(Liberazione, giovedì 31 maggio 2001)

D'Alema: ho "complottato" per la scissione del Prc

Il leader della Quercia respinge le accuse di complotto contro Prodi. E spiega perché diventò premier: per gestire la guerra già decisa.

di Rina Gagliardi

La scena - in tarda mattinata - era quella del Transatlantico, sovraffollato dalla giornata deb della XIV legislatura. Massimo D'Alema - un D'Alema visibilmente corrucciato per la "ricostruzione" del complotto contro Prodi pubblicata dal Corriere della sera - ribadisce davanti a un piccolo crocchio di giornalisti la sua totale innocenza. Ribadisce che leggere le azioni politiche "dal buco della serratura" senza distinguere mai, anzi deliberatamente sempre confondendo progetti e trame, scelte tattiche e machiavellismi, è una autentica malattia italiana.

Nella foga, si lascia così andare: "Non ho fatto alcun complotto contro Prodi, al contrario ho fatto di tutto perchè non cadesse», dice. "Per esempio, mi sono attivato con coloro che dentro Rifondazione comunista, erano intenzionati a sostenerlo comunque. Non solo non ho complottato contro Prodi, ma, se mai ho complottato per lui. Come mi rimprovera l' onorevole Bertinotti".

Il segretario di Rifondazione comunista, che è per caso lì a due passi, così chiamato in causa si avvicina: ed ecco la parte saliente del rapido scambio di battute tra i due leader politici. "E' vero o no" dice D'Alema "che ho sostenuto con tutti i mezzi che ho potuto il governo Prodi?" "Si", risponde Bertinotti, "Ti assolvo dall'accusa di aver complottato contro Prodi perché sei rei confesso di aver complottato per la scissione di Rifondazione comunista". "Si, è andata così", conclude D'Alema.

E' la prima volta - si badi bene - che il dirigente ds ammette pubblicamente la propria attiva interferenza nelle vicende interne di Rifondazione comunista. Politicamente, va da sè, questa verità era sempre stata chiara: del resto, le affinità di cultura politica (ed anche di visione della politica) tra D'Alema e Armando Cossutta, a dispetto della differenza generazionale, erano evidenti e agevolmente "leggibili".

Ora, tuttavia, c'è un fatto in più, che consente di ricostruire con maggiore precisione e certezza un capitolo molto tormentato della politica italiana di questi anni: nella crisi che determinò la caduta del primo governo dell'Ulivo, era operante, da mesi, un fattore "C" che perseguiva precise finalita distruttive.

Rifondazione comunista era un ingombro, un "assillo" politico, un condizionamento che bisognava far saltare, per poter sterzare le scelte del governo verso destra, verso politiche moderate (e neoatlantiche) sia sul terreno sociale che sul terreno internazionale: la scissione cossuttiana - che aveva nel gruppo parlamentare la sua base forte - fu il grimaldello di questo tentativo.

Per questo, per ragioni di convergenza e disegno tattico-politico, D'Alema trovò in Cossutta il suo più naturale interlocutore e alleato. E scattò il complotto - quello vero.

Chi decise la guerra? Prodi.

Un altro passaggio delle "confessioni" dalemiane di ieri mattina merita di essere citato: quello relativo alla guerra contro la Jugoslavia e alla partecipazione italiana. D'Alema aveva appena definito una "infamia" bella e buona l'articolo del Corriere e aveva scagliato i suoi strali contro il demi-monde politico-giornalistico, dedito, secondo lui, alle "calunnie" e alla diffamazione sistematica - e spiegava che, oltre a tutto, la sua ascesa a palazzo Chigi fu, in sostanza, il frutto di uno stato di necessità, non certo la realizzazione di un desiderio: "Lo scrive Cossiga nel suo libro, pagina 302". Domanda un giornalista: ma davvero non c'erano altre scelte? Davvero, per esempio, non era possibile, dopo la caduta di Prodi, andare a nuove elezioni? Risponde D'Alema: "Non era assolutamente possibile andare alle elezioni, tanto è vero che nessuno lo chiese".

Perche? "Prima di tutto, perché era assolutamente essenziale, per ragioni europee, approvare la finanziaria entro l'anno. Ma poi c'era uno stato di necessità più generale: l'ultimo atto di Romano Prodi, il 12 ottobre, era stata l'approvazione delle activations orders della Nato: l'intervento militare nel Kosovo cominciava proprio in quei giorni. Non era pensabile che l'Italia, un paese praticamente in guerra, affrontasse elezioni politiche anticipate. O no?". Ecco un altro bel terreno di riflessione - anzi, di ricostruzione.

In effetti, D'Alema si riferiva a un evento; certo già noto, che risale proprio ai giorni della crisi politica italiana: la Nato decise di allertare il suo dispositivo di aggressione militare contro la Jugoslavia alcuni mesi prima dell'inizio dei negoziati di Rambouillet. La decisione fu assunta dal Consiglio atlantico precisamente l'8 Ottobre del 1998 e fu comunicata ufficialmente da Javier Solana. In termini tecnici, ha la sigla Actord: significa l'approvazione, appunto, di un activation order "che autorizza la preparazione di una campagna di bombardamenti a tempo determinato" della Jugoslavia. In concreto, questo era l'ultimo step, l'ultimo passaggio "tecnico" prima dello scatenarsi del vero e proprio attacco militare: che, in ogni caso, diventava possibile da quel momento alle 96 ore successive. L'11 ottobre i governi del Portogallo, della Germania e dell'Italia si dichiarano d'accordo con la direttiva Nato - il governo Prodi è caduto da due giorni, e resta in carica, ovviamente, per l'ordinaria amministrazione. Sembra una battuta sarcastica, ma è andata proprio così: in questa circostanza, l'"ordinaria amministrazione" era la guerra. Era la scelta di partecipazione italiana ad una guerra di aggressione, non preventivamente discussa dal Parlamento e dalle forze politiche.

Così altri "tasselli" del giallo del '98 si colmano. Si capisce, adesso, perché la formazione del governo D'Alema (che riceverà il voto delle Camere il 22 ottobre '98) è così rapida, quasi da record: perché da un momento all'altro potrebbe cominciare la guerra, e serve un esecutivo nella pienezza dei suoi poteri. Si capisce, anche, che, complotto o non complotto, per comporre un esecutivo nuovo di zecca, con due forze politiche che prima non c'erano (Udr e Pdci), ci sono sicuramente voluti un po' più dei dieci giorni che passano tra le dimissioni di Prodi e l'insediamento del governo D'Alema. Si capisce, ancora, perché i cossuttiani affrettano la scissione, e la realizzano proprio in quei giorni.

Si capisce il senso delle cose che Francesco Cossiga scrive nel suo libro La passione e la politica: "Dissi che capivo e condividevo l'operazione, ma che per me era tutt'altro che facile. Aggiunsi che, se fossi entrato io in maggioranza, sarebbe subito uscito Bertinotti. Scoprii che D'Alema non era assolutamente preoccupato di questa eventualità. Anzi."