LA BATTAGLIA DI SEATTLE

RASSEGNA STAMPA

Realizzata da Milvia Dotti del Comitato Permanente contro la Guerra

 

MERCOLEDÌ 8 DICEMBRE 1999

 

PANDORO CLINTON HA FATTO FIASCO

Giovanni Sartori

il Corriere della Sera, 8 dicembre 1999

A Seattle, un angolino sperduto e periferico del Nord-Ovest degli Stati Uniti (nello Stato di Washington), la World Trade Organization, e per essa il programma di globalizzazione dei commerci, si è imbattuta in un nuovo inaspettato nemico. Perché a Seattle abbiamo visto in azione per la prima volta il popolo di Internet. Finora il popolo dei fax ci inondava di messaggi, forse fastidiosi ma comunque innocui. Oggi già esiste un popolo di Internet che viaggia e che contesta, anche duramente, per le strade. A Seattle erano cinquantamila; chissà quanti sarebbero stati a Washington D.C., e cioè nella capitale degli Stati Uniti. I prossimi vertici sono avvertiti: non saranno più passerelle pubblicitarie per mettersi in bella mostra; rischiano invece di diventare sconfitte pubblicitarie, se non sconfitte vere. Il popolo dei fax non si vede; il popolo "guerrigliero" di Internet va in televisione. Fa una bella differenza. Contestazioni di strada e di slogan a parte, Alberto Ronchey ha ragione quando scrive su queste colonne (Corriere del 3 dicembre) che non dobbiamo avere paura della globalità. Ma si deve avere paura, soggiungo, di due opposti oltranzismi: quello di chi proprio non la vuole in niente, e il contrario oltranzismo di chi vuole la globalizzazione in tutto e a qualsiasi costo. È vero che in qualche misura alcune globalizzazioni sono inevitabili. Tale è, per esempio, la già avvenuta globalizzazione dei mercati finanziari. Ed è vero che in un mondo di dissennata esplosione demografica (dissennata per me, s'intende, non per il Papa) la sopravvivenza di almeno due miliardi di moribondi di fame sarebbe impossibile senza la vorticosa accelerazione economica e tecnologica consentita dalla globalizzazione. In un secolo, ci ricorda Ronchey, siamo passati da 1,6 a 6 miliardi di viventi. Per mantenerli in vita, sia pure con due dollari al giorno a testa, occorre un mondo economico con sempre meno barriere. Ma non è vero che il rimedio di un male debba essere in altri mali. E quindi dobbiamo distinguere tra globalizzazioni utili e nocive, fattibili o no, e per ciò stesso tra globalizzazioni globali e globalizzazioni parziali (per così dire). Dico al plurale - e cioè dico globalizzazioni - perché non si deve fare di ogni erba un fascio. La globalizzazione dei flussi finanziari è cosa fatta, e resta soltanto da disciplinare nei suoi risvolti speculativi. Nemmeno vedo problemi nella globalizzazione dei servizi, anche perché i servizi vengono largamente e inevitabilmente consumati in loco, dove vengono "serviti". La globalizzazione che è stata contestata a Seattle è invece quella del commercio, del libero scambio senza protezioni o altri impedimenti. L'idea generale è che i vari fattori della produzione debbano circolare liberamente e localizzarsi dove il loro rendimento è ottimale. Il principio è, come tale, ineccepibile. Ma, quando precisato, una sua attuazione indiscriminata scoperchia un vaso di Pandora (il vaso che conteneva tutti i mali del mondo e che Pandora, la prima donna mortale, aprì per sventata e femminile curiosità). Nella Wto le donne (le Pandore) sono poche; ma in compenso i Pandori (uomini) sono parecchi. È tempo che rifacciano i conti senza ipocrisie e che smettano di fare i furbi. Intanto, il commercio è il commercio. Se lo sovraccarichiamo, come proposto dal Pandoro Clinton, dei diritti dei bambini (il divieto di sfruttamento del lavoro minorile) e dei diritti dei lavoratori, allora la partita scappa di mano. I diritti in questione sono certamente da rivendicare; ma a parte. Perché se li immettiamo nel commercio, allora il libero scambio mondiale nasce morto. Analogamente deve essere chiaro che il principio del laissez faire, laissez passer (era la formula dei suoi primi fautori, i liberisti primo-ottocenteschi della scuola di Manchester) fa crescere la ricchezza ma non provvede a distribuirla e tantomeno a ridistribuirla. Anche qui non nego che il problema sia importantissimo; ma non rientra nel tema. La strada che porta al libero scambio è di per sé cosparsa di mine. Non occorre aggiungerne altre. Passiamo a precisare, e cioè veniamo ai singoli settori di globalizzazione. Libero passare di che cosa? Sui settori della finanza e dei servizi ho già detto. Restano i settori dell'agricoltura e dei prodotti industriali. Oggi come oggi lo scontro più duro è sui prodotti agricoli. È noto che l'Europa sussidia con 44 miliardi di dollari i suoi agricoltori e che li protegge dalla concorrenza esterna. Male? Un momento. Il contadino italiano protegge anche il territorio. Le campagne abbandonate non solo stringono il cuore, ma tornano alle vipere e il loro sistema idro-geologico si dissesta. Tenerle belle e in ordine costerebbe più dei sussidi. E se è vero che i farmer europei sono ormai relativamente pochi - circa 12 milioni - quei relativamente pochi sono pur sempre troppi per renderli "disoccupati". Perché non si vede a quali impieghi siano trasferibili, visto che la tecnologia sta anche "disoccupando" gli addetti alla produzione industriale. E qui arriviamo al vero nodo del problema. A Pandoro Clinton la liberalizzazione agricola sta bene perché di fatto avvantaggia il farmer americano (a sua volta avvantaggiato da un suolo piatto che lui si può anche permettere, ahimè, di desertificare). Ma lo vorrei vedere, Clinton o chi in futuro per lui, al momento nel quale i manufatti del mondo a basso costo di lavoro invadessero il mercato americano e ne distruggessero l'intero sistema industriale tradizionale. Perché l'esito del "lasciar entrare" illimitato sarebbe questo. A parità di macchina, un lavoratore del mondo povero che costa cinque- dieci volte meno del lavoratore del mondo ricco produce beni a costo imbattibile, e quindi beni che fanno perdere all'operaio meglio pagato il suo posto di lavoro. Non dobbiamo aver paura della globalizzazione intelligente di chi capisce i problemi. Ma dobbiamo avere paura delle globalizzazioni "interessate" che servono gli interessi di chi le chiede, e anche delle globalizzazioni insensate sbandierate da Pandoristi stupidi. Il fiasco di Seattle è stato più che meritato.

 

I NIPOTI DI MARX CONTRO IL XXI SECOLO

Edgar Morin

la Stampa, 8 dicembre 1999

Finalmente un dibattito, finalmente un inizio. Una polemica ottusa aveva opposto fino a novembre i nazionalisti ortodossi ai mondialisti tecno-economico-liberisti. Il nuovo dibattito va al di là di questa rigida opposizione. Quel che è emerso a Seattle, è la presa di coscienza che il controllo della globalizzazione può avvenire appunto solo a livello mondiale. Essa comporta quindi un altro tipo di globalizzazione, diversa da quella del mercato. Comprende il nazionalismo, però lo supera. C'è stato un embrione di cittadinanza del mondo nella presa di coscienza dei pericoli corsi dalla biosfera, nelle istanze di movimenti come Médicins sans frontières, Amnesty International, Greenpeace, Survival International e altre innumerevoli organizzazioni non governative. C'è stata anche la controffensiva, già globalizzante, sulla tassa Tobin, condotta dai gruppi Attac. Ci sono state anche le resistenze locali e sporadiche agli OGM (organismi modificati geneticamente), alla sovraindustrializzazione dell'agricoltura, al dilagare della corruzione. Ci sono state anche molteplici resistenze all'omogeneizzazione mentale e culturale, ma solo a livello locale o nazionale.

C'è stata anche la sempre maggiore coscienza del fatto che il mercato globale ha bisogno di controlli e di regole, e che la sua espansione corrisponde a un nuovo dilagare del capitalismo nel mondo. C'è stato anche qua e là, ancora vivo in uno sparuto gruppo di intellettuali, uno spirito universalista e umanista, che ha cominciato a radicarsi e a concretizzarsi in una nuova coscienza più propriamente planetaria o terrestre.

Tutte queste cose, fino ad allora disperse, si sono improvvisamente trovate riunite. L'incontro del contadino francese baffuto, giustamente riconosciuto come la reincarnazione di Astérix, con la conferenza mondiale di Seattle, è stato l'elemento catalizzante. È avvenuto in modo quasi spontaneo, tramite le associazioni, le organizzazioni non governative, le esperienze locali: una sorta di internazionale civile estranea ai partiti politici. Certo, il movimento è stato subito contaminato da trotzkisti, libertari, comunisti e, come al solito, i futuri conflitti e le infiltrazioni di questi faziosi rischieranno di deformarlo e di distruggerlo. Tuttavia, da solo, il movimento ha già trovato e declamato una massima che riassume da sola l'oggetto del dibattito: "Il mondo non è una mercanzia". La massima non fa altro che riprendere la profezia di Marx che denunciava la mercificazione progressiva di ogni cosa, compresi gli esseri viventi e gli uomini. Implicitamente, essa denuncia la logica calcolatrice che domina le menti dei tecnocrati e degli econocrati, cieca alle passioni, ai sentimenti, alla felicità e all'infelicità degli uomini. Infine, la massima proclama la riappropriazione del mondo.

Di fatto a Seattle, coscienze prima divise si sono ritrovate e si sono mondializzate. In effetti, la globalizzazione tecno-economica degli anni '90 è stata solo l'ultima fase di un processo che è iniziato nel XVI secolo con la conquista delle Americhe, è proseguito con la colonizzazione del pianeta da parte dell'Occidente europeo e che, dopo la decolonizzazione, ha subito l'egemonia economica e tecnologica degli Stati Uniti.

Un nuovo mondo esce dalle nebbie del dicembre 1999. Da un lato, scorgiamo l'idra rappresentata dalla scienza, dalla tecnologia e dal capitalismo, i cui interessi convergono già perfettamente nell'industria genetica. Questi progressi, animati dalla ricerca del profitto, della massimizzazione, della redditività, obbediscono a una logica calcolatrice e determinista che è quella della fabbricazione e dello sfruttamento delle macchine artificiali, logica che permea tutti i settori della vita umana. Il nemico non è solo il capitalismo, che del resto è necessario all'economia di mercato. Inoltre, l'idra contiene in sé anche degli elementi benefici, in grado di modificare il corso degli eventi. Numerose discipline scientifiche si raggruppano e sviluppano una conoscenza complessa, all'opposto della tendenza semplificatrice e riduttrice del secolo precedente. Settori scientifici sempre più importanti, con in testa l'ecologia, rischiarano il cammino alla seconda globalizzazione, mentre altri settori s'integrano sempre più nell'economia del profitto. Anche le tecnologie, comprese le tecnologie dell'informazione e della comunicazione come Internet, recano in sé delle potenzialità emancipatrici e delle potenzialità assoggettanti. D'altra parte è stata proprio la globalizzazione dell'informazione a rendere possibile la nascita e la mobilitazione della contestazione planetaria di Seattle. Ma è la cieca obbedienza alla logica artificiale e del profitto che rappresenta il grande pericolo per la civiltà e che in generale costituisce una minaccia globale per il genere umano: le armi nucleari, la manipolazione genetica, il degrado ambientale sono tutti figli dei progressi della triade scienza/tecnologia/industria. Possiamo vedere gli effetti a catena di questi progressi.

La prima catena si chiude su se stessa in un circolo vizioso: agricoltura intensiva, OGM, rincorsa forsennata al profitto nell'agricoltura e nell'economia, degrado della qualità degli alimenti, degrado della qualità della vita, omogeneizzazione degli stili di vita, degrado dell'ambiente naturale, dei centri urbani, della biosfera e della sociosfera, differenziazioni biologiche culturali, dal politico all'economico, instabilità dell'occupazione e distruzione delle garanzie sociali, perdita di vista dei problemi globali (i quali per la maggior parte dell'umanità ormai coincidono).

Un'altra catena potrebbe invece formare un circolo virtuoso legando agricoltura biologica e agricoltura razionale, ricerca del meglio e non del "di più", della qualità prima che della quantità, predominanza dell'essere sull'avere, aspirazione a godere della pienezza della vita, volontà di salvaguardare le differenze biologiche e culturali, sforzi per rigenerare la biosfera, civilizzare le città, rivitalizzare le campagne. Tutto questo deve convergere nella formulazione di una politica di civilizzazione che si faccia carico di tutti questi aspetti, nella presa di coscienza dei problemi globali e fondamentali per l'umanità, ovvero per i cittadini di una Terra che deve diventare patria. Di fatto, il radicamento e la diffusione di un patriottismo terrestre costituiranno l'anima della seconda globalizzazione, che forse vorrà e potrà civilizzare finalmente la Terra. La situazione è fondamentalmente complessa. Abbiamo detto che la prima globalizzazione ha delle controcorrenti positive nate dalla stessa esasperazione dei progressi delle correnti negative. La battaglia non è solamente tra la conferenza ufficiale della prima globalizzazione e l'espressione nonché le pressioni della seconda.

Nella conferenza ufficiale vi è battaglia tra Europa e Stati Uniti, Sud e Nord, nazioni ricche e nazioni povere. La seconda globalizzazione deve mantenere un equilibrio complesso tra le sovranità nazionali e la nuova sovranità internazionale della patria Terra. Infestata dai nostalgici del marxismo-leninismo, rischia lo scioglimento. Essa comporta ancora molte semplificazioni, è vero, ma quanta semplificazione devastatrice vi è nel calcolo e nella riduzione di tutto all'economia da parte dell'altro schieramento! I fronti si incrociano e si accavallano l'uno sull'altro. Sono proprio queste complessità che occorre esaminare, affrontare e non eludere, se si vuole tracciare una via. Insomma, non è uno scontro finale. È la lotta iniziale del secolo prossimo venturo che delinea il suo volto: a misura d'uomo, su scala planetaria.

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VIA IL CAPO DELLA POLIZIA

Fuori tutti gli arrestati

Marina Forti

il manifesto, 8 dicembre 1999

Infine sono usciti tutti dalla King County Jail, la prigione cittadina di Seattle. Le persone arrestate durante le manifestazioni contro il Wto, in particolare i quasi 500 presi nel solo giorno di mercoledì, sono usciti dopo un negoziato collettivo che ha coinvolto un gruppo di avvocati difensori e il "city attorney" (il procuratore capo della città). Sono usciti così dopo un semplice riconoscimento della loro identità di fronte al magistrato: fino a sabato in effetti la gran parte degli arrestati rifiutava di declinare le proprie generalità. Altri, che avrebbero potuto uscire pagando cauzioni che il magistrato tra 25 e 1.000 dollari, rifiutavano di pagare: chiedevano le scuse da parte della polizia. Celebrare processi per direttissima per 600 persone di cui la metà tacevano il proprio nome sarebbe stato complicato. E poi, la loro presenza in prigione stava diventando imbarazzante per le autorità. Da giorni ormai le tv mostrano immagini di poliziotti antisommossa che picchiano giovani con copricapi a forma di balena e vecchie signore con cartelli scritti a pennarello. I giornali riportano testimonianze di persone placcate dalla polizia mentre camminano pacifiche. Il comportamento della polizia ha indignato anche i più moderati.

La memorabile "settimana del Wto" così ha fatto la sua prima vittima: il capo della polizia di Seattle, Norman Stamper, ha annunciato le sue dimissioni. Criticato prima per non aver saputo mantenere l'ordine durante la Big March di martedì scorso, poi per aver usato una forza eccessiva, Stamper ha annunciato l'intenzione di ritirarsi il prossimo marzo. Il sindaco Paul Schell, apostrofato come "sindaco Stalin" durante le manifestazioni degli ultimi giorni, ha subito accettato le dimissioni. Ma anche Schell dovrà presto rendere i suoi conti: il sindaco che aveva presentato il vertice del Wto come occasione per mettere in "vetrina" la sua città, e che ha finito per dover chiedere scusa ai concittadini - i commercianti lamentano di aver perso 2 milioni e mezzo di dollari in vetrine rotte, e 12 milioni in mancati incassi. Almeno due inchieste indagheranno sull'accaduto. Una è quella del Consiglio comunale, che ha formato una commissione d'indagine sul comportamento di sindaco e capo della polizia. Un consigliere ha denunciato di essere stato trascinato fuori dalla sua auto dalla polizia, la sera di mercoledì scorso, nonostante si fosse qualificato: accusa la polizia di maltrattamento a sfondo razziale, poiché lui è nero. Poi c'è l'American Civil Liberties Union che ha sollevato il caso presso la corte federale a Washington: accusa le autorità di Seattle di aver violato la libertà di parola e di riunione, con la decisione del sindaco di istituire una "no-protest zone" e arrestare indiscriminatamente i manifestanti. E quando si toccano i diritti costituzionali, l'America si arrabbia.

 

LA BATTAGLIA DI SEATTLE

Un movimento sociale eterogeneo che vuol limitare il potere del "capitale globale" a favore di regole a tutela dell'ambiente e di salvaguardia della nuda vita di uomini e donne

Jeremy Brecher, Tim Costello, Brendan Smith

il manifesto, 8 dicembre 1999

La "Battaglia di Seattle" segna un punto di svolta nella politica della globalizzazione. Essa rappresenta l'emergere di un movimento su scala mondiale che cerca di porre dei limiti al capitale globale. La "Strada da Seattle" fornisce a questo movimento opportunità fortemente accresciute, se esso riuscirà a evitare le buche sulla sua strada. Seattle ha dimostrato che migliaia di persone sono così arrabbiate per la direzione intrapresa dall'economia globale da essere pronte a mettere in gioco i propri corpi per modificarla. Inoltre, ha dimostrato che altre decine di migliaia di persone sono così preoccupate da essere pronte a rompere la propria routine quotidiana per combatterla.

Seattle ha richiamato l'attenzione di milioni di persone sul semplice fatto che esiste un'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), e che la sua esistenza è qualcosa di cui devono occuparsi. Inoltre, ha reso la globalizzazione delle corporations una questione pubblica.

Seattle ha ridefinito le questioni della globalizzazione per il pubblico e i media, fornendo un nuovo paradigma per comprendere che cosa sta davvero succedendo oggi nel mondo. Ha imposto alla consapevolezza generale la nozione che il problema non è più protezionismo contro il libero commercio. I dimostranti hanno riformulato la questione in termini di regole a difesa delle imprese contrapposte a delle regole a difesa delle persone e dell'ambiente.Anche se le proteste di Seattle hanno preso di mira in prima istanza il Wto, esse riguardavano in senso più ampio l'impatto della globalizzazione, senza cadere nella trappola di definire la questione come un semplice problema di "commercio", libero o meno. Ad esempio il movimento "Giubileo Duemila", basato principalmente da fedeli, era rappresentato in forze, assicurando una forte enfasi sul Terzo mondo e sul ruolo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale nei programmi di aggiustamento strutturale che hanno devastato il Terzo mondo.

Il movimento che è sceso per le strade ha inciso sulla politica stessa del Wto. I delegati del Terzo mondo sono stati incoraggiati a porre la domanda se la liberalizzazione stesse davvero lavorando a loro favore, e a sfidare le argomentazioni del mondo sviluppato, secondo cui essa porterà sicuramente vantaggi ai paesi del Terzo mondo, in futuro. E, rispondendo anzitutto alla pressione del sindacato, il presidente Clinton si è detto favorevole a includere sanzioni contro i paesi che vìolino i diritti dei lavoratori.

A Seattle, il movimento impegnato a controllare il "capitale globale" si è posto come un'opposizione globale capace di rappresentare gli interessi della gente e dell'ambiente su scala mondiale. Esso ha dimostrato che, anche quando i governi nel mondo sono dominati dagli interessi delle corporations, le persone nel mondo possono agire per perseguire i loro interessi comuni. (Questo è ciò che intendono alcuni quando parlano del movimento come espressione della "società civile".)

Il movimento a Seattle è stato internazionale e profondamente internazionalista. Pochi erano gli echi di Pat Buchanan. La maggior parte degli incontri hanno visto la partecipazione di relatori provenienti da tutto il mondo. Secondo il Post-Intelligencer di Seattle, alla marcia più importante appoggiata dal sindacato hanno partecipato persone di 144 paesi.

E' difficile pensare a qualcosa come questo tipo di internazionalismo - né funzionale a un determinato stato, né polarizzato su posizioni comuniste/anticomuniste - dall'era di Rosa Luxemburg. Esso scaturisce direttamente dalle realtà della nuova economia globale, in cui i lavoratori in tutte le zone del mondo vengono messi in competizione in quella che molti relatori hanno definito una "corsa verso il fondo". Non è solo in Cina che i lavoratori non possono formare un sindacato, o in Bangladesh che i salari vengono spinti al ribasso dalla competizione internazionale - i lavoratori americani presenti alle dimostrazioni di Seattle sapevano che stanno subendo anche loro le stesse pressioni.Sebbene i partecipanti rappresentassero un'ampia gamma di opinioni su quale dovrebbe essere l'equilibrio ideale di potere locale, nazionale, e globale, un'ampia parte di essi considerava necessaria una qualche forma di regolamentazione globale, ma riteneva altamente desiderabile che i livelli locali e nazionali riacquistassero potere. Pochi erano disposti ad affermare che ogni forma di governo transnazionale dovrebbe essere abolita, e pochi sembravano credere che la globalizzazione sarebbe un'ottima cosa se pochi standard mondiali fossero incorporati nel Wto.

Sulla "strada per Seattle" c'erano state tensioni significative tra il sindacato e i gruppi che lavorano sui consumi, sull'ambiente, sul commercio, ed altri gruppi con cui era alleato. Queste tensioni erano radicate sia nelle differenze politiche che in una sfiducia di vecchia data. Alla fine, comunque, questa coalizione è riuscita a lavorare insieme e ad evitare una spaccatura. La grande marcia è andata avanti senza segni visibili di spaccature.

Le decine di migliaia di partecipanti hanno anche espresso un'unità insolita. C'è stata una convergenza di così tante questioni e di subculture che è persino difficile elencarle tutte. Mentre i leader sindacali e gli ambientalisti di professione parlavano dallo stesso podio, i colletti blu si mescolavano nella folla con giovani attivisti ambientalisti travestiti da tartarughe. Nessuna delle due parti mostrava di sentirsi "contaminata" dalla presenza dell'altra. Seattle sembra aver segnato almeno una tregua temporanea nelle guerre tra culture. Nelle dozzine di forum, seminari e workshop che hanno accompagnato la battaglia, tale interazione spesso ha condotto, al di là del semplice mescolarsi, a una rispettosa, reciproca formazione.

C'è stata anche una sorprendente tolleranza nei confronti di diversi stili di attivismo. Martedì mattina migliaia di dimostranti hanno affrontato la polizia con forme estremamente militanti di azione nonviolenta, in uno sforzo sorprendentemente riuscito di impedire lo svolgimento dei meeting del Wto. (Paradossalmente, il segretario generale del Wto Mike Moore ha confermato le accuse dei critici dicendo che i disordini non importavano perché il vero lavoro del Wto procedeva non nelle sessioni pubbliche cancellate, ma negli incontri privati a porte chiuse). Nel frattempo, venti o trentamila dimostranti, principalmente colletti blu sindacalizzati, si sono radunati per una marcia pacifica. Alla fine della marcia la maggior parte di loro è tornata a casa, mentre poche migliaia si sono uniti ai dimostranti nelle strade.Il fatto stupefacente è stato che ciascun gruppo sembrava soddisfatto di condividere il mondo - o almeno Seattle - con gli altri. Di conseguenza, le due forme di protesta hanno prodotto in larga misura una sinergia. (Entrambe hanno scelto con forza un approccio nonviolento, e le azioni dirette per le strade hanno limitato molto più della polizia le poche dozzine di persone che rompevano vetrine e danneggiavano i negozi).

L'unità che è stata raggiunta a Seattle è vulnerabile, sia per la diversità degli interessi e delle culture coinvolte, sia perché i fautori della globalizzazione potrebbero cercare di comprare dei gruppi per estrometterli o cercare di metterli l'uno contro l'altro.

Il movimento davvero è unito intorno alla proposizione che le corporations, i mercati, il capitale mondiale devono essere sufficientemente controllati per proteggere il benessere dell'ambiente e della popolazione mondiale. Ma esso è composto anche da gruppi specifici con interessi specifici. Tutti coloro che partecipano a questo movimento hanno la responsabilità di rappresentare non soltanto i propri interessi e le proprie preoccupazioni, ma anche gli interessi generali della gente e dell'ambiente su scala mondiale. La "corsa al fondo" li rende indivisibili. Dobbiamo vedere i nostri interessi e le nostre preoccupazioni particolari come parte di questo obiettivo più ampio. E dobbiamo comprendere che il potere che abbiamo di affrontare le nostre preoccupazioni particolari dipende in primo luogo dalla crescita e dalla coesione del movimento nel suo insieme. Il sorprendente livello di unità del movimento è stato raggiunto senza un'organizzazione centralizzata, né a livello nazionale né a livello globale. Esso è composto principalmente da gruppi organizzati a livello locale o nazionale, da organizzazioni di raccordo transnazionali, e da una grande quantità di lavoro in rete condotto via Internet. Appare improbabile che un movimento globale così diversificato possa mai sviluppare una leadership e un'organizzazione centralizzate. La coesione dovrà essere mantenuta e consolidata con altri mezzi. Da questo punto di vista la maggior forza consiste nella pressione degli attivisti della base. Internet consente loro di lavorare in rete con le diverse organizzazioni e di fare pressione sui leader e sulle stesse organizzazioni.

Molte di queste questioni si porranno concretamente nella battaglia che si svolgerà intorno all'ingresso della Cina nel Wto.Il presidente Clinton ha negoziato un'intesa per l'ammissione della Cina nel Wto. Ma perché questo accada, il Congresso dovrà dare il suo assenso sullo status permanente di nazione altamente favorita (most favored nation) per la Cina. Il voto del Congresso è previsto per febbraio. Nel periodo che da Seattle andrà fino ad allora si potrebbe assistere al più importante scontro sulla globalizzazione che si sia mai svolto fino ad oggi negli Stati uniti. L'intesa sulla Cina di Clinton prevede ampie e specifiche concessioni per le banche, le società assicurative, rivenditori e compagnie aeree americane. Queste corporations sono riuscite a montare una campagna per fare approvare la legislazione che gli serviva. A loro si uniranno anche coloro che sono ideologicamente legati all'idea di una globalizzazione senza regole.

C'è però un ostacolo. Oltre due terzi degli americani sono contrari a portare la Cina nel Wto in assenza di un suo ulteriore progresso nel campo dei diritti umani e della libertà religiosa. (Quattro persone su cinque vorrebbero che in generale, negli accordi commerciali, fossero inclusi i diritti dei lavoratori e le tutele ambientali). Il sindacato sembra aver deciso di prendere posizione sulla questione Cina. Prima dell'intesa sulla Cina di Clinton, John Sweeney aveva persuaso l'Afl-Cio a sostenere Al Gore, e aveva persino firmato una lettera insieme ad alcuni alti dirigenti di corporations che dichiaravano il proprio sostegno all'Amministrazione nei negoziati sugli obiettivi al Wto. Ma quando Clinton ha annunciato l'intesa sulla Cina, Sweeney l'ha definita "disgustosamente ipocrita" e ha promesso "una forte, vigorosa campagna" per bloccare lo status permanente di most favored nation alla Cina.

La battaglia di Seattle ha già fornito l'avvio per questa campagna. Il pubblico è molto più interessato - e molto meglio informato - che in battaglie sul commercio del passato. La coalizione è già in piedi, ha esperienza, ed è relativamente unita. Ma c'è ancora il rischio di divisioni, cooptazioni, e anche che gli oppositori vengano accusati di rappresentare soltanto particolari interessi di scarso rilievo.

La battaglia può essere vinta solo se non sarà definita come una questione riguardante i rapporti commerciali con la Cina - o in termini di protezionismo contro libero commercio - ma piuttosto in termini di che tipo di economia globale vogliamo. John Sweeney è partito bene con questa impostazione, quando ha detto al National Press Club che "il dibattito non riguarda il libero mercato o il protezionismo, il legame o l'isolamento. La vera questione non è se essere parte dell'economia globale, ma quali debbano essere le regole per questa economia, e chi debba farle".

Anche se la questione dei diritti umani in Cina è importante, stigmatizzare la Cina per il suo scarso rispetto dei diritti umani non è sufficiente. I due ultimi scontri sullo status di most favored nation al Congresso erano impostati in questo modo e, di conseguenza, non hanno ottenuto nemmeno un conteggio dei voti rispettabile. Negli ultimi dieci anni, l'opposizione al conferimento di tale status è dipesa da uno scandalo su vasta scala connesso alla Cina (massacro del 1989, raccolta di fondi, tecnologia degli armamenti, spionaggio). Di fatto, i voti contrari al conferimento di questo status diminuivano via via che il 1989 si allontanava. Inoltre, la tesi secondo cui ammettere la Cina nel Wto indebolirà la repressione del governo è quantomeno plausibile, ed è sostenuta da importanti gruppi per i diritti umani.

Il conferimento dello status di most favored nation alla Cina deve rientrare in un referendum nazionale su che tipo di economia globale vogliamo avere. La Cina deve diventare emblematica non solo del mancato rispetto dei diritti umani, ma della "corsa al fondo". Dopo tutto, in Cina ci sono 240 milioni di disoccupati. E studi condotti sia dal National Labour Committee che da altri dimostrano che l'ingresso della Cina nel mercato globale, lungi da far aumentare gli standard di vita della popolazione cinese, li sta già facendo diminuire.

Un altro elemento di vulnerabilità di questa campagna è che essa può essere raffigurata come se rappresentasse gli interessi particolari dei lavoratori americani privilegiati, piuttosto che l'interesse più ampio della popolazione mondiale. Bisogna controbattere a questo punto in vari modi:

- La lotta può riuscire solo se è combattuta dalla coalizione ampia di gruppi che lavorano sull'ambiente, sui consumi, sull'agricoltura, sul lavoro, e sui diritti umani che si erano opposti al Nafta e avevano bloccato il Fast Track. La ripetuta enfasi di Sweeney sulla dipendenza del sindacato dai suoi alleati è sulla pista giusta.

- La campagna deve rigettare esplicitamente temi che siano contro gli stranieri, contro la Cina o contro l'Asia. Dovremmo imparare dalla lotta sul Nafta e dal potere che veniva da lavorare insieme ai lavoratori messicani, e dovremmo mettere al centro della campagna i temi del lavoro e dei diritti umani in Cina.

- La campagna deve essere transnazionale. Come ha sottolineato Sweeney, coloro che saranno i più colpiti dalla competizione cinese sono quei paesi del Terzo mondo che non vogliono essere costretti a sfruttare i loro lavoratori e il loro ambiente tanto quanto ha fatto la Cina. Il modo più efficace di dimostrare che non stiamo proteggendo interessi ristretti dei lavoratori americani è definire la campagna come una battaglia in uno sforzo a livello mondiale per dare forma a un diverso tipo di economia globale.

- Una grossa vulnerabilità attualmente è quella che la campagna può essere rappresentata come se fosse contro il Terzo mondo. I suoi partecipanti devono assumere come una parte del loro messaggio un impegno a rimodellare l'economia globale a beneficio del Terzo mondo. Questo include naturalmente questioni come la cancellazione del debito, la fine degli aggiustamenti strutturali, vantaggi commerciali per i paesi più poveri che soddisfino criteri standard sulle condizioni dei lavoratori e sull'ambiente, e un qualche tipo di revival del dialogo Nord/Sud sulla forma dell'economia globale - nella cornice delle Nazioni Unite, non del Wto.Se la questione è "quali sono le regole per questa economia globale e chi le fa", dobbiamo esprimere la nostra risposta. Questo è il modo migliore per dimostrare che non rappresentiamo interessi limitati o di secondo piano, ma piuttosto una visione superiore di ciò che è necessario per il futuro.

Questa lotta può essere vinta solo con la base. Il lavoro di lobby ufficiale non lo farà - solo una mobilitazione alla base ha una possibilità di successo. La battaglia originale contro il Nafta dovrebbe essere il punto di partenza.

Come nella lotta contro il Nafta, la leadership principale dovrà provenire dalle organizzazioni della società civile. Anche se i politici possono giocare un ruolo importante, essi non dovrebbero essere ai posti di guida. Il movimento dovrà ampliare ulteriormente la sua capacità di funzionare come forza di opposizione capace di determinare quanto accade nell'arena politica dando forma al suo contesto sociale.

Il modo in cui questa battaglia sarà combattuta può essere tanto importante quanto il suo esito. L'obiettivo dovrebbe essere venirne fuori con un movimento su scala mondiale ancora più potente, in grado non solo di bloccare semplicemente il riconoscimento alla Cina di most favored nation, ma anche di imporre nuove regole all'economia globale.