IV° CONGRESSO NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
CONCLUSIONI DEL SEGRETARIO DEL PARTITO
FAUSTO BERTINOTTI

Un partito per la sinistra

Care compagne e cari compagni, voglio in primo luogo ringraziare le compagne ed i compagni che hanno lavorato all’organizzazione materiale del congresso. Nel nostro partito non ci sono e non ci devono essere ruoli separati, non vi è un lavoro diviso gerarchicamente. L’esperienza, la capacità di relazioni di rapporto delle compagne e dei compagni, che pure non hanno un incarico dirigente, sono parte costitutiva e irrinunciabile della vita del nostro partito. Comprendendo meglio noi stessi, siamo messi in grado di capire di più la società. 
Abbiamo condotto un congresso assai impegnato, ma non retorico. Io penso infatti che l’esercizio dell’intelligenza critica sia essenziale per la comprensione della realtà. Eppure diversi commentatori ci hanno accusato di avere una visione pessimistica del mondo. 
Siamo noi i pessimisti o non è piuttosto vero che la scena internazionale, da quando noi abbiamo iniziato questo congresso, presenta tratti ancora più inquietanti? Si marcia ormai verso la guerra nel Kosovo. Clinton sta suonando la tromba della guerra, ancora una volta mortificando il ruolo dell’Onu. L’Europa assiste attonita ed ammutolita. L’Italia che è stata muta, prepara il suo ruolo di complice. Il mondo, l’Europa, il nostro paese sembrano correre verso una nuova guerra quasi senza accorgersene. D’altro canto chi ormai si accorge più che continuano i bombardamenti sull’Iraq? Che a Bagdad in questo momento c’è un bambino che viene operato senza anestesia, per le disastrose conseguenze provocate dall’embargo economico cui da tempo è sottoposto quel paese? 
La Russia viene provocata da un allargamento ad Est della Nato, di cui non sentiamo il bisogno. Questo provoca e alimenta scompensi e antiche paure. La Russia potrebbe dunque essere e sentirsi coinvolta in questa guerra che si sta preparando nei Balcani. 
Per tutte queste ragioni dobbiamo tornare ad affermare con forza il primato della politica. Mai come oggi appare così chiara la grande capacità e lo straordinario merito che ebbe Tito nel riuscire a tenere assieme, in condizioni di isolamento internazionale su entrambi i fronti, popoli così diversi. Oggi invece si possono verificare nuovi e più devastanti conflitti. 
Perciò chiediamo al governo italiano di riprendere la parola. Chiediamo che gli americani siano fermati. Che nessuna base in suolo italiano venga usata per missioni di aggressione. Chiediamo alle singole forze politiche della maggioranza di compiere un atto di coraggio e di responsabilità, e quindi di dissociarsi da eventuali decisioni di accodamento del governo, dicendo chiaramente che in questo caso l’Esecutivo non avrà il loro sostegno. Un governo può ben cadere sulla questione della guerra! 
Nel Partito comunista italiano, quando la disciplina era un elemento assai più forte di ora, la sinistra comunista ebbe il coraggio di distinguersi apertamente e di votare in modo difforme in Parlamento, quando si trattò di pronunciarsi sulla guerra. Chi si sente erede di quella tradizione sappia oggi farla valere. Ma ci rivolgiamo anche allo spirito di pace che anima la Chiesa, ai movimenti cattolici o di prevalente ispirazione laica che propugnano la pace, alle forze e alle personalità democratiche. Dobbiamo ad ogni costo impedire una nuova guerra nel Kosovo che aprirebbe una prospettiva tragica per l’intera Europa. 
Ma non è solo la questione drammatica della guerra che mette in discussione il ruolo dell’Europa e la nostra sovranità nazionale. Anche le vicende economiche e finanziarie, i cambiamenti degli assetti nel grande capitale, ci parlano di questo. Guardiamo a quello che sta succedendo in questi giorni nel sistema bancario italiano. Questo sistema, costruito sul ruolo dominante e regolatore di Mediobanca che ne ha retto le sorti in questo dopoguerra, sta ora saltando per aria. Si modifica profondamente il rapporto tra capitale finanziario e capitale produttivo. Dov’è il governo italiano mentre stanno cambiando i caratteri stessi del nostro capitalismo? Il sistema bancario milanese sta per entrare nell’orbita dei tedeschi e dei francesi, la Banca di Roma è ambita dagli olandesi, l’Istituto San Paolo di Torino vede contare sempre più gli spagnoli. Il sistema bancario italiano, così come la grande industria non sono in grado di reggere la scalata degli stranieri. Il nostro paese è in vendita. Intanto il governo ha fatto proprio l’antico detto liberale “laisser faire, laisser passair”, s’intende ai padroni! 
Siamo dunque noi i pessimisti o è pessima la situazione sociale e economica del nostro paese? Vediamo qualche dato. Dal 1990 vi è stato un aumento minimo del Pil, appena 1,2%. Tra il ’91 e il ’97 l’Italia ha perso 1.100.000 occupati. Queste nude cifre appongono una pietra tombale sulle politiche economiche fin qui svolte. Eppure il governo pare non curarsene. L’unica ricetta è quella solita, quella degli aiuti alle imprese, che non hanno prodotto un posto di lavoro in più. 
Vi è stato un rifiuto sistematico alle nostre proposte. Intendiamo esse possono esser anche sbagliate, siamo pronti a verificarlo, ma le altre proposte quali sarebbero?
Chi ha avanzato una proposta forte contro la disoccupazione strutturale e di massa, causata dall’innovazione tecnologica e nell’organizzazione del lavoro, se non noi, quando abbiamo proposto e imposto al governo Prodi il varo di un disegno di legge sulla riduzione d’orario a 35 ore settimanali a parità di retribuzione? Il fatto che questo disegno di legge sia stato fatto marcire dal precedente governo e dal successivo, e che addirittura quest’ultimo abbia risposto con l’aumento degli straordinari e della flessibilità, non toglie nulla alla validità e alla attualità della proposta, specialmente se si guarda al contesto europeo. Chi ha saputo concretamente parlare di misure per l’occupazione e lo sviluppo del mezzogiorno, se non noi quando abbiamo avanzato la proposta di un’agenzia per il Sud, che avesse capacità proprie di assunzione e di impiego? Non abbiamo proposto né un carrozzone, né una misura assistenzialista. Siamo partiti dalla convinzione che non è possibile continuare con una così massiccia disoccupazione giovanile, che non è accettabile che i lavoratori socialmente utili vivano con 800.000 lire al mese. Abbiamo perciò proposto un piano di assunzioni per fare del lavoro buono, secondo esempi che ci provengono dalla migliore tradizione ed esperienza internazionali nella lotta alla disoccupazione, non come quella della costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Ci è stato invece risposto con la definizione di un’agenzia per le tecnocrazie che non creerà un solo posto di lavoro. Viene quasi da rimpiangere, e non vogliamo davvero farlo, la vecchia Cassa per il Mezzogiorno! 
In realtà nel nostro paese l’idea di un interventi pubblico in economia è ormai inesistente. Si parla continuamente di privatizzare senza mai accettare una verifica dai fatti su questo terreno. Guardiamo alla Telecom: prima si è permesso alla Fiat di conquistarne il controllo con un numero risibile di azioni, poi i gruppi stranieri si sono disposti all’assalto. La logica delle privatizzazioni si spinge fino ai gangli essenziali della vita sociale, come la scuola. Dobbiamo ripetere con forza che neppure i governi democristiani avevano osato tanto! Più che un arretramento vi è una rinuncia alla difesa di ciò che è pubblico, di quello che incarna uno spirito repubblicano. Nel campo della vita sociale pigliano sempre più corpo idee regressive. Si vuole cancellare l’idea stessa della lotta di classe, affinchè le persone siano più indifese. Si diffonde una vera e propria ossessione della dominanza della logica dell’impresa capitalistica. Scompare persino l’idea liberale che comunque nell’impresa esistessero due punti di vista, quello del lavoratore e quello del padrone. L’altro ieri il Presidente del consiglio ha detto che siamo tutti sulla stessa barca. Forse Ugo la Malfa poteva dirlo e poteva proporre una divisione della torta fra padroni e operai. Ma si era negli anni ’60 e comunque contro questa tesi militavano il Pci e la Cgil. Se Massimo D’Alema se ne è dimenticato glielo ricordiamo noi. Sulla barca c’è chi sta ai remi e chi dà gli ordini e, aggiungo, i primi non hanno alcuna ragione di obbedire per forza a questi ultimi. 
I metalmeccanici non stanno in coperta, ma nella stiva della metaforica nave. La Federmeccanica nega un modesto aumento di 80.000 lire in tre anni e la riduzione d’orario per i turnisti. Al contrario rilancia la richiesta di ulteriore flessibilità. Il governo è davvero neutrale? Il presidente del Consiglio ha spiegato alla Bocconi che ci vuole più flessibilità. Ha quindi proposto che anche nelle aziende maggiori non si applichino le norme previste nello statuto dei diritti dei lavoratori, in particolare per ciò che riguarda la “giusta causa” per i licenziamenti, come già avviene nelle imprese minori. In sostanza il Presidente del consiglio ha affermato che un’azienda non può svilupparsi se in essa sono rispettati gli elementari diritti dei lavoratori. Peraltro la maggioranza delle piccole imprese già superano il limite dei quindici dipendenti utilizzando le assunzioni con contratto di formazione lavoro, che non sono conteggiati ai fini della determinazione dei limiti dimensionali della impresa. Quindi le dichiarazioni del presidente del Consiglio altro non erano che un’operazione ideologica, un segnale positivo al padronato, alla Federmeccanica. Bisognerebbe invece dire, e sarebbe davvero il minimo, che le pretese della Federmeccanica sono incompatibili con lo stesso Patto di Natale, che peraltro abbiamo aspramente criticato. 
Ma in realtà questo governo è liberale dove non dovrebbe e non lo è dove sarebbe necessario che lo fosse. Come si vede, ad esempio, nel caso della proposta di aumento delle pene per la microcriminalità. Dove ha imparato queste concezioni il ministro di Grazia e Giustizia? Non sa che il 97% dei furti appare come opera di ignoti e che a nulla serve aumentare le pene se non si prendono i colpevoli. In realtà siamo di fronte ad un’altra operazione ideologica, del tutto indifferente all’effettiva soluzione del problema. 
Siamo noi gli estremisti? Ma no, se li volete trovare li dovete cercare a destra, tra i fanatici del liberismo e dell’ordine sociale. Volete un altro esempio? Eccolo: qualunque problema economico sorge nel nostro paese, c’è sempre qualcuno che dice che bisogna tagliare le pensioni. Per aumentare la competitività del nostro sistema bisognerebbe, secondo costoro, tagliare lo stato sociale e colpire i lavoratori: questo è l’estremismo che ha contaminato anche questo governo!
La situazione reale
Noi siamo pessimisti? No, è che vogliamo compiere un reale approfondimento dell’analisi sociale, guardare meglio dentro i processi di sfruttamento e di alienazione. Per questo attribuiamo tanta importanza al lavoro di inchiesta. Vorrei persino che stabilissimo tra noi una sorta di legge interna alla nostra vita organizzativa: ogni riunione deve cominciare dall’analisi sociale del luogo dove ci si trova, di cosa è cambiato tra una riunione e l’altra. Insomma la prima domanda che dobbiamo porci quando ci riuniamo è: come stiamo? E soprattutto, in quali condizioni stanno le giovani generazioni, attraverso la cui condizione abbiamo uno spaccato del presente. I giovani oggi vivono e lavorano peggio dei loro genitori. Noi non riflettiamo a fondo su cosa questo significhi. Noi siamo cresciuti in una storia del tutto diversa, in cui potevamo migliorare nella collocazione sociale, in cui le lotte collettive davano dei risultati. Oggi non è così, la generazione che segue ha la prospettiva di stare peggio di quella precedente e pensa che l'agire collettivo non modificherà questa situazione. Non so se ce ne rendiamo conto, ma stanno avvenendo fenomeni sconvolgenti. La povertà torna a mordere anche nel campo del lavoro dipendente. La precarietà è diventata una dimensione di vita. Tutto ciò crea un mutamento di fondo nelle prospettive di vita. Siamo ancora troppo timidi nel valutare le cause e le conseguenze di tutto ciò. E’ vero la disoccupazione di massa è il frutto di grandi fenomeni strutturali, di grandi processi, come l’innovazione tecnologica e organizzativa, gli accordi di Maastricht, ma è anche promossa da scelte coscienti e soggettive. A questo sistema delle imprese la disoccupazione serve per creare un ricatto permanente. Basta guardare a quei giovanissimi che riescono a trovare un posto di lavoro, ma in condizioni di estremo disagio e che sono costretti a restituire la metà del loro salario al padrone sotto il ricatto del licenziamento. Ma questo fenomeno, pur così diffuso, è solo un iceberg di una condizione di disagio e di rischio che ha investito direttamente il mondo del lavoro e che è evidenziata dall’incremento degli incidenti mortali sul lavoro. Bisogna tornare ad indignarsi, con forza e con passione, di fronte a queste morti, che testimoniano tragicamente di una perdita di controllo sociale sul lavoro. Bisogna sentire il dovere morale e civile di organizzare le lotte su questi temi.
Precarietà e saperi
Il disagio giovanile si manifesta con forza anche nella scuola. Lì torna una dura selezione di classe. Si moltiplicano gli abbandoni e le espulsioni dal sistema scolastico. Nelle zone più ricche come nel Nord est si tirano fuori i ragazzi da scuola per mandarli precocemente a lavorare. Nel sud i giovani abbandonano la scuola per mancanza di possibilità e di speranza negli sbocchi lavorativi. Per tanti figli di lavoratori dipendenti autonomi i costi della scuola li escludono dallo studio. Per questo è scandaloso che la nostra richiesta di libri gratuiti per tutti trovi come risposta la scelta del finanziamento alla scuola privata. Leggere oggi, il che è sempre utile, “Lettera ad una professoressa” di Don Milani non basterebbe più, perché è in corso una ristrutturazione e una riorganizzazione della scuola per elite. Si promuove l’aziendalizzazione della scuola contro la scuola di massa. Si vuole diversificare il sistema formativo, creando le scuole buone e quelle cattive. Quelli che usciranno dalle scuole buone potranno avere accesso al mercato del lavoro, quelli che proverranno dalle scuole cattive non avranno speranza, e c’è da giurare che si tratterà dei figli dei lavoratori. Stiamo tornando indietro rispetto agli anni ’60, a quella riforma che abbattè la divisione di classe nell’accesso stesso alla scuola superiore. Noi vogliamo per tutti una formazione alta, indipendentemente dalle scelte lavorative. Oggi avviene il contrario per l’apprendistato: l’apprendista non impara nulla ed è obbligato ad un duro lavoro ripetitivo e con bassi salari. Quanto siamo lontani da quel tempo in cui un sindacalista che si batteva per il diritto alle 150 ore di formazione per i lavoratoti, alla domanda del padrone: “ma per imparare cosa? ”, poteva rispondere: “per imparare a suonare il clavicembalo”. 
Dobbiamo quindi guardare alla condizione giovanile, al disagio, alla sofferenza di vivere, a quella piega amara che avvolge la vita delle giovani generazioni.
Pessimismo dell’intelligenza
Ci vorrebbero spensierati e ottimisti, in realtà per averci servi dei loro progetti. Per questo preferiamo il pessimismo dell’intelligenza. Abbiamo fatto un congresso di verità. Avremmo anche potuto usare i toni dell’orgoglio, perché abbiamo dimostrato coraggio. Certamente poteva essere più gratificante fare un accordo con la maggioranza ed accedere al Consiglio dei ministri. Ma abbiamo preferito alle poltrone dei ministeri il lavoro difficile dell’opposizione. Ma non ci interessa l’invettiva, ci importa ora parlare di noi, delle nostre difficoltà. Non ci siamo quindi date risposte rassicuranti. Noi non ci troviamo di fronte a una rivolta di massa alla situazione esistente, come sarebbe necessario e questo perché esiste una frantumazione profonda nel tessuto sociale. Come potrebbe essere altrimenti? Abbiamo alle spalle 25 anni di arretramenti. Un’intera generazione non ha con0sciuto vittorie importanti. Così oggi niente è più diretto, scontato o automatico. Ad esempio lo stesso metalmeccanico di Brescia, che partecipa convinto agli scioperi, poi magari vota la Lega e se la prende con gli immigrati. Così lo stesso disoccupato di Napoli che anima le lotte nella città è magari iscritto ad Alleanza Nazionale e si sente anticomunista. Si è cioè spezzata quella relazione tra il popolo che lotta e la sinistra. Non era un popolo integralmente comunista ma certo quando lottava guardava alla sinistra nel suo complesso. Pensiamo al triangolo industriale e alle grandi migrazioni dal sud che lo popolarono: se non vi fosse stato un forte sindacato di classe e un ampio movimento democratico, di cui la sinistra fu protagonista, cosa sarebbe successo della nostra civiltà. 
Sindacato e bisogni
E ancora, siamo pessimisti sulla situazione sindacale? Certo, abbiamo un atteggiamento severissimo verso la Cgil. E’ un atteggiamento motivato guardando al complesso della condizione sindacale e che si spinge a parlare della necessità di una rottura politica, come l’abbiamo chiamata, nella Cgil. Ma, nello stesso tempo come si fa a non vedere che gli scioperi dei metalmeccanici hanno una possibilità in più di riuscita, proprio perché è il sindacato confederale che entra in campo, pur con tutta la moderazione dei suoi orientamenti? 
Avremmo potuto presentarci con un tono di ottimismo. In fondo c’è una parte della tradizione comunista che consiglia di occultare alle masse le difficoltà vere della situazione. Ma non è il nostro metodo, noi non vogliamo avere del partito e delle masse un’idea infantile. Dobbiamo quindi procedere nel coinvolgimento dell’analisi reale, dell’inchiesta, per giungere a delle proposte fondate. 
Qualcuno può definire estremista la nostra piattaforma sociale? Al contrario essa è calibrata sulla condizione reale del paese. Come ad esempio per quanto riguarda la rivendicazione della condizione d’orario. Ma ci riusciamo a fare vivere questa rivendicazione direttamente tra le masse? Allora domandiamoci, perché la gente fa gli straordinari? Perché ha bisogno di soldi. Per questo proponiamo una grande questione salariale nel nostro paese. Per questo rilanciamo la questione di una riduzione del ventaglio retributivo. Per questo dobbiamo connettere il problema del salario a quello dei diritti. Per questo dobbiamo anche precisare la nostra proposta di salario sociale. Insomma dobbiamo progettare una nuova politica redistributiva contro i bassi salari e le diseguaglianze. 
Per farlo dobbiamo dotarci di strumenti. Non piace la definizione dei comitati di scopo? Possiamo trovarne un’altra, l’importante però è fare. Lo sciopero all’Enel è avvenuto anche grazie alla nostra iniziativa, alla nostra costante denuncia del fenomeno della privatizzazione, sia nei sindacati confederali che extraconfederali. 
Il comportamento sindacale costituisce oggi un grande ostacolo, ma noi dobbiamo avere una capacità propositiva. Nel campo dei trasporti è maturo un processo di unificazione dei sindacati extraconfederali. Nella Cgil dobbiamo produrre una rottura politica significativa contro la concertazione e la tregua sociale.
Una piattaforma generale
Le rivendicazioni bastano da sole? No, contemporaneamente abbiamo bisogno di una piattaforma generale, di un programma complessivo per rendere credibili le lotte. Anche in questo caso non siamo estremisti, la nostra è una proposta di tipo neokeynesiano, che non si esaurisce in sé ma rappresenta una risposta immediata al neoliberismo, per cominciare ad introdurre altre logiche di sviluppo. Intanto essa risponde all’esigenza di una lotta alla recessione che si profila su scala mondiale. Persino il Giappone è oggi in crisi e quelli che ci spiegavano che andava bene oggi non ci sanno dire il perché va così male. 
Abbiamo bisogno di una piattaforma di questo genere per l’Europa, capace di dialogare con altre parti del mondo. Nel recente convegno internazionale tenutosi a Cuba contro il neoliberismo si è visto come la globalizzazione ha prodotto effetti devastanti sia nel terzo mondo che nei paesi del capitalismo avanzato ed è quindi perseguibile l’idea di una piattaforma generale di lotta contro il neoliberismo. In Europa questo significa la fuoriuscita da Maastricht, l’aumento dei salari, la riduzione d’orario, l’estensione dei diritti, il rilancio di una spesa pubblica finalizzata alla lotta alla disoccupazione. C’è bisogno di una crescita della domanda interna e di una diversa politica distributiva. C’è bisogno di una diversa politica fiscale, in particolare nei confronti dei movimenti di capitale. In sostanza abbiamo bisogno subito di una rottura del quadro generale dominato dalle dottrine liberiste per far avanzare nuovi processi. 
Le elezioni europee saranno determinanti per illustrare questa proposta di alternativa. Non possiamo accettare che venga cancellato il modello sociale europeo e che l’Europa diventi da ogni punto di vista una periferia degli Usa. L’Europa deve invece riprendere le fila e il cammino della sua civiltà. Da questo punto di vista il problema non è tanto la candidatura di Prodi alla Commissione europea, quanto la qualità della politica che si vuole condurre, in particolare nella lotta alla disoccupazione e per la difesa del modello sociale.
Battere l’isolamento
Abbiamo parlato in questo congresso di un partito aperto alla società. Dobbiamo fare di più, dobbiamo cambiare atteggiamento. Abbiamo fin qui condotto grandi battaglie. Quando il partito era collocato nell’area di maggioranza, potevamo batterci per alcuni grandi problemi o difendere alcune grandi esigenze, che esemplificavano e alludevano a una proposta più generale, e tutto sommato la gente ci capiva. Ora quel tipo di pressione non basta più. Ora dobbiamo fare delle articolazioni del partito un momento di allargamento della possibilità di lotta. Abbiamo bisogno di un partito che costruisca nella società organizzazione democratica diretta, proprio quello che manca. 
Si può parlare di isolamento nei nostri confronti? Una componente c’è, ma non l’abbiamo scelta noi, anzi la combattiamo. Ma ci viene imposto da altri. Se ad esempio Le monde diplomatique parla di pensiero unico tutti sembrano considerare la cosa ragionevole. Se ne parliamo noi, dicono che vogliamo andare contro il mondo intero. Quando uno studioso scrive che Lafontaine è inascoltabile perché di sinistra, malgrado le sue posizioni moderate, viene ospitato sulle colonne di Repubblica, che pure pensa il contrario, e ritiene che le nostre posizioni siano appunto inaccettabili nell’attuale quadro politico e di sistema. Non siamo dunque noi che scegliamo l’isolamento. D’altro canto il giudizio che diamo sul centrosinistra e sui Democratici di sinistra non può essere smorzato per la paura dell’isolamento. In realtà queste sono critiche pelose perché vorrebbero che noi diventassimo come tutti gli altri. Noi abbiamo condotto un’analisi precisa delle forze politiche, ci siamo posti il problema di capire cosa sia oggi la sinistra moderata, quanto sia penetrata in essa la cultura neoliberale. Il punto, che è esattamente contrario a una scelta di isolamento, è che noi non accettiamo questo stato di fatto, noi pensiamo anche di potere cambiare i nostri interlocutori, come la Cgil o i Democratici di sinistra. Guardiamo all’esempio della Francia: il partito socialista ruppe con il partito comunista, governò a destra, secondo un processo che pareva irreversibile; poi fu sconfitto da Chirac, poi si aprì una grande stagione di lotte sociali, in particolare nel pubblico impiego e quindi si riaprì un processo di dialogo a sinistra che portò la sinistra plurale al governo. La proposta di costruire un’alternativa di società serve anche per cambiarne i soggetti. Dobbiamo sapere unire una radicalità negli obiettivi e una capacità di lotta ai tentativi di isolarci. 
Le sfide elettorali
Un esempio è la lotta che ci apprestiamo a condurre nella campagna referendaria. La dobbiamo condurre non solo per ribadire il no al maggioritario ma per ripristinare un’idea più ampia di democrazia, contro un sistema elettorale che penalizza le masse e pensa a una politica di elite. 
Per quanto riguarda la questione del presidente della repubblica si sono avanzati dei nomi che ci possono trovare d’accordo, da Tina Anselmi ad Azeglio Ciampi. Ma la questione non è il singolo nome, è sapere distinguere le politiche di governo dalle culture democratiche. Per questo diciamo a chi si vuole candidare al Quirinale che, ricorrendo tra poche settimane la celebrazione del 25 aprile, potrebbe recarsi presso un luogo simbolico del sacrificio di un partigiano, per rendervi omaggio e per rinnovare, come disse Pietro Calamandrei, un patto tra uomini liberi nell’Italia repubblicana. 
Il 13 giugno si vota per le elezioni europee e per importanti elezioni amministrative. Per quanto riguarda le seconde dobbiamo uscire da discussioni astratte. Anche il nostro popolo ci chiede di sconfiggere le destre. Per questo noi non staremo mai in alleanze elettorali contaminate da destra, dalle varie Udr, da forze corrotte e, nello stesso tempo, ricercheremo l’unità con le forze che vinsero il 21 aprile per potere vincere di nuovo nelle elezioni amministrative. Se abbiamo rotto col centrosinistra a livello centrale questo non significa affatto che dobbiamo farlo a Ceglie Messapica, ove il nostro sindaco conduce una significativa politica sociale, o altrove, come a Roma o a Napoli, per pura scelta meccanica. Non si tratta di pigrizia. Abbiamo dimostrato di avere il coraggio di rompere alleanze in importanti città come a Firenze, malgrado le speranze che vi avevamo riposto, rompendo così su una politica urbanistica targata Fiat. 
La politica, la vita, il sogno
Dobbiamo saper essere radicali e aperti. Aperti ad altri paradigmi di interpretazione della realtà, come quelli che ci derivano dalla cultura di genere, da quella ambientalista, dalla consapevolezza delle contraddizioni tra sud e nord del mondo. Per questo ci rivolgiamo alla sinistra critica, a quella che sta nel sociale o fuori del sindacato confederale, ma anche a forze sensibili che sono dentro la maggioranza di governo. Dobbiamo puntare a uno schieramento articolato, non pesato per quantità ma per qualità di contributo, dalla Sinistra verde al Manifesto, dalla sinistra sindacale ai sindacati di base, dai centri sociali alle tute bianche. Con tutte queste forze noi dobbiamo condurre un’analisi critica e raggiungere un programma comune per l’azione. 
Il partito non ha di fronte a sé movimenti di massa sviluppati e quelli potenziali faticano a crescere. La sfida è perciò grande e dobbiamo affrontarla con una nuova cultura del fare. Noi ci saremo alla Telecom, alle Ferrovie dello stato, alle Poste, all’Enel, dove sono minacciati decine di migliaia di posti di lavoro. Ci saremo nella scuola, dove è stato fatto un contratto sbagliato, e dobbiamo batterci per l’assunzione di 130.000 precari. Ci saremo nel sud, dove crolla la logica dei patti d’area, per batterci per un buon salario e un buon lavoro per i disoccupati. Ci saremo con i metalmeccanici ad ogni loro sciopero. Ci saremo nella lotta contro le sentenze che assolvono gli stupratori e condannano le donne. Ci saremo senza invocare l’intervento della polizia nelle periferie disgregate e violente. Ci sarà sempre un nostro circolo aperto all’ospitalità per gli immigrati e per aiutarli concretamente ad inserirsi nella nostra società. Saremo lì assieme a tutti coloro che vogliono superare il capitalismo per riflettere sull’esperienza e la civiltà del socialismo, per pensare insieme alla lotta al capitale e alla concreta, anche immediata sottrazione di spazi alla mercificazione. Un tempo c’erano la casa del popolo e la camera del lavoro. Oggi pensiamo alle case dei popoli e alle camere dei lavori. Ma più che aggiustare il linguaggio conta la sperimentazione nella costruzione di questi presidi democratici, di questi spazi di socialità, sottratti alla ossessiva logica dell’impresa, della frammentazione sociale, dell’incomunicabilità tra persone. Oggi vorremmo essere in Messico, dalla parte degli indios, mentre si riunisce la loro consulta, vorremmo essere in America Latina o in altre parti del mondo dove si costruiscono esperienze difficili ma entusiasmanti, che costituiscono punti fondamentali di una lotta generale contro il neoliberismo. 
Con questo spirito salutiamo gli ospiti stranieri che sono stati presenti a questo nostro congresso: ci lega loro non più una semplice solidarietà, ma una partecipazione a una lotta comune. 
Vorremmo essere all’altezza del nostro sentirci comunisti ed è un compito terribile ed impegnativo. Per questo non abbiamo paura del pessimismo quando guardiamo alla realtà. Ma allo stesso tempo non ci mancano entusiasmo e allegria ed allora tutti insieme tra poco canteremo il nuovo canto di Rifondazione. La politica è come la vita, il pianto e il riso si alternano, così la politica è ricerca ed elaborazione, ma anche emozioni e pensieri. Così il partito è una comunità in cammino. 
Un grande rivoluzionario del passato, pur così rigoroso, disse ai giovani che bisogna sognare. Il nostro sogno è immaginare un futuro che ancora non riusciamo a padroneggiare con l’intelligenza, ma che appunto già vive nel nostro sogno.