Documento alternativo
Per un progetto comunista
Per un'opposizione di classe al centrosinistra, oggi e domani
Per una prospettiva socialista come unica alternativa di società
Per una riforma profonda del nostro partito
Presentato da Marco Ferrando, Franco Grisolia, Francesco Ricci

Indice documento

Premessa: il significato del IV Congresso

1. Un bilancio di verità
1.1 Un corso politico smentito
1.2 Il nostro voto al programma di Maastricht
1.3 Il nostro contributo alla pace sociale

2. Per un nuovo corso politico
2.1 Imperialismo italiano e II Repubblica
2.2 Il centro sinistra, formula privilegiata della grande borghesia
2.3 L’apparato Ds, come agenzia delle classi dominanti nel movimento operaio
2.4 L’esecutivo D’Alema, governo del grande capitale
2.5 Il Prc alternativo al centrosinistra come polo autonomo di classe
2.6 Per un’opposizione di classe al governo D’Alema, oggi e domani
2.7 Oltre la concezione delle “due sinistre”, per aprire la sfida dell’egemonia
2.8 Per un’opposizione del Prc verso i governi locali, a partire  dalle regioni e dalle grandi città
2.9 Per un’azione di rilancio del movimento di massa in una logica nuova di egemonia
2.10 Preparare le condizioni del movimento, non invocarlo
2.11 Per una vertenza generale del mondo del lavoro e dei disoccupati
2.12 Per un’unione nazionale dei disoccupati, per il salario sociale
2.13 Per una coerente rifondazione sindacale
2.14 Nel movimento degli studenti con una proposta chiara
2.15 Per il rilancio di una coerente battaglia democratica: ritorno alla proporzionale, abolizione del concordato, antimilitarismo

3. Per una coerente rifondazione comunista
3.1 La svolta d’epoca
3.2 Parassitismo finanziario e stagnazione
3.3 La crisi del “compromesso sociale keynesiano”
3.4 La base materiale del liberismo
3.5 Il liberismo temperato delle socialdemocrazie europee
3.6 Per il recupero e il rilancio del programma comunista
3.7 L’Ottobre e la rifondazione
3.8 L’internazionalismo come orizzonte programmatico
3.9 Rifondazione comunista e liberazione della donna
3.10 La rivoluzione italiana
3.11 Il blocco storico dell’alternativa
3.12 La nuova questione meridionale
3.13 Un programma di transizione
3.14 Un piano anticapitalistico contro la crisi
3.15 La questione della proprietà
3.16 La questione dello Stato

4. Per una riforma profonda del nostro partito
4.1 Costruire Il Prc come intellettuale collettivo
4.2 Per una svolta democratica nel partito, per un partito di liberi e di eguali
4.3 Per un forte investimento del Prc nei Giovani comunisti
 

Premessa: il significato del IV Congresso

Il IV Congresso del Prc riveste un’importanza particolare.
Dopo due anni di sostegno al governo Prodi e alla luce dell’attuale ricollocazione all’opposizione, esso è chiamato a definire un bilancio dell’esperienza compiuta, una nuova linea politica, una coerente prospettiva strategica per la Rifondazione comunista.
Il nostro partito attraversa un momento difficile, ma al tempo stesso segnato da nuove grandi potenzialità.
La scelta della rottura col governo Prodi democraticamente sancita dal 70% del Comitato politico nazionale; la scelta di opposizione al governo D’Alema, esaltato dal capitale finanziario, rappresentano fatti importanti e positivi, che restituiscono il nostro partito al suo ruolo naturale di rappresentanza indipendente della classe lavoratrice e delle masse oppresse.
Per questo il partito è oggi sotto attacco di un’aggressiva campagna dominante che nega il nostro diritto ad un’autonoma rappresentanza parlamentare. Per questo il partito ha subito una scissione burocratica e opportunistica di parte rilevante dei suoi gruppi dirigenti e della sua rappresentanza istituzionale, attratta irresistibilmente dal centrosinistra e dalle classi dominanti che lo sostengono.
Il congresso chiama innanzitutto l’insieme del partito, al di là delle differenze politiche interne, a reagire unitariamente con tutte le proprie forze all’offensiva avversaria e a rilanciare la presenza e la lotta dei comunisti.
Ma il rilancio del partito e della sua iniziativa deve accompagnarsi, tanto più ora, ad una riflessione vera e profonda sul bilancio di questi anni e sul nostro futuro.

Dobbiamo riconoscere, alla luce dell’esperienza, e per spirito di verità, che il sostegno accordato per due anni al governo Prodi ha rappresentato per il nostro partito un grave errore. La tesi di un centrosinistra permeabile alle ragioni sociali dei lavoratori e dei comunisti si è rivelata infondata. La strategia del compromesso sociale riformatore (come fu definita dal precedente congresso) con le classi dominanti e il loro personale politico ha conosciuto una smentita profonda. 
E’ un fatto: mentre il Prc, in due anni, non ha realizzato un solo obiettivo del programma proposto per i primi 100 giorni della legislatura, il governo ha realizzato, col nostro voto determinante, il programma generale dei banchieri e delle grandi famiglie del capitalismo italiano. E infatti, dopo due anni, la borghesia italiana risulta incomparabilmente più forte, il movimento operaio e le classi subalterne profondamente più deboli, disgregate, demoralizzate. E alla lunga il nostro stesso partito ha finito col subire sulla propria pelle i contraccolpi del sostegno al governo esponendosi prima a un logoramento e poi alla scissione: l’inqualificabile scissione di quella parte del gruppo dirigente che, dopo anni di sostegno a finanziarie di “lacrime e sangue”, ha finito con lo scegliere il governo contro il proprio partito.
Proprio da questo bilancio generale, e non solo dai tratti dell’ultima finanziaria, discende la giustezza della nostra ricollocazione all’opposizione, con i positivi effetti di rivitalizzazione che essa ha generato sul partito. Ma il ritorno all’opposizione, pur necessario, non è sufficiente. Dal bilancio di verità del corso politico passato occorre trarre un’indicazione nuova e di svolta per il futuro: un’indicazione nuova, politica e strategica, che assumendo fino in fondo le lezioni dell’esperienza, eviti il suo possibile ripetersi.

L’esperienza che abbiamo vissuto ha indicato la vera natura del centrosinistra, quale formula scelta dal grande capitale per imporre “pacificamente” alle masse la propria politica di austerità e sacrifici entro la cornice del patto sociale. Il nuovo governo D’Alema-Cossiga, che pur modifica forme ed equilibri del centrosinistra, prosegue e rafforza l’ispirazione di classe del governo Prodi. 
L’opposizione nostra al centrosinistra e al nuovo governo non può essere allora un’opposizione cosiddetta “costruttiva”, e comunque proiettata a riaprire il varco in prospettiva a un nuovo negoziato di governo, per un “equilibrio più avanzato”.
Né può combinarsi col nostro sostegno a quei governi locali di centrosinistra, in particolare nelle Regioni e nelle grandi città, che oggi gestiscono le finanziarie nazionali e sono sempre più interni alla concertazione. 
La nostra opposizione al governo di centrosinistra dev’essere reale, radicale, coerente, in quanto opposizione di classe alle classi dominanti che lo sostengono. Dev’essere dunque un’opposizione a D’Alema così come ai Rutelli, ai Castellani, ai Cacciari. Dev’essere un’opposizione tesa a rilanciare contro il governo e il blocco sociale dominante un movimento di massa dei lavoratori, delle lavoratrici, delle masse oppresse e sfruttate, in un duro e difficile lavoro di ricomposizione unitaria di un blocco sociale alternativo per un ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi. Dev’essere per questo un’opposizione radicale agli stessi apparati burocratici del sindacato quali vere e proprie agenzie della borghesia italiana tra le masse, fuori da ogni illusione di loro condizionamento.

Lungi dall’alimentare tra le masse l’illusione di un possibile centrosinistra dall’equilibrio più avanzato, dobbiamo liberare le masse da ogni illusione verso il centrosinistra, ricostruendo le ragioni di una loro indipendenza di classe: per quel ribaltamento dei rapporti di forza a sinistra tra comunisti e Ds che è condizione decisiva per una nuova prospettiva del movimento operaio italiano.

L’esperienza vissuta ci indica parallelamente la necessità di un nuovo indirizzo strategico e programmatico del nostro partito, entro una riflessione ampia e profonda sulla svolta d’epoca del nostro tempo.
Il fallimento obiettivo del compromesso sociale riformatore col governo Prodi e col centrosinistra non ha un significato occasionale ma di fondo. Ciò che abbiamo verificato, in una drammatica esperienza collettiva, è il carattere obiettivamente utopico e illusorio di un’ipotesi riformistica sullo sfondo della crisi strutturale del capitalismo mondiale, della nuova selvaggia competizione tra i blocchi imperialistici, delle implicazioni strutturali dell’integrazione imperialistica dell’Europa. Non a caso la stessa ispirazione keynesiana di Lafontaine e di Jospin, nel cuore dell’Europa si sta risolvendo nella gestione temperata delle politiche di rigore, flessibilità, privatizzazione, entro quei parametri di Maastricht che le socialdemocrazie europee continuano a sostenere nell’interesse delle proprie borghesie: spesso incontrando, come in Francia, le prime importanti reazioni di massa.
Il nostro partito non può dunque indicare nelle socialdemocrazie europee né un modello di riferimento né la riprova della praticabilità del riformismo o di un “equilibrio più avanzato” del centrosinistra italiano. Non può riproporre l’illusione di “un’alternativa di società” come pura alternativa al liberismo, separata e distinta da un’alternativa anticapitalistica. Deve invece trarre una conclusione di segno opposto: la necessità di ricercare una risposta alternativa, strategica e programmatica, alla crisi del capitalismo e di un riformismo senza riforme. Una risposta che leghi, nell’azione quotidiana, i concreti obiettivi immediati di lotta alla prospettiva dell’alternativa di sistema. Una risposta anticapitalistica e comunista.

La radicalità dell’alternativa anticapitalistica non nasce dunque da un imperativo ideologico astratto: ma dalla radicalità di una crisi sociale e di civiltà che la crisi capitalistica trascina con sé sull’intero pianeta. In un mondo in cui più di 3 miliardi di persone vivono con meno di tremila lire al giorno, mentre le tre persone più ricche concentrano nelle proprie mani la somma del Prodotto interno lordo dei 48 paesi più poveri, le illusioni riformiste rivelano la loro totale inconsistenza.
Il comunismo moderno non è nato per porre rattoppi - oltretutto illusori - all’ordine esistente. E’ nato per costruire un ordine nuovo della società umana.
Questa finalità di fondo va rilanciata con forza recuperando l’ispirazione rivoluzionaria del marxismo e al tempo stesso attualizzandone e aggiornandone l’applicazione, sulla base di una riflessione autentica sull’esperienza del comunismo di questo secolo e di un’analisi concreta e puntuale delle nuove emergenze del nostro tempo.
E’ questo il senso, oggi, della stessa rifondazione comunista.
Il IV Congresso deve avviare finalmente questa ricerca di fondo, evitando l’ennesimo rinvio in nome del “primato della politica”: per i comunisti la politica non può essere separata dai fini generali che perseguono, e proprio l’eterno rinvio della definizione dei fini programmatici ha prodotto grandi guasti sulla nostra politica e sul nostro partito.

Al contempo, questa svolta di linea e di ispirazione strategica deve accompagnarsi ad una riforma profonda della vita e del modo di essere del partito. Non deve più ripetersi la drammatica divaricazione fra Rifondazione e i suoi eletti che per due volte in pochi anni ha drasticamente ridotto la rappresentanza dei comunisti nelle istituzioni ed ha esposto la stessa vita del partito a gravissimi rischi. Va superata ogni forma di burocratismo e di penalizzazione delle istanze inferiori ad opera di quelle superiori. Il rispetto della massima democrazia interna e anche la premessa per una più forte unità reale e non unanimistica, per la piena valorizzazione a tutti i livelli di tutte le risorse disponibili, per stimolare lo sforzo comune per costruire un partito più organizzato, radicato, preparato; un partito meglio in grado di svolgere la sua funzione fondamentale, quella di essere strumento collettivo della battaglia per la trasformazione rivoluzionaria dello stato di cose presenti.

1. Un bilancio di verità

Il bilancio del sostegno al governo Prodi è un atto doveroso del nostro partito. Non fare un bilancio dei nostri errori ci condannerebbe infatti a ripeterli. Il bilancio non interroga solo il passato ma il nostro futuro e la prospettiva stessa dell’alternativa. Per questo è necessario un bilancio di verità, scevro di ogni tentazione propagandistica, e invece capace di chiamare le cose con il loro nome.

1.1 Un corso politico smentito
Il III° congresso del Prc varò un corso politico nuovo che motivava il nostro ingresso nella maggioranza del governo Prodi con tre ordini di argomenti tra loro intrecciati:
a) la possibilità, a partire dalla nuova dislocazione, di condizionare in senso riformatore l’indirizzo generale del governo e del centrosinistra;
b) la funzione positiva della nostra collocazione in maggioranza come sponda di una possibile ripresa del movimento di massa e del conflitto sociale;
c) la necessità di quella collocazione ai fini del consolidamento della “vittoria democratica del 21 aprile ‘96”.
Dopo due anni è onesto riconoscere che questa impostazione politica ha registrato un sostanziale fallimento, su tutti e tre i piani indicati.

(a) Il governo Prodi ha rappresentato non solo un governo incapace di ogni “svolta riformatrice” ma un governo profondamente controriformatore in ogni articolazione della sua politica e della sua impostazione programmatica. Il programma dell’Ulivo assunse esplicitamente come proprio cardine il completamento della transizione italiana all’Europa di Maastricht e alla II Repubblica, facendo proprio il disegno di fondo del grande capitale finanziario e delle classi dominanti del Paese. Il governo Prodi ha perseguito organicamente quel programma generale, caricandosi di una funzione storica agli occhi della borghesia italiana. E proprio la borghesia italiana ha rappresentato per due anni il diretto supporto materiale di quel governo e della sua azione.
Il governo Prodi ha realizzato innanzitutto una gigantesca operazione di risanamento capitalistico del bilancio statale, la più imponente in Occidente. Ha realizzato il primato delle privatizzazioni in Europa, con particolare incidenza nei settori strategici della produzione e del sistema bancario. Ha promosso la riforma privatistica e liberistica di interi comparti della vita pubblica, come nel caso della sanità, della scuola, delle ferrovie, delle poste, delle telecomunicazioni, del commercio, e avviato la completa liberalizzazione del mercato degli affitti, con gravi conseguenze soprattutto per le masse lavoratrici. Ha realizzato un salto impressionante delle politiche di flessibilizzazione della forza lavoro (v. pacchetto Treu), oggi, per ammissione generale, la più flessibile d’Europa. Ha varato una legislazione reazionaria sull’immigrazione in omaggio ai dettami di Schengen, basata sul primato delle espulsioni, sui centri lager, sulla campagna contro i “clandestini”. Ha inaugurato una nuova politica estera attenta ad espandere gli interessi e le posizioni strategiche dell’imperialismo italiano nello scacchiere dei Balcani in Medioriente, in America Latina.
Questo programma generale ha prodotto, in due anni conseguenze sociali devastanti. Mentre i profitti padronali hanno conosciuto un’ascesa straordinaria conseguendo il record decennale nel ‘97, il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi ha proseguito la propria caduta; la disoccupazione di massa, il precariato, la povertà hanno raggiunto nuove drammatiche vette; il Mezzogiorno d’Italia, in particolare, non solo ha conosciuto un nuovo impoverimento ma ha accresciuto la propria dipendenza strutturale dai grandi monopoli italiani ed europei sotto il peso di politiche neocolonialiste.

(b) Questa politica controriformatrice si è combinata con una straordinaria pace sociale. I livelli di combattività sociale, sullo sfondo del governo Prodi, hanno conosciuto il punto più basso dell’intero dopoguerra: il volume degli scioperi, in particolare, ha registrato il livello minimo dalla caduta del fascismo. Il quadro di concertazione garantito in primo luogo dal Ds e dagli apparati sindacali, ha inibito le capacità di reazione della classe operaia. E la passività della classe lavoratrice a fronte dell’arretramento ulteriore della sua condizione materiale ha privato ogni altro settore di massa di un riferimento unificante ed egemone. Così, dopo due anni, nei luoghi di lavoro, nel territorio, nella società italiana, i rapporti di forza tra le classi hanno conosciuto un’ulteriore pesante involuzione a vantaggio del blocco dominante. Più ancora dell’imponenza delle misure realizzate a favore dei profitti, questo ha rappresentato il principale successo strategico del governo. 

(c) La politica sociale del governo entro il quadro della pace sociale ha consentito il consolidamento complessivo delle destre e del loro blocco di riferimento, oggi potenzialmente maggioritario. Il centrodestra ha potuto beneficiare per due anni sia del proprio monopolio dell’opposizione (che spesso peraltro mascherava ripetute convergenze consociative con l’Ulivo), sia della legittimazione e rincorsa di umori reazionari da parte del governo (v. immigrazione, riforme istituzionali e difesa dell’esercito sul caso Somalia), sia gli effetti di passivizzazione e spoliticizzazione ulteriore a livello di massa indotti dal quadro generale. Tutto questo ha consentito alle destre una pericolosa sintonia con il senso comune diffuso di ampi settori di massa, ben al di là del loro bacino elettorale, unito allo sviluppo di una più ampia base militante e capacità di mobilitazione. 

Il IV Congresso riconosce dunque l’evidenza: il sostegno del Prc al governo Prodi ha mancato obiettivamente gli scopi dichiarati.

1.2 Il nostro voto al programma di Maastricht
Tuttavia l’aspetto davvero più grave non è dato dal mancato conseguimento degli obiettivi nostri; è dato dal nostro sostegno determinante, per due anni, agli obiettivi opposti del governo di centrosinistra.
Il nostro voto alle leggi finanziarie del governo nel ‘96 e nel ‘97, al pacchetto Treu, alle privatizzazioni, alla rottamazione, alla riforma delle aliquote Irpef, alle leggi razzistiche sull’immigrazione ha rappresentato qualcosa di più di un errore: ha costituito un sostegno al cuore del programma strategico della borghesia italiana, contribuendo a un rafforzamento decisivo delle sue posizioni di forza. 
Il nostro partito si era presentato alle elezioni del ‘96 con un “Programma dei 100 giorni” segnato da un assunto centrale e testuale: ´Ci opporremo con ogni mezzo a leggi o provvedimenti legati ai parametri di Maastricht. Per due anni abbiamo capovolto esattamente questo impegno. Certo, il Prc ha negoziato e contrattato, talora anche duramente, col governo. Ma ha negoziato il programma del governo, forme, tempi, misure della sua realizzazione, non il proprio programma. Né realisticamente poteva entro le compatibilità politiche e sociali di una maggioranza segnata dagli interessi della borghesia italiana.
In questo quadro aver spesso esaltato gli accordi stipulati col governo, come nel caso della Finanziaria del ‘96 (“Una finanziaria di svolta”) o del pacchetto Treu (“sbloccata la politica per l’occupazione”) o della finanziaria del ‘97 (“spostamento a sinistra dell’asse politico e programmatico del governo”) ha rappresentato un fatto profondamente negativo: nello stesso rapporto di verità col partito e con le masse. Tanto più oggi è un grave errore continuare a rivendicare il “contributo positivo” del Prc al conseguimento dell’Euro come titolo morale per chiedere la “svolta riformatrice”: nella costituzione materiale dell’attuale Europa imperialistica proprio il perseguimento della moneta unica ha dettato strutturalmente le politiche liberiste e i relativi sacrifici. 
E l’esperienza ci ha confermato una volta di più che proprio la logica dei due tempi (prima i sacrifici, poi le riforme) va respinta dai comunisti, non rivendicata.

1.3 Il nostro contributo alla pace sociale
Il nostro sostegno al centrosinistra e alle sue politiche ha coinvolto il Prc, obiettivamente, nel quadro della concertazione, ossia nel quadro di consolidamento della pace sociale. Certo: impugnando, all’interno della maggioranza, le “ragioni” simboliche dei lavoratori, abbiamo per un certo periodo suscitato attenzione e simpatia in reali settori di massa che, sfiduciati nella propria forza, erano portati ad affidarsi alla nostra presenza come fattore di “garanzia”. Ma abbiamo con ciò favorito un affidamento passivo, non una dinamica di mobilitazione. Abbiamo anzi favorito illusioni sul governo e sul nostro stesso ruolo nella maggioranza, non una presa di coscienza sulla natura di classe dell’esecutivo: col risultato oltretutto di esporci all’effetto di ritorno della prevedibile delusione. Per tutto questo abbiamo contribuito obiettivamente, per due anni, al di là delle nostre intenzioni, alla pace sociale in Italia e, con essa, all’ulteriore pesante involuzione dei rapporti di forza tra le classi. 

2. Per un nuovo corso politico

Proprio dal bilancio chiaro e onesto del fallimento obiettivo del corso politico precedente dobbiamo trarre l’indicazione di una svolta reale di linea politica e di prospettiva. Perché ciò che è accaduto non possa ripetersi più.
La rottura consumatasi col governo Prodi non può assumere un respiro contingente ma di fondo. 
Non può essere motivata solamente in base ai caratteri dell’ultima finanziaria, del tutto analoghi alle finanziarie precedenti, ma in base a un bilancio complessivo del centrosinistra e della maggioranza del 21 aprile. Non può essere motivata e vissuta come registrazione di un compromesso mancato, ma come nostra rottura con la politica del compromesso, per l’oggi e per il domani. 
Non può essere “un passo indietro” oggi per farne due avanti domani, lungo il medesimo cammino: dev’essere l’avvio di un altro cammino, di un altro corso politico.

2.1 Imperialismo italiano e II Repubblica
Il capitalismo italiano ha conseguito da molto tempo una sua maturità imperialistica. Non solo non rappresenta più un “capitalismo straccione” ma partecipa al consesso dei paesi dominanti su scala mondiale e quindi alla spartizione di materie prime, zone di influenza, aree di dominio e di oppressione sui paesi dipendenti. In questo quadro le pressioni della crisi capitalistica internazionale, il crollo dell’Urss, lo sviluppo del polo imperialistico europeo hanno esercitato un effetto decisivo sulla crisi della I Repubblica e sulla svolta storica in atto in Italia, a partire dal ‘92. Da un lato, la crisi capitalistica internazionale e il forte rilancio, in condizioni nuove, delle contraddizioni interimperialistiche hanno indotto l’imperialismo italiano ad affrontare il fardello strutturale dei propri “ritardi” e “distorsioni”. Dall’altro lato, il crollo dell’Urss ha dissolto, parallelamente, il vero fondamento storico della discriminazione borghese verso il vecchio gruppo dirigente del Pci in ordine al suo possibile accesso al governo: perciò stesso ha consentito al capitale finanziario un distacco dalle proprie vecchie rappresentanze della I Repubblica (il vecchio blocco assistenziale Dc-Psi), precipitate negli scandali e abbandonate al loro destino, e l’avvio di una profonda ricomposizione della propria rappresentanza e degli stessi assetti istituzionali.
E’ questa la cornice della transizione italiana che ha dominato la vicenda degli anni Novanta, sullo sfondo delle sconfitte della classe operaia. Un processo complesso che non risponde a pianificazioni lineari, ma nel quale sono ben individuabili gli assi strategici portanti e le loro basi di classe.

1) Sul piano economico la grande borghesia ha esteso e consolidato, in misura rilevante, le proprie basi materiali. Il processo di privatizzazione di settori strategici dell’economia come il credito, l’energia e le telecomunicazioni, l’apertura privatistica del sistema pensionistico, la ristrutturazione e concentrazione del sistema del credito, concorrono ad allargare la base del capitale finanziario, con l’ulteriore rafforzamento del peso specifico dei grandi monopoli, a partire dalla Fiat, principali beneficiari delle privatizzazioni (v. caso Telecom). Alla vigilia della “moneta unica” europea l’imperialismo italiano si presenta dunque con un peso strutturale sensibilmente accresciuto, cui corrisponde, non a caso, un’accresciuta proiezione nella politica estera. Una attività diplomatica alle dirette dipendenze dei grandi monopoli, ma anche di una media industria diffusa e rapace, entrambi interessati non solo e non tanto all’allargamento delle esportazioni ma ad un nuovo massiccio investimento imperialistico favorito dai vasti processi di privatizzazione in corso negli stessi paesi dipendenti su commissione del Fmi.

2) Parallelamente, la borghesia italiana ha il problema di governare l’impatto sociale delle politiche indotte dal suo ulteriore salto imperialistico e dall’”integrazione europea”. L’impoverimento materiale e la frammentazione di vasti settori di classe; l’allargamento di una disoccupazione strutturale e del lavoro precario; le dinamiche di proletarizzazione di strati inferiori della piccola borghesia; il precipitare delle condizioni sociali di vaste masse del Mezzogiorno; configurano, agli occhi della borghesia, la massa critica potenziale di una pericolosa esplosione sociale. Peraltro la divaricazione che investe la piccola e media borghesia nel quadro dell’integrazione europea, con l’emergere soprattutto al Nord-Est di un suo strato superiore arricchito, autonomistico e corporativo, produce elementi di contraddizione nuova nello stesso blocco sociale dominante.

2.2 Il centro sinistra, formula privilegiata della grande borghesia
Alle proprie necessità di classe la borghesia risponde con un’azione strategica dislocata su piani diversi ma complementari: 
a) la riorganizzazione dello Stato, in funzione di un più stabile assetto istituzionale antioperaio e antipopolare; 
b) Il bipolarismo politico in funzione della stabilità di governo e della compressione delle rappresentanze autonome delle classi subalterne; 
c) il centrosinistra quale formula di governo. 
Entro la scelta bipolare, il centrosinistra si configura come riferimento privilegiato delle grandi famiglie capitalistiche e più in generale del capitale finanziario. Il personale politico di centrosinistra seppur diversamente organizzato era già riferimento essenziale della borghesia italiana nel ‘92 e nel ‘93 allorché i governi Amato e Ciampi iniziarono la “transizione” italiana. La sconfitta del polo dei progressisti e la vittoria delle destre nel 94 rappresentò un momento di contraddizione che indusse la borghesia per un breve periodo a verificare sul campo la carta Berlusconi. Ma anche in quel breve passaggio il rapporto del capitale finanziario con le destre fu di utilizzo strumentare, non di riferimento strategico (“Se Berlusconi vince, vince per tutti; se perde, perde da solo”, dichiarò Agnelli). E proprio la sconfitta strategica del governo Berlusconi - rivelatosi incapace di gestire sia una concertazione stabile, sia uno scontro risolutivo vincente - ha riattivato l’investimento borghese nel centrosinistra: prima nell’Ulivo e nel governo Prodi, ora nel nuovo governo D’Alema. 
La scelta politica del centrosinistra da parte della grande borghesia non ha certo valore definitivo o ideologico, ma neppure carattere contingente, bensì una valenza strategica di fase. 
a) Il personale politico del centrosinistra è un personale sperimentato con solide radici nell’apparato dello Stato e nella tecnocrazia borghese, spesso selezionato dagli stessi ambienti del capitale finanziario, conosciuto dalla diplomazia borghese europea e internazionale. 
b) La composizione politica e le radici sociali del centrosinistra sono funzionali alla strategia della concertazione, ossia alla pacifica subordinazione del movimento operaio alle compatibilità della crisi capitalistica, dell’integrazione europea, della transizione alla II Repubblica, attraverso la collaborazione stabile e istituzionalizzata con le sue burocrazie dirigenti. 
c) La coalizione di centrodestra, dopo la caduta del governo Berlusconi ha visto acuirsi profondamente le proprie contraddizioni. Forza Italia ha conosciuto e conosce una crisi irrisolta determinata ad un tempo dall’appannamento sensibile della sua leadership, dal permanente condizionamento degli interessi aziendali della Fininvest, dall’impasse della sua politica di alleanze (dopo la rottura con la Lega). La lotta apertasi per l’egemonia nel Polo ha a sua volta moltiplicato i fattori di difficoltà della coalizione alimentando spinte centrifughe e trasformistiche senza peraltro configurare una alternativa di direzione a Forza Italia. E tali difficoltà, a loro volta, hanno favorito l’ulteriore consolidamento del rapporto privilegiato tra centrosinistra e blocco sociale dominante. 

2.3 L’apparato Ds, come agenzia delle classi dominanti nel movimento operaio
I Democratici di sinistra sono l’architrave del centrosinistra, il tassello strategico del suo disegno. Il loro apparato è oggi il mezzo di arruolamento nel centrosinistra di una parte importante delle masse lavoratrici in funzione di una loro integrazione subalterna nel blocco con la borghesia.
La cultura di riferimento della larga maggioranza del gruppo dirigente dei Ds ha conosciuto una deriva liberale, segnata dal distacco per molti aspetti dalla stessa tradizione riformista della socialdemocrazia. Si tratta peraltro del riflesso italiano dell’evoluzione liberaleggiante di parte importante della socialdemocrazia europea.
Ma i Ds non sono solamente un insieme di culture, programmi e politiche. L’apparato burocratico dei Ds, nell’insieme della sua espressione politica e sindacale, è il principale strumento di controllo della classe operaia e delle sue potenzialità di conflitto. Il radicamento sociale dei Ds presso le masse politicamente attive è esattamente funzionale a tale scopo. E tale controllo sulla classe lavoratrice resta il fattore di perdurante diversità tra i Ds e un partito liberale tradizionale. Peraltro proprio per questo l’apparato Ds è utile alla borghesia e indispensabile al centrosinistra: è individuato come unico possibile garante, tra le masse, di una politica concordata di sacrifici e restrizioni. Simmetricamente è questa la stessa dote contrattuale che i Ds portano alle classi dominanti e al loro Stato per ottenerne il riconoscimento politico ed accrescere il peso del proprio apparato burocratico nel sistema borghese. 

2.4 L’esecutivo D’Alema, governo del grande capitale
Il governo D’Alema rappresenta il punto d’incontro più avanzato negli anni Novanta delle strategie convergenti del capitale finanziario e della burocrazia dirigente dei Ds. Esso non costituisce affatto l’espressione di una “Grosse Koalition”, ossia di un’alleanza tra forze di centrosinistra e forze di centrodestra, diversa e alternativa al centrosinistra. Rappresenta, al contrario, l’espressione più nitida del centrosinistra e della sua strategia, come tale salutata dal grande capitale.
Sarebbe un errore attribuire l’apertura di credito della borghesia al governo alla presenza in esso dell’Udr di Cossiga. La presenza dell’Udr nell’esecutivo ha certo un significato importante nella dinamica di ricomposizione degli assetti del centrosinistra. Rafforza il versante di “centro” della coalizione, condiziona ulteriormente a destra, su alcuni terreni specifici, la politica del centrosinistra, crea un quadro di governo più omogeneo sotto il profilo programmatico. Ma non è l’Udr di Cossiga il referente centrale della borghesia italiana, né la ragione essenziale del suo sostegno al governo. Il capitale finanziario sostiene attivamente questo governo per altre prioritarie ragioni di classe:
a) Il governo D’Alema segna una rassicurante continuità di fondo, politica e programmatica col governo Prodi. Una continuità materializzata dalla legge finanziaria e più in generale dal proseguo delle politiche di risanamento, flessibilità, privatizzazioni, con nuovo travaso di imponenti ricchezze nelle mani del grande capitale. Le scelte del governo in ordine alla liberalizzazione-privatizzazione dell’Enel, alla legislazione sugli straordinari, alla scuola, alla soppressione dell’equo canone (purtroppo votata anche dal nostro partito!), segnano peraltro un significativo rafforzamento, nella continuità, della politica borghese del centrosinistra. Il quale, libero dalla necessità di negoziare il proprio programma col nostro partito, può procedere sulla medesima strada con maggiore linearità.
b) La composizione ministeriale dell’esecutivo dà al programma del governo una particolare “credibilità”. La conferma dei ministri economici del governo Prodi, il valore aggiunto di un nuovo ministro del lavoro (Bassolino) che ha fatto della propria giunta napoletana un laboratorio avanzato delle politiche di concertazione; il ritorno ministeriale di Giuliano Amato, già sperimentato sul campo come ariete di sfondamento contro le pensioni; rappresentano un elemento importante dell’apprezzamento borghese. Ma è soprattutto la figura e il ruolo di Massimo D’Alema ad incarnare, entro la formula del centrosinistra, le aspettative della borghesia: il leader della socialdemocrazia italiana, proprio in quanto riferimento maggioritario del movimento operaio, si presenta come il capo di governo più idoneo a garantire la continuità della pace sociale.
c) Proprio la ridefinizione e il rilancio del patto sociale è il promettente biglietto d’esordio del nuovo governo. La concertazione viene estesa ai sindaci sia come terminali politici sia come rappresentanti di interessi locali in forte crescita (v. municipalizzate); viene estesa al cosiddetto “terzo settore” (non profit) e cioè a quel coacervo di ben robusti interessi che è cresciuto all’ombra della demolizione dello stato sociale e ambisce da tempo ad un maggior peso politico ed economico; viene estesa più direttamente che in passato al variegato mondo delle corporazioni piccole medio borghesi, prodighe infatti di elogi inediti verso il centrosinistra. La socialdemocrazia mira dunque ad assicurare all’imperialismo italiano una più solida base sociale di supporto entro il sistema di coinvolgimento di una più ampia platea di soggetti. E’ il terreno su cui il governo ottiene il pieno coinvolgimento della Cisl e la subordinazione completa, sempre più netta, della burocrazia Cgil.

Tutto questo non significa naturalmente che il nuovo quadro politico sia privo di contraddizioni. Al contrario: la convivenza di due disegni divaricati sul terreno della rifondazione bipolare (tra Ds e Udr), la penalizzazione dell’area ulivista, le nuove difficoltà del Ppi nella stretta tra Prodi e Udr possono agire come fattore di instabilità: sia sul terreno accidentato della riforma elettorale ed istituzionale, sia in occasione della prossima elezione del Presidente della Repubblica. Ma, ciò nonostante, il governo D’Alema è uno dei governi più autorevoli degli ultimi venti anni agli occhi della borghesia italiana. Parte col sostegno di tutte le forze che “contano “ all’interno del blocco dominante: le stesse forze che hanno sostenuto Prodi e che oggi pensano di poter procedere sulla stessa via, con la stessa formula di centrosinistra (sia pure rifondata) ma con un esecutivo più robusto, più inserito in un quadro politico omogeneo a livello continentale, entro rapporti di forza sociali e politici più favorevoli cui il governo Prodi e la maggioranza del 21 aprile hanno spianato la strada.

2.5 Il Prc alternativo al centrosinistra come polo autonomo di classe
S’impone dunque un nuovo asse politico e strategico del Prc. Il nostro rapporto col centrosinistra non può limitarsi alla difesa di una nostra “autonomia”, spendibile indifferentemente “al governo o all’opposizione”. Deve tradursi in una scelta chiara e coerente di alternativa al centrosinistra e ai suoi governi, sulla base di una diversa e opposta rappresentanza di classe: a fronte dell’alternanza bipolare della II Repubblica tra un centrodestra reazionario a base prevalente piccolo borghese e un centrosinistra liberale, confindustriale e concertativo, il Prc deve presentarsi e costruirsi come il polo autonomo della classe lavoratrice e di un altro blocco sociale. 

Il Prc non è quindi semplicemente distinto dal centrosinistra ma alternativo e contrapposto ad esso, perché alternativo e contrapposto al blocco dominante che lo sostiene e alla soluzione concertativa che lo ispira: per i comunisti infatti le scelte politico-istituzionali debbono riflettere coerentemente gli interessi del proprio blocco sociale. 
Ciò non preclude ovviamente la duttilità della tattica, né tanto meno significa un disimpegno dei comunisti nella battaglia contro la destra. Ma la battaglia contro la destra non può essere separata dalla battaglia di classe e anticapitalistica decisiva anche per arginare la reazione e scomporre il suo blocco sociale. Per questo essa esclude un’alleanza politica del Prc con il liberalismo borghese.

Il IV Congresso rivede radicalmente in questo quadro, la cosiddetta politica della “desistenza”. Accordi specifici puramente tecnici, sul terreno elettorale (comunque escludenti le forze borghesi del centro), possono a certe condizioni rivelarsi utili sia per battere candidati reazionari, sia per ampliare la superficie di dialogo con la base popolare del centrosinistra ed in particolare dei Ds. Ma ciò che da ora dovrà essere escluso è ogni tipo di patto politico-elettorale col centrosinistra, che direttamente o indirettamente vincoli il Prc a sostenere politicamente il centrosinistra e i suoi governi. 

2.6 Per un’opposizione di classe al governo D’Alema, oggi e domani
L’alternatività di classe del Prc al centrosinistra trova oggi la sua traduzione naturale nell’opposizione al governo D’Alema.
Questa opposizione deve essere chiara nella sua ispirazione e nelle sue finalità. Un’opposizione cosiddetta “costruttiva”, comunque finalizzata a creare le condizioni di un nuovo negoziato di governo col centrosinistra in nome di “un suo equilibrio più avanzato” rappresenterebbe un equivoco di fondo. Se il centrosinistra è l’espressione organica degli interessi e della strategia del grande capitale, l’obiettivo dei comunisti non può essere quello (illusorio) di “spostarlo a sinistra”, né quello di favorire lo sfilamento dell’Udr per sostituirla domani con la propria presenza in una maggioranza di centrosinistra rinegoziata. Rappresentare oggi il governo D’Alema come “grande coalizione” per salutare un domani il nostro ritorno in maggioranza come “svolta” e rilancio di un centrosinistra “riformatore”, significherebbe peraltro un inganno obiettivo del partito e dei lavoratori.

Questa impostazione va radicalmente rettificata. Lungi dall’alimentare tra le masse l’illusione di poter influenzare il centrosinistra, i comunisti debbono lavorare per liberare le masse dall’influenza del centrosinistra, assumendo come asse generale dell’intervento di massa la riconquista dell’indipendenza di classe del movimento operaio dal centrosinistra borghese. Naturalmente l’opposizione comunista può e deve saper incunearsi nelle contraddizioni del fronte avversario: ma la contraddizione centrale su cui lavorare non è quella di vertice tra Ds e Cossiga, per creare il varco di un nostro reinserimento in maggioranza, bensì quella tra la politica borghese del governo e la base di massa dei Ds al fine di costruire tra le masse la nostra egemonia alternativa.

2.7 Oltre la concezione delle “due sinistre”, per aprire la sfida dell’egemonia
In questo quadro l’opposizione al governo D’Alema è chiamata a superare la concezione politica delle “due sinistre”. L’apparato Ds e il Prc, infatti, non possono essere visti solamente come soggetti distinti: sono la rappresentanza politica di progetti strategici tra loro alternativi, al servizio di opposte classi sociali. Tanto è vero che uno degli obiettivi dei vertici Ds è quello di annullare la presenza di una forza comunista autonoma alla propria sinistra o attraverso una corresponsabilizzazione alla propria politica di governo o attraverso una soluzione elettorale-istituzionale. 

L’obiettivo storico nostro dev’essere, all’opposto, quello di dissolvere l’influenza maggioritaria dei Ds sulle masse lavoratrici e, per questa via, realizzare la conquista progressiva delle masse politicamente attive a un diverso progetto politico. La costituzione del governo D’Alema con la massima esposizione dell’apparato Ds nella gestione della politica confindustriale, libera il più grande spazio di rappresentanza sociale e politica alla sinistra dei Ds Le condizioni potenziali di una battaglia per l’egemonia a sinistra sono dunque, per alcuni aspetti, più avanzate di ieri. All’interno delle lotte, sulla base delle rivendicazioni di classe e con le dovute articolazioni tattiche, la politica del partito dev’essere indirizzata a dimostrare alle masse, la vera natura dell’apparato Ds, la sua irriformabilità, il carattere illusorio di ogni ipotesi di suo “recupero”. Le sfide unitarie ai vertici dei Ds - che, a certe condizioni, possono rivelarsi tatticamente opportune - vanno comunque subordinate a questo obiettivo strategico.
Nella consapevolezza che la costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio è condizione decisiva sia per procedere alla ricomposizione di un blocco sociale alternativo, sia per affermare in prospettiva una alternativa anticapitalistica.

A sua volta questa politica di egemonia richiede la nettezza e la coerenza dell’opposizione comunista, sia sul versante istituzionale sia nell’intervento sociale.

2.8 Per un’opposizione del Prc verso i governi locali, a partire dalle regioni e dalle grandi città
La prima implicazione di questa nuova impostazione è un nuovo orientamento del nostro partito verso i governi locali di centrosinistra. La politica borghese di centrosinistra non si sviluppa solo a livello nazionale ma si estrinseca anche a livello locale dove anzi a volte trova dei laboratori avanzati di sperimentazione. Ed oggi la nuova estensione formale della concertazione nazionale alle rappresentanze di governo dei principali enti locali rafforza ulteriormente il legame politico e di classe tra il quadro nazionale e quello locale.
L’opposizione comunista al centrosinistra nazionale non può dunque combinarsi con un sostegno del Prc alle sue espressioni locali. In particolare va rivista la nostra partecipazione o sostegno ai governi di centrosinistra nelle Regioni e nelle grandi città. Il Prc non può infatti opporsi alle finanziarie nazionali e negoziare le implicazioni locali di quelle finanziarie (tagli, privatizzazioni, svendita del territorio); non può opporsi alla concertazione nazionale e continuare a sostenere quei grandi sindaci come Rutelli, Castellani, Pericu, Cacciari, Bassolino che sono a tutti gli effetti, tanto più oggi, partecipi e protagonisti di quella concertazione. 
Peraltro ripetute e recenti esperienze, in particolare nelle grandi città (Roma, Napoli, Genova), hanno dimostrato che il sostegno alle giunte di centrosinistra espone il nostro partito al logoramento dei suoi legami di massa e, talora, al conflitto aperto con articolazioni importanti del blocco sociale alternativo. 
Occorre dunque una svolta che registri una coerenza tra collocazione di classe e scelte politico-istituzionali del Prc. Il rilancio dell’opposizione di classe al governo D’Alema, il lavoro di ricomposizione del blocco sociale alternativo e del movimento di massa contro governo e padronato richiedono una ricollocazione dei comunisti all’opposizione anche sul piano locale a partire dalle regioni e dalle grandi città. 
Diversa è ovviamente la situazione in cui i comunisti fossero parte essenziale di giunte locali che si pongono realmente sul terreno dell’alternativa: ove diventa fondamentale un’azione di opposizione al governo nazionale fortemente legata agli interessi di classe, fuori da ogni falsa neutralità istituzionale. 
Le scelte elettorali del partito sul piano locale sono dunque subordinate a questo nuovo orientamento. Non escludono comportamenti tattici che possono favorire una più amplia influenza politica dei comunisti presso la base di massa dei Ds in condizioni di piena indipendenza politica. Escludono compromessi che rimuovano l’indipendenza politica dei comunisti come forza alternativa al centrosinistra e ai suoi governi.

2.9 Per un’azione di rilancio del movimento di massa in una logica nuova di egemonia
L’implicazione decisiva del nuovo corso politico riguarda il lavoro di ricostruzione dell’opposizione sociale e di massa al governo.
Il Prc non può fare dell’opposizione la semplice difesa delle “ragioni” dei lavoratori se non al prezzo dell’occupazione di un puro spazio d’immagine (peraltro oggi assai più problematico) a fini elettorali e istituzionali. L’opposizione di classe al centrosinistra richiede un salto importante di elaborazione e iniziativa: l’assunzione di una nuova proposta di fase per il rilancio del movimento di massa contro il governo in una logica nuova di radicamento sociale, lotta per l’egemonia, ricomposizione del blocco alternativo.
Essenziale è la concezione e la pratica della lotta per l’egemonia. Essa non significa imposizione o autoimposizione del partito sulle masse e sui movimenti, di cui va rispettata, com’è ovvio, la piena autonomia organizzativa. Significa invece che il nostro partito lavora e interviene tra le masse e nei movimenti non limitandosi ad un’azione di evocazione, solidarietà e sostegno, ma con proprie proposte, chiare e concrete, su obiettivi, forme di lotta, forme organizzative, sbocchi politici e vertenziali, nel quadro ovviamente del proprio progetto generale di ricomposizione anticapitalista. Configurandoci per questa via come punto di riferimento e direzione alternativa delle lotte: che è condizione determinante per sottrarle al controllo dei vertici Ds e degli apparati sindacali, grandi organizzatori delle sconfitte.
La lotta per l’egemonia non è dunque una nostra necessità di affermazione di partito distinta dall’interesse generale del movimento operaio e delle masse. All’opposto, essa risponde a una necessità vitale delle grandi masse tanto più dopo le sconfitte subite e i relativi arretramenti: la necessità di un’altra direzione politica e sindacale. Senza una nuova direzione, infatti, anche i più grandi movimenti di massa finiscono con l’essere contenuti, deviati, dissolti e magari “usati” per ragioni estranee alle loro motivazioni di classe: è l’esperienza amara dell’autunno del ‘94. Senza una nuova direzione, un nuovo punto di riferimento, una nuova proposta, oggi si cronicizzano e si aggravano tutte le difficoltà esistenti sullo stesso terreno di una possibile ripresa del movimento di massa.

2.10 Preparare le condizioni del movimento, non invocarlo
Sviluppare e ricomporre un movimento di massa contro le politiche dominanti è compito complesso: tanto più dopo l’ulteriore degrado della situazione sociale degli ultimi due anni.
Ma proprio la difficoltà della situazione sociale e in essa la nostra difficoltà, richiedono una svolta chiara, di impostazione analitica e politica. 

Innanzitutto vanno respinte esplicitamente, senza equivoci, le teorie ciclicamente riemergenti in fasi di riflusso, circa il tramonto della centralità di classe. Le potenzialità di lotta della classe lavoratrice e delle masse, nonostante le sconfitte e gli arretramenti subiti, sono immense. La crisi capitalistica certo rimodella i blocchi sociali ma ripropone al contempo, su basi ancora più ampie, tutte le condizioni materiali della lotta di classe e del conflitto, nel mondo e nella stessa Europa.
I grandi processi di proletarizzazione che investono gli stessi paesi imperialisti accumulano nuove fascine sul terreno sociale. Non a caso la vicenda europea degli anni Novanta, entro una dinamica di brusche svolte, ha visto ricorrenti esplosioni sociali come nel ‘94 in Italia, nel dicembre ‘95 in Francia, nei mesi scorsi in Danimarca e in Grecia, spesso con basi di massa ancor più estese che in cicli precedenti della lotta di classe.
Le condizioni materiali di un’esplosione sociale in Italia sono dunque ben presenti nella situazione del paese. E ne sono infatti coscienti le classi dominanti che proprio per questo puntano ad un equilibrio politico (centrosinistra) e ad una strategia avvolgente (patto sociale) funzionali a prevenire e disinnescare quelle potenzialità. Il primo compito dell’opposizione comunista è allora quello di lavorare a ricostruire nel movimento operaio e tra le masse la consapevolezza e fiducia nelle proprie possibilità di resistenza e controffensiva verso le politiche dominanti, contrastando le vaste tendenze, oggi dominanti, alla demoralizzazione e al ripiegamento passivo.

Al tempo stesso l’esperienza ci mostra che un movimento di massa non decolla per decisione di partito, ma si innesca nella concretezza imprevedibile dello scontro sociale e politico di classe. 
La funzione del Prc non è allora quella di invocare il movimento o di illudersi di surrogarlo con proprie iniziative di partito. Ma è quella di lavorare pazientemente e capillarmente tra le masse per favorire le condizioni di innesco di un’ampia radicalizzazione sociale nel segno della ricomposizione di un blocco anticapitalistico.
E’ essenziale a questo fine sviluppare l’inserimento attivo del nostro partito in ogni ambito di massa, in ogni realtà di movimento, in ogni piega di conflitto per quanto limitato e parziale possa essere, assumendoci la responsabilità di nostre indicazioni e proposte in rapporto diretto con le esigenze concrete di ogni settore del proletariato e delle masse oppresse. Ma parallelamente abbiamo la necessità di lavorare in una logica unificante tesa a ricomporre l’unità di lotta dei diversi soggetti del blocco sociale alternativo contro i processi di arretramento e disgregazione.

2.11 Per una vertenza generale del mondo del lavoro e dei disoccupati
Sotto questo profilo è necessario che il nostro Partito avanzi una sua proposta rivendicativa di fase per la ricomposizione del blocco sociale. Questa proposta non può essere la somma astratta degli obiettivi programmatici del partito, né può ridursi alla pur giusta rivendicazione delle 35 ore. Deve invece rispondere alla complessa articolazione del blocco alternativo e all’esigenza di una sua riunificazione oggi: la riunificazione del lavoratore che pratica lo straordinario, del lavoratore precario e flessibile, del disoccupato e del giovane senza lavoro.
Questa esigenza di unificazione non passa per l’affidamento a una pura logica sindacale e categoriale. E non è realizzabile nel rispetto delle compatibilità del capitalismo in crisi e del “patto di stabilità”. Passa invece per lo sviluppo di una vertenza generale del mondo del lavoro, dei giovani e dei disoccupati attorno a una piattaforma comune basata interamente sulle esigenze delle classi subalterne. Nell’attuale situazione, solo una vertenza generale su una piattaforma comune, può unire le forze esistenti, sottrarle alla dinamica di frantumazione e sconfitta in ordine sparso, innescare una ripresa reale di mobilitazione e ricomposizione del fronte alternativo. Il Prc può e deve dunque avanzare apertamente questa proposta accompagnandola con gli obiettivi seguenti:
- la riduzione immediata e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario a 35 ore settimanali, senza flessibilità ed annualizzazione, senza finanziamento ai padroni e a spese dei profitti, con una drastica limitazione del lavoro straordinario;
- la trasformazione di tutti i contratti atipici e particolari in contratti a tempo pieno e indeterminato;
- un reale recupero salariale attraverso un significativo aumento uguale per tutti;
- un dignitoso salario sociale garantito ai disoccupati;
- il riconoscimento e l’estensione dei diritti sindacali a tutti i lavoratori subordinati, indipendentemente dal tipo di contratto e dalla dimensione dell’impresa.
Questa piattaforma naturalmente, può e deve essere articolata in forme diverse nei diversi luoghi sociali di intervento. Ma può costituire il punto di riferimento unificante per il lavoro di massa del partito nei movimenti di lotta, nelle organizzazioni di massa, sul territorio superando in avanti le frequenti tendenze settorialiste o localiste. Indipendentemente dai risultati immediati questo lavoro di massa per la vertenza generale, può rappresentare un lavoro preparatorio prezioso per lo sviluppo e l’orientamento del movimento futuro.

2.12 Per un’unione nazionale dei disoccupati, per il salario sociale
è importante un intervento finalizzato del partito nell’attuale movimento dei disoccupati, oggi frammentato e diviso. Va superata anche qui una logica di puro sostegno e solidarietà, o di mediazione tra movimento e istituzioni. Il Prc deve avanzare proposte precise di costruzione e indirizzo di un movimento unitario dei disoccupati come soggetto vertenziale e di lotta contro il governo. 
Intanto è essenziale una proposta di unificazione organizzativa dei disoccupati con la prospettiva di un’“Unione nazionale” democraticamente costituita e rappresentativa. Un’assemblea nazionale a Napoli delle strutture e dei comitati dei disoccupati, opportunamente preparata e costruita, può essere un primo passo in questa direzione. 
In secondo luogo è essenziale la proposta rivendicativa. Una particolare rilevanza assume in questo ambito la rivendicazione del salario sociale per i disoccupati in cerca di lavoro, come terreno unificante di mobilitazione e di lotta a partire dal Mezzogiorno. Il Prc è chiamato a superare le sue attuali preclusioni verso questa indicazione fondamentale.
E’ sbagliato contrapporre la rivendicazione del lavoro e della riduzione d’orario all’obiettivo del salario sociale, riducendo quest’ultimo alla rivendicazione di alcune agevolazioni particolari. Né si può rivendicare il cosidetto “lavoro minimo garantito” senza subordinarsi di fatto alle tendenze attuali di precarizzazione. Questa impostazione va rettificata a fondo. Nel mentre lottano per distribuire fra tutti lavoro esistente, nel mentre rivendicano il diritto al lavoro in funzione di bisogni sociali e quindi lotte e vertenze per assunzioni finalizzate, i comunisti possono e debbono rivendicare l’immediato diritto alla vita per coloro che cercano un lavoro. E’ questa una rivendicazione alternativa non al lavoro, ma al lavoro precario, alle gabbie salariali, alla flessibilità come leva di ricatto verso i lavoratori occupati e come negazione dei diritti per i giovani disoccupati. E’ una rivendicazione storica dei comunisti nelle epoche di crisi, funzionale ad organizzare e mobilitare i disoccupati, a sottrarli alle pressioni padronali, alla degradazione sociale e alla criminalità, a rafforzare la loro unità con i lavoratori e quindi la stessa lotta per il lavoro. E’ infine una rivendicazione di indipendenza del movimento operaio dalle compatibilità del capitale perché entra nella duplice contraddizione di una crisi senza sviluppo e di uno sviluppo senza occupazione. 
Nell’attuale situazione italiana ed in particolare nel Sud questa richiesta può produrre importanti contraddizioni nello stesso blocco sociale reazionario a tutto vantaggio del movimento operaio e della lotta per l’egemonia sulle grandi masse del Mezzogiorno. 

2.13 Per una coerente rifondazione sindacale
La ricollocazione del partito all’opposizione deve combinarsi con una svolta profonda della nostra politica sindacale. 
Essenziale è innanzitutto un giudizio di fondo, chiaro e inequivoco, sulla natura delle burocrazie sindacali, quali vere e proprie agenzie della classe dominante all’interno del movimento operaio. La politica di concertazione dei gruppi dirigenti confederali e segnatamente della Cgil non rappresenta semplicemente una “politica sbagliata” o un “errore burocratico”, per quanto gravi. Riflette la natura profonda degli apparati burocratici del sindacato: un “ceto politico”, e una corrispondente struttura tramite i quali il grande capitale esercita e perpetua il suo dominio di classe.
Il primo dovere del nostro partito è quindi quello di superare l’ottica sino ad ora perseguita di “spostare a sinistra l’asse della Cgil”. All’opposto il Prc è chiamato ad assumere come nuovo asse della propria politica sindacale una lotta aperta per cacciare la burocrazia dal movimento sindacale, a partire da un giudizio di “irriformabilità” delle strutture.
Ciò non esclude il lavoro dei comunisti nelle organizzazioni tradizionali e segnatamente nella Cgil. Ma certo implica il completo abbandono di ogni logica di pressione, fosse pure radicale, sulle burocrazie dirigenti, e lo sviluppo di un’aperta opposizione di classe capace di sfidare le “regole” dell’apparato sindacale e di configurarsi come riferimento autonomo per l’insieme dei lavoratori/lavoratrici.
Sotto questo profilo, si impone un bilancio onesto dell’obiettivo fallimento, in seno alla Cgil, sia dell’esperienza dell’Area programmatica dei comunisti, sia di Alternativa sindacale.
La prima ha costituito un tentativo verticistico di approntare una pura cinghia di trasmissione del Prc in Cgil, subordinata in particolare alle mutevoli scelte del gruppo dirigente del partito e alle sue esigenze tattiche nella negoziazione di governo: il sostegno attivo dell’Area Programmatica alle finanziarie del governo Prodi ne è stato un riflesso.
Ma anche il gruppo dirigente di Alternativa sindacale non ha avanzato realmente un’alternativa di classe alla politica della burocrazia: si è invece chiusa in una logica di pressione, come “minoranza congressuale” sulla base di un approccio sostanzialmente riformista allo scontro sociale in atto: un approccio che trova oggi un riflesso nell’adesione al programma del cosiddetto “Forum antiliberista”, basato su un’impostazione neokeynesiana, oggi accettata purtroppo da un’area vasta del sindacalismo di classe. Le gravi scelte sul terreno politico e di partito del gruppo dirigente di Alternativa sindacale non possono quindi essere viste come fatti contingenti ma sono, in definitiva, il frutto della sua linea politico-sindacale complessiva e dell’adattamento alla pressione dell’ambiente burocratico, che contiene il rischio di un’ulteriore involuzione.

Da questo bilancio emerge la necessità e l’urgenza di una nostra svolta nell’azione sindacale.
In Cgil è necessario lavorare allo sviluppo di un’area coerentemente e radicalmente classista, basata sui militanti comunisti ma aperta all’aggregazione di altri settori indipendenti, che si candidi all’egemonia sull’insieme della sinistra della confederazione, e si basi su un programma d’azione antiburocratico e anticapitalistico in aperta opposizione ai gruppi dirigenti: questa ricomposizione classista non può continuare ad essere paralizzata da una logica di “attesa” della sinistra Fiom (Cremaschi), ossia dell’ala sinistra della burocrazia sindacale, se non al prezzo di gravissimi guasti.
Parallelamente il Prc deve lavorare ad un collegamento costante, nell’azione, tra questa sinistra rifondata della Cgil e i compagni/e comunisti/e che sviluppano la propria azione nel sindacalismo extraconfederale: un sindacalismo che configura, com’è ovvio, un quadro d’intervento più avanzato sul terreno degli obiettivi politico-sindacali e che, tuttavia, su basi diverse, è anch’esso segnato da limiti reali, ben oltre il suo limite di influenza: quali, ad esempio, la tendenza cronica alla frammentazione.
Il Prc non può illudersi di superare “per decreto” l’attuale dislocazione dei militanti comunisti in diverse organizzazioni sindacali: è questa una realtà sancita e “legittimata” sia dall’obiettiva complessità della questione sindacale, sia dalla concreta vicenda del sindacalismo italiano, e che solo lo sviluppo della lotta di classe e l’esperienza della lotta antiburocratica potrà consentire di superare in avanti.
Il Prc può e deve invece, da subito, indicare l’asse generale di proposta e le basi programmatiche che debbono unire i militanti sindacali comunisti, siano essi collocati nel sindacato confederale o nella sinistra extraconfederale.
L’asse generale che il IV Congresso avanza è la proposta della “costituente di un sindacato classista, unitario, confederale, democratico e di massa”.
Con questa indicazione i comunisti si rivolgono all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici perché si uniscano, sulle basi più larghe, in una confederazione sindacale unitaria, fondata sulla democrazia dei lavoratori e sulla difesa dei loro autonomi interessi, in rottura con le attuali burocrazie dirigenti. Significa avanzare la prospettiva di una unità dal basso, a partire da assemblee unitarie di iscritti (e non) nei luoghi di lavoro. Significa contrapporre la prospettiva dell’unità dal basso a ipotesi di ricomposizione burocratica dall’alto del movimento sindacale su basi ancor più subalterne.
Le forme di articolazione di questa proposta generale potranno variare in rapporto allo sviluppo concreto della situazione. Ma essa assume come riferimento centrale la lotta dei comunisti per l’egemonia sulle masse politicamente e sindacalmente attive: fuori sia da una logica di autoghettizzazione su basi puramente sindacalistiche, sia da una logica di subalternità agli attuali apparati sindacali.
In questa prospettiva di lavoro comune è necessario un coordinamento dei militanti sindacali comunisti al di là delle diverse appartenenze di sigla. Un coordinamento che deve porsi da ora come ambito unificante del nostro dibattito sindacale, ai vari livelli territoriali e nei diversi settori.
Parallelamente, sulla base della proposta della “costituente”, dobbiamo lavorare al raggruppamento unitario di un settore più largo, che vada al di là dei soli militanti comunisti, costruendo, nei luoghi di lavoro, ove possibile, “comitati per la rifondazione sindacale”, che coinvolgano attivisti sindacali di diversa appartenenza, e cerchino di configurarsi come punto di riferimento per l’azione antipadronale e antiburocratica.

E’ altresì importante che il Prc lavori al rilancio del movimento dei delegati Rsu, tanto più a fronte dell’ampliamento di questa struttura. Su questo terreno va superato il passato atteggiamento di distacco del nostro partito e le incomprensioni prodottesi. Non si tratta naturalmente di negare gli attuali limiti politico-organizzativi del movimento delle Rsu, si tratta invece di lavorare a superarli entro un’azione di rilancio in avanti del movimento. Un coordinamento permanente della sinistra larga degli eletti/e nelle Rsu su un programma immediato di natura classista può essere, in questo quadro, uno strumento importante di lotta antiburocratica e per il rilancio del movimento di massa.

Infine, pur considerando centrale la lotta nelle organizzazioni sindacali, i comunisti debbono evitare qualsiasi tipo di formalismo. In particolare, nei momenti di ascesa della lotta, sia generali che particolari, è decisivo lavorare allo sviluppo di forme di autorganizzazione di massa, sia nella forma di comitati di lotta, sia nella forma ben più elevata di strutture elette e controllate democraticamente (comitati di sciopero, consigli). E’ in definitiva in queste strutture, più che nelle organizzazioni sindacali, che si giocherà la battaglia dei comunisti per la conquista della maggioranza.

2.14 Nel movimento degli studenti con una proposta chiara
E’ importante un nuovo intervento attivo del Prc nei movimenti di lotta che oggi si sprigionano nell’ambito della Scuola e dell’Università.
E’ certo necessaria una presenza più forte dei comunisti tra i giovani studenti come nostra area organizzata. Ma non è sufficiente. E’ essenziale una nostra capacità di proposta al movimento. L’esperienza ciclica delle autogestioni e occupazioni da parte degli studenti a partire dal ‘93 dimostra infatti che in assenza di una direzione politica chiara, le più ampie mobilitazioni finiscono col disperdersi, frammentarsi, rifluire nella spoliticizzazione a tutto vantaggio del governo e delle autorità istituzionali. 

E’ importante lavorare, ovunque possibile, alla costituzione di comitati di difesa e trasformazione della scuola pubblica su una piattaforma immediata di lotta, fortemente caratterizzata da alcune rivendicazioni prioritarie: il rifiuto della privatizzazione dell’istruzione pubblica e di ogni forma di finanziamento, diretto o indiretto, alla scuola privata, la rivendicazione della gratuità dei libri di testo e dell’abolizione delle tasse scolastiche, la richiesta di un raddoppio della percentuale del Pil destinato alla scuola, finanziato dalla tassazione dei grandi patrimoni, delle rendite e dei profitti.
Su questa piattaforma di lotta immediata i comitati per la difesa della scuola pubblica debbono aprirsi unitariamente, dal basso a tutti gli studenti che ad essa aderiscono con l’unica discriminante antifascista. Debbono promuovere, nelle forme possibili, un’unità di lotta con gli insegnanti e il personale della scuola, contro ogni forma di reciproca chiusura o diffidenza; debbono lavorare a una relazione unitaria col mondo del lavoro, coi disoccupati, con ogni realtà territoriale di opposizione di classe alle politiche sociali del governo. In questo quadro i comitati di difesa della scuola pubblica possono configurarsi e crescere come embrioni di una tendenza radicale del movimento degli studenti, in alternativa ai vertici dell’Uds e in opposizione irriducibile alle politiche governative. E possono rappresentare il luogo di confronto sulla prospettiva generale della riforma radicale della scuola e dei saperi entro un più generale progetto anticapitalistico.

Congiuntamente i comunisti debbono avanzare la proposta di una unificazione del movimento studentesco in atto sul terreno dell’autorganizzazione democratica. Una situazione di atomizzazione del movimento e delle occupazioni, senza piattaforma unificata, senza un quadro democratico di verifica della rappresentatività delle diverse posizioni e proposte, sarebbe priva di sbocchi vincenti. Ed anzi spianerebbe la strada, come l’esperienza insegna, ai vertici dell’Uds e al relativo riflusso del movimento.
Si può invece imparare dall’esperienza degli studenti francesi: proporre che ogni assemblea di scuola occupata designi democraticamente i propri delegati, permanentemente revocabili, e che i coordinamenti dei delegati, ai vari livelli, sino al livello nazionale siano la sede democratica di definizione della piattaforma rivendicativa del movimento. Solo così il peso delle diverse posizioni, organizzazioni ed aree sarà misurato dall’effettivo livello di rappresentatività democratica.
Solo così potrà svilupparsi una vertenza nazionale vera tra movimento e governo, sulla base di una piattaforma di lotta che costringa il governo a una risposta chiara.
Solo così le stesse forme di lotta e la loro continuità saranno finalizzate su obiettivi chiari, rappresentativi, verificabili.

2.15 Per il rilancio di una coerente battaglia democratica: ritorno alla proporzionale, abolizione del concordato, antimilitarismo
L’opposizione comunista deve recuperare una coerenza di proposta sullo stesso terreno sociale delle rivendicazioni democratiche. 
L’opposizione centrale, di grande rilevanza, ai disegni referendari in materia elettorale deve combinarsi con una vera e propria campagna del partito contro il sistema maggioritario e per il ritorno completo a una legge elettorale proporzionale. Ciò non significa naturalmente precludersi spazi futuri di duttilità tattica in sede parlamentare nel caso eventuale che i nostri voti possano risultare determinanti per evitare le soluzioni peggiori. Ma non possiamo, come in passato, assumere il meno peggio come nostra piattaforma politica, tanto più sul terreno della democrazia. Né possiamo assumere più in generale la logica della governabilità avanzando soluzioni (modello tedesco, soglie di sbarramento) che in forme e gravità diverse comportano comunque una restrizione degli attuali livelli democratici e rispondono ad una logica di classe (la stabilità dei governi borghesi) che è opposta alla nostra. 
La campagna per il ritorno alla legge proporzionale, senza compromissioni snaturanti, segna dunque un elemento di svolta, di rifiuto della rassegnazione alla II Repubblica. E’ una campagna che va condotta con la più ampia disponibilità alla mobilitazione unitaria con forze diverse dell’intellettualità, della cultura, del diritto, ma che non può essere scorporata, per quanto riguarda l’impostazione del Prc, da contenuti e ragioni di classe della nostra opposizione. Il ritorno alla proporzionale va da noi rivendicato per quello che è: il ripristino di una piena rappresentanza, autonoma e libera, degli interessi di classe dei lavoratori, dei disoccupati, delle masse oppresse contro una governabilità borghese unicamente mirata a colpire quegli stessi interessi.
Parallelamente il Prc apre una grande campagna politica per l’abolizione del Concordato tra Stato e Chiesa, modificando le posizioni contraddittorie e confuse sino ad ora sostenute nei confronti della Chiesa cattolica. L’avallo ripetutamente offerto ad un presunto “anticapitalismo” del papato, il dialogo ricercato e praticato ai massimi livelli, e persino nelle feste nazionali di partito, con alti esponenti della Chiesa cattolica (vedi Cardinal Tonini) in una logica di comune riconoscimento e “ricerca”, hanno rappresentato un errore profondo del nostro partito.

Il Vaticano rappresenta tuttora, come sempre, un baluardo storico dell’ordine esistente. Gli intrecci materiali tra gerarchie ecclesiastiche e proprietà capitalistica nel settore finanziario, immobiliare, terriero, costituiscono la base materiale di questa funzione conservatrice.
Le formali posizione di “apertura” della Chiesa a istanze sociali, così come la critica all’assolutismo del profitto non solo non rappresentano un anticapitalismo reale ma rientrano o in un più generale antimaterialismo ideologico regressivo o in una aperta “concorrenza” e lotta al marxismo all’interno delle masse oppresse. Inoltre la natura assolutistica e integralistica dell’istituzione ecclesiastica si esprime da sempre nelle posizioni apertamente reazionarie del Papato sul terreno dei diritti civili, dell’autodeterminazione della donna, dei diritti degli omosessuali e delle lesbiche, dell’istruzione. In particolare la lotta centrale delle donne per la difesa della legge 194 trova nell’apparato della Chiesa il proprio nemico frontale.

Per queste ragioni i comunisti sono chiamati a combattere apertamente le gerarchie ecclesiastiche, il loro ruolo sociale e la loro ideologia. Certo il Prc non è e non deve essere un partito “ideologico”; il marxismo stesso va concepito come programma di trasformazione, non come credo; la conquista di settori di massa cattolici ad una prospettiva socialista è un aspetto importante della strategia rivoluzionaria. Ma proprio questo implica il disvelamento delle contraddizioni enormi tra le esigenze progressive di quei settori e la natura reazionaria della Chiesa, a partire dalla lotta di classe e nella stessa battaglia per le rivendicazioni democratiche.
In questo quadro, oggi, sull’onda dello scontro apertosi in ordine alla scuola privata e alla libertà delle donne, a fronte della forte ripresa di un sentimento laico in vasti settori di massa, la rivendicazione dell’abolizione del Concordato, della fine dei privilegi materiali e simbolici che esso garantisce alla Chiesa, riconquista una forte attualità.

Il Prc sviluppa una forte iniziativa sul terreno antimperialista ed antimilitarista.
La questione curda e il caso Ocalan hanno dimostrato una volta di più l’importanza e lo spazio di un’iniziativa politica caratterizzata dal nostro partito sul terreno del sostegno ai popoli oppressi e ai loro diritti democratici. 
Ma va evitato il rischio di ridurre le nostre iniziative internazionaliste a fatti occasionali o d’immagine su cui si muovono solo settori specifici e limitati del Partito o della sua rappresentanza istituzionale.
Il più netto rifiuto delle operazioni imperialistiche di “polizia internazionale” - come la recentissima aggressione anglo-statunitense all’Iraq - quale che sia il modo in cui esse vengono configurate (con o senza l’avallo e/o la copertura della bandiera dell’Onu); la difesa di Cuba dalla pressione imperialistica; la lotta contro le minacce ricorrenti di un intervento imperialistico nei Balcani; il sostegno alle lotte di liberazione nazionale nel mondo debbono essere assunte dall’intero partito come un elemento permanente di caratterizzazione.

Centrale è la battaglia di opposizione, innanzitutto, contro l’imperialismo italiano e la sua politica estera.
In questo quadro il Prc deve impegnarsi in una forte campagna antimilitarista, contro il blocco industrial-militare e i disegni di professionalizzazione dell’esercito. Parallelamente, rettificando la sua attuale posizione, deve assumere una netta opposizione al progetto di “difesa comune” europea oggi trainato dal governo Jospin e Blair e sostenuto attivamente dal centrosinistra italiano. Si tratta infatti di un progetto di imponente sviluppo di militarismo europeo al servizio del nuovo polo imperialistico continentale come fattore di riequilibrio dei rapporti di forza con l’imperialismo americano e di pressione sui paesi dipendenti. Mantenere una posizione di sostegno al progetto di un’autonoma difesa europea sarebbe un fatto di grave contraddizione non solo con l’attuale collocazione del partito, ma con i più elementari principi antimperialistici dei comunisti. 

3. Per una coerente rifondazione comunista

Il bilancio dei due ultimi anni e lo stesso rilancio di una coerente opposizione di classe al centrosinistra richiedono un chiaro orizzonte strategico del nostro partito.
Il Prc non può più agire in una dimensione contingente, nella rincorsa permanente delle scadenze politiche e istituzionali, senza la certezza e la chiarezza di un progetto generale.
Solo un progetto può fondare la stessa autonomia dei comunisti, dandole senso, cultura, radici e quindi consentendole di resistere alla dinamica quotidiana delle pressioni politiche e istituzionali.
Grave è il ritardo accumulato su questo terreno. 
Il IV Congresso del Prc segna sotto questo profilo una svolta, avviando la definizione di un programma fondamentale del Partito. La definizione compiuta del programma fondamentale seguirà un percorso più lungo di elaborazione e confronto nel Prc. Ma essenziale è segnare da subito la direzione di marcia della ricerca, l’indirizzo generale del programma. Essenziale è rimuovere dal campo le ipotesi strategiche rivelatesi inadeguate e scegliere il rilancio, difficile e complesso, di una coerente Rifondazione comunista e rivoluzionaria.
Una via che non è imposta da presupposti ideologici astratti, ma dalla drammatica svolta d’epoca di fine secolo.

3.1 La svolta d’epoca
La crisi che investe il mondo ha da tempo polverizzato i miti neoliberali dell’89. 
Il crollo dell’Urss non solo non ha garantito un nuovo ordine del mondo ma ha concorso a destabilizzarlo: esso ha rilanciato la contesa tra le grandi potenze imperialistiche per la spartizione delle zone di influenza - riproducendo così un tratto classico, a lungo congelato, dell’imperialismo - nel mentre il pesante ridimensionamento del Giappone e l’ascesa del polo imperialistico europeo (non senza contraddizioni interne) hanno moltiplicato gli effetti di instabilità.
Parallelamente il nuovo disordine mondiale si innesta in una dinamica regressiva di crisi da tempo operante, amplificandone i devastanti effetti. La condizione sociale, in discesa da vent’anni, continua ad arretrare in tutto l’Occidente e nello stesso Giappone, mentre cresce a dismisura il divario di ricchezza tra Paesi imperialisti e il cosiddetto Terzo mondo. 
La devastante crisi asiatica condanna alla disperazione sociale nuove gigantesche masse umane. La crisi centroamericana dal canto suo simboleggia la deriva di larga parte dell’America Latina, mentre l’Africa vede ulteriormente precipitare il suo già misero reddito pro capite, con gli esodi migratori più imponenti del secolo. Nell’ex-Urss e in tutta l’Europa dell’Est il processo di restaurazione capitalista produce un crollo delle condizioni di vita per i lavoratori, i giovani, gli anziani, reintroducendo gli orrori del sistema capitalista: miseria, razzismo, criminalità, guerra. Proprio la guerra dei Balcani - figlia della restaurazione del mercato - ne è un eloquente e terribile manifesto. 
Su un altro piano, si fanno di anno in anno più drammatiche le manifestazioni e le conseguenze della crisi ambientale planetaria, una drammatica conferma della duplice incapacità dell’attuale ordine sociale di operare in modi non distruttivi nei confronti dell’ambiente e di prospettare soluzioni praticabili sia ai “vecchi” problemi eminentemente locali (inquinamento, congestione, degrado urbano, dissesto idrogeologico, depauperamento degli ambienti naturali), sia alle “nuove” emergenze a dimensione planetaria che l’irrazionalità ecologica dello sviluppo capitalistico è venuta provocando nel tempo (riscaldamento globale e sconvolgimenti climatici, buco nell’ozono, desertificazione, distruzione delle foreste, della diversità biologica, della fertilità dei suoli e degli oceani, depauperamento delle riserve d’acqua potabile, ecc.). Le conseguenze sociali di questa crisi, inoltre, tendono sempre più a sommarsi e a combinarsi con quelle della crisi economica e della più generale crisi sociale e politica in cui sprofondano molti paesi del cosiddetto Terzo mondo, e ciò provoca la moltiplicazione di vere e proprie “catastrofi umanitarie” e sospinge masse crescenti di uomini e di donne a migrare in una sorta di disperata “fuga per la sopravvivenza”. 
Per la prima volta dal dopoguerra, ad ogni latitudine del mondo, l’orizzonte delle nuove generazioni non si presenta come orizzonte di progresso ma come preannuncio di nuove regressioni. Non si tratta peraltro di uno scenario eccezionale. Al contrario, se guardiamo le cose col raggio di visuale del lungo periodo osserviamo il ritorno del capitalismo alla normalità storica del proprio declino. Ciò che semmai è superata è l’eccezionalità di quella parentesi storica postbellica che agli occhi di più generazioni era apparsa la norma. 

3.2 Parassitismo finanziario e stagnazione
La drammatica crisi economica del Sud Est asiatico - che ha smentito una volta di più la presunta “onnipotenza” della “globalizzazione” - costituisce l’indice rivelatore, al di là del contingente, dell’attuale stagione del capitalismo mondiale e delle sue caratteristiche generali.

Da venticinque anni il capitalismo mondiale è segnato da un quadro di sostanziale stagnazione, espressione di un’onda lunga di crisi.
a) Si altera l’equilibrio del ciclo economico con una netta riduzione della durata e dell’intensità dei momenti di ripresa e una dilatazione dei momenti recessivi, nel quadro di un drastico calo del ritmo medio di crescita e di un diffuso ritorno del protezionismo.
b) Gli stessi momenti di ripresa e perfino di miniboom non hanno più prevalentemente caratteristiche produttive ma finanziarie. L’economia cartacea e finanziaria, ha raggiunto un livello storicamente nuovo con effetti moltiplicati sull’anarchia capitalistica internazionale e una riduzione strutturale del margine di controllo da parte degli Stati nazionali che pur conservano un loro decisivo fondamento materiale di classe. Questo parassitismo finanziario è ad un tempo espressione della stagnazione produttiva e, dialetticamente, concausa della stessa.
c) I mercati dell’Est, pur in espansione, non si sono configurati come nuovo volano del capitalismo. Ed anzi oggi la crisi verticale dell’economia russa, prodotto delle contraddizioni abnormi della restaurazione capitalistica e della fragilità delle sue basi materiali, si ripercuote sull’economia capitalistica internazionale come uno dei fattori della sua instabilità.
d) Il crollo dell’Urss ha ridotto i margini di manovra, anche economici, delle borghesie nazionali dei paesi dipendenti integrandoli più direttamente, e in chiave più subalterna, alle dinamiche del mercato mondiale. Ed oggi il calo o il crollo dei prezzi delle materie prime genera un sottoconsumo del cosiddetto Terzo mondo che è, a sua volta, nuovo fattore di stagnazione.

In questo quadro generale la necessità di fronteggiare la caduta del saggio del profitto e l’impossibilità di farlo con un’espansione reale della produzione e delle forze produttive, fa s” che alcuni paesi imperialistici vadano sperimentando nuove forme di organizzazione del lavoro (decentramento nazionale ed internazionale della produzione, flessibilità, “toyotismo”) con l’obiettivo di operare o una secca riduzione dei costi salariali - in contrasto con la vecchia politica fordista - o un’estensione del pluslavoro relativo e/ o assoluto, in continuità col fordismo.
Ma la risposta alla crisi non equivale alla sua soluzione ed anzi, per alcuni aspetti, proprio la stagnazione mondiale (oltre, in alcuni casi, alla resistenza sociale della classe operaia) ostacolano la diffusione massiccia di alcune nuove tecniche produttive o addirittura ne determinano la crisi. E’ il caso dell’attuale difficoltà del toyotismo in un Giappone travolto dalla recessione.

Peraltro la stagnazione capitalistica, se da un lato si combina con un’aggressione sociale frontale alla classe lavoratrice con l’obiettivo di disgregarne unità e resistenza, dall’altro rimodella ed amplifica al massimo grado proprio la contraddizione di classe: nelle metropoli dell’imperialismo, con un vasto processo di ricomposizione e proletarizzazione del lavoro dipendente; nei paesi dipendenti e in Asia con una gigantesca concentrazione di nuova classe operaia, sottoposta al più classico sfruttamento “taylorista e fordista”.

3.3 La crisi del “compromesso sociale keynesiano”
 Sullo sfondo di questa svolta d’epoca si consuma definitivamente, nell’Europa capitalistica, il vecchio “compromesso sociale keynesiano”. Keynesismo e compromesso sociale - in sé per nulla equivalenti - si incontrarono storicamente, per un periodo limitato, in un’ampia fascia di capitalismo europeo in virtù di due fattori generali esterni all’organizzazione del lavoro e inscritti nelle relazioni di classe nazionali e internazionali; l’esistenza dell’Urss e la prosperità economica del dopoguerra, uniti all’ascesa della classe operaia.
a) La Rivoluzione d’Ottobre e l’esistenza dell’Urss per oltre mezzo secolo hanno rappresentato un fattore propulsivo determinante non solo dei movimenti di liberazione nazionali ma anche delle riforme sociali in Occidente. La paura di un rivolgimento sociale e la prolungata competizione tra i blocchi hanno incentivato sotto la pressione di massa, le disponibilità riformatrici della borghesia europea, disposta a significative concessioni pur di salvaguardare il proprio sistema di dominio.
b) Dall’altro lato, la prosperità economica del capitalismo postbellico, innescata dalla ricostruzione e poi alimentata in gran parte dalle spese militari della guerra fredda, ha creato i presupposti materiali delle riforme sociali, con l’ampliamento progressivo della spesa pubblica e la possibile crescita della pressione fiscale e dell’indebitamento statale.

La crisi del “compromesso sociale keynesiano” nasce dalla crisi di quei suoi storici presupposti. Non nasce dal mero rapporto tra operaio e padrone nell’organizzazione del lavoro ma dall’insieme dei rapporti di classe internazionali, sia sul piano sociale che sul piano politico. Ed oggi la costruzione del nuovo polo imperialistico europeo - sospinto dal crollo dell’Urss e dalla crisi economica internazionale - impegnato a concorrere con Usa e Giappone richiede l’appesantimento e l’estensione delle politiche controriformatrici in funzione della nuova agguerrita competizione mondiale. 

3.4 La base materiale del liberismo
Le stesse politiche liberiste affondano qui le proprie radici. Il liberismo non è una “scelta”, ma una necessità del capitale in crisi: tagli alla spesa, privatizzazioni, flessibilità sono, nel loro insieme, la risposta capitalistica alla crisi di accumulazione entro la nuova competizione mondiale. Queste politiche naturalmente possono essere diversamente graduate in base a un’infinità di particolarità nazionali o contingenti. Ma sono oggi, non a caso, una costante di fondo delle politiche statali. 
Peraltro, pur necessitato dalla crisi, il liberismo è incapace di risolverla: ed anzi, oltre una certa soglia, contribuisce ad aggravarla.
Ma ciò dimostra il carattere contraddittorio e anarchico del capitalismo, non la praticabilità di soluzioni alternative riformistiche. Tanto è vero che anche le scelte economiche pubbliche forzatamente espansive in risposta a pesanti crisi recessive (v. Giappone) si rivelano un sostanziale fallimento dal punto di vista anticiclico. E in ogni caso i margini redistributivi sono talmente limitati dalla stagnazione che ogni espansione significativa di investimenti pubblici richiede una compressione compensativa delle spese sociali (pensioni) e uno sviluppo concentrato di politiche di flessibilità. La ricetta Delors è sotto questo profilo emblematica sia dei limiti materiali di un keynesismo oggi, sia della sua distanza da ogni reale soluzione riformistica.

3.5 Il liberismo temperato delle socialdemocrazie europee
La crisi storica del riformismo è documentata nel migliore dei modi dall’involuzione profonda della vecchia sinistra “riformista”. 
L’esperienza in corso dei governi socialdemocratici in Europa è, al riguardo, rivelatrice. Essa va indagata dal Prc nella sua realtà, fuori da ogni suggestione ideologica o lettura d’immagine.
Ogni situazione nazionale ha naturalmente le sue particolarità e così anche le diverse socialdemocrazie e i diversi governi socialdemocratici. 
Ma è stato ed è un errore profondo non vedere, al di là di queste diversità, il tratto comune e di fondo, sostanziale e di classe dei governi socialdemocratici in Europa. E’ il tratto del liberismo temperato e del patto sociale al servizio delle proprie borghesie. 
Non deve trarre in inganno la tensione polemica tra alcuni governi (o esponenti) socialdemocratici e i banchieri centrali. In parte riflette la generale domanda di allentamento parziale del rigore in funzione antirecessiva. In parte riflette la ricerca negoziale di un nuovo equilibrio di potere tra l’apparato socialdemocratico al governo e le autorità monetarie. Né in un caso, né nell’altro si tratta di una contrapposizione socialdemocratica al liberismo, tanto meno al capitale finanziario.
All’opposto le socialdemocrazie europee, oggi tendenzialmente vincenti, gestiscono la costruzione del polo imperialistico europeo entro i parametri di fondo di Maastricht e del patto di stabilità. Assumono la difesa della cosiddetta “sicurezza interna”, in funzione anti-immigrazione, secondo i dettami di Schengen. Rivendicano la costruzione della difesa comune europea, con lo sviluppo di un autonomo militarismo. Ma soprattutto, si assumono il compito, di prevenire e disinnescare la miccia di possibili esplosioni sociali, vero spauracchio delle borghesie europee.
Paradigmatica è, in questo quadro generale, l’esperienza della socialdemocratica tedesca e francese.
Il governo Schroeder-Lafontaine, nato all’insegna del “nuovo centro” ha assunto la concertazione come propria strategia di fondo. Offre alla borghesia tedesca flessibilità, riduzione del prelievo fiscale sui profitti (del 40%) e soprattutto la pace sociale. Offre al movimento operaio una pensionabilità a 60 anni pagata dai lavoratori stessi tramite l’accantonamento degli aumenti salariali contrattuali, e ai disoccupati l’accettazione coatta di un qualsiasi lavoro pena la perdita immediata dei sussidi (modello danese). La Confindustria tedesca recalcitra per ragioni contrattuali, ma tratta volentieri con un capo del governo emerso dal consiglio d’amministrazione della Volkswagen.
Il governo Jospin, già in carica da un anno, offre un quadro d’osservazione ancora più chiaro. La sua ispirazione “riformatrice” si è rapidamente risolta alla prova dei fatti in un corso politico liberista, per quanto temperato. In un anno Jospin ha realizzato un vero primato delle privatizzazioni rispetto ai due governi precedenti di centrodestra; ha sviluppato una legislazione sull’orario largamente combinata con nuove significative flessibilità; procede all’espulsione di 60.000 immigrati clandestini in contrasto aperto col movimento dei sans papiers; mantiene la legislazione varata dalla destra in materia di licenziamenti; progetta addirittura la riforma pensionistica a capitalizzazione, suscitando la mobilitazione dei sindacati dei pensionati. 
E infatti emergono contro la politica di Jospin prime significative reazioni sociali e di lotta di disoccupati, studenti, intere categorie sindacali a partire dai trasporti. E il disincanto che circonda il governo si intreccia con l’erosione elettorale della socialdemocrazia, le crescenti contraddizioni interne al Pcf, e soprattutto l’emergere di un polo di sinistra rivoluzionaria che, sulla base di una netta opposizione al governo, realizza un significativo salto di consenso elettorale (oltre il 5%) e di rappresentatività politica.

Pertanto, il Prc non solo non può assumere la socialdemocrazia come proprio riferimento politico e programmatico; non solo deve denunciare e non abbellire l’attuale politica socialdemocratica in Europa, ma è chiamato a sviluppare la Rifondazione comunista come progetto alternativo alla socialdemocrazia per la costruzione di un’altra direzione del movimento operaio sul piano nazionale e internazionale. Per il rilancio di un progetto comunista.

3.6 Per il recupero e il rilancio del programma comunista
La crisi congiunta di capitalismo e riformismo rilancia l’attualità storica della prospettiva socialista come unica via d’uscita dalla crisi dell’umanità e come unica alternativa alle politiche borghesi.
Come negli anni Venti e Trenta l’umanità è di fronte a una stretta. O il movimento operaio saprà dare la propria risposta, risoluta e radicale alla crisi della società borghese creando le condizioni di un “ordine nuovo” oppure la spirale della crisi capitalistica avviterà l’intera umanità in un processo di regressione storica che farà del movimento operaio la sua prima vittima. La vecchia alternativa tra socialismo o barbarie torna di drammatica attualità.
I comunisti dunque, oggi più che mai debbono rompere nettamente con la vecchia logica riformista. Ciò non significa che rinunciano, com’è ovvio, alle battaglie immediate e concrete su obiettivi “minimi” sociali e democratici. Ed anzi occorre porsi alla testa di ogni movimento di lotta, di ogni conflitto sociale e politico, di ogni lotta ambientalista o antimilitarista, per quanto limitati e parziali, che riflettano una volontà antagonista da parte delle classi subalterne. Ma al tempo stesso occorre cercare di ricondurre ogni lotta parziale a una prospettiva generale e di fondo, ogni viva esperienza della classe lavoratrice alla maturazione di una coscienza anticapitalistica.
Del resto, tanto più nell’attuale situazione di crisi, ogni seria battaglia sociale e persino ogni seria battaglia democratica, ambientale, per la pace, entra, alla fine, in rotta di collisione con il potere economico dei grandi monopoli, con il controllo che essi esercitano sull’economia del mondo, sugli apparati politici e militari degli Stati, sui potentissimi mezzi di informazione, sugli istituti della diplomazia internazionale. Rimuovere proprietà e potere del capitale finanziario è quindi in prospettiva la condizione necessaria per una soddisfazione reale e durevole delle domande progressive dell’umanità, per l’avvio di un percorso vero di emancipazione e di liberazione umana.
I comunisti non hanno dunque alcuna ragione di cancellare oggi il loro programma originario: hanno semmai cento ragioni di più per ribadirlo: il loro programma resta quello di un’economia mondiale democraticamente pianificata, sottratta al dominio del mercato capitalistico e del profitto, in cui l’umanità associata possa governare l’utilizzo e la distribuzione delle risorse naturali e delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche nel proprio interesse generale e collettivo. In cui siano le masse lavoratrici a discutere e decidere, finalmente, cosa, come, per chi produrre, nel segno di una vera democrazia sociale e al servizio della qualità della vita e della realizzazione di uno sviluppo ecocompatibile.
In questo quadro, il superamento della proprietà privata e del mercato - cioè l’essenziale del programma del Manifesto di Marx ed Engels - resta inevitabilmente un punto centrale della prospettiva comunista.

Certo: il recupero di questo programma generale non esaurisce, ovviamente, la rifondazione comunista. Il programma marxista - contro ogni dogmatismo - va infatti continuamente sviluppato, arricchito sulla base dei mutamenti storici prodottisi e delle grandi esperienze del movimento operaio di questo secolo. Ma proprio l’aggiornamento e l’articolazione del programma presuppone prima di tutto il suo recupero, il suo riscatto dal lungo oblio e dalle profonde distorsioni di cui è stato oggetto. 

3.7 L’Ottobre e la rifondazione 
La rifondazione comunista deve dunque recuperare a pieno il programma originario della Rivoluzione d’Ottobre. 
Ciò che è fallito nell’Urss non è la pianificazione economica di Stato al posto del mercato capitalistico. Al contrario l’esproprio della borghesia e la concentrazione nelle mani dello Stato delle leve della produzione ha garantito a quelle popolazioni grandi conquiste sociali, non a caso oggi nel mirino della restaurazione capitalistica. Ciò che è fallita è la gestione burocratica dell’economia pianificata, che ha espropriato progressivamente i lavoratori e i loro organismi democratici di ogni funzione di gestione e controllo, a tutto vantaggio di uno strato sociale privilegiato e parassitario. 
E ancora: ciò che è fallito in Urss non è la conquista del potere politico, la rottura della macchina statale borghese, il potere dei soviet. Ed anzi il superamento rivoluzionario della falsa democrazia borghese e la costruzione di una democrazia nuova e superiore ha rappresentato non solo un’esperienza storica straordinaria ma anche un riferimento decisivo, teorico e pratico, per la stessa nascita del movimento comunista di questo secolo. Ciò che è fallito al contrario, è il potere di una burocrazia che ha via via smantellato la democrazia dei soviet e del partito, trasformando la dittatura del proletariato nella dittatura della burocrazia sul proletariato.
Occorre allora trarre le lezioni da questa esperienza, rilanciando il programma fondamentale di Lenin e di Gramsci: quello che combina l’abolizione della proprietà borghese con la costruzione di un nuovo potere, della democrazia dei consigli. Una democrazia che ridefinisce natura e soggetto del potere, supera la scissione tra masse e istituzioni, abolisce i privilegi dei rappresentanti eletti, sancisce la revocabilità permanente di questi ultimi. Una democrazia che supera e rimuove quella rete di poteri legali e illegali, palesi e occulti, che restano il cuore di ogni democrazia borghese come strumento di intimidazione permanente contro i lavoratori. Una democrazia, infine, che è superiore proprio perché supera e rimuove la separatezza burocratica dello Stato borghese e perché coniuga il rispetto del pluralismo politico con il carattere pubblico della proprietà.

3.8 L’internazionalismo come orizzonte programmatico
La rifondazione deve recuperare, infine, la sostanza profonda dell’internazionalismo comunista. Se il capitalismo ha unificato il mondo, il comunismo non può pensarsi come ritorno ai particolarismi nazionali. Al contrario, esso si pone l’obiettivo di condurre in avanti la storia umana liberando l’economia mondiale dal dominio dell’imperialismo e dalle conseguenze che quel dominio genera.
Peraltro, nessuno dei grandi problemi, delle grandi emergenze della nostra epoca - dalla questione sociale alla questione ambientale - può trovare compiuta soluzione sotto le bandiere nazionali. 
Oggi, peraltro, nella stessa Europa, l’integrazione su basi imperialistiche attorno alla moneta unica offre una base di rilancio all’internazionalismo.
Infatti, i giganteschi nuovi processi di concentrazione proprietaria nel campo produttivo e finanziario richiedono ai comunisti non solo un più forte e diretto approccio internazionalistico alle lotte sindacali in direzione di un loro coordinamento unitario; non solo la ricerca in ogni forma possibile, della più ampia convergenza di lotta in Europa contro le politiche dilaganti di privatizzazione e flessibilizzazione; ma anche la capacità di indicare un’alternativa programmatica radicale all’europeismo imperialistico e alla decadenza sociale che esso delinea. Da qui la necessaria battaglia teorica e politica contro le illusioni riformiste circa una possibile “Europa sociale” in ambito capitalistico e l’avanzamento dell’indicazione, oggi necessariamente propagandistica, dell’Europa dei lavoratori, basata sul rovesciamento del capitale finanziario e su un’economia pianificata dai lavoratori stessi e dal loro potere.
La rifondazione comunista deve dunque intendere l’internazionalismo nell’accezione più ampia e profonda. Non può ridurlo a semplice solidarismo verso lotte e movimenti di altri paesi, ma deve rivendicarlo come parte integrante e inseparabile dello stesso programma comunista. Per questo la ricostruzione di una direzione internazionale della lotta per il socialismo è un obiettivo strategico essenziale. In questo ambito il Prc deve perseguire da subito un orientamento chiaro assumendo la ricerca di un raccordo e confronto prioritario con le forze del movimento operaio oggi collocate, internazionalmente, a sinistra delle socialdemocrazie e all’opposizione dei loro governi e che si pongono in una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria della società.

3.9 Rifondazione comunista e liberazione della donna
La Rifondazione può e deve recuperare la tematica decisiva della liberazione della donna, entro la prospettiva del comunismo. E’ questa una battaglia politica e culturale che investe lo stesso movimento operaio.
Contro ogni rimozione del problema, contro ogni sua riduzione economicistica, la rifondazione deve riconoscere apertamente la specificità dell’oppressione femminile: un’oppressione dalle radici millenarie e dalle basi mondiali che vede la donna subordinata al dominio maschile, ben al di là della sua classe di appartenenza. Un’oppressione che per le donne proletarie si somma allo sfruttamento di classe e che tuttavia non è riducibile ad esso. Un’oppressione che, attraverso la schiavitù domestica, è organicamente funzionale alla riproduzione capitalistica.

Al tempo stesso la rifondazione è chiamata a criticare e respingere le teorie idealistiche oggi presenti in una parte rilevante del pensiero femminista che concepiscono l’oppressione femminile come fatto dovuto all’imposizione da parte dell’uomo sulla donna del proprio codice simbolico. Questa tesi, che rimuove l’origine storica (comunque complessa) dell’oppressione femminile per attribuirla ad una radice in ultima analisi biologica, spesso riduce la liberazione della donna e la stessa conquista di una coscienza di genere ad una rivoluzione simbolica e culturale (la riappropriazione del proprio linguaggio rimosso) separandola di fatto da un contenuto sociale e quindi da una prospettiva anticapitalistica.
Al contrario, il rilancio di una prospettiva di liberazione della donna è inseparabile da una lettura di classe del mondo contemporaneo. La crisi congiunta di capitalismo e riformismo si scarica con raddoppiata violenza sulla condizione delle donne. Nei paesi imperialisti disoccupazione di massa, precariato, flessibilità riguardano spesso prima di tutto la popolazione femminile. Nei paesi dipendenti, in Asia e nell’Est crisi e crolli economici, gettano sulla strada grandi masse di donne, condannandole al degrado, alla prostituzione o alla tragedia dell’immigrazione. Ovunque l’arretramento del movimento operaio trascina con sé conquiste sociali e democratiche delle donne, strappate nella precedente fase di ascesa. E la distruzione di tali conquiste ha esteso e acuito l’oppressione femminile nella sua stessa specificità di genere. 
Non a caso oggi, mentre procede lo smantellamento dei sistemi pubblici di wellfare, conosce un forte rilancio l’ideologia familistica che esalta la “naturale” vocazione femminile per il lavoro di cura, allo scopo di scaricare di nuovo sulle donne il peso delle persone inferme, anziane, disabili, ecc. di cui si vuole sgravare il bilancio pubblico e in ultima analisi l’impresa.

Proprio per queste molteplici ragioni la svolta d’epoca di fine secolo rilancia lo stretto vincolo tra liberazione delle donne e alternativa anticapitalistica.
La ripresa di un forte movimento di liberazione della donna su scala internazionale, che intrecci rivendicazioni democratiche e di genere e lotta all’oppressione sociale, è una componente decisiva del rilancio di una prospettiva socialista.
Al tempo stesso solo una prospettiva socialista, che spezzi il dominio del capitale nel mondo, può creare le condizioni necessarie, non sufficienti, per un’effettiva liberazione delle donne dalla loro specifica oppressione di genere.
Duplice è allora il compito della Rifondazione: sviluppare nel movimento operaio, maschile e femminile, la coscienza della centralità della liberazione della donna contrastando ogni forma di pregiudizio e cultura regressiva; sviluppare nel movimento delle donne la consapevolezza della centralità della lotta di classe e del movimento operaio come riferimento strategico per la propria liberazione: promuovendo in questa prospettiva il massimo impegno nella lotta quotidiana delle donne per la difesa e l’ampliamento dei propri diritti sociali e di genere.

3.10 La rivoluzione italiana
Entro questo quadro generale il Prc ha la necessità di misurarsi con la complessa problematica della rivoluzione in Occidente e, in essa, della rivoluzione italiana.
I comunisti non devono temere di rivendicare la “rivoluzione italiana” chiamandola col suo termine proprio. Di rivoluzione italiana hanno parlato impropriamente negli anni Novanta i peggiori esponenti della borghesia (da Segni a Bossi a Fini) per nascondere la continuità del blocco dominante dietro la svolta del maggioritario e della II Repubblica: è ciò che Gramsci chiamava “rivoluzione passiva”. Di rivoluzione ha parlato persino il II Congresso del Pds per mascherare la rimozione della “anomalia” italiana, segnata dalla forza della classe lavoratrice, dietro le bandiere della svolta liberale e dell’inno al mercato: è il sogno dell’Italia “normale”. Davvero non si vede perché di “rivoluzione” non possano parlare invece i comunisti capovolgendo il segno di quelle mistificazioni e restituendo quel termine alla sua verità. Come diceva Gramsci: “Non esiste in Italia possibilità di una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista”. 
I comunisti non debbono temere l’obiezione superficiale e demagogica per cui l’”ordine nuovo” non è oggi “attuale”. Certo: non è attuale se si intende che non è iscritto negli attuali rapporti di forza e nella coscienza di quei soggetti sociali che potrebbero realizzarlo; ed anzi proprio la tradizione riformistica del movimento operaio ed il suo approdo liberale, congiunti con le sconfitte sociali e la fine dell’Urss hanno determinato un profondo arretramento della coscienza politica dei lavoratori italiani. Ma esso è invece attualissimo se lo si intende come unica vera risposta oggettiva alla crisi della società borghese. E il compito dei comunisti non è quello di limitarsi agli “obiettivi immediatamente realizzabili” (come, in polemica con Lenin, sostenevano gli economicisti russi), ma è quello di partire dagli obiettivi immediati per elevare forza e coscienza soggettive delle classi subalterne all’altezza delle necessità oggettive della rottura anticapitalistica.
L’intera propaganda e agitazione politica del partito, l’insieme del suo lavoro di massa nei movimenti e nelle lotte devono essere indirizzati a condurre la maggioranza dei lavoratori, delle lavoratrici, delle masse oppresse a questa conclusione di fondo: non esiste una soluzione riformista alla crisi del capitalismo e del riformismo. Non esiste possibilità e spazio di un nuovo modello di sviluppo senza sfondare le compatibilità del modo di produzione capitalistico. Non c’è possibilità e spazio di una nuova politica economica socialmente progressiva senza mettere in discussione la struttura capitalista dell’economia. Non c’è possibilità e spazio di una grande riforma redistributiva del reddito senza incunearsi nei rapporti borghesi di produzione e di proprietà. Non c’è possibilità e spazio di risolvere i problemi del territorio e dell’ambiente senza manomettere la logica del “mercato” e i “sacri” diritti della proprietà privata.
Al contrario: tutte le esigenze di fondo della classe lavoratrice, dei giovani, delle grandi masse femminili, dei disoccupati, dei pensionati; tutte le grandi questioni storiche che segnano nel lungo periodo la vita italiana (innanzitutto la questione meridionale) pongono la necessità di un’alternativa anticapitalistica quale condizione e cornice della loro soluzione. 

L’assunzione di questa prospettiva strategica non solo non conclude la ricerca della rifondazione comunista, ma finalmente la apre, individuando il terreno vero e complesso della riflessione strategica, oggi, sul programma generale della rivoluzione italiana.
Il programma generale dell’alternativa socialista non può infatti ridursi ad una astrazione letteraria ma deve raccordarsi ai grandi nodi strategici della rivoluzione italiana come progetto storico e, al tempo stesso, al nuovo quadro della situazione nazionale.
Naturalmente un programma compiuto, adeguato alla nuova situazione storica dell’Italia non può essere oggetto di improvvisazione. Esso richiederà un’elaborazione complessa e un impegno appropriato di tutto il partito anche al di là dell’attuale congresso.
Ma il IV Congresso istruisce questa elaborazione partendo dai suoi tre terreni fondanti:

a) l’analisi oggi del blocco storico dell’alternativa, sullo sfondo delle profonde modificazioni della struttura sociale dell’Italia e dell’attuale transizione alla II Repubblica, dell’integrazione europea;
b) la nuova configurazione della questione meridionale;
c) la tematica di un programma transitorio, capace di congiungere il programma minimo con l’alternativa anticapitalistica.

3.11 Il blocco storico dell’alternativa
La tradizione storica del riformismo italiano ha inteso come blocco storico o la mediazione sociale interclassista a fini elettorali (vedi la cosiddetta alleanza tra classe operaia e ceto medio) o l’aggregazione di soggettività critiche politico-culturali accomunate da sensibilità anticapitalistiche (vedi Convenzione per l’alternativa). Nell’un caso come nell’altro entro visioni politiche o subalterne o marginali.
Il PRC recupera, all’opposto, la concezione gramsciana del blocco storico come costruzione di un sistema di forze sociali in funzione del rovesciamento del capitalismo e della trasformazione socialista. Questo criterio va oggi applicato per individuare i lineamenti del nuovo blocco storico, entro una realtà nazionale enormemente mutata.

Nonostante le sconfitte subite e la riarticolazione profonda della sua composizione sociale (con particolare riferimento al decentramento produttivo nell'industria) il proletariato italiano resta la forza egemone naturale di un fronte sociale alternativo: è il soggetto sociale che più di ogni altro - indipendentemente dai livelli dati di combattività o di coscienza - ha l'interesse oggettivo a contrastare l'attuale disegno strategico borghese. E' e resta il soggetto sociale potenzialmente capace del maggior livello di mobilitazione di massa (come rivela il grande movimento dell'autunno '94 contro il governo Berlusconi); è e resta il soggetto sociale che più di ogni altro, nelle fasi di movimento e radicalizzazione tende ad aggregare attorno a sé altri soggetti, movimenti, domande sociali, come si è visto nello stesso movimento del '94. 
Il PRC considera dunque errate quelle tesi ricorrenti in ambienti diversi della sinistra che partendo dall'analisi della nuova organizzazione del lavoro tendono o a giudicare tramontato il ruolo anticapitalistico del proletariato o a teorizzare la rottura strutturale tra lotta sociale e lotta politica. 
In primo luogo queste tesi sociologistiche, pur cogliendo elementi reali, finiscono col minimizzare pesantemente il ruolo e la responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della classe lavoratrice nella determinazione di quelle stesse sconfitte. 
In secondo luogo approdano di fatto inevitabilmente alla liquidazione stessa della prospettiva anticapitalistica, ripiegando talvolta su visioni disperate e millenaristiche, combinate col recupero di illusioni premarxiste e riformistiche (v. l’idea della centralità del terzo settore). 

E tuttavia non è sufficiente la riaffermazione formale della centralità di classe. E' necessario analizzare la sua configurazione attuale in Italia: indagando l’attuale composizione del proletariato come nuovo insieme del lavoro dipendente, pubblico e privato, ma anche delle molteplici figure del lavoro subordinato solo formalmente autonomo, e ridefinendo attorno ad esso l’articolazione del blocco storico alternativo.

Il lavoro dipendente si configura oggi come realtà eterogenea, spesso frammentata, che ridisegna la centralità di classe e le sue basi materiali attorno ad alcuni segmenti essenziali:
- la classe operaia della grande industria, forza centrale della prospettiva anticapitalista;
- la classe operaia della piccola e media industria e nell'artigianato, la cui crescita relativa all'interno della classe lavoratrice è il sottoprodotto della nuova divaricazione tra concentrazione finanziaria e decentramento produttivo;
- il lavoro impiegatizio dell'industria, segnato da una crescita di lungo periodo entro la storia del capitalismo novecentesco;
- il lavoro dipendente nella distribuzione commerciale (sia nella concentrazione dei grandi gruppi sia nelle articolazioni al dettaglio), nei trasporti, nel settore turistico, nel settore pubblicitario, nelle comunicazioni, legato alla grande espansione del terziario (ivi incluso quel settore sociale che si presenta solo formalmente come lavoro autonomo quali traduttori, pony-express ecc.);
- il lavoro impiegatizio nel settore creditizio e nelle assicurazioni, il cui sviluppo ha accompagnato l'espansione abnorme del capitale finanziario e la sua concentrazione;
- il pubblico impiego, nella sua composita articolazione, la cui massificazione sociale di lungo periodo è il frutto della precedente espansione della spesa pubblica;
- i lavoratori immigrati extracomunitari, prodotto del supersfruttamento dei paesi dipendenti e della loro pauperizzazione verticale sullo sfondo della stagnazione mondiale. 
Questo universo sociale, nella sua complessa stratificazione e infinite contraddizioni, ha interessi di fondo convergenti. Non solo in quanto lavoro salariato ma anche in rapporto all'attuale indirizzo delle politiche liberiste. 
Contrastare ogni settorialismo corporativo, ricomporre l'unità del lavoro dipendente contro le dinamiche di disgregazione, costruire la consapevolezza di un suo interesse convergente contro il blocco dominante e per l’alternativa di sistema, è compito essenziale dei comunisti. 

Un secondo tassello del blocco sociale alternativo è dato dalla massa dei disoccupati e dalla crescita abnorme del lavoro precario e flessibile. Anche qui siamo in presenza di un fenomeno di nuova qualità e rilevanza, che invera in forme nuove il marxiano "esercito industriale di riserva": una massa sociale che cresce strutturalmente sia come effetto della stagnazione, sia come risultante del decentramento internazionale della produzione che massifica un proletariato supersfruttato nei paesi dipendenti mentre moltiplica i disoccupati nelle metropoli. L’egemonia di classe sui disoccupati e sulle figure della forza lavoro precaria è in Italia tanto più importante se si considera che disoccupazione di massa e precarizzazione del lavoro si intrecciano profondamente non solo con l’universo giovanile ma col cuore della questione meridionale. 

La costruzione del blocco anticapitalistico tra la classe operaia industriale, il resto del lavoro dipendente, i disoccupati e i precari non solo è alternativa alla politica dell’alleanza col "ceto medio" ma implica precisamente la riconquista piena dell’indipendenza di classe dei lavoratori anche dalla piccola - e media impresa: una piccola e media impresa che in forme diverse ha ampiamente partecipato all’accumulazione proprietaria degli anni Ottanta e Novanta nell’ambito della rendita immobiliare e finanziaria, moltiplicando per questa via sia gli intrecci con la grande borghesia sia la contrapposizione di classe col lavoro dipendente. Altro è il caso di quegli strati inferiori del ceto medio che non sfruttano il lavoro dipendente, spesso espulsi dal mercato del lavoro o minacciati di proletarizzazione. Questo settore può e deve essere conquistato all’alternativa anticapitalistica: ma alla condizione di un’egemonia di classe che lo sottragga all’alleanza innaturale con la piccola e media borghesia. 

3.12 La nuova questione meridionale
Le masse meridionali sono un alleato strategico decisivo della classe operaia nella prospettiva anticapitalistica, ed una forza determinante per l’affermazione di tale prospettiva. 
La questione meridionale si ripropone come questione centrale della vita nazionale e uno dei punti di massima intersezione di questione sociale e questione democratica. Già la storia degli anni Ottanta ha segnato la continuità del processo di emarginazione economico e sociale del Sud all’interno della divisione nazionale e internazionale del lavoro. La svolta degli anni Novanta e l’avvio della II Repubblica induce la situazione meridionale a una vera e propria precipitazione: il taglio dei trasferimenti assistenziali, il disegno liberista del federalismo, la riproposizione delle gabbie salariali, la flessibilizzazione dilagante, si pongono su uno sfondo sociale già segnato da una profonda deindustrializzazione e dall’ulteriore espansione di una disoccupazione di massa, specie giovanile già da tempo drammatica L’ingresso nell’Europa di Maastricht consoliderà e accentuerà queste tendenze di fondo: confermando una volta di più che là crescente marginalità dell’economia meridionale lungi dall’essere un’espressione di arretratezza e di "ritardo" è il risvolto dialettico di una reale integrazione nel moderno mercato capitalistico. 
Peraltro l’ulteriore declino del Sud produce al suo interno una polarizzazione della ricchezza e del contrasto di classe. Da un lato abbiamo una borghesia meridionale emergente legata alle costruzioni, al terziario e all’economia turistica, protagonista spregiudicata delle operazioni speculative sulle aree industriali dismesse e che moltiplica i propri capitali attraverso i meccanismi della rendita urbana, agraria e finanziaria. è una borghesia nuova e dinamica, intrecciata alla borghesia del Nord da un fitto reticolo di affari, e che al tempo stesso si mostra capace di una significativa egemonia su settori rilevanti della società meridionale, in particolare sulle libere professioni e su ampie fasce del ceto medio commerciale. Al polo opposto il pesante ridimensionamento della classe operaia industriale si accompagna ad un processo di più ampia pauperizzazione segnato dal peso crescente dei disoccupati, dalla precarietà del lavoro stagionale, dal declassamento di un pubblico impiego privato delle vecchie certezze di status e di reddito, dalla frustrazione delle aspirazioni sociali della larga maggioranza delle donne. 
In questo quadro la criminalità organizzata trova il suo spazio naturale di inserimento e riproduzione sociale: essa si intreccia profondamente con la borghesia meridionale di cui è organica frazione, attraverso un complesso rapporto: da un lato esercita su di essa un prelievo fiscale illegale e diffuso, largamente sostitutivo del fisco statale, entrando così in contraddizione con l’interesse complessivo della borghesia nazionale, ma dall’altro le assicura protezione sociale, afflusso finanziario e credito bancario (anche attraverso l’utilizzo di settori dello Stato e della pubblica amministrazione). Inoltre la criminalità agisce come ufficio di collocamento di giovani disoccupati e quindi, paradossalmente, come ammortizzatore sociale, tanto più in una fase in cui lo Stato borghese, da sempre. attore e gendarme, giunge a negare persino l’assistenza. Infine le risorse erogate dallo Stato per patti territoriali e contratti d’area spesso alimentano, direttamente o indirettamente, proprio le forze della criminalità. In questo quadro nessuna sentenza di tribunale o iniziativa giudiziaria, nessun proclama solenne di lotta alla mafia, nessuna crisi delle sue vecchie mediazioni democristiane, può rimuovere peso sociale e radici della criminalità organizzata, sistematicamente riprodotti dalla società, capitalistica e obiettivamente incorporati al blocco storico dominante. Tanto meno sono credibili i già falliti appelli antimafia rivolti a quella borghesia "onesta e democratica" la cui stessa consistenza è messa in discussione dai recentissimi dati sull’evasione fiscale nel Sud e che in ogni caso è paralizzata dal suo stesso interesse sociale e di classe. 
No: al blocco storico dominante tra la grande borghesia del Nord e la borghesia meridionale, ivi inclusa la sua frazione criminale, occorre contrapporre il blocco storico tra la classe operaia e le masse popolari del Sud a partire dai lavoratori e dai disoccupati. Ed anzi questo blocco di classe è il solo che può trasformare la questione meridionale da classica leva del sovversivismo reazionario (nelle opposte demagogie, fascista e leghista) in leva del rivolgimento anticapitalista. 

3.13 Un programma di transizione
La stessa ricomposizione del blocco sociale alternativo richiede l’elaborazione di un sistema di rivendicazioni e di un metodo che sappiano connettere gli obiettivi immediati della nostra azione alla prospettiva unificante dell’alternativa anticapitalistica.
Il Prc deve superare quelle concezioni neoriformistiche che, in forme diverse, ripropongono la vecchia separazione tra “programma minimo” (obiettivi immediati) e “programma massimo” (socialismo), cara alla II Internazionale di fine Ottocento inizio Novecento e contro la quale nacque il movimento comunista.
La svolta d’epoca attuale, peraltro, rende del tutto improponibile quella vecchia separazione. Entro la crisi capitalistica ogni obiettivo immediato, ogni reale movimento di massa tende a cozzare con le ristrette compatibilità del capitale in crisi e le leggi materiali della sua decadenza. Mentre la coscienza politica delle masse e dei loro stessi movimenti di lotta, tanto più dopo le sconfitte subite, è profondamente al di sotto delle implicazioni oggettive delle loro esigenze.
Questa contraddizione di fondo riattualizza la concezione comunista del programma di transizione: di un programma che sia capace di individuare un ponte tra coscienza attuale delle masse e necessità della rottura anticapitalistica. Si tratta di rielaborare, in rapporto alle attuali condizioni dell’Italia, un sistema di rivendicazioni e un metodo che: 
a) si colleghi alla concretezza della situazione sociale e alle esigenze più pressanti delle classi subalterne per dimostrare che la loro piena soluzione passa per la rottura con l’ordine capitalistico;
b) sia capace di favorire esperienze pratiche di lotta e movimenti reali che proprio per il loro carattere dirompente sviluppino la coscienza anticapitalistica delle masse;
c) favorisca e promuova la ricomposizione unitaria del blocco sociale alternativo, per l’alternativa di sistema;
d) prefiguri il quadro programmatico del governo dell’alternativa, e cioè, l’insieme delle misure e provvedimenti anticapitalistici che un governo dei lavoratori sarebbe chiamato a realizzare come alternativa alla crisi sociale.
Proprio per questo non si può richiedere a un programma di transizione il rispetto delle compatibilità: al contrario esso si fonda sul presupposto che le esigenze generali delle masse sono, in questa epoca di crisi, incompatibili con la struttura capitalistica della società.
Com’è naturale il programma transitorio non può ridursi ad uno schema scolastico e rigido. Ed anzi per sua stessa natura esso richiede un’articolazione duttile, inevitabilmente mutevole, capace di aggiornare accento e baricentro in rapporto alla concreta dinamica della lotta di classe al particolare settore di intervento. Ma l’essenziale è il suo metodo: è la riconduzione agli scopi rivoluzionari di tutta la politica quotidiana, in ogni ambito di insediamento sociale, territoriale, sindacale, fuori da ogni logica settorialista, localista o sindacalista.
La proposta di vertenza generale del mondo del lavoro e dei disoccupati è una prima parziale sperimentazione di questo metodo: indica un approccio sindacale non sindacalistico e invece segnato da una logica di ricomposizione sociale anticapitalistica.
Nella stessa logica è centrale la battaglia indicata contro la flessibilità e la precarizzazione del lavoro. Le parole d’ordine “basta col precariato, no alla flessibilità, per contratti a tempo indeterminato” sono indicazioni semplici e unificanti, in grado di rompere con l’ideologia e le compatibilità capitalistiche della fase attuale. D’altra parte l’incubo di un’esistenza precaria, sacrificata alle esigenze padronali, coinvolge giovani e anziani, genitori e figli, piccola borghesia pauperizzata e classe operaia, tende a unificare gli interessi delle componenti strutturali dell’esercito industriale di riserva e dei settori più deboli della classe operaia attiva.

Questo approccio, a sua volta, va combinato e integrato sullo stesso terreno sociale con rivendicazioni direttamente anticapitalistiche che si colleghino a movimenti e fatti reali per introdurre nel movimento operaio e innanzitutto nella sua avanguardia il tema della rottura con la proprietà capitalistica e la questione dello stato. Temi oggi essenzialmente propagandistici e tuttavia di rilevanza centrale nella prospettiva socialista.

3.14 Un piano anticapitalistico contro la crisi
In Italia, come in tutta Europa, è all’ordine del giorno l’aggressione alle conquiste sociali e ai diritti strappati dal movimento operaio nella precedente fase di ascesa di lotta e di prosperità economica. I comunisti, naturalmente, sono e debbono essere in prima fila nell’opposizione all’aggressione liberista. Ma non possono limitarsi ad una pura azione difensiva, pur prioritaria. Né d’altro canto possono illudere se stessi e i lavoratori circa la possibilità di un “nuovo modello di sviluppo” entro le maglie di un capitalismo in crisi. E’ invece essenziale collegare, ovunque possibile, l’azione di difesa e ampliamento dello stato sociale e dei diritti con un programma anticapitalistico contro la crisi che indichi una soluzione di classe alternativa delle esigenze sociali delle masse in aperta collisione con le compatibilità del capitale.

I comunisti rivendicano innanzitutto un diritto universale di cittadinanza come soddisfazione dei fondamentali bisogni sociali, individuali e collettivi. Per questo assumono nel loro programma la richiesta di un’assistenza sanitaria pubblica, gratuita e uguale per tutti; il ristabilimento e la difesa del sistema previdenziale pubblico a ripartizione; la difesa e trasformazione della scuola pubblica contro la sua privatizzazione; un effettivo diritto alla casa, fuori e contro la liberalizzazione in atto. Più in generale il Prc rivendica la difesa dell’ambiente e uno sviluppo ecologicamente compatibile, con un vasto piano di riconversioni produttive e la modifica dei modi di produzione e di consumo.

Ma proprio la difesa e l’ampliamento dei diritti sociali, nonché la rivendicazione di un nuovo sviluppo, pongono il problema elementare della spesa pubblica e del suo reperimento. I comunisti debbono dare una coerente risposta anticapitalistica e tale problema. 
Attraverso il debito e i trasferimenti pubblici, le agevolazioni e gli incentivi fiscali lo Stato trasferisce ogni anno al blocco del profitto e della rendita risorse finanziarie gigantesche ricavate dal taglio progressivo delle spese sociali, dal blocco dei salari pubblici, dalla pressione fiscale sul lavoro dipendente (cui fa riscontro l’enorme evasione fiscale, legale e illegale, delle classi dominanti). Questo meccanismo ridistributivo, sanzionato ritualmente da ogni finanziaria, non è un accidente di percorso ma una funzione strutturale dello Stato borghese nella sua azione di sostegno del capitalismo decadente.
I comunisti non possono allora rispondere con una semplice rivendicazione di tipo redistributivo (tassazione della rendita e patrimoniale) magari valorizzando il suo realismo razionalizzatore o l’”esempio” di altri paesi capitalistici. Tanto meno possono illudersi di convincere ad un compromesso fiscale la presunta borghesia “illuminata”. Debbono invece collegare tali rivendicazioni ad una proposta programmatica generale che rompa i vincoli strutturali del capitale.
Se la Confindustria trova equo che il lavoro dipendente regga il grosso del carico fiscale, in un paese in cui il 10% delle famiglie detiene il 40% della ricchezza sociale, i comunisti rivendicano la tassazione progressiva della rendita, del profitto e dei grandi patrimoni anche come leva per consentire la detassazione di un’ampia quota del salario.
Se la borghesia pratica in massa l’evasione fiscale, ottenendo periodici condoni, e usa i soldi così risparmiati per esercitare la corruzione come norma; se lo Stato dichiara la propria impotenza ad accertare gli evasori, i comunisti rivendicano il controllo operaio e popolare sul fisco, a partire dall’abolizione del segreto commerciale e del segreto bancario.
Se la grande borghesia rivendica la normalità dei trasferimenti pubblici al profitto (100.000 miliardi all’anno) nel mentre fustiga l’assistenzialismo verso il Sud, i comunisti chiedono l’abolizione di quei trasferimenti e la destinazione delle risorse così liberate per il salario sociale ai disoccupati e la rinascita del Sud. Con il grande sviluppo di interventi pubblici, a partire dal Mezzogiorno, nella scuola, nella sanità, nei trasporti su ferro, nella conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico, nello sviluppo agro-alimentare.
In conclusione: alla radicalità antioperaia della borghesia, occorre rispondere con la radicalità di classe del mondo del lavoro e dei disoccupati.

3.15 La questione della proprietà
Di fronte all’avanzata delle privatizzazioni e alla gigantesca concentrazione proprietaria in atto, i comunisti non possono replicare solo in chiave difensiva (no alle privatizzazioni), né possono all’opposto limitarsi alla propaganda, pur necessaria, del socialismo e dell’economia pianificata.

Dobbiamo iniziare a porre concretamente la questione della proprietà a partire dalle necessità che sorgono dai movimenti di lotta, in relazione al controllo dei lavoratori, e ad una prospettiva sociale alternativa.
Il Prc deve rivendicare ad esempio la nazionalizzazione delle aziende in crisi, allorché la ristrutturazione mette a repentaglio migliaia di posti di lavoro, come unica condizione di un loro risanamento e riconversione sotto un controllo e finalità sociali.
Il Prc deve inoltre rivendicare la nazionalizzazione delle industrie inquinanti e della produzione bellica: perché è questa la condizione affinché i necessari processi di riconversione produttiva non si risolvano contro i lavoratori e possano dunque avere il loro sostegno nell’interesse unitario della lotta ambientalista e contro la guerra. 
Va infine rivendicata la nazionalizzazione di quelle aziende segnate da gravi pratiche di corruzione e speculazione. In questo senso va chiesta la nazionalizzazione dell’industria farmaceutica per rimuovere quel settore capitalistico che ha combinato al massimo grado spreco e cinismo senza scrupoli, con una speculazione rivoltante sulla salute e un ricatto sistematico verso lo stesso sistema sanitario.

Più in generale, contro la volgare propaganda antistatalista, i comunisti debbono sviluppare l’idea che solo l’acquisizione allo Stato dei settori strategici produttivi e bancari crea le condizioni di un diverso modello di sviluppo, capace ad esempio di programmare una reindustrializzazione al Sud ecologicamente compatibile e svincolata dalla logica devastante del profitto.

Va peraltro chiarito ai lavoratori che le nazionalizzazioni che noi proponiamo non hanno nulla a che vedere con le vecchie cattedrali dell’industria pubblica. Infatti i comunisti:
a) si battono per nazionalizzazioni senza indennizzo (con la doverosa tutela dei piccoli risparmiatori): sia perché l’indennizzo è già stato “pagato” dallo sfruttamento dei lavoratori, dall’ambiente, dai trasferimenti pubblici, sia per evitare che esso si trasformi, come per l’Enel nel ‘63, in una nuova occasione di speculazione finanziaria;
b) si battono perché contestualmente alla nazionalizzazione siano messi in campo strumenti di controllo operaio e popolare: l’apertura dei libri contabili ai lavoratori e ai consumatori, unita all’abolizione del segreto bancario, crea le condizioni di un vero controllo democratico ed autorganizzato;
c) contro ogni illusione di economia mista e di democratizzazione del capitalismo collegano la rivendicazione delle nazionalizzazioni alla prospettiva dell’alternativa di sistema: di un’alternativa complessiva di società e di potere.

3.16 La questione dello Stato
Infine, il metodo transitorio deve ispirare l’intervento dei comunisti sulle questioni dello Stato e del potere.
Il Prc non può limitarsi alla difesa delle conquiste democratiche, alla critica della separatezza dello Stato dalla società, alla denuncia della sua capacita corruttrice verso lo stesso movimento operaio e le sue rappresentanze istituzionali.
Il Prc deve recuperare e aggiornare l’analisi marxista della natura di classe dello Stato, nella sua stessa forma “democratico borghese”. E farne oggetto di denuncia e chiarificazione tra le masse.
“La democrazia borghese è un paradiso per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati. La corruzione diretta dei funzionari e l’alleanza tra governo e Borsa assicurano nella repubblica più democratica l’onnipotenza della ricchezza”. Queste parole di Lenin conservano oggi una straordinaria attualità politica.
La storia italiana del dopoguerra ha ampiamente documentato la vera natura della democrazia borghese. Proprio la vicenda di Tangentopoli, lungi dal rivelare una patologia dello Stato, ne ha invece disvelato la normalità e l’essenza: quella di una grande macchina burocratica infeudata all’economia capitalistica e al blocco sociale dominante e per questo tempio di corruzione, criminalità, lotte per bande, spartizioni e lobby. Ciò che peraltro corrisponde, in varie forme, alla normalità di ogni altra democrazia dell’Occidente.
Oggi il progetto della II Repubblica mira ad utilizzare la bandiera del “nuovo” come leva di una semplificazione autoritaria al servizio dello stesso grande capitale (corruttore), del riciclaggio della stessa macchina statale (corrotta) e contro le stesse vittime sociali (i lavoratori) della I Repubblica. All’opposto i comunisti debbono assumere la rottura di questa macchina statale, comunque ricomposta, come elemento strategico di un’alternativa anticapitalista.
L’alternativa strategica e di fondo alla crisi della democrazia borghese sta nel rilancio strategico della democrazia dei lavoratori basata sull’autorganizzazione consiliare.
Il movimento operaio italiano ha una ricca esperienza di organizzazione consiliare: dal biennio rosso sino all’autunno caldo, in ogni precipitazione radicale dello scontro sociale esso ha teso a sprigionare proprie strutture di partecipazione e controllo come embrioni di una democrazia alternativa. Questa istanza consiliare, in varie forme, è peraltro riaffiorata ripetutamente su altri piani anche in movimenti di massa settoriali (come nel caso del movimento degli insegnanti dell’87-88) o in alcune fasi e settori del movimento degli studenti. E persino oggi si è riproposta in parte come domanda di ricostruzione di rappresentanze universali e libere nei luoghi di lavoro contro il monopolio burocratico della contrattazione.
I comunisti debbono assumere sino in fondo l’autorganizzazione come asse strategico e programmatico. Non la riducono ad una veste parasindacale. Né la concepiscono come estensione e “correttivo” della democrazia borghese. Ma l’assumono in un’ottica transitoria come concreto terreno di lavoro e iniziativa di massa nella prospettiva di un altro potere.
In ogni movimento reale, in ogni acuto conflitto di classe o antiburocratico i comunisti debbono impegnarsi a:
- proporre e incentivare l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici sino alla sua espressione consiliare;
- coordinare e unificare le espressioni di autorganizzazione del mondo del lavoro territorialmente e per categoria;
- collegare l’autorganizzazione nei luoghi di lavoro con realtà autorganizzative di altri soggetti sociali: disoccupati, giovani, realtà popolari e di movimento;
- unificare nazionalmente, in prospettiva, l’autorganizzazione consiliare, nella prospettiva della rottura anticapitalistica.
Naturalmente si tratta di un’impostazione di metodo, non di uno schema, che va concretizzata con duttilità. Ma proprio al fine di evitare una visione astratta e “ideologica” dell’alternativa socialista (affidata alla storia e separata dalla politica) il Prc non può ignorare nella propria politica la questione centrale e decisiva del potere: del potere delle masse lavoratrici e dei disoccupati.

4. Per una riforma profonda del nostro partito

Il nuovo corso politico e strategico del Prc, e la stessa esperienza collettiva di questi anni, motivano e richiedono una riforma profonda del nostro Partito, del suo modo di essere e di agire, della sua democrazia.

In questi anni il nostro partito ha purtroppo consolidato autentiche patologie che vanno chiamate col loro nome e finalmente affrontate: tra le quali, una frequente imposizione amministrativa di istanze superiori su circoli o federazioni, una ciclica scissione delle rappresentanze istituzionali dal partito, una scarsa partecipazione dei militanti alla definizione ed elaborazione delle scelte, una insufficiente trasparenza, agli occhi degli iscritti, del confronto politico interno al partito e ai suoi organismi, una crisi profonda e perdurante di radicamento sociale e di classe.
Queste patologie, una volta riconosciute, non possono essere affrontate e risolte né con lodevoli dichiarazioni d’intenti, né con appelli o circolari e neppure semplicemente con adeguamenti statutari, pur utili o necessari. Debbono essere indagate e affrontate innanzitutto in termini politici generali e di fondo.

Troppo pesante è ancora nel Prc quella eredità politica e culturale (tipicamente riformista) che concepisce il partito come fine a sé, invece che come strumento di trasformazione. Troppo spesso il metro di misura del partito e della sua linea non è l’avanzamento o meno di un progetto, ma, in sé, il numero di voti o di assessori, i riconoscimenti istituzionali, la proiezione d’immagine. Troppo spesso il partito si assume come metro di misura di sé stesso.
Questa cultura - davvero autoreferenziale - ha conosciuto nei due anni passati la massima propagazione nel partito, a vari livelli, con riflessi pesanti nella sua vita interna. Non solo questa cultura emargina la questione del radicamento di classe del partito, che è inseparabile dalla centralità di un progetto di trasformazione; non solo emargina e comprime la vita democratica interna, spesso vissuta come impaccio, identificando il partito con la sua gestione di maggioranza, ma è la leva di separazione del partito dai suoi iscritti (come dimostra l’abbandono silenzioso di tanti compagni capaci in questi anni), e delle rappresentanze istituzionali dal partito. 

Certo, il partito ha resistito alla scissione ripetuta delle sue rappresentanze istituzionali: è la misura di una vitalità che va valorizzata. Ma dobbiamo evitare tra noi una propaganda autoconsolatoria. Così come dobbiamo evitare di attribuire semplicisticamente le cause dell’accaduto al potere seduttivo delle istituzioni. Abbiamo invece la necessità di un bilancio politico serio che tragga conclusioni di fondo: 
(1) una linea politica del partito che assuma il terreno istituzionale e di governo, ai vari livelli, come riferimento prevalente favorisce le periodiche scissioni delle proprie rappresentanze istituzionali. Perché non solo indebolisce le resistenze del partito alle fisiologiche pressioni dell’ambiente istituzionale ma favorisce la progressiva identificazione delle proprie rappresentanze in quell’ambiente;
(2) se una maggioranza, quale che sia, si identifica di fatto col partito, a partire dal monopolio della sua gestione e rappresentanza, qualsiasi importante divergenza politica in essa, qualsiasi modificazione di un equilibrio interno ad essa tende a tramutarsi in una destabilizzazione rovinosa del partito.

4.1 Costruire Il Prc come intellettuale collettivo
A partire da questo bilancio, la svolta politica e strategica che il IV Congresso avvia richiede una concezione nuova del partito e della sua costruzione. 

La risposta nuova ai problemi del partito non sta nella soluzione del “partito comunità” nei termini in cui viene ora proposta: quella di un partito che, ponendosi come contraltare alla disgregazione e al “deserto esterno”, fa del proprio circolo un centro sociale di organizzazione mutualistica, scuola, alfabetizzazione...
Questa proposta, oltretutto di dubbia concretezza, non solo non proietta il partito nel lavoro di massa, ma rischia paradossalmente di rafforzare la sua autocentratura. Non solo non rompe il circuito dell’autoreferenzialità ma rischia di aggravarlo, sia pure in una forma nuova, cronicizzando i limiti di settarismo, sradicamento sociale, distacco dai movimenti a tutto vantaggio dei Ds e degli apparati sindacali.
Occorre invece recuperare e aggiornare una concezione gramsciana del partito come intellettuale collettivo e impegnato nella lotta per l’egemonia tra le masse: e che orienta la propria cultura politica, la propria strutturazione organizzativa, il proprio criterio di funzionamento in relazione alla prospettiva anticapitalistica.

Sotto il profilo politico va affermata innanzitutto la concezione di un partito certo capace di presenza istituzionale ma non istituzionalista: un partito che quindi non finalizza la politica al voto ma chiede il voto a una politica; che non subordina l’azione di massa alla propria rappresentanza istituzionale, ma subordina la propria rappresentanza all’azione di massa, allo sviluppo dell’opposizione sociale, alla ricomposizione di un blocco anticapitalistico. Il carattere di massa del partito sta, prima di tutto, in questa sua proiezione quotidiana verso la conquista e l’egemonia più larga tra le classi subalterne: da qui la necessità di un radicamento sociale nei luoghi di lavoro e sul territorio, della costruzione e formazione dei militanti e dei quadri, condizione essenziale per lo sviluppo dell’egemonia; del controllo vigile e costante sui propri rappresentanti istituzionali, che vanno considerati a tutti gli effetti rappresentanze del partito nelle istituzioni e non delle istituzioni nel partito.
In questo quadro va abrogato ogni possibile privilegio dell’eletto comunista, sancendo statutariamente l’obbligo del versamento al partito dell’indennità di carica percepita (e di ogni emolumento), con la copertura da parte del partito delle spese di mandato e la corresponsione di uno stipendio pari a quello di un funzionario.

Infine, va affrontato con serietà e concretezza il problema della costruzione organizzata del partito. A questo proposito occorre educare il partito e i suoi organismi dirigenti a tutti i livelli a formulare progetti definiti, concreti e verificabili, per valorizzare e destinare al meglio le risorse umane e quelle finanziarie, in funzione del radicamento sociale, della vitalità delle strutture e dell’efficacia dell’iniziativa del partito, fuori da ogni logica di mera proiezione di immagine o di mero inseguimento delle scadenze elettorali. 

4.2 Per una svolta democratica nel partito, per un partito di liberi e di eguali
Questa riforma politica profonda della nostra concezione e costruzione del partito richiama una riforma altrettanto profonda della sua democrazia, quale terreno decisivo della stessa rifondazione comunista. Un partito inteso come intellettuale collettivo, impegnato quotidianamente nella lotta della società borghese per un’alternativa di società, non può vivere la democrazia interna come limite o come obbligo formale e statutario: deve assumerla invece come condizione stessa della propria politica e della sua incisività tra le masse. Abbiamo dunque bisogno di rendere tutti i compagni “padroni di casa” nel proprio comune partito: di incoraggiare, non emarginare, le disponibilità dei giovani compagni; di valorizzare, non di comprimere, spirito d’iniziativa, creatività politica, indipendenza di giudizio, che sono lievito indispensabile per un partito vivo e vitale; e soprattutto di rendere tutti i militanti del partito partecipi delle elaborazioni e decisioni ai vari livelli del partito stesso: perché gli orientamenti e le scelte democraticamente definiti sono anche quelli maggiormente sostenuti nell’azione pratica e per questo più incisivi e paganti. Mentre le scelte passivamente subite, quand’anche condivise, non mobilitano le energie e l’iniziativa.
Parallelamente va affermato il diritto di ogni compagno del partito a conoscere il dibattito, le deliberazioni, le posizioni diverse che emergono nel partito e di contribuirvi consapevolmente (e non per impressioni ricevute magari dalla stampa avversaria). E’ essenziale in questo senso uno strumento di dibattito interno nazionale, con verbali e atti degli organismi direttivi, a partire dalla Direzione nazionale, ed un’ampia possibilità di contributi delle federazioni, circoli, singoli o gruppi di militanti.
E’ necessario inoltre che la formazione dei compagni - che va assunta come tema centrale del partito - sia concepita anche come sviluppo reale della sua democrazia interna; perché solo lo sviluppo di conoscenze, competenze, preparazione, rafforza l’autonomia di giudizio e quindi la libertà reale della valutazione.
Abbiamo bisogno più in generale di un partito di liberi e di eguali, che fa della lotta costante al proprio interno contro ogni forma di burocratismo, di discriminazione, di conformismo burocratico, il codice nuovo della propria costituzione materiale; va dunque pienamente ripristinata la piena facoltà di autonoma iniziativa del circolo contro ogni forma di controllo burocratico della federazione; vanno profondamente rivisti ruolo e natura degli attuali esecutivi regionali. Va ripristinato e realmente affermato il diritto delle federazioni a designare democraticamente le proprie candidature elettorali ai vari livelli, contro logiche di imposizione da parte delle istanze superiori del partito.
Infine il nostro partito deve combinare la necessaria unità nell’azione esterna - fondamentale in una battaglia per l’egemonia - con la più ampia libertà di discussione interna e quindi con il rispetto pieno dei diritti delle minoranze (a partire da quello di poter diventare a loro volta maggioranza): solo questo rapporto di piena democrazia interna e di pari dignità reale (non formale) tra tutte le posizioni può educare alla concezione e alla pratica di un partito di liberi e di eguali e soprattutto può legittimare il principio dell’unità nell’azione esterna come principio assunto e interiorizzato dall’insieme del partito.
Peraltro l’esperienza che abbiamo vissuto ha dimostrato che i veri rischi per l’unità del partito non stanno nel libero e leale confronto delle opinioni politiche diverse, ma nella manovra burocratica silenziosa, nello spirito di clan, nella logica del frazionismo burocratico e della cordata: che magari fino al giorno prima recitava l’unanimismo del voto e la “disciplina” di partito.

4.3 Per un forte investimento del Prc nei Giovani comunisti 
In questo quadro va rivisto in profondità l’attuale rapporto tra il partito e i Giovani comunisti.
Certo, con la conferenza dei Giovani comunisti del dicembre ‘97 abbiamo compiuto un passo avanti importante, grazie alla costituzione di un’organizzazione democraticamente eletta, capace di iniziativa tra i giovani. Ma le potenzialità reali e importanti di questa scelta faticano tuttora a dispiegarsi: sia per ragioni insite nel corso politico perseguito in due anni dal Prc, ma anche però per ragioni politico-organizzative che vanno prontamente rimosse.
Il partito spende da anni per i Gc meno di quanto spenda per qualsiasi dipartimento. La scarsità di fondi disponibili riduce verticalmente le possibilità di proiezione esterna e addirittura ostacola pesantemente lo stesso funzionamento regolare del Coordinamento nazionale dei Gc. In tali condizioni molto spesso e contro la loro volontà i Gc si riducono ad essere una sigla “leggera” usata dal partito sul piano dell’immagine più che un’organizzazione segnata da reale autonomia di iniziativa e di movimento.
Questa situazione va radicalmente superata.
Il nostro partito deve investire a pieno, politicamente e finanziariamente, per sostenere la costruzione dell’organizzazione giovanile. E’ necessario che i giovani dispongano di un loro bollettino, di uno spazio regolare su “Liberazione”, verificando, in prospettiva, la possibilità di dar vita a un loro organo di stampa, strumento importante per la costruzione di massa. 
Dobbiamo dar vita a una struttura che sappia rispondere all’esigenza di fondo che abbiamo: quella di creare nuovi quadri politici in grado di costruire - nel vivo dei movimenti - l’egemonia dei comunisti tra vasti strati di giovani lavoratori, studenti, disoccupati. Dobbiamo costruire un’organizzazione di giovani rivoluzionari che lotti per guadagnare vaste masse giovanili al progetto della rifondazione comunista e quindi della trasformazione socialista della società.