quotidiano cittadino. "I diritti dei lavoratori - ha dichiarato Clinton - dovrebbero essere tutelati in tutti gli accordi commerciali. Favorirei un sistema di sanzioni contro chi li violasse". Il presidente ha esternato il suo proposito dietro pressione di John Sweeney, il potente segretario della Confederazione sindacale americana, l'organizzatore della protesta operaia a Seattle, la più massiccia e ordinata della settimana. Ma ai Paesi in via di sviluppo, il progetto di uno Statuto dei lavoratori imposto dagli Stati ricchi, reso vincolante dalle sanzioni della Wto, è apparso da un lato un'interferenza e dall'altro un rigurgito protezionista. Ha tuonato il ministro del Commercio egiziano Youssef Boutros Ghali: "E' un tentativo di regolare dall'esterno i nostri mercati del lavoro e di renderci meno competitivi. Strumentalizzare così i commerci vuol dire affossare la Wto". Clinton non si è limitato ad enunciare il suo intento. Ha anche proposto la creazione di un gruppo di lavoro misto Wto-sindacati per realizzarlo. Il Gruppo stabilirebbe norme restrittive dell'impiego minorile e femminile, della sicurezza nelle fabbriche e negli uffici, e via di seguito, subordinando a esse l'ampliamento degli scambi. Ma in questo modo il costo del lavoro nei Paesi poveri, dove Statuti del genere non esistono o sono molto elastici, aumenterebbe enormemente. "La proposta del presidente non mira al benessere dei nostri lavoratori - ha concluso Boutros Ghali - bensì alla riduzione del nostro export". La rivolta dei Poveri si è acuita al rifiuto di Clinton di discutere la riforma della legge Usa "anti-dumping", cioè contro quei loro prodotti che a parere di Washington vengono venduti sottocosto sul mercato americano. Ha protestato Victor Emanuel, il negoziatore del Salvador: "E' protezionismo smaccato". Capeggiati da due colossi emergenti, il Brasile e l'India, i Paesi del Terzo Mondo hanno formato un fronte contro la Superpotenza con l'Africa in prima linea. Per contenerlo, Clinton ha fatto due concessioni: si è impegnato a ridurre i dazi e le tariffe sulle loro esportazioni, e a rifornire loro medicine a basso prezzo, comprese quelle contro l'Aids. Ma il fronte non si è sfaldato neppure quando l'Ue e il Giappone hanno offerto di mediare, prospettando il varo di un Gruppo separato per le questioni sindacali con la Wto, l'Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo) e con il Fondo Monetario; e insistendo affinché gli Usa si aprano ai prodotti tessili dei Poveri e modifichino la legge "anti-dumping". Incitati dal Pakistan, alcuni Stati africani hanno minacciato di abbandonare la Conferenza di Seattle e scendere nelle strade con i dimostranti. Costretti a una precipitosa marcia indietro, i clintoniani hanno cercato un accordo all'ultima ora, senza ammettere il duplice passo falso del presidente. Qualsiasi compromesso emerga che salvi la faccia a Clinton, il danno è stato fatto. Dalla Casa Bianca a Washington, dove è rientrato ieri sera, il leader Usa ha bombardato la Conferenza e i colleghi alleati di telefonate, il premier giapponese Obuchi in primo luogo. Ma ci vorrà del tempo perché agli occhi dei Poveri l'immagine dell'"Ugly American", del brutto americano, coniata dallo scrittore Graham Greene, venga dissipata. Il presidente ha dato l'impressione di abusare del suo potere economico e di considerare la Wto la sua provincia. Il Washington Post e il New York Times hanno scritto che, per soddisfare le lobbies elettorali in vista del voto del 2000, si è inimicato il Terzo mondo. E non solo quello: il Giappone ha denunciato l'insistenza di Clinton sul commercio elettronico, esente da tasse: "Siete l'economia della Microsoft", ha detto, alludendo al gigante industriale di Seattle. A difesa del presidente, va rilevato che la Confederazione sindacale e le forze isolazioniste e protezioniste al Congresso non gli hanno lasciato molto spazio. Esse gli hanno appeso una spada di Damocle sul capo: i voti parlamentari sul recente accordo commerciale con la Cina da una parte e la Wto dall'altra. In base alla legge, il Congresso è chiamato entro sei, nove mesi a ratificare il primo e a decidere se rimanere nel secondo o uscirne. Sono due mine vaganti nella campagna elettorale americana, "come in passato lo furono l'integrazione razziale e la guerra del Vietnam", ha ammonito il deputato democratico Barney Frank. Clinton è in difficoltà, ma lo saranno ancora di più i candidati alla sua successione, dal vicepresidente Gore al governatore del Texas Bush.

 

LA MUSICA DELLA RIVOLTA: DAI GHETTI ALLA LOTTA DI CLASSE

Sandro Modeo

il Corriere della Sera, 4 dicembre 1999

Seattle prima del vertice, cioè una città-epicentro della protesta americana in musica. A Seattle è nato Jimi Hendrix, che ha scritto con Machine Gun (Mitragliatrice) uno degli "inni sacri" antimilitaristi ("L'uomo malvagio vuole che io ti uccida/ anche se siamo amici su due strade diverse"). A Seattle sono legati i Nirvana di Kurt Cobain (nato nella vicina Aberdeen), il gruppo che ha espresso in Nevermind ('91) una radicale opposizione politica all'invadenza delle logiche economiche, come mostra la forza metaforica della copertina, con un neonato nudo sospeso sott'acqua che sorride inconsapevole a un dollaro-esca legato al filo di una lenza invisibile. A Seattle ha le radici Chris Cornell, grande amico di Cobain e vocalist dei leggendari e ora sciolti Soundgarden (altri esponenti di punta del "Seattle-sound" e della rivoluzione grunge), che ha descritto recentemente la città come un posto anestetizzato dal torpore e dall'indifferenza, identica a com'era prima del sisma-Cobain e a come tornerà, forse, dopo il "quarto d'ora" di baccano mediatico.

Non solo Seattle. Nel senso che Seattle non deve far dimenticare le altre aree di emergenza sociale e di protesta musicale del Paese, dalla Southcentral di Los Angeles all'Overtown di Miami, dal Cabrini-Green di Chicago a interi quartieri di New York e Detroit. Protesta che passa soprattutto per il rap e l'hip-hop e che, semplificando, può essere riassunta in alcuni esempi delle due coste. A Est (a New York) la formazione più estrema è quella dei Public Enemy, che il luogo comune lega solo alla lotta per l'emancipazione razziale. Il che è limitativo, perché se è vero che alcuni punti fermi del gruppo sono riconducibili a quella matrice (si pensi soprattutto al disco Fear of a Black Planet, Paura di un pianeta nero, dell'89), fin dagli inizi il loro discorso riguarda tutti gli aspetti della lotta "antagonista": il consumo di droghe, la corruzione della Cia e dell'Fbi, gli effetti anestetici della Tv, l'inefficienza della giustizia, fino all'allarme ecologico (il disco appena uscito, There's A Poison Goin'On, scaricato su Internet prima che la casa di produzione lo mettesse in commercio, vede in copertina dei bambini con maschere antigas). Insomma, come riassume Chuck D., ideologo del gruppo, se le ultimissime generazioni sono meno razziste delle precedenti, l'obiettivo è sempre più di "classe" (non negri contro bianchi, ma poveri contro ricchi): tanto che i loro principali alleati newyorchesi sono, non a caso, i "visi pallidi" Beastie Boys (di cui è appena uscita la straordinaria antologia doppia The Sounds of Science).

A Ovest (a Los Angeles) la scena è punteggiata da centinaia di rappers: ma ormai la leadership è stata conquistata sul campo dai Rage Against The Machine, "Rabbia contro la Macchina", dove per Macchina si intende non solo la tecnica da contrastare in senso luddistico, ma il Sistema nel suo insieme. Come i Public Enemy, anche i RATM non sono di esempio solo coi testi: alle "parole" di Bullet in the Head (Proiettile in testa, dal primo disco, del '93), denuncia dell'acquiescenza indotta dai persuasori ("ogni casa è come Alcatraz") o di tutto l'ultimo album (significativo fin dal titolo, The Battle of Los Angeles) corrispondono "fatti" come i concerti-benefit per cause politiche, l'allontanamento dagli studi Nbc (volevano cantare con la bandiera americana rovesciata in segno di protesta contro la guerra del Golfo e le multinazionali che ci guadagnavano) o la denuncia della linea di abbigliamento Guess, in odore di sfruttamento del lavoro minorile.

Le maschere. Come in certe proteste antinucleari, quella di Seattle ha visto sfilare le icone bianche rubate al Grido di Munch, le stesse immortalate da Wes Craven in Scream. Si tratta di una "carnevalizzazione" trionfante in tanta musica: basta pensare all'ultimo video di Marylin Manson (Coma White), spazzato via dalla censura per i riferimenti al delitto Kennedy e incendiato da un nichilismo visivo in cui il caos e l'anarchia vengono opposti all'"ordine" delle classi dominanti; o - passando dalla Florida di Manson all'Iowa - al look degli Slipknot, gruppo estremo di nove elementi vestiti con tuniche rosse e maschere "kubrickiane" che sembrano cavate da Arancia Meccanica o dall'orgia di Eyes Wide Shut, ognuna delle quali o liberatoria (quelle clownesche) o di denuncia (quelle con effigi di animali torturati). Ma attenzione: proprio le maschere - la carnevalizzazione - ammoniscono sul grande rischio che rivolte come Seattle possano essere estetizzate e commercializzate; che, dopo un giorno di follia e di mondo alla rovescia, i re tornino re e i buffoni buffoni. Le maschere, invece, dovrebbero essere grida visive destinate a durare nella memoria, non dei gadget da consumare.

 

LE TRATTATIVE RIPRENDERANNO NEL 2000 A GINEVRA

Seattle: Wto, il vertice si conclude senza un accordo

il Corriere della Sera, 4 dicembre 1999

Seattle - Per ora l'accordo è stato impossibile. Si ritenterà nel 2000. A Seattle i delegati dei 135 Paesi dell'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) non sono riusciti a trovare un accordo sull'agenda su cui negoziare la piattaforma commerciale per il 2000. Ci riproveranno ad un nuovo incontro che si terrà il prossimo anno a Ginevra, al quartier generale del Wto. Gli Stati Uniti hanno espresso ufficialmente il loro rincrescimento per il fallimento del vertice del Wto. "Mi sento deluso perché non siamo riusciti a raggiungere il consenso per lanciare una nuova tornata di negoziati commerciali", ha commentato in una dichiarazione scritta il ministro del Commercio americano William Daley. Daley, che guidava la delegazione Usa al summit, ha espresso il suo "fermo convincimento" che si siano fatti "progressi significativi in questa settimana", malgrado "i negoziati fossero molto duri e i temi molto complessi". "Alla fine c'erano troppe divergenze in troppi settori", ha osservato Daley, ma con la ripresa della trattativa a Ginevra il ministro Usa è fiducioso che si raggiungeranno queste intese che sono "cruciali per le nostre economie, per il nostro ambiente e per i nostri popoli". Nonostante i contrasti, il vertice del Wto di Seattle era pronto a lanciare una tornata negoziale limitata sul commercio mondiale. È quanto emerge dalla bozza di 15 pagine messa a punto dai quattro gruppi di lavoro del summit, poi bocciata dal mancato accordo fra i rappresentanti dei 135 Paesi presenti. In base alla bozza, nel 2000 sarebbe partito il negoziato sul commercio di prodotti agricoli, prodotti manifatturieri e servizi. Per quanto riguarda investimenti diretti da Paesi stranieri e concorrenza, i negoziati sarebbero stati rimandati di due anni, dopo la prossima conferenza interministeriale. Dalla bozza era invece escluso il tema che più stava a cuore agli Stati Uniti, ovvero legare le future intese commerciali al rispetto dei nuovi standard dell'International Labour organization (Ilo) sul mercato del lavoro, come il divieto del lavoro minorile e la libertà di iscriversi ai sindacati. I Paesi in via di sviluppo temevano che la nascita di un gruppo di lavoro sulle condizioni degli occupati potesse facilitare in Occidente misure protezionistiche contro l'export del sud del mondo.

 

"ALLE TRATTATIVE PARTECIPERANNO PURE I LAVORATORI"

La leader della protesta Barbara Shailor

la Stampa, 4 dicembre 1999

Un po’ di orgoglio non guasta. "Abbiamo cambiato la storia" dice Barbara Shailor. E’ la direttrice del dipartimento internazionale del potente Afl Cio, il sindacato americano con tredici milioni di iscritti. E’ lei ad aver portato a Seattle per la protesta contro il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, 50 mila militanti ed è lei che ha coordinato la presenza di dimostranti di ogni parte del pianeta. E mentre cala il sipario sulla conferenza del Wto, la Shailor rivendica con quest'intervista di aver condizionato il suo esito.

A cosa è servita, per lei, la prova di forza contro il Wto?

"Parlo di risultati storici perché è cambiata la qualità del dibattito sia negli Stati Uniti che nel mondo".

Addirittura?

"Solo pochi anni fa nessuno si preoccupava, tranne i sindacati, dei diritti dei lavoratori. Ora, piaccia o no ai ministri del commercio, la questione è in agenda. Le multinazionali e le grandi imprese hanno sempre cercato di proteggere i loro interessi. Ma ora la barriera intellettuale si è rotta".

Che cosa intende dire?

"Le aziende definivano i sindacati protezionisti. Ma in realtà hanno sempre cercato di ottenere norme per proteggere se stesse. Da adesso in poi il Wto non è solo territorio di proprietà degli imprenditori: è territorio di tutti, dai lavoratori agli ambientalisti. Ora si discute su chi scrive le leggi e in base a quali interessi le regole vengono scritte: ecco la grande rottura. Le questioni del lavoro non saranno più rimosse dal tavolo delle discussioni".

Lei vede davvero effetti concreti della protesta?

"Ci sono e non solo negli Stati Uniti. Quante volte abbiamo letto che l’inserimento dei diritti dei lavoratori nel Wto sarebbe stato disastroso? Adesso il "New York Times" scrive che il Wto dovrebbe avere un gruppo di lavoro sui diritti dei lavoratori. La svolta c’è stata ed è definitiva".

Lei si compiace per i cambiamenti del Wto, ma era per strada con chi voleva la morte dell’organizzazione.

"E’ vero, ma qualche volta la minaccia di morte sviluppa l’attenzione. Proprio a Seattle il presidente americano Bill Clinton ha sottoscritto la ratifica della convenzione dell’Ilo, l’organizzazione internazionale del lavoro, contro il lavoro minorile. Al momento della firma ero accanto a lui dopo aver negoziato la convenzione".

Alcune aziende sono state imputate dai dimostranti di Seattle di servirsi del lavoro minorile.

"La protesta è servita per intervenire contro l’orrore del lavoro minorile. E’ importante sensibilizzare i mass media e i cittadini sul ruolo dell’Ilo, poco percepito negli Stati Uniti. Con il lavoro minorile dobbiamo discutere delle nuove forme di schiavismo e dei diritti sindacali".

Sa che per il ministro tailandese Panitchpakdi i paesi emergenti non possono avere le stesse regole di quelli sviluppati?

"Le norme fondamentali non riguardano il livello di sviluppo di un paese, ma i diritti essenziali e le libertà. Nessuno di noi ha mai chiesto salari minimi o standard di sicurezza per il lavoro. I lavoratori devono essere liberi di formare i sindacati per negoziare le loro condizioni".

 

LINGUE BIFORCUTE

Joseph Halevi

il manifesto, 4 dicembre 199

Con gli avvenimenti di Seattle la World trade organization (Wto) è ormai entrata in uno stato precomatoso che segna l'inizio della fase più pericolosa dell'operato dell'organizzazione. Infatti, dopo Seattle, il Wto non può uscire con il volto scoperto pena la negazione delle sue stesse fondamenta mentre lo stato precomatoso permette, come una volta i governi balneari democristiani in Italia, l'attuazione alla chetichella di politiche assolutamente reazionarie.

L a riunione di Seattle era stata pianificata molto bene da Clinton e dal Wto. Entrambi già dal 1998 avevano selezionato le Ong da cooptare nel "dialogo" dividendosi i compiti. La Commissione europea si era impegnata a fare un giro di orizzonte dei problemi invitando delle Ong "responsabili". Il presidente Usa, andando anche contro il parere di altri governi occidentali, aveva avuto l'idea di invitare a Seattle la centrale sindacale Afl-Cio per un incontro con i delegati il giorno prima dell'inizio ufficiale dei lavori del summit. Contemporaneamente Clinton assunse la signora Karen Tramontano, già consigliere di Sweeney quando questo, prima di diventare presidente dell'Afl-Cio, dirigeva il sindacato dei lavoratori dei servizi. Il ruolo della signora Tramontano era di pianificare la controffensiva del governo nei confronti degli oppositori del Wto. In effetti l'amministrazione Clinton riuscì a far firmare a Sweeney assieme ai dirigenti di grandi società una dichiarazione favorevole alla politica commerciale del governo. Una vittoria di Pirro perché, di fronte alla levata di scudi da parte delle organizzazioni sindacali locali, Sweeney si affrettò a precisare che egli appoggiava la dichiarazione per aver espressamente menzionato la necessità di aprire una discussione sulle condizioni di lavoro. Sotto il mirino dei vari sindacati locali, l'Afl-Cio doveva presentarsi a Seattle non più come un'organizzazione "responsabile", ma come punto focale per una protesta di massa. Nel valutare quindi il processo che ha portato a Seattle dirigenti di alto livello, è importante capire la dialettica dell'Afl-Cio e del movimento di base. Negli ultimi anni si è avuta una notevole radicalizzazione delle rimanenti forze sindacali americane. La composizione stessa delle forze sindacali è cambiata. La radicalizzazione coinvolge i settori dei servizi, nei quali, sia a Los Angeles che a New York, si sono avute delle lotte durissime riguardanti lavoratori che subiscono in pieno il ciclo del basso salario e delle lunghe ore di lavoro. Questi vanno dai lavoratori delle pulizie - che negli Usa sono legioni e sono spesso gestiti da ditte subappaltatrici - alle infermiere, ai lavoratori dei servizi di recapito come l'Ups. Inoltre bisogna aggiungere un'accentuata ripresa della lotta sindacale nel settore agricolo. In molti di questi settori, certamente in quello dell'agricoltura in California, in quello delle pulizie, ma anche nelle realtà sindacali della sylicon valley s'incontrano concretamente i problemi degli Usa e del suo ruolo nell'economia mondiale. In parole povere nel settore delle pulizie così come in quello dell'agricoltura e del lavoro non qualificato di massa, essenziale alla produzione elettronica, troviamo una forza lavoro con una grossa componente immigrata che vive la propria condizione come uno stato di supersfruttamento, che vuole la legalizzazione dei clandestini e che lavora sotto la costante minaccia di essere messa in concorrenza con i lavoratori spesso appartenenti a paesi da cui essa stessa in parte proviene. Possiamo chiamare questo stato di cose come la consapevolezza del ciclo del basso salario e delle lunghe ore di lavoro, ciclo che avviluppa, anche se a livelli diversi, forze operaie che cominciano a conoscersi assai bene, dai messicani delle maquiladoras in Messico ai lavoratori dell'elettronica e dei servizi dell'agricoltura negli Stati uniti ove, per altro, i messicani non mancano. La mobilitazione di massa dell'Afl-Cio non è stata dovuta alla capacità dell'organismo centrale, ma proprio alla sua dimensione di base dove, piuttosto che il protezionismo tradizionale del movimento sindacale Usa, prevale la diffusa consapevolezza che (a) il ciclo del basso salario diventato un fenomeno strutturale nella vita economica statunitense poiché coinvolge nel ciclo del prodotto stesso sia i lavoratori Usa sia quelli dei paesi cointeressati, (b) nella maggioranza dei casi il ciclo del salario e del prodotto è gestito da, o integrato a, società americane. Ecco dunque che mettendo insieme questi due elementi non si può considerare la radicalizzazione della base come l'espressione di un desiderio protezionista. La tradizionale visione dell'Afl-Cio come lobby presso il partito democratico veniva, in questo contesto, messa in crisi dal fatto che laddove c'è ripresa sindacale questa avviene grazie all'attività di persone e di componenti locali che hanno una concezione insieme più radicale e più community oriented dell'organismo centrale. L'Afl-Cio non poteva quindi ancora distinguersi nettamente da coloro i quali chiedono la chiusura del Wto sgonfiando di fatto l'operazione di cooptazione architettata da Clinton. Parallelemente le manifestazioni di massa hanno fatto saltare il ruolo che avrebbe dovuto svolgere il segretario generale dell'Onu come capofila di una critica compatibile con i dettati del Wto e quindi come coordinatore delle Ong accettabili. L'esito politico della battaglia di Seattle è stato dunque nettamente favorevole alle forze di opposizione, unite dal ciclo dei bassi salari e dal lavoro ad orari crescenti. Dipende ora da queste forze creare un movimento duraturo nel tempo e di non soccombere alle operazioni eseguite in silenzio a Ginevra. Possiamo star certi che il governo di Washington cercherà di agire surrettiziamente nella direzione voluta dal Wto. Un esempio di ciò si è avuto il 22 ottobre scorso quando Washington ha completamente svuotato la legge Glass-Steagall varata da Roosevelt nel 1933 per proteggere l'economia dagli effetti più catastrofici della speculazione finanziaria. L'azione, approvata da Clinton proprio mentre orchestrava il dialogo con l'Afl-Cio in vista di Seattle, testimonia del linguaggio biforcuto dei baby-bombers della terza via.

 

IL CALUMET GLOBALE

Marina Forti - Seattle

il manifesto, 4 dicembre 199

Un gruppo di capi indiani in testa al corteo, e anche alcune ragazze in topless, malgrado il clima non proprio estivo. E' cominciata così ieri la marcia conclusiva del movimento di protesta contro il Wto a Seattle. Un corteo a forte composizione sindacale che si è mosso poco dopo mezzogiorno, quando in Italia era già tarda sera. Una "marcia pacifica", annunciava il volantino. E pacifica era in effetti la moltitudine che si radunava nel centro di Seattle intorno al Labour Temple, che non è il "tempio del lavoro" ma una sorta di camera sindacale territoriale. Una marcia "per corrette regole di commercio e libertà di parola, diritti dei lavoratori e ambiente": una sintesi dei motivi che hanno spinto a Seattle decine di migliaia di persone. E' di nuovo una manifestazione di cittadini (anche questa organizzata dal Labour Council locale) a scandire la chiusura del vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio. Una marcia che sembra destinata a svolgersi in modo tranquillo: le autorità cittadine hanno promesso un atteggiamento più rispettoso della libera espressione dei cittadini.

Risultato dubbio

Per la verità, che il Wto riuscisse a chiudere i lavori ieri sera era dubbio - già si parla di un prolungamento a questa mattina. Ancora più dubbio il risultato di questo vertice, che doveva solennemente lanciare una nuova tornata di negoziati mondiali sulla liberalizzazione del commercio, il Millennium Round. A metà giornata ieri sembravano ancora aperti i capitoli più importanti: dalle politiche agricole alle biotecnologie alle "questioni sociali".

Già ieri il New York Times annunciava il fallimento del tentativo degli Stati uniti, che volevano uscire da questo vertice con un nuovo "gruppo di lavoro" sugli standard sociali e del lavoro: è quello che chiedono i sindacati americani, che reclamano a gran voce il diritto di bandire l'importazione di beni prodotti in paesi che non rispettano gli standard minimi di protezione del lavoro. Così gli Stati uniti (paese che non ha firmato la gran parte delle direttive dell'Organizzazione internazionale del lavoro sulla tutela dei lavoratori) insistono. Il presidente Clinton ha dichiarato, in un'intervista al maggiore quotidiano di Seattle, che questo gruppo sul lavoro dovrà arrivare a usare le sanzioni commerciali verso i paesi che non rispettano i "diritti minimi" dei lavoratori: molto più esplicito di quanto proponeva la delegazione degli Usa ai lavori del Wto, che aveva cercato di non usare la parola "sanzioni".

Il no del Sud

Certo, si potrebbe discutere su cosa siano gli "standard minimi". Ma i maggiori paesi in via di sviluppo hanno già risposto dei sonori no: non accettano nessun gruppo di lavoro sulla questione sociale. "Non si possono usare le sanzioni per fare leva su questioni di natura diversa dal commercio", ha dichiarato il rappresentante egiziano, mentre il Pakistan fa sapere che piuttosto farà saltare l'intera Dichiarazione finale.

Ma è impossibile guardare alle ultime, affannate trattative in corso nel Convention Centre di Seattle senza guardare anche alla marcia dei cittadini, sindacalisti, ambientalisti, chiese, studenti: una coalizione di interessi diversi, o forse l'espressione di un nuovo tipo di protesta globalizzata. La presenza del controvertice e delle manifestazioni popolari ha avuto sui lavori del Wto un impatto che va ben oltre la cerimonia d'apertura saltata a causa dei disordini. Il presidente Clinton "ha usato la nostra protesta per fare pressione sul Wto", fa notare Michelle Sforza, ricercatrice di Public Citizen, l'organizzazione fondata da Ralph Nader che è qui una delle maggiori voci critiche: "Non credo che gli sarà servito a molto. Ma una cosa è certa, la nostra protesta ha avuto una legittimazione". Le organizzazioni non governative che hanno animato il controvertice - e quest'ultima manifestazione tra le vie di downtown, tra le vetrine foderate di pannelli di compensato e addobbi natalizi spenti - non hanno un unico centro di coordinamento. Ma hanno parlato all'unisono. E ieri, in un documento firmato da gran parte delle organizzazioni qui presenti, affermano che il Wto non è riformabile: la sua natura, le sue regole, i suoi poteri vanno riformulati. Con voce forte hanno parlato anche i sindacati, quelli americani (l'Afl-cio) e quelli della Cisl internazionale. Delusi dall'inconcludente dibattito sul lavoro e le clausole sociali? Cecilia Brighi, dell'ufficio internazionale della Cisl (italiana) osserva che questo vertice non è stato preceduto da sforzi abbastanza convinti per costruire un consenso sulla questione sociale. "Ma possiamo affermare che il tema del lavoro è entrato di fatto nell'agenda. Così i temi dell'ambiente, le biotecnologie, la tutela della salute dei cittadini", dice la dirigente sindacale: "I governi hanno inteso il messaggio, non potranno più evitare la questione della trasparenza, la partecipazione, la democrazia. Dovranno coinvolgere i parlamenti nella presa di decisione". Ambiente, sviluppo e questioni sociali "ormai sono questioni ineludibili, non solo per il Wto ma per tutte le grandi organizzazioni internazionali, compresa la Banca mondiale: nulla potrà proseguire come prima".

Il Wto cita l'Onu

Il vertice del Wto è appeso a un filo - le ultime notizie dalle stanze ufficiali dicono che le delegazioni potrebbero infine accordarsi su una "dichiarazione ministeriale" da allegare ai documenti conclusivi, un testo che cita la questione sociale e le dichiarazioni Onu sullo sviluppo sociale e sostenibile, parla di lavoro ma non di sanzioni. Ma intanto, le marce di questi giorni segnano un punto: la protesta sociale si è globalizzata.

 

L'AFRICA, ESCLUSA, NON CI STA

Maurizio Meloni* - Seattle

il manifesto, 4 dicembre 199

Mentre su uno schermo a circuito interno andava in onda l'intervento al Summit ufficiale di un giovanissimo rappresentante africano, il capo-delegazione dell'Unione Europea, Pascal Lamy, descriveva a mezze parole che cosa stava succedendo dentro, nelle sale che contano veramente. La sensazione di fondo, molto chiara, era di un patto in via di raggiungimento Usa-Ue, su cui ciascuno dei due avrebbe ceduto qualcosa (l'Ue forse qualcosa in più), ma in cui era certo che il terzo escluso, il Sud, non avrebbe ottenuto i risultati sperati.

Qualche ora dopo le agenzie hanno battuto questo durissimo comunicato dell'Organizzazione dell'Unità africana cui aderiscono 53 paesi del continente: "Non c'è trasparenza nelle procedure e i paesi africani sono stati tenuti ai margini e generalmente esclusi da temi di vitale importanza"; "Respingiamo l'approccio adottato e dobbiamo sottolineare che alle condizioni attuali, noi non potremo partecipare al consenso necessario per raggiungere gli obiettivi di questa conferenza ministeriale". "Siamo in particolare preoccupati - prosegue il testo - per le intenzioni espresse di giungere ad un testo ministeriale a qualunque prezzo e in particolare sacrificando le procedure che mirano a garantire la partecipazione di tutti i membri del Wto e il consenso". In una dichiarazione precedente, pericoloso come i grandi ex sanno essere, il dimissionario direttore del Fmi Michel Camdessus aveva definito "praticamente irrilevanti" le misure di riduzione del debito per i paesi più poveri se non sono accompagnate da una reale capacità di accesso ai mercati dei paesi del Nord.

Visto da fuori il Summit funziona come una grande cipolla. Prendi lo strato superficiale e trovi cinquemila delegati, governativi e non, che parlano discettano discutono interrogano. E il Wto, cortese ed elegante, che pubblica tutti i discorsi ufficiali e te li fa vedere in diretta sul sito. Dopo la vicenda del "Mai" - il fallito accordo multinazionale sugli investimenti - la regola è: massima trasparenza. Poi il secondo strato, quello dei capi delegazione, i ministri commerciali, che però a volte si perdono qualche pezzo, come nell'inquietante storia del gruppo di lavoro sulle biotecnologie, in cui la Commissione europea ha trattato con gli Usa, contro i suoi principi saldissimi, scavalcando gli stessi Quindici. E poi il nocciolo duro, quello che conta davvero: Lamy, la signora Barshefski, il famoso Comitato 133, una tipica zona grigia di questi organismi in cui consulenti di imprese sono a loro volta consiglieri del Commissario.

E' firmato "Comitato 133" - nemmeno "Pascal Lamy" - il documento che sta girando in queste ore a nome di Unione europea, Giappone e altri cinque paesi. Sempre in nome della trasparenza, ad una precisa domanda della "Campagna inglese anti-Mai", un assistente del Commissario Ue ha spiegato ironico che c'è poco da lamentarsi su un accordo sugli investimenti al Wto, perché tutto il Sud lo vuole. Notizia del tutto infondata, se si escludono pochi paesi membri. Murasoli Maran, ad esempio, ministro del commercio e dell'industria indiano, ha dichiarato la volontà del suo paese di aprire agli investimenti stranieri in maniera trasparente, ma senza "aderire all'opinione secondo cui un quadro multilaterale concernente gli investimenti (cioè un nuovo Mai) sia necessario o utile." Liberalizzazione sì, ha aggiunto, "ma come noi la intendiamo e a nostro ritmo". E sull'agricoltura "i futuri negoziati non dovranno in alcun modo limitare il margine di manovra delle vaste aree di economia rurale" perché si possa garantire la sicurezza alimentare e la produzione nazionale.

Inizia qui a Seattle il giorno dei lunghi coltelli. L'ultima volta, per firmare un accordo in tempi utili hanno bloccato per diverse ore le lancette sulla mezzanotte. Quanto ci sia di tattico nella divergenza fra Usa e Ue lo scopriremo tra poco. Quando si tireranno le somme, non dimentichiamoci del Terzo escluso.

* Lilliput

 

A GUARDIA DEL MONDO

Noam Chomsky

il manifesto, 4 dicembre 199

La fine della guerra fredda ha avuto molte conseguenze importanti sugli affari internazionali. In primo luogo, essa ha richiesto che la superpotenza regnante e i suoi apparati dottrinali (media, intellettuali, ecc.) adottassero nuovi pretesti per giustificare politiche che rimanevano sostanzialmente invariate. Questo è stato immediatamente evidente in documenti ufficiali, dibattiti pubblici, ecc. Di fatto, il processo era in corso dall'inizio degli anni '80, in previsione del fatto che la formula "arrivano i russi" non avrebbe funzionato ancora per molto (terroristi arabi pazzi, narcotrafficanti ispanici, ecc.). Ma un brusco cambiamento si è verificato immediatamente dopo la caduta del muro di Berlino. Ho documentato sulla stampa molti dei dettagli, via via che i mutamenti seguivano il loro corso naturale.

In secondo luogo, il non-allineamento è stato eliminato con successo. Quando il mondo è governato da due gangster, uno più potente e uno meno, vi è un certo spazio per il non-allineamento. Quando ne resta uno solo, quello più potente, tale spazio viene meno. Ecco perché perfino ferventi anticomunisti del Terzo mondo, come il primo ministro della Malesia Mahathir, descrivono la fine della guerra fredda come una specie di tragedia per il Sud. La noncuranza e il disprezzo per le preoccupazioni del Terzo mondo sono state subito evidenti, e sono ormai estreme. Anche di questo atteggiamento ho già discusso in dettaglio - e più volte - sulla stampa.

Un'altra conseguenza è che, venuto meno il deterrente, l'intervento violento è molto più facile per i principali stati guerrieri (gli Stati Uniti e il loro mastino, la Gran Bretagna). Anche questo è stato subito evidente, sebbene essi siano costretti in misura non piccola all'aggressione e al terrore dall'opposizione presente nei loro stessi paesi, ed è rivelato molto chiaramente nei documenti di programmazione ad alto livello trapelati.

Tutto questo era stato chiaramente compreso in anticipo. In alcuni saggi del 1989, ripubblicati nella mia raccolta del 1991 Deterring Democracy, citavo le osservazioni di uno stimato analista, Dimitri Simes, Senior Associate del Carnegie Endowment for peace, nell'edizione di fine anno 1988 del New York Times. Egli riconosceva che l'era sovietica stava volgendo al termine, e salutava il nuovo scenario, in gran parte, per le ragioni che ho appena menzionato. Il crollo del deterrente avrebbe consentito agli Stati Uniti di ricorrere alla violenza per promuovere i propri interessi (di fatto gli interessi del settore finanziario, sebbene egli non si sia espresso così); e non sarebbe più stato necessario andare incontro alle preoccupazioni del Terzo mondo. Un'analisi fondamentalmente accurata, assai rispondente a ciò a cui assistiamo da dieci anni, sebbene per rendersene conto sia necessario sfuggire ai confini dell'apparato dottrinale e scoprire le verità nascoste sulla situazione in Turchia, Timor Est, Colombia, Haiti, ecc. - per attenersi solo all'era del dopo guerra fredda.

Il crollo del brutale e corrotto impero sovietico ha condotto ovviamente a molte lotte interne. Ma questo è la norma. I crolli degli imperi britannico, francese e portoghese portarono a conflitti ancora più violenti e distruttivi, molti dei quali ancora divampano. Poiché quelli erano imperi occidentali, la questione non è vista in questa luce, e l'orribile situazione che ha fatto seguito al crollo dell'impero sovietico viene percepita come qualcosa di unico, un altro delitto del nemico ufficiale, che ha già crimini di cui rispondere in misura più che sufficiente. Uscendo dai confini dottrinali, possiamo vedere che la storia è piuttosto diversa.Le norme dell'ordine internazionale sono quelle di sempre. Regna la legge del più forte, così come è sempre successo. Gli stati non sono agenti morali, sebbene il compito degli intellettuali sia dipingerli come nobili e giusti (i loro stati e i loro clienti, cioè; non i nemici, che possono essere rappresentati realisticamente). Le persone comunque sono agenti morali, e possono agire - e agiscono - per limitare la violenza del potere, a volte per rovesciarlo.

I problemi dell'autodeterminazione assumono sempre nuove forme, così come le situazioni contingenti, che si modificano. Soltanto per menzionare uno dei più drammatici cambiamenti recenti - il cui impatto globale è superiore a quello della fine della guerra fredda, ritengo -, la decisione da parte degli Stati Uniti e, in seguito, dei suoi alleati di liberalizzare il capitale finanziario all'inizio degli anni '70, smantellando il sistema di Bretton Woods, ha avuto proprio quelle conseguenze che gli ideatori di Bretton Woods avevano in mente quando costruirono un sistema di "liberalismo contenuto", con limitazioni sui flussi di capitale e tassi di cambio relativamente fissi. Essi capivano molto bene che la liberalizzazione dei mercati finanziari sarebbe stata un'arma potente contro l'autodeterminazione - contro la democrazia e il welfare state. Le ragioni sono semplici: investitori, speculatori e potenti istituzioni finanziarie possono diventare ciò che alcuni economisti internazionali hanno chiamato un "senato virtuale", incapace di imporre le sue politiche anche agli stati più potenti, punendo scelte "irrazionali" che avvantaggerebbero solo le persone, non i profitti, mediante la minaccia (o la realtà, se necessario) della fuga dei capitali, costringendo i tassi di interesse a crescere, e spedendo l'economia in recessione se non peggio. A parte questo, le politiche di molti paesi del mondo sono determinate direttamente dalle istituzioni finanziarie internazionali, che riflettono largamente le decisioni degli Stati Uniti. Ovviamente questo limita deliberatamente l'autodeterminazione, e trasferisce potere nelle mani delle grandi tirannie private e degli stati potenti su cui esse fanno affidamento e che dominano - come "strumenti e tiranni", secondo l'acuta definizione data da James Madison 200 anni fa.

Questo è solo un fattore nella limitazione dell'autodeterminazione. Altri sono più semplici: ad esempio, il brutale esercizio della violenza e del terrore. I dissidenti intellettuali dell'America Latina - quelli che sono sopravvissuti - hanno descritto in modo eloquente gli effetti residui della "cultura del terrore", che permangono dopo che il terrore vero e proprio è tramontato, avendo raggiunto i suoi obiettivi. Questa "cultura del terrore" ha l'effetto di "addomesticare le aspirazioni della maggioranza", in modo che essa non sogni nemmeno scelte di opposizione rispetto a quelle dei potenti. Sto facendo riferimento al rapporto di un meeting organizzato dagli intellettuali gesuiti (sopravvissuti) a El Salvador alcuni anni fa, ma questa consapevolezza è diffusa tra le vittime tradizionali, e naturalmente taciuta. I potenti e i privilegiati preferiscono una differente immagine di se stessi. Inutile dirlo, il terrore e la repressione che essi descrivono sono riconducibili direttamente al quartier generale della superpotenza regnante.La pulizia etnica può essere un crimine terribile, e la storia ne è piena. Prendiamo ad esempio semplicemente la superpotenza regnante. Essa ha ottenuto il suo territorio nazionale mediante massicce operazioni di pulizia etnica - "sterminando" la popolazione nativa, secondo le parole dei Padri Fondatori. Poi si è rivolta all'esterno, compiendo un enorme massacro nelle Filippine, uccidendo centinaia di migliaia di persone e sottoponendo i nativi che si opponevano a pulizia etnica. Comportamenti analoghi sono seguiti poi in altre zone del suo dominio in espansione. In anni più recenti, l'attacco di John F. Kennedy al Vietnam del Sud nel 1961-62 (chiamato "la difesa del Vietnam del Sud" nella cultura dei commissari del popolo) ha incluso non solo il bombardamento su vasta scala di obiettivi civili da parte dell'aviazione americana, ma anche la distruzione dei raccolti e un'ampia operazione di pulizia etnica per portare centinaia di migliaia - infine milioni - di persone in campi di concentramento chiamati "villaggi strategici" e in slum urbani. Le stesse politiche sono state poi estese a Laos, Cambogia, e Vietnam del Nord - soprattutto a sud del ventesimo parallelo, in modo che la cosa non risultasse troppo visibile agli osservatori occidentali. Gli Usa hanno poi sostenuto la pulizia etnica indonesiana a Timor Est, distruggendo consapevolmente forse un quarto della popolazione o più, e compiendo molte atrocità in altri posti, incluse le loro vaste operazioni di terrore nell'America centrale, che hanno prodotto milioni di profughi uccidendo al contempo molte altre centinaia di migliaia di persone.La situazione continua così per tutti gli anni '90. Una delle peggiori pulizie etniche della metà degli anni '90 avviene all'interno della Nato, nel suo angolo sud-orientale - forse 2-3 milioni di rifugiati, 3.500 villaggi distrutti, decine di migliaia di persone uccise, ogni atrocità immaginabile, in gran parte grazie a Bill Clinton che, mentre le atrocità giungevano al culmine, aumentava il flusso di armi (hanno contribuito altre potenze Nato, ma gli Stati Uniti erano in posizione preminente). E' solo un piccolo esempio. La pulizia etnica è una storia vecchia, e terribile. Devo aggiungere, per precisione, che gli Stati Uniti non sono impegnati in una pulizia "etnica". Piuttosto, sono ecumenici. Se si trova sulla loro strada e disobbedisce, una vittima vale l'altra. Per le altre potenze è lo stesso, anche se a volte capita che le vittime costituiscano un gruppo etnico. Ad esempio, i 750.000 palestinesi che sono fuggiti o sono stati cacciati dalle loro case nel 1948 con ampio ricorso alla violenza e al terrore. In linea di principio, fu loro garantito il diritto a ritornare o a ricevere un indennizzo per decisione quasi unanime della comunità internazionale. Ma in un'altra dimostrazione del suo impegno nel campo dei diritti umani, Clinton ha unilateralmente posto il veto a quella decisione (l'opposizione degli Usa corrisponde a un veto, dati i poteri reali).

Nella dottrina occidentale, il termine "pulizia etnica" è usato molto poco: per riferirsi alla pulizia etnica attuata dai nemici ufficiali. Ancora una volta, è una pratica corrente, nella storia - e nella storia intellettuale. Gli esempi verso cui l'attenzione viene attentamente indirizzata sono sufficientemente orribili, ma paragonarli all'Olocausto è una forma estrema di revisionismo sull'Olocausto stesso, e un vergognoso insulto alle sue vittime. Questo dovrebbe essere evidente senza ulteriori commenti.

 

EFFICIENZA E DECISIONISMO, L’ANIMA DI UNA PROTESTA AMERICANA

Per gli europei una pessima figura

Sabina Morandi

Liberazione, 4 dicembre 1999

Seattle - Il bilancio di una giornata di protesta che è continuata per tutta la notte, con lacrimogeni, proiettili di gomma, arresti e bastonate, si aggira sui cinquecento arresti e una quarantina di feriti. La polizia ieri ha avuto davvero la mano pesante. Talmente pesante da trasformare la reazione scandalizzata dei cittadini di Seattle, di fronte alle vetrine frantumate e alla proprietà danneggiata, in un coro di condanna per gli eccessi delle forze dell’ordine, e i notiziari della mattina proponevano le immagini dei pacifici cittadini che cercavano di tornare a casa a piedi e venivano caricati dalla polizia. Anche cameramen e fotografi hanno avuto la loro razione di lacrimogeni e spray al pepe, cosa che ha fatto precipitare la popolarità dei robocop. La protesta di piazza si è fatta più americana, nel senso che la reazione scomposta della polizia ha messo in discussione il diritto di manifestare la propria opinione, sacro in questo paese. Infatti la giornata si è aperta con la ferma presa di posizione dell’American Civil Liberties Union, un’associazione di avvocati molto famosa negli States, che ha dichiarato incostituzionali gli arresti, e chiesto l’immediato rilascio dei prigionieri. Nel frattempo il rappresentante di un quartiere di Seattle devastato dagli scontri di questa notte, Capitol Hill, ha chiesto un’indagine federale sul comportamento della polizia. I cortei della giornata dedicata all’agricoltura e alla sicurezza alimentare, dopo avere celebrato l’incontro fra i movimenti dei cinque continenti di fronte al Pike Market, si sono diretti verso il carcere della città, che nel pomeriggio è stato circondato da una manifestazione pacifica. In effetti la presenza della polizia, pur se ancora massiccia, è meno aggressiva di ieri, con le tute mimetiche della guardia nazionale messe in secondo piano, forse perché avevano infastidito il presidente Clinton. Già, strana storia quella della reazione presidenziale, con le sue dichiarazioni di solidarietà ai manifestanti. A pensar male, e a fare un po’ di dietrologia, ci si vede tutta la voglia degli Stati Uniti di far saltare il Seattle Round. A pensar bene - si fa per dire - ci si vede il politico navigato che ha capito dove sta girando il vento, e non si vuol lasciar sfuggire un'occasione per fare il paladino delle libertà civili. Libertà, lo sottolineiamo, prese molto sul serio in questo paese che sta tirando fuori, in questi giorni, tutta la propria vocazione assembleare. Infatti, a parte le dimostrazioni di piazza, nelle chiese e negli spazi delle associazioni della città si sono susseguiti i seminari, gli incontri e i workshop per definire le strategie di lotta del movimento globale di resistenza alla globalizzazione, come lo chiamano qui. Ed è proprio in queste occasioni che vengono fuori una capacità di organizzazione e una vocazione assembleare che, noi europei, avevamo visto solo sotto forma di pallida imitazione cinematografica. Nella sua versione reale non è affatto male. Bisogna ammetterlo, questi americani ci sanno fare: sono efficienti, sintetici e incisivi negli interventi, rapidissimi nel prendere decisioni che da noi richiederebbero mesi. E soprattutto capaci di gestire le grandi riunioni collettive in modo spettacolare, con un enfasi che suscita i sorrisi imbarazzati dei delegati del vecchio continente, per poi frammentarsi in unità operative che continuano la discussione separatamente, affrontando pragmaticamente i problemi logistici fin nei minimi dettagli. Già, noi europei. Pessima figura abbiamo fatto. Di fronte a una folla di centomila persone che chiedevano trasparenza, asserragliati nei loro alberghi blindati, i burocrati non hanno esitato a firmare i loro accordi segreti, senza nemmeno fare finta, come hanno fatto Clinton e il sindaco della città, di tener conto delle parole dei dimostranti. Per quanto riguarda gli italiani, stendiamo un velo pietoso. Se ne sono visti davvero pochi fuori dalla zona protetta, sia di giornalisti che di rappresentanti di quella società civile che avrebbe dovuto moderare il decisionismo del Wto, e che ha finito solo per legittimarlo.

 

LE POTENZIALITÀ DI SEATTLE

Salvatore Cannavò

Liberazione, 4 dicembre 1999

Stiamo assistendo alle prime forme di mobilitazione che caratterizzeranno il nuovo secolo o piuttosto a residui di vecchi movimenti sociali che nel riuscitissimo controvertice di Seattle trovano la loro esaltazione? Di fronte alle scene e alle cronache che ci giungono dalla capitale tecnologica degli Stati Uniti, qualche risposta è necessaria per capire quello che avverrà in futuro e come farvi fronte. Il dato più eclatante (ed esaltante) è senza dubbio il panico che si è impossessato dei protagonisti del vertice ufficiale, culminato con la rinuncia dell’odiosa Madeleine Albright al suo intervento. E’ evidente che i governi del Wto hanno compreso come il movimento in piazza testimoniasse una consapevolezza diffusa sulla pericolosità della globalizzazione capitalistica. Consapevolezza che i mass-media hanno fatto rimbalzare in un’ampia opinione pubblica. E in tempi di ideologia e di censura galoppanti, non è poco. A questa consapevolezza, le realtà che hanno manifestato a Seattle, sono arrivate attraverso sentieri autonomi, costruendo una soggettività politica attorno alla propria specificità materiale: dai contadini di Via Campesina, ai contestatori delle biotecnologie, dal movimento per la Tobin tax a quello per l’annullamento del debito del Terzo mondo, ogni situazione ha saputo realizzare attorno ai propri obiettivi aggregazione e consenso tali da "invadere" l’agenda ufficiale del Wto e rendere visibili lotte e movimenti generalmente occultati e fuori dagli schemi tradizionali. Avvisaglie di questo tipo se n'erano già avute in Francia, con l’esplosione, dal ’95 in poi, di un movimento sociale molto sfaccettato, capace di inserirsi tra le pieghe delle nuove contraddizioni (dagli chomeurs, ai sans papiers ad Attac, delineando in questo modo le forme di un nuovo movimento sociale e polarizzando l’attenzione politica d’Oltralpe. Il movimento francese ha potuto contare e segnare una fase politica (contribuendo non poco alla vittoria di Jospin) grazie ad almeno due elementi: il primo, cogliendo, nella riforma previdenziale del governo Juppé (gollista), l’opportunità di unificare esperienze diverse attorno a un’unica battaglia (peraltro vinta). Una lotta durata mesi, fortemente unitaria e che, in questo modo, si è conquistata la simpatia e il consenso dell’opinione pubblica. Il secondo elemento è stata la centralità del movimento sindacale, e quindi dei lavoratori, in quella lotta, realizzando una saldatura importante di un significativo fronte sociale. A Seattle è avvenuto qualcosa di analogo. I contenuti del Millennium Round, la concentrazione di così tanti temi (e tanti governi) nello stesso luogo, hanno costituito l’elemento catalizzatore della protesta permettendo un’unificazione delle lotte altrimenti di difficile realizzazione. Il sindacato americano, dal canto suo, ha dimostrato che anche in questa "nuova" mobilitazione la presenza dei lavoratori è possibile ed è essenziale. Questi due fattori hanno permesso una radicalità e una determinazione impensabili, delineando i connotati di un possibile movimento contro il nuovo capitalismo. Un movimento plurale, radicale e planetario. Una speranza concreta che va colta, ma che nelle dinamiche delle odierne contraddizioni si è resa possibile, in larga parte, solo in quanto "contro": contro il Wto, contro la minaccia della globalizzazione. Un’identità questa che, da sola, potrebbe innescare anche reazioni negative (pensiamo ai rischi di un protezionismo reazionario o alla presenza di Pat Buchanan a Seattle) e disgreganti. Ecco, forse la sfida decisiva del movimento planetario nato a Seattle è proprio quella di dotarsi di discriminanti positive e di propri obiettivi unificanti. E su questo le responsabilità della sinistra, in particolare di quella europea, sono decisive.