Un SI' per i diritti!

Il 15 e 16 giugno 2003 in tutta Italia si voterà per due referendum. Oggetto del referendum più discusso e controverso è l'abrogazione di quelle parti dell'articolo 18 dello "Statuto dei diritti dei lavoratori" (Legge n. 300 del 20 maggio 1970) che limitano il reintegro alle sole aziende con più di 15 dipendenti. Riassumiamo i termini della questione. L'ormai famoso articolo 18 dice questo: qualora un lavoratore venga licenziato senza una giusta causa, il giudice, accertata l'assenza di un giustificato motivo per il licenziamento, ordina il reintegro del lavoratore nell'azienda. Questo nel caso in cui l'azienda superi i 15 dipendenti. Se l'azienda è più piccola, il lavoratore ingiustamente licenziato, sempre che il giudice sancisca l'illegittimità del licenziamento, ha diritto solo ad un modesto risarcimento economico (da 2,5 a 6 mensilità dell'ultima retribuzione). Il referendum si propone, abrogando i riferimenti al numero di dipendenti, di estendere a tutti i lavoratori, quale che sia la dimensione dell'impresa in cui lavorano, la tutela rappresentata dal reintegro nel proprio posto di lavoro di quella lavoratrice o quel lavoratore che sia stato ingiustamente licenziato. Sottolineiamo che il reintegro viene ordinato dal giudice. Il lavoratore quindi deve andare in tribunale e convincere un giudice delle proprie ragioni. Non vi è nessun automatismo nel reintegro.

Questo referendum è figlio diretto, e la naturale estensione, della grande battaglia di massa che è stata combattuta lo scorso anno quando il governo ha cercato di introdurre delle modifiche (spacciandole per sperimentali) all'articolo 18. Allora la CGIL chiamò alla lotta, e l'allora segretario generale Cofferati sostenne che si stava difendendo un inalienabile diritto della persona: il diritto di non perdere il posto di lavoro senza una giusta ragione. E' infatti ovvio che una persona debba poter esercitare i propri diritti indipendentemente dal numero di colleghi che ha. Dato il grande clamore suscitato da questa battaglia, diverse forze sociali e politiche, in primo luogo noi di Rifondazione Comunista, ma anche la FIOM, i COBAS, la sinistra DS, i Verdi, hanno ritenuto che fosse finalmente giunto il momento di una controffensiva, dunque di riprendere questa battaglia per l'estensione dell'art. 18. Non è inutile ricordare che, quando nel 1970 venne votato in Parlamento lo statuto dei lavoratori, l'allora PCI si astenne proprio perché non condivideva l'esistenza del limite che ora chiediamo di abolire.

Inoltre dobbiamo tenere presente che in realtà il governo non ha affatto rinunciato a modificare l'art. 18 nemmeno nell'attuale formulazione (quindi col limite di applicabilità sopra i 15 dipendenti). Giacciono infatti in parlamento le leggi delega 848 e 848 bis che aggrediscono direttamente l'art.18 introducendo le stesse modifiche contro cui hanno manifestato a Roma 3 milioni di persone il 23 marzo 2002, e destrutturando il mercato del lavoro italiano in modo totale. In queste leggi delega infatti si parla di: contratto di lavoro individuale, job sharing (un posto di lavoro diviso in due), job on call (lavoro a chiamata: quando mi servi ti chiamo altrimenti no, ma tu devi essere sempre a disposizione) ed altre "amenità" del genere che introdurrebbero in Italia le stesse regole esistenti negli USA, ovvero l'assenza di qualsiasi tutela a favore dei lavoratori.

Indubbiamente la vittoria dei SI il 15 e 16 giugno bloccherebbe questo disegno. Bloccherebbe l'attacco all'art. 18, e bloccherebbe anche le due famigerate leggi 848 e 848 bis. Infine si creerebbe, finalmente, il clima politico necessario ad introdurre nuove leggi a tutela di quei lavoratori detti atipici, come i Contratti di Collaborazione Continuata, che oggi sono costretti a lavorare nell'assenza totale di garanzie. L'attacco ai diritti dei lavoratori che viene portato è senza precedenti. Se passano le leggi delega, di cui non a caso si parla molto poco, i lavoratori italiani avranno perso tutte quelle protezioni legali che hanno conquistato con le durissime lotte dei decenni precedenti. Sarebbe un ritorno agli anni '50, quando bastava un contrasto con il proprio capo per perdere il posto. Al contrario, la vittoria del SI può dare uno sbocco legislativo alle imponenti lotte dello scorso anno e restituire sicurezza e fiducia a milioni di lavoratori.

Il nodo dello scontro è chiaro e semplice: andare nella direzione dell'estensione dei diritti sociali o, al contrario, alla loro ulteriore compressione e a un ulteriore inasprimento delle politiche neoliberiste che già tanti danni hanno recato alle classi popolari e all'intera società.

"Un altro mondo possibile", nel nostro Paese, passa anche dall'esito del referendum. Ai cittadini cesanesi chiediamo dunque di recarsi alle urne il 15 ed il 16 giugno per esprimere un chiaro SI all'estensione di un diritto fondamentale, quello di avere un certa sicurezza del posto di lavoro, quindi del proprio reddito. Un diritto in più per milioni di persone che oggi non l'hanno e che non può che giovare alla vita sociale, civile ed economica.