IL DOCUMENTO POLITICO APPROVATO DAL CONGRESSO
(630 VOTI PARI ALL'85,48% DEI DELEGATI)

Il III congresso del partito della Rifondazione comunista, riunitosi a Roma tra il 12 e il 15 dicembre 1996, approva la relazione del segretario nazionale Fausto Bertinotti.

La battaglia per l'affermazione dell'esistenza di un nuovo partito comunista in Italia è stata vinta. Ora abbiamo il compito di costruire, tutti insieme, un grande partito comunista di massa, impegnato a superare il suo carattere monosessuato.

La continua crescita del partito e del suo consenso, nella societÓ e nelle prove elettorali, è stata conseguita grazie ad una linea politica che ha saputo coniugare la radicalità degli obiettivi con la ricerca dell'unitÓ con le forze sociali e politiche interessate a conquistarli. Questa scelta ci ha permesso di contribuire con successo prima alla caduta del governo delle destre, poi di costringere alle dimissioni il governo Dini, quindi di stabilire il patto di desistenza con l'Ulivo che ha determinato la vittoria contro le destre nelle elezioni del 21 aprile e la nascita del governo Prodi, da noi sostenuto pur senza farne parte. Questa stessa scelta ci ha guidato nella battaglia, parlamentare e di massa, per influire sui contenuti della legge finanziaria che, a differenza di quanto avviene nel resto dell'Europa, non comporta colpi devastanti allo stato sociale e, al contrario, contiene elementi di equità che, naturalmente, vanno ben più ampiamente perseguiti, ma che, da subito, hanno permesso di difendere nella situazione data le condizioni di vita delle masse lavoratrici.

Ma ciò che è più importante, soprattutto per le prospettive future, è che questa linea ha favorito la ripresa dei movimenti di massa, a partire dai grandi temi sociali e del lavoro, contribuendo anche in maniera determinante a un nuovo e significativo processo di radicamento popolare del nostro partito. Attorno alla legge finanziaria, e in particolare al nodo fiscale, si è sviluppata una fase estremamente acuta di lotta di classe, che ha visto le forze politiche della destra produrre un grande sforzo di mobilitazione e abbandonare le aule parlamentari, e la destra sociale, organizzata dalla Confindustria, scagliarsi con inusitata violenza contro il governo Prodi, mentre assume una linea di assoluta intransigenza di fronte alle richieste dei metalmeccanici.

Sul fronte opposto assistiamo alla ripresa, in termini anche sorprendenti, del conflitto operaio, attorno alla vertenza contrattuale dei metalmeccanici, così fortemente osteggiata dalla controparte padronale, che punta direttamente all'abrogazione dello stesso contratto collettivo di lavoro. Due scioperi nazionali, uno sciopero dell'industria, dei trasporti e dell'edilizia hanno avuto pieno successo, l'esito della manifestazione nazionale a Roma il 22 di novembre è stato eccezionale. Eppure il padronato mantiene una linea di assoluta chiusura. II governo non può continuare ad esitare o sottovalutare l'attacco politico che le destre gli rivolgono. Chiediamo quindi con ancora maggiore forza e urgenza che il governo avanzi una sua proposta, anche di mediazione , ma cessando un atteggiamento di neutralità che non è consentito in base agli stessi impegni di corrispondenza delle retribuzioni all'andamento dell'inflazione assunte dal parlamento e dal governo stesso e alla necessitÓ di costruire un vasto consenso popolare attorno ad una politica riformatrice, che costituisce l'unica possibilità di continuità della compagine governativa.

Proprio la ripresa delle lotte operaie dimostra tutto il fallimento delle politiche e delle logiche concertative fin qui perseguite dal sindacato e costruite con gli accordi del luglio '92 e '93. E questo rende sempre più urgente e drammatico il compito della ricostruzione di un sindacato di classe, democratico e autonomo. E' per questo obiettivo che va finalizzata e organizzata la presenza dei comunisti nel movimento sindacale.

La marcia per il lavoro, che ha attraversato tutte le regioni del Mezzogiorno concludendosi con la straordinaria manifestazione di massa a Napoli il 9 novembre, ha incontrato e interloquito con tanta parte della società e delle istituzioni civili, politiche e religiose della realtà meridionale. Si tratta di un'esperienza importante che apre una nuova possibilità e modalità di sviluppo della nostra iniziativa e del nostro partito.

La lotta alla disoccupazione, unitamente alla lotta all'evasione fiscale che consente di recuperare le risorse necessarie ad avviare una politica di interventi per il lavoro, costituisce l'impegno principale del nostro partito nei prossimi mesi. Dagli esiti di questa lotta misureremo il comportamento del governo Prodi e quindi il mantenimento del nostro appoggio parlamentare ad esso. Finora il comportamento di questo governo su questo fondamentale tema è stato del tutto inesistente. Anzi l'accordo raggiunto tra governo, sindacati e padronato, denominato "patto per il lavoro" contiene la solita scelta, contro la quale continuiamo a opporci con assoluta determinazione, di aumentare a dismisura ogni forma di flessibilità sia del rapporto di lavoro, con l'introduzione di nuovi contratti atipici e del lavoro interinale, che delle retribuzioni, con il tentativo, da noi finora contrastato con successo, di determinare nuove gabbie salariali.

Lanciamo invece l'obiettivo del doppio 10%: cioè' raggiungere il 10% in meno di evasione fiscale (che ammonta a 250mila miliardi annui) per finanziare una politica per il lavoro che porti la disoccupazione, attualmente al 12,5% al di sotto del 10% in un anno.

Per questo è necessario introdurre una nuova legge sugli orari di lavoro, che porti l'orario settimanale a 35 ore a parità di retribuzione, e stabilire un piano di lavori in settori di pubblica utilità, nei campi della difesa dell'ambiente, del risanamento delle città, nella valorizzazione dei beni culturali e naturali, della cura delle persone. Questo è particolarmente importante nel mezzogiorno perché' siamo in presenza di una acuta crisi sociale e democratica e in vaste realtà anche ad una occupazione del territorio da parte di organizzazioni criminali e mafiose.

Su questi obiettivi di fondo chiamiamo all'impegno il nostro partito e il governo a misurarsi, convocando da subito la conferenza sull'occupazione, prevista a Napoli, ma più volte rinviata.

Contemporaneamente bisogna condurre con ancora più determinazione la lotta alla disoccupazione a livello europeo. Le esperienze fin qui fatte, come la manifestazione di massa di Parigi dell'11 maggio, come la nascita di iniziative sovranazionali da parte di diverse forze, dimostrano che è possibile progredire su questa strada, a partire dall'organizzazione di una marcia europea per il lavoro che proprio l'esperienza da noi condotta nel nostro Sud, dimostra essere una utilissima e incisiva forma di lotta. Ed è a tale scopo che ci impegniamo in una vera e propria campagna per la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario.

La dimensione europea, almeno, è infatti la dimensione stessa dell'iniziativa di un moderno partito comunista di massa, senza la quale anche obiettivi parziali non appaiono conseguibili. Questo deriva dai processi di globalizzazione, di mondializzazione e di Finanziarizzazione dell'economia capitalistica da tempo in atto, dal potere dei mercati finanziari, delle grandi multinazionali e dai loro processi di concentrazione che comportano una crisi dello stato nazione, l'esistenza di poteri forti sovranazionali, che sfuggono al controllo di ogni singolo stato e degli organi di governo della comunità internazionale tradizionali, che vengono sostituiti dalle riunioni del G7 e dagli accordi intergovernativi sui mercati. Tutto questo complesso processo comporta che alla chiave interpretativa costituita dalla contraddizione Nord-Sud del mondo, va sovrapponendosi a quella fra la metropoli capitalistica, concentrata sia nelle regioni occidentali che in quelle emergenti del modello asiatico, e gli esclusi di tutto il mondo, sia quelli del tradizionale terzo mondo che amplissimi settori della popolazione dei paesi più sviluppati. La lotta ad ogni razzismo e per i diritti di cittadinanza civili e sociali degli immigrati deve vedere uno slancio dell'impegno in questo senso di tutto il nostro partito.

Questa nuova realtà permette di reimpostare un'iniziativa internazionale da parte del nostro partito capace di affrontare positivamente e concretamente i nodi dell'oppressione economica e sociale a livello mondiale, unendo i temi del pacifismo, della lotta per la democrazia e i diritti umani, con le grandi questioni sociali, in primo luogo quella del lavoro. Permette di costruire momenti di lotta, sia nelle istituzioni internazionali, sia a livello di massa, sui temi della riduzione dell'orario di lavoro, sulla tassazione dei flussi finanziari, sull'introduzione di una clausola sociale sulla circolazione delle merci, sulla determinazione di una griglia universale di diritti dei lavoratori e dei cittadini. Permette di connettere a questa battaglia quella per una profonda modifica degli organi di governo sovranazionale, a partire da una radicale riforma e democratizzazione dei compiti e del funzionamento dell'Onu rilanciando, in alternativa ai patti militari tra i paesi ricchi (Nato, Ueo, Eurofor), organismi politici di cooperazione e di prevenzione dei conflitti, rifiutando il tentativo, che sarà portato avanti nel 1997, di espandere la Nato ad est, ribadendo invece la necessitÓ del superamento dell'Alleanza Atlantica a partire da un rinnovato impegno per ridurre le spese militari e per bandire dal nostro continente le armi di sterminio di massa (nucleari, chimiche e batteriologiche). Permette di tracciare una nuova strada, alternativa a quella contenuta nel trattato di Maastricht, per il processo di integrazione europea, per un Europa dei popoli e non dei mercati e dei mercanti. Lo abbiamo visto nel corso dell'esperienza della discussione di questa legge finanziaria, della determinazione dei criteri per la nuova tassa di scopo per l'Europa, ove si è potuto distinguere tra percorso verso una moneta unica e soggezione ai parametri di Maastricht, dimostrando che il primo può essere compiuto senza abbattersi sulle condizioni di vita delle popolazioni, mentre i secondi vanno radicalmente modificati stabilendo la priorità del criterio della lotta alla disoccupazione, che mina la stessa civiltà europea.

Una lotta nazionale e sovranazionale alla disoccupazione richiede la determinazione di una nuova politica industriale e agroalimentare, in difesa e valorizzazione e qualificazione del ruolo del pubblico nell'economia, proprio al fine di competere nei punti alti della divisione del lavoro a livello internazionale.

Questo per noi significa continuare la nostra lotta per impedire la privatizzazione dei settori strategici dell'economia, come quello delle telecomunicazioni e dell'energia.

In particolare il mondo della comunicazione sta attraversando una profonda trasformazione. L'intreccio stretto tra audiovisuale, telecomunicazioni e informatica esige l'individuazione, per questi settori, di approdi diversi da quelli previsti dalla logica del mercato. Globalizzazione, liberalizzazione finanziarizzazione: ossia destrutturazione industriale a favore della trasformazione delle nostre aziende nazionali in puri vettori delle produzioni sia di apparati, sia di programmi prodotti dalle multinazionali alle quali si chiede il pagamento di un "pedaggio" per l'ingresso sul mercato italiano. Cosa altro sono, se non questo, gli accordi tra Stet e Ibm, tra Mediaset e British Telecom e tra Olivetti e France Telecom. Se lo scenario restasse questo avremmo, nel giro di pochi anni, un Paese in ginocchio non solo dal punto di vista economico ed occupazionale, ma ci troveremmo di fronte ad una colonizzazione culturale senza precedenti. Occorre dotare il nostro Paese di una politica unitaria, che parta dallo specifico industriale delle nostre aziende per affrontare quello più vasto e determinante della molteplicità e della circolazione delle idee per la formazione di una intelligenza critica e sempre più generalizzata della realtà che ci circonda. Per questo come partito stiamo conducendo una battaglia contro la politica di privatizzazione della Stet. Occorre che il sindacato punti ad una unificazione delle vertenze: dall'Alcatel, all'ltaltel, al contratto Telecom, in una battaglia comune, contro le decisioni di queste aziende che hanno come unico obiettivo quello di produrre esuberi, restringimenti dei livelli occupazionali e scorpori aziendali e per chiedere al governo l'assunzione di una politica industriale per l'intera filiera della comunicazione.

Anche le ultime vicende dei decreti leggi (Concessioni tv, Pay-tv, salvaRai) in scadenza, dimostrano la mancanza di scelte strategiche che sappiano aprire il settore ad iniziative di vera politica industriale. Occorre, per noi, garantire al servizio pubblico le risorse necessarie e dovute e, al contempo, riequilibrare la posizione dominante del gruppo Mediaset condannata anche dalla sentenza della Corte Costituzionale. Occorre, perciò, rifiutare la deleteria logica dello scambio, tra il terreno della politica e quello degli affari.

E' necessaria, quindi, una nuova programmazione nazionale di politica economica e industriale che faccia della rinascita del Mezzogiorno il suo centro, la sua nuova ispirazione, ricollocando, così, la "nuova questione meridionale" in una prospettiva di fuoriuscita dalle politiche liberiste. Per questo non è possibile cedere ai nuovi ricatti della Fiat che chiede nuovi incentivi, ma bisogna imporre una nuova dimensione di programmazione, capace di avviare concretamente un nuovo modello di sviluppo. Bisogna pensare ad una nuova industrializzazione ad impatto occupazionale ed ambientale e progettare nuovi lavori in settori di pubblica utilità trascurati o distrutti dal mercato; bisogna mettere a valore, come fattori trainanti di sviluppo, e non semplicemente come elementi accessori da rendere compatibili, l'ambiente, il territorio, la produzione culturale; bisogna ricostruire una nuova dimensione delle imprese che contesti la cultura vetero industriale dell'impresa e che raccolga il meglio dell'esperienza dei distretti industriali, fornendo quelle strutture materiali e immateriali che la rendono possibile; bisogna, in questo quadro, rivalorizzare il piccolo lavoro autonomo, le diverse forme di cooperazione, del volontariato, all'interno di una generale svolta di politica economica e sociale, come abbiamo rivendicato nella conferenza di programma dello scorso settembre.

Per questo scopo proponiamo di riconvertire la missione dell'lri, affidandogli un ruolo di concreta progettazione di questo insieme di iniziative.

La questione ambiente deve ispirare l'insieme delle politiche che proponiamo in termini di diversi livelli economici e sociali degli scenari internazionali.

Abbiamo impedito che nella legge finanziaria si tagliassero le pensioni e la sanità, ma l'attacco a questi istituti e a tutto il complesso dello stato sociale, viene portato avanti con violenza dalla Confindustria e dalle forze legate agli interessi dei mercati finanziari. Non solo nel 1997, il che è scontato non solo per noi ma anche per il movimento sindacale, non si può procedere ad una revisione in peggio della controriforma pensionistica, ma anche nel 1998 va respinto un terreno di discussione che parta dalla riduzione dei costi dello stato sociale. Come dimostrano le comparazioni, in Italia, per la spesa sociale si spende poco e male. Bisogna quindi, al contrario, discutere dello stato sociale per aumentare l'universalità delle sue prestazioni, la loro qualità, l'efficienza delle sue istituzioni, la possibilità di determinazione democratica dei cittadini al loro interno. Il che, come per la sanità, può anche significare aumentare la spesa al fine di aumentare la qualità della nostra civiltà e della nostra democrazia.

Un segno di discontinuità forte vogliamo determinare nelle politiche della formazione. La pervasività del ruolo del mercato è un integralismo che il movimento degli studenti e degli insegnanti sta avversando con forza. E con la tenacia di questo movimento siamo riusciti in Parlamento a contrastare l'autonomia finanziaria e la privatizzazione della scuola pubblica. Con la stessa determinazione avversiamo l'idea presente nell'accordo fra Confindustria, sindacato e governo di fare della formazione, secondaria e universitaria, un luogo subalterno alla flessibilità del lavoro e dell'impresa. Ci battiamo per una riforma radicale della scuola dell'infanzia e dei giovani come parte costituente della riforma intellettuale e morale del Paese.

Su questo terreno, quello della democrazia, è in corso, da tempo, uno scontro. E' in campo un'opzione neoautoritaria, presidenzialista, perfettamente coerente con la linea di attacco alle condizioni di vita delle masse e di liquidazione dello stato sociale. E' la linea delle destre, della destra sociale, quella che oggi si stringe attorno alla Confindustria, delle destre politiche, quelle di Berlusconi e Fini e della Lega. Esse usano l'arma della centralizzazione neoautoritaria, o l'arma del secessionismo con un unico obiettivo sociale: abbattere lo stato sociale, e il contratto che lo sottintende, aprire le porte al liberismo più sfrenato. Sono conseguenti a questo progetto tutti i tentativi di revisionismo storico, di cancellazione dell'antifascismo quale religione civile che unisce il nostro popolo, ed è per questo che essi vanno risolutamente combattuti. Come pure funzionale a questi progetti è la costituzione di un esercito di professionisti della guerra che quindi avversiamo. Riconfermiamo a tal proposito, anche in seguito alla recente e grave sentenza del Consiglio di Stato che istituisce un'inaccettabile "tribunale delle coscienze", l'impegno di Rifondazione comunista per far approvare subito una legge di riforma che sancisca l'obiezione di coscienza come diritto inalienabile della persona.

II nostro no al presidenzialismo è fermo. Proprio dal fallimento delle ipotesi di intesa su questo terreno fra le destre e la sinistra moderata è derivata la fine della precedente legislatura e la nascita del patto tra Rifondazione e Ulivo, la vittoria elettorale, la nascita del governo Prodi. Tornare indietro significherebbe il suicidio di questo governo e la rottura di quel patto. A queste ipotesi ci contrapponiamo le proposte, che abbiamo ulteriormente puntualizzato nella conferenza di ottobre, che partono dalla necessitÓ di fare entrare la democrazia nei luoghi di lavoro, con una nuova legge sulla rappresentanza sindacale, con la determinazione di un nuovo statuto, che stabilisca una griglia di diritti uguali per tutte le figure di lavoratori e che giungono fino alla riduzione ad una delle camere, alla revisione della legge elettorale che ristabilisca un meccanismo ispirato alla proporzionalità, coniugato con un premio di maggioranza alla coalizione vincente, al ridisegno dei rapporti fra potere legislativo e esecutivo, al decentramento di grande parte dello stesso potere legislativo alle regioni e alle autonomie locali.

In questo quadro va riaffermato con forza il principio di autonomia e di indipendenza della magistratura, la cui funzione trova limiti e confini esclusivamente nella applicazione della legge, in un sistema democratico di equilibrio e di separazione dei poteri. Per questo vanno rifiutate soluzioni politiche volte a cancellare reati o a proporre forme mascherate di amnistia. L'unica garanzia, l'unico modo di uscire da Tangentopoli è che i processi vengano fatti rapidamente.

II nostro rigoroso garantismo è altro e alternativo a tutti gli attacchi strumentali a quei magistrati che hanno saputo disvelare la connessione tra mondo degli affari e politica. Bisogna uscire da ogni logica emergenzialista e la magistratura deve essere messa in condizione, da ogni punto di vista, di operare. Le nostre proposte di separazione delle funzioni, contro qualsiasi tendenza alla sottomissione al potere esecutivo, della depenalizzazione dei reati minori, della stessa legalizzazione delle droghe leggere, vanno in questa direzione. II superamento della cultura emergenzialista e della ferita degli anni '70 significa anche, per il nostro partito e i nostri gruppi parlamentari un impegno deciso per l'approvazione del disegno di legge di indulto per i detenuti politici.

Le ormai prossime scadenze elettorali per il governo delle grandi città saranno un nuovo importante banco di prova dei rapporti tra le forze politiche, con i movimenti, con le forze e le esperienze democratiche e, nello stesso tempo, di lotta contro il tentativo di rivincita delle destre. Chiediamo fin d'ora a tutte le forze democratiche, anziché confliggere sulla designazione dei sindaci, di aprire per tempo un confronto sui programmi, su un nuovo modello di vita e di organizzazione nelle città.

La costruzione di un partito comunista di massa implica lo sviluppo della competizione a sinistra per l'egemonia. Il nostro rifiuto ad ogni prospettiva fusionista, parte dalla constatazione che nel nostro paese, come del resto in tutta Europa, si delinea maggiormente la diversità tra la sinistra antagonista e quella moderata: essa riguarda essenzialmente la possibilità di lottare per una trasformazione della società capitalistica che produca la liberazione dallo sfruttamento e dalla alienazione. Qui stanno le ragioni della nostra rifondazione, gli elementi costitutivi della ragion d'essere del nostro partito. Questa diversità non impedisce momenti anche consistenti di unitÓ.

Per praticare con successo questa sfida per l'egemonia dobbiamo rompere la separazione che ancora viviamo da altre importanti culture critiche dell'ordine di cose esistenti. Vi è una realtà di culture laiche e religiose che esprimono, a diversi livelli, opzioni anticapitalistiche, vi è una realtà di forze politiche di movimenti, di aggregazioni, di esperienze consolidate, a partire da quelli che muovono dalle differenze di genere, dal riconoscimento della diversità e della libertà della persona in ogni campo, da quello sessuale a quello culturale, dalla necessitÓ della difesa dell'ambiente e del territorio, con le quali è decisivo rapportarsi. Vi è un arcipelago di forze critiche alla cui crescita senza alcuna prospettiva annessionistica o collateralista, il nostro partito è vitalmente interessato per lo sviluppo stesso di una prospettiva di alternativa.

Per queste ragioni bisogna sconfiggere, al nostro interno, ogni sclerotizzazione, ogni fissità, ogni atteggiamento e pratica settari. Non si tratta di limitare il diritto di cittadinanza di diverse prospettive e opzioni politiche, che invece sono una ricchezza del partito, quando non si configurano come puro eclettismo, ma come risultato di un continuo e democratico confronto e processo di decisione. Si tratta invece di rompere vecchie e inerti logiche di appartenenza alle diverse ereditÓ che compongono la storia del nostro partito, si tratta di guardare la realtà in modo non ideologizzato, di aprirsi ai nuovi movimenti, alle culture critiche, alle nuove contraddizioni. Si tratta di rompere con il carattere monosessuato della maggioranza degli organismi dirigenti del nostro partito. Si tratta di rafforzare e ampliare l'esperienza già largamente positiva dei Giovani comunisti, e aprire il partito, nel suo complesso e nei suoi organismi di direzione ai vari livelli, alle esperienze e alle presenze delle giovani generazioni.

E' necessario, insomma, un rinnovamento forte della cultura e della pratica politica nostre, che permetta a tutti noi di riuscire nella costruzione di un grande partito comunista di massa.