III CONGRESSO DEL PRC

MOZIONE 2

LA NATURA E LE SCELTE DEL TERZO CONGRESSO DEL PARTITO

La nascita del nostro partito ha costituito un fatto di grande rilevanza nel movimento operaio italiano. Nato in opposizione alla svolta della Bolognina, il Partito della Rifondazione Comunista ha rappresentato l'unica forza di opposizione di classe contro i governi Amato, Ciampi e Dini, sviluppandosi come rappresentanza autonoma degli interessi immediati delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani e degli anziani, delle grandi masse del Mezzogiorno. Proprio per questo il nostro partito ha esteso progressivamente il proprio consenso nelle classi subalterne rianimando nuove energie e grandi speranze.

Oggi il passaggio dall'opposizione alla maggioranza di governo sull'onda di quello che si è rivelato essere un accordo politico con l'Ulivo, e il sostegno al governo Prodi, caratterizzato dall'obiettivo di Maastricht e disposto ad un accordo di controriforma costituzionale con la destra, segna una svolta negli orientamenti del PRC, in contraddizione con le ragioni della nostra esperienza, con gli interessi sociali che rappresentiamo, con la prospettiva dell'alternativa.

Il voto favorevole del nostro partito al Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) e la concertazione della stessa finanziaria per il 1997, producono già degli effetti negativi: non favoriscono ma ostacolano lo sviluppo del movimento, alimentano illusioni pericolose fra i lavoratori, lasciano alle destre il monopolio dell'opposizione, con i pericoli che l'ascesa leghista già oggi rivela. Inoltre ci sta portando in un vicolo cieco esponendo il nostro partito ad un'alternativa perdente: o quella di essere 'scaricato' nei tempi e nei modi da altri decisi, o quella di essere corresponsabilizzato sempre più apertamente alla politica centrista del governo.

Occorre dunque una immediata rettifica di collocazione e di linea.

Il nostro partito deve ritrovare la propria radice di forza alternativa. Non basta criticare la politica del capitale sostenendone al contempo la governabilità. Si tratta di combattere quella politica e gli interessi materiali che la sorreggono, promuovendo e organizzando il conflitto nel paese ed in parlamento. Non si tratta dunque di 'passare dalla resistenza al progetto', ma di opporre una resistenza alla politica economica e sociale del governo come condizione contestuale a un progetto di alternativa. Si tratta infine di coniugare questa lotta con il rilancio della battaglia democratica contro il sistema elettorale maggioritario e la costruzione della seconda repubblica.

E' necessario insomma ricollocare Rifondazione comunista all'opposizione.

Il ritorno all'opposizione significa anche una ridefinizione complessiva del progetto, delle ragioni, dei fini del nostro partito come partito comunista di massa. Un partito che si candidi all'egemonia sulle classi subalterne in alternativa al Pds. Un partito che unisca la battaglia per gli obiettivi immediati di ogni giorno alla prospettiva di un'alternativa di potere e di sistema e che per questo non riduca il comunismo a pura sommatoria delle culture critiche del capitalismo ma lo concepisca come rivoluzione sociale contro ogni vecchia e fallita suggestione riformistica.

Un partito infine che sappia combinare al proprio interno la massima unità nell'azione con la più ampia democrazia.

Questa è la posta in gioco del III congresso nazionale, questa è la svolta vera di cui ha bisogno Rifondazione comunista, questa è la prospettiva che può richiamare all'impegno tanti compagne/i e tante energie.

CONTRO IL GOVERNO PRODI PER LA RICOLLOCAZIONE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA ALL'OPPOSIZIONE

Bilancio del governo Prodi

Il governo Prodi non rappresenta né può rappresentare un governo socialmente neutro, incerto nell'indirizzo programmatico e quindi piegabile a ragioni di classe di segno opposto. Al contrario, in continuità con i Governi Amato, Ciampi e Dini, è il governo impegnato a completare sia il processo di inserimento del capitalismo italiano nell'Europa di Maastricht sia la transizione alla seconda repubblica.

Il suo programma e la sua politica sostenuti dal grande capitale sono all'interno di questo orizzonte. I primi cento giorni del governo ne costituiscono la riprova. Dopo la prima manovra economica di 16. 000 miliardi tutta interna alla logica monetaristica, il documento di programmazione economica e finanziaria (DPEF), in sintonia con gli obiettivi di Maastricht, ha riproposto per la prossima finanziaria e per le finanziarie a venire la logica tradizionale dei tagli alla spesa, delle privatizzazioni, della flessibilità del lavoro, riprendendo i tetti triennali di rientro dal debito già definiti dal governo Dini. La stessa promessa di un intervento sui salari in caso di scostamento tra inflazione programmata e reale corrisponde all'impianto della 'concertazione di luglio' e ha il sapore di una pura concessione d'immagine.

Sulla scia del DPEF di luglio, ma ben oltre i suoi termini quantitativi, la legge finanziaria presentata da Prodi, che ha avuto il via libera del Prc, rappresenta un attacco diffuso e articolato alla condizione sociale delle masse popolari e dello stesso lavoro dipendente.

Le pensioni, già massacrate un anno fa dal governo Dini, con l'accordo del centrosinistra, sono state anche per questo risparmiate, seppur solo temporaneamente. Ma in compenso viene colpita la santi…, con la riduzione delle detrazioni delle spese mediche, la soppressione dei posti-letto e dei relativi organici, l'incentivo alla professione privata nelle strutture pubbliche. Viene colpita la scuola con la soppressione di migliaia di classi e di posti di lavoro sia nel personale docente, sia in quello amministrativo. Vengono colpiti gli enti locali con nuovi tagli all'assistenza e ai trasporti. Viene colpito il pubblico impiego con il blocco delle assunzioni e l'allargamento del part-time. Viene colpito il lavoro attraverso forme di finanziamento dell'accordo sulla flessibilità. Parallelamente si prospetta un aumento dell'Ici sulla casa ed una addizionale Irpef destinata a gravare, come è ovvio, soprattutto sul lavoro dipendente. Mentre si risparmiano profitti e rendite finanziarie col mantenimento inalterato della cedolare secca del 12,5% sui titoli.

Questa finanziaria, dunque, lungi dall'essere 'equa' o 'di svolta', rappresenta un indiscutibile carattere di classe, perseguendo con determinazione il rispetto dei parametri finanziari di Maastricht.

D'altra parte, tutti i passi compiuti dal governo si sono mossi entro questa cornice:

1. E' stato elaborato un disegno di riforma fiscale che apre al federalismo fiscale, promette maggiore severità… amministrativa contro elusione ed evasione al fine dichiarato di ridurre del 20% il prelievo fiscale sul capitale d'impresa e di accorpare le aliquote Irpef a vantaggio dei redditi medio-alti.

2. E' stata avviata la privatizzazione della Stet, e viene progettata la privatizzazione dell'intero sistema bancario e creditizio, ampliando cosi' le risorse disponibili in mano ai grandi gruppi finanziari in funzione della scalata alle altre privatizzazioni.

3. E’ stato annunciato un disegno di riforma della scuola che nel mentre sconta l'assenza di nuovi fondi e risorse per l'istruzione pubblica, progetta l'autonomia finanziaria delle scuole (già prevista dal DPEF) accanto alla istituzionalizzazione di nuove elargizioni alle scuole private (parificazione). Il tutto in omaggio alle pressioni congiunte di Confindustria e Vaticano, e contro le rivendicazioni del movimento degli studenti. Inoltre, di particolare gravita', l'annuncio dell'estensione di fatto del numero chiuso all'università, in risposta alla pressioni del baronato accademico.

4. E' stata ripresa la concertazione triangolare con imprese e sindacati sul nodo strategico della flessibilità del lavoro con l'impegno concordato non solo a dar seguito all'intesa del luglio '93 ma anche di allargare i contratti di apprendistato e di formazione lavoro e di realizzare di fatto deroghe contrattuali nelle cosiddette aree di crisi (le gabbie salariali): in altre parole, la riduzione dei salari e la deregolamentazione.

5. E' stato infine rilanciato un vasto progetto di vecchie opere pubbliche (ben esemplificato dalla vicenda della variante di valico) con un'inevitabile ricaduta antiambientale e una nuova grande occasione di affari e profitti per le grandi famiglie capitalistiche, le cordate dei costruttori, le speculazioni finanziarie.

Va aggiunto il ritorno dell'Italia nello SME, attraverso la riduzione dell'inflazione al prezzo di una ulteriore compressione dei consumi, e quindi di un impoverimento generalizzato di massa.

Questi sono i successi della governabilità del centrosinistra.

6. In politica estera il governo Prodi ha esplicitamente avallato il fatto compiuto del nuovo attacco dell'imperialismo americano contro un Irak stremato da un blocco economico spietato, in perfetta continuità con la politica estera atlantica condotta dai gruppi dirigenti italiani da mezzo secolo a questa parte.

Parallelamente alla politica economica e sociale il governo nei soli primi cento giorni ha rilanciato il processo costitutivo della seconda repubblica ricercando costantemente l'intesa con il centrodestra:

1. Ha progettato una riorganizzazione dello Stato che mentre moltiplica i centralismi e rafforza ulteriormente il potere delle giunte a scapito dei consigli elettivi, mira a decentrare tagli alle spese e privatizzazioni, in aperta concessione al federalismo leghista.

2. Ha avviato una radicale ristrutturazione dell'informazione, a partire dalla Rai, con disponibilità a ridimensionare parte del servizio pubblico in nome di un compromesso con gli interessi di Mediaset e del Polo.

3. Ha avviato il nuovo modello di difesa in direzione di una crescente professionalizzazione delle forze armate al servizio di una più 'dinamica' politica estera italiana: in questa prospettiva si colloca il potenziamento di ruolo e poteri del capo di stato maggiore dell'esercito.

4. Ha soprattutto varato la bicamerale, vera apertura del processo costituente della seconda repubblica: e lo ha fatto con un atto di aperta violazione dello stesso dettato costituzionale (art. 138) e nella dichiarata disponibilità ad un accordo presidenzialista o semipresidenzialista con le forze del centrodestra.

Su questo fronte l'indirizzo della politica istituzionale dell'Ulivo conferma una volta di più che la rappresentazione della lotta politica italiana come semplice scontro tra 'reazionari' e 'democratici', è impropria e deviante.

E' scontato che esistono differenze reali tra i due poli dell'alternanza. Il centrodestra, basato su ampi settori di piccola e media borghesia antioperaia, capace anche di una più vasta presa popolare, configura sicuramente un più diretto pericolo reazionario. Ma il centrosinistra degli anni novanta, nato all'interno della crisi del compromesso sociale e democratico sancito dalla Costituzione, configura negli indirizzi di politica istituzionale un arretramento ulteriore del quadro democratico avviato con l'eliminazione della legge proporzionale che di fatto ha inaugurato la seconda Repubblica. Risulta evidente dunque il nesso stretto tra questione sociale e questione democratica.

Due tendenze complementari

In conclusione, si può affermare che l'attuale governo è il punto di approdo e di sintesi di due tendenze complementari della vicenda italiana degli anni '90.

La prima è la scelta strategica del grande capitale. Stretto dalla crisi e dalle nuove dinamiche della concorrenza internazionale, priva dei vecchi equilibri e rappresentanze politiche travolte dal crollo della prima repubblica, in forte difficoltà di egemonia e di consenso su vaste masse di piccola borghesia, la parte prevalente della borghesia italiana ritiene che solo attraverso la corresponsabilizzazione aperta del Pds e dei sindacati, può imporre alle masse austerità e nuovi sacrifici in un quadro di pace sociale e di stabilita' del sistema. Avviata con Amato, consolidata con Ciampi e gli accordi del luglio '93, ripresa col governo Dini, la politica di concertazione ha trovato nel nuovo governo il suo epilogo naturale. Quando Agnelli dichiara che un governo basato sulla sinistra può consentire una politica più efficace' di un governo di centrodestra, non esprime un semplice auspicio, ma una indicazione strategica inequivocabile. La sconfitta del governo Berlusconi caratterizzato dalla logica dello scontro, assieme alla esperienza del dicembre francese ha consolidato questa opzione, non certo senza contraddizioni dal renderla irreversibile, ma al momento chiara e netta. Questo non significa che le grandi corporazioni della borghesia, a partire dalla Confindustria, rinuncino a sviluppare una autonoma politica di pressione sul governo ma negare per questo il carattere fondamentalmente di classe del governo significherebbe avvallare la grave mistificazione portata avanti dal PDS e dagli apparati sindacali.

La seconda tendenza che trova nel governo Prodi il proprio sbocco è quella inaugurata dalla svolta della Bolognina.

La vocazione governista ha costituito da sempre il codice genetico del Pds. La combinazione storica del crollo dell'Urss e della crisi della prima repubblica ha aperto la strada alla sua candidatura di governo come garante politico della concertazione sociale e della ordinata transizione alla seconda repubblica. Il PDS forte della sua base di massa contratta la propria legittimazione presso i poteri dominanti in cambio della libertà d'azione di questi sul terreno economico-sociale. La stessa composizione del governo misura in parte questa tendenza allo scambio: al Pds si affidano la maggior parte dei ministeri politici mentre si lascia alla rappresentanza centrista il grosso dei ministeri economici.

La funzione del governo Prodi sta nella capacita' di rendere operativo il connubio tra patto neocorporativo Confindustria-sindacati incaricato di garantire la pace sociale e l'alleanza di centrosinistra tra nuovi e vecchi inquilini dell'apparato statale incaricata di garantire la governabilità.

Proprio questa funzione mediatoria ne esalta la funzione di rappresentanza dell'interesse generale del capitalismo italiano.

L'esperienza concreta ha dunque dimostrato l'obiettiva incompatibilità di classe tra la natura del governo Prodi e gli interessi sociali che il Prc rappresenta, rivelando l'impraticabilità di un sostegno comunista al governo.

Uscire dalla maggioranza a partire dalla lotta contro la finanziaria

Occorre dunque una rettifica di linea politica. Il nostro partito deve superare quella contraddizione tra parole e fatti, tra la critica al programma del governo e il sostegno pratico alla sua politica.

E' fuori dubbio che esiste l'esigenza di un rapporto reale con le attese dei lavoratori verso il nuovo governo. La sconfitta delle destre il 21 aprile ha rappresentato un giusto elemento di soddisfazione per il popolo della sinistra e per la maggioranza dei lavoratori. Se ciò non significa una corrispondente identificazione fra attese e governo Prodi, né una fiducia proporzionale in esso, purtuttavia è vero che ha alimentato alcune illusioni in determinati settori popolari. Con queste illusioni è necessario dialogare con spirito aperto senza pero' concessioni, bensì, all'opposto per riaffermare la giusta analisi a partire dalla diretta esperienza.

La nuova opposizione creerebbe anche condizioni per noi più favorevoli nella battaglia per l'egemonia nella classe operaia e negli strati popolari. Una partecipazione organica nella maggioranza porta inevitabilmente a stemperare le diversità tra noi e il Pds che, per i suoi persistenti legami sociali resta, sul terreno della contesa per l'egemonia, il nostro principale antagonista. Il ruolo di semplice strumento di pressione nei confronti di un partito che rappresenta la componente principale della coalizione non ci farebbe apparire portatori di una alternativa complessiva. In particolare toglierebbe credibilità alla necessaria critica alla politica delle alleanze del Pds, ispirata più che mai dalla ricerca di accordi sistematici con settori decisivi della classe dominante e di alleanze durature con formazioni politiche di centro se non addirittura di centro destra.

Ricollocare il nostro partito all'opposizione risponde anche ad un altra fondamentale necessità: sottrarre alle destre il monopolio dell'opposizione. La destra è stata sconfitta sul versante politico-istituzionale, ed è oggi segnata da elementi di crisi della sua rappresentanza politica. Ma è anche vero che lo stesso dato del 21 aprile dimostra che essa è maggioranza nel paese reale ed è in netta crescita persino rispetto alla vittoria del 27 marzo. In realtà le destre hanno continuato a rafforzarsi in questi anni, sullo sfondo della crisi sociale, proprio in virtù delle politiche moderate del centrosinistra. Oggi il massimo coinvolgimento della sinistra nel governo dell'Ulivo, in continuità programmatica col passato, offre alle forze della destra un forte incentivo per una nuova minacciosa espansione. La sensibile ripresa del fenomeno Lega, il rilancio attivistico del suo blocco reazionario, il suo radicamento crescente in settori operai, la sua corrispondenza con processi sociali profondi, da' la misura concreta di questo rischio. Le ultime manifestazioni ci dicono che anche la destra di Fini è in ripresa e più motivata che mai. L'intera storia del movimento operaio dimostra che quando la sinistra viene coinvolta in soluzioni che non rappresentano una alternativa al blocco sociale dominante è stata la destra a capitalizzarne i frutti.

Infine risulterebbe sbagliata e illusoria una logica di scambio tra il nostro sostegno alla governabilità di Prodi e possibili concessioni dell'Ulivo sul terreno delle riforme elettorali e istituzionali. Sbagliata perché' sacrificando il carattere di classe del partito verrebbero meno le ragioni della nostra stessa battaglia nelle istituzioni. Illusoria perché' l'apertura della bicamerale all'insegna dell'intesa istituzionale fra Ulivo e Polo ha reso tale ipotesi improponibile.

Se il governo Prodi è il governo della concertazione, dell'ingresso nell'Europa di Maastricht e della seconda repubblica, poiché' svolge questa funzione per la grande borghesia italiana, il compito di Rifondazione è stare all'opposizione.

Perseverare invece nel nostro sostegno al governo, affermando che 'la sua sconfitta sarebbe la nostra sconfitta', significherebbe legare le sorti dei comunisti a quel governo e a quella funzione.

Il terzo congresso del Prc pertanto impegna il partito ad uscire dalla maggioranza ponendosi all'opposizione a partire dalle iniziative e dalle lotte contro la finanziaria.

PER IL RILANCIO DELLE LOTTE E DEI MOVIMENTI DI MASSA

La nuova opposizione del Prc costituisce la condizione di credibilità per il rilancio dell'iniziativa di massa del partito sul terreno immediato della resistenza operaia e popolare all'offensiva del padronato e del governo, entro un processo di ricomposizione del blocco sociale anticapitalistico.

Senza una difesa delle conquiste e dei diritti dei lavoratori, senza modificare, per questa via, i rapporti di forza materiali fra le classi, qualsiasi progetto di alternativa è destinato a rimanere lettera morta.

Il partito dunque è chiamato a un impegno immediato per:

1. Promuovere una vasta iniziativa nel paese, sul territorio e nei luoghi di lavoro, contro la finanziaria del governo Prodi, contro le privatizzazioni, contro la flessibilità, fuori da ogni logica di puro emendamento (vedi l'accettazione della privatizzazione della STET attraverso la cosiddetta golden share). In questo quadro i comunisti presentano una propria controfinanziaria, ossia una proposta di capovolgimento della natura di classe della politica di bilancio, che fuori e contro i criteri di Maastricht e delle compatibilità capitalistiche, assuma come unico punto di riferimento i bisogni delle masse lavoratrici per una soluzione alternativa alla crisi: la tassazione progressiva dei grandi patrimoni, dei profitti e delle rendite, favorita dall'abolizione del segreto bancario e commerciale; la drastica riduzione dei trasferimenti pubblici alle imprese, che ogni anno destinano al capitale risorse gigantesche, impegnate per lo più in ristrutturazioni e speculazioni; la drastica riduzione delle spese militari; il ripristino della scala mobile dei salari; la riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di salario; il salario sociale per i disoccupati, un vasto piano di riqualificazione territoriale e ambientale; un intervento massiccio per lo sviluppo e la rinascita del Mezzogiorno.

2. Promuovere il conflitto sociale per una ripresa di movimento di massa. La ricollocazione del Prc all'opposizione è condizione essenziale, seppur non sufficiente, per rilanciare il conflitto sociale: come insegna la stessa vicenda europea degli ultimi anni, un movimento reale ha bisogno di una sponda politica. Ciò è tanto più vero in una situazione che vede il coinvolgimento nel governo della maggioranza della sinistra e la concertazione degli apparati sindacali. é tuttavia necessario superare una concezione burocratica e istituzionale nel rapporto con la genesi e la dinamica dei movimenti: i movimenti non nascono per decisione di partito, (come dimostra l'esperienza della campagna di autunno del 1995), né d'altra parte possiamo assumere come 'movimento' l'insieme delle iniziative, pur giuste, di partito (petizioni, manifestazioni, ecc. ).

I movimenti nascono in rapporto concreto con esigenze reali, livelli di coscienza, conflitti già in atto. A questo fine è essenziale che i comunisti, a partire dai luoghi di lavoro, si mobilitino su indicazioni unificanti che definiscano i settori di intervento, l'articolazione delle parole d'ordine relative a forme di lotta e strutture organizzative.

Pertanto:

a) E' necessario avanzare una proposta per una vertenza generale del mondo del lavoro che unifichi il tema del salario e della riduzione dell'orario, tanto più nell'attuale situazione di caduta del potere di acquisto e di corsa diffusa allo straordinario. Una forte battaglia salariale può trainare anche la mobilitazione sulla riduzione d'orario. La battaglia salariale, a sua volta, per essere credibile non può essere confinata entro le compatibilità della concertazione e dei tetti programmati di inflazione, e quindi delle attuali piattaforme contrattuali dei sindacati. Deve invece concretizzarsi nella richiesta di ripristino della scala mobile sui salari, non riducibile a un semplice conguaglio di fine anno, e nella rivendicazione di un aumento di salario, uguale e consistente, per l'intero lavoro dipendente.

b) Particolare importanza assume la necessità di costruire un movimento di lotta contro le privatizzazioni. La storia delle privatizzazioni in Italia e in Europa indica chiaramente che esse portano con sé ristrutturazioni, licenziamenti, peggioramento delle condizioni di lavoro e servizi dequalificati. La vicenda della Olivetti conferma come la logica privata porti alla distruzione di fondamentali settori produttivi, di capacita' professionali e tecnologiche. Non c'è futuro per l'Olivetti e per chi vi lavora senza l'intervento dello stato, cioè' la sua nazionalizzazione con il controllo attivo dei lavoratori, al servizio di una nuova politica industriale.

Costruire un fronte di lotta contro tutte le privatizzazioni è un tassello centrale della battaglia di alternativa, coinvolgendo in primo luogo i lavoratori interessati, ma anche la gran massa degli utenti. Centrale è lo scontro sulla Stet, non solo in Italia ma in Europa. In Francia è ripartito il tentativo di privatizzare la Telecom francese. Nel frattempo sta cominciando la realizzazione della privatizzazione dei servizi telefonici in Germania. Ciò indica la necessita' di un collegamento concreto tra i lavoratori dei diversi paesi come forma indispensabile di un nuovo internazionalismo per contrastare sul campo le politiche di Maastricht e le logiche neoliberiste.

Tutte le battaglie, dalla lotta per le 35 ore alla difesa dello stato sociale, dalle politiche ambientali a quelle dei trasporti combinano l'aspetto nazionale e quello internazionale: per ora questo legame è gestito e padroneggiato dalle forze borghesi e dai governi europei, e ben poco dai lavoratori e dagli utenti dei servizi. La costruzione del progetto di alternativa si misura anche nella capacita' di costruire queste nuove relazioni di classe su scala internazionale.

c) Occorre unificare il fronte di resistenza, oggi disgregato, delle aziende in crisi. Esso coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori in settori strategicamente decisivi non solo per l'economia del paese ma, innanzitutto, per il futuro del movimento operaio e per le sue stesse immediate potenzialità di ripresa. Pds e sindacati, subalterni alla logica delle compatibilità, non contrastano ma anzi spesso agevolano lo smantellamento di aziende e di interi comparti produttivi. Noi dobbiamo al contrario avanzare proposte alternative sia sul terreno rivendicativo, sia sul terreno del controllo dei lavoratori.

d) Va avanzata infine la proposta di garantire un salario per i disoccupati in cerca di lavoro, come terreno unificante di mobilitazione e di lotta a partire dal Mezzogiorno. Non è questa una proposta alternativa alla lotta per il lavoro bensì al lavoro precario, alle gabbie salariali, alla flessibilità come leve di ricatto verso i lavoratori occupati e come negazione del diritto alla vita per i giovani disoccupati; è una proposta alternativa alla impostazione governativa dei lavori socialmente utili, parcheggio istituzionalizzato di lavoro precario, sottopagato e ricattabile, al servizio dei processi di ristrutturazione delle imprese. La rivendicazione del salario per i disoccupati è una rivendicazione di indipendenza del movimento operaio dalle compatibilità del capitale: entra nella duplice contraddizione di una crisi senza sviluppo e di uno sviluppo senza occupazione, rafforza l'unita' fra occupati e disoccupati e quindi la stessa lotta per il lavoro, offre ai disoccupati un terreno vertenziale unificante a partire dal territorio.

e) Nella ricomposizione di un blocco sociale anticapitalistico le giovani generazioni possono rappresentare un settore sociale estremamente importante, potenzialmente alleato con l'insieme dei lavoratori e delle lavoratrici. I comunisti devono quindi assumere l'importanza di questo terreno di intervento anche per sottrarre i giovani alla possibile egemonia delle destre e del riformismo.

D'altro canto l'affluenza crescente di giovani al nostro partito dimostra che Rifondazione può rappresentare un punto di riferimento politico per larghe fasce giovanili ed offre grandi possibilità per un nostro reale radicamento fra le nuove generazioni, cosa avvenuta finora solo in parte; infatti le campagne finora realizzate non hanno portato ha un significativo rafforzamento del Progetto Giovani.

In questo senso, è necessario sviluppare un bilancio e una discussione approfondita sull'esperienza dei Giovani Comunisti, per giungere a una ridefinizione del progetto che sia all'altezza dei compiti. Una svolta è dunque necessaria. La seconda conferenza nazionale dei Giovani Comunisti rappresenta un passaggio centrale e urgente in questo senso.

I Giovani Comunisti devono avere un ruolo egemone nella costruzione di strutture di autorganizzazione nei luoghi di lavoro, di studio e nel territorio, che siano da un lato strumenti per organizzare in maniera permanente i settori più coscienti della gioventù, senza richiedere una adesione al progetto complessivo del partito, e dall'altro soggetti capaci di promuovere conflittualità e mobilitazione, a partire dai bisogni concreti e su parole d'ordine chiare e radicali:

- contro l'autonomia finanziaria delle scuole e contro i finanziamenti dei privati alle università, per la gratuita' della scuola pubblica, l'abolizione delle tasse di iscrizione e dei numeri chiusi;

- contro le misure di flessibilità e precarizzazione del mondo del lavoro, e quindi contro salari minori per i giovani;

- per l'assegnazione di case in affitto a prezzi popolari per i giovani;

- per una forte iniziativa rivolta alle giovani donne, per la loro condizione di vita, di lavoro e di studio;

- per una iniziativa a favore di una sessualità libera e sicura;

- per una campagna antimilitarista e contro l'esercito professionale, per il riconoscimento del diritti insindacabile all'obiezione di coscienza e per gli spazi democratici e sindacali dei militari di leva;

- per una mobilitazione contro le politiche proibizioniste e reazionarie sulle droghe.

Questi sono alcuni assi di intervento che, sviluppati in una logica di rottura delle compatibilità capitalistiche, possono consentire ai giovani comunisti di guadagnare le nuove generazioni al progetto dell'alternativa di sistema.

Per svolgere questo ruolo è urgente una ridefinizione della struttura stessa dei Giovani Comunisti che finora non è stata in grado di assolvere adeguatamente a questi compiti, anche a causa di un esasperato verticismo e di un carente funzionamento democratico.

Riteniamo necessario dotare i Giovani di una maggiore autonomia dal partito che possa metterli nella condizione di individuare e mettere in pratica direttamente le proprie iniziative. Maggiore autonomia non significa, quindi, una separazione dal partito, ma strumenti politici e organizzativi democratici, in grado di rappresentare realmente ciò che i giovani stessi esprimono, attraverso, in primo luogo, un meccanismo di eleggibilità dei propri organismi dirigenti a tutti i livelli.

3. L'iniziativa sul terreno sociale deve connettersi a una battaglia sul terreno della democrazia. In questo senso è fondamentale il rilancio di una campagna per il ritorno alla legge elettorale proporzionale. Cosi' come il processo costitutivo della seconda repubblica si apre con l'affossamento della proporzionale, la lotta democratica contro la seconda repubblica non può che riproporre il ritorno alla proporzionale. Occorre anche qui cogliere i nessi tra la dimensione istituzionale e le ragioni sociali e di classe che vi sottendono. Per questo il ritorno alla proporzionale non può significare l'accettazione di un'ipotesi di esecutivo forte, sottratto al controllo parlamentare. In questo senso non può essere indicato il modello tedesco che al suo interno prevede il cancellierato, la sfiducia costruttiva, ecc. . Non a caso questo modello esprime un sistema collaudato di concertazione sociale che ha assicurato al capitalismo più forte d'Europa uno strumento piuttosto flessibile di integrazione di una grande socialdemocrazia e di un forte sindacato.

PER UNA POLITICA DI CLASSE NEL MEZZOGIORNO

La questione meridionale resta una questione centrale per la vita nazionale, un punto di intersezione tra questione sociale e questione democratica. Gli anni '80 hanno segnato una continuazione del processo di emarginazione di gran parte delle regioni meridionali nel nuovo quadro della divisione nazionale e internazionale del lavoro. Negli anni '90 la situazione ha conosciuto una ulteriore precipitazione. Il taglio delle spese sociali, un disegno 'federalista' di ispirazione liberista, la riproposizione delle gabbie salariali e di una flessibilità selvaggia (ad esempio gli accordi alla Fiat di Melfi e il recente accordo tra sindacati, governo e padronato sulle 'aree di crisi') non possono non aggravare la devastante deindustrializzazione e la massiccia disoccupazione in particolare giovanile.

I vincoli di Maastricht contribuiscono ad una accentuazione di queste tendenze di fondo confermando cosi' che l'emarginazione meridionale, lungi dall'essere espressione di una tradizionale arretratezza non è che il risvolto dialettico di una integrazione piena, in funzione subalterna, nel mercato capitalistico, nazionale e internazionale.

L'ulteriore declino del Mezzogiorno accresce la polarizzazione socio-economica. Da un lato, esiste una borghesia emergente, legata alle costruzioni, al terziario, al turismo, protagonista di operazioni speculative sulle aree industriali dismesse che accumula ricchezze grazie ai meccanismi della rendita urbana, agraria e finanziaria: una borghesia nuova e dinamica, legata da un fitto reticolo di affari alla borghesia del nord e capace di esercitare egemonia su ampie fasce di ceto medio e di liberi professionisti. Al polo opposto, accanto al pesante ridimensionamento della classe operaia industriale, c'è un'ampia pauperizzazione provocata dal peso crescente dei disoccupati, del lavoro precario e stagionale, dal declassamento di un pubblico impiego che ha perduto le garanzie di status e di reddito, dalle aspirazioni sociali frustrate dalla grande maggioranza delle donne.

In questo contesto la criminalità organizzata trova il suo spazio naturale di riproduzione sociale: essa si intreccia profondamente con i poteri economici locali di cui è parte integrante: da un lato esercita su di essa un prelievo fiscale illegale e diffuso, ma dall'altro le assicura protezione sociale, afflusso finanziario e credito bancario (anche attraverso l'utilizzo della pubblica amministrazione). Inoltre la criminalità agisce come ufficio di collocamento di giovani disoccupati e, paradossalmente, come ammortizzatore dei conflitti, tanto più in una fase di smantellamento dello stato sociale. A poco servono gli appelli rivolti agli 'onesti' e ai 'democratici', né tantomeno le mediazioni del vecchio ceto politico oggi variamente riciclato per rimuovere il peso sociale e le radici della criminalità organizzata.

E' necessario superare l'impostazione interclassista che viene dato dal grosso della sinistra del meridione e rilanciare una forte iniziativa che privilegi la ricostruzione di un blocco sociale anticapitalistico dove possa trovare spazio non solo la nuova classe operaia ma anche le masse popolari del Mezzogiorno, a partire da una iniziativa politica rivolta all'esercito dei disoccupati e dei precari a vita, che oggi rischiano di diventare una pericolosa massa di manovra per i progetti reazionari.

La politica del partito per il Mezzogiorno è inadeguata e perciò richiede una rettifica di fondo. Innanzitutto va rivendicato un piano di sviluppo che ridefinisca i termini della reindustrializzazione pubblica in alternativa agli schemi fallimentari delle 'cattedrali nel deserto' sviluppando le forme del controllo sociale e puntando a valorizzare le risorse comunque presenti.

Correlato al piano bisogna avanzare una proposta di riforma radicale del collocamento e una sua trasformazione tramite una gestione diretta dei disoccupati.

E' arrivato il momento di lanciare la rivendicazione del salario garantito per tutti i disoccupati e i giovani in cerca di occupazione, non solo come elemento di lotta contro la criminalità organizzata ma come rivendicazione strutturale nell'ambito della costruzione concreta di blocco sociale antagonista che si contrapponga al sistema capitalistico in generale.

I COMUNISTI E IL SINDACATO

La ricollocazione del Partito all'opposizione deve combinarsi con una svolta profonda della nostra politica sindacale. 'esperienza ha dimostrato l'impossibilita di sviluppare iniziative di lotta dei lavoratori prescindendo dall'esistenza di strumenti sindacali adeguati.

Volendo rompere l'attuale meccanismo concertativo, vera cappa di piombo che impedisce ogni possibilità di espressione dell'autonomia dl classe, i comunisti devono porsi con urgenza l'obiettivo di una vera e propria inversione di tendenza nell'orientamento e nella prassi politica, culturale ed organizzativa del movimento operaio anche sul terreno sindacale.

Infatti, il fallimento della strategia confederale è stato messo in luce fin troppo crudamente dagli avvenimenti. Gli accordi del luglio '92 e '93 hanno portato alla cancellazione della scala mobile e minato i poteri di contrattazione ai vari livelli. Le conseguenze immediate sono state l'erosione drammatica dei salari e l'aumento vertiginoso della produttività e dei profitti.

Le scelte dei vertici confederali a favore delle privatizzazioni, della centralità dell'impresa e dell'economia di mercato hanno reso impossibile un'efficace difesa dell'occupazione, lasciando isolate centinaia di lotte di resistenza in difesa del posto di lavoro. L'accettazione di ulteriori flessibilizzazioni del mercato del lavoro in termini di orari, turni, straordinari, ha contribuito a ridurre i posti di lavoro sia nel settore pubblico che in quello privato, con conseguenze devastanti soprattutto nel Mezzogiorno.

Sulla questione delle pensioni, nonostante le grandi mobilitazioni dell'autunno 1994, è stato concesso a Dini ciò che non era stato concesso a Berlusconi: una controriforma che obbliga a lavorare più a lungo per ottenere pensioni comunque decurtate, divide le generazioni e penalizza i più deboli, aggrava la disoccupazione.

Il recentissimo accordo tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil sulla reintroduzione di fatto delle gabbie salariali e la cogestione di mutamenti fortemente peggiorativi dell'organizzazione del lavoro (flessibilità, straordinari, lavoro festivo ecc. ) sono ulteriori passaggi del processo che ha ricondotto il movimento dei lavoratori in una dimensione di complessiva subalternita' alle strategie padronali e al quadro politico che a queste fa riferimento. In questo quadro emerge più che mai la vera natura delle burocrazie sindacali quali strumenti corresponsabili dell'offensiva capitalistica.

Le stesse RSU, per motivi strutturali (la riserva di un terzo degli eletti, e gli scarsi poteri da loro concessi), per i limiti di diffusione e per la pesante subalternita' della loro maggioranza alle logiche degli apparati non costituiscono una risposta politica organizzativa adeguata alla linea delle Confederazioni.

Per tutti questi motivi emerge allora la questione, all'ordine del giorno oggi, di una vera e propria rifondazione sindacale, raccogliendo l'esigenza di una ricostruzione di un sindacato confederale di classe, democratico e conflittuale: un'esigenza già fortemente presente in quegli strati di lavoratori, consistenti ovunque e talvolta maggioritari, che si sono opposti agli accordi di luglio e alla controriforma delle pensioni.

L'obiettivo strategico non può essere quindi quello di costruire un sindacato dei soli comunisti, inevitabilmente minoritario, ma la costruzione di un sindacato che affermi la propria autonomia dal governo e dai padroni attraverso un vincolo forte con tutti i lavoratori, per conquistarne in prospettiva la maggioranza.

Lavorare per questo obiettivo vuol dire favorire la convergenza sui luoghi di lavoro e sul territorio di tutte le esperienze di sindacalismo di classe (siano esse extraconfederali o alternative all'interno delle confederazioni) dentro un processo di Costituente del sindacato di classe: una costituente da intendersi come percorso da sottoporre alla verifica di massa per definire i tempi e i modi della sua realizzazione.

In questo contesto si impone una critica e una profonda correzione dell'attuale linea del partito verso la CGIL (dove si impegnano un consistente numero di quadri e attivisti che contestano la politica della concertazione), in particolare per come si è espressa nel recente congresso della confederazione.

La scelta di rompere Alternativa sindacale, non solo ha prodotto un indebolimento della corrente di sinistra nella Cgil, ma punta a sostituire un'area programmatica, costituita attorno ad una piattaforma di classe, con una minicorrente 'comunista' eterodiretta dal partito, che cosa' concepita non potrà che essere eternamente minoritaria. Su questa strada si finisce per riesumare una concezione caricaturale e settaria del rapporto tra partito e sindacato che nel concreto serve solo a determinare un posizionamento subalterno e contrattato nella CGIL (come si è visto concretamente nella discussione nella CGIL sullo scandaloso accordo sulle 'aree speciali' in cui, mentre la maggioranza di Alternativa sindacale proponeva in Comitato direttivo una valutazione negativa dell'accordo, la minoranza legata al gruppo dirigente del partito presentava un suo autonomo documento che si limitava a chiedere 'precisazioni al testo dell'intesa').

Gli strumenti, anche organizzativi, necessari per un coordinamento dei militanti del partito sul terreno sindacale, non possono quindi essere concepiti con il fine di creare una corrente sindacale strettamente di partito. Quali che siano le intenzioni al riguardo, lo sbocco pratico rischia di essere comunque negativo: o l'isolamento, che ci porterebbe a un'azione prevalentemente ideologico-propagandistica, o, peggio, l'inserimento in una pratica confederale correntizia, finalizzata alla distribuzione di posti e funzionari, svincolata da ogni rapporto democratico con i lavoratori.

Se è vero che la politica sindacale dei comunisti non deve essere delegata ai soli sindacalisti, è altrettanto vero che essa non deve neppure essere confiscata dall'apparato del partito: essa deve vedere protagonisti i lavoratori comunisti sui luoghi di lavoro e deve perciò essere costruita e verificata democraticamente in tutti i suoi passaggi dai comunisti attivi nel sindacato. Le sedi da istituire di questa verifica sono le conferenze permanenti delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti.

Questo è dunque lo scopo di riunire i militanti comunisti del sindacato: promuovere il confronto sui contenuti e sui modi della battaglia per la rifondazione sindacale e coordinare l'iniziativa dei comunisti nei diversi ambiti organizzati per farla convergere verso l'obiettivo comune della costituente sindacale di classe.

A questo scopo, il partito deve adoperarsi perché' si arrivi alla convocazione di un tavolo permanente di consultazione tra tutte le forze della sinistra sindacale di classe, confederale ed extraconfederale, il cui primo compito dovrebbe essere la costruzione di un coordinamento nei luoghi di lavoro su piattaforme di lotta per rilanciare la mobilitazione dei lavoratori.

In secondo luogo, poiché' il risultato del referendum sullo statuto dei lavoratori, che ha portato all'abrogazione parziale dell'art. 19, ha prodotto un ulteriore restringimento dei diritti sindacali, occorre una forte iniziativa per conquistare una legge sulla rappresentanza che garantisca una reale rappresentatività di tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti a organizzazioni sindacali, prevedendo anche la consultazione vincolante dei lavoratori.

QUALE PARTITO

A cinque anni dalla formazione il partito registra alcuni indubbi successi: si è costruito come partito diffuso nazionalmente, anche se in proporzioni diseguali, ha allargato la sua area di influenza elettorale, è apparso come espressione di settori tra i più radicali della società italiana. Ha avviato una iniziativa internazionale verso formazioni politiche che si richiamano al movimento operaio e movimenti antimperalisti. Al suo interno hanno potuto esprimersi diverse sensibilità politiche e culturali.

A ciò non ha però corrisposto una crescita del partito in termini di radicamento sociale e di capacità di costruzione del movimento di massa. La tendenza alla politica dell'immagine ha oggettivamente contribuito ad una passivizzazione crescente nel corpo del partito.

Inoltre, si è venuto accentuando, specie nella fase più recente, un funzionamento verticistico, mentre si sono consolidati esecutivi e apparati su cui il Comitato politico nazionale e quelli federali non esercitano nessun controllo.

Infatti:

- il CPN e la direzione, tranne brevi periodi, non sono stati convocati per elaborare e definire la linea politica ma il più delle volte per ratificare decisioni assunte dagli esecutivi;

- la segreteria nazionale o suoi membri sono spesso intervenuti, cercando di influenzare pesantemente le decisioni, in occasione della elezioni di organismi di direzione a livello provinciale e regionale;

- la scelta dei candidati elettorali è avvenuta, salvo rare eccezioni, in modo che le direzioni locali avessero ben poche possibilità di scelta mentre i circoli non ne hanno avuta alcuna.

Infine, si sta creando un clima che contrasta con i propositi iniziali della Rifondazione comunista, quando era ancora vivo il sentimento della espropriazione subita e prevaleva la volontà di costruire un partito nuovo, il partito di tutti gli iscritti. Alcuni fatti di particolare gravita' (scioglimento di congressi, la pretesa di applicare il criterio della 'omogeneità' politica nella formazione degli organismi esecutivi; il tentativo di introdurre la norma della 'non rappresentatività' del partito all'esterno per chi dissente dalla linea nazionale') alimentano oggettivamente un conformismo di 'maggioranza' che rappresenta il maggiore ostacolo al normale dispiegarsi di una corretta dialettica democratica nel partito.

In questo contesto l'equivoca 'lotta al settarismo' finisce per essere brandita proprio dalla parte più chiusa, e spesso autenticamente settaria, dei gruppi dirigenti ai vari livelli.

Per far fronte alle sfide che stanno oggi di fronte al partito (definire e far marciare il progetto dell'alternativa e ricostruire il blocco sociale anticapitalistico) è necessario favorire al massimo il dibattito e la partecipazione di tutti i suoi militanti. Infatti, per condurre efficacemente la lotta contro il capitalismo e l'ideologia del 'pensiero unico' è più che mai indispensabile un partito fortemente democratico, che sappia valorizzare al massimo le sue energie ed essere intellettuale collettivo.

Nello stesso tempo occorre imprimere un'accelerazione alla costruzione del partito nella società, a partire dai luoghi di lavoro, e valorizzare, anche nella formazione dei gruppi dirigenti e nella elaborazione politica le realtà più direttamente espressione del mondo del lavoro e dei movimenti.

In termini operativi significa:

- Equilibrare la necessaria centralizzazione con il rispetto dell'autonomia delle strutture periferiche e il protagonismo delle realtà territoriali (circoli e federazioni).

- Valorizzare le conoscenze e le esperienze accumulate dai quadri di fabbrica, di quartiere, di movimento e dagli intellettuali comunisti. Senza di ciò, l'aspirazione ad un'apertura verso l'esterno rischia di restare un'enunciazione astratta priva di ricadute concrete.

- Prestare la dovuta attenzione alla formazione dei quadri che non può limitarsi a fatti episodici ma deve diventare una preoccupazione costante. Solo l'innalzamento della preparazione media del partito può consentire di superare quelle forme di chiusura e di settarismo che nascono dalla difficoltà di sostenere il confronto politico sia al suo interno che all'esterno. Un buon lavoro di formazione deve saper combinare il recupero del patrimonio del marxismo e dell'esperienza storica del movimento operaio e rivoluzionario, con il confronto con i problemi contemporanei, nonché' con la capacita' di dialogare con le culture critiche sviluppatesi fuori dello stretto ambito del movimento operaio (il femminismo e l'ecologia, ad esempio). Senza dunque ortodossie predefinite, ma anche senza esclusioni pregiudiziali, e soprattutto senza concessioni al 'nuovismo' tanto di moda in questi ultimi anni.

- Garantire la corretta dialettica democratica: le scelte definite a maggioranza nei congressi e negli organismi dirigenti devono essere vincolanti per tutti, ma la minoranza deve sempre avere la possibilità e gli strumenti per far valere il suo punto di vista e per poter diventare maggioranza.

- Rispettare il criterio di proporzionalità fra le diverse posizioni politiche nella formazione dei gruppi dirigenti quale condizione di democrazia e di autorevolezza dei gruppi dirigenti stessi, il cui funzionamento deve ispirarsi a criteri di collegialità.

- Rendere accessibile a tutto il partito il dibattito interno. A questo scopo deve essere istituito un apposito spazio fisso su 'Liberazione'.

- Restituire al Comitato politico nazionale la funzione di massimo organo decisionale che statutariamente gli compete. In questo senso va respinta la proposta di appartenenza di diritto di tutti i segretari di federazione e regionali, che introdurrebbe un specie di forma corporativa che nega il carattere generale dei luoghi dove il partito deve assumere le decisioni.

- Limitare il ricorso alle cooptazioni, cosi' come deve essere fortemente limitata la pratica (usata fin qui troppo spesso) dell'attribuzione di responsabilità, anche ai massimi livelli, a compagni non eletti nei congressi.

In conclusione, se la ricollocazione dei comunisti all'opposizione del governo può ridare slancio all'iniziativa politica del partito, è solo attraverso il suo rilancio su basi democratiche ed egualitarie che può costituire le premessa per un profondo radicamento nella società e soprattutto tra i lavoratori.

Educare alla concezione e alla pratica di un partito di liberi ed eguali, vuol dire lavorare nel concreto al rafforzamento dell'efficacia dell'azione politica.

Al contrario, qualora dovessero permanere le spinte alla verticalizzazione esse finirebbero per alimentare tendenze burocratiche e autoritarie, distruggendo il partito come strumento di organizzazione e di lotta nella prospettiva della trasformazione per il comunismo.

PER L'ALTERNATIVA ANTICAPITALISTICA

Lo sviluppo della iniziativa di massa per l'egemonia nel movimento operaio richiede una definizione strategica in merito alla quale il terzo congresso può già individuare alcuni punti di riferimento generali.

Il tema centrale della svolta che si vuole dare a questo congresso non deve significare un adeguamento dell'immagine del partito in funzione della sua accettazione a pieno titolo nella maggioranza di questo governo, ma una svolta che deve consentirci di riprendere il processo della rifondazione comunista come ridefinizione di una prospettiva rivoluzionaria per la nostra epoca.

Il quadro internazionale

L'economia mondiale al di là di alterne vicende congiunturali continua a risentire dell'onda lunga di ristagno da cui le classi dominanti si sforzano di uscire, sinora senza successo, accrescendo il tasso di sfruttamento dei lavoratori dipendenti, espellendo dai processi produttivi strati crescenti della popolazione negli stessi paesi più industrializzati, tagliando drasticamente lo stato sociale, accrescendo drammaticamente l'impoverimento e la miseria. Mentre continuano a ritmo accelerato i processi di concentrazione e di centralizzazione e si rafforzano ulteriormente le maggiori multinazionali, si accresce in misura aberrante il peso dei mercati finanziari.

L'acutizzarsi della concorrenza intercapitalista spinge le grandi potenze del continente alla realizzazione dell'unione europea nelle forme e alle scadenze indicate dal trattato di Maastricht perché' ritengono che solo un blocco europeo unificato sia in grado di contrapporsi efficacemente agli altri due poli della triade, Stati Uniti e Giappone. Ma questo processo incontra ostacoli per certi aspetti crescenti e di fatto non è più certo che gli obiettivi di Maastricht siano raggiunti nei tempi previsti. In ogni modo, quali che siano gli sviluppi dei prossimi due o tre anni, le classi dominanti tenderanno ad accentuare e non ad attenuare le tendenze in atto, ad acutizzare la concorrenza tra di loro, ricorrendo anche a misure protezionistiche mascherate e a operazioni demagogiche di corto respiro, a imprimere una dinamica più autoritaria ai loro meccanismi istituzionali, nazionali e sovranazionali, imponendo decisioni gravide di conseguenze su cui i popoli interessati avranno ben poche possibilità di influire.

Crisi e lacerazioni si producono o si riproducono in tutti gli scacchieri del mondo alimentando un elevatissimo potenziale di conflittualità. Le grandi potenze imperialistiche, nonostante il vantaggio rappresentato per loro dallo scioglimento dell'URSS, sono ben coscienti della difficoltà di imporre una loro stabile dominazione su scala planetaria con uno sviluppo 'normale' dei processi di accumulazione. I loro apparati politici e militari sono ancora in fase di ristrutturazione. Ciò non toglie che gli Stati Uniti sono riusciti a riaffermare la loro egemonia militare e dispongono di capacità di intervento tecnicamente micidiali, come la guerra del Golfo insegna. Contemporaneamente si continua l'opera di ristrutturazione della Nato, con l'allargamento progressivo della sua area di intervento. E quando la Nato non può intervenire come tale, gli Stati Uniti non si peritano di intervenire da soli, magari a nome di tutti e dietro lo schermo ONU e, in ultima istanza, questa pratica viene accettata in nome dei comuni interessi, che restano, più o meno classicamente, imperialisti.

In questo contesto un partito comunista non può che rilanciare la propria ispirazione anticapitalista e antimperialista. Non può che continuare a lottare contro il trattato di Maastricht e 'altri' trattati che eventualmente lo sostituissero con le stesse finalità, a opporsi alla Nato e a chiederne lo scioglimento, a esprimere la propria solidarietà ai popoli di cui si calpesta l'indipendenza, a esigere la fine immediata dei blocchi economici come quelli che continuano a colpire i paesi come Cuba, la Libia e l'Irak.

La crisi del riformismo

La presa d'atto del restringimento dei margini di riformismo nel nuovo quadro del capitalismo mondiale e dei caratteri della sua crisi deve essere il punto di partenza della formulazione del nostro progetto anticapitalistico. Le manifestazioni più evidenti di questo dato sono per un verso la crescita della disoccupazione di massa a carattere permanente in misura che non ha precedenti in questo dopoguerra e per un altro verso l'attacco a cui sono sottoposte in tutta Europa le conquiste sociali che vanno sotto il nome di 'stato sociale'. Riformismo e piena occupazione, riformismo e stato sociale sono andati insieme durante il boom postbellico e insieme oggi sono in crisi.

Lo stato sociale è stato il principale puntello del riformismo sia nelle file del movimento operaio sia in quelle della classe dominante.

Crescita economica e avanzamenti sociali sono stati gli elementi di una filosofia ottimisticamente progressista che ha fatto accettare alla grandi masse il riformismo come prospettiva realistica di azione politica e rivendicativa.

Per il padronato lo stato sociale ha rappresentato il prezzo necessario per la moderazione del movimento operaio. Un prezzo sopportabile fino a quando è durata la crescita economica, ma che è diventato via via più oneroso man mano che si approfondivano le difficoltà economiche, diminuiva l'efficacia delle ricette keynesiane, la globalizzazione dei mercati acutizzava la concorrenza e i processi di integrazione sovranazionale rendevano sempre più stringente l'esigenza di bloccare la crescita dell'indebitamento pubblico.

Nei paesi come l'Inghilterra o gli Stati Uniti, nei quali da più tempo va avanti questo attacco alle conquiste sociali, gli effetti sono stati devastanti: un drastico peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione lavoratrice, la crescita della povertà, l'aumento delle differenze di classe, un clima sociale di precarietà e di lotta di tutti contro tutti.

L'inevitabile lotta di resistenza contro questo massacro dei diritti sociali non può essere scissa dalla indicazione di una alternativa di società nella quale siano riconosciuti e soddisfatti questi fondamentali bisogni.

L'ipotesi strategica che una nuova forma di società possa crescere già oggi al lato del capitale stesso, (ad esempio attraverso i cosiddetti 'lavori extramercantili' o il 'terzo settore') manifesta una illusione utopistica. Nella società dominata dal capitale non può sussistere un settore extramercantile: o si tratta del parcheggio precario di lavoratori espulsi dal processo produttivo (vedi la proposta del governo per i 'lavori socialmente utili'), oppure di quel 'privato sociale' in cui il ricorso all'ideologia della solidarietà, quando non maschera disegni speculativi, serve a giustificare condizioni di lavoro sottopagato e instabile. In entrambi i casi queste attività sono finanziate in tutto o in parte dal prelievo fiscale, con diretto beneficio per il capitale. Compito nostro, semmai, è quello di favorire l'attivazione dei lavoratori e delle lavoratrici di questi settori in difesa dei loro diritti e per un solidale collegamento con l'insieme della classe lavoratrice, valorizzando cosi' le numerose energie che vi sono presenti.

Infatti non ci sono alternative: la difesa delle conquiste sociali richiede la capacita' di incidere sulla distribuzione del reddito, e dunque sui redditi da capitale, e ciò è possibile alla condizione che si costituiscano grandi movimenti di lotta contro le politiche neoliberiste. Nessun nuovo 'New Deal' è in vista, dunque: nessuna classe dominante dell'occidente si pone oggi l'obiettivo di realizzare un 'compromesso sociale più avanzato' con il movimento operaio.

La tendenza è dunque quella ad una acutizzazione dello scontro sociale. Di questo scontro abbiamo avuto le prime avvisaglie in Europa con i grandi movimenti dell'autunno '94 in Italia e '95 in Francia.

La crisi strutturale degli ultimi decenni, che si manifesta nella saturazione dei mercati tradizionali, il corto respiro dei cicli, l'impossibilita' degli aumenti di produttività di provocare l'espansione dei mercati e della produzione, con il costante gonfiarsi dell'esercito dei disoccupati, ormai permanente in tutto l'occidente, ha segnato la fine delle condizioni materiali su cui poggiava il riformismo postbellico.

Questo fatto rende ormai poco credibili le utopie socialdemocratiche. Il riformismo ormai è spinto sul terreno culturale del pensiero unico rinunciando ai vecchi programmi (riforme sociali, intervento pubblico, programmazione economica) e ad accettare sempre più le politiche neoliberiste (privatizzazioni, sgravi fiscali per redditi e profitti, la flessibilità del lavoro).

La crisi del riformismo ha aperto le porte non solo all'ondata neoliberista, ma anche alla deriva culturale e sociale che si manifesta con la crescita di formazioni reazionarie nonché' fasciste e xenofobe. Non ultimo in Italia il fenomeno leghista che si è conquistato una base di massa capace di aggregare un blocco sociale-elettorale che comprende ampi settori di proletariato e di classe operaia legati al carro di un ceto imprenditoriale piccolo e medio insofferente e scatenato contro le forme tradizionali di mediazione politica e pronti oggi a lanciarsi nell'avventura del secessionismo. Il programma ultraliberista della Lega è un vero e proprio programma di guerra di classe di una frazione della classe dominante dell'Italia settentrionale contro tutti i lavoratori, quelli del Sud ma anche quelli del Nord spesso illusi dalla promessa della fine della 'oppressione di Roma' e del 'tributo' pagato al Mezzogiorno. E' proprio la rottura del blocco sociale di classe, in parte già consumato, che alimenta il pericolo della Lega, sia perché' tale rottura indebolisce la capacita' di risposta del movimento operaio sia perché' in questa rottura possono farsi strada contrapposte ma speculari demagogie del separatismo leghista nel Nord e del nazionalismo fascista in tutto il paese.

La sfida dell'egemonia

Nel contesto attuale il riferimento a binomi come 'autonomia-unità' o 'radicalità-unità' non può costituire di per sé una strategia, ma al più un punto di partenza dell'elaborazione strategica.

L'autonomia non può essere intesa come la semplice difesa della presenza organizzativa dei comunisti, ma innanzitutto come autonomia culturale e politica non omologabile ai parametri del sistema dominante. Autonomia dunque anche dall'alternanza di cui è portatore il Pds. In questo senso la competizione col Pds per l'egemonia nel movimento operaio deve essere una costante politica, programmatica e strategica della nostra iniziativa.

Se l'autonomia perde il contenuto della prospettiva comunista, la stessa separazione organizzativa finisce per smarrire la propria giustificazione.

L'autonomia sta dunque, in primo luogo, nella definizione di un progetto di rovesciamento del capitalismo e nelle scelte politiche che ne discendono. In secondo luogo l'autonomia è la condizione della lotta per l'egemonia, cioè' per una direzione maggioritaria del movimento operaio, senza la quale ogni proposito di alternativa resta una mera opzione ideale.

In quest'ottica di competizione per l'egemonia la radicalità, che si eserciti solo sul terreno della critica e della prefigurazione utopica finisce per perdere ogni effettivo rapporto con l'agire politico.

Né, d'altra parte, la radicalità può essere intesa, secondo una logica sindacalista, come mera tattica, un alzare il prezzo in vista della contrattazione degli spazi politico-istituzionali o di immagine del partito.

La radicalità dei comunisti deve partire dall'antagonismo che si sviluppa nell'ambito dei rapporti sociali per legare ogni rivendicazione che si sviluppa qui ed ora, al progetto strategico di rovesciamento del sistema del capitale, alla lotta per un altro potere e un'altra società. In questo senso la radicalità deve essere il criterio ispiratore del programma del partito.

L'unita', d'altra parte è stata intesa nella tradizione comunista come il compito della unificazione della classe operaia e della costruzione del blocco storico. In quest'ottica quindi ogni unita' d'azione con altre forze di sinistra e democratiche è perseguibile se finalizzato ad ampliare la resistenza e la lotta contro l'avversario di classe e a rilanciare il percorso di unificazione della classe e di costruzione del blocco antagonista. Risulta chiaro perciò che il sostegno di Rifondazione comunista al governo Prodi non corrisponde a questa impostazione.

In questo quadro va precisato il rapporto col Pds. Va superata l'impostazione emersa dall'incontro di Pontignano, la filosofia del reciproco riconoscimento entro un disegno di alleanza e di competizione. Il Pds e Rifondazione non sono solo soggetti distinti: la sinistra moderata e la sinistra antagonista tra loro dialoganti. Sono la rappresentazione politica di progetti strategici alternativi. Tanto è vero che uno degli obbiettivi del Pds è quello di annullare la presenza di una forza comunista autonoma alla propria sinistra, o attraverso una soluzione elettorale-istituzionale, o attraverso una corresponsabilizzazione alla propria politica di governo. L'obiettivo nostro è all'opposto quello di dissolvere l'influenza maggioritaria del Pds sulle masse lavoratrici e, per questa via, realizzare la conquista progressiva delle masse politicamente attive a un diverso progetto politico. La costituzione del governo Prodi con il coinvolgimento aperto e diretto del Pds libera oggettivamente un grande spazio di rappresentanza sociale e politica alla sua sinistra creando condizioni inedite per la battaglia per l'egemonia. Un ribaltamento dei rapporti di forza a sinistra diventa oggi improrogabile, esso è la condizione necessaria per far progredire la nostra prospettiva strategica.

Il blocco sociale alternativo

L'obiettivo di fondo è quindi la ricostruzione di un blocco sociale alternativo che sappia legare fra loro i diversi settori sfruttati ed oppressi della società ed esprimere i loro bisogni, sviluppando e coordinando le strutture di lotta e di autorganizzazione.

La costruzione del blocco sociale non può prescindere dalle esigenze di protagonismo e di autonomia delle donne, pena la riproduzione di percorsi che hanno mostrato limiti e inadeguatezze di fondo.

Nel processo di ricostruzione del blocco sociale anticapitalistico è necessaria la riattivizzazione della classe operaia che ancora conserva un ruolo centrale in questa società e notevoli capacita' di resistenza e di organizzazione e la sua riunificazione con l'insieme del lavoro salariato.

Ciò ci impone di fare i conti con profonde trasformazioni che riflettono processi strutturali di vasta portata: le trasformazioni della composizione della classe indotte da ristrutturazioni tecnico-organizzative che tendono a scomporre i cicli e a frammentare le unita' produttive; la crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro e la comparsa di inedite forme di proletarizzazione (diffusione del lavoro autonomo eterodiretto e progressiva dequalificazione del lavoro intellettuale); il dato strutturale della disoccupazione di massa; l'attacco ai lavoratori del pubblico impiego; la crescita della domanda femminile di lavoro, di diritti e di opportunità; i fenomeni migratori e la trasformazione in senso multietnico e multiculturale del proletariato.

Quest'ultimo aspetto pone con forza la necessita' di contrastare i pregiudizi, presenti anche fra i lavoratori, e di combattere le insorgenze razziste e xenofobe, nonché' di opporci con decisione alle politiche discriminatorie e poliziesche che queste insorgenze prendono a pretesto e al tempo stesso alimentano.

L'irresistibile ascesa del protagonismo delle masse femminili ha prodotto una nuova consapevolezze delle donne circa le propria oppressione da parte delle strutture patriarcali, con una decisa rivendicazione di autonomia e di autodeterminazione non solo per ciò che riguarda le proprie scelte di vita e di collocazione nella società, ma anche dei propri percorsi politici, fino a rendere necessario un ripensamento complessivo dello stesso progetto della trasformazione e a mettere in discussione le forme tradizionali dell'agire politico nell'ambito delle stesse organizzazioni della classe, e del partito. Organizzazioni tuttora largamente improntate a una logica 'monosessuata' che ostacola la partecipazione delle donne, come si rende visibile nella presenza minoritaria delle donne nel partito e nei suoi organismi dirigenti a tutti i livelli. Il partito deve acquisire la capacita' di fare i conti con questa istanza rivoluzionaria sia per ciò che riguarda il suo progetto e la sua iniziativa politica, sia per ciò che riguarda il suo modo di essere e di agire.

Un'attenzione particolare deve essere rivolta alle giovani generazioni che oggi vivono una condizione complessiva di profonda incertezza rispetto al proprio futuro. L'attacco alla scuola e alla formazione pubblica, la disoccupazione di massa, l'estrema precarietà delle occasioni di lavoro possibili, gravano sulle condizioni materiali dei giovani e restringono i loro orizzonti esistenziali, accentuando i sentimenti di estraneità e la disponibilità alla lotta contro gli assetti sociali esistenti. Questa disponibilità cerca tuttavia proprie forma di espressione di autonomia con le quali i comunisti devono saper dialogare.

più in generale la nostra attenzione politica e la nostra iniziativa unitaria devono rivolgersi alla complessità delle manifestazioni sociali dell'antagonismo, quali l'ambientalismo, il pacifismo, i movimenti delle donne, degli studenti, dei centri sociali, dei collettivi giovanili, del movimenti di solidarietà con le lotte dei popoli contro l'imperialismo. In tutti questi settori si è sviluppato da tempo un atteggiamento positivo verso Rifondazione e la disponibilità ad iniziative comuni che esprime sia una domanda di sponda istituzionale sia una esigenza di orientamento politico a cui il partito deve saper rispondere non solo con attenzione politica e risorse militanti ma anche e soprattutto con la sua proposta programmatica e la sua azione.

 

QUALE CULTURA POLITICA PER LA RIFONDAZIONE COMUNISTA

Il rilancio di una nuova opposizione richiede parallelamente la capacità di riavviare il processo della rifondazione anche per ciò che riguarda la cultura politica del partito.

Ciò richiede innanzitutto un recupero critico del patrimonio di pensiero dei 'classici' del marxismo e delle esperienze rivoluzionarie dall'Ottobre in poi. A questo riguardo è necessario aprire un confronto libero, senza rimozioni e affrettate scomuniche. Questa è la condizione per avviare un utile bilancio del pensiero e della esperienza comunista finalizzato anche ad approfondire i grandi temi della contemporaneità come la questione ecologica, la rivoluzione femminile, le potenzialità e le minacce della tecnica e della scienza asservite al capitale, la crisi degli stati unitari, il nuovo ordine mondiale, la questione della pace e della guerra, la rifondazione dell'internazionalismo proletario in un epoca di grandi migrazioni e di tumultuosi processi di internazionalizzazione dell'economia e della politica.

Su questo piano si aprono questioni molto delicate ed ogni affermazione o innovazione deve essere riflettuta attentamente senza nulla concedere al fraseologismo e alle mode culturali.

La stessa formulazione di un 'ritorno a Marx' non deve intendersi come una rinuncia sia al comunismo teorico del Novecento (Lenin, in primo luogo, ma anche Gramsci) sia ai caratteri delle rotture rivoluzionarie di questo secolo, ma piuttosto come un recupero delle riflessioni politiche di Marx sulla immanenza e il carattere della rivoluzione proletaria. Sarebbe errato proporre un percorso rifondativo che negasse un valore e una spinta propulsiva attuale all'esperienza dell'Ottobre e delle esperienze rivoluzionarie successive, relegandole a semplice oggetto della riflessione storica. Se si accettasse questa logica, riuscirebbe poi difficile intendere anche le lotte di liberazione contro il colonialismo e l'imperialismo, il protagonismo della masse operaie in Europa, la stessa Resistenza, che, traendo ispirazione e slancio proprio da quella esperienza, hanno marcato l'intera vicenda del secolo. Tale impostazione porterebbe a considerare l'esperienza del comunismo novecentesco una discontinuità rispetto ai presupposti marxiani, e il compito risulterebbe ancora quello di rimuovere l'errore cosi' da riprendere il discorso di Marx rimasto interrotto alla lunga 'deviazione' di questo secolo.

Sia chiaro: un bilancio e un giudizio sugli errori e le degenerazioni dello stalinismo e sulla vicenda degli stati sorti sul solco dell'Unione Sovietica, è ovviamente doveroso in sede storica e politica. In questo senso nessun 'continuismo' è possibile. Ma errori e degenerazioni non esauriscono la vicenda del comunismo in questo secolo né in linea generale inficiano la prospettiva rivoluzionaria di cui l'Ottobre russo è stata la prima grande concretizzazione.

d'altra parte, cancellare ogni riferimento concreto equivarrebbe a sostituire una teoria rivoluzionaria con una vaga aspirazione di tipo esistenziale, basata su una astratta critica radicale al sistema, affidata ad altrettanto astratti soggetti critici della società. Il concetto di rivoluzione perderebbe cosi' ogni qualificazione sociale e il comunismo diverrebbe un orizzonte mai raggiungibile, un ideale morale, con la conseguente rimozione del problema dello Stato e del potere. Il nostro stesso riferimento al comunismo verrebbe del pari svalutato a mero simbolo e identità un sostanza ideologizzato, in ultima analisi senza nessi concreti con l'agire politico quotidiano.

Quello che serve al nostro partito è invece un lavoro di studio e di analisi critica delle esperienze del Novecento, inteso come laboratorio storico-politico senza il quale è impossibile elaborare una moderna strategia rivoluzionaria. Occorre riproporre in tutto il loro spessore teorico e pratico i temi della rottura rivoluzionaria nell'occidente avanzato e del comunismo come prospettiva storico attuale. Solo a condizione che si intraprenda questo lavoro ha senso porre il problema del superamento delle provenienze.

Parte integrante di questo lavoro di aggiornamento del progetto politico e del patrimonio teorico dei comunisti deve essere l'interlocuzione e il confronto con le istanze critiche sorte in ambiti diversi dal movimento operaio tradizionalmente inteso, in particolare con l'ambientalismo e il femminismo. Si tratta di istanze di grande spessore teorico e di grande rilevanza sociale, che si connettono all'emergenza di processi di portata planetaria che cambiano alcune delle coordinate di riferimento entro cui tradizionalmente si è sviluppata la riflessione politico teorica del movimento operaio e comunista sul capitalismo e sul comunismo.

Per quanto riguarda le culture ecologiste va osservato che esse rappresentano un fenomeno variegato e complesso che si è sviluppato negli ultimi decenni in tutto il mondo, come ripensamento delle relazioni fra sviluppo e ambiente, fra uomo e natura, in connessione con l'emergere della crisi ecologica. Le preoccupazioni e i problemi che sono al centro dell'attenzione dell'ambientalismo non sono affatto estranei al pensiero marxista, e neppure all'esperienza dei primi anni del potere sovietico, anche se il senso comune e la cultura politica dominante del movimento operaio hanno tardato a coglierne l'importanza e la profondità. Se è vero che alcuni settori del nostro partito hanno colto da subito l'importanza di questo terreno costruendo spezzoni di iniziativa politica che fanno parte del bilancio positivo di tutto il partito, è anche vero che si sono incontrate difficoltà, da un lato a generalizzare questo impegno e queste esperienze, dall'altro a collegarle e tradurle in una riflessione teorico-culturale autonoma e condivisa. Il problema dei comunisti è cogliere la complessità del pensiero ambientalista, molto differenziato al suo interno, spesso caratterizzato da un approccio di tipo etico-culturale aclassista, per sviluppare una battaglia teorica e pratica in modo da ricollegare nella prassi politica quotidiana la battaglia di classe e la battaglia ambientalista. Ciò è possibile dal fatto che la radice strutturale dei problemi ecologici sta nei rapporti di produzione capitalistici e nella logica intrinseca dei processi dell'accumulazione del capitale, e che dunque non si possono dare risposte efficaci ai problemi ambientali se non contro questa logica e contro questi rapporti sociali. più in generale il tema dell'ambiente solleva i problemi della qualità dello sviluppo, del controllo sociale della tecnica, della vivibilità urbana, del rapporto fra paesi imperialisti e paesi dipendenti, ecc. che riguarda direttamente la definizione di un progetto e di un percorso di alternativa anticapitalistica e internazionalista, e che dunque devono entrare a pieno titolo nel nostro dibattito e nel nostro agire politico.

In conclusione più che in qualsiasi altro tempo precedente, anche alla luce delle implicazioni del femminismo e della crisi ecologica, il comunismo come progetto di liberazione di una classe si identifica con il progresso dell'intera umanità; e la prospettiva di un ordine superiore di civiltà viene a confondersi con la lotta per assicurare il futuro della specie umana sul pianeta. Una riconferma del valore universale della prospettiva che come partito siamo impegnati a costruire.

Molti compagni, dopo un lungo periodo di arretramento e di sconfitte politiche del movimento operaio si chiedono se, questa strada alla quale noi tenacemente crediamo è ancora concreta, o se non sia il caso di rassegnarsi a un modesto percorso liberaldemocratico, magari di tipo neokeynesiano.

Ebbene, noi comunisti rispondiamo che la nostra strada è concreta, anzi è l’unica concreta, non solo in ragione della tutt’altro che sopita ed anzi sempre più insopportabile durezza dello sfruttamento e dell'oppressione del capitalismo, ma anche in ragione delle possibilità che la vicenda sociale e politica italiana continua ad offrire.