LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

DOMENICA 5 DICEMBRE 1999

 

IL MERCATO ESCE SCONFITTO

Stefano Lepri

la Stampa, 5 dicembre 1999

C’è una lezione utile che si può imparare dall’insuccesso di Seattle, secondo Giuliano Amato. Altrimenti, il fallito vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio "può diventare simbolo e inizio del caos mondiale". Il ministro del Tesoro italiano per prima cosa invita a ragionare, per esempio a capire il perché del fatto "sconcertante che il presidente Usa Bill Clinton, avendo firmato un atto che condanna il lavoro minorile, si è messo contro i Paesi meno sviluppati". Sono intricati gli schieramenti che hanno portato alla paralisi, contraddittorie e talvolta paradossali le ragioni della protesta.La lezione, "per chi come noi crede, sulla base di prove storiche, che il sistema del libero mercato è superiore agli altri" è che "sarà pur possibile farlo valere nel rispetto di altri, e tenendo conto delle loro ragioni". Bisogna prender atto che "la globalizzazione non è che tutti mangiano lo stesso hamburger, ma che tutti la pensano in modo diverso l'uno dall'altro sulle stesse cose". Allo stesso tempo, nel riconoscere la diversità "gli occidentali devono avere il coraggio di rispondere che il sistema del libero mercato provoca squilibri ma maggior benessere". Amato vuole difendere il mercato senza esser sordo alle ragioni altrui; cercare di imporlo a forza crea una coalizione di interessi divergenti che non offre alternative, mentre "mettere tutte le diversità sullo stesso piano diventerebbe il simbolo del non governo mondiale". Tutto è diverso da come sembra a prima vista: i giovani dei paesi ricchi che protestano contro il Wto "perché si ritengono più buoni dei propri governanti", più attenti alle voci che vengono dal basso, esprimono richieste che ai paesi in via di sviluppo paiono ancor più ostili verso di loro di quelle sostenute dai governi. Nel tentativo di dare regole al commercio internazionale "il mondo si trova davanti a scelte tragiche: è meglio che a un bambino diano un mitra e lo facciano sparare per la strada o che venga fatto lavorare a sei anni? Noi non vorremmo essere posti davanti a questa domanda, perché per noi sono entrambe opzioni orribili. Ma in buona parte del mondo una domanda del genere riflette una realtà che c'è". Ovvero: in alcuni casi una economia che prospera sullo sfruttamento dei minori potrebbe essere meno peggio di una economia al collasso che innesca guerre. Un altro paradosso, racconta il ministro del Tesoro, è che quando di recente il Fondo monetario internazionale ha cominciato a tener conto delle accuse di "insensibilità sociale" che gli venivano mosse, e dunque a preoccuparsi che le "politiche sane" imposte ai paesi debitori tengano conto anche della sorte delle fasce più povere di popolazione, della "sostenibilità sociale" come si è deciso di chiamarla, "le reazioni più critiche sono venute da alcuni dei paesi destinatari dei finanziamenti".Amato parlava ieri a un dibattito presso l’Accademia dei Lincei, organizzato dalla Fondazione internazionale Nova Spes, di ispirazione cattolica. Naturalmente c’era il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, "da parecchio" in contatto con la Nova Spes. Parlando dei pericoli di instabilità finanziaria che la globalizzazione porta con sé, Fazio ha anticipato che nel discorso di domani all’Accademia della Guardia di Finanza proporrà una iniziativa internazionale per mettere sotto controllo i centri bancari off-shore (collocati in piccoli paesi, in genere isole, con scarsa o nulla vigilanza bancaria). "Gli off-shore sono un buco nero irrisolto" dice. L’attuale fase di "moltiplicazione tremenda" della liquidità mondiale risale alle decisioni prese su impulso Usa per evitare la crisi del Messico nel ‘95; si ripropone ora "il problema dell’ancora" che stabilizzi la creazione di moneta, come un tempo faceva l’oro.

 

SULL’EURO IN CRISI IL PESO DI SEATTLE

Ugo Bertone

la Stampa, 5 dicembre 1999

"C’è il rischio che salti tutto... perciò è meglio star corti sull’euro". Questo si poteva leggere l’altro ieri su una schermata elettronica di un grande trader poco prima che i mercati chiudessero i battenti per il weekend. In quelle ore Wall Street volava verso i massimi assoluti, il dollaro schiacciava la moneta unica sotto la parità. E incombeva la minaccia di un mancato accordo. A Seattle? No, ciò che spaventava i mercati era una dichiarazione di herr Schroeder, sempre più nervoso di fronte al rischio che la grande, cruciale partita dell’armonizzazione fiscale all’interno della Ue, finisca in un vicolo cieco. "In tal caso - avrebbe detto il cancelliere parlando di tasse sul risparmio - dovremo prendere in considerazione soluzioni nazionali...". "Più che la fortezza Europa - è il parere di un analista citato dal Financial Times - sembra il Castello Germania. Ed è la conferma che quando il gioco si fa duro, l’utopia dell’Europa lascia posto all’egoismo nazionale". Almeno all’apparenza, insomma, i mercati puniscono di più i dissidi interni all’Unione Europea, piuttosto che il braccio di ferro con Washington e il fallimento del Wto. Eppure, sarebbe errato credere che gli operatori finanziari trascureranno gli effetti della settimana nera della globalizzazione. Innanzitutto, perché anche in quest'occasione l’Europa non ha certo brillato per compattezza. Basti, al proposito, registrare le reazioni al risultato. Dalla Francia si levano cori di trionfo. Meglio nessun accordo che un brutto accordo, è il coro unanime di un Paese dove l’"identità alimentare" (insidiata dai Mc Donald’s oggi, dai cibi transgenici domani) suscita emozioni e passioni quasi surreali. In quale altra parte del pianeta, infatti, il presidente degli industriali alimentari potrebbe incitare alla rivolta contro la minaccia yankee evocando, come ha fatto monsieur Scherrer, la memoria degli indiani Sequamish, costretti nel 1855 dalle giubbe blu a rinunciare ai diritti di caccia e pesca? "Voi americani - ha citato - vivete lontani dagli antenati, i nostri antenati riposano in una terra sacra, e non cessano d’amarci...". Ma l’umore della Francia (in rivolta culturale più che economica contro lo spirito "americano") non è quella di Germania e Spagna. Proprio ieri Schroeder e Aznar hanno auspicato, infatti, che si riprenda al più presto il negoziato, perché un’intesa (anche una "brutta intesa" potremmo pensare) è meglio che un pericoloso confronto commerciale con la superpotenza americana. Anche stavolta, insomma, si profila un’Europa in ordine sparso, dietro la concordia di facciata. E queste incertezze si riflettono in una strategia incerta al tavolo delle trattative. A Seattle è bastata un’apertura, timida, di Pascal Lamy, il negoziatore europeo, al Giappone sulle biotecnologie (Tokyo è assai sensibile allo sviluppo del settore) perché si parlasse ("Le Monde" del 3 dicembre) addirittura di "minaccia all’unità europea". La frattura di Seattle, vista dal versante europeo, consegna insomma ai mercati e al mondo industriale l’immagine di un’Europa timida, incoerente, incapace di far pesare la sua forza in una visione strategica. Certo, dalla sua la Comunità ha il maggior surplus commerciale del pianeta, mentre gli Stati Uniti continuano ad essere deficitari. Ma, nonostante il "flop" del Millennium Round, l’America offre un quadro di riferimento più sicuro, dal punto di vista dei capitali e delle imprese. Basti pensare alla vicenda delle biotecnologie. L’opposizione dell’opinione pubblica europea ha messo in ginocchio la Monsanto, ovvero la società che più ha scommesso sui cibi transgenici. Ma lo scenario più probabile è che finisca nelle mani della svizzera Novartis, ormai consapevole che l’ambiente più favorevole allo sviluppo del settore sia quello americano. Il dopo Seattle, insomma, rischia di accentuare il flusso di capitali verso gli Usa, con la conseguenza di nuovi problemi per l’euro, debole più per l’incertezza delle politiche economiche dei Paesi fondatori che per suo demerito. Eppure alcuni fattori potrebbero rovesciare questo pronostico. In un mondo che s’avvia, in attesa di un grande accordo multilaterale, a intese più limitate, tra grandi aree mercantili, la moneta europea potrebbe sfruttare il grosso peso commerciale dell’Unione e trasformarsi (cosa che in parte sta già avvenendo) in moneta di riserva per i Paesi dell’Est Europa, dell’area mediterranea o del Medio Oriente. Inoltre, il rifiuto della globalizzazione emerso a Seattle è, soprattutto, rifiuto della ricetta americana di sviluppo o, più ancora, il rifiuto di un processo economico e culturale gestito solo dagli Stati Uniti, circostanza inaccettabile in un mondo a più voci e che, all’improvviso, scopre la necessità di mantenere ben salda la propria identità. E l’Europa, in questo quadro avrà molte carte da giocare purchè si convinca che l’euro fa parte a pieno titolo di questa identità...

 

COMMERCIO MONDIALE, NON C’È ACCORDO SU NULLA

Roberto Ippolito

la Stampa, 5 dicembre 1999

Seattle - Mai aperta. E mai conclusa. Ha avuto un destino singolare la conferenza di Seattle del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. Nessun documento finale è stato approvato: i 135 Paesi partecipanti non hanno trovato l’intesa su nulla. Non hanno concordato nemmeno una generica frase di buone intenzioni per salvare le apparenze.

Un fallimento clamoroso per una conferenza già partita male: martedì l’inaugurazione è stata annullata per la dura contestazione di decine di migliaia di persone che hanno impedito l’accesso dei delegati al Teatro Paramount, scelto per la cerimonia d’avvio. Cinque ore di prolungamento dei lavori non sono servite: alle 23 di venerdì (le 8 di ieri in Italia) i rappresentanti degli Stati aderenti hanno preso atto dell’impossibilità di raggiungere un’intesa. Così la conferenza è stata sospesa, con un meccanismo che consente la ripresa delle trattative a Ginevra (sede del Wto) a gennaio. I negoziati ricominceranno da agricoltura e servizi. Ma non sembrano avere nulla a che fare con l’ambizioso Millennium Round, la maxi trattativa per la liberalizzazione dei mercati da impostare a Seattle con la definizione di un’agenda.

E’ difficile perfino indicare le cause del fallimento. Gli interventi per aprire il mercato agricolo hanno acceso le maggiori passioni. Ma dalla clausola sociale (le garanzie contro lo sfruttamento del lavoro, compreso quello minorile) al commercio elettronico c’è stato contrasto su tutto. E per l’ambiente, tema chiave dei contestatori, nessuna proposta è stata definita. Le parole di un diplomatico caraibico (costretto all’anonimato) riassumono le origini della disfatta: "Troppi conflitti Nord-Nord e Nord-Sud". Il che vuol dire: i Paesi industrializzati, Europa e Stati Uniti, hanno litigato fra loro, mostrandosi poco disponibili ad aprire i propri mercati riducendo dazi e sovvenzioni ma attenti a come trovare spazio a casa d’altri; i Paesi ricchi si sono contrapposti a quelli poveri con la difficoltà di conciliare aiuti e difesa degli interessi, diritti umani e affari.

Un disastro per una conferenza svoltasi sotto la pressione dei contestatori giunti dall’America e da tutto il mondo per combattere la globalizzazione. Per i dimostranti che hanno invaso la città e costretto il sindaco Paul Schell a proclamare il coprifuoco mantenuto in vigore fino a ieri mattina, la globalizzazione non è un’opportunità per diffondere il benessere ma porta profitti su tutto, danni all’ambiente, cibo non sicuro, lavoro minorile, mancata tutela sindacale.

"1999 Battle in Seattle": la battaglia di Seattle, per le strade e dentro il Wto, è ricordata con una maglietta realizzata fulmineamente e messa in vendita da un negozio del Convention Center dove si è svolta la Conferenza. E dove al direttore generale del Wto Mike Moore, nel breve discorso di congedo, non è rimasto che salutare "questa amichevole città". Moore, neozelandese, succeduto la scorsa estate a Renato Ruggiero, non è riuscito a favorire la sintesi fra le istanze e le attese più diverse che hanno travolto il Wto che, per giudizio generale, ha dimostrato limiti strutturali.

Charlene Barshefski, rappresentante americana per il commercio e presidente della Conferenza, ha parlato di "fallimento dei governi" che si sono "dimostrati impreparati a prendere decisioni" di fronte alla "complessità" dei problemi. Tirata da tutte le parti, la Barshefsky si è rassegnata al fallimento dopo una telefonata con Clinton. Il commissario europeo al commercio Pascal Lamy (negoziatore per i quindici membri dell’Unione) ha detto di avere la "coscienza tranquilla" perché l’Europa "è venuta a Seattle con uno spirito aperto". Per giorni l’Europa ha contrattato le concessioni sull’agricoltura con l’estensione dell’agenda. Con il fallimento della conferenza non ha concesso niente. Da Parigi il premier Jospin ha giudicato preferibile che a Seattle non sia accaduto nulla piuttosto che subire un esito dannoso. Ecco il paradosso: più o meno tutti gli Stati si ritengono favoriti dall’insuccesso. Dice Piero Fassino, ministro del commercio: "Ogni governo è venuto a Seattle per salvare se stesso". Per l’agricoltura, la Francia ha puntato i piedi temendo che la riduzione delle sovvenzioni fosse una rovina per i suoi prodotti. Ma gli Usa pretendevano il taglio dei sussidi. Sono stati affiancati dal cosiddetto gruppo di Cairns, diciotto Paesi con un’agricoltura forte come Canada, Argentina, Indonesia.

Più in generale i Paesi in via di sviluppo si sono sentiti emarginati dalle trattative monopolizzate dal binomio Europa-Usa. Giovedì l’Organizzazione per l’unità africana ha minacciato di non firmare il documento finale. Il malumore è stato alimentato dal no americano a rivedere le norme antidumping, quelle che consentono di imporre dazi ai prodotti esportati negli Usa e venduti sotto costo. Ma chi giudica quale è il livello corretto dei prezzi? Poi c’è il dramma del lavoro minorile: si stava profilando un’intesa sulla clausola sociale temuta dai Paesi in via di sviluppo come una forma di protezionismo per bloccare i loro prodotti.

 

IL FLOP GLOBALE PUNISCE CLINTON

la Stampa, 5 dicembre 1999

Il negoziato non fallirà perché non può fallire", aveva previsto Charlene Barshefsky, la negoziatrice americana che ha presieduto i lavori del Wto. "Il fallimento, molto semplicemente, non è un’opzione". E invece, dopo cinque giorni di rancorose trattative condotte sotto l’assedio di migliaia di manifestanti, il negoziato si è concluso con un fiasco clamoroso.

Nessuno esce bene da questo flop globale, ma gli Stati Uniti, Paese ospitante oltre che Paese leader dell’economia mondiale, ne escono peggio degli altri. E la debacle di Seattle pesa soprattutto su Bill Clinton, che aveva insistito per tenere questo vertice e che sotto sotto sperava nell’avvio di un round triennale di negoziati che portasse il suo nome. Ieri il Presidente ha fatto buon viso a cattivo gioco, dicendo di essere "ottimista sulla possibilità di sfruttare i prossimi mesi per ridurre le nostre divergenze e varare un nuovo round negoziale". Ma a questo punto, con la campagna per le presidenziali americane ormai avviate è difficile pensare ad una ripresa dei colloqui nei prossimi 18 mesi.

Il nuovo millennio - questo ormai è chiaro - non comincerà con un Clinton Round di negoziati commerciali. E il sogno del Presidente di passare alla storia come il paladino del libero commercio con una coscienza sociale, il presidente che riuscì a dare "un volto umano alla globalizzazione" si è frantumato.

Clinton ha cercato fino all’ultimo di arrivare ad un accordo soddisfacente. Si è calato nei dettagli della complessa trattativa. "E lo abbiamo tenuto costantemente informato", dice il suo consigliere economico Gene Sperling. Nel rush finale il Presidente ha telefonato al premier giapponese Obuchi e al presidente della Commissione europea Romano Prodi per rompere l’impasse. Ma alla fine, giochi di politica interna americana hanno finito per condizionare a tal punto la sua mano che è venuta meno la capacità degli Stati Uniti di mediare tra le parti per portare a casa un risultato soddisfacente.

I sindacati, che hanno radunato a Seattle migliaia di manifestanti, hanno premuto per legare clausole sociali in difesa dei lavoratori alle regole commerciali. Clinton, consapevole di quanto siano decisivi per l’elezione del vice presidente Al Gore alla Casa Bianca, si è schierato dalla loro parte ed ha applaudito la loro protesta per le strade. E in un’intervista rilasciata ad un quotidiano di Seattle in pieno negoziato si è spinto oltre la posizione ufficiale americana, proponendo sanzioni contro i Paesi in via di sviluppo colti in violazione delle clausole sociali. E questa sua uscita ha finito per alienare in maniera irrimediabile il blocco dei Paesi più poveri, già sul piede di guerra perché si sentivano esclusi dalle trattative.

Su forte pressione dell’agribusiness, Clinton ha anche cercato di aprire i mercati internazionali ai prodotti alimentari americani geneticamente modificati. Ma il suo tentativo di spostare i poteri di decisione sull’ammissibilità dei prodotti dall’Onu al Wto ha provocato una reazione durissima di tutti i Paesi europei e creato un’atmosfera di sospetti che ha finito per condizionare tutto il complesso negoziato sull’agricoltura.

Alla fine, Clinton ha deciso che non valeva la pena scontentare i sindacati, ambientalisti e agricoltori americani in un anno elettorale per portare a casa un risultato comunque modesto. "Il dibattito sul ruolo del lavoro e dell’ambiente nei negoziati commerciali è inevitabile e sarà uno dei grandi temi di questa campagna elettorale", riconosce il deputato democratico Sander Levin (Michigan). E in questo momento Clinton considera l’elezione di Gore più importante per la sua eredità politica di quanto non lo sia un accordo pasticciato sul commercio internazionale. Nel fiasco generale, gli Stati Uniti devono anche rinunciare all’unico accordo che sembrava ormai fatto: quello sull’estensione di un regime duty free nel settore del commercio elettronico, nel quale sono dominatori assoluti. Gli europei avevano già deciso di accettare la richiesta americana. "Ma a questo punto posso dire che nulla è deciso sul commercio elettronico", ha detto il commissario europeo Pascal Lamy, annunciando il fallimento complessivo del negoziato.

Ma il fallimento del vertice Wto pesa, oltre che sull’Amministrazione Clinton, anche su Seattle, il più grande porto commerciale americano, la cui immagine di città dolce e tollerante, nuova mecca del capitalismo high tech, è stata ammaccata pesantemente. "Molto dipenderà da come reagiremo agli eventi di questi giorni", dice l’economista Dick Conway, che vive e insegna qui a Seattle. E a giudicare dalla foga con cui migliaia di cittadini si sono precipitati a fare shopping natalizio in centro ieri mattina, dopo la settimana di digiuno imposta dal Wto, lo spirito commerciale della città pare più vivo che mai.

 

ORA TUTTI CHIEDONO POLITICHE PIÙ UTILI PER L’AMBIENTE

la Stampa, 5 dicembre 1999

Seattle - Due torri rotonde. E’ il Westin Hotel che martedì notte ha accolto il presidente americano Bill Clinton, giunto a Seattle poche ore dopo la proclamazione dello stato di emergenza per la dura contestazione contro il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. Una decina di manifestanti sono ancora riuniti sotto l’albergo venerdì sera: non demordono, non vogliono mollare la loro posizione. Scandiscono slogan a favore del Tibet e contro la Cina, sollevano cartelli di cartone. la protesta continua. La libertà del Tibet è una delle tante questioni sollevate nelle manifestazioni che hanno sconvolto Seattle e hanno mischiato ambientalisti, sindacalisti, lavoratori preoccupati di perdere il posto, animalisti, difensori dell’identità dei diversi popoli, sostenitori dell’abolizione dell’embargo contro Cuba, anarchici, amici del Terzo mondo.

Poco prima delle 22 (le 7 di ieri in Italia) sul marciapiede di fronte al Westin si è sentito un boato. Era l’esultanza per la notizia appena arrivata del fallimento della conferenza del Wto, chiusa senza l’approvazione di un documento finale. Il nemico è servito: "E’ un grande giorno per il mondo" strilla Bob, 22 anni. Il nemico sono i governi e i loro piani per i commerci mondiali. E’ subito festa, festa grande. Spuntano tamburi e corni, vengono lanciati dischi in aria. Qualcuno dice che sembra arrivato in anticipo il 31 dicembre con la sua aria di esultanza. Per le strade di Seattle, nonostante il coprifuoco in vigore da martedì e prolungato per un’altra notte, si balla. In piena notte i manifestanti sfilano felici sotto un altro albergo simbolo delle calde giornate di Seattle: il Four Seasons, quello in cui Clinton ha partecipato a una colazione parlando davanti ai 135 ministri dei Paesi aderenti al Wto.

Mentre per le strade i contestatori si rivitalizzano, ci sono tante facce scure al Convention Centre dove si è svolta la fallita conferenza. Come d’incanto rapidamente scompaiono dagli accessi del grande padiglione i poliziotti di Seattle e le guardie della Contea che hanno garantito la sicurezza nelle giornate dello stato d’emergenza. La sorveglianza diventa più discreta, anche se la paura di nuovi disordini resta. Al Convention Centre gli attivisti di tante associazioni regolarmente accreditati cominciano subito a distribuire i bollettini della vittoria: giornalisti e delegati vengono riempiti di volantini stampati rapidamente per sbeffeggiare l’"iniquo", "antidemocratico", "imperialista", "sfruttatore" e "servo delle multinazionali" Wto. Si compiace David Schorr, dirigente del Wwf: "Il fallimento di Seattle dà al Wto l’opportunità di intraprendere una nuova strada verso politiche commerciali più utili per l’ambiente". Gli Amici della terra gioiscono insieme a tutte le altre Ong, le organizzazioni non governative, perché "l’opposizione della società civile e dei Paesi in via di sviluppo" ha bloccato la conferenza. Martin Khor, della Rete Terzo Mondo, si augura che l’insuccesso del Wto dia almeno l’opportunità di conoscere meglio i problemi. Nella lunga notte della festa dei contestatori di Seattle, c’è chi prepara comunicati. Chi occupa una casa fra la nona strada e la Viriginia Street per dare un alloggio ai barboni. Chi si abbraccia per le strade. E chi non si muove un minuto dall’ingresso del King, il carcere della contea. Là dentro c’è la maggior parte dei seicento dimostranti arrestati durante i disordini. "La marcia della globalizzazione è meno trionfale di quanto ci si vuol far credere - assicurava ieri mattina la portavoce dei Verdi Grazia Francescato -. Le istituzioni non sono così fluide e omogenee e bisogna fare un enorme sforzo per capire quali sono le giurisdizioni, le competenze, di questi enti internazionali e per capire se sono le sedi adatte o meno" per discutere dei problemi dei commerci mondiali. Il Round è fallito. I problemi restano.

 

A SEATTLE HA PERSO SOPRATTUTTO BILL CLINTON

Ma la "protesta globale" non è la soluzione

Piero Fornara

il Sole 24 Ore, 5 dicembre 1999

Cominciato male, con la guerriglia urbana nelle strade, il vertice della Wto è finito anche peggio: i 135 Paesi partecipanti non sono nemmeno riusciti a trovare l’intesa su un documento finale (quasi sempre già pre-confezionato nelle grandi conferenze internazionali). A Seattle ha trionfato la cosiddetta Legge di Murphy, che recita più o meno così: "se qualcosa può andare male, lo farà" con il suo corollario "niente è facile come sembra". Infatti, poco prima della mezzanotte di venerdì 3 dicembre (le 8 di sabato mattina in Italia), preso atto dell’impossibilità di raggiungere un accordo, la conferenza è stata sospesa. I lavori dovrebbero riprendere in gennaio nella sede Wto di Ginevra, ma soltanto sui temi dell’agricoltura e dei servizi. Un obiettivo ben lontano dall’ambizioso Millennium Round che figurava nei propositi iniziali di tutti.

Dunque hanno fallito il presidente Bill Clinton e Charlene Barshefski, rappresentante americana per le trattative commerciali e presidente della conferenza. A Seattle, ancora una volta, l’Europa non ha dato una dimostrazione di compattezza, come ha riconosciuto il nostro ministro del Commercio estero Piero Fassino: "Ogni Governo è venuto qui soprattutto per salvare se stesso". Da Parigi arriva anzi un sospiro di sollievo, visto che lo stesso primo ministro Lionel Jospin ha giudicato preferibile nessun accordo ad un esito non soddisfacente per gli agricoltori francesi. Più in generale i Paesi in via di sviluppo si sono sentiti emarginati da un negoziato egemonizzato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea (o comunque dal mondo industrializzato). Il rifiuto della globalizzazione emerso a Seattle è quindi anche il rifiuto della ricetta americana di sviluppo, dai cibi transgenici ai modi di vivere e di pensare. Come ha scritto sulla Stampa Mario Deaglio, "l’analogia con il Sessantotto è senza dubbio prematura, ma non può essere scartata a priori".

Ci sarà ancora bisogno della Wto? Si è chiesto The Economist. In questi giorni, tutti sembrano essersi dimenticati di quanto aveva già capito più di due secoli fa un certo Adam Smith: che il commercio è il modo migliore per allargare nel mondo i benefici della crescita economica e che della riduzione delle barriere tariffarie ne usufruiscono tutti, venditori e acquirenti, compresi i consumatori. Ma i Governi, conclude il settimanale britannico, invece di sostenere il libero commercio nei confronti dei loro elettori, troppe volte concedono aiuti proprio a quelle forze che hanno scopi di natura protezionistica. La Wto (come l’Onu), dunque, è quella che i Governi nazionali vogliono che sia.