LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

LUNEDÌ 6 DICEMBRE 1999

 

LA GRANDE SCONFITTA

Vittorio Zucconi

la Repubblica, 6 dicembre 1999

Ci racconta il "New York Times" che nella sua frettolosa ritirata da quella che gli americani hanno battezzata "The Battle of Seattle", la Caporetto del vertice mondiale sul commercio, Clinton fosse "furioso". Era in collera con le nazioni povere sorde al suo appello buonista sul lavoro dei bambini, con l'Europa agricola avara e protezionista, con i sindacati americani corporativi e isolazionisti, con gli ecologisti irrazionali.

Soprattutto era in collera con il sindaco di Seattle colpevole di avere esposto proprio lui, il primo presidente della "Vietnam Generation", all'umiliazione pubblica e teletrasmessa di una contestazione tanto sceneggiata quanto efficace. Ce l'aveva con tutti, il Clinton furioso sull'aereo del ritorno, meno, naturalmente, che con il vero responsabile del fiasco sul Pacifico: lui stesso.

È impossibile, mentre le ruspe e gli operai del comune di Seattle ripuliscono al costo di quasi 100 miliardi, in lire, un centro della città che sembra colpito da un uragano, dire se la vittoria del fronte del "no" sia stata un successo tattico e tutto "made for tv" o se invece essa segni un cambio di fase, dunque una disfatta strategica, nella guerra per la globalizzazione dell'economia, della cultura e del commercio. I 50 mila che hanno umiliato Clinton e Seattle sono un'armata troppo eterogenea e contraddittoria perché il loro "No al Wto" lasci sperare il passaggio a quel programma comune, realistico e razionale che soltanto garantisce la crescita politica dei movimenti di piazza.

Sarà interessante per esempio vedere come i vincitori della "Battle of Seattle" riusciranno a conciliare gli interessi degli animalisti americani con quelli dei macellai francesi, il pasciuto protezionismo dei lattai bavaresi con il disperato bisogno di esportazione dei coltivatori di riso cinesi. Senza distruggere, nel processo, quel benessere diffuso che ha permesso ai dimostranti di raggiungere Seattle, di comperare biglietti aerei a tariffe calmierate dalla concorrenza globale e di coordinarsi grazie a quella rete di comunicazione mondializzata e costruita dagli americani, detta Internet.

Ma è evidente invece chi abbia perduto. Ha perduto - ed è il giudizio unanime del dopo - Clinton, tentato e tradito dai demoni che stanno avvelenando questo aspro tramonto della sua presidenza: l'ansia di lasciare un monumento di se stesso nel futuro del mondo e la presunzione di poter sempre ricomporre, con lo charme e la popolarità, tutte le contraddizioni del mondo, così come è riuscito a tenere insieme il mosaico contraddittorio della sua personalità e del suo partito.

Il vertice di Seattle che avrebbe dovuto disegnare la rotta del commercio mondiale addirittura per il prossimo Millennio, è stato concepito, voluto e imposto da Clinton contro il parere dei suoi consiglieri, dei diplomatici e degli esperti che lo avevano avvertito dell'impossibilità di trovare accordi tanto controversi fra 135 delegazioni tanto diverse in due giorni, come invece avevano capito benissimo i disertori di Seattle, i capi di stato e di governo europei e asiatici, tutti assenti.

Proprio questa solitudine imperiale ha tentato e tradito Clinton. Nel rischio ha veduto un'occasione. Ha pensato che il vertice - e dunque tutte le telecamere - sarebbero state riservate a lui, palcoscenico mondiale per un grande solista. E così è avvenuto, ma alla rovescia: avendo voluto dominare l'avvenimento, il presidente lo ha subito. Tutte le uova marce lanciate in piazza sono sembrate finire addosso a lui. Tutte le rivolte delle delegazioni ufficiali dentro l'aula degli incontri sono state indirizzate a lui. Nella presunzione di voler incassare tutto il piatto, Clinton ha finito per pagare tutti i conti anche quelli che a lui non sarebbero spettati perché - sia detto senza retoriche europeiste o nazionaliste - di questo incerto e ora anche odiato carrozzone burocratico mondiale chiamato World Trade Organization l'Europa, l'Asia e le stesse nazioni dell'ex Terzo Mondo sono tanto responsabili quanto lo sono gli Stati Uniti, dietro i quali amano nascondersi.

Ma del destino e delle umiliazioni di Billy Clinton (questa di Seattle è la seconda disfatta in pochi mesi, dopo il no del Senato al suo Trattato Nucleare e la penosa peregrinazione in Europa tra lo show di Eltsin, le bombe in Grecia e gli shopping di Hillary a Firenze) poco ormai ci importa essendo il presidente americano ormai attore di ieri. In America è ormai cominciata la "silly season", la stagione folle della politica, nella quale nessuna decisione seria, nessun impegno a lungo termine può essere preso da un capo del governo arrivato alla fine e tutta l'attenzione è spostata sui candidati alla successione, che ancora niente possono decidere. Soltanto la superficialità e la impreparazione del team Clinton potevano far credere che i 135 paesi presenti a Seattle si sarebbero piegati davanti a un presidente ormai entrato nel suo "anno bianco".

Non si illudano perciò troppo i vincitori apparenti della "Battle of Seattle" che ora stanno tornando alle rispettive basi e nazioni proclamando eccitati di avere creato un nuovo movimento civile globale per contrastare l'economia globale e avvertendo che d'ora in poi i potenti della Terra dovranno fare i conti con loro. I 50 mila di Seattle hanno vinto perché i potenti nascosti della Terra li hanno lasciati vincere, perché faceva comodo, ai francesi e tedeschi che devono difendere i contributi europei ai loro prosperi agricoltori, a indiani e asiatici che non vogliono rinunciare agli investimenti delle multinazionali, a sindacati che proteggono gli ultimi reparti delle aristocrazie operaie americane ed europee, nascondersi dietro lo spirito, il coraggio, la passione sincera dei "guerriglieri di Seattle".

I nemici in doppiopetto dell'America li hanno usati per una lezione all'arroganza americana senza doversi esporre, lasciando ai nemici in jeans dell'America il compito di esporsi e di parlare per loro nelle strade di Seattle. Clinton accecato dal suo "hubris" di maestro delle immagini, è caduto nella trappola che lui stesso si era costruito. Ora il suo successore designato, Al Gore, dovrà rispondere ai sindacati puntello del partito democratico, ai verdi americani, alle multinazionali che lo finanziano, ricomponendo i cocci di Seattle in un mosaico accettabile. Già da questa settimana, a Ginevra, nel grigiore tranquillo degli uffici permanenti della World Trade Organization (dove la delegazione americana è composta di 25 persone e quella del Rwanda ha una segretaria con un fax) i signori del commercio riprenderanno a negoziare, a patteggiare, a ricucire la ragnatela dei loro interessi strappata nella battaglia. A Seattle, i nuovi sessantottini hanno vinto una battaglia contro il vecchio sessantottino. Ma, se ricordiamo ancora il '68, sappiamo chi alla fine, tra la piazza e i consigli di amministrazione, vincerà la guerra del potere.

 

"QUESTO WTO È TROPPO FRAGILE"

Parla il ministro del Commercio estero Piero Fassino

la Repubblica, 6 dicembre 1999

Seattle (s.t.) - "Una grave battuta d'arresto che ha almeno due ragioni. La prima è lo scarto tra la complessità dei temi in discussione e la consapevolezza politica ancora lontana dallo spessore dei problemi che si tratta di affrontare. La seconda è l'estrema fragilità del Wto e mi riferisco in particolar modo all'assoluta inadeguatezza degli strumenti necessari per imporre un serio governo della globalizzazione". Piero Fassino, ministro del Commercio estero e capo della delegazione italiana a Seattle, non nasconde la delusione per un fallimento che si poteva evitare. "In molti - dice - sono venuti qui pensando più a come salvare se stessi che a come risolvere i problemi".

Saprebbe individuare delle responsabilità specifiche?

"La responsabilità per come sono andate le cose a Seattle è di tutti".

Non crede che in questa ripartizione delle "colpe" una buona fetta tocchi a Stati Uniti e Unione europea?

"Usa e Ue hanno il torto di essersi comportati come se si fosse trattato d'un accordo fra loro, una sorta di negoziato bilaterale, emarginando i paesi in via di sviluppo".

Crede che non si possa salvare nulla?

"Non credo che i limiti, che pure sono emersi, possano offuscare il fatto che in questi sei giorni complessivi di discussione siano state trovate intese su molti punti non banali. Penso al testo sulla clausola sociale: dieci giorni fa nessuno avrebbe giurato sulla possibilità di arrivare alla stesura di un documento così avanzato. E anche sull'agricoltura sono stati assunti impegni significativi".

Però sono prevalsi i limiti, i veti, forse i rancori. È così?

"Direi gli errori. Ma non è la prima volta, ci sono state altre due conferenze fallite. Ora si tratta di vedere come uscirne. La strada c'è: la conferenza di Seattle ha affidato a Moore il compito di consultare tutti i paesi membri per verificare come proseguire su documenti che, pur non approvati, costituiscono una traccia di discussione".

Che cosa pensa del ruolo di Mike Moore e del suo esordio come direttore del Wto?

"Moore ha avuto la sfortuna di trovarsi al centro di una situazione che sarebbe stata a dir poco complicata per tutti. E non bisogna trascurare il fatto che ha avuto poco tempo per predisporre bene le cose".

Da tempo si va diffondendo la sensazione che, come il Fondo monetario e l'Onu, anche il Wto sia entrato in una crisi epocale.

"Lo penso anch'io, ma è sbagliato pensare, come qualcuno fa, che queste istituzioni siano inutili per la sola ragione che hanno problemi di funzionamento. Il punto della loro debolezza è semmai un altro e cioè i poteri che gli Stati non conferiscono loro. Questo dovrebbe aiutarci a non confondere cause ed effetti del fenomeno".

 

"LA LEZIONE? RISPETTARE IL MERCATO DEGLI ALTRI"

I commenti di Amato e Fazio

la Repubblica, 6 dicembre 1999

Roma (e.p.)- "Seattle può diventare simbolo e inizio del caos mondiale". A meno che - avverte il ministro Giuliano Amato - non si tragga una "lezione" dal fallimento del negoziato commerciale.

Questa: "Globalizzazione oggi non è che tutti mangiano lo stesso hamburger, ma che tutti la pensano in modo diverso l'uno dall'altro sulle stesse cose". Ovvero, "bisogna far valere il libero mercato nel rispetto degli altri e tenendo conto delle loro ragioni".

Mica facile. Perché in realtà gli schieramenti che hanno portato al fallimento sono tanti e intricati. Amato non a caso ragiona sui "giovani dei paesi ricchi" che protestano contro il Wto perché si ritengono "più buoni dei loro governanti", più sensibili alle esigenze che vengono dal basso. In realtà - spiega - finiscono per farsi portavoce di richieste che alle orecchie dei paesi in via di sviluppo suonano peggiori di quelle sostenute dai governi. Motivo: "Il mondo si trova davanti a scelte tragiche: meglio un bimbo con un mitra in mano o uno che viene messo a lavorare a sei anni? Per noi sono entrambe due opzioni orribili. Ma in buona parte del pianeta una domanda del genere riflette una realtà esistente". Come dire: un'economia che prospera sullo sfruttamento dei minori potrebbe essere meglio di un'economia in crisi che produce guerre.

Amato parla ad un convegno sulla globalizzazione organizzato all'Accademia dei Lincei. Non manca il governatore Fazio che racconta di aver "sperimentato sulla mia pelle" cosa vuol dire globalizzazione, in occasione della crisi messicana del 95 che s'è poi ripercossa ovunque. Di qui i suoi messaggi. Primo: serve "un'àncora" tra l'attività finanziaria e l'economia reale perché altrimenti c'è il rischio "di un potenziale squilibrio tra i mercati". Secondo: ci vuole una "iniziativa internazionale" per mettere sotto controllo i mercati off-shore, quelli per intendersi che si collocano in "paradisi" dove scarseggia la vigilanza: "Sono un buco nero irrisolto".

 

IL FIASCO WTO METTE CLINTON NELL'ANGOLO

Ennio Caretto

il Corriere della sera, 6 dicembre 1999

Washington - Dallo Studio Ovale della Casa Bianca, il presidente Bill Clinton ha tentato ieri di salvare il salvabile dopo il "fiasco di Seattle", come i media americani hanno battezzato la Conferenza della Wto, la World Trade Organization, l'Organizzazione mondiale del commercio, che si è conclusa sabato senza un accordo definitivo. "Rimango ottimista sul varo del round negoziale del 2000 - ha dichiarato Clinton -. Intendo accelerare la liberalizzazione dei commerci e conferire un volto umano alla globalizzazione". Ma a giudizio degli esperti e del Congresso, controllato dagli avversari repubblicani, il presidente ha comunque perso la battaglia: "Le 135 Nazioni della Wto - ha ammesso Charlene Barshefsky, la sua negoziatrice, direttrice della Conferenza - non si sono sentite di spiccare un balzo in avanti". Se nei mesi venturi giungeranno ad un compromesso, sarà assai più modesto del previsto. Per Clinton, che sta entrando nell'ultimo anno di mandato, è forse l'inizio della paralisi. Come ha scritto il New York Times, il presidente ha subito "la sua seconda, bruciante sconfitta in politica estera degli ultimi tre mesi", dopo il rifiuto del Senato di ratificare il bando degli esperimenti nucleari. E non è escluso che presto ne subisca una terza. Il Congresso minaccia infatti di respingere il suo recente accordo commerciale con Pechino, che porterebbe la Cina nella Wto: "I lavoratori americani sono contrari", ha ammonito Jimmy Hoffa Jr, il potente capo dei Teamsters, il sindacato degli autotrasportatori. Se Pechino entrasse veramente nell'Organizzazione mondiale del commercio, le ripercussioni internazionali sarebbero traumatiche. Alla Casa Bianca non resta che discutere se rinviare la presentazione dell'accordo al Congresso. Clinton rischia di divenire un'"anatra zoppa". Ma la colpa è anche sua. L'inaffondabile Bill "è naufragato a Seattle", ha scritto il Washington Post, perché ha tenuto il piede in due staffe: quella dei grandi interessi finanziari e industriali americani che hanno sovvenzionato le sue elezioni, e quella dei sindacati e degli ambientalisti, che rappresentando l'elettorato storico del suo partito. In più ha ignorato le istanze dei Paesi poveri che hanno reagito formando un fronte antiamericano. L'effetto è che il Terzo mondo ha acquistato voce in capitolo alla Wto. Clinton ha portato avanti "l'offensiva del sorriso" verso gli alleati chiave, telefonando al presidente dell'Unione Europea Romano Prodi e al premier giapponese Keizo Obuchi affinché lo aiutassero. Con lo stesso scopo la Barshefsky ha riunito i 25 Stati chiave nella Stanza verde del Palazzo dei congressi, la stanza dei bottoni. Ma Clinton non ha offerto nulla in cambio, in particolare non ha accettato di revocare le leggi anti-dumping contro le importazioni di prodotti stranieri giudicate sottocosto, massima arma protezionista della Superpotenza. Né ha ritirato la richiesta che il Terzo mondo adotti leggi in difesa dei lavoratori e dell'ambiente, cosa che lo renderebbe meno competitivo. Ed è rimasto a mani vuote. Un ruolo importante è stato quello giocato dalla protesta popolare e dalla rivolta dei Paesi terzi contro la Wto. Che l'Europa e il Giappone resistessero agli Usa sui tagli dei sussidi e delle tariffe agricoli, e sulla liberalizzazione dei servizi, era scontato: dietro le quinte, sabato la delegazione nipponica ha addirittura accusato la Barshefsky di cercare di "truccare il risultato" della Conferenza. Ma Washington è stata colta di sorpresa dal messaggio dei dimostranti: "La politica deve riappropriarsi della globalizzazione lì dove, approfittando della velocità dei mercati e della lentezza dei governi, le corporation formano cartelli e intaccano la sovranità degli Stati". E dal messaggio dei Poveri: "Il protezionismo e il colonialismo devono finire". Quali saranno le probabili conseguenze all'interno degli Stati Uniti lo ha spiegato lo storico Michael Kazin. "Stiamo entrando in una fase simile a quella di un secolo fa, quando scoppiò la contestazione contro i monopoli che portò alle leggi anti-trust". Clinton ha creduto che il boom dell'economia placasse il pubblico, ha aggiunto lo storico, invece ha solo aggravato le ingiustizie economiche. Tom Hayden, l'ex marito dell'attrice Jane Fonda, protagonista della sommossa giovanile alla Convention democratica di Chicago nel '68, lo ha spalleggiato: "Non è un caso che la Generazione X, come chiamiamo i ragazzi d'oggi - ha detto - si sia ribellata a Seattle, la roccaforte di Bill Gates, simbolo del capitalismo".

 

"TUTTA COLPA DI CHARLENE, GIOCAVA SU DUE TAVOLI"

Marco Cecchini

il Corriere della sera, 6 dicembre 1999

Seattle - Americani "poco disponibili" al compromesso, "troppo condizionati" dalle loro beghe di politica interna. Ma soprattutto una gestione dei lavori della conferenza da parte dell'"avvocato presidente" alquanto "inadeguata". E' questo il leit motiv degli umori che percorrono i delegati europei all'indomani del clamoroso fiasco del supervertice sui commerci di Seattle. E nel mirino delle critiche c'è soprattutto lei, Charlene Barshefsky; il caponegoziatore Usa, l'avvocatessa inossidabile che, come presidente della Conferenza, avrebbe dovuto guidare la trattativa sul binario giusto e non l'ha fatto. Per eccessiva rigidità? Perché troppo stanca e sotto pressione?

Le dichiarazioni ufficiali raccontano la storia di un negoziato fallito per la rivolta dei Paesi in via di sviluppo e il fragile assetto istituzionale della Wto. Ma venerdì notte, a microfoni spenti, dallo sfogo dei delegati europei affiorava tutt'altro. Secondo il ministro svizzero dell'Economia, Pascal Couchepin, che ha partecipato ai lavori dei comitati ristretti, "i Paesi in via di sviluppo possono essere stati la causa scatenante della rottura, ma il fallimento si è consumato prima delle due del pomeriggio nella green room, nei colloqui tra americani, europei, giapponesi, altri Paesi industriali". E non è difficile individuare chi ne porta la maggiore responsabilità. "Quando si ha il compito di guidare una conferenza con questo livello di partecipazione - spiega il ministro elvetico - bisogna cercare di essere al di sopra delle parti, nella signora Barshefsky invece il ruolo del negoziatore americano e quello di guida dei lavori si sono continuamente mescolati".

Gli europei in altre parole si sono sentiti intrappolati in un gioco della presidenza sbilanciato sugli interessi americani. Anche per questo il confronto euroatlantico sarebbe sfociato in un vero e proprio muro contro muro. Ai Paesi in via di sviluppo invece sarebbe stato concesso "troppo poco tempo per esaminare anche i pochi punti d'intesa raggiunti".

Il Financial Times, si fa osservare nella delegazione della Commissione europea, era stato buon profeta, quando alla vigilia della conferenza aveva scritto: "La signora Barshefsky è considerata molto esperta nel condurre un negoziato bilaterale, meno nel costruire la rete delle compensazioni e delle alleanze che è necessaria per il successo di un accordo multilaterale". Del resto già dopo il nulla di fatto con cui a metà novembre si era conclusa la riunione preparatoria di Ginevra, il commissario dell'Unione europea al Commercio, Pascal Lamy, aveva fatto squillare l'allarme parlando di un "concreto rischio di fallimento del negoziato". Al vertice di Seattle i maggiori blocchi commerciali sono arrivati senza un'intesa anche minima, come dilettanti allo sbaraglio. Fonti vicine alla delegazione italiana affermano che negli ultimi mesi la lady di ferro americana avrebbe dedicato "tutte le sue energie alla conclusione dell'accordo per l'ingresso della Cina nella Wto" disperatamente voluto dal presidente Clinton e maturato proprio a ridosso della conferenza. Conferenza alla quale tra l'altro il caponegoziatore Usa sarebbe giunto con il peso del massacrante lavoro svolto in precedenza. Chi ha visto la Barshefsky in azione parla di una donna "molto stanca". Al punto che è sorto perfino un giallo sulle sue condizioni di salute, a giudizio di qualcuno, non si sa se maligno, "certamente non ottimali".

Alla scarsa preparazione e alla cattiva gestione della presidenza si sono aggiunti poi i nodi politici interni di un'America in pre-campagna elettorale; un intreccio che "certamente non ha giovato", come afferma il ministro italiano del Commercio estero, Piero Fassino. La richiesta di allargare l'agenda del negoziato ai temi del lavoro fatta da Clinton a Seattle ha soddisfatto i sindacati americani, ma ha provocato la violenta reazione dei Paesi poveri e complicato ulteriormente il lavoro della signora Barshefsky. Il fiasco di Seattle, insomma, era in larga misura annunciato.

 

UN'ASSEMBLEA PER I COMMERCI

Sulle questioni trattate dal Wto tutti dicono la loro: solo i parlamentari no

CorrierEconomia, 6 dicembre 1999

Le manifestazioni di Seattle dimostrano che i temi della società civile sono ormai inscindibili dalle problematiche del commercio mondiale. Ma rivelano anche l'importanza di una maggiore trasparenza per la futura credibilità del Wto. Finora il commercio internazionale è stato regolato da una serie di negoziati intergovernativi: in una realtà globale però questi non bastano più. Per assicurare una qualche legittimità democratica alle decisioni del Wto sarebbe dunque auspicabile un coinvolgimento dei rappresentanti del popolo, ovvero dei parlamenti nazionali. Perché senza questo coinvolgimento è inevitabile che il dibattito politico che accompagna le scelte e le politiche del Wto venga giudicato solo dalle Organizzazioni non governative. Che non hanno nessuna legittimazione popolare, indipendentemente dai loro meriti. Per questo sarebbe l'ora di nominare all'interno del Wto un'assemblea parlamentare.

 

SEMPLICI VERITÀ

Dopo la crisi russa, le teorie neoliberiste appaiono logore

CorrierEconomia, 6 dicembre 1999

L'intesa di Washington è normalmente riconosciuta come il credo degli apostoli della globalizzazione. A suo fondamento ci sono alcuni dogmi, nessuno dei quali è stato mai dimostrato: che il mercato ha sempre ragione, che lo Stato non è necessario, che ricchi e poveri non hanno interessi in conflitto e che tutto volge al meglio quando viene abbandonato a se stesso. Di certo c'è che i poveri, che costituiscono ancora il grosso dell'umanità, devono mangiare ogni giorno; e che le politiche che garantiscono questo standard minimo e sono in grado di migliorare le condizioni materiali di vita sul lungo periodo sono buone politiche. Da ultimo la crisi russa dovrebbe aver fatto svanire molte delle certezze diffuse dal Wto e dal Fmi: perché in Russia, come prima in Corea, Brasile e Thailandia, il libero mercato si è affermato come malaffare, gangsterismo e corruzione, dimostrando il contrario di quanto predicato dai seguaci della reaganomics. A questo punto gli economisti potrebbero anche tornare a occuparsi di teorie più semplici. Ad esempio, di come assicurare a tutti un pasto al giorno.

 

LE NAZIONI NON BASTANO

Piero Fassino

la Stampa, 6 dicembre 1999

Chi in queste settimane ha alzato l’indice contro il Wto può essere indotto a festeggiare il fallimento del vertice di Seattle. E’ un’illusione pericolosa. Non è il Wto che crea la globalizzazione. La globalizzazione c’è, ci sarà sempre di più ed è una dinamica storica ineluttabile. E più che chiedersi astrattamente se sia giusta o sbagliata, serve di più darsi gli strumenti per governarla, per minimizzarne i rischi e massimizzarne le opportunità.

Porsi quest’obiettivo è tanto più necessario perché la globalizzazione non è "neutra". E dunque, il vero nodo è come superare la grande distanza che separa l’ampiezza e la velocità della globalizzazione dalla fragilità e labilità delle regole e delle istituzioni chiamate a governarla. Non si può davvero credere che basti un accordo tra Europa e Stati Uniti per governare un mondo nel quale tutti i Paesi, in primo luogo proprio i meno sviluppati, rivendicano legittimamente di contare e pesare di più. Né si può ignorare la domanda di trasparenza e democrazia che sale da opinioni pubbliche che chiedono una globalizzazione dal volto umano, compatibile con la salute, l’ambiente, i diritti. Ma tutto ciò - ecco il passaggio difficile - sollecita i governi a prendere atto che una comunità internazionale fondata sulla sola sovranità nazionale non basta più.

Analogamente a quanto accade per l’Onu si pone per il Wto la stessa esigenza di disporre di poteri, strumenti e risorse adeguate ad esercitare un ruolo di "global governance" economica per redistribuire i benefici della mondializzazione al più vasto numero di Paesi, a partire dai meno sviluppati.

La lezione che viene da Seattle è chiara: la somma di cento protezionismi nazionali produce soltanto nuovi laceranti conflitti, paralisi decisionale e crisi di consenso. Governare la globalizzazione richiede istituzioni sovrannazionali forti, trasparenti, riconosciute. Se quel che è accaduto a Seattle servirà ad accelerare la consapevolezza di ciò, forse anche un insuccesso non sarà stato inutile.

 

DOPO IL CRACK DI SEATTLE IL WTO RIPARTE DA GINEVRA

Roberto Ippolito

la Stampa, 6 dicembre 1999

Seattle - Dopo il fallimento di Seattle, il Wto riparte da Ginevra, ma Europa e Usa, incapaci fino a ieri di trovare un accordo sull’agenda del negoziato, si ritrovano oggi divisi anche su come far ripartire la trattativa. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio, Mike Moore, è stato incaricato dai ministri dei 135 Paesi membri del Wto di verificare da Ginevra in quale modo rendere più trasparente ed efficiente l’organizzazione. Quanto ai contenuti della trattativa, profonde divisioni continuano a tenere lontani gli obiettivi dei rappresentanti europei da quelli degli americani.

Secondo fonti della delegazione tedesca, infatti, gli europei non sono favorevoli alla "pausa a tempo indeterminato" chiesta dagli americani con l’obiettivo di congelare lo stato del negoziato al punto in cui è stato interrotto. Secondo la maggior parte dei delegati europei, sarà necessario ricominciare la trattativa da capo. Il commissario europeo per l’agricoltura, l’austriaco Franz Fischler, ha osservato che a Seattle "non c’è stata assunzione di impegni di alcun tipo, nemmeno di forma". Moore, che fin da oggi riprenderà la rete dei contatti con i governi, è di opinione più vicina agli americani e ritiene che non tutto ciò che è stato discusso a Seattle "sia da buttare". I delegati tedeschi attribuiscono la responsabilità del fallimento agli americani, osservando che nella fase preparatoria "erano giunti segnali diversi" da quelli emersi in sede di negoziato: "gli americani si sono dimostrati indisponibili a qualsiasi concessione sui temi del commercio". Ora perfino le modalità del tentativo di rivitalizzare il negoziato sono in dubbio.

Seattle, con i suoi alberi pieni di lampadine per il Natale, tenta di tornare alla normalità e di lasciarsi alle spalle la "Battle in Seattle": la lunga settimana di battaglia in città, con disordini, 600 arresti e decine di migliaia di dimostranti accorsi dall’America e da tutto il mondo per protestare contro la conferenza del Wto e la globalizzazione, le relazioni economiche planetarie, e per invocare tutela per ambiente, cibo, bambini costretti a lavorare, diritti umani e sociali.

Come Seattle, anche Moore tenta di tornare alla normalità. E’ ripartito per Ginevra, suo quartier generale, dove cercherà di rimediare alla contrapposizione tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo e ricucire i rapporti deteriorati fra le nazioni ricche, fra Usa ed Europa. lo scenario è cambiato lo stesso. E tanto. Scommettere sui prossimi sviluppi non è facile: la contestazione dilagherà? Il rifiuto della globalizzazione sarà una specie di replica delle proteste del 1968? Metterà ancora insieme istanze contraddittorie? "La globalizzazione è un dato di fatto, il problema è gestirla stabilendo regole eque", osserva il ministro del commercio estero Piero Fassino che ha guidato la delegazione italiana e che giovedì riferirà in parlamento sul mancato accordo (al quale sarà dedicata una riunione del Consiglio dei ministri Ue per gli affari generali).

A gennaio Moore farà ripartire i negoziati per l’agricoltura e i servizi, due settori chiave con problemi di dazi, sovvenzioni e restrizioni all’attività che alterano la concorrenza. Per agricoltura, servizi e tessile sono in scadenza accordi vecchi di anni. Partendo dall’esame degli accordi in scadenza, Moore cercherà di riesumare il "round del millennio" che avrebbe dovuto ricevere la benedizione con il documento atteso dalla conferenza di Seattle e che dovrebbe durare tre anni. Il documento avrebbe dovuto fissare l’agenda, cioè l’elenco degli argomenti su cui trattare, indicando i criteri fondamentali per le soluzioni. Moore tenterà ora di preparare l’agenda che dovrà essere definita in una nuova conferenza ministeriale, nel 2000 o nel 2001. Prima del fallimento di Seattle, si immaginava la convocazione di una conferenza nell’ambito del Millenium round, con tre candidature per la sede: Hong Kong, Qatar o Sud Africa.

Neozelandese, in carica da luglio, dopo la fine del mandato di Renato Ruggiero, Moore attira su di sé tutti i problemi. E’ giudicato gradito agli americani ma ha accompagnato i padroni di casa della fallita conferenza a una bruciante sconfitta. Non si è visto facilitare nella ricerca dell’accordo finale dall’Unione europea che non dato spago al suo mediatore, il ministro del commercio di Singapore George Yio. Vede alla guida dell’irritato fronte dei paesi in via di sviluppo il ministro tailandese Supachai Panitchpakdi che fino all’estate scorsa gli ha conteso la guida del Wto ed è già designato a succedergli nel 2002. Per il Wto la sfida è enorme.