III CONGRESSO DEL PRC

DOCUMENTO BERTINOTTI - COSSUTTA

Il terzo congresso del PRC ha un compito radicalmente diverso da quelli che lo hanno preceduto. Il problema che esso vuol affrontare non è tanto quello della esistenza del nostro partito sulla scena politica del paese, perché questa è una battaglia ormai vinta, e neppure quello della definizione della sua linea politica, prece’ questa, alla luce del risultato, chiede semmai una netta conferma cosi' da poter essere compiutamente sviluppata. Il compito di questo congresso è assai più impegnativo, giacché si tratta di mettere mano alla cultura politica ed al modo di essere stesso del partito. La motivazione dell'indispensabilità di questo compito straordinario che il congresso può solo avviare, e che richiederà un lungo lavoro sociale, politico, culturale e organizzativo, non nasce da ragioni interne, bensì' dall'individuazione della principale questione del nostro tempo: la rimessa all'ordine del giorno, nella politica, della questione della trasformazione della società in cui viviamo, della società organizzata sulla nuova forma che ha preso il modo di produzione capitalistico in generale e, in particolare, nell'Europa dei nostri giorni.

RADICALITA' E UNITA': LA NOSTRA LINEA POLITICA

Lo sviluppo della linea politica richiede un giudizio netto e del tutto privo di ambiguità sugli atti su cui siamo venuti costituendola. Il suo dispiegamento dipende, in primo luogo, dalla piena comprensione del loro carattere, carattere in cui si riassume lo sforzo di coniugare, nella pratica politica, radicalità ed unità, sforzo che costituisce l'ispirazione principale e l'innovazione della nostra proposta politica.

L'opposizione al governo Dini, dopo la caduta di Berlusconi, da un lato, e la realizzazione dell'accordo di desistenza con l'Ulivo con il contributo determinante alla nascita del governo Prodi, dall'altro, sono le due facce della stessa medaglia che, nel loro insieme, hanno configurato la fisionomia del PRC e la sua diversità nel panorama politico italiano.

La crescita, la presenza e l'influenza che esercitiamo nella società, la conquista di un ruolo pieno di soggetto politico dipendono in maniera determinante da quelle scelte. Sono quelle scelte politiche che, connesse alla nostra opzione di fondo di organizzare e rappresentare le classi subalterne, oggi ci consentono di porci un obiettivo difficilissimo: quello di influenzare l'esperienza del governo Prodi affinché il paese possa vivere un nuovo corso riformatore, segnando cosi' la fuoriuscita sia rispetto alle devastanti vicende degli anni '80, che alle disastrose politiche neoliberiste degli anni '90. Per poter affrontare questa prova, l'acquisizione piena del senso delle scelte compiute è assolutamente indispensabile. Una scelta diversa su un versante (opposizione al governo Dini), come sull'altro (accordo di desistenza e sostegno al governo Prodi) sarebbe stata distruttiva della nostra impresa medesima, nell'un caso condannandoci a una presenza politicamente insignificante e subalterna nell'area del PDS, nell'altro relegandoci in una posizione minoritaria e di protesta fuori della possibilità di incidere nella fase politica e sociale, cioè nella peggiore delle condizioni per chi si proponga di rendere le masse protagoniste della vita politica. Nell'uno e nell'altro caso sarebbe morto il progetto del PRC.

Ora, al contrario, quel progetto vive ed è, anzi ad una prova cruciale, come cruciale è il passaggio che attende il paese. In questo passaggio, come in tutti quelli particolarmente significativi, si evidenziano questioni sulle quali le scelte politiche incideranno profondamente negli assetti di società presenti e futuri. Vengono al pettine, parallelamente, questioni economico-sociali e questioni istituzionali, vale a dire rapporti sociali e ordinamenti della democrazia.

21 APRILE, LA SCONFITTA DELLE DESTRE.

La sconfitta delle destre ha costituito un evento politico che ha suscitato grandi attese di cambiamento nel paese. Esse tuttavia non sono omogenee, né in grado di costituirsi spontaneamente in un movimento di massa. L'avvio di un nuovo corso riformatore nelle politiche di governo, cioè la risposta positiva alla domanda sulla realizzabilità di istanze di cambiamento qui e ora, è, perciò, parte, in questa fase, della costruzione di un movimento politico di massa per l'alternativa. Queste attese costituiscono, in ogni caso, la risorsa principale cui fare riferimento in questa difficile impresa.

Le difficoltà di imprimere un corso riformatore al governo Prodi sono, infatti, enormi.

Esse riguardano il contesto internazionale di un'Europa in cui i governi sono conservatori e l'indirizzo prevalente è l'attacco allo stato sociale.

Esse riguardano l'assetto dei poteri e delle forze capitalistiche del paese che, quando anche investano politicamente sul centro-sinistra, lo fanno per uno scopo opposto al nostro, cioè per far passare scelte che, perseguite da governi di destra, potrebbero innescare conflitti sociali capaci di metterle in causa.

Esse riguardano l'assetto della compagine di governo, nella quale hanno un peso consistente le forze centriste, alcune delle quali lavorano per una diversa maggioranza che escluda il PRC o per un quadro politico diverso quale quello delle larghe intese. In questo quadro verrebbero a saldarsi le due componenti che costituiscono la risposta conservatrice alla crisi della società italiana: da un lato, la prosecuzione e la stabilizzazione delle politiche neoliberiste e, dall'altro, una controriforma istituzionale che sottragga l'esecutivo al confronto con la rappresentanza democratica e che lo renda impermeabile al conflitto sociale.

Per non trascurare la pericolosità e le numerose varianti a disposizione di una soluzione di destra della crisi italiana, si deve ricordare che, accanto a questa risposta neo-centrista, è cresciuta in Italia un'altra soluzione iper-liberista.

E' quella separatista a cui lavora la Lega che, sotto il conflitto apparente tra il nord e lo stato nazionale, in realtà vuole sottrarre una realtà socio-economica a qualsiasi vincolo sociale e a qualsiasi tutela sociale universale per farla entrare, ritornata a capitalismo selvaggio, nella competizione internazionale, in concorrenza diretta con i modelli reazionari delle "tigri orientali". L'obiettivo della Lega non è solo e tanto quello di abbattere il legame dello stato centrale, bensì' quello dello stato sociale.

Entrambe queste soluzioni di destra della crisi italiana sono pericolosamente presenti e non vanno per nulla sottovalutate. Esse tuttavia sono gravate anche da profonde difficoltà e contraddizioni interne.

Per far esplodere quella della Lega è indispensabile disvelarne la natura sociale e combatterla a fondo, in nome dei bisogni delle popolazioni del nord di qualità della vita e del lavoro, bisogni colpiti proprio dagli interessi dei poteri forti e prevalentemente li' allocati.

Ma anche l'ipotesi neo-liberista, neo-autoritaria e neo-centrista resta pesantemente sul tappeto.

Questo esito incontra però grandi resistenze e molte contraddizioni, tanto che è già ripetutamente fallito e, nella versione proposta dalla destra, è stato sconfitto nelle elezioni del 21 aprile. Ne è venuto un mutamento di clima politico nel paese, la crisi delle principali forze politiche nazionali delle destre, l'emergere di qualche elemento di novità nella soggettività di importanti realtà sociali.

La fase recessiva dell'economia europea apre, del resto, rilevanti contraddizioni nello stesso schieramento borghese rispetto alla praticabilità della linea monetarista di Maastricht. L'Italia potrebbe dunque essere oggi il paese in cui si sperimenta l'uscita dalle politiche neo-liberiste. In essa l'intera questione meridionale troverebbe un'inedita e strategica collocazione di innovazione del modello di sviluppo.

A fronte della turbolenza crescente in Europa proprio rispetto alla praticabilità della linea di Maastricht, la Germania di Kohl ha guidato una pesante controffensiva per legare in ogni paese d'Europa l'ingresso nella moneta unica ad una finanziaria di attacco allo stato sociale, assolutizzando, consolidando ed estendendo la logica monetarista di Maastricht.

Avere separato le due questioni, consentendo l'accesso del paese alla moneta unica rifiutando l'attacco allo stato sociale, ha reso evidente che non c'è una sola politica per l'Europa. La battaglia contro la politica monetarista, per la revisione del trattato di Maastricht, per imporre l'affermazione dei parametri dell'occupazione e dell'ecologia e della tutela sociale, può essere ripresa adesso con più forza anche in collegamento con i movimenti di lotta presenti in Europa contro la politica dei tagli alla spesa sociale operata dai governi di destra.

Sennonché gli ostacoli non sono solo quelli esterni, ma essi investono anche il campo delle forze che dovrebbero essere chiamate ad essere protagoniste di questa impresa.

La sinistra moderata, assolutizzando il tema della governabilità, ed essendo approdata ad una cultura liberale, è il luogo della contraddizione tra gli interessi di larghi strati sociali che essa rappresenta e il suo indirizzo programmatico, che risponde invece, prevalentemente, agli impulsi della modernizzazione capitalistica in atto.

Ad aggravarne la contraddizione, e la propensione ad una soluzione negativa della stessa, c'è la collocazione del sindacalismo confederale. La sua perdita di autonomia costituisce uno dei principali problemi irrisolti per la ricostruzione di una strategia riformatrice. La sua perdita di autonomia ha sostanzialmente escluso dal protagonismo sindacale le realtà sociali più combattive ed ha espunto dalla cultura sindacale un punto di vista classista ed antagonista. La concertazione, da metodo criticabile di relazioni sociali, è diventata la negazione sistematica di ogni autonomia rivendicativa e conflittuale. E' indispensabile perciò che intervenga una rottura di questa gabbia per liberare nuovi rapporti sociali e di forza tra le classi.

CONFLITTO ED AUTONOMIA: LA COSTRUZIONE DEL SOGGETTO DEL CAMBIAMENTO

Questa rottura rappresenta un elemento rilevante dell'intera nostra politica.

Si tratta di riproporre, a partire dalla condizione di lavoro e dal conflitto, il tema della democrazia come partecipazione ed autonomia delle lavoratrici e dei lavoratori rispetto alla organizzazione del lavoro e della società, cioè di mettere in rilievo un versante, oggi tanto decisivo quanto negato, della sovranità. L'obiettivo della ricostruzione di un sindacato confederale di classe, democratico e di massa passa perciò, oggi, per una rottura ed una innovazione dell'intera pratica e del modo di agire del sindacato.

Le tendenze moderate che abbiamo analizzato, del resto, non sono immutabili e non tutte le realtà interne alla sinistra moderata e al sindacato confederale sono omologabili a queste tendenze. Tuttavia le stesse possibilità di una diversa dialettica al loro interno dipendono, in larga misura, da un elemento più generale, da un fattore di società, dalla costruzione di un nuovo movimento politico di massa. Cosicché la conquista dell'avvio di un corso riformatore nella politica del governo e la modificazione della dislocazione politica e sociale di forze interne al centro-sinistra risultano essere, come in realtà sono, parte dello stesso problema: la progettazione e la costruzione del movimento politico di massa in questa nuova fase dello sviluppo capitalistico e della organizzazione politica della società.

L'agire politico e sociale è mutato radicalmente in tutta Europa rispetto alla fase matura dello sviluppo fordista-keynesiano, della democrazia di massa e dello stato sociale. Da una propensione ad un movimento continuativo, rivendicativo, articolato e propositore di riforme generali, si è passati ad una propensione all'azione generale difensiva per obiettivi e per "campagne" in una condizione politica e sindacale nella quale persino le più importanti lotte in difesa dell'occupazione sono state lasciate nell'isolamento. E' una propensione indotta dalla crisi di tutti i fattori progressivi del vecchio compromesso sociale e politico. E' una propensione che può essere modificata solo da un progetto di un nuovo movimento politico di massa, sia rispetto al banco di prova immediato di quest'autunno, che rispetto alla prospettiva, cioè alla rimessa all'ordine del giorno della questione della trasformazione.

Il problema principale per la costruzione del soggetto riformatore, a breve come a più lungo periodo, è dato dal fatto che non è sufficiente, per formarlo, rappresentare soggetti ed interessi già costituiti, ma che è necessario ricomporli nel corso della stessa azione di riforma. Non è questione molto diversa da quella che proponiamo col passaggio dalla resistenza al progetto. Senza resistenza non esiste azione politica delle classi subalterne e senza resistenza non esiste progetto autonomo. Nella stessa costruzione e nello sviluppo del progetto la resistenza deve avere un rilievo forte. Ma bisogna andare oltre, saper indicare il rapporto tra i singoli obiettivi e un nuovo, possibile ed alternativo corso della politica economica e sociale, tra questi e un nuovo modello di sviluppo. Bisogna, cioè, saper indicare gli elementi e la concatenazione degli eventi dell'alternativa. Basta pensare all'esigenza fondamentale di combattere la disoccupazione, a come farlo, per averne la conferma più acuta. Basta pensare ad un obiettivo, senza il quale non esiste alcuna politica riformatrice, quale quello del pieno impiego e pensarlo nella nuova fase dello sviluppo capitalistico e di fronte alla modificazione intervenuta nelle culture e nelle soggettività, per cogliere tutto il senso politico e programmatico del passaggio che proponiamo al movimento, il passaggio dalla resistenza al progetto. In esso, un elemento qualificante è il nesso tra costruzione dell'alternativa e sviluppo della democrazia.

DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE CONTRO IL PRESIDENZIALISMO

La nostra opposizione al presidenzialismo e ad una restaurazione liberista e autoritaria contro lo spirito della Costituzione, nata dalla lotta contro il nazifascismo, non può avere solo un carattere conservatore, ma deve costituire una risposta ai temi della crisi della democrazia. Infatti è una vera e propria crisi della democrazia quella che si sta manifestando in questo processo di globalizzazione dell'economia e di integrazione economica di un'Europa senza politica; in questo rovesciamento del ruolo degli stati nazionali, diventati demolitori anziché costruttori di socialità; nella crescente istituzionalizzazione del sindacato e, persino, in una crisi latente del suffragio universale. La nostra proposta, perciò, vuole mettere al centro del dibattito sulle riforme istituzionali le questioni democratiche del nostro tempo: il protagonismo e la partecipazione delle masse; il rapporto tra la forma e la sostanza delle decisioni; il rapporto tra i centri e le periferie, tra l'Europa, l'Italia, le sue città e regioni; "i diritti delle minoranze linguistiche e nazionali"; la relazione tra la rappresentanza politica e il conflitto sociale, tra la rappresentanza politica e la condizione sociale dei cittadini. La stessa proposta nostra di riforma dello stato si propone, contrastando ogni ipotesi neo-autoritaria, di riaprire una fase di ricostruzione del tessuto democratico.

NUOVO STATO SOCIALE, PIENO IMPEGO. UN DIVERSO MODELLO DI SVILUPPO.

Il nesso tra democrazia e contenuti della politica è del resto reso manifesto dal principale problema sociale di questa fase dello sviluppo capitalistico: la disoccupazione di massa. La crisi democratica del nostro tempo è, al fine, irrisolvibile senza l'abbattimento della disoccupazione, senza la conquista del lavoro per tutte e per tutti. Né la questione è rinviabile ad un altro tempo. Perciò questo stesso è il banco di prova del governo Prodi e da esso dipende se il governo avrà o no un futuro. La finanziaria 1997 e le politiche dirette per l'occupazione sono, in concreto, ciò su cui misureremo se, nell'azione del governo, si avrà una svolta capace di mettere la lotta alla disoccupazione al centro di un nuovo corso di politica economica, oppure se prevarrà una linea continuista che fa del risanamento del bilancio dello stato la ragione della sua esistenza. La nostra scelta di sostenere o di togliere l'appoggio al governo Prodi dipenderà strettamente da quale delle due strade imboccherà. Per imboccare la via della svolta è necessaria la crescita di un movimento nel paese. L'urgenza di una mobilitazione di massa è acutissima e siamo ancora molto distanti da ciò che sarebbe necessario. La marcia per il lavoro è un nostro impegno prioritario. Allo sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto bisogna sapere guardare come ad un mutamento, ad una rottura possibile dell'attuale pesantissimo stato di tregua sociale. Nella scuola è possibile la realizzazione di un conflitto che, per la natura dei protagonisti e del problema, costituirebbe una cerniera politicamente significativa tra lavoro e società.

In generale su tutti i temi dello stato sociale, a partire dalle donne, la cui condizione è la più esposta di ogni altra ad una grave regressione civile, è necessario avviare nuove forme di azione collettiva e di lotta. Nell'immediato dello scontro sulla finanziaria, come nel più lungo periodo, il lavoro ritorna, seppure in maniera radicalmente diversa da come lo è stato negli anni '60 e '70, ad essere il filo conduttore possibile di un processo di generazione e unificazione dei movimenti.

La vicenda della finanziaria non è conclusa, ma un passaggio cruciale è stato fatto e il PRC ne è stato protagonista. Pur in una finanziaria pesante e gravosa, per la prima volta dopo molti anni vengono integralmente difese sanità e pensioni. L'offensiva delle forze conservatrici puntava a realizzare soprattutto sulle pensioni una manomissione che aprisse la strada a trasformarle nel ventre molle su cui effettuare il risanamento del bilancio in tutti i prossimi anni. L'offensiva di Kohl si è proposta di condurre tutti i governi europei, per entrare nella moneta unica, a perseguire una politica di ulteriore attacco allo stato sociale fino alla sua demolizione. Con questa finanziaria, salvaguardate pensioni e sanità, l'Italia si è sottratta all'abbraccio mortale del governo di destra e, per la prima volta dopo tanto tempo, viene inviato al paese il messaggio che il risanamento del bilancio dello stato si può fare difendendo lo stato sociale e cosi' intervenendo particolarmente sui ceti abbienti. Perché questa impostazione sia coerente è ora necessario che venga salvaguardata dalla pressione fiscale la prima casa e che la eventuale cosiddetta tassa per l'Europa, oltre ad essere fortemente progressiva e ad intervenire su tutte le ricchezze, esoneri del tutto i salari e gli stipendi medio-bassi.

Ma, soprattutto, l'avere ottenuto il risultato di preservare lo stato sociale deve essere un elemento di propulsione per aprire finalmente una grande battaglia sul tema fondamentale del lavoro, dove, invece, il recente accordo tra governo e parti sociali segna un grave arretramento. Proprio sul terreno dell'occupazione si evidenziano i limiti più seri nell'azione del governo Prodi ed è quindi da qui che deve partire una svolta di politica economica e sociale.

Il lavoro in tutte le sue componenti: la sua "scarsità", la sua quantità, qualità, distribuzione; la natura di classe della sua dipendenza, l'alienazione, lo sfruttamento; le dipendenze sociali e politiche che esso genera e che l'organizzazione della società e della statualità consolidano: è questa consapevolezza che mette in rilievo il significato di alcuni nostri obiettivi caratterizzanti, immediati e di lungo periodo, i caratteri che fanno di loro delle vere e proprie entità strategiche di un progetto politico di alternativa.

Lo sono, per esempio, rispetto all'occupazione, la riduzione generalizzata dell'orario a parità di salario, come la creazione di una nuova sfera della produzione costituita da lavori utili, extra-mercantili. Lo sono perché, da un lato, costituiscono la rottura con le politiche neoliberiste che generano la disoccupazione di massa e sono, al contrario, indispensabili a combatterla. Lo sono perché propongono una riprogettazione, una valorizzazione e un rinnovamento radicale dell'intervento pubblico in economia e dello stesso stato sociale. Il discredito di cui gode il settore pubblico anche presso larghi strati popolari, per i fenomeni di inefficienza e sperpero del denaro collettivo (su cui ha fatto leva con qualche successo la cultura neoliberista), non deriva dalla sua natura pubblica, ma dalla gestione clientelare e subalterna agli interessi dei gruppi privati che ne è stata fatta. Si tratta di non capitolare di fronte alla cultura liberale ed alle spinte per ulteriori privatizzazioni, ma di battersi per conseguire una maggiore efficienza e produttività e quindi credibilità del settore pubblico, con una responsabilizzazione dei lavoratori del settore, sperimentando forme di accesso al controllo ed alla gestione dei processi produttivi e dei servizi. Gli obiettivi caratterizzanti dell'intera nostra linea, come quelli citati della riduzione d'orario e la creazione di un comparto di "lavori utili" extramercantili, costituiscono delle vere e proprie entità strategiche di un progetto politico di alternativa, perché, se inserite in una strategia di trasformazione della società, e se messe in connessione con altri obiettivi di cambiamento dello stesso segno, costituiscono una critica materiale del primato del mercato e dell'impresa capitalistica, mentre suggeriscono un diverso modello sociale e di sviluppo in cui poter dispiegare le proprie potenzialità riformatrici.

Lo sono perché propongono la rimessa in discussione del rapporto classista e maschilista esistente tra produzione e riproduzione sociale, perché ne propongono una ridefinizione in direzione di un processo di liberazione del e dal lavoro salariato, di conquista di spazi di autogoverno e di libertà della persona.

Il nesso tra ciò che rivendichiamo al governo, nell'immediato, e cosa mettiamo al centro della ricostruzione di un movimento politico di massa riformatrice, è un elemento di fondo della nostra impostazione politica, dello sforzo per superare la separazione che ha pesato tanto negativamente in molte stagioni della storia del movimento operaio, tra l'immediatezza e la prospettiva.

COSTRUIRE IL MOVIMENTO PER L'ALTERNATIVA

La ricomposizione dei nessi, nella politica dell'alternativa, tra l'attualità e la prospettiva, in un processo di trasformazione della società, propone oggi acutamente la questione dell'individuazione, della costruzione e della definizione del soggetto vocato ad essere il protagonista della trasformazione. Esso, in questa fase di transizione tra due diversi cicli dello sviluppo capitalistico, non si evidenzia direttamente, sicché per chi, come il PRC, si propone in primo luogo di rappresentarlo politicamente, si pone, contestualmente, il problema della sua ricomposizione, a partire dalla stessa classe operaia.

A noi tutto ciò richiede un salto nella cultura politica e nel modo di essere.

La realizzazione di questo processo richiede, infatti la messa in atto di una complessa operazione sociale, politica, culturale fino ad investire la forma di organizzazione delle masse e della politica.

Essa richiede il confronto con tutta le altre culture critiche.

Bisogna cogliere tutta l'importanza di ogni forma di critica che sappia resistere oggi al pensiero dominante e all'ideologia del mercato. In particolare, per il suo peso di grande forza mondiale, e per la relazione che ha con la cultura e la storia del nostro paese, è da considerare l'importanza di quella che emerge nel mondo cattolico, la sua peculiare critica all'assolutizzazione del mercato. Il dialogo, il confronto tra le diverse culture critiche della modernizzazione capitalistica è parte di un vasto processo necessario alla ricostruzione di culture e soggettività antagoniste, alla ricostruzione del soggetto antagonista, del soggetto della trasformazione.

L'opzione anticapitalistica è la condizione indispensabile per attivare questa operazione. Senza una collocazione anticapitalistica essa non può neppure essere iniziata, nel senso che è il problema stesso a scomparire, prima ancora che la sua soluzione. La stessa possibilità di contestazione del pensiero unico, cioè della forma attuale dell'egemonia borghese, può darsi solo a partire da questa collocazione che, tuttavia, se è necessaria, non è più sufficiente. Il ritorno a Marx, da questo punto di vista, costituisce una risorsa da riattivare. Non solo per il metodo critico dell'analisi del capitalismo e del suo modo di produzione, ma perché è nel pensiero di Marx che la categoria della rivoluzione, cioè del passaggio storico ad un diverso ordine sociale, trova il suo punto più alto di elaborazione e, con essa, lo trova la politica.

I mutamenti imponenti realizzatisi nel corso di un secolo, le nuove contraddizioni che sono venute emergendo nello sviluppo del capitalismo e nelle classi subalterne, le lezioni drammatiche della storia rendono tuttavia quello stesso punto, il più alto toccato nella teoria del cambiamento, un punto ormai maturo. Il compito di partire da li' per andare oltre va dunque raccolto, sebbene con l'avvertenza che non c'è oggi forza politica, intellettuale, organizzazione culturale, tanto meno di un paese, che possa farvi fronte da sola. Ma porsi il problema di contribuire a questo compito è oggi, per una forza comunista, decisivo, essendo indispensabile alla sua propria rifondazione.

Alla rifondazione comunista deve concorrere la capacità di rinnovare e dare nuovo vigore al patrimonio di idealità socialista che ha attraversato la storia delle classi e della vita del paese, sia sul terreno della produzione culturale che artistica come del comportamento delle masse. Questa idealità socialista si presenta del resto come bisogno in parti importanti delle nuove generazioni, proprio come critica radicale ai processi di mercificazione e di cancellazione di senso, sospinti dai processi di modernizzazione capitalistica.

L'accrescimento del patrimonio di idealità socialista sono quindi parte integrante del nostro processo rifondativo.

In questa ricerca si evidenzia la necessità della costruzione di una comune memoria e di una comune cassetta degli attrezzi con i quali lavorare al progetto di trasformazione. In questa ricerca va collocata anche la riflessione da fare sugli anni '80, sul dopoguerra e sull'intero secolo. Si tratta di indagare senza infingimenti e reticenze le ragioni di una sconfitta storica del movimento operaio, del fallimento dei regimi che hanno visto la rottura rivoluzionaria costituirsi in esperienze statuali, il portato drammatico della sconfitta del movimento operaio in tutte le sue grandi componenti e, insieme, le ragioni che hanno animato un'istanza di liberazione delle classi subalterne, ragioni che oggi si ripropongono, seppure in forma diversa, anche dopo questa sconfitta storica e di fronte ai nuovi giganteschi processi di modernizzazione capitalistica. Diverse storie politiche, diverse esperienze, diversi marxismi hanno attraversato il periodo. Non si tratta più di prendere parte per l'una o per l'altra di queste storie, ma di analizzarle tutte criticamente e storicamente rispetto ad un nuovo cimento, rispetto ai problemi di democrazia, di autogoverno, di liberazione del lavoro e dell'individuo connessi ad un nuovo ciclo storico della lotta tra le classi.

Il punto di attacco è la modernizzazione capitalistica di questa fine secolo.

La globalizzazione dell'economia e la sua finanziarizzazione covano il nuovo ciclo sull'esaurimento di quello fordista assumendo a paradigma generale l'assolutizzazione della competitività. Essa sospinge avanti la controriforma sociale, attraverso la messa in discussione della civiltà del lavoro che nel ciclo precedente la lotta di classe aveva conseguito, ed attraverso una vera e propria regressione sia negli ordinamenti statuali, che nella società civile.

E' la civiltà europea ad essere messa radicalmente in discussione e con essa ciò che ancora vive del caso italiano. Questa tendenza si manifesta, in primo luogo, con il rovesciamento delle attese rispetto alle condizioni di vita: per la prima volta, nel dopoguerra, alle nuove generazioni viene consegnato non un avanzamento emancipatorio, ma il peggioramento rispetto alla generazione che l'ha preceduta.

Cosi', alla crescita e all'allargamento della democrazia ne subentra uno svuotamento. L'integrazione europea avviene nell'economia senza democrazia.

Gli stati nazionali perdono peso, smettono i compiti di costruttori della coesione sociale. Crescono tendenze separatiste che configurano i territori come pura dimensione economica, aree omogenee di affari. Gli esecutivi tendono ad autonomizzarsi e le masse tendono ad essere deprivate di ogni forma di rappresentanza diretta. La modernizzazione capitalistica lavora, dunque, alla controriforma sociale ed a nuove forme di autoritarismo. Essa poggia su una mutazione tecnica del capitale e della composizione sociale di classe che delinea, da un lato, l'uscita dell'economia dalla società e, dall'altro, la frantumazione sistematica del lavoro salariato e dei diversi soggetti diversamente sottoposti ai processi di spoliazione. Questa riorganizzazione del capitale e dei rapporti sociali contiene, nel fondo, una risposta al problema del consenso alternativo a quello del compromesso sociale e democratico.

La crisi dell'agire sociale spontaneamente rivendicativo delle masse come l'abbiamo conosciuto nella fase conclusiva dello sviluppo precedente trova in questa tendenza, oltre che nei comportamenti e nelle scelte dei sindacati confederali e della sinistra moderata, una prima spiegazione.

Ma è il riformismo a subire lo scacco più netto. La sua crisi è di fondo e strutturale. Se si intende per riformismo un sistema progressivamente evolutivo in grado di proporsi - anche attraverso il conflitto - la distribuzione della crescita economica in termini di allargamento ed accrescimento della cittadinanza, questo sistema è proprio quello spazzato via da questa modernizzazione. Questa crisi di fondo del riformismo non trascina con sé la fine del valore e della praticabilità dell'obiettivo parziale, dell'obiettivo immediato che, al contrario, viene esaltato sia dall'istanza di resistenza delle diverse realtà sociali colpite dalla ristrutturazione, che dal carattere stesso, che esso tende subito ad assumere, di contraddizione rispetto al processo di ristrutturazione in corso. L'obiettivo parziale propone, cioè, non un equilibrio raggiunto, ma la rottura di un equilibrio altrimenti imposto.

Il giudizio sulla natura della modernizzazione capitalistica, la crisi strutturale del riformismo, la crescita di peso e di incidenza dell'obiettivo parziale, se messi in connessione tra loro, chiedono una revisione, nella cultura politica del movimento operaio, del rapporto tra rivendicazione, riforma e processo di trasformazione.

L'obiettivo rivendicativo e di riforma produce una rottura che per realizzarsi ha bisogno di un quadro, entro cui, e conseguendo il quale, esso appare ed è concretamente praticabile. L'obiettivo, cioè, deve essere correlato ad un elemento di innovazione del modello sociale e di sviluppo e della stessa modalità di accumulazione sul quale, anche, organizzare la proposta, l'iniziativa e la lotta. E' una innovazione forte e pesante da immettere nella concezione della lotta riformatrice, come consistente è l'innovazione che chiede il superamento della dimensione prevalentemente, quando non unicamente, nazionale dell'obiettivo e del movimento. Si tratta di grandi questioni di strategia. Ma la riflessione sul rapporto tra la natura della modernizzazione capitalistica, la crisi strutturale del riformismo e, al contrario, la necessità della valorizzazione dell'obiettivo parziale di cambiamento propone una questione ancor più generale.

Se la valorizzazione, e persino la praticabilità, dell'obiettivo parziale chiede, come protezione dello stesso, la conquista di elementi di un nuovo modello sociale e di sviluppo, la rimessa a tema della questione della trasformazione della società diventa non un lusso o una esigenza intellettuale, ma la proiezione necessaria del nostro progetto politico. Essa definisce un campo di ricerca necessario al nostro lavoro politico e sociale ed agisce su di esso.

DALLA CRITICA ANTICAPITALISTICA ALLA TRASFORMAZIONE DELLA SOCIETA'. IL NOSTRO PROGETTO.

La rimessa a tema della questione della trasformazione, cioè del superamento della società capitalistica, non significa accantonare la chiara percezione dell'immaturità attuale, soggettiva e politica, della transizione. Significa, invece, cogliere il livello delle contraddizioni e l'impasse di civiltà che toccano la pur estremamente dinamica e forte modernizzazione capitalistica. Significa cercare di indicare un percorso entro cui possono trovare risposta i bisogni di liberazione e di realizzazione umana ma, ormai, in cui possano trovare risposta anche soltanto le domande più elementari di tutela universale e di legame sociale, di valorizzazione del lavoro e di democrazia, giacché, senza la ricostruzione della trasformazione, neppure queste ultime possono più essere soddisfatte.

La rimessa a tema della questione della trasformazione si ripropone oggi dopo un lungo periodo di eclissi. Il problema del superamento della società capitalistica si è proposto difatti l'ultima volta in connessione con i movimenti del '68-'69. Una riflessione organica su quel ciclo di lotte che costituì' il caso italiano deve ancora essere fatto compiutamente, eppure essa è necessaria sia per recuperarne gli elementi durevoli, sia per ragionare sui motivi del suo assorbimento e della sua sconfitta. Nella nuova fase che ci si presenta il problema principale è costituito dalla ridefinizione del soggetto della trasformazione. E' la questione che, nella cultura classica del movimento comunista italiano, si configura nel blocco storico. Ora essa si propone in termini assolutamente inediti per il concorso di fattori quali le mutazioni della composizione tecnica del capitale, del cambiamento della composizione sociale di classe e per l'innovazione intervenuta nelle culture di massa e nella soggettività. Basti pensare a come si possa affrontare il problema del genere senza far ricorso al pensiero delle donne. Il problema chiede dunque una diversa soluzione rispetto a quella, pur cosi' alta, della nostra tradizione.

La critica di ogni propensione economicista deve tuttavia poggiare sulla ricerca delle radici sociali, cioè di alienazione e di sfruttamento, che qualificano ogni soggetto collettivo ed individuale. Quel che va superata drasticamente è la polarizzazione di questi ultimi quindici anni tra l'apologia dei nuovi soggetti che emergerebbero contemporaneamente ad un presunto esaurimento del conflitto di classe e la difesa di una statica nozione di una classe pensata come sempre uguale a se stessa. L'uscita da questa fuorviante polarizzazione richiede di ripartire dall'analisi e dalla definizione delle caratteristiche attuali del conflitto di classe. Contrariamente alle tesi correnti, si può sostenere che i confini delle classi subalterne tendono ad allargarsi, sia per la crescita su scala mondiale del numero dei lavoratori salariati, sia per la mutazione che da noi investe il lavoro autonomo, parte del quale risulta cosi' eterodiretto da configurare una nuova dipendenza sociale. Ma questa nuova composizione allargata della classe non le assegna maggiore forza. Al contrario essa risulta cosi' divisa, diversificata e frantumata da non riconoscersi in una coscienza unitaria di sé.

Inoltre la sua ricomposizione non può avvenire esclusivamente per vie interne, perché contraddizioni diverse da quelle di classe sono affiorate e la investono direttamente dando vita a diverse soggettività.

Fondamentali sono a questo proposito le contraddizioni di sesso, tra nord e sud del mondo, tra ambiente e sviluppo e, seppure in un'accezione ancora diversa, quelle con le nuove generazioni.

La costituzione di una cultura e di un progetto per la trasformazione diventano quindi parte stessa del processo di ricomposizione di un soggetto critico antagonista e dell'alternativa. Per farlo è necessario rintracciare, dentro le diverse contraddizioni, oltre che le diversità, il punto di connessione con la collocazione di classe. L'esperienza delle donne ha segnato una rottura di un punto di vista che, quand'anche qualificato della scelta anticapitalistica, proponendosi come unitario, non si avvedeva che era semplicemente maschile. L'esperienza delle donne è perciò un punto di vista indispensabile ad una prospettiva di liberazione. Come è indispensabile all'esperienza delle donne ricostruire la parte della propria condizione che, per essere su quel terreno la più esposta, parla di una condizione e di un problema generale, come nel caso cosi' rilevante del suo rapporto con la crisi dello stato sociale. Allo stesso modo, la condizione di precarietà, che muove dall'incertezza, dalla penuria e dalle caratteristiche del lavoro di oggi, connota la condizione di una generazione, che pure per cultura è cosi' distante da quelle precedenti, di una condizione più generale, appunto quella della precarietà.

Sulla contraddizione di sesso ha costruito un originale percorso di lotta il movimento omessuale e lesbico, nei cui bisogni e nelle cui domande civili e politiche noi cogliamo un arricchimento della stessa idea della trasformazione.

Come capace di parlare di un carattere di tendenza più generale è la propensione, cosi' presente in questa generazione, ad aggregarsi per fare, per agire socialmente e culturalmente anche fuori dall'ordinamento del mercato e dell'impresa. Da un lato, il segno di una nuova forma di alienazione capitalistica, dall'altro una potenzialità critica, di nuova riforma.

Il carattere coessenziale della contraddizione tra ambiente e sviluppo capitalistico e tra nord e sud del mondo, sempre più caratterizzata dal rapporto centro-periferia tanto a livello mondiale come nelle stesse metropoli occidentali, in questo processo di globalizzazione dell'economia è da tempo acquisito nel pensiero critico. Sulla prima, nella parte politica e sociale, si sono fatti concreti passi in avanti, seppure ancora largamente insufficienti, ma tanto rilevanti da consentire un rapporto di particolare unità nell'azione tra il PRC e i Verdi in Italia.

Ma sulla seconda il problema risulta del tutto irrisolto. Il ritardo è reso ancora più acuto dall'esigenza di saper dare risposta progressiva ai problemi connessi ai fenomeni migratori e all'insorgere nel nord del mondo di forme nuove e gravissime di razzismo e xenofobia.

CONTRO MAASTRICHT PER L'EUROPA DEI POPOLI

Il problema che ci si pone è il superamento della dimensione nazionale del conflitto di classe e dell'agire politico. Un problema enorme, se si pensa che malgrado la tensione e idealità internazionalista e malgrado le grandi battaglie condotte dal movimento operaio di solidarietà con i popoli in lotta per la loro indipendenza e per la pace, la dimensione nazionale della sua azione è stata fin qui quella assolutamente dominante. Due sono le innovazioni più urgenti da introdurre nella nostra prassi politica. L'Europa non riguarda più tanto le nostre relazioni internazionali, l'Europa è ormai il teatro della nostra azione politica diretta. Primi passi in questa direzione sono stati mossi con i partiti che si riferiscono al GUE-verdi nordici.

La costituzione di una piattaforma europea alternativa a quella di Maastricht riposa sull'idea di assumere l'Europa come il terreno di uno scontro di modello sociale e di sviluppo in grado di proporci una realtà che, per le sue dimensioni e per la sua storia, possa realisticamente essere investita dall'obiettivo, decisivo per una linea di trasformazione, di conseguire una autonomia rispetto ai processi di globalizzazione dell'economia, una realtà, appunto l'Europa, dove, rovesciando le tendenze oggi prevalenti in essa, e nei governi degli stati che la compongono, si possa porre l'obiettivo di un modello sociale diverso da quello americano, giapponese e delle "tigri asiatiche". In questo orizzonte le questioni della democrazia, della partecipazione delle masse nel processo di costruzione europea, della lotta contro la disoccupazione per il pieno impiego e della riforma dello stato sociale devono diventare gli obiettivi della costituzione di un movimento di massa e d'azione comune in primo luogo delle forze della sinistra antagonista e per realizzare su di essi ancor più larghe convergenze.

L'altra innovazione è invocata dalla crescente interdipendenza dei conflitti di lavoro su scala mondiale. La globalizzazione dell'economia, i processi di frammentazione, il decentramento dell'apparato produttivo, che costituiscono l'aspetto forte della mondializzazione, costituiscono anche, nella fase attuale, l'elemento caratteristico nell'estrazione del plusvalore dal lavoro e un mutamento dei rapporti di forza a favore del padronato nel conflitto distributivo, come in quello di potere. Questa condizione di vantaggio padronale non è però obbligata. Se al processo di mondializzazione non si può opporre, pena l'aggravamento del contrasto con il sud del mondo, il protezionismo economico nazionale o sovranazionale, una nuova azione deve essere intrapresa nelle politiche statuali, come nell'organizzazione del conflitto, per intervenire direttamente su queste tendenze e non subirle invece come se fossero fenomeni naturali o immodificabili.

Vanno dunque progettati nuovi terreni di lotta a livello sovranazionale e ideati nuovi obiettivi.

Invece di forme di protezione nazionale delle merci, bisogna pensare a forme di protezione sociale del lavoro, valide per tutto il mondo, cioè, per esempio, all'istituzione, nell'ordinamento delle nazioni di tutto il mondo, di un minimo di diritti sociali dei lavoratori come corredo obbligatorio di ogni merce affinché essa possa entrare in circolazione. Il nesso tra azione locale e azione internazionale si è fatto più stringente per la natura dei processi di ristrutturazione capitalistica. Ora, affinché la lotta delle masse possa essere efficace, è necessario che un salto avvenga anche nella soggettività e nella loro pratica.

Non esiste oggi più nel mondo un campo socialista. La stessa nostra solidarietà e impegno a favore di Cuba deriva da una specifica scelta a favore del diritto di un popolo di difendere la sua esperienza rivoluzionaria e il suo progetto di società contro il tentativo di natura imperiale degli USA di soffocarla.

La fine dell'assetto bipolare del mondo seguito al crollo dell'URSS e dei sistemi dell'est europeo non ha visto affatto crescere la prospettiva di un governo mondiale in grado di associare le diverse realtà geopolitiche; al contrario, da un lato, si sono venute manifestando crisi drammatiche degli stati nazionali con l'insorgere di conflitti etnici e religiosi e, dall'altro, è cresciuto un nuovo dominio imperiale degli USA fino a cancellare ogni ruolo autonomo dell'ONU e a dar vita ad un ordine militare modellato sul ruolo di monopolio della forza assunto dagli USA su scala planetaria. Tutto ciò ha determinato la crescita di guerre di tipo nuovo, come quella del Golfo e della Bosnia e l'imposizione di embarghi economici, capaci di produrre veri e propri genocidi. Il PRC rinnoverà sempre la sua scelta antimperialista e di difesa delle prerogative dei popoli, cosi' come sempre sarà rinnovato il suo impegno contro la guerra o le pretese della Nato di sostituirsi ad un responsabile concerto mondiale degli Stati organizzati nell'ONU, e cosi' come proseguirà il suo impegno per il superamento della Nato stessa.

Ma i nuovi terreni che la modernizzazione capitalistica ci propone sono più impegnativi perché richiedono un salto di qualità proprio e direttamente nella nostra iniziativa politica e nella costruzione di obiettivi e movimenti per l'Italia, l'Europa e il mondo.

LA RIFONDAZIONE COMUNISTA.

L'accentuazione dell'istanza della rifondazione comunista, il problema cioè di portare sull'impianto politico e culturale la forza di innovazione che abbiamo sperimentato nella pratica, nasce da una duplice esigenza che l'esperienza di lavoro politico ci ha posto davanti.

Il primo problema è quello dell'efficacia della nostra azione, cioè della conquista di risultati qui ed ora, che costituisce un bisogno particolarmente acuto delle masse dopo lunghi anni di arretramento e di sconfitta ed ha da fare con la loro stessa disponibilità alla mobilitazione e alla lotta. L'altro problema, non meno importante del primo, è quello della riconquista di senso all'azione politica.

Gli anni '80, prima, i primi anni '90, poi, hanno destrutturato di senso la politica che, per molte vie, è apparsa a larghe masse come estranea alla propria vita e come luogo di esercizio di potere, quando non di cattivi affari. In contraddizione, si sono manifestate importanti forme di resistenza politica e sociale e, ora, affiorano anche nuove domande alla politica, affinché restituisca un senso a delle vite deprivate e impoverite dai processi economico-sociali e culturali dominanti. Abbiamo potuto avere più conferme che è rinata la speranza. Per accrescerla, fino a farla diventare un nuovo processo di cambiamento, c'è la necessità di chiamare tutte queste forze a delineare il disegno di un'alternativa di società. Questo impegno costituisce lo spartiacque tra le due sinistre che si sono venute costituendo in Italia. La sinistra che si organizza attorno al PDS non si pone neppure questo ordine di problemi, avendolo derubricato dall'agenda della politica, quando ha assunto a stabile quadro, entro cui collocarla, quello del mercato. Nasce cosi' in Italia una sinistra che rompe con tutta la tradizione del movimento operaio dandosi una cultura politica liberale. E' un fatto del tutto nuovo che impone una correzione profonda nella stessa politica dell'unità tra le forze della sinistra.

Fino ad oggi, per un lunghissimo periodo, anche in questo dopoguerra, anche ipotesi politiche aspramente contrapposte tra socialisti e comunisti e entro queste forze, rivoluzionarie o riformiste che fossero, si sono cimentate sulla prospettiva della trasformazione della società. Ora non più. Ora due sinistre nascono e si definiscono su due idee radicalmente diverse di società, si definiscono, cioè, rispetto all'assunzione o meno della critica all'economia e alla società capitalistica.

Ancor più incisivamente si può dire che esse si dividono proprio rispetto al giudizio da dare su questa modernizzazione capitalistica e sull'obiettivo generale di società da affermare in confronto ad essa: se, cioè, essa sia e debba essere assoggettabile a dei correttivi interni, come propone la sinistra liberale; oppure, se rispetto ad essa vada costruita l'alternativa di un diverso modello sociale e di sviluppo, come propone il PRC e come propongono le sinistre antagoniste.

Il compito di aggregare e dare forza di progetto alla sinistra antagonista, anticapitalistica e di alternativa in Italia e in Europa è perciò oggi parte importante di una più complessa ricerca unitaria.

Il PRC, che ha vinto in questi anni la lotta per l'esistenza, si propone di lavorare sulla coppia radicalità ed unità per allargare e rafforzare un'articolato e diversificato schieramento riformatore sia sul piano sociale che su quello politico. La radicalità della critica all'esistente e degli obiettivi di lotta nasce non da qualche estremizzazione ma dall'analisi della natura delle contraddizioni del nostro tempo; la nostra ricerca dell'unità nasce dall'analisi delle forze sociali, politiche e culturali che dovrebbero dislocarsi, per queste contraddizioni e per la natura dei loro bisogni, su un versante riformatore.

Radicalità ed unità sono il binomio della politica di rifondazione anche per fronteggiare efficacemente l'esistenza, durevole, delle due sinistre. L'accentuazione dell'istanza della rifondazione, necessaria per sviluppare compiutamente questo binomio e per far cresce il partito nella società, è indispensabile per affrontare la sfida che l'esistenza stessa delle due sinistre mette in campo: la sfida per l'egemonia.

La sfida riguarda la capacità di delineare una risposta di riforma alla crisi della società italiana ed europea, alla separazione dell'economia dalla società, alla regressione in atto nella civiltà del lavoro e della democrazia. La nostra analisi sulla crisi della risposta riformista ci impone il terreno della costruzione dell'alternativa. In questo senso possiamo parlare del congresso della maturità.

La sfida per l'egemonia passa dunque proprio per questa costruzione.

UN NUOVO PARTITO COMUNISTA DI MASSA.

L'obiettivo che proponiamo al partito di una rifondazione anche del suo rapporto con la società passa per un grande processo di apertura e di dialogo. La lotta ad ogni forma di settarismo e di conservatorismo è perciò parte viva della sfida per l'egemonia e della costruzione dell'alternativa. La critica al settarismo non è il modo per combattere surrettiziamente una diversa linea politica o per selezionare gruppi dirigenti affidabili. Il settarismo può combinarsi a qualsiasi linea politica e a qualsiasi tipo di collocazione nel partito.

Esso è un fatto culturale e di comportamento che si preclude al confronto con posizioni diverse; che impedisce un rapporto con i movimenti capace di riconoscerne l'autonomia e, insieme, di esserne interni portatori di una visibile opzione strategica; che si nega ad ogni alleanza con altre forze politiche temendo uno snaturamento della propria o che interpreta le alleanze, e persino le convergenze unitarie, come strumentali. Il settarismo è oggi nemico della costruzione dell'alternativa, dello sviluppo della linea fondata sulla ricerca di coniugare di una radicalità politico-programmatica con la politica dell'unità, della crescita e del rinnovamento del partito. Sul partito si sono andati appuntando crescenti segni di attenzione, di curiosità e di simpatia. Rilevantissimo è il fenomeno nelle nuove generazioni. Ma tutto ciò non può diventare, come potrebbe e dovrebbe, una positiva mutazione quantitativa e qualitativa del partito se non si rimuovono, con una chiara battaglia politica e culturale, il settarismo e il conservatorismo in esso presenti. Non dissimile è il ragionamento che si può fare per l'attenzione da dedicare alle esperienze delle donne e alle grandi realtà di lavoro dipendente. Deve essere chiaro il segno politico generale della battaglia culturale e di modificazione dei comportamenti che proponiamo.

Diversamente da altri momenti, in cui nella storia del movimento operaio si è sollevato il problema della lotta al settarismo, il nostro obiettivo politico non è quello di moderare la nostra fisionomia o di far prevalere un presunto interesse generale su quello di parte. Al contrario, oggi e per noi, questa battaglia culturale è finalizzata alla riforma del modo di essere del partito e del suo rapporto con la società, in modo da renderlo un protagonista adeguato nella costruzione del movimento dell'alternativa, cioè nel passaggio dall'individuazione della radicalità nei bisogni alla loro trasformazione in movimento e riforma. Lo sblocco, nel partito, di ogni fenomeno di chiusura nei confronti dell'accesso ai gruppi dirigenti di forze nuove è una componente di questo impegno.

Tradizionali e nuove realtà di lavoro dipendente che perseguono obiettivi sociali analoghi ai nostri debbono sentirsi incoraggiate ad entrare ad assumere un ruolo rilevante nella costruzione della nostra impresa. I giovani, che ormai in tante occasioni danno con la loro presenza il carattere alle nostre manifestazioni, debbono sentirsi incoraggiati a diventare protagonisti attivi del rinnovamento del partito, delle sue forme di organizzazione, dello stile di lavoro.

Le donne, con la loro esperienza e la loro presenza, ci hanno fatto constatare il carattere tendenzialmente monosessuato del partito. Esso è ormai un impedimento, non solo alla costruzione del partito come una comunità di donne e di uomini liberamente associati per realizzare un'impresa politica comune, ma alla stessa elaborazione dell'alternativa. La rottura del carattere sostanzialmente monosessuato del partito è compito irrinviabile di questo congresso.

Basta questa individuazione dei problemi di rinnovamento e di qualificazione del partito per far intendere tutto il senso preciso della lotta al settarismo e della sua stretta finalizzazione a fare del partito il protagonista della costruzione dell'alternativa, del passaggio dalla resistenza al progetto di trasformazione. Non il modo per indebolire e delegittimare politicamente il dissenso dalla linea proposta, dissenso che non ha nulla a che vedere con la questione posta e che va contrastato, per chi aderisce alla linea proposta, sul terreno squisitamente politico del conflitto di opinione e di scelta. Tanto meno il modo per la risoluzione di conflitti interni ai gruppi dirigenti, che invece vanno risolti con il metodo democratico della partecipazione e con la crescita della capacità di intendere la ricchezza della composizione di gruppi dirigenti articolati e pluralisti, aventi come unico fattore di selezione la scelta della linea politica e la capacità di realizzarla creativamente.

La costruzione di un'alternativa presuppone la modifica dei rapporti di forza tra le classi e la ripresa di un movimento di lotta non episodico.

Si impone un'opera per costruire ed estendere una presenza organizzata e capillare dei comunisti sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei centri di ricerca e di cultura; una rete diffusa di circoli radicati nel tessuto sociale, capaci di stabilire un rapporto permanente con gli iscritti e con i mutamenti nella composizione sociale di classe e nella soggettività, in una società in rapida trasformazione, di coglierne rapidamente umori e sollecitazioni, di condurvi un'opera efficace di controinformazione e di crescita della capacità individuale e collettiva di conoscere la realtà per trasformarla.

Vanno discusse senza rigidità o conservatorismo una serie di formule e strutture organizzative, tali da rafforzare ulteriormente nel partito le sue caratteristiche di massa e di lotta, di presenza organizzata nella società civile, decisiva al fine di selezionare gruppi dirigenti che riflettono, con le diverse tendenze politiche ed ideali, anche il radicamento sociale a cui tende il Partito.

Il terzo congresso del PRC propone dunque a tutto il partito un'esigenza politica fondamentale e avanza una proposta politica per farvi fronte. L'esigenza politica fondamentale è la rimessa all'ordine del giorno, nella politica, del problema della trasformazione della società, per contribuire ad avviare, da subito, una svolta riformatrice nel paese. La proposta politica è quella di un'accentuazione della rifondazione, cioè di un rinnovamento forte della nostra cultura e del nostro modo di essere, per passare dalla resistenza al progetto, cioè alla costruzione del movimento politico di massa dell'alternativa.