III Congresso
del Partito della Rifondazione Comunista


Relazione introduttiva
di Fausto Bertinotti

Questo III congresso del Partito della Rifondazione Comunista parte da una constatazione importante in primo luogo per noi, ma non solo per noi: la battaglia per l'esistenza di un nuovo partito comunista in Italia è stata vinta. L'esito di questa battaglia, di questo impegno, non era affatto scontato, anzi era difficile. Su di esso pesava più di un interrogativo.

La costituzione in partito di una realtà antagonista, la costruzione di un nuovo partito comunista non si è presentato come un compito facile, ma oggi si può dire che questa è ormai una battaglia vinta.

Le donne e gli uomini che hanno avviato questo impegno, vincendo ogni scetticismo, possono guardare con legittimo orgoglio al loro impegno: i fatti gli hanno dato ragione. Loro, con tutti quelli che siamo venuti a portare avanti questa impresa, possono ora dire: ce l'abbiamo fatta. Un punto fermo, un punto di non ritorno è acquisito: nella realtà politica del paese vive una forza politica antagonista, il Partito della Rifondazione comunista. Questo risultato è maturato su un’intuizione politica che si è rivelata quella vincente. L'azione del partito è stata fondata sul binomio radicalità e unità, un binomio che ci ha guidati nella pratica sociale, come in quella politica. Un binomio che costituisce il codice, la cifra del nostro modo di essere, che segna una diversità nella politica italiana ed un elemento di innovazione anche rispetto alla tradizione da cui veniamo. Ci sono ritardi che siamo venuti accumulando, e a cui dobbiamo saper guardare criticamente, sul terreno teorico e della ricerca nel processo di rifondazione di un partito comunista, ma nella prassi un vero e proprio elemento rifondativo l'abbiamo introdotto proprio con la coppia radicalità-unità. Lo si è visto bene anche in recenti acuti passaggi che, nel loro insieme, hanno dato vita alla linea politica del partito e che, in un certo senso, l'hanno definita. Mi riferisco da un lato, alla scelta dell'opposizione del governo Dini e, dall'altro, all'accordo di desistenza per battere le destre di Berlusconi e Fini e al sostegno critico al governo Prodi per dischiudere al paese una nuova e più aperta fase politica.

Senza il combinato composto di queste scelte ora non saremmo quelli che siamo, non saremmo un soggetto politico autonomo a cui guarda con interesse tanta gente, saremmo o una pura articolazione dipendente dal PDS o una realtà minoritaria ghettizzata e priva di qualsiasi progetto politico.

Queste scelte non sono il frutto di un'improvvisazione, di un soprassalto di lucidità tattica. Provengono da un'idea della politica, quella secondo la quale a fondarla e a darle senso c'è la condizione sociale e che la prima domanda a cui una buona politica deve rispondere è chi vuoi rappresentare, contro chi, e per fare che cosa. E' un'idea politica che rompe con ogni forma di politicismo, così diffuso anche nella storia della sinistra e che sottopone a critica radicale la nozione di autonomia della politica.

E' un'idea che muove dalla riscoperta, quale fondamento della politica del partito, delle ragioni di classe; della riscoperta delle ragioni di classe nelle forme concrete ed attuali del lavoro che c'è e del lavoro che non c'è, nella vita di lavoro e nella vita quotidiana.

Provengono, queste scelte, quella dell'opposizione al governo Dini e dell'autonomo sostegno al governo Prodi, come quella più generale sull'esigenza di saper coniugare radicalità e unità, da una interpretazione della realtà del paese che ne mette in luce gli elementi forti di discontinuità, di radicale cambiamento rispetto al passato.

Un nuovo ciclo di sviluppo capitalistico sta soppiantando il vecchio. Una rottura culturale e politica si sta producendo con tutta la storia di questo dopoguerra. Il crollo dei sistemi dell'est europeo cambia la geografia politica dell'Europa e del mondo. Non si può pensare di agire in questa nuova situazione imitando e proseguendo neppure la politica del PCI, di cui pure sentiamo forte l'eredità seppure non esclusivamente. Abbiamo cioè avvertito che per far vivere una forza comunista nell'Italia di oggi, bisogna ripartire dall'analisi sociale, di classe del paese e dell'Europa e del mondo in cui esso è sempre più strettamente inserito. Cioè bisogna costruire una nuova forza comunista. La presenza dei giovani nel nostro partito; l'attenzione, l'interesse, la simpatia di tante ragazze e ragazzi nei nostri confronti è più che un segno, è più che una incoraggiante conferma. La rifondazione di una nuova forza comunista passa anche per l'ascesa di una nuova generazione, per l'immissione nel processo rifondativo del punto di vista di un'altra generazione di comunisti.

Dunque, avete, abbiamo vinto una battaglia. C'è in Italia una nuova forza comunista. Non è un fenomeno solo nazionale. In forma diversa questo è un fatto, una realtà, in tutta l'Europa.

Anche per questo possiamo dire: c'è oggi e ci sarà ancor più domani.

Ci sarà in ogni caso. Nessuno pensi si possa eliminare. Non lo si potrà né con l'esclusione né con l'integrazione. Nessuno pensi che sia possibile con l'esclusione, con la cancellazione. Neppure una legge elettorale che fosse fatta apposta per cancellare la nostra presenza in Parlamento, potrebbe riuscirci. Potrebbe creare difficoltà anche molto gravi e più pesanti ancora guasti all'ordinamento democratico del paese, ma quel che c'è e vive nella società non lo si cancella dalla politica neppure se gli si impedisce, con una truffa elettorale, l'accesso al Parlamento. Una politica forte finirebbe ugualmente, sebbene con gravi danni per tutti e prima di tutto per il paese, per affermarsi anche su forme distorte e imbroglione della rappresentanza.

Ed una politica di sicuro forte è quella che si propone come discorso di classe, come organizzazione del conflitto, come parte organizzata della società.

Ma nessuno pensi neppure che sia possibile il superamento del PRC attraverso una qualche sia integrazione. Ogni tanto questa tentazione affiora nel PDS. Affiora cioè, nel PDS l'idea che domani, anche se in un domani lontano, le due sinistre possano ritrovarsi in un solo partito: il suo. Ora su questo punto val la pena di essere molto netti. Questa sollecitazione è irricevibile in primo luogo per un principio di realtà. Esistono, in Italia e in Europa, ormai due sinistre così diverse tra loro come mai era accaduto nel dopoguerra, neppure durante i conflitti più aspri tra comunisti e socialisti perché quelli si configuravano in ogni caso come conflitti interni ad una comune cultura di classe.

Oggi le sinistre sono due perché diverse non sono solo le politiche, ma anche le culture politiche e, persino, tendenzialmente le forze sociali di riferimento strategico. Ma c'è una ragione in più per rifiutare ogni prospettiva fusionista, in realtà di annessione.

La sinistra antagonista, Rifondazione Comunista non ha la vocazione a testimoniare le sue ispirazioni in un contenitore che va in tutt'altra direzione; Rifondazione ha l'ambizione di fare una politica diversa, di incidere sulla realtà, di contribuire a creare movimenti e azioni di massa. Abbiamo imparato dall'esperienza di questi anni che la nostra autonomia politica è una delle condizioni perché viva l'autonomia dei movimenti, perché si spezzi la propensione alla tregua sociale, al silenzio delle masse, perché esse possano riprendere la parola, con il conflitto sociale. Noi esistiamo perché, e in quanto, siamo portatori di una politica diversa. E quella dell'alternativa è una politica diversa. Essa è richiesta dalla condizione di lavoro e di vita delle masse su cui grava una nuova e diffusa insicurezza. Questa insicurezza, cioè una condizione di alienazione, è il tratto saliente di una società i cui cambiamenti sono dettati dal modo di produzione capitalistico che sta configurando una nuova tappa del suo sviluppo. Rinasce qui l'istanza dell'alternativa e con essa, la ragione prima della nostra esistenza. La critica a questa modernizzazione capitalistica, la costruzione di un nuovo movimento politico di massa, la riapertura qui e in Europa di una nuova stagione di riforma sociale e democratica, cioè nella condizione di oggi, la lotta per un nuovo modello sociale e di sviluppo sono gli elementi di una politica dell'alternativa, l'opposto dell'idea che a questo processo di modernizzazione capitalistica bisognerebbe adattarsi per svilupparne gli elementi dinamici. La sfida è aperta nei processi reali e nella politica. Tra le due sinistre, al contrario della dipartita dell'una o dell'altra, è aperta una competizione, una sfida per l'egemonia. La vincerà chi avrà, chi fornirà la risposta più efficace alla crisi, cioè al grande passaggio e travaglio, che stanno vivendo i popoli dell'Italia e dell'Europa. Guadagnamo così, anche per queste vie, il senso di questo nostro congresso: il passaggio dalla conquista dell'esistenza di una forza antagonista alla progettazione del futuro, il passaggio, per noi e per i movimenti, dalla resistenza al progetto, dalla resistenza, senza, la quale, oggi come domani, non esiste una politica delle classi subalterne, al progetto, senza il quale non vive l'alternativa.

Questo passaggio richiede una innovazione forte e difficile nella nostra cultura politica, nei nostri comportamenti, nel nostro modo di essere. Due ci sembrano le direzioni principali su cui muoverci.

Si tratta di rompere due bozzoli che imprigionano le potenzialità di trasformazione che pure esistono: l'uno è la dimensione nazionale in cui ancora è racchiuso il nostro agire, l'altra è la separazione che ancora viviamo da altre importanti culture critiche.

Per incontrarle bisogna che abbiamo presenti il tratto oppressivo generale di questo nuovo capitalismo. Ogni autonomia tende in esso ad essere attaccata e distrutta, mentre si accresce la dipendenza di ogni aspetto della vita organizzata dall'impresa e dal mercato. La condizione di classe, come la cultura, l'ambiente come le persone, dovrebbero diventare pure variabili dipendenti da quella e da questa. Senza nulla concedere al riemergere di letture catastrofiste, non c'è da attendersi alcun crollo di natura economica, bisogna saper cogliere un interrogativo drammatico che torna a farsi strada in questo fine millennio sul futuro dell'umanità, sul suo destino e sulle forme della sua convivenza.

I fondamentalismi insorgenti sono di certo espressioni di questa crisi oltreché, in presenza di un eclissi della politica a scala mondiale, la replica ad un altro fondamentalismo, quello tecnocratico del mercato. Una replica, a sua volta, regressiva. Il fondamentalismo non può essere attribuito a nessuna religione quale sua propria vocazione, è la manifestazione di una crisi di civiltà.

Una forte ripresa di dialogo tra tutte le culture critiche nel mondo può essere l'unico antidoto efficace. In Italia questa ricerca parla direttamente della possibilità di far lievitare le forze e le culture per un'alternativa di società alla primazia del mercato. Le culture cristiane, e in particolare la Chiesa e il mondo cattolico sono parti rilevanti della cultura del paese. Luoghi di testimonianza di fede e di agire sociale che confliggono sempre di più con il carattere pervasivo dell'ideologia mercantile, con la diffusione della mercificazione. Essi si incontrano con la sofferenza e il disagio di questo tempo.

Si spiega anche così l'incontro nostro sulla via della marcia per il lavoro con il Vescovo di Caserta, di Nola, di Salerno, con tante chiese locali. Si spiega così il rilievo che prendono anche per noi esperienze come quelle della Caritas o del gruppo Abele o di tante esperienze di volontariato.

Ma è la Chiesa stessa a offrire materia di riflessione, di ricerca, di dialogo.

Un pontificato come quello di Giovanni Paolo II, che pure è stato segnato da propensioni integraliste e da quello che a noi è sembrato un rifiuto ad intendere certi temi di libertà della persona e di autogoverno come nel caso dell'esperienza delle donne, ha guadagnato un'apertura importante sul tema dei paesi poveri del mondo e una critica alla supremazia del mercato che costituiscono un segno dei tempi.

Quando Giovanni Paolo II dice che non può essere accettato il primato del mercato quando esso produce nuova povertà e disoccupazione, parla del capitalismo del nostro tempo. Ne nasce una sollecitazione forte al dialogo, al confronto sui destini dell'uomo nel nostro tempo e sulle pratiche sociali che lo possono opporre, per usare le parole di un altro pontefice, al più grande peccato dell'umanità, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Ma il confronto e il dialogo deve e può muoversi anche in altre direzioni. La cultura liberale e liberaldemocratica sembrano avere abdicato ad ogni capacità di tenuta e di autonomia dei padri fondatori, da Locke a Stuart Mill. Così sui diritti civili sono approdate ad una sorta di liberismo estremo, frutto di un relativismo etico che non si avvede che l'organizzazione della società di cui sono paladini tende ad una omologazione degli stili di vita in uno, fuori del quale c'è solo l’esclusione, la censura, la custodia e la pena. Mentre i diritti sociali vengono degradati a diritti individuali e l'individuo viene indotto a comprarsi da solo, se può e come può, le sue posizioni di socialità nel mercato. Ma questa deriva non lascia solo un vuoto.

Nuove culture liberali rinnovate vengono alla luce sull'onda di diritti rivendicati da soggettività emergenti in nome della diversità. In forme diverse, soggetti tra loro radicalmente, strutturalmente diversi, come ogni altra soggettività non assunta nella norma, si scoprono portatori di domande ricche, domande di riconoscimento e di valorizzazione delle differenze, di critica al paradigma produttivistico, di qualità della vita. Emergono cioè nuove culture dei diritti che ci interrogano, non solo su come ridurre i disagi alla persona, ma perché possono incontrare creativamente le nostre critiche alla modernizzazione capitalistica e al suo paradigma. La riduzione del danno, i processi partecipati che essa promuove possono incontrare la critica alla causa del danno per proporsi, da esperienze e percorsi diversi, la critica e il cambiamento dell'esistente, del suo carattere così generalmente, seppure, differenziatamente, oppressivo.

Ancor più dirette sono le sollecitazioni al confronto sistematico che vengono dalle culture ecologiste e dall'esperienza delle donne, dalla cultura della differenza, che costituiscono ormai un punto dialogico fondamentale della nostra politica. Intessere un dialogo permanente, un ascolto, costruire una relazione con queste esperienze e culture è per noi indispensabile. Bisognerà costruire sedi non rigide, luoghi informali ma efficaci per confrontare esperienze e far emergere saperi critici. Così come il rapporto con gli immigrati non può essere solo quello per la tutela, per la conquista di una necessaria cittadinanza comune, ma anche quello per un dialogo tra culture diverse, per la ricerca delle nuove forme di una diversa convivenza civile e, intanto, del possibile incontro delle diverse ragioni critiche di questo ordine delle cose esistenti, ordine che fa dell'esclusione un elemento della divisione del suo possibile antagonista.

Il confronto tra le culture e i soggetti critici è parte decisiva del nostro progetto politico. Il nostro progetto politico non vive, non può vivere senza questa nuova frontiera, la frontiera del dialogo con le altre culture critiche. Non si tratta di un elemento aggiuntivo, di un optional, di un belletto. Si tratta di costruire un confronto che è, per noi, parte integrante dello stesso processo di rifondazione.

 

Se questa costituisce l’ascissa del nostro sforzo di rinnovamento, l'ordinata è costituita dall'assunzione della dimensione europea quale teatro della nostra azione politica diretta. Il rapporto con gli altri paesi europei non si configura più come politica estera. Si sente spesso dire, e a sproposito, andiamo in Europa. In realtà siamo in Europa. L'Europa è una materialità, una realtà concreta fatta di connessioni, vincoli e potenzialità.

L'autonomia degli stati nazionali, in un certo senso, è finita davvero. Se ne è vista la conferma anche nella finanziaria, su cui ha pesato direttamente e concretamente questa collocazione del paese. Puoi certo ancora dare una soluzione diversa al problema, ma il problema è sovradeterminato.

Il punto di comando del processo sta a sua volta ancora al di là della stessa Europa, risiede in quel processo di globalizzazione e di finanziarizzazione dell'economia che consuma fino a demolirlo il ruolo dello stato-nazione e che chiede allo stato di rovesciare l'attitudine che a fronte delle lotte di classe e dell'ingresso delle masse nella politica esso aveva assunto, gli chiede di rovesciare quell'attitudine per passare da costruttore dello stato sociale a suo distruttore.

In questo contesto l'Europa vive oggi una vera e propria crisi di civiltà.

E' l'intero corpo di quella che si è chiamata civiltà europea ad essere messo in discussione. Pur sapendo che le culture dominanti sono quelle delle classi dominanti, si può dire che, qui, culture diverse, da quella cristiana, a quelle illuministe a quelle marxiste si erano guadagnate per sé medesime, e per la cultura e per la scienza in generale, spazi di autonomia dai processi economici. Questi spazi, oggi, sono messi radicalmente in discussione dal diffondersi del pensiero unico. Il modello sociale che, dopo la vittoria contro il nazi-fascismo e attraverso le grandi lotte di massa, si era andato costituendo aveva delineato un grande compromesso sociale, contrassegnato dal potere sindacale dei lavoratori, dallo stato sociale e dalla democrazia di massa.

Ora esso è aggredito nelle sue fondamenta dalla rivincita neo-liberista.

Colpito dai processi di globalizzazione dell'economia e sfidato dall'insorgere di spaventosi conflitti etnici e religiosi, l'Europa vive una crisi di civiltà. Una disoccupazione di massa che supera i 20 milioni, l'allargarsi delle aree di esclusione sociale e di nuova povertà, il generalizzarsi di uno stato di incertezza e insicurezza ne sono i segni più evidenti, le manifestazioni più acute.

Contro l'offensiva liberista, di attacco allo stato sociale si sono costituite grandi lotte di resistenza che sono la parte più viva e vitale dell'Europa.

Esse tuttavia sono segnate da un carattere difensivo e racchiuse dentro la dimensione nazionale. C'è anche qualche esperienza innovativa. Ultima quella dei camionisti francesi, lotta assai significativa. Per la prima volta non sono i padroncini a realizzare i blocchi stradali, ma i camionisti loro dipendenti.

Ed è una importante smentita della tesi secondo la quale la dispersione del lavoro subordinato rende impraticabile l'unità e la lotta di massa.

Ed è importante che con l'obiettivo della pensione a 55 anni si è tornato a dire ed a vincere in Europa sul fatto che è giusto collegare l'età pensionabile ad una condizione di lavoro piuttosto che all'età anagrafica. Ma una rondine non fa primavera. Resta la crisi dell'agire collettivo, l'enorme difficoltà dei soggetti a trasformare i bisogni in rivendicazioni e in movimento. Pesano fenomeni strutturali: l'effetto di spiazzamento provocato dal mutamento della composizione sociale di classe e della composizione tecnica del capitale di questa ristrutturazione capitalistica. Pesano la desertificazione delle sponde sociali e politiche in cui era cresciuto il protagonismo delle masse.

Pesa, cioè, sia la crisi del welfare-state che il negativo mutamento di collocazione, nel conflitto industriale delle formazioni socialdemocratiche e della sinistra moderata. Pesa, e in Italia più ancora che altrove, la drammatica perdita di autonomia rivendicativa del sindacalismo confederale che con gli accordi di luglio e la pratica mortificante e fallimentare della concertazione ha legato le mani all'iniziativa dei lavoratori, mentre le imprese hanno guadagnato ogni libertà di azione. Ma pesa, e sempre più pesa, lo scarto tra la dimensione internazionale quanto meno europea in cui agiscono organicamente le imprese, e in cui si determinano gli indirizzi di politica economica e sociale, e la dimensione nazionale del conflitto sociale.

C'è l'Europa dei mercati e dei capitali, non c'è l'Europa politica. Non c'è la democrazia dell’Europa e non c'è in esso la politica per l'alternativa. Noi, con i compagni dei partiti che hanno formato il GUE al parlamento europeo abbiamo avuto qualche buona intuizione, la manifestazione a Parigi, l'incontro di Madrid. Troppo, troppo poco. Anche i grandi problemi che hanno fatto la storia di un popolo, si pensi per noi in Italia alla questione nazionale, alla questione meridionale, non hanno più uno statuto autonomo. Anch’essi verranno definiti dentro quel quadro. La domanda allora è: cosa sarà l'Europa? Oggi si parla di un'Europa a due velocità, formula ipocrita per parlare di uno sviluppo duale dell'Europa. Oggi.

E domani? Qual è la linea di tendenza in atto? Dove va l'Europa? La risposta è drammatica, l’Europa va verso il modello nord-americano. La risposta delle classi dirigenti europee alla globalizzazione è l'importazione del modello sociale statunitense. Una grande area sulle coste dell'Atlantico con un comune modello sociale, i confini della Nato diventano, da quelli di un'alleanza militare, quelli di un modello sociale neo-liberista. Per l'Europa una vera e propria rivoluzione passiva.

Perché il modello USA? Perché è quello più funzionale a questa modernizzazione capitalistica, quello che risponde alla crisi dello sviluppo con la massimizzazione della flessibilità, della variabilità, e della adattabilità del lavoro. E questo paradigma che chiede come in USA, da un lato l'eliminazione del contratto nazionale di lavoro e dall'altro l'eliminazione della tutela universalistica, cioè per tutte e per tutti, dello stato sociale. Non ci deve essere più nulla che valga per tutti, tutele troppo onerose come costi e diritti troppo rigidi come uguaglianza, divengono incompatibili, le une e gli altri, con i dettati del nuovo capitalismo. A cui, va detto chiaramente, va un po’ troppo stretta la stessa democrazia di massa. Meglio un regime deideologizzato e anche perciò privo di una politica di alternativa. Se poi per questa via il suffragio universale si riduce ad un simulacro, al punto che per decidere chi debba detenere il potere esecutivo partecipano meno della metà dei diritti al voto, cosa che renderebbe nulla la rappresentanza di una bocciofila, nessun problema. Anzi cacciate dalla cittadinanza sociale, dai meccanismi di funzionamento del nuovo tipo di sviluppo capitalistico, parti decisive del popolo vengono respinte fuori anche dall'esercizio della cittadinanza politica. Così il cerchio di una democrazia dimezzata ed autoritaria si chiude nell’esclusione. Esclusione ed inclusione regolano tutti i mercati, li funzionalizzano alla competizione globale. Anche i rapporti tra nord e sud del mondo vengono rivisti da questi processi. Resta lo sfruttamento generale sul sud del mondo, resta la sua fame e il suo sottosviluppo. Ma il decentramento della produzione, con la possibilità di muovere capitali e tecnologie in ogni dove, insegue la forza lavoro al suo prezzo più basso e vede per questa via sorgere aree di fortissima crescita come tali competitive con i punti alti dello sviluppo capitalistico. Contemporaneamente il modello USA introietta parti del sud, se le porta all'interno, come isole di terzo mondo dentro la cattedrale dello sviluppo. Può esportare Singapore ed importare un quartiere di Nuova Delhi. La pressione sull'Europa perché acceleri la sua corsa verso gli Usa è forte.

Qui il modello neoclassico di risposta alla disoccupazione è fallito.

L'aumento della flessibilità non l'ha di certo ridotta. Piuttosto che interrogarsi sul suo fallimento e cercare una risposta evolutiva alla crisi della civiltà del lavoro europea, le sue classi dirigenti guardano alla prospettiva di estremizzare questa politica e abbattere lo stato sociale. Così l'Europa somma un'alta disoccupazione con l'avvio dell'introduzione anche qui di quel che gli americani chiamano "lavoro povero", cioè di un lavoro come quello di qualsiasi altro, ma la cui retribuzione è così bassa che non ti consente di superare la soglia della povertà. Un'Europa sull'orlo della crisi sociale, in una fase di grande transizione. E' questa Europa così come si presenta che suscita tanti rifiuti. Essa spinge, cioè, fuori della sua cittadinanza politica tanti che, contemporaneamente, assume come merce nel suo mercato.

E' questa l'Europa che ci si presenta come costo sociale da pagare. Ma questa non è l'Europa, in un certo senso è persino la sua scomparsa come civiltà propria. Questa è l'Europa senza autonomia ridotta ad area di produzione e mercato come la pretendono i processi di globalizzazione e di mondializzazione dell'economia, è l'Europa di Maastricht, cioè di una politica economica monetarista che propone, quale via di abbattimento della spesa pubblica, l'abbattimento dello stato sociale. Questa tendenza è quella che va contrastata a fondo ed è rispetto a questo modello che va costruita l'alternativa, ma al suo stesso livello. Per farlo è necessario, in primo luogo, non cadere in una trappola costruita in una sapiente mistificazione secondo la quale l'Europa sarebbe la moneta unica e la moneta unita sarebbe Maastricht. Il trucco va disvelato. L'Europa politica democratica non serve al processo di integrazione economico-monetario in atto. Servirebbe invece alle forze interessate a costruire l'alternativa. Perciò deve diventare, l'Europa dei popoli, un nostro terreno di lavoro politico; non intendiamoci, l'astratto cielo dei diritti dei cittadini e delle forme delle istituzioni, ma il concreto formarsi di un tessuto unitario di lotta e di movimenti di massa, di relazioni forti tra le forze della sinistra antagoniste e di confronto con le altre forze democratiche, la promozione di forme di protagonismo e di azione sovranazionale devono diventare la trama di un lavoro politico organizzato. Almeno i partiti che hanno dato vita al GUE devono fare un salto di quantità e di qualità nei loro rapporti per dar vita ad una politica comune in Europa. L'Europa è il teatro reale di una contesa di classe e di civiltà costruitosi su un sistema di relazioni e di scambio tra le diverse economie già molto sviluppate. La moneta unica si afferma in relazione a tutto questo.

La moneta unica si può realizzare con le politiche di Maastricht o con altre politiche diverse da quelle. Maastricht addirittura non prevede all'origine la costituzione della moneta unica. Le due questioni, moneta unica e Maastricht, sono e vanno tenute separate. Se no si finisce chiusi in un'alternativa mortale, comunque perdente, quale che sia il corno del dilemma che si sceglie. O, per stare nel concerto dei paesi europei che si danno una moneta comune e che saranno quello che definiscono l'Europa e ne dettano il gioco anche nella divisione del lavoro e dei mercati, accetti le politiche socialmente regressive di Maastricht, oppure, per rifiutare Maastricht, ti separi dalla locomotiva dell'Europa e ne subisci la conseguenza negativa sullo sviluppo. Per uscire da questa coppia perdente, da questo dilemma della sconfitta non c'è altra via che la costruzione di un'alternativa di politica economica e sociale per l'Europa, separando l'unificazione economica dalle politiche di Maastricht, perseguendo la prima e combattendo la seconda. E' una possibilità reale. Già abbiamo dimostrato col compromesso realizzato nella finanziaria e con il contributo per l'Europa che si può andare verso la moneta unica sottraendosi alla richiesta che in nome di Maastricht pioveva su tutti i paesi europei, e in particolare sul nostro, di attaccare lo stato sociale. Ma sottrarsi ad una stretta è un conto, altro è cambiare una politica. Tuttavia non sono poche le forze che ormai si interrogano sulle conseguenze negative sull'occupazione delle politiche di convergenza su quei parametri. Impedire che essi diventino permanenti nel patto di stabilità delle monete di cui si parla, cambiare i parametri e modificare le politiche di Maastricht, introdurre i parametri dell'occupazione e di politiche di equità fiscale può costituire la piattaforma di una larga mobilitazione. In gioco è un elemento di fondo che condizionerà la vita di ognuno in ogni paese. In gioco c'è la possibilità di dar vita in Europa ad un modello sociale progressivo, autonomo e diverso da quello USA. Se si ragiona così si capisce la ragione dell'interesse che nei confronti dell'Europa ha manifestato, nell'incontro che abbiamo avuto con lui, il Presidente Fidel Castro, l'uomo, il capo di stato che qui al vertice della FAO ha dato voce ai popoli dei paesi poveri del mondo e a cui va l'augurio più intenso che Cuba possa presto essere liberata dal blocco americano che la opprime, in modo che possa liberamente decidere del suo futuro e della sua rivoluzione.

L’interesse di Fidel Castro è pienamente comprensibile, così come è comprensibile l’interesse di Arafat e dei compagni palestinesi impegnati in una difficilissima lotta per la conquista di spazi di autogoverno per il loro popolo nei confronti della prospettiva di un’Europa autonoma e capace di un suo ruolo di pace nel mediterraneo e nel mondo.

E’ lo stesso interesse del sub-comandante Marcos e degli zapatisti, lo stesso di tutte le forze che nel mondo lottano per la libertà e l’indipendenza.

L'interesse di Castro è ampiamente comprensibile, un'Europa autonoma, perché diversa nel modello sociale, sarebbe nelle condizioni di interagire sui processi di globalizzazione dell'economia invece che lasciare libero corso ad essi e alle sue conseguenze su tanta parte dell'umanità. Del resto la ricerca di un nuovo modello di sviluppo per l'Europa aprirebbe subito la questione del suo rapporto col terzo mondo, a partire da una politica per il mediterraneo.

Si potrebbe allora aprire una ricerca tra forze consistenti, anche tra gli stati su cosa, come, per chi produrre, per mettere in discussione questa clamorosa contraddizione del nuovo capitalismo, quella che da un lato vede la mondializzazione della produzione, delle finanze, dei mercati ma che dall'altro non consente la mondializzazione dei consumi, circoscritti, per la loro stessa natura, ad una minoranza dell'umanità.

Questa contraddizione sta alla base della diffusione su scala mondiale dello sfruttamento con l'inseguimento della forza lavoro al suo più basso prezzo, un prezzo da cui muove il capitale per risalire a ritroso e mettere in discussione le conquiste realizzate negli antichi insediamenti della vecchia classe operaia. Fino al paradosso che gli operai che sono oggi nel mondo più numerosi di quanti siano mai stati subiscono un processo di cancellazione legato direttamente, alla loro perdita di potere. Ripensare una dimensione internazionale del conflitto di classe è perciò indispensabile, anche per sfuggire alle sirene protezioniste che non tarderanno a farsi sentire, con tutta la loro forza populistica. Cominciare a pensare ad una grande campagna per conquistare dei diritti minimi delle lavoratrici e dei lavoratori, su scala mondiale non è una fuga utopistica. Le merci circolano su scala mondiale, hanno bisogno di farlo, ne va della loro vita. Si dovrebbe utilizzare questa loro necessità per perseguire un patto da far entrare nel diritto internazionale: possono circolare nel mondo quelle merci che hanno un certo contenuto sociale, che cioè sono state prodotte rispettando un pacchetto minimo di diritti del lavoro universali (un minimo di salario, un massimo di orario, un minimo di età del lavoratore, un minimo di condizioni ambientali).

Sarebbe l'occasione per riaprire un nuovo discorso internazionalista, un discorso nel mondo e riannodare i fili di quelli che padre Balducci chiamava i diritti dell'ultima generazione, primo tra tutti quello alla pace. Ma anche a questo proposito vale la lezione che ci hanno insegnato, del partire da sé. Un mutamento di relazione tra nord e sud del mondo, l'individuazione del Mediterraneo quale luogo vocato a questa missione strategica passa per la natura e le caratteristiche che assumerà il modello sociale e la forma di civiltà che prenderà l'Europa. Torna, come questione decisiva della politica del nostro tempo, il problema su cui vuole interrogarsi e cimentarsi questo congresso, la costruzione di un movimento politico di massa su scala europea per la riforma del suo modello sociale e di sviluppo. La questione del lavoro e dell'occupazione ne occupano il centro. Il tema del tempo di lavoro e del rapporto tra il lavoro, la vita e l'organizzazione della società ne costituiscono il centro del centro.

L'obiettivo della riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario può costituire l'anello che tira una intera catena.

L'iniziativa della forza della sinistra antagonista di Parigi contro la disoccupazione e per la riduzione dell'orario non è rimasta la sola. Cominciano a proporsi voci diverse ma consonanti.

C'è l'azione di "Agir contre le chomage". C'è l'appello del parlamentare laburista Ken Coates; c'è l'appello dei 35 intellettuali francesi. A tutti diamo il nostro sostegno perché, anche al di là di possibili diversi punti di vista, su aspetti anche importanti, ci preme in primo luogo che si formi una soggettività ampia, un movimento reale. Per la stessa ragione abbiamo guardato con interesse alla, per lunghi anni solitaria, meritoria battaglia dell'IG metal sulla riduzione dell'orario che, per altro, ha fatto risaltare il drammatico ritardo del sindacato europeo nel suo complesso. Per la stessa ragione, nient'affatto piegato ad una polemica italiana, abbiamo considerato un fatto importante per tutta la sinistra europea l'approdo, nella sua recente conferenza programmatica, del partito socialista francese di proporsi, anche per legge, la conquista della riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a 35 pagate 39, secondo i contratti in vigore nel paese. Per parte nostra credo che vada aperta una campagna di mobilitazione e di lotta politica e sociale per la conquista della riduzione generalizzata dell'orario a 35 ore a parità di salario, a livello nazionale ed europeo. Facciamo nostra la proposta di una marcia per il lavoro in tutti i paesi europei. L'esperienza che abbiamo fatto nel sud d'Italia ci incoraggia a sostenerla.

Può diventare questa nuova marcia attorno ad una parola d'ordine chiara e significativa "lavorare meno, lavorare tutte e tutti", il laboratorio di una partecipazione di massa alla costruzione dell'alternativa di politica economica e sociale. Un laboratorio itinerante e di massa che mette in rapporto esperienze, vissuti, competenze, saperi diversi, forze politiche e sociali, associazioni e chiese, disoccupati e lavoratori, uomini e donne, e giovani, tanti giovani a costruire le basi di un movimento riformatore europeo.

E' in questo quadro che va analizzata, in Italia, l'esperienza del governo Prodi, ed è in questo quadro che si può cogliere il senso del nostro sostegno critico ed autonomo a questa esperienza di governo. Del resto è questa stessa connessione ciò che spiega le ragioni dell'interesse che ci viene rivolto da tanti partiti di sinistra, progressisti d'Europa e persino del mondo. Questo congresso non è stato e non sarà il congresso che vive del dibattito sul nostro rapporto col governo Prodi.

Sarebbe ridicolo. Una linea politica, una ricerca strategica non si possono certo racchiudere nel rapporto con un governo. Ma la nostra proposta strategica, il nostro progetto di movimento di massa, che sono il cuore di questo congresso, debbono confrontarsi col problema di quale sia, qui ed ora, il quadro politico, l'assetto di governo più favorevole alla crescita di questa prospettiva, del nostro progetto. Sono rimasto assai colpito dal constatare che i compagni che hanno contrastato, col documento che lo svolgimento del congresso ha definito di minoranza, l'attuale collocazione del partito hanno finito col restare senza una qualsiasi proposta politica, abbiano semplicemente auspicato il ritorno del PRC all'opposizione, senza neppure chiedersi cosa accadrebbe dopo, in quale contesto politico ci troveremo ad agire. Esiste o no, nei processi reali, nelle tendenze di fondo della società politica italiana la tendenza al costituirsi di un arco di forze politiche e sociali sotto l'egemonia moderata ed aperta al rischio di andare verso assetti istituzionali neo-autoritari? Si questa tendenza esiste; vi fanno capo forze assai diverse e altre non la fronteggiano apertamente. La caduta del governo Prodi ne favorirebbe l'aggregazione. Sia chiaro non abbiamo alcuna propensione governativista, tanto meno ministeriale. Non devo ricordare a voi che il PRC, essendo decisivo nella formazione della maggioranza che sostiene il governo, posizione assai rara nella storia della Repubblica, non ha chiesto per sé né un posto di ministro, né di sottosegretario, tanto meno di sottogoverno.

Abbiamo fatto un accordo di desistenza per battere le destre e impedire che guadagnassero Palazzo Chigi. E le destre sono state sconfitte.

Abbiamo contribuito a far nascere il governo Prodi per consolidare la sconfitta sulla destra e per aprirci la strada, diversamente da quasi tutti gli altri paesi europei governati appunto dalle destre, di un avvio di una politica riformatrice. Ci stiamo provando, ci proveremo.

Sia chiaro non temiamo l'opposizione. Se vi saremo costretti, torneremo a farla senza per questo soffrirne. L'avremmo già fatto, e siamo andati a un rischio assai prossimo. Se non si fossero difesi in questa finanziaria le pensioni e la sanità, avremmo già avuto la crisi della compagine governativa. Siccome la nostra bussola è l'interesse dei lavoratori, delle masse popolari, siccome la nostra bussola è la crescita di un movimento di massa non possiamo accettare, non potremmo accettare il sacrificio di quegli interessi già così penalizzati in questa società e con esso la mortificazione e la passivizzazione delle masse stesse. Questo sarebbe il peggio da cui guardarsi. Né, per altro, abbiamo mai guardato al meno peggio come ad una politica. Noi sosteniamo questo quadro politico in nome di un progetto, non lo potremmo più fare se quel quadro politico contraddicesse il nostro progetto fino a metterlo in crisi. Dovremmo trarne tutte le conseguenze, ma senza fingere di ignorare che la situazione che ci troveremo a dover affrontare sarebbe più difficile e più arretrata, e assai più ardua sarebbe l'intera nostra impresa. Per questo scegliamo di investire su questo quadro politico per esercitarvi tutta la nostra influenza, per far emergere da esso i primi lineamenti di una politica di riforma e far crescere il nuovo movimento di massa. Il bilancio che vogliamo proporre al congresso non è perciò tanto quello sul governo quanto sul processo di costruzione del movimento, ma, soprattutto, quel che ci interessa indagare è il rapporto tra i due bilanci rispetto a cui verificare l'efficacia della nostra azione politica. Indubbiamente è il frutto di una lettura distorta, quasi caricaturale, l'attribuzione a Rifondazione Comunista di un ruolo decisivo nella formazione delle decisioni del governo. Non esageriamo. No, questa non è la nostra finanziaria. Tante sono in essa le cose che non ci piacciono e ben altro sarebbe stato il suo impianto generale se fossimo stati noi a deciderlo. Forse più distorto e caricaturale di questa c'è solo l'idea che curiosamente sembra albergare solo in qualche nostro compagno secondo la quale questa finanziaria non porterebbe alcun segno della nostra influenza.

No questa che sta per essere varata dal Parlamento con mille travagli e traversie non è la finanziaria che avremmo voluto, ma come si fa a non vedere il valore, l'importanza di aver ottenuto, per la prima volta dopo tanti anni, e diversamente dai governi di destra in Europa, che la finanziaria non colpisce le pensioni e la sanità? Le destre politiche e sociali, i punti di comando dell'economia europea, la Confindustria vi hanno puntato a fondo. Per ragioni di politica economica e, persino, simboliche, ben sapendo, loro, il peso dei simboli nella definizione dei rapporti sociali. Ho sentito sostenere la tesi, in singolar sintonia con i nostri avversari, secondo la quale essendo noi stati, e continuando a pensarla allo stesso modo, contrari alla controriforma della previdenza operata dal governo Dini non ci sarebbe ne merito né ragione nell'avere difeso oggi quel tipo di pensioni. Ma questo modo di ragionare è disastroso in primo luogo perché si separa dalla condizione concreta delle masse, così com'è in quel momento. Cosa c'entra per l'oggi se ieri noi eravamo avversi a quelle soluzioni perché inadeguate, perché socialmente inique. Dovremmo allora, solo per questo, lasciarle peggiorare, lasciarle colpire ancora? Se ieri eravamo, come tanti lavoratori, vorrei ricordare, per tutti, come la maggioranza addirittura dei lavoratori metalmeccanici, avversi, per così dire, da sinistra alla legge Dini, dovremmo ora lasciarla perciò peggiorare da destra? Possibile che non abbia insegnato nulla la vicenda della scala mobile? La scala mobile era stata già colpita prima, a partire dal taglio dei 3 punti di contingenza operato dal governo Craxi, ma non fu certo una buona ragione quella per accettare la sua cancellazione, come fecero invece le confederazioni con il mai abbastanza deprecato accordo del luglio 1992. Non sarebbe stata diversa la vicenda sociale del paese senza quel disastro? E allora perché non si deve capire tutto il valore di avere impedito nella finanziaria l'attacco alle pensioni? Ma, si dice da parte di alcuni, domani le forze moderate torneranno all'attacco, anzi hanno già cominciato e, purtroppo, trovando orecchi troppo ricettivi anche dentro l'Ulivo e il governo. Si, è così.

Ma proprio questo dice qual è la posta in gioco, il carattere impegnativo dello scontro aperto sulla previdenza, il suo peso strutturale e politico.

Appunto è in gioco se il sistema previdenziale pubblico, deve diventare il ventre molle del sistema, il grimaldello per la controriforma dell'intero sistema sociale. Ma proprio perciò è stato tanto importante impedire l'attacco nella finanziaria e così sarà importante impedire che venga rimesso in discussione nel 1997. E' un buon segno che le confederazioni abbiano dichiarato che convocherebbero lo sciopero generale se il governo ci provasse. Non ci deve neppure pensare perché vanificherebbe d'un solo colpo tutto il senso del compromesso realizzato sulla finanziaria.

Un compromesso il cui segno di equità sociale si è riversato anche sul contributo per l'Europa: al posto dei tagli alla spesa pubblica, che è la più ingiusta delle operazioni economiche, una tassa progressiva che non grava solo sui redditi ma comincia a colpire l'elusione e pesare su qualche rendita. Basta, tutto questo? No non basta, neppure sul terreno dell'equità del prelievo. Anzi più prepotentemente viene alla luce la questione principale del fisco in Italia, una questione non più rinviabile: la lotta all'evasione. L'evasione è un intollerabile scandalo sociale. Non si può accettare una dichiarazione d'impotenza da parte del governo. Gli ultimi dati confermano la denuncia che veniamo facendo da anni: l'evasione pare ammontare a 200-250 mila miliardi all'anno, il 15% del PIL.

La media negli altri paesi industrializzati è del 2, al massimo il 3%.

La lotta all'evasione è, in un paese in cui sostanzialmente i ricchi non hanno pagato mai le tasse, una grande questione politica, un terreno di lotta dura, difficile, in cui si può anche perdere ancora una volta. Ma non combattere questa battaglia sarebbe già una resa all'arroganza della ricchezza. No, dunque, non basta quel che è stato fatto neppure sul terreno del reperimento delle risorse e tanto meno basta ciò che non è stato fatto sul terreno dello sviluppo, dell'investimento delle risorse pubbliche nella lotta contro la disoccupazione.

Non basta, ma guai a non vedere che in questi pur timidi passi del governo Prodi in una direzione diversa da quella di coloro che lo hanno preceduto, a partire da quelli di Amato che ha inaugurato la scelta delle politiche liberiste in Italia, e diverse pure da quelle dei governi di destra in carica in Europa, guai a non vedere in questi primi e pur timidi passi le ragioni di due fenomeni sociali e politici di cruciale importanza per il futuro del paese. Per la prima volta è la destra a doversi mobilitare contro una finanziaria. Lo scudo di una indifferenziata crociata contro le tasse per mobilitare anche forze popolari, piccoli interessi di mercato che non hanno ragione per stare da quella parte, non nasconde l'essenza di questa mobilitazione, quella cioè di essere al servizio del privilegio, della libertà di arricchirsi con ogni mezzo, della volontà di conservare un blocco sociale dominante, per continuare a proliferare su una rendita di posizione costituita dalla ricchezza e di una condizione sociale di privilegio.

Al contrario, nella splendida manifestazione dei metalmeccanici abbiamo assistito, per la prima volta dopo tanti anni, ad una manifestazione sindacale operaia non rivolta contro il governo. C'è un riscontro, dunque, nelle forze sociali, nei loro comportamenti che qualcosa si muove. Ma è troppo poco, se questi cenni non diventano una politica di riforma, tutto può regredire e il vecchio uscio tornerà sui vecchi cardini, persino più pesante di come era già stato. Le destre, sia nazionali che europee, già non accettano questa situazione e in tutti i modi, se pure confusamente, tentano di destabilizzarla e metterla in crisi. La destra economica, di cui la Confindustria è da qualche tempo il motore e la guida, costituisce il ponte tra essa e un centro moderato, tra le due destre, per usare l'immagine di Marco Revelli, per costituire un continuum che, al di là della attuale diversa collocazione rispetto al governo, sviluppa lo stesso discorso di società: il discorso della grande controriforma. Le sue fondamenta sembrano ora poggiarsi sulla metafora del ceto medio, una nebulosa informe che nessuno si prova a definire, una sorta di novella araba fenice. Essa in realtà è un pura costruzione ideologica che serve ad affermare l'eclissi, la cancellazione di una realtà costituita dalle classi, ad affermare la cancellazione di una condizione fissata dal rapporto tra il tipo di lavoro e la collocazione nella società, ad affermare la cancellazione delle disuguaglianze strutturali, cioè della ingiustizia sociale, per farle apparire come fisiologiche, cioè naturali, cioè eterne.

La metafora del ceto medio serve, cioè, ad occultare, a nascondere l'esistenza dello sfruttamento, dell'alienazione, e, con essi, delle cause che generano le condizioni di disuguaglianza e di selezione sociale e di emarginazione. Così, invece che alla rimozione delle cause della disuguaglianza, si determinano le condizioni culturali perché si possa pensare alle pari opportunità, che, naturalmente, lascerebbero libere le cause stesse di generare altre disuguaglianze. Così si può pensare di abbattere dello stato sociale la sua caratteristica più preziosa, quella di limitare la disuguaglianza garantendo delle tutele sociali, delle protezioni, dei servizi uguali per tutti. La tutela universalistica dovrebbe essere abbattuta e sostituita da tanti diversi mercati.

Ma la metafora del ceto medio serve anche ad altro. Serve politicamente a depotenziare le ragioni della alternativa, a dire che la sola possibilità di scelta è tra il regime della alternanza e la grande coalizione perché tutti e due i modelli di governo concorrono al centro dove sta tanto immobile quanto indefinito il ceto medio. La fonte stessa della governabilità diventa il mallevadore di una riforma istituzionale ispirata a quel principio in nome del quale si può ben rendere l'esecutivo impermeabile al conflitto sociale e espellere dalla rappresentanza istituzionale le forze politiche antagoniste. E' ben evidente che non tutte le forze politiche che con grande insistenza fanno riferimento ai ceti medi sono omologabili in questa tendenza. Né tutte le forze che stanno tra la destra e il centro moderato che sta con lei convergono in una comune ipotesi politica e in un comune campo di culture politiche. Ma la tendenza alla rivincita delle destre e la natura della rivincita per cui lavorano non vanno trascurate. Esse sanno per prime che, per oggi, questa rivincita non può avvenire con la loro vittoria sul campo, almeno a tempi ravvicinati.

Il pericolo tuttavia va considerato nel tempo e può prendere corpo su una eventuale disillusione delle masse in questo esperimento di governo.

Sia la versione liberista populista e neo-autoritaria delle destre di Berlusconi e Fini, sia la versione liberista-populista e separatista della Lega potrebbero candidarsi a raccogliere allora i frutti di un'ondata di sfiducia nella politica. A consegnare alle destre i governi in Europa è stato il tradimento delle attese delle masse da parte dei governi di centro-sinistra. In Italia le destre hanno una maggiore pericolosità che proviene dalla storia del paese e delle sue classi dirigenti. Sarebbe imperdonabile consentirle di tornare alla guida del paese. Anche per questo lavoriamo con così grande impegno affinché il governo Prodi, con uno slancio riformatore, parli alle energie di cambiamento e democratiche, metta in relazione suoi obiettivi con i movimenti che possono crescere nel paese, penso per tutti alla lotta contro la disoccupazione. Per battere le destre bisogna cambiare l'Italia. Ma il tentativo di rivincita delle forze del centro-destra può seguire strade meno dirette e però persino più insidiose. La ricerca di un'intesa tra il centro-destra ed il centro-sinistra, nelle forme più diverse, con le più varie combinazioni sui terreni più diversi, dalle riforme istituzionali fino alle questioni del governo, appunto è la strada più insidiosa ed è un pericolo reale. Non basta a scongiurarlo il rifiuto corale di tanta parte del centro-sinistra alla recente sortita di Berlusconi. Abbiamo apprezzato il rifiuto netto del segretario del PDS alla grossa coalizione e l'affermazione che in caso di caduta del governo si dovrebbe andare a nuove elezioni.

Non è in discussione l'attendibilità del diniego, né è nostro costume promuovere processi alle intenzioni. Intendiamo invece parlare di politica e in politica contano le prese di posizione, specie se autorevoli, ma contano assai più i processi reali, le tendenze di fondo. Queste intendiamo indagare.

C'è nel profondo della società italiana, nelle sue strutture, nel suo funzionamento un centro dai connotati in fieri che si va costituendo sulla crisi della struttura delle grandi imprese e delle grandi famiglie, sulla crisi del sistema delle Partecipazioni Statali, sulla modificazione del sistema bancario e del suo rapporto con le imprese, basti per tutto pensare ai mutamenti connessi alla nascita delle fondazioni. Reti di piccole e medie imprese si costituiscono come sistemi, si riorganizzano come aree omogenee di affari. La domanda di Alice nel Paese delle Meraviglie "Chi comanda qui"? avrà presto una risposta diversa da quelle del passato. In che rapporto sta questo arcipelago di forze economiche con i processi di internazionalizzazione, con la ridislocazione dei poteri in Europa e con chi comanda in Europa?

Il concerto delle banche centrali tende ormai a dettare persino ai governi il loro programma, con questi sistemi di imprese è in simbiosi pulsa e pensa in sincrono per loro: liberalizzazione e privatizzazione sono la politica industriale; l'assolutizzazione della competitività è la politica di sviluppo; la flessibilizzazione e la variabilità della condizione di salario, di lavoro e della protezione sociale è l'organizzazione della società. Destra e centro a questi processi si riferiscono per dare a loro un governo ad essi funzionale. Se il centro-sinistra non si dà un altro riferimento, se non individua una diversa tendenza e una diversa area di forze sociali a cui riferire l'offerta di governo il rischio di un'intesa è sempre dietro l'angolo. Se il governo Prodi cadesse, se questa maggioranza parlamentare, costituita dalla somma dell'Ulivo e di Rifondazione, andasse in crisi il rischio calamita sarebbe altissimo. E la calamita, se non viene contrastata nei suoi interessi di controriforma, è costituita proprio dal nuovo nucleo di questa ristrutturazione capitalistica. Questo centro di interessi lavora contro l'attuale maggioranza, soprattutto contro la possibilità che parta da essa una politica di riforme. Esso, lavora per far si che si sprigioni appieno il nucleo liberista della ristrutturazione in corso proponendo di accompagnarlo o attraverso la grande coalizione o attraverso un'alternanza fondata su un comune riferimento degli schieramenti in competizione al ceto medio. La stabilizzazione degli indirizzi di Maastricht ne costituirebbe la cornice.

In questa finanziaria si è introdotta una contraddizione rispetto a questo pericolo, si è dimostrato che si può andare verso la moneta unica, come testimonia l'ingresso della lira nello SME, senza tagliare lo stato sociale. Ma non ci si potrà stare senza subire gli effetti di una politica più generale se non delineando a questa una alternativa. L'Italia può diventare il luogo politico di questa ricerca. Senza isolarsi e, anzi, connettendosi, con le forze sociali che in Europa lottano contro il taglio allo stato sociale e contando sulla crescita negli altri paesi europei di proposte programmatiche e politiche diverse da quelle di governi di destra. Torna allora a noi la questione. Non basta quel che è stato fatto. Come andare oltre?

L'anno che ci sta di fronte sarà cruciale per le sorti della esperienza di governo. Il governo Prodi starà sempre più impegnativamente tra due ipotesi tra loro alternative. Sono quelle a cui abbiamo dato voce, fin dall'inizio, Agnelli, da una parte, e noi, dall'altra.

Agnelli auspicando un centro-sinistra appetibile per la borghesia perché capace di fare la politica della destra senza doverne pagare lo scotto di un conflitto sociale aspro. Noi nel prospettare per questo esperimento, il compito di voltare pagina con la storia economica e sociale degli ultimi quindici anni e riaprire al movimento di massa il capitolo della riforma sociale. Queste due ipotesi estreme hanno continuato a correre sotto traccia. Ma si presenteranno in rilievo in passaggi cruciali. A livello europeo, il travaglio della nascita della moneta unica porterà ad un patto che stabilizzerà drammaticamente le politiche di Maastricht per un lungo periodo oppure si aprirà una fase di revisione dei suoi parametri? A livello nazionale, dalla conclusione della fase che ha visto varare questa finanziaria, si andrà ad una rivincita delle forze neo-liberiste con l'attacco al welfare oppure essa si svilupperà almeno nell'avvio di una nuova politica economica sull'occupazione capace di parlare al paese, ai giovani, alle masse? In ogni caso chi pensava che dopo la finanziaria si sarebbe determinata una condizione di bonaccia su cui far muovere senza rischi la barca delle riforme istituzionali non poteva trovare smentita più dura sia dall'aspro conflitto con le destre sulla finanziaria, che dall'agenda politica ed economica del paese e dell'Europa nei prossimi sei mesi. La discussione sulla riforma istituzionale si colloca nel mezzo di una grande contesa che investe il modello sociale del paese. Ma tutto ciò non fa che sottolineare ciò che è ineludibile per ogni politica forte: l'esistenza di un nesso, di una connessione tra la cittadinanza sociale e la cittadinanza politica.

Quattro grandi questioni si approssimano e affollano l'agenda politica del prossimo anno. Esse costituiscono un banco di prova per il governo Prodi assai più impegnativo della stessa finanziaria. Della prima abbiamo già parlato: è la questione fiscale, la lotta all'evasione, un grande tema di giustizia sociale, un ormai ineludibile problema che investe la stessa cittadinanza oggi anche per il fisco, in Italia, ancora ineguale.

Le altre tre questioni ruotano tutte, non a caso, attorno al rapporto tra il lavoro e la società. La prima questione riguarda la tutela contrattuale del lavoro salariato, il fondamento primo di una civiltà del lavoro. Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici non è una ordinaria vicenda contrattuale, una fisiologica contesa distributiva. In discussione non è il quanto, il livello dell' aumento salario; in discussione è l'esistenza o meno del contratto nazionale di categoria e con esso del doppio livello contrattuale nazionale ed aziendale, cioè il potere dei lavoratori. Nel 1997 si discuterà, tra le parti sociali, tutto il sistema di relazioni sindacali esistenti in Italia. Il contratto dei metalmeccanici assume perciò un valore strategico per la definizione dei rapporti sociali nell'intero paese. Non bisogna dimenticare che quando è vissuto un caso italiano, cioè la possibilità di realizzare qui da noi il grande cambiamento, negli anni dell'ascesa delle lotte e della contestazione di massa tra il '69 e il 1975, la maturità del cambiamento si è poggiata proprio sull'esercizio diffuso, coordinato, continuato e accompagnato da grandi vicende nazionali di una contrattazione in cui si esercitava un potere reale dei lavoratori. Si realizza allora una stagione straordinaria di partecipazione conflittuale e negoziale a determinare le proprie condizioni di lavoro e di vita, attraverso la modifica dell'organizzazione capitalistica del lavoro e della società. La lezione di quella esperienza non va dimenticata. La contrattazione sindacale è stata, prima, logorata dalla sconfitta degli anni '80 e, poi, massacrata, e impedita in ogni sua autonomia, dalla concertazione. Gli stessi rinnovi contrattuali delle categorie sono diventati aspetti interni alle relazioni industriali, piuttosto che eventi sociali. La vicenda attuale dei metalmeccanici torna ora ad essere un fatto sociale, un fatto politico.

Dopo sei lunghi anni, è stato proclamato lo sciopero nazionale della categoria e poi un altro ancora, e la forte manifestazione di Roma. Domani, 13 dicembre, sciopereranno tutti i lavoratori dell’industria, dei trasporti e dell’edilizia. E' rinato un protagonismo dei lavoratori che sta in sintonia con un più generale riprendersi la parola. C'è un nesso che nessuno può ignorare tra il riaprirsi di un quadro politico in cui le lotte possono influire e la crescita del movimento. Ma c'è anche una realtà che va indagata più a fondo. La presenza di un gran numero di giovanissimi allo sciopero e alla manifestazione è una novità che ci chiede di capire più a fondo cosa sta accadendo. Non è facile capire perché, dopo anni di invisibilità dei lavoratori, dopo anni di campagne sulla scomparsa della classe e del conflitto di classe, una nuova generazione operaia, distante quanto non si riesce neppure a dire dalle generazioni politiche precedenti, dispersa, diversamente da quelle in piccole e piccolissime fabbriche, scopre, come forma di esperienza della sua soggettività, lo sciopero e il corteo per il rinnovo del contratto di lavoro, cioè la più classica delle forme in cui si esprime la cultura di classe. E i sindacati dei metalmeccanici sentono questo fatto tanto da configurarsi di nuovo per ora, come sindacato industriale.

Ecco il valore, la potenzialità non cancellabile del contratto nazionale di lavoro. Ed ecco spiegarsi la scelta strategica della Federmeccanica e della Confindustria che è quella di cambiare la natura del contratto, rovesciandone la funzione, o di abbatterlo. Esattamente il parallelo di ciò che il neo-liberismo pretende dallo stato nazionale, che ieri era chiamato a costruire lo stato sociale e oggi dovrebbe demolirlo. Così i padroni vorrebbero che i contratti di lavoro, nati per tutelare i lavoratori e per migliorare le loro condizioni di lavoro e salariali, ridistribuendo così parte, solo parte, della ricchezza prodotta, servissero, secondo i padroni, d'ora in poi, invece, a ridurre sistematicamente i salari, per ottimizzare la competitività e il profitto d'impresa. E se questo non venisse accettato, allora si dovrebbero eliminare i contratti nazionali di categoria. La Confindustria è socialmente quel che la Lega è politicamente: scissionista, separatista. La Confindustria vuole la frantumazione contrattuale del mondo del lavoro, per impedirne l'aggregazione sociale, per impedire che torni ad essere quel che in altri momenti è stato, cioè un soggetto politico, un soggetto di cambiamento e di riforma. La contesa tra i sindacati metalmeccanici e la Federmeccanica è dunque politica, investe la dislocazione dei poteri nella società, parla del destino dei diritti, della tutela e del ruolo dei lavoratori. Il governo deve intervenire non solo perché le rivendicazioni sindacali sono coerenti col documento di programmazione economico e finanziario approvato dal parlamento tutto ispirato alla difesa del potere d'acquisto dei salari mentre le posizioni del padronato violano persino accordi che, pur essendo penalizzanti per i lavoratori, almeno questo pretendevano. Il governo deve intervenire perché non c'è una politica sociale accettabile che non passi per la difesa del contratto nazionale di lavoro. Non è una questione solo sindacale, è una questione di civiltà del lavoro. Una maggioranza progressista non può tollerare che con il suo governo in carica, venga abbattuto il contratto nazionale di lavoro. Il governo, allora, cerchi pure la mediazione. Ma si ricordi che non può essere neutrale in un conflitto in cui le ragioni riformatrici stanno da una parte sola, dalla parte dei lavoratori. E dunque si schieri, con nettezza e determinazione. Ne va della sua sorte.

Una grande partita è aperta e non credo che potremmo essere accusati di ingerenza nelle scelte del sindacato, se diciamo che è uno scontro la cui vittoria vale bene la messa in campo di uno sciopero generale di tutte le lavoratrici e lavoratori italiani perché è di loro tutti che si tratta. Per noi, in ogni caso, c'è il problema di rilanciare una iniziativa politica e sociale fin da oggi su quello che è uno dei più grandi temi della vita politica italiana, della sua dinamica sociale, della sua democrazia: cioè il potere dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nella società.

La seconda questione è quella dello stato sociale. La natura dell'offensiva a cui è sottoposta, come abbiamo visto per l'Europa, è la stessa di quella che prende di mira i contratti. In Italia le destre, che hanno subito uno smacco sulla finanziaria tornano a riproporre il tema trovando anche fuori di esse sintonie preoccupanti. Si va costituendo un partito borghese, un largo e potente partito trasversale, proprio contro lo stato sociale. L'obiettivo è quello di rompere ogni protezione sociale unitaria, pubblica e universalistica, e a questo fine, si ipotizza e si sospingono i giovani contro gli anziani, i disoccupati contro i lavoratori, i maschi contro le femmine, i nativi contro gli immigrati con la motivazione della coperta troppo stretta.

Chiunque tenti di sottrarsi al gioco è solo un conservatore. Il recinto del gioco e il gioco vengono assunti come gli unici possibili. La competitività delle merci prodotte è la variabile indipendente; è lei che detta le regole del gioco. Ma così non solo muore lo stato sociale, così muore la politica. La replica della sinistra moderata è del tutto inadeguata, perché muove da un presupposto sbagliato. Essa sembra essersi convertita, seppure con molto ritardo, alla favola lamalfiana dei fratelli in conflitto per la ripartizione della torta. Non vede il meccanismo di accumulazione capitalista, le sue forme di coazione ad una distribuzione altrimenti ingiustificabile, non vede l'avversario, la sua radice di classe. In questo contesto avverrà la discussione sullo stato sociale. Non c'è neppure bisogno di ribadire che le pensioni non potranno subire alcun intervento di nessun genere nel 1997. Mi sembra un fatto acquisito. Del resto, non potrebbe che essere così, dato che non sarebbe ammissibile non solo per noi, ma per la stragrande maggioranza del paese e delle forze organizzate, un'altra cosa.

Ma quale dibattito si può aprire sullo stato sociale e quali potrebbero essere le sue conseguenze nella azione concreta del governo? Proprio il contesto che abbiamo denunciato rende la stessa discussione ad alto rischio.

Proprio perciò si ha il dovere della chiarezza.

La chiarezza si comincia a fare dicendo un no grande come una casa a chiunque voglia discutere di stato sociale al fine di perseguire l'obiettivo di ridurne i costi. La riduzione dei costi dello stato sociale al punto in cui si è giunto di riduzione della spesa pubblica, si tradurrebbe in un peggioramento delle condizioni di vita delle parti più esposte della popolazione. Anzi, prima o poi, bisognerà cominciare coraggiosamente a proporre, in qualche settore come la sanità, un aumento della spesa per elevare la qualità dei servizi e delle prestazioni. Tutti sanno che la spesa complessiva per lo stato sociale è in Italia inferiore di ben 4 punti alla media europea. Persino la previdenza, da molti considerata, più onerosa in Italia, se indagata a parità di condizioni, rientra in un confronto sostanzialmente paritario con la Germania. Non si scandalizzi nessuno; diciamola questa verità elementare: per lo stato sociale in Italia spendiamo, male, ma troppo poco e comunque meno dei nostri partner europei.

Dunque se viene prospettata una discussione finalizzata alla riduzione dei costi bisogna che venga respinta. E chi ci provasse ad andare in quella direzione dovrebbe incontrare una lotta forte e determinata. Conservare una conquista è, in certi momenti, importante come realizzare una nuova conquista e, in ogni caso, un bene.

Senza la resistenza non c’è nulla, né la politica dell’alternativa, né la cultura della propria autonomia di classe. Senza la lotta di resistenza c’è solo la pratica adattiva e la subalternità politica e culturale alle classi dominanti. Ma costruito questo sbarramento tocca a noi, indagare, da un diverso punto di vista, la crisi dello stato sociale, sia dal lato della distanza delle prestazioni che eroga dai bisogni delle persone, si pensi a quanto grandi sono i disagi, le sofferenze e anche le umiliazioni che provocano i cattivi servizi, sia dal lato della sua inadeguatezza strutturale di fondo provocata dallo spiazzamento indotto da questa grande riorganizzazione e modernizzazione capitalistica. Da questo punto di vista si pone il problema, al contrario della sua demolizione, di progettare una linea di evoluzione, di sviluppo e di riforma dello stato sociale.

Ma il punto di partenza da cui muovere non è, in questo caso, quello del risanamento del bilancio, bensì quello dell’analisi del disagio e della crisi sociale. L’obiettivo della riforma diventa, allora il miglioramento della qualità del lavoro e della vita. Nasceranno, portati dalla luce da questo rovesciamento dell’impostazione difficili problemi distributivi, di organizzazione sociale e del lavoro, di potere ma si porranno in avanti, come sempre, quando si imbocca un cammino di riforma. La crisi del welfare, del resto, è un aspetto di questo nuovo sviluppo capitalistico, un aspetto della separazione intervenuta tra crescita economica e benessere sociale. Nella voragine che si apre in questa separazione lo stato sociale rischia di sprofondare, troppo costoso per questo tipo di crescita tutta rivolta alla competitività, troppo legato al lavoro, quando la disoccupazione è diventata di massa e di lungo periodo. Una riforma dello stato sociale allora non può che partire da nuove fondamenta. Le fondamenta sono una nuova politica del pieno impiego, la ricostruzione del diritto esigibile di lavorate tutti. Affronteremo poi il tema dell’occupazione. Qui, rispetto alla tematica dello stato sociale, vorremmo proporre solo il suo limite estremo: l’idea di uno stato occupatore in ultima istanza può ritrovarsi in una nuova ipotesi, quella del lavoro minimo garantito. Il lavoro minimo garantito a tutti come rottura di un’esclusione che può trasformarsi altrimenti in definitiva.

Lo stato sociale da ricostruire parte della ricerca del lavoro per tutte e per tutti e chiama in causa il rapporto tra il lavoro, la vita e l’organizzazione sociale. Rimette in discussione la separazione che sussiste tra il lavoro produttivo, le attività di cura e le altre attività umane, rimette in discussione la ripartizione del ciclo della vita in quella secca tripartizione secondo la quale, prima si studia (chi può fino a una certa età), poi si lavora, (chi lo trova) fino ad un’altra età e, infine, chi arriva a quella con i contributi a posto va in pensione.

La pensione è un punto nodale dell’intera questione. Non c’è nulla che turbi i conservatori più che l’innalzamento dell’età media di vita delle persone che si sta registrando in questa parte del mondo. Non la fame del mondo, non la carestia, non la guerra, nulla li turba come il fatto che si viva di più. L’OCSE a furia di pensarci ha trovato una soluzione al problema: lavorare tutti fino a 70 anni.

Non si sottovaluti la pensata, giacche esprime una linea, un’indicazione di tendenza. Non è che a loro venga in mente che gli operai in Italia hanno un’aspettativa di vita, mediamente, nettamente inferiore a quella media di tutta la popolazione; non è che venga loro in mente che aumentando l’età pensionabile a chi lavora, si impedisce, a chi non ce l’ha, di trovarlo. Ci sono delle buone ragioni per difendere le pensioni di anzianità anche in un paese in cui tanta parte della sua società politica non sa neppure la differenza tra pensioni baby, pensioni di anzianità e prepensionamenti. Esse consentono di tenere a mente che il tempo di una persona non lo si misura solo con l’età anagrafica, ma molto di più con quella lavorativa e col tipo di lavoro che uno ha fatto. E che se si discute del tempo di lavoro nella vita di una persona, insieme all’età di pensione bisogna discutere quando quella ha cominciato a lavorare e soprattutto per quante ore al giorno lo ha già fatto. E serve a ricordare che c’è un tipo di lavoratore che per ragioni sociali ne aggiunge un altro di lavoro, quello domestico e di cura. Si chiama donna, lavoratrice, ed è una componente essenziale sebbene non riconosciuta dello stato sociale.

Ecco una discussione sullo stato sociale può cominciare da qui. Si può organizzare diversamente il rapporto tra il lavoro e l’attività di cura e di assistenza, ma questo chiede cambiamenti profondi e non indolori nel lavoro, nella sua organizzazione e chiede un più alto livello di garanzie sociali e una più alta qualità dei servizi. Insomma un’organizzazione del pubblico più alta e più complessa non più povera, più privatistica e pensata solo per chi non ha nulla cioè, al fine, ghettizzante. Le donne possono essere tra i protagonisti primi di questa nuova frontiera perché portatrici di culture, esperienze e bisogni ricchi, con i giovani e il mondo del lavoro. Si può lavorare e costruire l’aggregazione di una coalizione sociale, la coalizione per la difesa e la riforma dello stato sociale, che partendo dalle lotte fatte sin qui contro la linea del suo smantellamento, incontri i nuovi bisogni e sproni le culture solidaristiche, che non sono esigue in questo paese, a ritrovare le ragioni di una battaglia comune di società contro un esito liberista di questa contesa che segnerebbe una sconfitta imperdonabile dell’intera storia scritta delle lotte di questo secolo dalle culture sociali dei socialisti, dei cattolici, dei comunisti, cioè dalle sue grandi culture popolari. Sarà un conflitto in ogni caso di non breve periodo e a scala europea. Ma fin dai prossimi mesi nel dibattito politico si creeranno le condizioni ambientali e programmatiche per scegliere quale strada imboccare. La nostra non potrebbe essere più netta. Per il governo è un punto cruciale.

Ma anche per questa via si trova la conferma in ogni caso, che la madre di tutti i problemi di questa fase dello sviluppo capitalistico è la disoccupazione. Un problema immenso e drammatico si è aperto nei punti alti dello sviluppo capitalistico con la crisi delle politiche fordiste e keynesiane che sembravano averlo esorcizzato. Il problema non accetta semplificazioni, né risposte facili, connesso strettamente com’è alle caratteristiche di fondo di questa modernizzazione capitalistica, di questa globalizzazione dell’economia, di cui è una espressione strutturale e organica.

C’è inoltre un suo uso politico e sociale per disciplinare il conflitto di lavoro, per tenere sotto controllo il salario. La disoccupazione è un elemento atteso dal sistema delle imprese. Se viene annunciata una crescita degli occupati, la borsa di New York cade. La disoccupazione è un esito raccomandato dall’OCSE per tenere sotto controllo l’inflazione. Il modo con cui si combatte l’inflazione, d'altra parte innalza la disoccupazione. E i manager più pagati negli USA sono quelli che hanno realizzato il maggior numero di licenziamenti.

La disoccupazione è dunque l’effetto di una modalità del funzionamento di questo capitalismo e delle politiche neo-liberiste. un problema enorme per l’Europa e per l’Italia. L’oscuramento di questo problema nel dibattito politico italiano è un fatto assai grave. La disoccupazione corrode i tessuti connettivi di una società, logora le forme della convivenza civile e, alla lunga, condanna la democrazia.

In Italia, in intere regioni del Sud, un’intera generazione è senza lavoro. Anche la disoccupazione si manifesta così come un furto del tempo, perché è furto del futuro e furto di senso. Si aprono precipizi di incertezza nella vita di milioni di persone. L’allargamento delle aree di povertà avanza in modo inquietante. Sembra ormai indignare poco il fatto che in Italia i poveri siano saliti sopra i 7 milioni.

Ci sono aree particolarmente esposte al disagio, alla crisi. Si pensi nei processi di ristrutturazione industriale (ma domani cosa succederà nelle banche?) a quelle figure espulse dal processo produttivo ridotte a esuberi non solo per l’azienda ma per la società, considerati troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per andare in pensione. Lì, tecnici, quadri, impiegati subiscono la stessa sorte degli operai.

O si pensi ai giovani di lunga inoccupazione, in realtà del mezzogiorno, dove, con la rinuncia dello stato a fare, a realizzare occasioni , offerte di lavoro, sembra non rimanere altro che le attività delle organizzazioni criminose. Un paese col 12,5% di disoccupati, con ragioni intere sopra il 25% di disoccupati è a rischio nella sua tenuta civile e democratica.

La scuola già malata per l’incredibile periodo di incuria, di improvvisazione e di mal governo in cui è stata tenuta dopo che il movimento di massa aveva guadagnato le premesse e la promessa di una scuola di massa finisce schiacciata tra la crisi dello stato sociale e la disoccupazione e viene respinta, essa pure, all’indietro. In una società che fa dell’esclusione il suo codice, la scuola è stata sospinta dalla politica liberista degli anni passati a subire di nuovo una dura selezione di classe provocata dall’aumento dei costi della formazione. Il rischio grande è che ciò che resta del suo carattere unitario venga rotto, spezzato, per rendere anche la scuola finalizzata ad una società divisa: una scuola per le élite o comunque per chi può proporsi uno sbocco lavorativo protetto e dall’altra parte una scuola come puro luogo di parcheggio, per chi non avrà quel percorso come possibile di fronte a sé. Scuola e formazione povera per un lavoro precario e povero. Certe forme di autonomia economica, la logica dei numeri chiusi, i processi di privatizzazione lavorerebbero in questa direzione. Per questo vanno impediti, bloccati definitivamente e, al contrario, va riaperto un circuito per una scuola di massa di grande qualità e articolazione, capace di aprirsi a nuove culture e nuove convivenze (si pensi solo a quelle che ci propongono la presenza nel paese di tanti immigrati), di interrogarsi criticamente sul lavoro, sulla vita e il mondo in cui si vive. La lotta alla disoccupazione chiede di schierare la scuola di massa come un fattore di mobilitazione di energie, come una cerniera tra la vita e il lavoro, come una frontiera mobile tra lo studio e una società dove c’è lavoro organizzato e lavoro da organizzare.

La cultura, la formazione, la ricerca non possono più essere considerati separatamente, ma come un fattore di un nuovo modello di sviluppo, una potenzialità a sua volta organizzabile in nuovo lavoro. La lotta degli studenti e degli insegnanti per una scuola pubblica di massa rivolta ad una innovazione del modello di sviluppo è un luogo importante di iniziazione alla politica delle nuove generazioni perché non è più luogo separato, se mai lo è stato. Vive, esso stesso, di uno scambio con la crescita di un movimento di massa per il lavoro e per il cambiamento. L’esperienza che abbiamo fatto con la marcia per il lavoro e che ci ha portato da metà settembre al 9 novembre per le realtà del Sud ci ha confermato in questa idea.

Sulla lotta contro la disoccupazione si vince o si perde una battaglia di società. E sulla lotta alla disoccupazione si gioca al fondo la sorte del governo Prodi e della maggioranza parlamentare che lo sostiene. Non c’è alcun ricatto in questo nostro ragionamento.

Solo una consapevolezza precisa. Per questo avanziamo una proposta e indichiamo un tempo. Le politiche neo-classiche sono fallite in tutta Europa. Bisogna svoltare, mettere in campo alcuni fattori di una nuova politica economica. Bisogna sperimentare, coraggiosamente. La prossima conferenza governativa per il lavoro, più volte rinviata, venga convocata a Napoli rapidamente. Il governo si presenti lì e dia il senso di un cambio di rotta e di velocità. Noi riproponiamo una cornice generale che possa dare al paese l’idea di una mobilitazione reale: ridurre del 10% l’evasione fiscale per investirlo in creazioni di nuove occasioni di lavoro e portare la disoccupazione sotto il 10%. E proponiamo di scegliere alcuni grandi assi di innovazione per un piano per il lavoro e l’occupazione.

La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è un appuntamento ineludibile. Il ritardo accumulato è già troppo grave. La nostra critica al sindacalismo confederale italiano e alla Cgil, in particolare, non potrebbe essere più netta. L’idea di puntare ad una articolazione aziendale in cambio di flessibilità e di prestazioni di lavoro in orari disagevoli è risultata fallimentare. L’orario medio di fatto pro capite per gli occupati è addirittura aumentato. Continuiamo a riproporre una grande vertenza generale di tutto il lavoro industriale per la conquista della riduzione d’orario. Ma noi pure dobbiamo fare la nostra parte e riprendere l’iniziativa. Proporremo alla conferenza nazionale per il lavoro la creazione di un consistente fondo nazionale per contribuire al finanziamento della riduzione dell’orario di lavoro. Chiederemo al governo di indicare al paese e alle parti sociali l’obiettivo delle 35 ore e il tempo entro cui perseguirlo. Chiederemo, in un paese che ha visto regolare per legge l’orario l’ultima volta nel lontanissimo 1923 , che il governo proponga una nuova legge che lo porti intanto significativamente sotto le 40 ore. Ma, in primo luogo proponiamo al congresso di aprire noi una campagna di dibattito, di mobilitazione e di agitazione per tutto il 1997 per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Si tratta di proporci un obiettivo di lotta alla disoccupazione e contemporaneamente una battaglia per riaprire il grande capitolo della condizione di lavoro e di vita, per costruire dalle condizioni materiali dei disoccupati e dei lavoratori, delle donne e degli uomini, una critica ai meccanismi opprimenti e di divisione sociale di questa economia. Oggi come ieri. Ha scritto Marx nel 1866 "La legge sulla giornata lavorativa di dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico, fu la vittoria di un principio: per la prima volta alla chiara luce del sole l’economia politica della borghesia soggiaceva nell’economia politica della classe operaia". Sarebbe bene poter ripetere domani queste stesse parole.

Un altro punto di rottura sia con le politiche monetariste sull’occupazione che con quelle che confidano nella crescita economica per avere risultati sull’occupazione, entrambe per altro clamorosamente fallite, un punto di rottura che siamo venuti precisando nella nostra conferenza sul programma è quello dei lavori di pubblica utilità. Non torniamo qui, ora, su questa nostra elaborazione. Lo proponiamo solo perché costituisce un altro punto di svolta necessario, se si vuole fare qualcosa di realmente consistente, nel 1997, contro la disoccupazione. Altrimenti le cose continueranno ad andare come sono andate fin qui, cioè malissimo.

Se oggi, oltre a distribuire la disoccupazione con la riduzione dell’orario, non si crea lavoro fuori dall’ambito direttamente attivabile dal mercato, si finisce semplicemente per perpetuare il meccanismo che genera la disoccupazione. E’ stato un economista liberal come Thurow a scrivere recentemente che, siccome il sistema delle imprese agisce solo per una reddititività immediata, l’unico a poter fare investimenti a redditività differita è lo stato. E’ solo lo stato, dice Thurow, che può avere un progetto, guardare lontano. Il sud d’Italia diventerà un pezzo di sud del mondo in Europa, una terra di sfruttamento, di rapina e di dominio della criminalità organizzata senza questo progetto. Ma oggi la cultura può diventare lavoro, l’arte può diventare lavoro, la natura può diventare lavoro, il risanamento di città di incommensurabile bellezza può diventare lavoro. Il mezzogiorno d’Italia, è in questo senso, e solo in questo senso, una grande occasione per mettere a valore ciò che questo tipo di sviluppo invece svalorizza e occulta solo perché non entra (oggi) nell’economia politica della borghesia. Per ottenere anche un risultato parziale bisogna dischiudere questo bozzolo, aprirlo ad altro da sé, obbligarlo ad una non facile ma necessaria convivenza. Non sono i giovani del sud a dover emigrare per cercare lavoro, è il lavoro che può e deve essere organizzato dove i giovani vivono. Chiamiamo allora queste energie ad una lotta comune, anche per realizzare forme di lotta esemplari.

Va rotta questa attesa. Si possono tentare strade nuove, pratiche dell’obiettivo, si può organizzarsi per fare subito e poi per avere riconosciuto il lavoro fatto. L’antica lezione degli scioperi alla rovescia può ancora insegnarci qualcosa. Ma ancora una volta, la parola forte chiediamo sia il governo a dirla. Risorse, competenze, strumenti, tecnologia alte e compatibili, culture d’organizzazione e nuova occupazione, tanta nuova occupazione devono essere mobilitati su progetti capaci di disegnare per alcune grandi aree, in grado di funzionare da traino di altre, un nuovo volto del sud.

Proponiamo di convertire l’IRI a questa nuova missione; proponiamo al governo di riprendere in mano un ruolo del pubblico alto, di affidargli un compito, di esigere un risultato.

Sul futuro dell’occupazione peserà pesantemente la collocazione dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro e dei mercati. Chi la costruisce. La sola industria privata?

La perdita di valore strategico dell’Olivetti la paga il paese intero. E domani, se la Fiat starà peggio di oggi, saranno in molti a chiedere allo Stato per lei aiuti e incentivi da aggiungere a tanti e tanti già forniti generosamente.

Perdite private che paga il paese, aiuti pubblici ai privati. E dal dinamicissimo apparato produttivo del nord est non escono né settori strategici, né ricerca,. Non esiste una politica industriale dell’Italia.

O meglio ce ne è una e si chiama privatizzazione e liberalizzazione.

Cioè il laissez faire eretto a sistema. Ma nel mondo si gioca una partita, quella delle telecomunicazioni e, più in generale, delle comunicazioni, in cui si combinano tecnologie, culture, trasmissione, distribuzione e controllo delle conoscenze.

Lì si forma un punto forte di influenza su tutti i processi economici e conoscitivi, e noi rischiamo di venire colonizzati. Se non c’è un disegno, se non c’è la reinvenzione di un ruolo pubblico si diventa dipendenti. Quando vogliamo preservare la Stet e l’Enel dalla privatizzazione lo facciamo perché l’Italia e l’Europa, devono nei settori strategici, riconquistare un’autonomia di progettazione dello sviluppo. Avere un disegno nei punti alti dello sviluppo e, insieme, immettere gli elementi di un nuovo modello di sviluppo e sociale, delinea una prospettiva non subalterna, una risposta strategica economica e sociale alla disoccupazione. Certo, un’autonomia di progetto richiede un’idea del pubblico, un’idea della presenza del pubblico nella società impegnata in una sfida col privato, in termini di efficacia, in nome di una diversa concezione del prodotto, dell’organizzazione del lavoro e della produzione, dell’organizzazione della cultura della informazione e della formazione. Proprio quello che non si vede, per esempio, alla RAI-TV. Proprio quello spirito che invece viene addirittura sbeffeggiato quando, come in questi giorni, si concede alla Mediaset un altro rinvio che ha il sapore cattivo dello scambio e dell’impotenza. Nei prossimi mesi si deciderà se si imboccherà o no la strada della svolta, la strada per cui ci siamo dati questa impegnativa collocazione politica.

La conferenza per il lavoro dovrebbe mostrare piena consapevolezza di questa sfida e imboccare la strada della costruzione di una nuova politica economica e sociale. Vorremmo si costituisse una comunità scientifica allargata, un luogo vivo d’incontro di forze diverse, politiche, sindacali, sociali, scientifiche, di esperienza, di lavoratori, di comitati di lotta, un luogo permanente di discussione e di mobilitazione per la lotta all’occupazione. Vorremmo che venisse decisa dalla conferenza per il lavoro una grande inchiesta sul lavoro in Italia, un’inchiesta sul lavoro che c’è e sul lavoro che non c’è. Per conoscere, per tenere unito ciò che altri vorrebbero divisi, gli occupati dai disoccupati. Cos’è diventato oggi dopo e nel corso dei grandi cambiamenti il lavoro subordinato?

Quali sono le nuove condizioni di sfruttamento, di alienazione, di dipendenza? E cos’è diventato il piccolo lavoro autonomo che ha perduto ogni sua autonomia?

Sarebbe un enorme fatto culturale, quello di riaccendere la luce dei riflettori pubblici sulle condizioni di lavoro e accendere la partecipazione diretta delle lavoratrici e lavoratori a definire la loro condizione, le caratteristiche che sono venute assumendo le diverse prestazioni lavorative. Sarebbe la replica ad una cancellazione che priva non solo il mondo del lavoro della possibilità di far valere le sue ragioni, ma priva l’intero paese della percezione del reale, della propria condizione di fondo. Il lavoro che c’è, così come è venuto trasformandosi, una mappa delle condizioni attuali dello sfruttamento e dell’alienazione nell’organizzazione del lavoro di questa fase di transizione, e il lavoro che non c’è, con il corredo di disagi sociali e di emarginazione sulle persone deprivate. Una grande inchiesta sul lavoro per accompagnare l’avvio di una politica di lotta contro la disoccupazione, sarebbe una scelta di campo: il campo della riforma sociale. E’ un campo difficile, lo riconosciamo, ma se non lo si sceglie con determinazione, la politica neo-liberista, sospinta dai venti dei processi materiali di ristrutturazione, e dal prevalere ancora in Europa di governi di destra, finirebbe per tornare a prevalere. E se tornasse a prevalere nell’azione del governo: il governo si condannerebbe alla sua fine.

Il nesso tra la questione della riforma sociale e la riforma istituzionale non è un’impuntatura nostra ai fini di tenere legata la maggioranza. Questa maggioranza parlamentare che ha vinto una competizione elettorale contro le destre denunciandone le politiche liberiste e la vocazione neo-autoritaria ha il dovere di indicare le linee di fondo di una riforma istituzionale che dia una risposta democratica alla crisi dell’ordinamento dello Stato. Ma, appunto, perché lo possa essere, deve cercare il nesso che esiste sia in negativo, nelle soluzioni regressive, sia in positivo, in quelle progressive tra l’organizzazione della rappresentanza e della forma di governo da un lato e il modello sociale dall’altro. Se perdi di vista questa connessione tutto rifluisce nella tecnica dell’organizzazione del potere politico e quel che può sembrare più efficace come forma di governo, in realtà lo è solo rispetto alla conservazione di rapporti sociali esistenti. E’ la nostra intera Costituzione a ricordarcelo. C’è, in essa, un rapporto preciso tra la sua prima parte, quella che ne fissa l’ispirazione, e la seconda parte, quella che ne ordina le regole; un rapporto così evidente che solo un certo opportunismo istituzionale può negare.

Dopo la vittoria contro il fascismo, lotta e vittoria che, bisognerà ricordare contro ogni revisionismo storico, è l’atto fondativo di questa nostra Repubblica, ed è l’unica fonte possibile di una religione civile, l’antifascismo, che possa dare dignità di storia al nostro popolo, dopo la vittoria contro il fascismo i Costituenti hanno scritto la carta fondamentale, stabilendo un rapporto tra una Repubblica fondata sul lavoro e il cui obiettivo è quello di rimuovere le condizioni sociali che si frappongono al libero sviluppo della personalità umana e l’assetto democratico e partecipativo delle masse alla vita pubblica del paese e alle sue istituzioni.

Oggi non viviamo certo una analoga temperie culturale, ma se non vogliamo far scadere la discussione sulle riforme istituzionali a pura tecnicità delle forme di governo, e per quella via esporla a suggestioni neo-autoritarie, bisogna almeno far vivere, il nesso che c’è nei processi reali, che c’è nel modificarsi della costituzione materiale del paese tra il modello sociale e la cittadinanza politica. Questo nesso c’è lo si vede bene, nella proposta delle destre e delle forze moderate ad esse alleate. Se pensi ad uno stato di chiara impronta liberista, ed uno stato che si libera dello stato sociale e che demolisce le garanzie e le tutele sociali universalistiche, allora devi pensare, per governare una società siffatta, ad un’organizzazione neo-autoritaria dello stato che recida i collegamenti tra le istituzioni e la società civile e che si sottragga ad ogni possibile influenza del conflitto. La nostra opposizione più netta ad ogni forma di presidenzialismo, esplicita o mascherata, la nostra più netta opposizione ad ogni forma di esclusione delle forze antagoniste dalle istituzioni attraverso una legge elettorale ad hoc nasce da qua. Nasce da questo rapporto tra la questione sociale e la questione democratica. Per questa stessa ragione riteniamo che questa maggioranza ha il dovere di avanzare una proposta in linea con la sua vocazione democratica e progressista se ce l’ha. Il PRC, ancora in un recente convegno, ha avanzato le sue assai ragionevoli proposte. Esse sono state apprezzate da un vasto schieramento di forze politiche democratiche. Abbiamo indicato una modificazione robusta dell’intero impianto statuale con la proposta di attribuire alle Regioni tutti i poteri reali di governo dello sviluppo e del territorio; abbiamo, al fine di esaltare le autonomie locali e regionali e al fine di concentrare nel Parlamento della Repubblica solo l’essenziale dell’attività legislativa, proposto di eliminare una delle due Camere per andare ad un semplificato sistema monocamerale; abbiamo proposto di ridefinire il rapporto tra il parlamento e l’esecutivo, configurando un governo parlamentare in un nuovo sistema in cui il parlamento riprenda appieno forza di rappresentanza del paese attraverso la rivalutazione del sistema proporzionale con il quale eleggere la gran parte dei parlamentari e tuttavia, attribuendo l’altra parte, quella minore, alla coalizione di governo vincente. Abbiamo proposto, cioè, un punto di equilibrio capace di coniugare un’istanza di democrazia e di rappresentanza del pluralismo delle forze politiche così come esse vivono nel paese reale, istanza che è la nostra, con il tema della stabilità del governo, tema che non è il nostro, che ci viene però diffusamente proposto e a cui, come si vede, non sfuggiamo. L’approssimarsi dell’appuntamento della bicamerale rende necessario riaprire il confronto e una ricerca unitaria tra le forze della maggioranza non per operare una chiusura autosufficiente, ma per affermare una linea chiara, pur in un ampio confronto con l’intero arco delle forze parlamentari.

Parallelamente, dobbiamo saper tenere viva una ricerca nel paese, con le sensibilità democratiche più avvertite, per riaprire il tema delle istituzioni a grandi questioni politiche, ancora sottovalutate e invece decisive per il futuro della democrazia. Lo stato nazionale è in crisi, la sua sovranità è mutilata. La risposta alla crisi dello stato nazionale non può venire al suo stesso livello. Essa chiede, in alto, di indagare il rapporto con una sovranità democratica da costituire in Europa e chiede, in basso, una rivisitazione critica dello stato della democrazia e della partecipazione diretta, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei servizi, nelle grandi potenze dell’informazione e delle produzioni culturali e nel territorio. Si tratta di riprendere il filo della democrazia diretta, della critica alla delega, della partecipazione. La democrazia non è solo il suo lato della rappresentanza e del governo. La questione del consenso nella complessa società del nuovo capitalismo chiede che vengano reindagati criticamente tutti i poteri, i rapporti tra di loro, la loro natura. Si tratta certo di ridefinire quelli classici, il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario; ma ancor di più si tratta di affrontare il capitolo inedito che si dischiude di fronte a noi in una società che vede, nell’organizzazione tecnologicamente avanzata delle informazioni e delle conoscenze, configurarsi un lato strategico e cruciale della dislocazione dei poteri e dell’organizzazione del consenso. In un quadro di questo genere desta ancor maggior preoccupazione di ieri la creazione di corpi separati, di corpi speciali sottratti alla partecipazione di massa. Perciò restiamo radicalmente avversi alla creazione di un esercito professionale in Italia. Ogni apparato dello stato di grande peso deve essere aperto al controllo e alla partecipazione. Le nuove potenze dell’informazione e della produzione culturale e della ricerca, in particolare, vanno riattraversate da forme nuove ed adeguate di controllo sociale. Più in generale è irrinviabile una nuova legge sulla rappresentanza sindacale che

restituisca ai lavoratori il diritto elementare, in democrazia, di scegliere tutti i propri rappresentanti.

Ma penso anche che bisogna riflettere su una nuova stagione di diritti dei lavoratori; una sorta di nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori che, partendo dal lavoro subordinato vada oltre, investa allo stesso modo la condizione dei lavoratori autonomi, così radicalmente diversa da quella che indusse a definirli tali, come oggi più non si potrebbe, per la dipendenza in cui quei lavori sono stati trascinati o in cui si trovano sempre più spesso, quando tanti giovani senza lavoro intraprendono la via di un’attività che si rivela essere una forma di precariato per i troppi lacci che la opprime. Si può allora pensare ad una nuova generazione di diritti sociali, alla base di una nuova cittadinanza fatta di garanzie, di diritti esigibili e di una rete di protezione sociale. Si deve pensarci, in questo nuovo ciclo post-fordista del lavoro, anche per trovare i canali di una comunicazione e di una unificazione dei soggetti oppressi altrimenti sistematicamente divisi dalla natura stessa di questa modernizzazione capitalistica.

La società italiana, in questo generale trapasso, vive un travaglio proprio. La peculiarità delle transizioni ha a che fare con le caratteristiche specifiche del capitalismo nostrano, con la sua conformazione duale, con la ristrettezza della sua grande borghesia industriale, con il peso delle più grandi istituzioni bancarie e con le modificazioni avvenute e in corso nella sua geografia interna, quella che è stata chiamata la nascita della terza Italia, quella dei distretti industriali e ora del nord-est. Grandi sono i mutamenti dei rapporti tra impresa e banche e ora con la nascita delle fondazioni, il nuovo salto che si prospetta nell’assetto generale tra capitale finanziario e capitale produttivo. Rilevanti sono le modifiche di fondo nei rapporti tra piccola e grande impresa tanto che esse vengano registrate anche nella rappresentazione della Confindustria. Ed ha a che fare, la peculiarità della transizione, il suo carattere tanto aperto quanto gravoso di propensioni inquietanti, con i caratteri storici dei grandi protagonisti della transizione. Una borghesia priva della capacità di interpretare un ruolo nazionale, compiutamente nazionale e, dall’altra parte, un movimento operaio la cui presenza culturale si è fatta sentire in altri strati sociali a partire dagli intellettuali (sto parlando della storia di questo dopoguerra, non precisamente di oggi), ad ampio strato di ceti intermedi, fino a configurare, un paese nel paese. Queste preesistenze continuano a pesare configurando, nel bene e nel male, una specificità.

Resta, sul versante della specificità negativa, la natura delle classi dirigenti del paese, anche sul terreno della pubblica moralità. Nello smarrimento di senso del pubblico la responsabilità della classe dirigente italiana è ed è diventata via via più grande. Tangentopoli parla di questa propensione cinica ed affaristica che si esalta quando incontra quella degenerazione della politica che più storicamente è nella corda della politica : il trasformismo.

Allora la politica si risolve, come è stato nel craxismo, nella governabilità e la governabilità si risolve nell'esercizio del potere. Pressoché l'intera classe dirigente del paese, borghesia d'impresa, borghesia di stato, ceti politici e partiti di governo ha intrecciato un rapporto tra affari e politica in cui la corruzione si è configurata come una leva di una certa politica economica, il tentativo di protrarre oltre il consentito un tipo di sviluppo entrato in crisi. Del resto quelle stesse classi dirigenti, in nome dell'anticomunismo, avevano ben permesso una relazione tra lo stato e le attività criminose, a partire dalla mafia. I settori più impegnati della magistratura in particolare, come quelli di Milano e Palermo; hanno riguadagnato autonomia e indipendenza alla magistratura stessa indagando e perseguendo tangentopoli e la mafia. L'azione della magistratura non è andata immune da critiche che devono essere svolte senza reticenza, ma senza oscurare una chiara gerarchia di valore, quello che parte dall’apprezzamento per aver messo sotto procedimenti giudiziari fatti di corruzione sistematici e fatti di mafia. Per questo non ci possono essere soluzioni politiche, si facciano i processi rapidamente. E bisogna uscire da ogni logica emergenzialista anche per la magistratura. Non può la politica, non possono le massime cariche dello stato rincorrere con affanno i singoli procedimenti giudiziari, dare l’impressione di pensare le proposte di modifica dell’ordinamento come risposta a un provvedimento sgradito o a una singola procedura ritenuta discutibile. Non può il Capo dello Stato convocarsi sull’argomento in vertice con i Presidenti delle Camere.

Ognuno torni rigorosamente e sobriamente al proprio ruolo istituzionale. Meglio meno, ma meglio.

E la politica con mezzi e leggi adeguate consenta alla magistratura di sviluppare la sua indipendenza e, autonomamente, correggere gli errori.

Le proposte di legge che abbiamo avanzato, compresa quella della separazione delle funzioni e contro qualsiasi ipotesi di dipendenza dal potere esecutivo, vanno in questa direzione. Noi siamo fautori convinti di una cultura garantista, che chiede alla politica di non intromettersi nei procedimenti giudiziari, che chiede venga esercitata a 360 gradi. Il carcere è un'espressione dura e dolorosa.

Ma se si vuole dare davvero l'idea che è aperta una riflessione sulla pena, perché non cominciare a ragionare sull'uscita dal carcere di tante e tanti detenuti per reati minori, non gravi, che affollano le carceri spesso incorrendo in brutalità, malattie e condizioni di rischio che contraddicono ogni idea di convivenza? E perché non-penalizzando e invece legalizzando le droghe leggere non si comincia ad evitare che in carcere ci si vada senza ragione? Garanzia, garantismo parole necessarie alla nostra cultura giuridica, civile e politica. Saranno più forti se la politica farà, anche su tangentopoli, la sua parte che non è quella della magistratura e dell'intervento sui procedimenti ma quello di aprire col paese un discorso sulle sue classi dirigenti.

Pasolini parlò di un processo pubblico alla DC. Servirebbe al paese un processo pubblico alla sua classe dirigente, servirebbe in una fase di transizione, per dire cosa deve cambiare nel profondo, di quali riforme sociali e culturali ci sia bisogno perché tangentopoli, cioè un rapporto malato tra il mercato e lo stato, tra gli affari e la politica, venga bandito.

Oggi, ancora, comunque sulla classe operaia, sulle classi subalterne grava il compito di difendere l'unità della compagine nazionale e insieme quello della sua trasformazione.

Quello della sua trasformazione si presenta insieme come difficoltà e come necessità.

La crisi del riformismo è il portato più diretto di questa nuova fase dello sviluppo capitalistico. Quello che è stato chiamato il compromesso social-democratico è messo in discussione strutturalmente dalla separazione della crescita economica dalla crescita civile. Questa crisi alimenta, a sua volta, la divaricazione tra due sinistre che forniscono risposte divergenti alla crisi ed alla modernizzazione capitalistica che la produce. In Italia il PDS va ad un congresso di ridefinizione.

Lo seguiamo con attenzione, non sentiamo il PDS come avversario, né tanto meno come nemico.

Ma avvertiamo una grande distanza. Non ci divide solo un giudizio sulla storia da cui proveniamo, su questo secolo. Sentiamo noi per primi, il bisogno di indagare criticamente, compiendo fino in fondo un'operazione dolorosa ma necessaria, gli errori e le cause di una sconfitta storica della esperienze che hanno edificato sulla rivoluzione un nuovo stato, sulla grande e tragica storia, ed anche sulle inaudite sopraffazioni che in essa si sono generate, della società post-rivoluzionarie di questo secolo, ma questo bisogno di fare i conti fino in fondo, con questa storia, ci viene dal fatto che le ragioni di quella rottura rivoluzionaria, le ragioni dell'ottobre, le ragioni di quella nascita, le ragioni dell'uguaglianza e della liberazione dallo sfruttamento capitalistico ci sembrano le uniche ragioni capaci di dare un senso alla politica all'avvento del III millennio.

E’ anche questo il senso della metafora del nostro congresso, la splendida macchina del tempo di Leonardo.

L’uomo ha provato mille volte a volare, per tante volte è caduto fino a schiantare. Ma non perciò ha rinunciato a volare, alla fine, ci è riuscito. Ma ci riproviamo.

Ci divide l'analisi del presente, cioè il giudizio sulla natura del processo di modernizzazione capitalistico che stiamo vivendo, che per noi è una modernizzazione senza modernità, contro l'uguaglianza e la libertà.

Ci divide il futuro. Se, cioè, si tratta di aderire a questa modernizzazione per realizzare un adattamento migliorativo, come sembrano pensare i compagni del PDS, oppure se, come noi pensiamo, bisogna opporvi un nuovo modello sociale e di sviluppo, un'alternativa, anche per poter difendere le conquiste di civiltà fin qui realizzate. E se per farlo bisogna rimettere all'ordine del giorno della politica la trasformazione della società capitalistica, senza la quale è l'umanità e l'Europa a rischiare una grande regressione.

Ecco perché è aperta tra noi una sfida per l'egemonia che vincerà chi saprà dare la risposta più efficace alla crisi di società che stiamo attraversando. Ma questa sfida passa anche per la ricerca di convergenze nell'azione di ogni giorno, per la ricerca di unità per affermare obiettivi parziali comuni. Ce lo richiedono la pericolosità delle destre in Italia e la violenza dei processi di ristrutturazione economica e sociale. Li rendono possibili i sedimenti della storia sociale e politica del nostro paese, le tante esperienze comuni, la concreta realtà sociale in cui vivono i nostri partiti. Possono, quelli unitari, essere momenti efficaci di lotta, apprezzati dalle masse, specie se si sanno connettere alla crescita di movimenti che costituiscono già ora la risorsa politica più grande del paese.

Penso ancora alla lotta dei metalmeccanici, penso alla lotta per il posto di lavoro e per l'occupazione, alle lotte degli studenti, alla mobilitazione nei territori sulle questioni dell'ambiente, dei servizi sociali. E' una ricerca di unità, di convergenze che riguarda il PDS, come le altre forze democratiche. Con i verdi abbiamo, in questi anni, costruito nella pratica sociale e politica, una vera e propria unità d'azione che consideriamo un fattore assai importante, di rilevanti aspettative per il futuro delle sinistre in Italia e alla quale intendiamo continuare a lavorare con lo stesso impegno di ieri. Con i popolari, da cui pure ci dividono questioni politiche fondamentali, abbiamo riscontrato una vicinanza significativa sulle riforme istituzionali, cioè sull'idea della democrazia nel nostro tempo, e una sensibilità sui temi sociali che possiamo insieme mettere a frutto. Ci sono appuntamenti in cui questo complesso sistema di relazioni può diventare una proposta politica, capace di far avanzare i processi democratici nel paese. Penso alle ormai prossime scadenze elettorali per il governo di grandi città.

Non si tratta solo di scegliere delle persone per candidarle a Sindaco, si tratta di costruire dei programmi, di individuare le forze sociali, e soggetti, le realtà più vive o sofferenti per delineare un futuro a queste città sconvolte da grandi cambiamenti a cui la destre offrono solo la cancellazione di tutto ciò che le definisce come città, per trasformarle in luoghi dove nella realtà economica e sociale vige il più sfrenato laissez-faire e nella società civile, una autoritaria omologazione degli stili di vita con una logica orrenda di legge ed ordine a disciplinare le esclusioni e le ghettizzazioni con la custodia e la pena. Chiediamo a tutte le forze democratiche, invece che litigare sui sindaci, di aprire un confronto su come si scongiurano queste tendenze, su come si fa, secondo la più alta e ricca tradizione del paese, dell'esperienza di governo della città a costituire una nuova civiltà, una nuova convivenza, un nuovo modello sociale e di vita. In ogni grande città, non manchi dunque, un'alternativa unitaria, una proposta per la città e per sconfiggere le destre.

Un altro lato della nostra ricerca unitaria, riguarda l'area stessa delle forze antagoniste. L'autonomia del PRC è stata in tutti questi anni una leva fondamentale anche per la crescita dei movimenti. Perciò va preservata ed irrobustita. Ma le realtà antagoniste, critiche, di alternativa, per fortuna, non si esauriscono in Rifondazione Comunista. Noi siamo interessati alla crescita di tutte queste realtà ed a un dialogo permanente con esse.

Sono realtà di diversa natura, vanno da parti del sindacalismo, diversamente collocate, ai centri sociali, a un giornale come il Manifesto, a centri e comitati di iniziativa sull'ambiente, a esperienze di donne, ad associazioni sui diritti, a forme di volontariato sociale e civile, a esperienze di lavoro sociale di ispirazione cristiana, a organizzazioni e associazioni di esperienze. Configurano una realtà vitale, un arcipelago di forme critiche che si qualifica sul fronte così vitale del saper fare. Sono espressioni di diversi modi di intendere e di praticare la politica. A loro ci rivolgiamo per lavorare insieme, più di come abbiamo fatto sin qua.

Non intendiamo proporre una modalità imitativa della "cosa 2", questa volta sul terreno delle forze antagoniste. Una soluzione organizzativa sarebbe immatura e una camicia di forza. Un nuovo collateralismo nella sinistra antagonista non interessa e non ci interessa. Quando, ad esempio il movimento omosessuale, la realtà dei gay e delle lesbiche, avanza un'istanza forte di riconoscimento della diversità e di libertà della persona non ci interessa chiederci se quel movimento appartiene o no alla sinistra antagonista, sappiamo che quella rivendicazione ha a che fare con la nostra prospettiva di trasformazione della società e con questa, allora, ci confrontiamo per costruire esperienze, movimenti e linguaggi comuni. Per questo, per il comune radicamento nella società civile di un lavoro politico, si possono trovare nell'esperienza, i terreni comuni dell'agire sociale e del confronto culturale e politico per far crescere una realtà antagonista, pluralista e unitaria, diversamente collocata nella società e capace di costruire nel suo insieme un movimento di resistenza e di cambiamento, cioè la costruzione dell'alternativa. Dalle domande che emergono di eguaglianza e di libertà, da questa costellazione di realtà antagoniste, ma anche più modestamente dalle domande di garanzie civili e di protezione sociali necessarie anche per poter avere qualche possibilità di scelta del proprio percorso di vita, prende corpo lo stesso ordine di questioni che siamo venendo maturando, con la analisi di questa modernizzazione capitalistica e delle sue contraddizioni, con l'individuazione della crisi del riformismo e del significato nella odierna condizione del capitalismo degli obiettivi parziali, con la riflessione sull'esigenza di proporsi un nuovo modello sociale e di sviluppo.

Viene cioè all'ordine del giorno, dell'agenda di questa politica, il problema della trasformazione della società capitalistica. O meglio, questo problema, questa istanza, questa contraddizione, propongono a noi, a chi così pensa, la necessità di rimettere all'ordine del giorno della politica, qui, da noi in questa parte dell'Europa, la questione più alta della politica, la trasformazione della società. Da 15 anni, almeno, questa tematica è stata messa fuori dalla politica, cancellata. E oggi che ne riproponiamo la messa a tema, non sulla base di una permanenza dell’ideologia, ma sulla base di un'analisi proprio della modernizzazione che investe produzione e società, lo facciamo con la piena e acuta consapevolezza di una drammatica contraddizione tra la sua maturità materiale, si potrebbe dire necessità e la sua immaturità soggettiva, sia del soggetto della trasformazione, che della teoria politica.

Mi pare francamente grottesca l'accusa che ci viene rivolta da alcuni compagni di avere abbandonato la prospettiva socialista e di avere poco usati i termini socialismo e comunismo.

Se a termini così impegnativi si è fatto un uso sobrio è per una sorta di pudore che fa parte della consapevolezza che così ci stiamo proponendo il problema più difficile della politica del nostro tempo e della consapevolezza della sproporzione tra l'enormità della questione e l'inadeguatezza della nostra forza, anche intellettuale. Se a termini così impegnativi come socialismo e comunismo si è fatto sobrio riferimento e per evitare ciò che altri fanno, nascondere dietro grandi parole le pochezze della propria ricerca e in realtà, ancor più profondamente, l'abbandono del campo della ricerca per la trasformazione della società capitalistica e la sua sostituzione con una retorica che nasconde dietro le parole il vuoto di una ricerca strategica in questo nuovo ciclo dello sviluppo capitalistico. Il ritorno a Marx che ci proponiamo è figlio, in questo lavoro teorico da fare e da fare con altri, dell'idea di dare ad esso la base necessaria, cioè il punto più alto, sebbene maturo, del pensiero politico, cioè il pensiero rivoluzionario. Al contrario di una nostra pretesa di eclissare il secolo, c’è l'idea di indagarlo con queste lenti, con questi occhiali della critica dell'economia politica e di una interpretazione della storia. Dovremmo anche noi cimentarci a fondo nell'analisi di questo secolo, di questo dopoguerra, dobbiamo farlo, ma sappiamo di volerlo fare alla luce di un punto di vista: la ricostruzione di un'ipotesi di trasformazione a fronte della globalizzazione dell'economia ed ad un nuovo ciclo di sviluppo della società capitalistica.

La nostra non è solo un'opzione genericamente anticapitalistica, essa ha quel fine, il cambiamento della società, e muove dall'esigenza di un aggiornamento forte dell'analisi critica del modo di produzione capitalistico, nella sua nuova fase di sviluppo, dell'analisi critica del capitale e delle condizioni e contraddizioni di classe che il suo sviluppo genera. Il ritorno a Marx è per usare le parole di un protagonista importante della rinascita del marxismo, in un altro periodo della storia del nostro paese, è il ritorno: "ad una sociologia concepita come scienza politica, come scienza della rivoluzione". Il ritorno a Marx è anche, ecco perché facciamo un uso parco del termine così impegnativo di comunismo, il riconsiderare la portata della sua sfida gigantesca alla forma di oppressione che conosciamo nelle nostre attuali condizioni di lavoro e di vita. Il comunismo di Marx è infatti come ricordava un suo studioso: 1) la vittoria sulla scarsità, ossia la possibilità di soddisfare largamente, in tutto, i bisogni quali si manifestano storicamente; 2) la formazione politecnica e polivalente degli individui in modo da consentire una indefinita permutazione dei compiti produttivi più vari e dei compiti amministrativi, di gestione e di libera creazione, per consentire l'abbattimento delle specializzazioni, delle mutilazioni e delle stratificazioni sociali e la realizzazione dell'autogestione, da parte degli individui associati, della loro pratica sociale;

3) l'abolizione del lavoro come "obbligo imposto dalla miseria e dai fini esterni", abolizione che suppone la scomparsa della scarsità in tutte le sue forme, inclusa la scarsità di tempo. E’ l’ispirazione della Critica del Programma di Gotha.

E' quest'idea marxiana di comunismo, come liberazione necessaria, che dà il senso della distanza abissale e radicale che ci separa da questa meta che pure da un senso alla storia e alla lotta delle classi. Ed è questa idea di liberazione che ci consente di capire meglio l'apertura che proponiamo affinché il soggetto della trasformazione assuma dentro di sé, insieme alla riposta alla contraddizione di classe, la risposta alle nuove contraddizioni del capitalismo e alle domande delle nuove soggettività critiche. Le contraddizioni di sesso, quelle tra ambiente e sviluppo, tra nord e sud del mondo non sono belletti da aggiungere ad un impianto consolidato; sono fattori sconvolgenti anche per la pratica di classe, per le sue culture e per le forme di organizzazione politica che si è data. Insomma, siamo consapevoli che la rimessa all'ordine del giorno, nella politica, del tema della trasformazione della società capitalistica richiede una profonda revisione della nostra cultura politica, la ricostruzione di una teoria politica del cambiamento. Sappiamo bene che come diceva il cistercense "siamo nani seduti sulle spalle di giganti". Sappiamo dunque della disparità tra il compito e le nostre forze. Anche per questo si tratta di costruire una trama di relazioni in Italia e in Europa di forze che possono lavorare in questa direzione. Far interagire la critica di classe dell'economia capitalistica con la critica femminista, con quella ecologista e con quella dei poveri del mondo, farle agire congiuntamente come critica alla modernizzazione capitalistica è un grande cimento pratico e teorico insieme. Sappiamo, e da qui il rifiuto di ogni forma di nuovismo, che senza interrogare il nocciolo duro di classe, della lotta, nelle forme concrete, che esso sa prendere contro lo sfruttamento e l'alienazione del lavoro salariato, ogni altra contraddizione, ogni altra istanza di libertà, ogni altro bisogno finisce per declinare e venire trasformato e separato da sé medesimo nella modernizzazione a egemonia borghese.

Ma abbiamo anche imparato che la costruzione di un nuovo modello e di sviluppo, ed ancor più, il processo di trasformazione per essere attivato chiede la costituzione del nuovo soggetto del cambiamento e una nuova teoria e una pratica politica che ne accompagni la costituzione.

La stessa categoria gramsciana di blocco storico, uno dei punti più alti toccati nell’elaborazione del movimento operaio, non solo italiano, va forse indagato per realizzarne un trascendimento. Gli intellettuali vedono radicalmente cambiato il loro ruolo, la loro collocazione nella società. La più consolidata delle loro domande quella dell’autonomia, in senso teorico e tradizionale è messa in discussione sistematicamente, come si verifica col pensiero unico, mentre invece prende corpo anche nel lavoro intellettuale, nelle sue nuove dimensioni di massa un bisogno di libertà dalla subordinazione anche dal proprio lavoro e dall’esproprio capitalistico che consente di assumere la questione della centralità del lavoro e della liberazione del e dal lavoro come una chiave di volta generale. La differenza di genere e altre diversità sembrano chiedere di parlare, più che di un blocco, di un’aggregazione complessa in cui lo stesso soggetto storico della trasformazione, la classe operaia si arricchisce di nuove istanze e si apre ad altri soggetti critici. In questa aggregazione, entrano, come nel blocco storico fatti che vanno oltre una dimensione puramente economicista, ma non più come realtà separata, piuttosto come fondamento del protagonismo e dell’azione per il cambiamento, come interdipendenza, come connessione tra lotta e conoscenza, tra liberazione del e dal lavoro salariato e libertà della persona e delle donne, tra tutto ciò e valorizzazione della natura. Ma anche il rapporto tra obiettivi parziali e processo di trasformazione chiede un sovrappiù di ricerca. Nella crisi del riformismo, l’obiettivo parziale, acquista un rilievo particolare e di particolare peso, come del resto la stessa lotta di resistenza. Proprio in quanto viene oggettivamente esaltato il suo lato di contraddizione con le tendenze liberiste, l’obiettivo parziale richiede, per essere perseguito con efficacia di risultati, che parallelamente avanzi una più generale protezione dello stesso obiettivo parziale, in altre parole che avanzi un processo di riforma o che almeno esso si delinei, così dare all’obiettivo parziale, oltreché il fondamento della giustizia, quella della sua praticabilità.

C’è qui un approfondimento da fare anche sul tema stesso della riforma, ma in direzione assai diversa da quella che con troppa malizia sembra volerci suggerire qualche compagno senza troppo senso del reale. Che "ciò che distingue un riformatore sociale da un rivoluzionario non è il fatto di perseguire delle riforme, ma il fatto di limitarsi espressamente ad esse" lo sapeva già Kautsky che lo scriveva nella polemica con Bernstein in "Riforma sociale e rivoluzione". E in uno dei punti più alti dell’intenso dibattito politico sul tema, quello degli anni ‘60, un punto fermo nella polemica col riformismo sembrò raggiunto con l’idea che "quello che caratterizza il riformismo non è la lotta per le riforme, che ogni marxista deve proporsi, ma è l’isolamento del momento riformatore del momento rivoluzionario". Questo punto della ricerca, per altri versi invece incompiuta, ritorna ogni volta che si rimette mano al problema della trasformazione. Oggi più apertamente di ieri, per la natura dei processi di globalizzazione e di mondializzazione che mettono in discussione le riforme conquistate e che tendono a chiudere l’intero capitolo con il ritorno al dominio del mercato. Oggi il rapporto tra la lotta di resistenza o per la conquista di un obiettivo parziale e il processo di riforma, tra il processo di riforma e la ricostruzione di una strategia della trasformazione si collocano nella lotta per un nuovo modello di sviluppo e sociale. E’ l’idea del nuovo modello che chiama in causa un rilancio forte dell’idea del pubblico, della programmazione, della messa in discussione del primato del mercato. E’ questa idea che può fare il posto ad un’ispirazione del cambiamento debitrice a quella gramsciana delle casematte, cioè ad una serie di rotture che per difendere gli obiettivi parziali contro l’economia politica della borghesia e che possono saldarsi in traiettoria di trasformazione socialista della società.

E’ in questo ambizioso processo che il Partito può crescere. Rinnovare la politica per cambiare la società, recita lo slogan del nostro congresso. Una larghissima maggioranza di compagne e compagni ha scelto, in un congresso di grande libertà e in cui era fin troppo chiara l’alternativa tra due diverse linee politiche e fianco tra due idee diverse di partito, un’opzione netta, priva di ambiguità. Questa è, voglio crederlo, perché si tratta soltanto di una norma elementare di igiene politica, questa è, da qui in avanti, la linea politica di tutto il partito, di tutte le sue strutture, di tutti i suoi militanti. Non è più, dopo la conclusione del congresso, la scelta di una maggioranza; essa è la volontà generale del partito, la scelta che lo impegna tutto, quale che sia stata la collocazione di ognuna e di ognuno nel dibattito congressuale. Ora questa scelta deve essere creativamente realizzata. Il partito deve saper attingere al concorso di tutte e di tutti, ma senza tornare alle molte ambiguità di comportamenti del passato e portando a compimento l’opera avviata nel congresso di superamento di ogni eredità o aggregazione derivata da ormai lontane e oggi inerti appartenenze.

L’apertura del partito ai movimenti, alle realtà vive del paese, non è un’astuzia tattica, ma una componente decisiva del nostro progetto.

Alle enunciazioni debbono corrispondere innovazioni reali. Se abbiamo denunciato il carattere monosessuale del partito, dobbiamo intraprendere l’opera di rottura di quel guscio e intendere che stiamo parlando insieme di una forma di organizzazione e di una cultura politica. Se diciamo che la Rifondazione Comunista ha bisogno del punto di vista di una nuova generazione, non possiamo più guardare all’esperienza dei giovani comunisti come ad un elemento aggiuntivo nella costruzione del partito di massa.

Se affermiamo come centrale la questione del lavoro, centrale deve diventarlo nell’attività del partito e decisivo il problema del nostro insediamento sociale, del porre mano all’inchiesta come pratica di lavoro politico indispensabile.

Quando abbiamo scelto di combattere il settarismo e ogni conservatorismo avevamo visto bene cosa si frapponeva alla capacità di dispiegare l’iniziativa di massa, per proporsi il problema della costruzione di un nuovo movimento politico di massa e riformatore, per porsi il tema dell’egemonia. Volevamo indagare una inadeguatezza generale a combattere le manifestazioni più evidenti di chiusura. Non è mai stato e non sarà mai in discussione il dissenso, che anche nel partito è il sale della terra. E’ in discussione una pratica politica, una modalità di rapporto con gli altri: come quando, ancora oggi, con tutto ciò che è accaduto, non si è in grado di cogliere il significato e il valore di una scelta come quella della desistenza o della necessità di cercare, al di là del risultato che non dipende da noi soli, un’intesa con tutte le forze democratiche per conquistare un comune o di valorizzare un’esperienza di lotta importante anche quando viene da un sindacato la cui linea noi pure contestiamo a fondo. Oggi dobbiamo dire una parola ancor più definitiva contro ogni chiusura settaria e conservatrice. Dobbiamo saperci aprire nei confronti degli altri fino a sapere leggere la verità interna che si cela anche in una proposta politica, programmatica o in un comportamento di massa che noi non condividiamo e che contrastiamo. Coglierne la "verità interna" per arricchire la nostra proposta politica e noi stessi.

Questa e non altro è la lotta per l’egemonia.

Abbiamo capito, compagne e compagni, e questa è una giusta ragione di orgoglio ciò che altri, anche a sinistra, non hanno capito, a partire dalla rinascita del bisogno di dirsi e di essere comunisti, fino alla critica radicale a questa modernizzazione capitalistica di cui abbiamo colto il segno di classe e la vocazione a mettere in discussione quel tanto di modernità fin qui conquistata dalla lotta di classe e della politica che con essa si è espressa. Abbiamo fatto quel che altri non hanno fatto, fino all’ultima marcia per il lavoro, incontrando, nella nostra mobilitazione, giovani, donne, lavoratori, disoccupati, precari, associazioni, forze sociali, chiese, e, secondo le loro parole, uomini di buona volontà.

Stiamo diventando un soggetto politico con un suo peso riconosciuto negli equilibri e negli assetti politici del paese. Abbiamo guadagnato consenso e un’area ancor più grande che guarda a noi con rispetto. Eppure per quel che ci siamo proposti di fare non basta tutto questo. Anzi, dobbiamo riconoscere, che per ciò che ci proponiamo di fare in questo congresso noi non siamo adeguati e le nostre sole forze non bastano.

Siamo un partito straordinario per quanto questa comunità di donne e di uomini è capace di generosità, di impegno, di lavoro quotidiano.

A tutte e tutti vorrei giungesse il nostro ringraziamento. Se siamo ciò che siamo, è a questo lavoro quotidiano che lo dobbiamo, in primo luogo. Un partito è prima di ogni altra cosa una comunità e la nostra è una comunità straordinaria.

Eppure non basta, dobbiamo essere capaci di osare un’innovazione della politica e ancor di più, molto di più nella nostra cultura politica e nel nostro modo di essere. Un’impresa difficile, perché questa è una sfida con noi stessi. Ma ci guida, in questa impresa, un’idea forte e precisa: oggi la crisi che vive il nostro paese nell’Europa chiede, perché essa non si rovesci contro le classi subalterne e i soggetti portatori di domande di qualità, la costruzione di un nuovo movimento politico di massa e di riforma in cui cominci a vivere il soggetto della trasformazione per la quale bisogna ricominciare a lavorare. A questa impresa, per questa impresa deve vivere e lavorare un nuovo partito comunista di massa. Ieri, con noi, è rinata la speranza: domani vorremmo tornasse a vivere, con noi, e con tutte le forze antagoniste, un progetto di una società diversa. Un pensatore comunista tra i più rilevanti di questo dopoguerra, un pensatore comunista a cui tanti siamo debitori, Claudio Napoleoni, in occasione di una disputa famosa, molto prima della Bolognina, affrontò di petto la questione del programma di una forza comunista.

Egli partì da una premessa: "La liberazione del lavoro, cioè la restituzione di umanità al lavoro, può avvenire soltanto all’interno di un processo di liberazione dal lavoro, cioè in cui il lavoro non sia più l’asse centrale della vita dell’uomo e della società. Soltanto oggi il processo storico è arrivato al punto da acquisire la capacità di finalizzazione del progresso tecnico a questo obiettivo."

Per, poi, chiedersi: "può il partito comunista, in questo momento in cui il problema è venuto a maturazione storica, non porre con grande forza, sul terreno programmatico, il problema di una finalizzazione del progresso tecnico e dello sviluppo industriale ad altro che non sia il progresso tecnico e lo sviluppo industriale?" Questa era, per l’intellettuale comunista, la prima questione del programma. La seconda questione veniva indicata in quella femminile e la terza in quella della natura.

E così proseguiva. "Queste tre questioni vanno al di là di quanto l’assetto capitalistico della società può dare. Queste tre questioni configurano una fuoriuscita dal capitalismo queste questioni perciò, vanno assunte al centro di una elaborazione programmatica."

Infine, rivolgendosi al Partito Comunista Italiano profeticamente gli chiedeva: "compagni se non affrontate queste questioni: perché non cambiate nome, perché vi chiamate ancora partito comunista?"

Ecco noi ora saremmo in grado di rispondere a Claudio Napoleoni e a quanti in Italia oggi si propongono questi grandi interrogativi di società. Proprio perché intendiamo affrontare nel programma e nell’azione politica, queste grandi questioni che propongono la trasformazione, il superamento dell’ordine capitalistico ci chiamiamo comunisti.

Ed è proprio perché vogliamo affrontare queste grandi questioni del nostro tempo nel programma, nell’azione politica di ogni giorno e nella ripresa del discorso sulla trasformazione della società capitalistica che vogliamo lavorare come ci indica questo congresso alla rifondazione comunista. Avanti, compagne e compagni, costruiamo, insieme a tante e a tanti, un nuovo, grande partito comunista di massa.