LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

MARTEDÌ 7 DICEMBRE 1999

 

COMMERCIO, L’EUROPA ACCUSA CLINTON

Ivo Caizzi

il Corriere della Sera, 7 dicembre 1999

Bruxelles — La Commissione dell'Unione europea (Ue) accusa gli Stati Uniti di aver fatto fallire la Conferenza di Seattle dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per ragioni "politiche", collegate alla campagna elettorale in corso per la successione al presidente Bill Clinton. Il commissario responsabile per il Commercio della Ue, il francese Pascal Lamy, ha ammesso che l'istituzione di Bruxelles ha fatto "un errore di tempistica, nell'aver fatto coincidere l'avvio del ciclo di negoziati con la campagna elettorale americana, che vede gli Usa in una posizione di stallo. Noi abbiamo dimostrato un atteggiamento negoziale, mentre gli americani non erano disposti a fare concessioni".

Rimarcando il collegamento con la campagna elettorale, il commissario per il Commercio ha specificato che il fiasco di Seattle non è stato provocato dall'aver introdotto nuovi temi, come la tutela dell'ambiente e la sicurezza alimentare. "Il negoziato è fallito per i vecchi temi come l'agricoltura e l'anti-dumping", ha detto, affermando però la necessità di continuare l'impegno per la ricerca di un accordo, sempre tenendo presenti i tempi della corsa alla Casa Bianca. "Abbiamo bisogno di un sistema multilaterale per far fronte alla globalizzazione", è la sua opinione.

Evidente gli è apparsa la necessità di modernizzare il funzionamento del Wto. "Siamo andati a Seattle con un'agenda aperta e ne torniamo con gli occhi aperti - ha detto Lamy -. Oggi esiste un divario tra il sistema multilaterale con le sue nuove regole e la capacità del Wto di prendere decisioni. Da qui il bisogno di rivedere e forse riformare il suo funzionamento". Per il commissario francese sarebbe importante capovolgere l'attuale impostazione: "Bisogna prima sollevare il quesito politico e poi rinviare ai tecnici la ricerca di una soluzione". Ma gli interventi dovrebbero riguardare sia l'efficienza dei negoziati del Wto, visto che si tratta di procedure molto complesse con tanti partecipanti, sia la trasparenza nei rapporti con le organizzazioni non governative. La sponda ottimale dovrebbero infatti diventare i Paesi del Terzo, attirati sulla stessa linea dell'Unione europea per bilanciare il potere degli Stati Uniti.

Il commissario per l'Agricoltura della Ue, Franz Fischler, ha comunque indicato qualche timido progresso ottenuto a Seattle proprio nel suo settore di competenza. Ma, soprattutto, ha confermato la decisione di Bruxelles di pretendere adeguate garanzie per la salute alimentare, ottenendo efficaci controlli in particolare sulla carne agli ormoni e sui cibi genetici, con cui gli Stati Uniti intendono invadere i mercati europei.

 

LA SECONDA VOLTA

Maurizio Meloni*, Giorgio Dal Fiume**

il manifesto, 7 dicembre 1999

E due. Dopo l'affondamento dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti, giusto un anno fa, all'Ocse, stavolta, con tanto di effetto mass media, e caduto nella rete un pesciolone ancora più grosso chiamato Organizzazione Mondiale del Commercio. Che cosa sia successo nelle ultime, febbrili ore di venerdì e come si sia arrivati a quest'enorme patatrac a cui francamente pochissimi credevano - al punto che il Financial Times sabato apriva con un "Accordo in vista nonostante le differenze" - è difficile dirlo. Il Sud ha puntato i piedi, e questa è già di per sé una notizia. La signora Barshefski ad un certo punto ha tagliato secco, e qui riaffiorano molti dubbi sulle reali intenzioni degli Usa in tutto questo negoziato, la loro freddezza sul Millennium Round ma al contempo l'ansia delle proprie imprese di chiudere almeno sul capitolo servizi e biotech, per vedersi spalancare ulteriormente mercati ancora relativamente inesplorati. Le recriminazioni in questo senso sono già partite: "il commercio non è materia da trattare alla luce del sole", è la voce di molti negoziatori; "in questa Organizzazione ci sono troppi paesi e troppe differenti impostazioni", aggiungono altri, e questo è un vero e proprio siluro all'idea che si possa insistere su accordi multilaterali.

Per tutti gli attori presenti a Seattle, imprese, governi, Wto, sindacati, movimenti del controvertice, ora siamo ad un bivio. Dopo Seattle, questa era la voce comune mentre ci si abbracciava fuori per le strade alla notizia dello scacco della Wto, le cose non saranno più come prima. Il movimento anti Wto era venuto qui sul Pacifico con due obiettivi. Primo, mettere in discussione la legittimità della Wto e bloccare il nuovo ciclo negoziale, "Stop Millennium Round" come recitava il titolo della piattaforma di convocazione del controvertice firmata da 1387 organizzazioni di base di oltre 90 paesi. Secondo, dare un segnale forte all'opinione pubblica, compresa quella non specializzata, del fatto che in questi anni nuovi soggetti avevano assunto su di sé le questioni dell'interesse generale: ambiente, divario nord-sud, ma soprattutto crisi della politica di fronte ad un sistema di attori, Wto, Fmi, Banca Mondiale, investitori finanziari, letteralmente "fuori controllo" per dirlo con Saskia Sassen.

I due risultati, scusate l'ineleganza, sono pienamente incassati ma il difficile comincia adesso. Sul primo punto bisognerà evitare due cose. Che la Wto scelga la strada della penombra e dei tecnicismi che tanto ama per ridare fiato al nuovo Round negoziale. Ma pure, al contrario, che vada in crisi l'idea stessa di multilateralità e di regole comuni alla globalizzazione. Ripetiamolo alla noia così se ne convince pure il ministro Fassino. Chi stava fuori voleva regole, molte regole agli spiriti animali dell'economia, ma non quelle della Wto. Si trovi un altro Forum o si riformi radicalmente questo al punto da renderlo irriconoscibile. Le proposte di riforma circolate al controvertice pesano diversi chili nella nostra valigia. vale la pena di dargli un qualche ascolto. Che ne dice il Parlamento?

Sul secondo punto, l'identità di questo movimento, due problemi. Uno, la forza delle alleanze. "Tartarughe e camionisti non saranno mai divisi", si gridava per le strade, ma il cammino è ancora molto in salita. Anche il problema della nazionalità persiste. L'egemonia anglofona nel movimento è palese, e non solo perché si stava a Seattle.

Ancora, questo movimento cade come una bufera non solo sulla mancanza di dibattito nell'opinione pubblica italiana ma anche su un certo modo di condurre i negoziati, con organizzazioni non governative e sindacati resi in taluni casi appendici dei Governi e un modo di ottenere risultati basato sul piccolo cabotaggio burocratico piuttosto che sulla capacità di mobilitazione. La strada per invertire il corso delle cose, ne siamo profondamente convinti dopo Seattle, sta nella costruzione di un forte movimento di cittadini organizzati capace di sottrarre questi temi alla zona grigia in cui versano. E' quanto ci proponiamo come Rete di Lilliput. Una bella boccata d'ossigeno per la democrazia.

*Lilliput, **Ctm-Altromercato

 

IL WTO AL PUNTO DI PARTENZA

Marina Forti - Inviata A Seattle

il manifesto, 7 dicembre 1999

L'Organizzazione mondiale del commercio ha infine alzato bandiera bianca. Divisi all'interno, assediati all'esterno da una protesta della società civile organizzata mai stata così "globale", arrivati a Seattle per lanciare un nuovo round di negoziati sulla liberalizzazione dei mercati, i ministri dei 135 paesi sono ripartiti senza neppure un comunicato finale. Il segretario generale del Wto Mike Moore e la presidente dell'assemblea, la negoziatrice statunitense Charlene Barshefsky, hanno dovuto constatare che le differenze erano troppo ampie, il tempo troppo stretto - e probabilmente la credibilità dello stesso Wto ormai troppo compromessa - per arrivare a un esito. Resta da capire il perché di un fallimento così esplicito: fino a qualche ora prima sembrava che un accordo almeno di facciata fosse possibile, nella "sala verde" dov'era riunito il gruppo più ristretto di negoziatori. Ma già: in quella sala c'era non più di una trentina di paesi, quelli che "contano". Gli altri - tutti i paesi in via di sviluppo - avrebbero dovuto accettare un risultato su cui non avevano avuto voce. E hanno rifiutato: dall'Egitto al Pakistan a molte nazioni africane, oltre a un agguerrito gruppo di paesi del Caribe, hanno minacciato di ritirarsi senza firmare. La "rivolta del terzo mondo" è uno degli elementi più notevoli della conferenza di Seattle, certo uno dei motivi del suo collasso. Il rimpallo delle responsabilità ora è cominciato: sono i paesi in via di sviluppo che hanno "affondato" il Wto (come titola il Seattle Post-intelligencer interpretando l'opinione dei negoziatori Usa) o gli europei che non hanno voluto mollare sui loro sussidi agricoli? O sono gli Stati uniti che hanno fatto prevalere la loro politica interna sull'interesse del vertice (come accusa il londinese Financial Times)? Quanto hanno influito la protesta nelle strade, le pressioni dei sindacati americani, la strana alleanza tra difensori delle tartarughe e Teamster, ambientalisti e metalmeccanici, attivisti delle minoranze etniche e associazioni di consumatori, chiese, studenti - tutta la variegata società civile riunita a Seattle per contestare il Wto? Certo i manifestanti di Seattle hanno brindato al successo, quando il vertice si è concluso nel nulla. "Victory", titola l'ultima edizione del World Trade Observer, quotidiano pubblicato la scorsa settimana a Seattle da Public Citizen insieme agli Amici della Terra e altre organizzazioni ambientaliste (rimane su Internet, www.worldtradeobserver.org).

La signora Barshefsky nega che le contestazioni di piazza abbiano avuto alcun ruolo nel fallimento: "I motivi sono tutti interni e stanno nella scarsa volontà politica delle nazioni di superare le proprie differenze", ha commentato a denti stretti. Ma le organizzazioni che hanno animato la settimana di contestazione a Seattle sono d'altro avviso. "Il motivo del fallimento del Wto sta proprio nelle ragioni delle nostre critiche: e cioè nella mancanza di democrazia", ci dice Njoki Njehu, una kenyota che dirige la rete "50 anni bastano" negli Stati uniti (e fa campagna per la riforma della Banca mondiale). "I paesi in via di sviluppo sono stati tagliati fuori dalle trattative: mai era stata così evidente la mancanza di trasparenza dei meccanismi di governo dell'economia mondiale. Le manifestazioni hanno contato, eccome: i delegati dei paesi in via di sviluppo certo si sono fatti forza della protesta delle strade, e dall'attenzione pubblica improvvisamente concentrata su di loro. E hanno denunciato l'esclusione". Lory Wallach parla di una "sconfitta storica" per il Wto: "Hanno preteso che la globalizzazione dei mercati fosse una forza inarrestabile: invece si è scontrata con quell'ostacolo inamovibile che è la democrazia di base", ci dice la direttore di Public Citizen, l'associazione fondata da Ralph Nader, e coautrice del libro Whose Trade Organization? ("Commercio mondiale per chi?"): "Il Wto è un'istituzione marcia che funziona in modo non trasparente. Abbiamo fermato il lancio del nuovo round di negoziati: ora bisogna riformare le regole del Wto. Ma l'abbiamo fermato, era la cosa più importante". Per l'amministrazione di Bill Clinton il fallimento del vertice del Wto è una sconfitta, la seconda su temi di politica estera in pochi mesi (in ottobre il Congresso aveva rifiutato di ratificare il Trattato globale di messa al bando dei test nucleari, Ctbt). Qui Clinton voleva che il vertice del Wto istituisse un "gruppo di lavoro" sulla questione sociale, il lavoro minorile, la tutela dei diritti essenziali dei lavoratori. Il paese che non ha firmato le maggiori convenzioni dell'Organizzazione mondiale del lavoro in proposito non poteva però uscire da Seattle senza aver messo il tema del lavoro all'ordine del giorno: questo è quanto chiedeva la federazione sindacale americana, Afl-Cio. Per questo le Unions dei meccanici, siderurgici, camionisti, avevano mobilitato migliaia di persone per la Grande Marcia del 30 novembre. Ora i sindacati americani sono soddisfatti. Dicono che il loro messaggio è passato, che le trattative sul commercio devono trattare di diritti dei lavoratori o saltare. "Per la prima volta i diritti del lavoro, i diritti umani e l'ambiente sono stati posti a così alto livello", commenta Naomi Walker, portavoce del presidente dell'Afl-Cio Paul Sweeny. Clinton li vezzeggia per motivi del tutto strumentali? Sarà, "ma il fatto che debba farsi portavoce della tutela dei diritti essenziali dei lavoratori dimostra quanto abbiamo saputo imporre il dibattito", dice la portavoce sindacale.

E ora? Di tecnologie biogenetiche tratterà il prossimo vertice della Convenzione sulla biodiversità, che in gennaio riprenderà il difficile lavoro per un "protocollo sulla biosicurezza". Di agricoltura, servizi e diverse altre questioni tornerà a negoziare il Wto a Ginevra, secondo calendari già previsti. Ma ora è chiaro che l'Organizzazione mondiale del commercio non potrà riprendere a funzionare come prima, nella riservatezza di un organismo "tecnico" - che invece ha poteri politici. Dopo la memorabile "battaglia di Seattle", "ogni persona pensante avrà un'opinione sul Wto, questa corte suprema del mondo delle corporation, che non abbiamo mai votato ma si è auto investita del potere di disfare le conquiste delle popolazioni democratiche circa la salute, il lavoro, l'ambiente, la sicurezza alimentare", commenta Nader. A questo è riuscita la strana coalizione tra difensori delle tartarughe e metalmeccanici americani.

 

LA PROTESTA DI SEATTLE, CREATURA BUONA DELLA GLOBALIZZAZIONE

Isidoro D. Mortellaro

il manifesto, 7 dicembre 1999

Già nel 1948 un'America trionfante, nel pieno della sua vigoria, incassò una secca sconfitta sui nodi del commercio internazionale e della sua liberalizzazione. La guerra fredda aveva già iniziato a far breccia nell'alleanza antifascista, vittoriosa sul nazismo, e a minare la conquista dell'Onu. Per converso, Bretton Woods e Piano Marshall facevano degli Usa l'egemone e il perno del "mondo libero", teso a contenere la minaccia sovietica e a contrarla, di lì a poco, con l'Alleanza Atlantica. A chiudere il cerchio, per dare un assetto permanente al sistema di libero scambio multilaterale, si provò a chiamare l'Organizzazione Internazionale per il Commercio, ovvero l'Ito, International Trade Organization, progettata dalla Carta dell'Avana firmata nel marzo del 1948 da 53 paesi. Ma il Congresso americano si rifiutò di ratificarla. Prevalsero le divisioni: già allora negli stessi Usa tra unipolarismo e apertura; ma anche tra americani ed europei, che, indeboliti dalla guerra, resistevano all'abbandono d'ogni assetto protezionistico. La storia ora si ripete con la Wto figliata dal Gatt. Ancora una volta con l'America all'apice d'un trionfo che colora a stelle e strisce il passaggio di secolo. E con un'Europa chiusa in difesa, debole e incolore, ancora sostanzialmente divisa, nonostante la novità rappresentata dall'Unione europea: un fattore più di complicazione e confusione, come è stato rivelato dalle posizioni aperturiste sul capitolo dei prodotti transgenici del commissario europeo, il francese Pascal Lamy.

A mutare irreversibilmente il quadro è stata invece la presenza dispiegata di una nuova soggettività, di una società civile transnazionale emersa ormai come attore globale. I grandi summit mondiali l'hanno tenuta a battesimo, mentre con le sue parole d'ordine segnava - sulle questioni dell'ambiente, demografiche, di genere, urbane - la formazione di un nuovo senso comune planetario: quel "comune destino" del genere umano, prodotto e cementato dagli stessi processi di globalizzazione, ma che può e deve volgersi a loro governo, a cardine di un'egemonia altra da quella affermata dalla businnes community. Poco più di un anno fa, la sua opera è stata decisiva per disvelare e far abortire le trattative semisegrete, condotte in sede Ocse, su quel Mai o Ami, l'accordo multilaterale sugli investimenti, che avrebbe potuto suggellare un radicale e definitivo ribaltamento di rapporti tra Stato e impresa, società e mercato, pubblico e privato. Col tempo, si sono venute sempre più precisando al suo interno fisionomie precise e distinte, in uno con la pratica di un dialogo transnazionale capace di mutare il senso di flussi significativi della comunicazione globale. Certo, non si è ancora alla nascita di veri e propri soggetti politici transnazionali. Ma la nuova vittoria ora strappata a Seattle è uno stimolo straordinario in questa direzione.

Agenda ribaltata

In quel grande magma ribollente, tre questioni hanno suonato decise: democrazia, lavoro, ambiente. Su di esse è stata ribaltata l'agenda del summit. Perché all'oscuro e lontano dai popoli? Perché alle e sulle spalle del lavoro? Perché a danno dell'ambiente? Su questi nodi i plenipotenziari del commercio internazionale non sono riusciti a colmare il deficit di legittimità di un'agenda di lavoro sovraccarica e mal assortita, ma univocamente volta a spogliare gli Stati d'ogni residua sovranità. Attorno a questi temi soprattutto, per la prima volta, si è registrata una convergenza tra il mondo del lavoro statunitense e gran parte del mondo convenuto a Seattle. Ed è a questa inedita alleanza che Clinton non ha potuto non rispondere. Nell'unico modo possibile: quello che già nel 1992 aveva segnato il suo successo sul Bush della rivoluzione reaganiana e che a tratti nella sua lunga presidenza, storpiato da ciniche giravolte e virate al centro, è ricomparso come miraggio di una "globalizzazione dal volto umano". Con un impegno netto, cioè, sulle questioni del lavoro e dell'ambiente, in modo da provare a conservare al campo democratico il consenso e il favore del sindacato e dall'ambientalismo americani. Senza di essi la candidatura di Al Gore sarebbe votata al fallimento. Ma è stata una scelta che ha terremotato il castello di carte e veti incrociati costruito nel chiuso dei comitati Wto. Il grosso dei paesi del Sud si sono trovati privati anche dell'ultimo miserabile vantaggio competitivo loro lasciato dalle regole del commercio internazionale: lo sfruttamento intensivo di ambiente e lavoro. Il tavolo non poteva che saltare. Il tempo dirà se e come la sconfitta di Clinton influirà sulla campagna elettorale americana e sul suo esito. Più in là vedremo se e come al passaggio di secolo corrisponde un mutamento di fase. A noi da quest'altra parte del mondo e del fronte il compito di non lasciar cadere questa vittoria, praticando parole d'ordine e forme politiche, reti e movimenti, cui, intanto, ancora una volta è mancato l'appoggio dell'Europa e della sinistra continentale. Attardate nello struscio e nel lustro delle passerelle fiorentine, hanno disertato le strade e l'impegno di Seattle. Speriamo ne colgano l'eco.

 

MERCATO GLOBALE ORA SI DEVE RIPARTIRE DAL BASSO

Vittorio E. Parsi

l'Avvenire, 7 dicembre 1999

Dal Millennium round al "fiasco del millennio", ovvero da Seattle a Pechino e ritorno, passando per Bandung. In questo metaforico tour del pianeta sono raccolte tutte le informazioni necessarie a fornire un'esauriente chiave di lettura di quel che è successo all'ultimo vertice del Wto. Si era arrivati all'avvio dell'incontro di Seattle sull'onda dell'entusiasmo per la decisione americana di appoggiare la candidatura cinese al Wto. L'ultima grande nazione governata da un partito comunista era in procinto di aderire all'istituzione che più d'ogni altra rappresenta il turbocapitalismo dell'era della globalizzazione. Clinton si apprestava a raccogliere il trionfo che compete all'imperatore vittorioso in pace come e più che in guerra, e poi all'improvviso qualcosa è successo. Due fatti, essenzialmente.

Il primo, il più spettacolare, quello che ha catalizzato l'attenzione di media e osservatori: la società civile del Paese più ricco del pianeta, della nazione che ha visto coincidere l'accelerazione della globalizzazione con il protrarsi del più lungo periodo di ininterrotta e possente crescita economica degli ultimi decenni, ha alzato la voce per porre le sue condizioni al potere politico rappresentato dal suo Presidente. Seattle, capitale della Microsoft di Bill Gates - che così massicciamente ha contribuito a consentire lo sviluppo della worldwideweb (www) e che però, con la gestione monopolistica del software necessario per navigarci, ha tentato oggettivamente di dominarla - sembrava davvero il posto più adatto per fare una cosa del genere. Lassù, consumatori, opinione pubblica, surfisti del web e quant'altro hanno ricordato innanzitutto a Clinton e a Charlene Barshefsky (il caponegoziatore Usa) che in una democrazia ogni individuo è anche un cittadino e un contribuente, il quale non può essere spogliato del suo diritto a valutare le conseguenze dell'operato dei governi.

Ben vengano, dunque, la crescita economica e del commercio internazionale, ma la positività di questi indicatori economici non può essere spacciata per una risposta in sé dotata di valore politico. Accanto alle cancellerie dei paesi alleati o clienti, d'ora in poi nessuna Amministrazione americana potrà ignorare che, in un mondo sempre più transnazionale, dove è difficile capire che cosa è politica interna e che cosa politica internazionale, l'opinione pubblica e la società civile vedono crescere il loro potere di interdizione e di interpellanza.

Il secondo fatto è la "rivolta" dei Paesi poveri, o di quelli semplicemente "meno avvantaggiati", che hanno puntato i piedi, rifiutando di farsi strumentalmente utilizzare dai ricchi (Stati Uniti e Unione Europea) come massa di manovra per le loro guerre commerciali. Un mondo nuovamente "Terzo", come quello che sorprendentemente nacque a Bandung, oltre quarant'anni fa, nel bel mezzo della Guerra fredda. Allora, il sogno dei "Paesi non allineati" fece una ben misera fine, progressivamente infiltrato dagli interessi dell'Unione Sovietica. Oggi, che parte con un ben minore clamore di trombe, forse l'esperimento potrà avere maggior successo, e trovare per strada delle piattaforme comuni e dei leader all'altezza di un compito immane. L'obiettivo che li attende non è quello, dal sapore luddista, di bloccare la globalizzazione o affossare il capitalismo mondiale. Ma piuttosto quello di far sì che un fenomeno di tanto maestosa portata e in grado di rimettere in moto il motore dello sviluppo mondiale veda come protagonisti anche i loro Paesi e i loro popoli.

Sicuramente l'America delle grandi corporations e del potere di Washington è quella che paga il maggior prezzo del fiasco di Seattle. Ma con essa viene sconfitta quella globalizzazione dall'alto che pare incapace di curarsi degli effetti devastanti che riesce a causare. A vincere, invece, è quella "globalizzazione dal basso", che è cosa ben diversa da tutte le forme naif di risposta localistica, fondamentalista o veteromarxista che ora cerca di far suo un successo che proprio non le appartiene.

 

L’EUROPA ATTACCA: RIFARE LE REGOLE WTO

Enrico Brivio

il Sole 24 Ore, 7 dicembre 1999

Bruxelles - Risveglio amaro dell’Europa dalle notti insonni e infruttuose di Seattle. A Bruxelles nessuno vuole drammatizzare il mancato varo del Millenium Round dei negoziati commerciali, ma l’occasione persa fa riflettere. "Siamo arrivati a Seattle con un atteggiamento aperto e un’agenda aperta, ne ritorniamo con gli occhi aperti" commenta con una punta di acidità, Pascal Lamy, commissario Ue al Commercio e caponegoziatore europeo. Due sono gli interrogativi che scaturiscono, secondo Lamy, dalla falsa partenza delle trattative ad ampio raggio, fortemente voluta dai 15. Perplessità che riguardano l’adeguatezza delle strutture della Wto e l’opportunità della scelta dei tempi del lancio del negoziato (in concomitanza con la cruciale fase di carburazione della campagna presidenziale americana).

Da Bruxelles si sostiene che la Wto è diventata un transatlantico con 135 Paesi (e con nuovi ingombranti passeggeri come la Cina in arrivo) che rischia di rimanere paralizzato in mezzo all’oceano in movimento dell’economia globale. Come nel processo di allargamento dell’Unione europea, in un’arena sempre più ampia si ravvisa la necessità di procedure decisionali più snelle (con ricorso in alcuni casi a soluzioni da prendere a maggioranza) per far funzionare meglio la macchina; d’altro canto, emerge anche la necessità di un maggiore raccordo con la società civile per far sì che resti un episodio isolato il fiume di manifestanti, che ha coalizzato a Seattle ambientalisti, cultori delle civiltà locali, terzomondisti e sindacalisti. Proprio quelle proteste avrebbero del resto ulteriormente dimostrato che la richiesta europea di non soffermarsi a tematiche meramente commerciali è sentita nella società. Ma al tempo stesso rende più difficile l’accordo complessivo. Primo obiettivo per Lamy è "riformare e rivedere i modi di funzionamento della Wto". Il commissario europeo ha preannunciato una posizione "costruttiva e propositiva" dei 15 e un incontro con il segretario generale della Wto, Mike Moore, per far sì che l’organizzazione possa "lavorare correttamente". "Quando ci sono questioni molto complesse con molti attori — ha fatto presente Lamy — non ci si può limitare a riunirsi una settimane per regolare i dossier". Messa in luce anche l’inutilità di estenuanti riunioni tra gli ambasciatori su questioni tecniche, quando su quel tema manca l’accordo preventivo politico tra ministri. Inoltre, Lamy ha ricordato come già in alcune questioni riguardanti l’ammissione di nuovi membri esista alla Wto la regola di maggioranza dei due terzi, che potrebbe essere estesa. Riguardo al legame con la società e alla necessità di maggiore trasparenza, è stata messa in luce la necessità di relazioni più intense con le 730 organizzazioni non governative presenti a Seattle. Si "dovrebbe riflettere", secondo Lamy sulla proposta del Parlamento europeo di istituire un organismo di tipo parlamentare (magari di tipo consultivo) anche in seno alla Wto.

Quanto alle singole responsabilità dello scacco di Seattle prevedibile il dito puntato sugli Stati Uniti. Poco propizio per Washington il momento di campagna presidenziale per fare concessioni, mentre alcune idee partite da Bill Clinton — come la richiesta di sanzioni per i Paesi che non applicano standard minimi di lavoro — ha addirittura complicato le cose, gettando benzina sul fuoco dello scontento dei Paesi in via di sviluppo. "Gli americani — ha sostenuto Lamy — sono arrivati a questo negoziato con l’idea che non avrebbero fatto concessioni, si sono trincerati su un certo numero di argomenti e sono rimasti fermi lì. Invece, per arrivare a un risultato tutti dobbiamo fare concessioni". Opinione legittima, anche se da spogliare dell’inevitabile parzialità, tipica della retorica negoziale. Lamy ha anche cercato di contrastare la visione che attribuisce il naufragio di Seattle all’ansia europea di allargare troppo l’agenda, inserendo temi come ambiente, sicurezza alimentare, concorrenza e standard sociali. "Il negoziato si è arenato sui temi classici dell’agricoltura e dell’antidumping" ha sostenuto. Un’affermazione corretta dal commissario all’Agricoltura Franz Fischler: "Più che in altri settori i progressi si stavano raggiungendo proprio nell’agricoltura". Ora, diventa indispensabile riprendere i fili del negoziato, stringendo anche nuove alleanze con i Paesi in via di sviluppo. Perché se alla Wto ci si limitasse a discutere l’anno prossimo di agricoltura e servizi, "non si tratterebbe di un vero round" — ha avvertito Fischler — e la posizione europea sarebbe meno flessibile. Oltre che meno interessata al traguardo.

 

LA CONTESTAZIONE RILANCIA: BLOCCARE L’INGRESSO DELLA CINA

Mario Platero

il Sole 24 Ore, 7 dicembre 1999

New York - Adesso toccherà alla Cina. Mike Dolan, il grande coordinatore della protesta di Seattle pensa già alla seconda missione della sua crociata contro la Wto. Poco importa che il negoziato per il futuro del nuovo millennio sia fallito per resistenze del secolo scorso, quelle degli agricoltori (soprattutto francesi), dei sindacati (soprattutto americani, ma non solo) e dei Paesi in via di sviluppo, ancora schiavi della paura di colonizzazione, questa volta in chiave tecnologica. Per Dolan ha vinto la rivoluzione per strada ed egli si gode, giustamente, l’effimera sensazione di aver salvato il mondo.

L’obiettivo della protesta adesso è bloccare in Congresso l’accordo siglato dall’amministrazione Clinton e dalla leadership di Pechino per ammettere la Cina nella Wto. E il Wall Street Journal di ieri avanza l’ipotesi che una delle possibili ragioni del fallimento di Seattle sia proprio da ricercarsi in un’agenda nascosta di sindacati, gruppi di protesta e politici americani votati al populismo e al protezionismo, decisi a fare dell’ingresso della Cina nella Wto una durissima battaglia politica.

La tesi di fondo è che la Cina presenta gli stessi problemi dei Paesi in via di sviluppo in materia di competitività, che i sindacati giudicano sleale (salari da schiavitù, condizioni ambientali disastrose, prevenzioni ecologiche inesistenti). La differenza è che, una volta dentro la Wto, la Cina, con il suo miliardo di abitanti, non sarà un ostacolo facile da superare. Per questo il fallimento di Seattle crea i presupposti per nuovi passi indietro. Mentre questo dibattito si consumava nelle stanze degli addetti ai lavori, inclusi quelli della protesta, i ministri ostentavano un'inquietante sicurezza. "Abbiamo difficoltà, ma ce la faremo" diceva Charlene Barshefsky, il capo negoziatore commerciale americano. "Il fallimento non è un’opzione" diceva Pascal Lamy, nella mattinata di venerdì, elencando i passi in avanti e una chiave di lettura per il possibile compromesso sull’agricoltura, l’agenda allargata, le biotecnologie e la Commissione per il lavoro. Colpiva, sentendo parlare Lamy, la pochezza di risultati. Alla fine, compromesso dopo compromesso, pur di arrivare a una conclusione positiva, tutti avevano ceduto su tutto. Eppure, e questo dimostra la straordinaria debolezza del processo Wto, il negoziato che non doveva fallire è fallito. Fallito prima ancora di essere lanciato: un nuovo primato nella storia dei negoziati commerciali, sempre turbolenti dopo e non prima dell’avvio. Sul piano politico il perdente è identificato in Bill Clinton. Ma si tratta di una visione parziale. Il vero, grande perdente è l’Europa.

Dopo il successo per la ratifica del Nafta nel 1993 e l’approvazione del trattato globale per il commercio del ’94, al quale siamo ancora fermi dopo Seattle, Bill Clinton ha già accumulato una serie di sconfitte in Congresso. Prima con il mancato rinnovo del Fast Track (1997), poi, nel ’98, con la bocciatura dell’accordo multilaterale per gli investimenti e della legge per il commercio con l’Africa. Seattle doveva essere il canto del cigno per la sua dottrina commerciale. Ma ci si è accorti che è ormai un presidente debole, stretto tra l’affannosa ambizione di riabilitare il suo nome dopo gli scandali e le rivendicazioni del partito democratico, che vuole la successione di Al Gore.

Per questo Seattle poteva essere per l’Europa un’occasione d’oro. La debolezza americana era lampante sia nella disorganizzazione che nella disponibilità al compromesso. È difficile ora che Clinton, alla fine del suo mandato e con la battaglia presidenziale avviata, riesca a risollevare il negoziato che avrebbe dovuto portare il suo nome. E se la Casa Bianca sarà vinta da George Bush Jr. ci sarà un interlocutore più difficile.

Ma forse sarà meglio così. L’Europa continuava a impuntarsi su rivendicazioni che alle soglie del 2000 restano inconcepibili, per difendere un apparato di rigidità strutturali care alle vecchie nomenklature burocratiche di Francia, Germania e Italia, terrorizzate dalle intrusioni competitive del mondo esterno. Alla fine, per proteggere gli interessi di categoria, siano quelli degli agricoltori o dei metalmeccanici, Bruxelles e i Paesi membri non esitano a penalizzare i consumatori e la stessa economia. Se fossero passati gli accordi i Seattle, così come erano impostati, avrebbero sottoscritto questo principio.

 

E IL SINDACATO AMERICANO NON SEGUE PIÙ CLINTON

Marco Valsania

il Sole 24 Ore, 7 dicembre 1999

New York - Bill Clinton aveva contato di mettersi in tasca facilmente il consenso del sindacato americano per ingaggiare una nuova partita di liberalizzazione commerciale con il resto del mondo. Così, nei giorni di Seattle, ha rilasciato un’intervista al quotidiano locale "Post-Intelligence" che ha strizzato l’occhio alle richieste delle Union americane: gli Stati Uniti si batteranno per creare migliori standard sul mercato del lavoro nei Paesi in via di sviluppo. Non solo, per farli rispettare, ha aggiunto, non sono escluse sanzioni. La scommessa del presidente, però, si è trasformata rapidamente in un boomerang: le sue dichiarazioni hanno fatto infuriare i leader di molti Paesi meno sviluppati. E non hanno disinnescato la mobilitazione della confederazione Afl-Cio, che ha anzi rivendicato l’efficacia di una campagna volta soprattutto a proteggere l’occupazione sindacalizzata negli Stati Uniti e a rilanciare la sua influenza politica: a Seattle il sindacato ha rappresentato la spina dorsale delle manifestazioni, anche se le telecamere si sono più spesso concentrate sui disordini che per protagonisti hanno avuto alcune frange della protesta. Dalle Union della siderurgia ai dipendenti del tessile, cioè di settori spesso minacciati dalla concorrenza di prodotti internazionali a basso costo, la Afl-Cio ha mobilitato decine di migliaia di lavoratori. E ha organizzato ripetuti cortei, culminati in un pacifico "serpentone" con oltre 30mila persone. Reagendo al crollo delle trattative, il segretario generale John Sweeney ha affermato che "niente accordo è meglio di un cattivo accordo". E ha posto al centro delle rivendicazioni "i diritti dei lavoratori, dell’ambiente e i diritti umani". Sweeney ha invece negato strategie protezionistiche: "Siamo per il libero commercio e riconosciamo la globalizzazione. È però tempo che la Wto esamini le condizioni lavorative nel mondo". Per il sindacato americano la battaglia di Seattle ha anche profonde radici domestiche: dopo anni sulla difensiva e con solo il 15% dei dipendenti pubblici e privati iscritti, cerca di riaffermare il peso delle Union all’inizio della campagna elettorale del Duemila.

 

DIMENTICARE SEATTLE? MEGLIO IMPARARE

Domenico Siniscalco

il Sole 24 Ore, 7 dicembre 1999

Partendo da tutto questo, occorre ripensare da capo alla struttura del round negoziale. Da un lato, occorre disegnare un’agenda molto più semplice, rinunciando alle ambizioni eccessive e concentrando le attenzioni sui temi oggetto di consenso, come le tariffe, la liberalizzazione di pochi servizi e la liberalizzazione delle transazioni su Internet. In questo modo si crea un negoziato magari minimale, ma con un dividendo positivo per tutti o quasi.

In secondo luogo occorre che le questioni più spinose, come l’agricoltura europea o la sicurezza alimentare vengano risolte preventivamente tra Europa e Usa, senza scatenare l’entropia tipica di un grande consesso. Infine, occorre che Usa e Europa decidano preliminarmente se vogliono rinunciare a qualche privilegio e protezione, perché la cooperazione non può che partire dai più ricchi. A questo punto ci si può chiedere se il gioco vale la candela. Se non stiamo mettendo a rischio rassicuranti protezioni in cambio di benefici futuri e incerti, magari di lungo e lunghissimo periodo. La questione andrebbe affrontata con più calma, ma è indubbio che il dibattito post-Seattle ha generato qualche confusione. I benefici della globalizzazione e della maggiore libertà nei commerci non saranno realizzati nel lungo periodo, come molti sembrano temere. Sono benefici di oggi e addirittura di ieri. Se l’economia mondiale torna a crescere più del 3,5% l’anno, se i Paesi meno sviluppati crescono al 5%, se il reddito pro-capite aumenta e la speranza di vita si allunga, tutto questo è già merito della globalizzazione e del libero commercio che permettono di sfruttare i vantaggi comparati dei Paesi e che fanno circolare i capitali e le tecnologie. Mentre la riduzione delle aree di povertà (in tutti i Paesi e in tutte le aree) richiede comunque più ricchezza e più commercio, non meno libertà economica.

Certamente, la liberalizzazione e la globalizzazione vanno governate per evitare eccessi, disastri ambientali, violazione sistematica dei diritti umani. Ma non è con gli eccessi di ambizione e con posizioni unilaterali che si può costruire consenso. Secondo i "sacri testi" dell’economia, un accordo tra Paesi deve essere profittevole per tutti, non generare incentivi alla defezione, e deve tenere conto degli elettori interni di ogni Paese. A Seattle si è dimenticato tutto questo. E la mancanza di accordo è stata un danno per tutti.