IL DOCUMENTO POLITICO DI MINORANZA
(107 VOTI PARI AL 14,51 DEI DELEGATI)

Il III Congresso del Prc indica la necessità di una profonda rettifica della linea del partito in funzione del rilancio dell'opposizione di massa alle politiche dominanti e di una chiara strategia anticapitalistica. Il bilancio delle vicende di questi ultimi mesi mostra infatti l'impossibilità di influenzare sostanzialmente le scelte del governo Prodi che hanno finito invece per condizionare le scelte del nostro partito riducendone la capacità di iniziativa politica.

I "cento giorni" sono passati da molto tempo ormai senza che si intraveda l'ombra di sia pur timide politiche riformatrici, tanto meno sul fondamentale terreno dell'occupazione da noi indicato come metro fondamentale per giudicare la politica del governo. Abbiamo invece avuto una finanziaria dettata, nell'entità della manovra e nei suoi contenuti sociali, dai parametri di Maastricht in sostanziale continuità con le politiche liberiste dei governi Amato, Ciampi e Dini.

In stretta correlazione con i contenuti della finanziaria il governo Prodi procede sulla strada delle privatizzazioni, mentre i provvedimenti sul fisco, ben lungi dall'avviare concrete misure di lotta all'evasione, si ispirano addirittura al modello reaganiano di redistribuzione del reddito verso l'alto. Con il "patto per il lavoro" questo governo si conferma come l'espressione della politica concertativa e neocorporativa che rappresenta il cuore della strategia del grande capitale nell'attuale fase dello scontro di classe.

Il voto favorevole alla finanziaria e più in generale il rapporto di sostegno al governo Prodi producono evidenti effetti negativi: non favoriscono ma ostacolano lo sviluppo del movimento, alimentano illusioni tra i lavoratori, lasciano alla destra il monopolio dell'opposizione. Gli effetti di disorientamento di questa politica, forse oggi resi meno evidenti da alcuni successi di "immagine" non mancheranno di farsi sentire in maniera più pesante nel prossimo futuro. Anche in conseguenza di ciò l'attuale collocazione politico-parlamentare del partito tende a divenire sempre più insostenibile, rischiando di portare il Prc in un vicolo cieco. L'alternativa che si profila è quella tra l'essere "scaricati" nei tempi e nei modi decisi da altri, o quella di essere sempre più compatibilizzati nelle politiche centriste del governo. In un caso e nell'altro il partito subirebbe una sconfitta che dobbiamo assolutamente evitare. Le recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto l'ex ministro Di Pietro e lo stesso Presidente del Consiglio mostrano inoltre i rischi connessi con il sostegno ad un governo composto in larga parte da rappresentanti di un ceto politico compromesso, a più livelli, con gli interessi dei centri di potere dominanti del capitalismo italiano.

Poiché questo governo fa del risanamento del bilancio dello Stato la ragione della sua esistenza con una politica finanziaria e occupazionale di continuità con il passato, il III Congresso del Prc sceglie di togliere l'appoggio al governo Prodi, sulla base di un bilancio politico ormai ben comprensibile alle masse, al di là delle parziali illusioni del 21 aprile. I comunisti rifiutano in questo modo la logica della rinegoziazione al ribasso dello Stato sociale e della compromissione istituzionale sul terreno della II Repubblica. I comunisti scelgono così di rilanciare il progetto dell'alternativa, rifiutando la logica perdente e paralizzante dell'alternanza contro la quale il Prc è nato. Occorre dunque superare una concezione dell'opposizione come mera testimonianza. La recente vertenza dei camionisti francesi dimostra la possibilità di sviluppare iniziative vincenti e coinvolgenti ampi strati popolari, su temi e obiettivi fondamentali a partire dalle capacità di autorganizzazione e di lotta dei lavoratori in contrapposizione alle politiche capitalistiche di attacco allo stato sociale. II Prc deve insomma superare una situazione di ambiguità dove l'iniziativa di movimento (si pensi ad esempio a quella tra gli studenti) viene contraddetta dal sostegno ad un governo che è sempre più chiaramente controparte dei movimenti stessi. E' in questo senso emblematica la vicenda dei metalmeccanici , nella quale la chiusura del padronato trova una sponda decisiva nell'atteggiamento di un governo che non esita a venir meno agli stessi accordi del 23 luglio.

Il fatto che le destre siano riuscite a mobilitare le piazze, per la prima volta in maniera così massiccia negli ultimi decenni, deve essere motivo di grande preoccupazione per il nostro partito. II ragionamento secondo cui l'opposizione della destra qualificherebbe come di sinistra la politica del governo non ha fondamento.

Una cosa sono gli interessi fondamentali dei gruppi dominanti del capitalismo italiano ben rappresentati nel governo Prodi, altra cosa quelli di una piccola e media borghesia sempre più egemonizzata dai vari spezzoni della destra. In questo quadro il soggetto che rischia di rimanere schiacciato è proprio la classe operaia. Il rafforzamento della destra sul piano sociale non solo dimostra l'inefficacia su questo terreno dell'attuale linea del partito, ma ci rimanda all'esperienza storica dei Comunisti in questo secolo. Questa esperienza insegna che la partecipazione - diretta od indiretta - a governi borghesi, contribuisce a determinare sconfitte ben più pesanti dei parziali risultati che si possono ottenere con queste politiche.

La stessa attuale affermazione delle forze di destra in Europa discende anche dalla deriva moderata della sinistra europea che, accettando non solo l'orizzonte capitalistico ma anche le concrete scelte economico - sociali che ne conseguono, ha contribuito ad aprire la strada alla destra tecnocratica, riservando oltretutto spazi sempre maggiori alla destra populista e reazionaria.

D'altra parte gli orientamenti del governo sul terreno istituzionale evidenziano come non sia possibile attestarsi su questa linea per combattere le politiche autoritarie e presidenzialiste. Non a caso il governo ha ricercato costantemente l'intesa con il centrodestra per rilanciare il processo costitutivo della II Repubblica. II rafforzamento dei centralismi e del potere delle giunte, la radicale ristrutturazione dell'informazione basata su un compromesso con gli interessi di Mediaset e del Polo, il nuovo modello di difesa in direzione di una politica estera sempre più collocata nel quadro dell'imperialismo europeo indicano una precisa direzione di marcia verso un modello politico-istituzionale sempre più funzionalizzato alle attuali esigenze della borghesia italiana ed europea.

II varo della Commissione Bicamerale, vera apertura del processo costituente della II Repubblica, non solo rappresenta una aperta violazione dello stesso dettato costituzionale, alla quale il nostro partito deve opporsi con fermezza, ma si basa sulla dichiarata disponibilità ad un accordo di tipo presidenzialista con il centrodestra. Non è quindi convincente la rappresentazione della lotta politica italiana come semplice scontro tra "reazionari" e "democratici".

II pericolo reazionario, basato su ampi settori di piccola e media borghesia antioperaia, non può infatti essere efficacemente contrastato da un centrosinistra nato all'interno della crisi del compromesso sociale e democratico sancito dalla Costituzione e caratterizzato dalla scelta del sistema elettorale maggioritario che ha di fatto inaugurato la II Repubblica.

Per tutti questi motivi è necessaria la ricollocazione del Prc all'opposizione, prendendo atto dell'obiettiva incompatibilità di classe tra la natura del governo Prodi e gli interessi sociali che il Prc rappresenta.

II Prc deve tornare ad essere il cuore dell'alternativa anticapitalista, lavorando al rilancio dei movimenti di massa sulla base di un coerente programma di classe. Se è vero che il movimento non nasce per "decisione di partito" è altrettanto vero che il movimento reale ha sempre bisogno di una sponda politica.

In questo senso il 111ø Congresso del Prc individua i seguenti terreni di iniziativa:

1) rilanciare sia a livello nazionale che su scala europea la lotta contro i contenuti del trattato di Maastricht e contro il progetto di unificazione monetaria, autentico emblema e punto di snodo decisivo nella costruzione dell'Europa dei padroni, sostenendo attivamente, tra l'altro, la marcia europea per il lavoro prevista per la prossima primavera;

2) sviluppare immediatamente la più ampia iniziativa di mobilitazione e di sostegno alla lotta dei metalmeccanici contro l'arroganza della Confindustria, ma in autonomia rispetto alla gestione sindacale della vertenza;

3) unificare il tema del salario e quello della riduzione dell'orario in una vertenza generale del mondo del lavoro;

4) assumere la questione meridionale nei suoi aspetti sociali e democratici, per contrastare i processi di emarginazione di gran parte delle regioni meridionali nel nuovo quadro di divisione nazionale ed internazionale del lavoro;

5) costruire un movimento contro le privatizzazioni, senza alcuna mediazione sulle ipotesi di Golden Share, tendendo a realizzare forme di coordinamento con le esperienze di lotta presenti negli altri paesi europei;

6) unificare il fronte di resistenza delle aziende in crisi ed avanzare una proposta per garantire un salario per i disoccupati in cerca di lavoro, come terreno aggregante e di lotta a partire dal Mezzogiorno;

7) rilanciare 1'iniziativa tra i giovani contro l'attacco alla scuola pubblica ed il diritto allo studio e contro le misure di flessibilità e precarizzazione del rapporto di lavoro;

8) riprendere una campagna antimilitarista, per l'uscita dell'Italia dalla Nato, contro l'esercito professionale ed il nuovo modello di difesa.

Una credibile ripresa dell'iniziativa tra i lavoratori non può prescindere da una svolta profonda della nostra politica sindacale. L'esperienza ha dimostrato l'impossibilità di sviluppare iniziative di lotta dei lavoratori in assenza di strumenti sindacali adeguati.

Ponendosi l'obiettivo della rottura dell'attuale meccanismo concertativo, i comunisti affermano con urgenza l'obiettivo di una vera e propria inversione di tendenza nell'orientamento e nella prassi politica, culturale ed organizzativa del movimento operaio anche sul terreno sindacale.

Gli accordi del 31 luglio 1992 e del 23 luglio 1993, la controriforma delle pensioni, il recente "patto per il lavoro": rappresentano i passaggi più significativi di un processo che ha ricondotto il movimento dei lavoratori in una dimensione di complessiva subalternità alle strategie padronali. Ed è proprio questa subalternità a rendere più ardua oggi la stessa lotta dei metalmeccanici che avviene in un contesto reso più difficile dall'accettazione della flessibilità, dalla riduzione dei diritti, dal dominio dell'impresa sulla gestione dell'orario e della prestazione lavorativa.

Emerge allora con forza la questione di una vera e propria rifondazione del sindacato di classe.

Non la costruzione di un sindacato dei soli comunisti - inevitabilmente minoritario - ma la costruzione di un sindacato che affermi la propria autonomia dal governo e dai padroni attraverso un vincolo forte con tutti i lavoratori, per conquistarne in prospettiva la maggioranza.

Lavorare per questo obiettivo vuol dire favorire la convergenza sui luoghi di lavoro e sul territorio di tutte le esperienze di sindacalismo di classe (siano esse extraconfederali o alternative all'interno delle confederazioni) dentro un processo costituente del sindacato di classe: una costituente da intendersi come percorso da sottoporre alla verifica di massa per verificare i tempi e i modi della sua realizzazione.

Il III Congresso del Prc ritiene quindi che debba essere riconsiderata la scelta della costituzione dell'area programmatica dei comunisti nella Cgil, che cosi concepita non potrà che essere eternamente minoritaria riesumando una concezione ormai superata del rapporto tra partito e sindacato.

II ritorno all'opposizione ed il rilancio di un programma di classe significano anche la ridefinizione complessiva del progetto, delle ragioni, dei fini del nostro partito come partito comunista di massa. Un partito che si candidi all'egemonia sulle classi subalterne in alternativa al Pds. Un partito che unisca la battaglia per gli obiettivi immediati alla prospettiva di una alternativa di sistema e che per questo non riduce il comunismo ad "orizzonte" e pura sommatoria delle culture critiche del capitalismo, ma lo concepisce come rivoluzione sociale contro ogni vecchia e fallita suggestione riformistica.

II capitalismo contemporaneo vive la contraddizione tra la vittoria riportata sull'esperienza comunista del '900 e l'incapacità di dare risposte espansive non solo nei paesi della periferia, ma anche in quelli del centro imperialista. Questa incapacità si è manifestata sempre più chiaramente a livello mondiale proprio dopo la fine del cosiddetto "secolo breve" (1917-1989) con lo svilupparsi su scala globale della competizione tra i principali poli imperialistici. E' questo l'elemento principale che ha accentuato la crisi, per altro già in atto, delle politiche riformistiche anche nel nostro paese.

Ed è questo l'elemento oggettivo che ripropone come attuale la questione comunista. Non è possibile dunque oscillare tra l'analisi della "crisi del riformismo" su scala mondiale e la riproposizione concreta di ricette riformistiche in Italia.

II Prc deve quindi rilanciarsi come forza dell'alternativa anticapitalistica che richiamandosi a Marx ed al marxismo rivoluzionario (Lenin, in primo luogo, ma anche Gramsci) ed alle esperienze delle rotture rivoluzionarie di questo secolo, sappia riproporre il tema - assolutamente decisivo - della rifondazione comunista.

Un altro elemento di crisi del capitalismo di questo fine secolo è rappresentato dalla questione ecologica. II concreto sviluppo del modo di produzione capitalistico si mostra sempre più incompatibile con le più elementari esigenze di equilibrio ambientale a livello planetario. Partendo da questa semplice constatazione i comunisti devono lavorare alla costruzione di un pensiero e di una pratica ambientalista all'interno di un progetto di trasformazione anticapitalista. Per dare concretezza al percorso della rifondazione comunista è necessario anzitutto lavorare alla ricostruzione di un blocco sociale anticapitalistico che sappia legare fra loro i diversi settori sfruttati ed oppressi della società. Ciò ci impone di sviluppare l'analisi sulla nuova composizione di classe, sulla crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro, sull'emergere di nuove e vecchie forme di lavoro servile, sulla comparsa di inedite forme di proletarizzazione (dall'impoverimento di consistenti strati di lavoratori autonomi, sempre più diffusamente eterodiretti, alla progressiva dequalificazione del lavoro intellettuale), sul dato strutturale della disoccupazione di massa, sui fenomeni migratori e sulla trasformazione in senso multietnico del proletariato.

E' a partire dalla ricostruzione di questo blocco sociale che si pone, in termini non astratti, la questione della lotta per l'egemonia con il Pds. II Pds e Rifondazione comunista non sono solo soggetti distinti; sono invece la rappresentazione politica di progetti strategici alternativi. In questo senso l'autonomia del nostro partito non può essere intesa come semplice dato organizzativo, ma piuttosto come autonomia culturale e politica non omologabile ai parametri del sistema dominante.

Se l'autonomia perde il contenuto della prospettiva comunista, la stessa separazione organizzativa finisce per smarrire la propria giustificazione. L'autonomia sta dunque, in primo luogo, nella definizione di un progetto di rovesciamento del capitalismo e nelle scelte politiche che ne conseguono.

Nell'attuale contesto internazionale, caratterizzato da crisi e profonde lacerazioni determinate in primo luogo dall'acutizzarsi delle contraddizioni interimperialistiche, i comunisti devono rilanciare la propria ispirazione internazionalista ed antimperialista.

Questa ispirazione si traduce concretamente nel rilancio della lotta contro la Nato ed il suo tentativo di espansione ad Est, contro i progetti militaristi europei, per la fine immediata dei blocchi economici che affamano le popolazioni di interi paesi (Iraq, Cuba, Libia).

Al fine di perseguire l'alternativa strategica al capitalismo è essenziale la funzione del partito comunista come partito radicato tra le masse, un partito fortemente democratico, che sappia valorizzare al massimo le sue energie ed essere intellettuale collettivo. Nello stesso tempo occorre imprimere un'accelerazione alla costruzione del partito nella società, valorizzando, anche nella formazione dei gruppi dirigenti e nella elaborazione politica le realtà più direttamente espressione del mondo del lavoro e dei movimenti. E' in questo contesto che assume particolare rilevanza il tema del superamento del carattere monosessuato del partito, che non può essere però inteso come semplice inserimento di un maggior numero di donne negli organismi dirigenti, ma che richiede invece il superamento dei caratteri gerarchici e verticistici dell'attuale forma partito.

Per condurre efficacemente la lotta contro il capitalismo è necessario un partito che non viva in funzione della rappresentanza istituzionale, ma che subordini la rappresentanza istituzionale alle lotte di massa e alla azione anticapitalistica. Ma proprio a questo fine è essenziale sviluppare un partito vivo, estraneo a burocratismi e conformismi che coniughi la più ferma unità di azione con la ampia democrazia nel pieno rispetto delle diverse posizione e proposte, politiche e strategiche, presenti al suo interno.