Documento congressuale
Una alternativa di società
Presentato da Fausto Bertinotti, Aurelio Crippa, Paolo Ferrero, Franco Giordano, Claudio Grassi, Graziella Mascia

Indice documento

Premessa

1.  I motivi del congresso straordinario

2. Le ragioni della rottura con la maggioranza
2.1 La scissione in Rifondazione comunista
2.2 Il nostro giudizio sul governo D’Alema
2.3 Il progetto politico-istituzionale del nuovo governo
2.4 Le contraddizioni e le debolezze di questo progetto
2.5 Caratteri e potenzialità della nostra lotta d’opposizione

3. La crisi del processo di globalizzazione e l’Europa
3.1 Le diverse risposte alla crisi
3.2 Le diverse posizioni nella socialdemocrazia europea

4. Il neoliberismo temperato e la democrazia malata
4.1 La coppia integrazione-frantumazione
4.2 La democrazia malata
4.3 Concertazione, patto sociale, sistema politico

5. Il confronto fra le due sinistre

6. La condizione del paese, i movimenti, il sindacato
6.1 La centralità del lavoro subordinato e la sua valorizzazione
6.2 La costruzione dei movimenti di massa
6.3 La ricostruzione di un sindacato di classe, democratico e di massa

7. Per la riforma della politica. Il partito comunista di massa
7.1 La vita democratica del partito e il ruolo dei Circoli
7.2 Il lavoro del partito e il suo radicamento nella società

8.  La dimensione internazionale del nostro agire politico
8.1 Neoliberismo e nuovo imperialismo
8.2 Nuovo internazionalismo e fine del “campo socialista”

9. L’opposizione per un’alternativa di società
9.1 Il rilancio e la riqualificazione del Mezzogiorno
9.2 La dimensione internazionale e ambientalista della lotta per il lavoro
9.3 I diritti nel mondo del lavoro, del non lavoro e della persona
9.4 L’immigrazione e la costruzione di una società multiculturale
9.5 Il problema della formazione e della nascita di una cultura critica 
9.6 La difesa e l’innovazione dello stato sociale
9.7 La questione democratica: le istituzioni, la giustizia, l’informazione

Conclusione


Premessa

C’è bisogno di una forte iniziativa politica a sinistra. A sinistra c’è una preoccupante tendenza alla divisione, alla frantumazione e persino all’incomunicabilità. Le difficoltà non devono incoraggiare pigrizia o rassegnazione allo stato delle cose esistenti.
Proponiamo a tutte le forze della sinistra di alternativa di riaprire un dialogo e un confronto politico e programmatico. A tutti coloro, forze politiche e sociali, associazioni, organizzazioni, istituzioni, giornali e singole personalità della sinistra che contestano il primato del mercato e che considerano criticamente la subalternità programmatica della sinistra di governo a quel primato come al pensiero unico, avanziamo la proposta di dar vita a nuove sedi e percorsi di confronto per far crescere e contribuire a definire, nel pieno rispetto di ogni autonomia politica e organizzativa, un programma di alternativa per l’Italia di oggi e per l’Europa, un programma di alternativa alle politiche neoliberiste.
Del tutto diversa, ma assolutamente necessaria è l’iniziativa da stabilire nei confronti dell’altra sinistra, nei confronti cioè dei Democratici di sinistra. La divergenza tra le due sinistre è di ordine strategico, la vicenda della fine dell’esperienza Prodi e della nascita del governo D’Alema hanno accentuato le divergenze e il dissenso di fondo. Ma la crisi profonda della politica e una democrazia ammalata che caratterizzano ormai il paese chiedono l’apertura di un confronto immediato e di medio periodo. Noi non taciamo le responsabilità che attribuiamo alla linea della sinistra moderata nel concorso a determinare queste gravi crisi. Tuttavia riteniamo che la gravità della crisi democratica e della crisi della politica apra un interrogativo di fondo sul destino di tutte le sinistre nella società contemporanea e sull’efficacia dell’azione per la difesa degli interessi delle classi subalterne.
Perciò proponiamo all’altra sinistra l’apertura di un confronto che parta da questo nuovo e drammatico quadro, quello della crisi della politica e della democrazia, per cercare adesso una valida risposta. 

1.  I motivi del congresso straordinario

La convocazione del congresso straordinario del Partito della Rifondazione comunista si è resa necessaria più che per le note vicende interne, che hanno comportato una scissione, per le rilevanti modificazioni che stanno intervenendo nell’attuale fase della globalizzazione capitalistica, i processi sociali e politici che ne derivano, in particolare modo nel contesto europeo, il cambiamento del quadro politico italiano e il passaggio all’opposizione del nostro partito.
La scelta della rottura con la maggioranza di governo e la conseguente collocazione all’opposizione da parte del nostro partito, rappresenta un nuovo rilevante atto nello stesso processo della rifondazione comunista. Con questa scelta abbiamo prodotto una innovazione nella nostra prassi politica ed ora siamo chiamati a definire la nostra strategia al livello di quell’innovazione che abbiamo determinato.
Perciò la riflessione e l’elaborazione congressuali, e questo stesso documento, sono dedicati principalmente all’analisi della fase che attraversiamo e alla definizione della proposta politica in grado di qualificare la nostra opposizione per la costruzione di un’alternativa di società. Questo congresso straordinario sarà quindi essenzialmente un congresso di linea politica, il cui primo compito è dare efficacia all’agire politico e all’iniziativa sociale.
L’analisi della fase e la proposta politica che ne consegue sono infatti per noi un elemento di identità forte che ci permettono di collegarci ad un percorso, da condurre in rapporto con tutte le culture critiche sul piano interno e internazionale, di contestazione radicale al punto di vista delle classi dominanti, al  “pensiero unico”; di definizione di un programma generale della sinistra antagonista, cui dedicheremo i nostri sforzi in particolare tra questo congresso e il successivo; di delineazione dei grandi temi della strategia della trasformazione della società che, nella prospettiva del superamento del capitalismo, costituiscono l’essenza del progetto della rifondazione comunista.
Per queste ragioni il lavoro di elaborazione e di discussione deve essere in grado di coinvolgere tutto il corpo del partito ed essere aperto a tutte le forze e i pensieri critici che si muovono nella società. Alla affermazione e alla difesa dell’autonomia del nostro partito, dobbiamo sapere accompagnare la capacità di interlocuzione con altre forze ed esperienze. Il congresso straordinario deve dunque segnare un nuovo importante passo in avanti nella capacità di apertura del partito nei confronti della società.

2.  Le ragioni della rottura con la maggioranza

Il passaggio all’opposizione del nostro partito si è reso necessario a causa dell’assenza di una svolta riformatrice nella politica del governo Prodi e del rifiuto del nuovo Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, di ritirare la legge finanziaria presentata dal precedente Esecutivo e di riaprire un confronto, per definire una nuova politica riformatrice di governo, tra le forze che avevano sconfitto le destre vincendo le elezioni dei 21 aprile 1996. 
Quanto è accaduto in questi ultimi mesi ha ulteriormente chiarito le ragioni dell’alternativa che abbiamo posto tra svolta e rottura. La svolta riformatrice si imponeva e si impone per fronteggiare i processi di crisi in atto e il peggioramento consistente delle condizioni di vita delle masse, reso drammaticamente evidente dall’aumento della disoccupazione, della povertà, del divario fra Nord e Sud del paese. Ma la svolta riformatrice non ha potuto affermarsi perché è prevalsa, in particolare negli ultimi mesi della durata del governo Prodi, una scelta in senso contrario, di tipo moderato. 
Questa tendenza è stata non solo confermata, ma ulteriormente aggravata con la nascita del governo D’Alema. Quest’ultima non rappresenta affatto l’esito obbligato e inevitabile della situazione politica creatasi con la caduta del governo Prodi. Erano infatti possibili altre soluzioni, quella del ritiro della legge finanziaria del governo Prodi e di una ridiscussione del programma di governo fra le forze del centrosinistra e rifondazione comunista, o quella della nascita di un governo tecnico, di “decantazione”, la cui durata fosse segnata dalle note scadenze politico istituzionali, come l’elezione del Presidente della Repubblica. 
Invece si è voluto dare vita ad un Esecutivo, con la rilevante presenza del partito di Cossiga, per garantire una stabilità di segno moderato.

2.1 La scissione in Rifondazione comunista
In questo quadro è maturata la scissione nel nostro partito, che non è motivata da ragioni ideali, ma dal problema del rapporto con il quadro politico e con il governo. In questo senso l’analogia con le motivazioni della precedente scissione subita all’epoca della formazione del governo Dini, è del tutto evidente.
In questa vicenda è emersa in modo nitido il contrasto tra una pretesa identità comunista e una prassi politica di tipo adattativo, ossia la totale indifferenza tra i mezzi e il fine, e il prevalere, nei compagni che hanno promosso la scissione, della cultura della governabilità sull’esigenza della trasformazione e dell’autonomia di un partito comunista, che deve regolare i propri comportamenti in relazione all’aderenza ai propri programmi e non agli spazi consentiti di iniziativa, peraltro più virtuali che reali.
La scissione non ha comunque raggiunto gli esiti sperati, è stata un atto tanto grave quanto inutile rispetto agli obiettivi per i quali era stata realizzata. Non è servita per tenere in vita il governo Prodi, né per fare a meno del sostegno e della partecipazione, assolutamente determinanti, al nuovo governo da parte dell’Udr di Cossiga, né per colpire in modo rilevante il nostro partito. 
La scissione ha avuto conseguenze anche pesanti all’interno dei gruppi dirigenti e soprattutto nelle rappresentanze elettive, sia in Parlamento che nei consigli regionali e negli enti locali, riproponendo così la questione ben più generale della crisi del rapporto fra rappresentanti e rappresentati, ma non ha assolutamente inciso in modo apprezzabile nel corpo del partito, a livello dei circoli e della sua base. Da qui, anzi, è partita una reazione estremamente positiva, di intensificazione delle iniziative e della partecipazione, che si manifesta anche nell’andamento del tesseramento e delle nuove iscrizioni, particolarmente tra i giovani. Non si tratta solo di un fatto emotivo ma di nuove potenzialità e soggettività politiche che si possono ora manifestare anche grazie e in connessione con il passaggio del nostro partito all’opposizione, e che il dibattito congressuale deve saper raccogliere e valorizzare.
La scissione si è rivelata inoltre dannosa per l’insieme della sinistra. Nel contesto della crisi della politica, ha introdotto ulteriori elementi di non credibilità dell’insieme della sinistra, della sua capacità di confronto, di determinare aggregazioni, risposte unitarie, intese. Ancora una volta affiora invece la tendenza alla separazione nell’insieme della sinistra, alla divisione delle esperienze organizzate, alla prevalenza dell’incomunicabilità, appena appare un dissenso, senza misurare fino in fondo il suo grado di compatibilità con gli obiettivi strategici.

2.2  Il nostro giudizio sul governo D’Alema
Il segno moderato del governo D’Alema è ben visibile nella sua stessa composizione, nei suoi programmi e nei suoi primi atti.
Il nuovo governo ha fatto propria la finanziaria del governo Prodi. introducendovi però dei gravi e significativi peggioramenti. Il suo programma si configura come una versione italiana del liberismo temperato, postula un passaggio dalla fase del risanamento a nuove prospettive di sviluppo, di accumulazione e di liberalizzazione dei mercati. 
Conseguentemente il nuovo governo ribadisce la scelta di premiare le imprese con nuove incentivazioni e nuovi sgravi fiscali, presentandola come lotta alla disoccupazione, mentre viene passata sotto silenzio la messa in cassa integrazione di 35mila lavoratori della Fiat. 
Pone la fiducia sul decreto che stabilisce l’inizio del lavoro straordinario dalla 46° ora, ben al di là degli orari contrattuali e persino di fatto, mentre la maggioranza respinge la nostra proposta di inserire nella legge collegata alla finanziaria lo stesso disegno di legge presentato dal precedente governo sulla riduzione dell’orario settimanale a 35 ore. 
Guida un nuovo attacco al diritto di sciopero, confidando sull’acquiescenza attiva delle organizzazioni sindacali confederali, a partire dai settori dei trasporti, che punta alla liquidazione di ogni forma di lotta collettiva per l’affermazione dei propri bisogni e dei propri diritti. Intensifica i processi di privatizzazione delle grandi imprese pubbliche, ben oltre le indicazioni che provengono dai vincoli europei, come nel caso dell’energia elettrica, cercando anche di estenderli alle aziende che gestiscono le grandi reti civiche ambientali, come quelle dei trasporti urbani ed extraurbani, delle fonti idriche ed elettriche, delle fognature, giungendo fino ad appaltare alle assicurazioni private la protezione delle popolazioni di fronte alle calamità naturali o, meglio, alle conseguenze disastrose di un uso speculativo e intensivo dell’ambiente e del territorio. 
Riduce la proposta di una agenzia per il sud alla riorganizzazione tecnocratica di enti e strutture già esistenti con nessun vantaggio per la occupazione nel mezzogiorno.
L’idea di programmazione viene così completamente svuotata e capovolta, anche se il termine torna qualche volta ad essere riusato. Al suo posto viene teorizzata e ricercata la costruzione di un patto sociale che attui la proposta formulata da Carlo Azeglio Ciampi; viene perseguito e praticato l’allargamento della pratica concertativa tra le parti sociali, che punta da subito ad una compressione della rivendicazione salariale, al di là del numero dei livelli di contrattazione, entro il mantenimento del potere d’acquisto, ma solamente nei settori più forti, mentre nelle zone più povere e sindacalmente più deboli si dovrebbe procedere ad una riduzione dei salari reali, distruggendo definitivamente il principio dell’unità contrattuale, della parità retributiva e dei diritti. La concertazione allargata a tutto il sistema delle relazioni tra le parti sociali, sia a livello centrale che territoriale, si pone così in alternativa tanto al ruolo di programmazione democratica dello stato quanto al libero dispiegarsi della dialettica e del conflitto sociali, e costituisce così uno dei fondamenti materiali di quella tendenza a forme di governo e di organizzazione sociale a-democratiche che sono una delle caratteristiche specifiche della modernizzazione capitalistica in atto.
Sul terreno dello stato sociale il nuovo governo - mentre influenti personalità, interpretando una richiesta di politica forte, come il governatore della Banca d’Italia, tornano a reclamare un nuovo drastico intervento sulle pensioni - propone in sostanza una sorta di “stato sociale minimo”, caratterizzato da contenute concessioni a settori limitatissimi della popolazione, in luogo di una riforma in senso universalistico del welfare italiano che appare indispensabile di fronte al peggioramento delle condizioni di vita e all’allargamento dell’area della povertà anche a rilevanti settori del mondo del lavoro dipendente e autonomo.
Emerge un disegno articolato, in cui il taglio della spesa riduce il campo dei diritti esigibili ed è motore di ulteriore frammentazione sociale.
Assistiamo così all’esaltazione del cosiddetto principio della sussidiarietà - che nasconde senza troppi veli una massiccia privatizzazione, accompagnata da un preoccupante ritorno, in stile neodemocristiano, a politiche familistiche, scaricando sulle donne il peso della gestione della riproduzione sociale - condotto da esponenti e forze della destra, organizzazioni del braccio secolare della Chiesa e interpreti del più rigoroso integralismo cattolico, dirigenti confindustriali e imprenditoriali, assieme a dirigenti sindacali, parlamentari della sinistra moderata e responsabili di associazioni del volontariato. Eppure l’equivoco che il termine sussidiarietà aveva mantenuto è da tempo svelato: essa viene oggi proposta in alternativa, e non in aggiunta, alla funzione sociale pubblica, nel nome di un presunto principio di libera scelta del cittadino fra pubblico e privato, che in realtà appena nasconde l’invasione del ruolo del mercato nei settori più importanti della vita civile.
Questo progetto viene oggi decentrato sul territorio, costringendo gli Enti Locali, attraverso politiche di federalismo fiscale, ad essere tra i principali attori di questa politica, o almeno ad essere così percepiti dai cittadini. 
In questo quadro evasione, elusione, defiscalizzazione e federalismo fiscale costituiscono le diverse tappe e gradazioni che tendono ad accentuare il carattere iniquo del prelievo fiscale nel nostro paese.
L’insieme di questa politica economica ha un minimo denominatore molto evidente: la riduzione del potere e del ruolo di intervento dello stato nella vita economica, sociale e civile del paese. Questa linea si muove in coerenza con la critica al presunto dirigismo dello stato e alla politica stessa come capacità di indirizzo e di modificazione dei meccanismi di mercato e delle relative conseguenze sociali. Lo stato torna ad essere puro distributore di regole, una riedizione dell’ottocentesco “guardiano di notte”, mentre in tutti i campi del welfare state, dalla previdenza, alla sanità, fino all’istruzione trionfa l’intervento della finanza privata.
In questa logica si chiarisce l’enorme gravità dell’introduzione  di un finanziamento alle scuole private, in aperta violazione dei principi costituzionali. Il governo D’Alema cerca di fare quello che in cinquant’anni non è riuscito ad esecutivi a schiacciante egemonia democristiana, grazie alle resistenze manifestate dalle componenti laiche nelle maggioranze governative e alla dura opposizione condotta in particolare dal Partito Comunista Italiano. Questo finanziamento rappresenta infatti il primo passo di un disegno che punta, attraverso l’introduzione della parità scolastica, alla privatizzazione dell’istruzione pubblica, smantellando così uno dei fondamenti storici dello stato repubblicano e della formazione della coscienza civile del paese.

2.3 Il progetto politico-istituzionale del nuovo governo
Dall’analisi dei caratteri del programma e della composizione del governo D’Alema si avvertono dunque le ambizioni politiche tutt’altro che banali o occasionali che esso nasconde.
Il progetto è quella della costruzione di una sorta di grosse Koalition, nelle forme tutt’ora possibili nel nostro paese, cioè quella di un’alleanza di governo tra forze del centro sinistra e del centro destra, con un segno e un programma fortemente moderato, che sostanzia un patto di governo fondato sulla ricerca della stabilità e che cerca di sfruttare a questo fine anche la figura stessa del premier, che è anche il leader del partito del principale partito della sinistra moderata.
Questo disegno non può risolvere il problema del consenso per via redistributiva di margini economici, poiché questi vengono integralmente assorbiti, a differenza del passato, dalle imprese nella loro competizione nell’economia globalizzata, né per via partecipativa, poiché i luoghi della decisione reale si allontanano da quelli della democrazia rappresentativa. Perciò esso punta a realizzare una passivizzazione dei cittadini in luogo di un consenso attivo.
Dal punto di vista sociale la Confindustria da un lato e le Organizzazioni sindacali confederali dall’altro sono i principali pilastri che sostengono questo patto e lo praticano attraverso la concertazione allargata e la ricerca del patto sociale.
Dal punto di vista istituzionale questa alleanza di governo cerca di riannodare le fila di quello che fu lo stesso progetto che resse la commissione bicamerale per le riforme istituzionali e che allora fallì: quello cioè di un incontro tra la sinistra moderata, il centro e le destre sul terreno di una sostanziale liquidazione della Costituzione e del sistema democratico così come, pur con tutti i suoi pesanti limiti, è stato conquistato in questo dopoguerra. La Costituzione viene aggredita in tutte le sue parti, per costruire un sistema di governo allargato, capace di unire assieme l’esecutivo, i poteri finanziari, il sistema bancario e creditizio, i sindaci delle grandi città, le stesse organizzazioni istituzionalizzate delle parti sociali, in modo che sia impermeabile alle istanze popolari e funzioni da garante di un sistema di democrazia autoritaria, da cui sono espunte le forze antagoniste popolari.
In questo quadro si comprende l’insistenza ad una modificazione radicale della legge elettorale, che spinge verso sistemi marcatamente o integralmente maggioritari, con l’intenzione di cancellare persino la rappresentanza nelle istituzioni delle forze antagoniste o quantomeno di ridurla, per dimensioni e poteri, a pura testimonianza, per impedire l’incontro fra la politica e la domanda sociale, rendendo vuota la prima e disperata e senza sbocchi la seconda. Prende quindi forma un attacco demolitore ai partiti, proprio perché essi potrebbero invece costituire un canale di partecipazione e di organizzazione della democrazia.
Questa marcata tendenza verso la democrazia autoritaria consuma le basi di massa su cui si regge il sistema democratico e riapre il varco alle destre, sia a quella di ispirazione populista, che nel nostro paese vede confermata, ed anzi persino accentuata elettoralmente, la sua forza che a quella di tipo tecnocratico, costitutivamente in sintonia con processi di svuotamento dei poteri democratici, di tecnicizzazione e spettacolarizzazione della politica.
Questi processi minano profondamente la credibilità e la capacità di tenuta del centrosinistra. Nello stesso tempo all’esito di una possibile rivincita delle destre, può contribuire un’autonomizzazione del centro dalla dipendenza dalla sua ala destra e dalla sua ala sinistra, portando così alle estreme conseguenze la crisi del centrosinistra.

2.4 Le contraddizioni e le debolezze di questo progetto
Il governo D’Alema è dunque nato, nelle intenzioni di chi gli ha dato vita, per durare. Ma questo non significa che la sua vita  sia priva di turbolenze e di contraddizioni e che il disegno che lo sorregge sia inattaccabile e certamente vincente.
Anzi, già nei suoi primi giorni di vita, emergono evidenti contraddizioni, come quella tra la figura del Presidente del Consiglio, fino a quel momento segretario del principale partito della sinistra moderata, e la presenza rilevante di Francesco Cossiga, uno degli uomini più legati alla storia dell’anticomunismo nel nostro paese; quella tra le forze della sinistra moderata e laiche e un programma di governo particolarmente moderato, sensibilmente arretrato rispetto al precedente e cedevole, come abbiamo visto sulla scuola, alle istanze dell’integralismo religioso; quella tra la disponibilità assunta in occasioni internazionali ad un allentamento dei vincoli fissati dal Patto di stabilità e la sua pratica rigorosa, finanche esagerata, sul piano interno.
Lo stato del movimento desta certamente grande preoccupazione. Esso risulta lontanissimo dal livello di mobilitazione sociale e culturale con il quale bisognerebbe fronteggiare l’offensiva delle classi dominanti.
Tuttavia, sul terreno sociale, si stanno sviluppando nuove manifestazioni di disagio e nuovi fermenti di lotta proprio all’interno dei settori pubblici, come tra i lavoratori dei trasporti e delle Poste, e tra i precari e i disoccupati, e la ripresa di movimenti che partendo dai giovani studenti, attraversano tutta la società civile e democratica, con un interessante mobilitazione del mondo intellettuale. 
Anche gli ultimi seppure parziali dati elettorali dimostrano che ad essere premiate sono le forze governative più moderate che si collocano al centro con lo sguardo ben rivolto a destra, mentre l’enorme aumento dell’astensionismo elettorale sottolinea, oltre a problemi ben più di fondo che riguardano i processi di crisi della democrazia, che questo governo è solo accettato, ma nei suoi confronti non c’è quel consenso popolare diffuso che accompagnò il governo Prodi dalla sua nascita, almeno fino all’ottobre scorso.

2.5 Caratteri e potenzialità della nostra lotta d’opposizione
Di fronte a questo quadro la collocazione del nostro partito all’opposizione appare non solo necessaria e giusta, ma anche ricca di potenzialità di iniziativa sul terreno sociale, istituzionale e politico. La conseguenza della nostra scelta non è stata affatto l’isolamento, ma anzi al contrario una più forte capacità di interlocuzione e di incontro con queste nuove realtà.
La situazione italiana è sì al centro di una svolta moderata molto netta, ma è tutt’altro che chiusa. Non è quindi velleitario porsi il problema di saper sfruttare queste contraddizioni per sconfiggere il disegno del governo D’Alema, anche se un mutamento del quadro socio-politico attuale è difficilmente prospettabile a scadenza ravvicinata.
Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo operare uno spostamento dell’asse principale dell’iniziativa dal quadro politico alla costruzione del terreno dell’alternativa, sapendo innovare anche le forme della nostra azione politica, della nostra capacità di contribuire alla crescita e alla costruzione di movimenti di massa e di produrre organizzazione nella società.
La collocazione di opposizione che abbiamo determinato con le nostre scelte coerenti, serve per costruire un diverso rapporto tra politica e società e allo stesso tempo per incidere efficacemente sulle contraddizioni della stabilizzazione.
Non si tratta di optare per l’iniziativa sociale a scapito di quella politica e istituzionale. Al contrario si tratta di riempire la politica di contenuti sociali e le istituzioni di reale vita democratica. E questo non sarebbe possibile se una forza comunista e antagonista, venisse assimilata, per collocazione politica e per acquiescenza verso una politica moderata e a-democratica, a quelle stesse forze che la propugnano e la praticano in prima persona.
Tra le caratteristiche della nostra opposizione deve esserci anche la capacità di affrontare la questione del rapporto con il mondo cattolico e del pluralismo religioso e culturale. E’ infatti essenziale, per la crescita di una cultura e di una politica di alternativa, che continuino e si approfondiscano all’interno dell’area cattolica i processi di articolazione, di dinamizzazione e di radicalizzazione, che vanno in direzione opposta ai tentativi di ricomposizione moderata del mondo cattolico. Per questo intendiamo sottolineare e confrontarci con tutte le esperienze dei credenti delle diverse fedi che si muovono nel senso della mobilitazione sociale, della critica alla società capitalistica e alle politiche belliciste, dell’invenzione di nuovi spazi di solidarietà e di comunicazione tra le persone.  
La nostra opposizione deve quindi avere un forte carattere progettuale. Non è possibile un incontro con movimenti che si muovono in un tessuto sociale frantumato dai processi di ristrutturazione e modernizzazione capitalistici, se non immettendo nella lotta elementi forti di progetto. Nello stesso tempo non è possibile condurre anche la più elementare pratica di governo, a livello centrale o locale, se i programmi non sono innervati da una costante partecipazione e protagonismo popolari.
La collocazione di opposizione o di governo, il rapporto tra la lotta e la decisione, in altri termini le scelte politiche di fase, non sono mai separati,  per una moderna forza comunista, da una linea politico-temporale invalicabile e definitiva, ma si presentano come momenti di un unico percorso e di un unico progetto: quello della costruzione dell’alternativa, quello della trasformazione della società.
Per questo definiamo la nostra nuova collocazione come opposizione per una alternativa di società, che si collega alle esperienze di movimenti, di forze politiche, e anche di governi che a livello internazionale, e nel quadro europeo, conducono una critica e una lotta al liberismo nell’attuale fase del processo di globalizzazione.

3. La crisi del processo di globalizzazione e l’Europa

La fase che stiamo attraversando è caratterizzata dai primi, ma consistenti, elementi di crisi del processo di mondializzazione capitalistica.
Questi si sono manifestati con grande virulenza sul terreno finanziario. La svalutazione di alcune monete nei paesi dell’Asia orientale, la crisi finanziaria nell’intera regione asiatica ove affluiscono i capitali eccedenti dell’Ovest e dove, fino a poco fa, si conosceva uno sviluppo sostenuto, almeno secondo i parametri capitalistici, hanno messo in discussione gli stessi fondamenti della vita economica in quella parte del mondo. A questa si è aggiunto il prolungato ristagno di una delle maggiori potenze industriali e finanziarie del mondo, il Giappone. 
Nell’estate del ‘98 la crisi del rublo  ha messo a nudo tanto il cinismo della gestione della crisi russa da parte del Fondo monetario internazionale, quanto il disastro economico e sociale provocato dalle applicazioni alla società postcomunista delle ricette del liberismo più spinto.
Questa crisi che pare avere il suo epicentro mondiale collocato ad Est, non lascia immuni le grandi cattedrali del capitale finanziario, cioè le borse occidentali, che hanno manifestato, a cominciare da Wall Street, più di un preoccupante scricchiolio.
Ma, come sempre, la crisi finanziaria riflette, in ultima analisi, la crisi dell’economia reale, risultato della tendenza a un potenziale produttivo in eccedenza e alla sovrapproduzione rispetto alla domanda solvibile. Anche tra i più solerti apologeti delle magnifiche sorti del liberismo vi è chi oggi parla di un improvviso rallentamento della crescita. I più critici dicono che invece si tratta di una vera e propria recessione. Più d’uno, come George Soros, un tempo apostolo del liberismo più spregiudicato, lamenta l’assenza di un ruolo regolatore dei mercati da parte degli stati.
In questo quadro va iscritta la nostra battaglia contro l’accordo multilaterale sugli investimenti (Ami), così come il nostro appoggio alle proposte di tassazione dei flussi finanziari internazionali (come la “Tobin tax”), al fine di reperire le risorse da destinare a politiche di sviluppo, alla promozione e alla difesa dei diritti sociali fondamentali, oltre che alla tutela dell’ambiente.
La minaccia di una crisi finanziaria e di una recessione economica di proporzioni epocali torna quindi ad affacciarsi, ed a colpire, oltre che, come sempre, le classi lavoratrici e popolari, anche i ceti medi.
Intanto la disoccupazione e la povertà, la miseria e la fame continuano ad essere i grandi mali che affliggono l’umanità alle soglie del terzo millennio.
L’estendersi sull’intero pianeta della logica dell’impresa e del libero mercato hanno acuito le diseguaglianze. Anche l’ultimo autorevole rapporto dell’Undp (United Nations Development Programme) dimostra l’esclusione dai consumi di una fetta via via crescente della popolazione mondiale, nient’affatto confinata nei paesi più poveri, ma presente anche nei paesi più ricchi. Mentre il rapporto dell’Ilo (International Labour Organisation) prevede che a fine anno il numero dei disoccupati nel mondo raggiungerà la cifra di 150 milioni di persone, quello dei lavoratori sottoccupati circa 900 milioni, ovvero assai più di un quarto della popolazione attiva mondiale, con oltre 60 milioni di giovani in cerca di lavoro, senza contare quelli che ormai vi hanno rinunciato. Sia nel mondo del lavoro, con particolare incidenza in quello precario, come in quello della inoccupazione, è aumentata la presenza della componente femminile, che cambia considerevolmente la composizione del lavoro subordinato.
Il recente rapporto Unicef ci parla di un miliardo di persone analfabete nel mondo entro il 2000. Due terzi di queste sono donne, un sesto bambini. Dunque un abitante del pianeta su sei non sa né leggere né scrivere, e la componente femminile è superiore al settanta per cento.
L’Europa porta il suo pesante contributo a queste statistiche. Oltre venti milioni di disoccupati e una povertà crescente, particolarmente incidente tra le donne, che ormai ha sfondato nel mondo del lavoro dipendente e autonomo, sono il pesante bilancio delle politiche liberiste e neoliberiste, e dell’inseguimento del modello sociale americano, ove si registrano le diseguaglianze più profonde e aspre, ben superiori a quei paesi europei che hanno saputo mantenere, pur tra difficoltà, buoni livelli di protezione sociale.
In questo modo viene minato quel relativo equilibrio sociale, che è stato frutto non tanto della preveggenza delle classi dominati, quanto, assai più, delle lotte operaie e democratiche lungo un intero secolo, che hanno saputo, pur da una posizione di subalternità, tessere le fila di un tessuto sociale continuamente sottoposto a tensioni e lacerazioni
Nella “civile” Europa assistiamo quindi ad una continua diffusione di conflitti locali, spesso armati, in cui pretesti etnici si fondono a più corposi interessi egoistici e materiali di separazione delle zone più forti da quelle più deboli.
Si approfondisce la crisi degli stati-nazione, fortemente ridimensionati nelle loro prerogative dallo spostamento dei poteri verso organi sovranazionali di governo della finanza e dei mercati e contemporaneamente da spinte secessioniste e di federalismo liberista.
Nel mondo emerge con grande virulenza la contraddizione tra la concezione e la pratica dominanti dello sviluppo capitalistico e la loro compatibilità con la vita nell’intero pianeta.
La scienza e la tecnica, tendendo a rendersi autonome dalla politica e dall’etica, sono sempre più strettamente determinate dalle esigenze del mercato e del profitto, e quindi tendono ad entrare sempre più in conflitto con i bisogni sociali e le stesse condizioni di sopravvivenza del pianeta.
La recente direttiva europea che permette la brevettizzazione dei geni della vita vegetale, animale e umana, rappresenta l’ultimo estremo portato della logica privatistica di mercato che cerca di impossessarsi dei fondamenti biologici della vita stessa. Il mercato e il profitto diventano quindi l’unico riferimento e conducono alla svalorizzazione delle persone. 
Questo mutamento dei rapporti fra scienza e società sta cambiando profondamente l’atteggiamento soggettivo di ampi strati di intellettualità di massa. In passato, soprattutto nel nostro paese, a partire dalla critica del ruolo, questi soggetti svilupparono uno spostamento critico anticapitalistico del senso comune.
Nelle scuole, nelle università, negli ospedali, nelle redazioni dell’informazione, ma anche nei tribunali e negli organi dello stato, essi seppero affermare con forza la non neutralità della scienza e produssero non solo un mutamento di orientamento politico soggettivo, ma rivoluzionarono le istituzioni in cui si esprimeva la loro competenza scientifica e professionale.
Oggi la frantumazione stravolge queste sensibilità, la corporativizzazione dei ceti diventa l’immagine speculare del degrado o dell’asservimento delle istituzioni in cui essi operano.
I saperi tornano a farsi funzionali al sapere unico. Ciò avviene con ampie contraddizioni, con un aumento dell’alienazione e dello sfruttamento. Ampi gruppi di lavoratori intellettuali sono investiti in pieno dalla precarizzazione e dalla marginalità sociale. Una lunga formazione intellettuale, un insieme di attese di protagonismo sociale viene così profondamente frustrato. Proprio perciò questi lavoratori possono riprendere un ruolo critico attivo, se si mette in opera, anche grazie al loro decisivo contributo, una grande riforma dell’amministrazione pubblica e dello stato sociale. 
3.1 Le diverse risposte alla crisi
La manifestazione concreta e tangibile di questi elementi di crisi ha seriamente incrinato la credibilità e il consenso verso le dottrine liberiste.
Non c’è dubbio che questa è una delle ragioni della sconfitta elettorale del centrodestra nella roccaforte tedesca e della vittoria della socialdemocrazia di Schroeder e di Lafontaine.
Ma sarebbe un grave errore dare il liberismo per morto. In realtà esso tende a riprodursi sotto diverse forme.
Vi sono forze, come quelle delle destre europee, quelle che fanno riferimento ai tecnocrati del capitale finanziario internazionale, alla Banca centrale europea, fino ai responsabili delle banche nazionali - in contrasto più o meno consistente con i loro governi a prevalente composizione, almeno nominale, di centrosinistra - che propongono con insistenza la tesi di un compiuto allineamento del modello europeo a quello americano, il che comporterebbe la totale flessibilizzazione del lavoro, la liquidazione, per quei paesi che ancora ce l’hanno, di ogni misura di protezione nei confronti dei licenziamenti collettivi e individuali; la spinta alla privatizzazione in ogni settore della vita economica e civile; lo smantellamento del welfare state. Non a caso in Italia si torna a minacciare pesanti interventi di riduzione delle pensioni.
Su altri versanti vi sono forze e posizioni che invece predicano un rilancio di politiche espansive di incremento degli investimenti pubblici in economia e la conseguente necessità di allentare gli stretti vincoli in materia di spesa che derivano dal Patto di stabilità. Tuttavia queste proposte appaiono deboli, proprio perché rimangono prigioniere dei confini del tradizionale modello di sviluppo e del vecchio modello sociale.
Le posizioni che cercano di coniugare una politica di spesa pubblica di tipo neokeynesiano con l’introduzione di elementi di modificazione concreta del modello di sviluppo, grazie a un intervento di indirizzo e di controllo dello stato e di intervento pubblico orientato verso settori innovativi, legati alla produzione di beni di pubblica utilità anziché di merci tradizionali, appaiono nel contesto europeo ancora minoritarie, anche se una serie crescente di movimenti sociali e di forze politiche antagoniste, fra cui la nostra, le stanno facendo proprie.

3.2 Le diverse posizioni nella socialdemocrazia europea
Sarebbe davvero un imperdonabile errore accontentarsi di un’analisi superficiale del quadro politico europeo. Che l’Europa vada effettivamente a sinistra è tutto da dimostrare e da conquistare. E’ indubbiamente vero che si è verificata una predominanza schiacciante dei governi di centrosinistra rispetto a quelli di centrodestra o di destra. Ma è altrettanto vero che gli schieramenti di centrosinistra in generale, ed alcuni più gravemente, non conducono una politica all’altezza delle aspettative. 
Da un lato, quindi, il cambiamento politico avvenuto nell’Unione europea con le vittorie politiche socialdemocratiche non può essere sottovalutato perché, in ogni caso, esso sta dando luogo a rilevanti cambiamenti dei paradigmi politici di governo, anche quando si tratta delle socialdemocrazie più moderate. Dall’altro lato il capitale industriale tende a porre picchetti invalicabili agli stessi governi socialdemocratici dell’Ue soprattutto per quanto riguarda il terreno della lotta alla disoccupazione di massa, che alcuni di questi governi in particolare considerano un problema fondamentale cui applicarsi. L’esito stesso della riunione del Consiglio europeo di Vienna nel dicembre 1998, dedicata ai temi della disoccupazione, è stato complessivamente deludente. L’atteggiamento di importanti esponenti delle socialdemocrazie europee nei confronti dell’aggressione americana all’Iraq, pur non potendo essere confuso con l’interventismo attivo di Tony Blair, è stato del tutto inadeguato a sostenere la causa della pace, quando addirittura non acquiescente. 
Inoltre è ormai evidente una relativa indifferenza dei poteri economici e finanziari rispetto al quadro politico nominale che regola i governi, mentre altissima è ovviamente la sensibilità rispetto alle politiche concrete che conducono.
Rispetto alle risposte da dare alla crisi in atto, cominciano a delinearsi delle differenze sensibili all’interno dello schieramento delle forze della sinistra moderata e socialdemocratica in Europa.
Prende corpo la posizione di una sinistra liberale, rappresentata dall’elaborazione di una cosiddetta terza via da parte di Tony Blair, che in effetti annulla ogni differenza sotto il profilo teorico tra destra e sinistra sulle principali questioni che riguardano la società contemporanea e che nella pratica è disponibile ad un’intesa organica con le forze del centrodestra, per una sostanziale americanizzazione della economia e della società europee.
D’altro canto si delinea una posizione di tipo neosocialdemocratico, rappresentata in particolare dai socialisti francesi, e più incisivamente dall’esperienza dello stesso governo delle sinistre francese, che pur agendo all’interno dell’orizzonte dei rapporti di produzione e sociali di tipo capitalistico, vuole immettere nell’attuale società un  innesto di riforme per evitare le conseguenze sociali delle politiche liberiste, delle logiche di mercato e di liquidazione dello stato sociale.
Le prime mosse della vittoriosa socialdemocrazia tedesca contengono ancora un margine di ambiguità che non consente un giudizio definitivo. In effetti quest’ultima sembra ancora invocare una politica di espansione e perequativa per l’Europa, più che praticarla in proprio e direttamente. Certamente le proposte avanzate in particolare da Oskar Lafontaine contro una differenziazione di retribuzione salariale tra le varie aree in Europa, per un intervento regolatore dello stato nei meccanismi economici, per una riduzione da 65 a 60 dell’età pensionabile, si muovono in controtendenza rispetto alle proposte della Bundesbank e della Banca centrale e, se diventassero linea condivisa dal governo tedesco, sarebbero un fattore importante per uno spostamento a sinistra dell’asse delle politiche economiche e sociali in Europa.

4. Il neoliberismo temperato e la democrazia malata

Con la dizione di neoliberismo temperato, va inteso un processo ancora in larga parte in divenire, che accomuna gli orientamenti ideologici e le scelte delle classi dirigenti d’Italia e d’Europa.
Dal punto di vista delle pratiche di politica economica e sociale, esso non si differenzia, più di tanto, dallo stesso neoliberismo: la logica del mercato e dell’impresa sono assunte come indiscutibile centralità; la riduzione dello Stato sociale e delle sue prestazioni è perseguita, anche concretamente, attraverso la privatizzazione di settori-chiave (previdenza, scuola, sanità, energia); il risanamento finanziario e l’equilibrio monetario tendono a prevalere su ogni ottica di sviluppo; l’orizzonte strategico è di rottura con ogni variante del riformismo distributivo, mentre viene esaltato, nel rapporto di lavoro, il valore sovrano e sovraordinatore della flessibilità.
Nell’insieme, la tendenza prevalente è quella di una riduzione regressiva del ruolo dello Stato e del pubblico alla condizione ottocentesca di Stato minimo, semplice erogatore di regole, sede di controllo degli eccessi e delle distorsioni della spontaneità economico-sociale.
Tuttavia, rispetto al modello “puro” o “estremo” di neoliberismo, esso introduce due significative differenze: la prima, è l’esigenza di una correzione di natura etica, molto astratta e quasi sempre generica, che comunque “temperi” -  anche nell’iniziativa pubblica e anche, in parte, nella definizione di alcuni limiti al puro dispiegamento della logica d’impresa - le diseguaglianze e le sperequazioni sociali; la seconda, più rilevante, è l’assunzione della necessità di una mediazione e di una gestione politica più consensuale, all’interno della quale si collocano tempi di realizzazione più dilatati o più graduali. In sostanza, il neoliberismo temperato assume, come propria caratterizzazione strategica e come compito precipuo della politica, una filosofia pura di tipo neoadattativo. Il primato del capitalismo non viene messo in discussione, né per il presente né per un futuro seppure lontano, e, anzi, esso viene percepito come destino ineluttabile dell’umanità e della sua storia: tuttavia, tra gli interessi immediati dell’impresa e gli interessi generali della società, viene colta una frattura, uno iato, che spetta, appunto, alla politica di colmare.
Dal punto di vista delle pratiche politiche, convergono su questo orizzonte due grandi blocchi di forze: da un lato, le nuove socialdemocrazie, come il Labour inglese, che hanno imboccato una strada di tipo decisamente liberale, recidendo ogni legame ideologico con la propria storia socialista e ogni rapporto privilegiato con il proprio insediamento di classe; dall’altro lato, il cattolicesimo democratico, che, del resto, ha sempre fatto del “temperamento” del sistema capitalistico una propria autonoma caratterizzazione. Altre forze - legate alle nuove culture di questi anni, come l’ambientalismo - sono fortemente attratte da questa prospettiva, anche in virtù del “pensiero debole”, dal punto di vista sociale e politico, che tendenzialmente le caratterizza.
In Italia, il neoliberismo temperato sta diventando l’ideologia caratterizzante sia del centro sinistra che della sinistra moderata di provenienza comunista e socialista. La lunga vicenda della Democrazia cristiana - formazione politica a suo modo unica e in gran parte anomala, rispetto agli omologhi partiti conservatori europei - fornisce non solo un precedente storico molto rilevante, ma una giustificazione forte, appunto, di tipo ideologico: la forma politica è quella di un “grande partito di centro”, interclassista, intercorporativo, culturalmente eclettico; la forma sociale è quella di un “principio di sussidiarietà” diffuso e “autorganizzato”, che convoglia e struttura, anche sfruttando il legame organico col mondo ecclesiastico. Per questa via si cerca di ridurre il terzo settore a fornitore di lavoro a basso costo in sostituzione dei pubblici dipendenti. Il risultato è, oggi e domani, l’ulteriore svilimento dei servizi pubblici, aggrediti da concorrenza sleale, indeboliti tanto nel loro ruolo universalistico quanto nella loro efficacia pratica. In questa variante, la filosofia neo-adattativa del neoliberismo temperato può raggiungere, soprattutto in prospettiva, risultati particolarmente corposi, e l’Italia può proporsi come modello ai partner europei.

4.1 La coppia integrazione-frantumazione
Esauriti i classici margini del riformismo redistributivo, il neoliberismo temperato opera su un duplice binario: la cooptazione progressiva delle forze politiche e delle rappresentanze delle forze sociali, la frantumazione e la disgregazione progressiva delle soggettività sociali. Non essendo cioè possibile, in epoca di tendenziale stagnazione economica e di ricorrenti cicli recessivi, la riproposizione di un “compromesso” sociale imperniato sulla redistribuzione della ricchezza materiale (salari, servizi sociali, crescita delle infrastrutture) e sulla speranza, verificabile, di promozione sociale per tutti (e per le classi subalterne in particolare), la conquista del consenso si sposta interamente sul terreno del potere politico: la “merce” del Governo viene offerta a tutte le forze disponibili come merce “assoluta” della politica, come unica leva di rapporto (e di controllo) con la dinamica sociale.
Parliamo di Governo come Governo allargato, come dimensione diffusa, dal centro agli enti locali, dai ministeri e dagli assessorati ai grandi centri finanziari e amministrativi (banche, servizi, comunicazione, istituzioni culturali), fino ai nuovi decisivi centri del “potere dell’informazione”. Esso non concerne solo i partiti e la cosiddetta “classe politica”, ma riguarda in primo luogo il sindacato, che ha costituito, attraverso la pratica della concertazione, lo snodo principale dell’intero processo e tende ad allargarsi come processo di cooptazione delle rappresentanze, nonché coinvolge quel consistente ceto di nuova “intellettualità di governo” che ha ottenuto, in questi anni, nuove condizioni privilegiate di status e reddito attraverso il rapporto organico con la politica. Al posto dei tradizionali partiti di massa, sta sorgendo un moderno funzionariato di governo, fatto di deputati, amministratori, sindacalisti giornalisti, manager, e così via: esso, con le sue quasi infinite articolazioni interne, tende oggi a porsi come un soggetto politico di massa.
L’accesso al Governo, via via assunto e praticato come unica dimensione della politica, non si basa su discriminanti di natura ideologica, ma politica: non si è esclusi per ciò che si è, in virtù di ragioni di principio, ma per ciò che si fa e si propone. Il nuovo confine è segnato, dunque, da un’altra parola-chiave: compatibilità. Cioè, disponibilità a rendere compatibile la propria pratica politica con le esigenze del mercato e con i principi neoliberisti: così come, sull’onda della lotta popolare della Resistenza, si era prodotto l’arco costituzionale dell’antifascismo, e delle forze che comunque in esso si riconoscevano, oggi la tendenza è alla costruzione di un nuovo arco costituzionale, segnato dall’accettazione del Mercato. Ciò spiega perché il neoliberismo temperato ha individuato nella revisione della Costituzione e nel riformismo istituzionale uno dei propri campi di iniziativa essenziali e riconoscibili. Ciò dà ragione, anche, dell’anticomunismo che persiste ben oltre i confini dell’isterismo berlusconiano: l’esistenza politica e la vitalità, oggi, di una forza comunista, irriducibile alle compatibilità di cui si è detto, costituisce un ingombro serio di tutto il processo. Per queste ragioni, ai comunisti viene prospettata soltanto l’alternativa mortale tra omologazione ed esclusione.
Nei fatti, va avanzando oggi un duplice processo generale di esclusione, una sorta di nuova conventio ad excludendum che non ripercorre più solamente i confini delle classi, del reddito, della condizione materiale reale, ma traccia, quasi in senso orizzontale, gli accessi alla cittadinanza. Da un lato, vi è cioè la frattura di classe, che divide nettamente in due la società: le fila del proletariato tendono a comprendere oggi i nuovi “senza reddito”, i disoccupati giovani e i disoccupati di lungo corso, gli anziani e i pensionati a basso reddito, i nuovi poveri delle metropoli, le famiglie monoreddito, le persone sole, le immigrate e gli immigrati.  
Il neoliberismo, con la sua aggressione al lavoro e alla tutela sociale, accresce questo esercito e determina, in tutto il mondo, una crescita delle disuguaglianze e delle piramidi sociali quale forse non si era registrata in tutto il secolo, mentre i processi di impoverimento cominciano a concernere aree crescenti dei cosiddetti ceti medi. Dall’altro lato, va avanzando una rottura forte, appunto, tra “centro” e “periferia” della cittadinanza, che tende a separare una zona di serie A - dotata di strumenti di informazione, formazione e cultura, capace di ampi, o relativamente ampi, sistemi relazionali, consapevole dei propri diritti - da una zona di serie B, abitata da cittadini passivi e privi degli alfabeti basilari, lontani dall’informazione e dalla fruizione culturale, separati da ogni canale di partecipazione e capacità di incidenza sulle decisioni.
Le differenze sociali, di reddito e di status, non coincidono meccanicamente con questo tipo di frattura. L’una e l’altra sono, comunque, ad un tempo effetto e fattore moltiplicante della disgregazione sociale, dell’atomizzazione, della nuova esclusione: nasce in questa patologia il disinteresse diffuso e crescente verso la politica che ha le sue forme più clamorose nell’astensionismo elettorale, ma che è visibile da anni nella crisi della militanza e della partecipazione, nelle difficoltà di una politica forte e capace di pensare la trasformazione

4.2 La democrazia malata
Lo denunciamo con forza: in Italia la democrazia è malata. La malattia non è dovuta alla incompiutezza della così detta “transizione”: essa è già l’avvio di una democrazia autoritaria, di un processo autoritario che coinvolge l’insieme dei diritti poltiici e sociali.
Questa malattia ha un nome riconoscibile: l’americanizzazione. Parti consistenti dei poteri economici, delle classi dirigenti e dell’intellettualità, piuttosto che contrastare le tendenze reali che muovono in questa direzione, perseguono attivamente un modello di società di tipo nordamericano, fondato, cioè, sul dominio “assoluto” della logica d’impresa, sull’arretramento sostanziale dello Stato, sulla riduzione drastica dei diritti collettivi. La democrazia, in questo senso, resta affidata a istituti formali e alla prevalenza dell’esecutivo: il sistema politico è incentrato su grandi istituzioni centralizzate, amministrate per delega da un ceto professionale. E’ una democrazia scarsa, priva di nervature diffuse, strutturate, partecipate.
Non per caso il sistema della rappresentanza democratica, già aggredito in radice dalle controriforme maggioritarie e dai meccanismi uninominali, tende oggi ad escludere le donne, o a ridurne fortemente la presenza, mentre nell’insieme della società si assiste ad un crescente processo di femminilizzazione nel lavoro, nelle professioni, nella cultura. Si pone qui il grande tema del rapporto tra donne e politica, tra politica e contraddizione di genere, che l’emancipazione non ha risolto.
In una società siffatta, il conflitto è rubricato come pura patologia: o si riduce a microconflittualità di nicchia, che non si connette alla crescita di alcuna soggettività consapevole, o diventa rivolta disperata, distruttiva, senza sbocchi. Dunque, la dizione di democrazia malata non è solo la diagnosi specifica della crisi della politica e della sua in capacità di organizzare e rappresentare gli interessi sociali: è la denuncia di un patologia più generale dei sistemi occidentali. 
Quando parliamo di democrazia autoritaria, non ci riferiamo alle classiche forme di coercizione o violenza con le quali si esprimono (a tutt’oggi) i regimi autoritari: parliamo dello svuotamento progressivo di ogni sede di partecipazione e protagonismo organizzato, della delegittimazione di fatto di culture “incompatibili” con quelle dominanti, della concentrazione neo-monopolistica del sistema informativo, della cancellazione sostanziale del sistema di diritti e di garanzie conquistato in decenni di battaglie. L’emergere clamoroso di una tendenza astensionistica di entità americana, come è accaduto nel corso delle elezioni amministrative di novembre, chiede di essere indagata profondamente: il dato principale è, di gran lunga, il rifiuto di massa del voto, manifestato dalla maggioranza assoluta dell’elettorato di Roma, nel corso del ballottaggio per l’elezione del presidente della provincia. E’ anche affiorato, in questa scelta astensionistica, un atteggiamento di protesta: dal “popolo di sinistra”, nelle sue diverse articolazioni (a partire da quella giovanile e femminile), viene oggi un segnale che non possiamo in nessun caso sottovalutare.  

4.3 Concertazione, patto sociale, sistema politico
Tutto il sistema delle relazioni politiche e sociali che si va costruendo è funzionale alla stabilizzazione capitalistica che abbiamo cercato di descrivere. Al centro di questo sistema c’è, prima di tutto, la distruzione della politica come sede della rappresentanza degli interessi di classe, di interessi, vale a dire, sociali generali: si colloca qui l’abbattimento del meccanismo proporzionale a livello politico-elettorale; ma si colloca qui anche il progressivo e drammatico indebolimento degli strumenti di democrazia sindacale, fondata sui luoghi di lavoro e connessa alla capacità di contrattazione diffusa. Al posto della rappresentanza, che ha subito un logoramento profondo in primo luogo a causa delle trasformazioni produttive ed economico-sociali, cresce un modello riduzionistico e delegato delle scelte: bipolarismo o bipartitismo, a seconda delle varianti, comunque connesse alla crescita del potere centrale e dell’autonomia dell’esecutivo, sia esso un premier o un Presidente eletto direttamente dal popolo. A una società ridotta al silenzio e atomizzata corrisponde, funzionalmente, un esito di questo tipo, che ha già incorporato la deriva personalistica, leaderistica, spettacolarizzata della politica.
Ma è la concertazione la modalità operativa che, in questo schema, diventa dominante. A livello centrale, le istituzioni sindacali vengono legittimate dal rapporto istituzionale col Governo e le organizzazioni dell’impresa: da esso, traggono forza e “risultati” tangibili, in termini tali da rendere molto difficile la crescita di alternative credibili. I dissensi di base - anche corposi e prolungati - finiscono spesso per incanalarsi nella dispersa galassia del sindacalismo di base e del sindacalismo autonomo, mentre avanza concretamente la prospettiva di una drastica diminuzione del diritto di sciopero in settori come il trasporto.
La proposta di patto sociale corona, dunque, il processo di neoliberismo temperato e rappresenta la principale differenza rispetto al modello americano (e thatcheriano): non per caso, in Italia, proprio sul patto sociale si va realizzando l’incontro tra sinistra moderata (sindacati, Democratici di sinistra) e le componenti più avvertire dello schieramento borghese (di cui il ministro Ciampi è sicuramente un interprete). Qui viene recuperata un’opzione prekeynesiana di “programmazione”, in un’ottica perfettamente compatibile con le istanze (e gli interessi) della grande impresa: la celebre dichiarazione di Agnelli, secondo il quale “soltanto la sinistra piò fare in Italia una politica di destra” non va letta come una battuta brillante, ma come il manifesto d’una nuova ipotesi neo-consociativa e di una strategia di fuoriuscita dalla cosiddetta “transizione italiana”, dopo il crollo del sistema politico della prima repubblica.
Ma il patto sociale e la modalità concertativa non solo possono propagarsi, come si stanno propagando, dal centro alla periferia, ma informano di sé, tendenzialmente, tutto il funzionamento della politica, nazionale e locale. Se ogni soggetto sociale è ridotto, tendenzialmente, a “corpo” portatore di esigenze specifiche, se ogni esperienza, anche autorganizzata, del sociale può assumere le vesti della lobby, la mediazione cooptativa può svolgersi in termini diretti tra il Governo (o i Governi) e le singole forze. In questa versione, il neoliberismo temperato si riavvicina al modello nordamericano. 

5. Il confronto fra le due sinistre

Il confronto fra le diverse opzioni strategiche delle sinistre in Europa è quindi entrato in una fase ancora più intensa.
Sui temi delle riforme, almeno per fronteggiare i guasti delle politiche liberiste, è anche possibile determinare parziali convergenze tra la sinistra antagonista e quella neosocialdemocratica, mentre si fa davvero aspro il confronto con la sinistra di aspirazione liberale.
Nella situazione italiana dobbiamo sostenere un confronto con una sinistra che ha scelto con determinazione una strada moderata.
E’ quindi inevitabile che sia prevalso in questa fase l’elemento dello scontro e della competizione, per la conquista dell’egemonia nel campo delle sinistre, su quello dell’unità.
Ma questo non significa che la coppia dialettica autonomia-unità abbia perso la sua validità. Anzi, ora che abbiamo con decisione difeso e praticato l’autonomia del nostro partito dalle posizioni della sinistra moderata, fino a scegliere una collocazione diversa e opposta rispetto al quadro politico, evitando di farci assorbire e accomunare ad una politica di stampo neoliberista temperato, dobbiamo sapere riproporre il terreno dell’unità.
Questo non ci viene regalato, poiché i tentativi di marginalizzazione e di isolamento passano anche attraverso la volontà di rompere i rapporti politici ad ogni livello. Il terreno dell’unità nelle nuove condizioni va quindi riconquistato, ad esempio, ribadendo la non uniformità del quadro politico nazionale con quelli locali, cercando quindi di costruire, ovunque è possibile, alleanze elettorali, basate su intese programmatiche, con le forze del centrosinistra - intendendo quelle forze che, assieme al Prc, sconfissero le destre nelle elezioni del 21 aprile 1996 - nelle prossime scadenze di elezioni amministrative o riaffermando la nostra piena disponibilità ad intese con quello stesso schieramento per l’elezione di un Presidente della Repubblica con inequivocabili caratteristiche democratiche e grande sensibilità ai problemi sociali del nostro tempo.
Lo stesso terreno di una difesa dell’autonomia della magistratura e di una positiva riforma del sistema giudiziario, come l’esperienza ha fin qui dimostrato, può essere un terreno proficuo per costruire un’unità di intenti e di posizioni con le altre forze della sinistra.
In sostanza dobbiamo sapere cogliere ogni occasione, nella lealtà delle reciproche posizioni, per rompere una incomunicabilità tra le diverse opzioni strategiche delle sinistre, che fa solo il gioco di vuole espungere e marginalizzare il punto di vista della sinistra antagonista.
Contemporaneamente dobbiamo essere in grado di proporre una sfida ad alto livello tra la sinistra moderata e quella antagonista. Il punto più elevato e significativo di questa sfida è certamente rappresentato alle risposte che si devono fornire ai problemi del lavoro e della democrazia, in Italia e in Europa, ed ai nessi strettissimi che tra essi ci sono. Qui risiede il punto centrale della sfida tra riformisti e comunisti nel mondo moderno. Qui sta la nostra sfida con il centrosinistra e quindi l’elemento che qualifica la nostra proposta programmatica.

6. La condizione del paese, i movimenti, il sindacato

La nostra proposta intende agire e rivolgersi in una condizione del nostro paese e a soggetti che hanno subito e continuano a subire rilevanti cambiamenti, che dovranno essere oggetto di un più approfondito lavoro di analisi e di inchiesta.
I caratteri socio economici del nostro paese, lo stesso dualismo fra Nord e Sud, che pure, come ci segnalano tutti gli indicatori che concernono la vita economica e civile, tende complessivamente ad accentuarsi - ribadendo perciò la persistenza della questione meridionale - vengono mutati da un processo di ristrutturazione e modernizzazione capitalistici, entro la più generale globalizzazione, che introducono ulteriori differenziazioni a livello culturale, sociale e economico, secondo una logica di contrapposizione tra aree forti ed aree deboli, tra i diversi centri e le molteplici periferie, tra povertà e ricchezza a stretto contatto di gomito, in un quadro d’insieme di frantumazione sociale e di distruzione dei centri di aggregazione politica, culturale e associativa.
Ad un Nord caratterizzato dall’esistenza di un triangolo industriale, in cui aveva costruito la sua forza lo stesso movimento operaio e sindacale, si sostituisce ora il modello del Nordest, ove individualismo, sminuzzamento e insieme proiezione internazionale della dimensione d’impresa, desindacalizzazione e intensificazione dello sfruttamento in tutte le forme si propongono come la punta di diamante della ristrutturazione capitalistica; mentre in altre parti del “ricco” Nord si verificano violenti processi di deindustrializzazione di intere zone e di terziarizzazione di intere città, crisi e dismissioni della impresa pubblica da settori economici vitali.
Invece dello sviluppo delle esperienze di cooperazione nel lavoro e di valorizzazione economica delle potenzialità insite nella società civile di ampie zone del Centro, diventa predominante ora quella dei distretti industriali, dominati dalla logica del profitto e dell’impresa, ma capaci di produrre un impasto fra sistema microindustriale, sistema creditizio, acquiescenza delle amministrazioni locali verso l’uso indiscriminato del territorio per la attività produttiva, disponibilità delle organizzazioni sindacali ad ogni forma di flessibilità, che permette loro vitalità e forza concorrenziale.
In tutto il paese si accresce il peso delle contraddizioni, sotto ogni aspetto della vita, fra il centro e la periferia della città, dando luogo a nuove marginalità ed esclusioni, tra le quali è determinante un radicamento del nostro partito per sviluppare il suo carattere di massa.
Il mezzogiorno presenta dal punto di vista sociale ed economico rilevanti differenziazioni, che vedono anche l’emergere di imprese e zone più dinamiche dal punto di vista produttivo, anche se sempre in un quadro di maggiore deficit di società civile, di funzionamento delle istituzioni e della pubblica amministrazione, di minori diritti per le classi lavoratrici. La stessa scelta di puntare sui contratti d’area, con la piena corresponsabilità sindacale, tende ad accentuare questa situazione. 
Una criminalità organizzata in costante espansione si pone come un ulteriore ostacolo allo sviluppo del mezzogiorno. L’esperienza di questi ultimi anni ha dimostrato come, in assenza di una risposta forte sul terreno sociale, la sola repressione non sia sufficiente nemmeno a contenerla. Rimane, pertanto, di tutta validità la nostra linea politica di coniugare le lotte sociali con la lotta alla mafia. E lo è ancor di più in questa fase, in cui attorno al governo si sta affermando, in tutto il Sud, un processo di rilegittimazione delle vecchie classi dirigenti e del vecchio sistema di potere, anche attraverso la rigenerazione di tradizionali meccanismi clientelari.
Ma la condizione del mezzogiorno non rappresenta affatto un residuo del passato, né un indesiderato lascito delle contraddizioni irrisolte nella formazione dello stato italiano, bensì una modernizzazione senza modernità, che spesso funge da laboratorio di esperimenti sociali ed economici negativi da esportare nel resto del paese, a partire dalla riduzione dei salari reali e dalla rottura dell’unicità del contratto nazionale di lavoro. 
Nel contempo l’agricoltura italiana appare particolarmente penalizzata dalle logiche della competitività internazionale e delle modalità di erogazione dei finanziamenti comunitari e conosce oggi il massimo della scomposizione sociale, in cui i diversi soggetti vivono una condizione di separatezza, ricacciati in pratiche di resistenza corporativa, spesso in conflitto tra loro.
Bisogna ricominciare a ragionare seriamente su un modello agricolo, non solo a livello nazionale, che sia in grado di rappresentare un’alternativa alla disoccupazione, all’emarginazione sociale, alla crescente povertà nel nostro paese, come nel Mediterraneo, e che ponga con forza la questione della qualità del cibo e dell’equità della sua distribuzione. Bisogna quindi modificare l’erogazione dei finanziamenti comunitari che fino ad oggi hanno finanziato la rendita parassitaria agricola e le grandi multinazionali, facendo invece del lavoro, sia dipendente che autonomo, un parametro fondamentale per l’erogazione di quei contributi. 

6.1 La centralità del lavoro subordinato e la sua valorizzazione
Il tema del lavoro, la valorizzazione del lavoro subordinato e salariato è il tema centrale del nostro programma.
Contrariamente alle tesi che postulano il declino e la sparizione del lavoro subordinato, i più recenti rapporti della Banca mondiale e dell’Ilo prevedono un aumento su scala mondiale della popolazione lavorativa, con un rapporto di lavoro di tipo subordinato e retribuito, che la porterebbe a circa 3,6 miliardi di persone nel 2025, dopo che tra il 1965 e il 1995 era passata da 1,3 miliardi a 2,5 miliardi. 
La globalizzazione capitalistica e la pervasività dell’impresa in quasi ogni angolo del mondo, portano dunque con sé l’estensione quantitativa del lavoro subordinato e salariato, ma contemporaneamente, a partire proprio dalle società capitalisticamente più sviluppate, assistiamo ad una crisi dell’estensione indefinita del lavoro salariato, almeno nella forma classica di rapporto di lavoro subordinato, a tempo pieno e indeterminato.
L’estensione su scala globale della forma di lavoro subordinato e salariato convive perfettamente con l’aumento della disoccupazione strutturale di massa e con l’allargamento della fascia del lavoro precario e dei rapporti di lavoro atipici. E’ anche cambiata, e tenderà a cambiare sempre di più, la composizione di genere del mondo del lavoro, data la crescente incidenza della componente femminile sia tra gli occupati che tra i precari e i lavoratori atipici, nonché tra i disoccupati e gli inoccupati.
La frontiera fra lavoro e non lavoro, fra lavoro dipendente e lavoro autonomo, fra lavoro subordinato e lavoro precario, fra lavoro intellettuale e lavoro manuale, fra lavoro impiegatizio e lavoro operaio è assai meno marcata e assai più flebile e mobile di un tempo. Questo è il portato dei processi di ristrutturazione capitalistica che sono intervenuti su scala mondiale, si pensi al passaggio dall’organizzazione gerarchica-funzionale fordista-taylorista del lavoro nella fabbrica e della struttura sociale circostante, a quello che, in assenza di migliore determinazione, abbiamo convenuto chiamare postfordismo, del quale il toyotismo rappresenta una forma specifica nel modello giapponese, anche se ha avuto ambizioni di porsi come modello generale, mentre oggi è solamente una delle tante forme in cui si organizza la dipendenza e lo sfruttamento del lavoro salariato. Nello stesso tempo questa frantumazione delle figure del lavoro contiene anche un disegno marcatamente di classe, finalizzato a spezzare il tessuto connettivo materiale delle classi lavoratrici, che può sempre diventare la base per un processo di unificazione sociale e politica pericolosa per le classi dirigenti.
Dobbiamo quindi mantenere ben ferma un’analisi di classe delle società contemporanee e dell’organizzazione del lavoro in esse, ma nello stesso tempo dobbiamo innervare questa analisi con una capacità di interpretazione della nuova composizione del lavoro e delle nuove figure e soggettività presenti nel mondo del lavoro e del non lavoro.

6.2 La costruzione dei movimenti di massa
In questo quadro sociale, così frantumato e scomposto, il rapporto con i movimenti di massa si pone in modo certamente innovativo rispetto alla esperienza delle forze della tradizione comunista ed anche alla grande stagione dei movimenti di massa che ha caratterizzato il nostro paese dalla fine degli anni sessanta fino al decennio successivo.
Anzitutto bisogna guardare ad una dimensione europea dei movimenti, che finora era sconosciuta. Ne abbiamo avuto esempi validi e ricchi di potenzialità nel campo della lotta per l’occupazione, per l’ambiente, per la democrazia e i diritti. La costituzione di un Forum contro il liberismo, che raccoglie esponenti sindacali di diversi paesi, è l’ultimo e il più recente di questi esempi.
Come abbiamo già detto siamo solo agli inizi, ma questo dato ci ammonisce dal considerare solo le debolezze, oppure gli elementi di forza, dei movimenti di massa entro il contesto nazionale. In entrambi i casi si tratterebbe di una visione parziale, quindi errata del problema.
Questa considerazione non deve però diventare consolatoria rispetto alla difficoltà, nel nostro paese, a dare vita a movimenti duraturi con dimensioni di massa.
Le ragioni di fondo di questa difficoltà risiedono nella frantumazione sociale e nei disegni di integrazione di cui abbiamo già parlato, oltre che in limiti soggettivi. Non è tuttavia un caso che si assista al ricorrente ripresentarsi di un vivace movimento studentesco, che può svilupparsi, anche se con elementi di fragilità e di assenza di collegamento con altri settori sociali, proprio perché la scuola rappresenta ancora un terreno unificante nella condizione giovanile.
In questo contesto bisogna anche registrare con attenzione la crescita, avvenuta nel corso degli anni ‘80 e ‘90, di nuove forme di attivismo sociale, culturale e anche, seppure non direttamente, politico. Le pratiche di volontariato e di associazionismo, basate sulla cosiddetta cultura del fare e dell’utilità sociale, sono diventate un fenomeno sociale importante che va ben oltre i confini del mondo cattolico per coinvolgere vasti strati giovanili, in parallelo con la crisi delle forme tradizionali della politica.
Questo insieme di pratiche sociali è oggi investito da un processo di integrazione subalterna alla ristrutturazione dello stato sociale attraverso l’applicazione del principio della sussidiarietà. Quindi dobbiamo condurre una battaglia culturale e politica nell’ambito del Terzo settore che ne sviluppi i caratteri di autogoverno e autorganizzazione sociale, e soprattutto impegnarci a favorire la costruzione di esperienze critiche verso il pericolo di integrazione subalterna. 
Per tutte queste ragioni dobbiamo concepire il rapporto con i movimenti di massa, di cui continuamente conosciamo esempi in diversi settori sociali, purtroppo non collegati tra loro, come un costante sforzo di unire elaborazione programmatica e progettuale ed esperienza diretta di lotta e di organizzazione sociale.
Un movimento senza progetto è oggi condannato ad una dimensione settoriale o corporativa, e ad un esito testimoniale o del tutto fallimentare.
Un progetto senza movimento resta lettera morta e viene rapidamente assorbito nel processo di distacco della politica dalla società reale.

6.3 La ricostruzione di un sindacato di classe, democratico e di massa
Il ruolo del sindacato confederale nella società italiana ha conosciuto un radicale mutamento di collocazione. Da organizzatore delle lotte, spesso con rilevante e consapevole valenza politica, il sindacato confederale si è trasformato ormai in una sorta di istituzione di un governo allargato, che cerca di garantire la stabilità del sistema politico e sociale.
Naturalmente continuano ad essere presenti differenze non trascurabili tra le varie organizzazioni sindacali, e all’interno della Cgil, ma nel complesso il comportamento di Cgil Cisl Uil è del tutto adattativo al sistema sociale e di potere vigente.
Al punto che anche una delle basi stesse dell’attività sindacale, l’esercizio del diritto di sciopero e della lotta collettiva, viene considerata lesiva degli interessi della cittadinanza da parte degli stessi leader sindacali. Non solo questi ultimi non comprendono e non valutano nel modo dovuto le conseguenze di una “terziarizzazione” del conflitto sociale e sindacale, che si è fin qui manifestata come conseguenza delle modifiche introdotte dalla ristrutturazione capitalistica sul piano dell’organizzazione produttiva e sociale, e che propone in positivo la sfida di una coniugazione dei diritti alla lotta nel mondo del lavoro con quelli all’esercizio di tutte le funzioni della vita civile, e quindi un nuovo terreno per una innovativa politica di alleanze, ma essi stessi si pongono su un terreno repressivo delle lotte, invocando sanzioni punitive.
Questa ulteriore involuzione sindacale ci pone di fronte a scelte difficili e gravi, che, proprio per questo non sopportano banali semplificazioni.
I comunisti sono quindi chiamati a contribuire nella Cgil alla costruzione di un ampia sinistra sindacale, a partire dalle esperienze e dalle aggregazioni fin qui prodottesi, capace di crescere sulla base della definizione di una proposta sindacale nettamente alternativa a quella dominante nelle confederazioni e al patto sociale.
Allo stesso modo i comunisti devono operare per determinare un’unità, sulla base di obiettivi, tra le forze del sindacalismo di base e tra queste e la sinistra sindacale del mondo confederale.
Tra tutti i comunisti che operano nelle diverse organizzazioni sindacali è quindi necessario costruire forme di coordinamento, affinché si possa produrre il massimo e convergente sforzo sulla strada della ricostruzione di un sindacato di classe, democratico e di massa.
In questa prospettiva l’approvazione della legge sulla rappresentanza sindacale rappresenta un punto assolutamente decisivo. Lo è sia per la democrazia nel paese che per il sindacato. Per lottare in modo concreto contro l’istituzionalizzazione e la burocratizzazione del sindacato è determinante che la parola torni ai lavoratori, che essi possano liberamente eleggere i loro rappresentanti sindacali, a partire dai luoghi di lavoro, che queste rappresentanze abbiano pieni e liberi poteri di contrattazione, e che i lavoratori stessi possano democraticamente esprimere un giudizio vincolante sugli accordi che li riguardano.
Dobbiamo quindi batterci con grande fermezza per l’approvazione di questa legge, scoraggiando ogni tentativo di manomettere l’autonomia contrattuale delle rappresentanze sindacali unitarie, a compimento di una lunga battaglia iniziata con la promozione del referendum sull’abrogazione del concetto di sindacato maggiormente rappresentativo presente nello Statuto dei diritti dei lavoratori. Questo permetterà, come già ora sta avvenendo nel pubblico impiego, la costruzione di una rete di decine di migliaia di rappresentanti sindacali democraticamente eletti, al di fuori delle rendite di posizione dei sindacati maggiori. 
In questo modo si può creare nel paese e nel mondo del lavoro una situazione nuova in cui possiamo impegnarci a favorire tutte le forme utili di aggregazione e di coordinamento dei delegati per aiutare la ricostruzione di un’autonomia rivendicativa e per affermare l’obiettivo strategico della ricostruzione dal basso di un sindacalismo di classe, democratico e di massa.
Ma quest’ultimo obiettivo deve essere praticato da subito. Bisogna rendere evidente agli occhi dei lavoratori non solo la necessità, ma la possibilità e la praticabilità di un simile progetto.
La situazione è così grave che richiede un salto di qualità nella nostra azione, un nuovo approccio alla questione sindacale da parte del nostro partito.
Dobbiamo quindi impegnarci da subito all’organizzazione diretta di comitati, nei luoghi di lavoro e sul territorio, che possono sorgere anche sulla base di un unico obiettivo, uno scopo determinato, ad esempio di lotta contro le privatizzazioni, capaci di unire i lavoratori ed anche i cittadini su un obiettivo non semplicemente rivendicativo, ma di politica industriale, sociale, di governo del territorio.
L’esigenza di ricomporre un’unità del mondo del lavoro, del non lavoro e del lavoro precario deve tradursi nella costruzione e nel sostegno a nuovi strumenti organizzativi - come, ad esempio, l’Associazione “In marcia! Per il lavoro” - che coordinino militanti sindacali, giovani, precari e disoccupati in una battaglia unitaria nazionale e europea.
Questi strumenti devono essere funzionali ad esercitare egemonia nei nuovi movimenti sociali, che stanno sorgendo su queste problematiche ed a cui dobbiamo prestare grande attenzione. A questo riguardo bisogna criticare e sconfiggere la contrapposizione tra la rivendicazione del reddito e quella del lavoro, perché divide il fronte di lotta possibile. Senza l’organizzazione dei lavoratori “atipici” e dei disoccupati il movimento sindacale è destinato ad indebolirsi, mentre senza l’apporto del movimento operaio organizzato le lotte dei soggetti del lavoro disperso e frammentato non riescono ad avere uno sbocco positivo.
Questo motiva e ribadisce ancora una volta la centralità della battaglia per la riduzione d’orario a parità di retribuzione, del diritto al lavoro e dei diritti nel lavoro.

7. Per la riforma della politica. Il partito comunista di massa

Costruire un partito comunista di massa, oggi, significa prima di tutto dare vita a un concreto e attivo anticorpo contro quei processi di democrazia malata e tendenzialmente  autoritaria, che abbiamo cercato di descrivere nelle parti precedenti. Un partito che ha l’orgoglio di nominarsi comunista, a due passi dal nuovo millennio, e di indicare come propria ambizione strategica la rifondazione di un pensiero e di una pratica comuniste, è certo una sfida difficile, controcorrente, severa: ma la assumiamo oggi, così come l’abbiamo assunta nel momento della nascita di Rifondazione comunista, come una necessità al tempo stesso democratica e rivoluzionaria.
E’ in atto una operazione di passivizzazione restauratrice, dove l’egemonia del pensiero unico si esercita in profondità sulla vita delle persone e anche sui comportamenti di classe. Si sono prodotte drammatiche fratture nella storia e nella memoria collettiva, che rendono ardua la comunicazione tra le generazioni, tra le classi, tra i diversi gruppi sociali, all’interno del territorio urbano. Nei processi connessi di integrazione-frantumazione e di crisi della politica, ma anche di dominio dell’immagine, il “senso comune disgregato” di cui parlava Gramsci si frappone, alla crescita della consapevolezza e della coscienza: si è rotta, soprattutto, la capacità collettiva di individuare i nessi che determinano e articolano l’ordine esistente delle cose. Così come si è rotto, nelle classi subalterne, il nesso tra la propria condizione sociale, i diritti e i bisogni da rivendicare, la lotta per conquistarli. Qui si colloca la funzione primaria di un partito comunista di massa: la critica, teorica e pratica, dell’esistente; la riconquista di una politica non separata dai contenuti, dai soggetti in carne e ossa, dalla partecipazione democratica e non delegata; l’apertura di un rapporto reale con la società, le sue contraddizioni e le sue sofferenze, per produrre movimenti e moti di trasformazione; la capacità, dunque, di ricostruire un tessuto forte di relazione tra i soggetti oggi aggrediti dalla modernizzazione e dalla globalizzazione capitalistica. 
Resta per noi fondamentale il paradigma della centralità della contraddizione di classe e del lavoro salariato come connotato costitutivo della formazione economico-sociale capitalistica: senza un riferimento e un rapporto con questa centralità, le stesse rappresentazioni delle soggettività critiche maturate in questi anni sulle fondamentali contraddizioni di genere, del rapporto uomo-natura, del divario nord-sud del mondo, rischiano di rifluire in un orizzonte di riformismo debole. Viceversa, la lotta di classe, se non incontra il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo, l’antirazzismo non può dispiegare le potenzialità e le istanze di liberazione generale di cui è portatrice.
Il partito che vogliamo costruire, dunque, è un “punto fermo” della battaglia anticapitalistica e della resistenza al pensiero unico: un partito ancora modesto, come sono modeste le nostre forze, ma evocatore di un bisogno più grande di noi. Un partito “diverso”: non solo per la sua fisionomia intellettuale, ma per la qualità della sua pratica sociale e politica. Un partito democratico, che si sforza di prefigurare, nella sua vita reale e quotidiana, quella società di “liberi e eguali”, quella tenace riduzione delle diseguaglianze e delle oppressioni alla quale alludiamo quando parliamo di comunismo.
In un partito come questo, l’unità politica, non disgiunta dalla coerenza dei comportamenti, è un vero cimento, un fondamentale banco di prova. Questa unità la si costruisce a partire dalla dimensione centrale di base, il Circolo, che è anche il luogo più immediatamente esposto al giudizio e alla valutazione della gente, degli interlocutori esterni, dei simpatizzanti, dei curiosi.
E’ a partire dal Circolo - di territorio o di luogo di lavoro - che possiamo mettere in discussione, fino a romperla, la tenaglia integrazione-frantumazione. 
Nel processo di costruzione del partito di massa la dialettica e il confronto sistematico tra i momenti di direzione centrale e l’iniziativa articolata sul territorio così come sui luoghi di lavoro non ha soltanto un valore di arricchimento delle nostre ipotesi politiche, ma serve anche e soprattutto alla verifica di quelle ipotesi.

7.1 La vita democratica del partito e il ruolo dei Circoli
La scelta che abbiamo compiuto sull’autonomia dei circoli territoriali, così come si è andata strutturando nel passaggio dal “movimento” al partito, assume senso e valore solo se è accompagnata da una rete a maglie più larghe che circondi le nostre organizzazioni e sia in grado di interpretare porzioni sempre più ampie di disagio sociale e di sofferenza. Dobbiamo seriamente pensare e pilotare forme di sperimentazione di strutture intermedie tra il partito e la società, che articolino e pratichino quotidianamente la nostra proposta politica e verifichino la rispondenza tra proposte, esigenze e risposte. In particolare, possiamo pensare ad una nuova “Camera dei lavori”, che ponga al centro della sua attività la lotta per il diritto al lavoro e che organizzi sul territorio i lavoratori precari, atipici, assieme ai disoccupati e agli occupati; e ad una nuova “Casa dei popoli”, come sede permanente e multiculturale di incontro e di confronto tra sensibilità, bisogni di socialità, forme di solidarietà che oggi si presentano come estranee l’una alle altre, che quindi potrebbe costituire la sede della riappropriazione collettiva di grandi temi, come di più immediate questioni locali.
In questa prospettiva e nel pieno rispetto dell’autonomia delle organizzazioni di massa, il partito ha il compito di coordinare i comunisti presenti in ognuna di esse.
Dunque il Circolo è, prima di tutto, il luogo dove si elabora e si articola la linea politica del partito, dove si vive la discussione e il confronto democratico, per tradurlo in programma di iniziative, in proposte, in inchiesta, in lavoro specifico sul territorio o nella fabbrica. 
In secondo luogo, il Circolo è la sede di costruzione di una comunità di donne e di uomini, dove la pratica di relazioni umane solidali e fraterne è una priorità autentica, dove la cura della crescita collettiva, non solo delle singole persone, è parte integrante del lavoro politico.
Ma il Circolo, in terzo luogo, deve essere oggi anche un luogo sociale. Deve cioè “fare società” per creare aggregazioni tra lavoratori, cittadini, giovani e innescare controtendenze concrete alla frantumazione e all’individualismo dilaganti. Dunque, il Circolo è il corpo reale dei comunisti che, organizzando le proprie forze, costruiscono attorno a sé dimensioni di interessi e di società, di valori e di scopi, per spenderli nella partecipazione e nella riforma della politica. Intorno ai circoli devono perciò vivere realtà aggregate e multiformi, di cui il partito è ispiratore e a cui deve continuamente alimentarsi: qui si collocano strumenti quali i “comitati di scopo”, forme transitorie di organizzazione e di associazione, che raccolgono forze, mobilitano sensibilità, perseguono valori, conseguono risultati concreti a partire da sollecitazioni e bisogni reali. Dunque, dobbiamo ripensare il partito e il farsi della politica perché siamo sfidati dalle forme concrete di sfruttamento e di alienazione capitalistica, ma anche dalle nuove forme di corruzione della politica. Per questo il partito è decisivo, più di ieri: l’unico serio antidoto alla “modernità” attuale è la costruzione di una comunità di donne e di uomini, capace di vivere in una tensione dialettica costante le contraddizioni di genere, di generazione, di cultura e provenienza politica e di proiettarsi sempre fuori di sé: non una isola separata, ma un tendenziale “paese nel paese”. Bisogna indagare i luoghi della vita, del lavoro e del non-lavoro, e in essi individuare i momenti strategici sui quali far leva. I Circoli devono saper costruire una rete di relazioni all’interno della materialità delle relazioni sociali, offrendo sempre alle contraddizioni individuate uno sbocco politico e una prospettiva. I Circoli devono anche essere scuole, comunità di servizio, punto di incontro culturale, occasione di alfabetizzazione, centro motore delle lotte, e tutto quanto la creatività delle compagne e dei compagni saprà suggerire, contro ogni pericolo di autoreferenzialità.

7.2 Il lavoro del partito e il suo radicamento nella società
Con queste modalità, si può tentare di ovviare al problema, oggi irrisolto, della separazione tra il partito e i suoi eletti, venuto in luce anche nella recente scissione. Si possono riannodare un rapporto serio tra “rappresentanti” e “rappresentati” e  sconfiggere le tendenze elettoralistiche presenti anche al nostro interno, solo se si riesce a far vivere fino in fondo il primato della politica della trasformazione, della lotta di classe, della politica non separata, e del partito come luogo centrale e propulsore di tutta la nostra iniziativa. Ma dobbiamo sapere che non basta una pur fortissima istanza volontaristica: bisogna introdurre “riforme” concrete nel nostro stile di lavoro. Innanzi tutto, l’inchiesta, che non è una modalità straordinaria, ma ordinaria del nostro modo di far politica. Essa si produce su varie dimensioni - dall’osservazione e registrazione di movimenti molecolari della società all’indagine macroscopica - e, in particolare nei “comitati di scopo”, recupera un nesso prezioso tra specialismo e politica, tra competenze e militanza. Si tratta poi di assumere la costruzione del partito nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche in specie, come una vera priorità politica e organizzativa; attualmente, lo squilibrio a favore dei Circoli territoriali è davvero grande, da rendere urgente l’obiettivo dell’insediamento sociale del partito. Infine, è essenziale riordinare la cosiddetta “cassetta degli attrezzi” per ognuno di noi, per ogni nostra struttura organizzata. Formazione all’agire politico, perché ogni militante divenga capace di usare tutti gli strumenti che lo rendono efficace, formazione politica a partire dalla scelta di classe prima che ideologica e dalla ricerca dell’alternativa alla logica dell’impresa e del mercato, con il pieno recupero della risorsa Marx, creazione diffusa di un sistema di comunicazione con la società adeguato ai tempi, potenziamento del “saper fare” di ciascuno e ciascuna: nel partito di massa, il nesso forte tra conoscenza e trasformazione deve connotare tutta l’iniziativa, ai più diversi livelli. 
Per ricomporre nello stesso progetto le diverse soggettività che la modernizzazione capitalistica divide, è necessario riconoscere le specificità e garantire ad esse spazi di agibilità e di autonomia, pur nell’ottica dell’internità al partito. Un esempio per tutti: le giovani generazioni. Per sfruttare a fondo le potenzialità di critica dell’esistente e di innovazione nell’agire politico di cui i giovani sono portatori, a partire dalla loro condizione, è importante che tutto il partito rivolga una particolare attenzione nei confronti dell’Organizzazione giovanile. La presenza nel partito dei Giovani Comunisti, se ulteriormente consolidata, potrà dimostrarsi sia uno stimolo per il rinnovamento e il rilancio della nostra natura militante, sia un decisivo canale di attivazione e di animazione dei movimenti sociali.
 

8.  La dimensione internazionale del nostro agire politico

Al centro di un credibile progetto di alternativa, ci sono dunque una dimensione internazionale e un internazionalismo di tipo nuovo. Il teatro dell’azione politica, sociale e culturale si è allargato nella sua realtà effettiva: l’Europa, oltre la moneta unica, è già ogni giorno il terreno possibile di scelte comuni, non solo per le trasformazioni e le contraddizioni che la attraversano (il lavoro, la disoccupazione, l’immigrazione, le guerre), ma per vocazione e ruolo storico. Su obiettivi e battaglie comuni, possono cioè incontrarsi soggetti vecchi e nuovi, partiti, associazioni, movimenti, Stati: questa possibilità di convergenza è già risultata visibile in iniziative come il meeting di Parigi (seguito dagli incontri di Lisbona, Amsterdam e Madrid), che ha innescato un processo positivo, anche se difficile, nell’ambito delle forze appartenenti al Gue (Gruppo parlamentare europeo) e al Forum della Nuova Sinistra. Si tratta di intensificare il nostro impegno per allargare il campo delle forze coinvolte, battendo resistenze settarie e conservatorismi di vario tipo; il manifesto comune della sinistra europea per le cruciali elezioni della prossima primavera rappresenta un passo in avanti in questa direzione, per la costruzione di un soggetto politico unitario, plurale per culture politiche e appartenenza territoriale, ma capace di individuare obiettivi concreti e modalità nuove di collegamento.
Per l’altro verso, proprio i processi di globalizzazione economica, e la loro crisi incipiente, chiedono un salto di qualità nei paradigmi stessi della politica, così come si sono andati configurando nel secolo del movimento operaio e comunista; infatti, contro il neoliberismo e la sua aggressione globale dei diritti umani, una tradizionale strategia delle alleanze si rivela poco efficace. Né serve una “sommatoria”, pur intelligente e articolata, delle singole esperienze nazionali. Il nuovo internazionalismo si qualifica sui temi del lavoro, della lotta alla disoccupazione, della critica al pensiero unico, della battaglia per un nuovo statuto dei diritti sociali.

8.1 Neoliberismo e nuovo imperialismo
Ciò non significa che possa considerarsi tramontata la nozione di imperialismo e, quindi, di lotta antimperialista: essa, piuttosto, chiede di esser ridefinita in stretta connessione con la critica dei processi di globalizzazione capitalistica e della crescita delle sue potenti istituzioni planetarie (dal Fmi alla Banca mondiale, al G8) che tendono a configurarsi, sia pure in termini ancora contraddittori, come un “polo unico” mondiale. La stessa contraddizione tra Nord e Sud del mondo - che persiste e se mai si aggrava - tende a farsi più complessa: nel Sud vi sono zone ad altissimo tasso di sviluppo capitalistico con tratti marcatamente selvaggi, mentre nel Nord (come negli Usa) crescono vere e proprie aree di sottosviluppo. Insomma, la ferocia del modello neoliberista produce in tutto il mondo processi di esclusione e marginalizzazione, vecchie e nuove forme di povertà e miseria, vecchie e nuove forme di alienazione e sfruttamento; e tende a frantumare e dividere tra di loro tutti i soggetti reali o potenziali oppositori del sistema. Certamente, nel corso degli ultimi anni, la distanza tra i paesi a capitalismo sviluppato e i paesi del terzo e quarto mondo si è allargata a dismisura - come attestano tutti gli indicatori economici, culturali, sociali. Negli ultimi venticinque anni, secondo i rapporti Onu, è cresciuta di ben sessanta volte la distanza tra il quinto più ricco e il quinto più povero del mondo, là dove il primo usufruisce dell’80 per cento del reddito e delle risorse planetarie e al secondo resta l’1,4%. Questa crescente divaricazione è accentuata dal costante drenaggio di risorse attraverso il meccanismo perverso del debito estero, che ha favorito in passato i prestiti “selvaggi”, che oggi condiziona l’erogazione dei cosiddetti aiuti finanziari internazionali all’applicazione dei piani di aggiustamento strutturale, e che dunque impedisce la possibilità di riscatto dalla miseria e dalla marginalizzazione per i paesi poveri. Per questo sosteniamo le proposte di cancellazione del debito, da conseguirsi anche con iniziative unilaterali da parte dell’Italia e dell’Unione europea.
In questo contesto, gli Usa - vincitori della “guerra fredda” - tendono ad esercitare il “governo del mondo” puntando soprattutto sulla loro potenza militare e sull’aggregazione in una unica alleanza politico-militare degli stati e dei governi nei quali si concentrano la ricchezza e le risorse. E’ vero anche che il capitalismo americano non riesce più ad esercitare una funzione egemone, negli stessi termini del passato, nelle relazioni internazionali (cfr. crescita delle “tigri asiatiche”) e nelle relazioni sociali interne (cfr. il consistente impoverimento delle condizioni e del tenore di vita della classe operaia Usa). 
Dalla guerra del Golfo in poi, gli Usa tentano di presentare i propri interessi di parte come se fossero quelli dell’intera comunità internazionale, agendo da gendarme planetario su ogni “disordine” regionale. Gli Usa lavorano per alimentare, nelle aree strategiche situazioni di perenne tensione (si pensi alla ex Jugoslavia ed al Golfo Persico), in modo da giustificare la propria presenza militare in Europa e in Medio Oriente. La aggressione americana all’Iraq, con l’appoggio e la partecipazione inglese, rappresenta un ulteriore escalation in questa politica.
Il rafforzamento e il rilancio della Nato rende sempre più marginale il ruolo dell’Onu, accentuandone i processi di crisi. Il nuovo ruolo e la dimensione strategica della Nato stimolano una nuova corsa agli armamenti, compresi quelli di distruzione di massa, sottraendo ingenti risorse umane e finanziarie alla necessaria rimozione delle ingiustizie che sono alla base degli attuali conflitti.
Battersi per il superamento dell’Alleanza Atlantica e per una riforma radicale delle Nazioni Unite, significa concretamente operare per la pace, contro i nuovi modelli di difesa che propugnano eserciti professionali, per il bando totale delle armi di sterminio (chimiche, nucleari e batteriologiche), per la piena attuazione dell’articolo 11 della Costituzione Italiana, ovvero del ripudio della guerra come strumento per la soluzione delle controversie internazionali. Si collocano qui la crisi dell’Onu, attivamente perseguita, del resto, dagli stessi Usa e il rilancio della Nato, oggi finalizzato alla costruzione di un equilibrio “unipolare”: la nostra posizione politica - per il superamento dell’alleanza atlantica e per una riforma radicale delle Nazioni unite - trova qui nuove ragioni di attualità.

8.2 Nuovo internazionalismo e fine del “campo socialista”
Il “nuovo ordine mondiale”, seguito alla caduta del muro di Berlino e alla scomparsa dell’Urss - non ha dunque affatto dischiuso all’umanità un’era di pacifica prosperità: al contrario, la fine dell’assetto bipolare ha determinato un netto spostamento dell’equilibrio a favore dei paesi più ricchi, con un parallelo sconvolgimento geopolitico. La novità storica che si è prodotta da ormai alcuni anni - la fine di ciò che si è chiamato “campo socialista” - ci chiama a ulteriori riflessioni sulle esperienze ancora in corso in paesi e continenti non capitalistici, rispetto ai quali vanno costruiti un quadro analitico e un rapporto articolati, piuttosto che uniformi.
Cuba, Vietnam, Cina e altri paesi non costituiscono, infatti, un blocco omogeneo, ma realtà politiche e formazioni sociali diverse. La nostra impegnata solidarietà con Cuba si esercita nei confronti di un paese, e di un’esperienza originale, che, in condizioni durissime, difende la propria autonomia e l’indipendenza della propria esperienza, sapendo comunicare istanze più generali di riscatto del continente latino-americano e dell’intero Terzo Mondo. Del resto, la pervasività e la tendenza onnivora del capitalismo globalizzato rendono drammatico lo sforzo dei paesi che non aderiscono ideologicamente al sistema e tentano di salvaguardare un’esperienza comunque diversa di organizzazione della società e dell’economia. In un quadro come questo, certo, si accrescono i pericoli di sfondamento delle leggi del capitalismo in ogni parte del mondo. E’ perciò con particolare preoccupazione che seguiamo i processi in corso in Cina, un grande paese che esercita nel pianeta un peso enorme: ci preoccupa la sua riorganizzazione economica e sociale, fondata sul primato del mercato e sulla persistenza di un assetto politico imperniato sul partito unico e sul partito-stato. Queste tendenze ci appaiono oggi lontane da un’ispirazione del socialismo come liberazione, su cui invece crediamo vada riavviata una ricerca su scala mondiale. Certo, la natura stessa dei processi di globalizzazione richiede il mantenimento e lo sviluppo di un confronto con queste esperienze, da parte di tutte le forze della sinistra europea, per costruire un’alternativa alle politiche neoliberiste. 
Dunque, la critica della mondializzazione capitalistica e il lavoro politico di costruzione di un’alternativa non costituiscono soltanto la guida delle nostre relazioni internazionali (in questo senso non più definibili in termini classici di tipo politico-diplomatico o ideologico) e ancor più della nostra pratica internazionalista, ma determinano anche il fondamento critico di questa ricerca per un diverso ordine mondiale e di rinascita del socialismo. 
La stessa questione nazionale, pur nella persistente validità del diritto all’autodeterminazione dei popoli,  ha assunto talora una valenza e un significato diversi da quelli tradizionali di tipo progressivo o progressista: nell’era della globalizzazione, la distinzione tra lotte “avanzate” e lotte “arretrate” appare alquanto difficile a proporsi, e pone su cardini diversi la stessa nozione di solidarietà internazionalista. Nel quadro del lavoro di costruzione di una nuova rete di relazioni internazionali - dalle sopra citate iniziative europee agli incontri con Fidel Castro e con il subcomandante Marcos, al rapporto col Forum di Sao Paolo - sono emerse esperienze di particolare valore politico e politico-simbolico.
Nella resistenza del Chiapas, è esplicito un elemento offensivo e radicale, una critica non semplicemente “localistica” del neoliberismo, che trascende i limiti concreti e gli ambiti dell’esperienza dell’Ezln. 
Nella stessa vicenda che ha portato a Roma il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, è risultato evidente il “plusvalore” della lotta di liberazione del popolo kurdo, al di là di una lunga e tragica vicenda di oppressione della propria identità nazionale: in questione, non sono soltanto gli assetti del Medio Oriente e il ruolo di “bastione della Nato” svolto dalla Turchia, ma la qualità della costruzione europea, il reale grado di autonomia del vecchio continente dagli Usa. Tratti analoghi sono riconoscibili in molte altre lotte di liberazione, citiamo per tutte quella del popolo palestinese.
Anche per queste ragioni, il nostro rapporto con la sinistra europea acquista una forte e inedita centralità strategica: non è una scelta, ovviamente, di eurocentrismo, che combattiamo in ogni sua forma, ma la logica conseguenza della nostra opzione “per una alternativa di società”.

9. L’opposizione per un’alternativa di società

La proposta programmatica che avanziamo per qualificare la nostra battaglia di opposizione richiederà certamente un ulteriore lavoro di puntualizzazione e articolazione, che può partire dallo stesso programma in 14 punti che presentammo nei primi mesi del ‘98 e che, a causa della svolta moderata intervenuta, è stato respinto.
Qui si tratta di precisare i caratteri di fondo di questa nostra proposta, che costituiscono allo stesso tempo i temi e gli obiettivi della nostra battaglia concreta contro il governo D’Alema e per costruire le condizioni per un’alternativa di società.
A questo fine acquista un valore determinante l’inchiesta che da mesi stiamo conducendo sul mondo del lavoro e del non lavoro. Da essa ci possono provenire indicazioni decisive per la comprensione dei nuovi fenomeni intervenuti, per comprendere le istanze dei soggetti che si affacciano nel mondo del lavoro, con insistenza proporzionale alla loro esclusione, come le donne e i giovani. Dobbiamo comprendere che la loro ricerca di lavoro non è solo dettata da un’esigenza insopprimibile di reddito, ma anche di realizzazione in quanto persone e di partecipazione ad una attività collettiva di trasformazione delle condizioni materiali e soggettive della vita civile.
Se la svalorizzazione del lavoro in atto comporta contemporaneamente un aumento della disoccupazione strutturale di massa, dello sfruttamento e dell’alienazione, dell’oscuramento del ruolo del lavoro vivo, in particolare quello manuale, ma anche intellettuale nel contesto sociale, la nostra battaglia per una sua valorizzazione deve comprendere tanto la lotta alla disoccupazione, quanto quella all’intensificazione dello sfruttamento, alla perdita di senso del lavoro e di rapporto con l’oggetto della produzione, al confinamento del lavoro negli ultimi gradini dei valori sociali, per la qualità del lavoro e per il controllo sociale sullo stesso. 
Noi proponiamo la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, non solo per combattere la disoccupazione, ma per diminuire la fatica di chi è occupato e per ridisegnare i confini fra tempo di lavoro necessitato, obbligato e tempo liberato, da poter dedicare alla cura dei propri interessi di vita e ad attività fuori mercato, cogliendo così la possibilità di ricomporre su base più paritaria i rapporti tra i sessi nella vita lavorativa, in quella famigliare e nel tempo libero.
Allo stesso tempo ci battiamo per la creazione di nuovi lavori e di nuove occupazioni, in settori diversi da quelli su cui ha insistito il modello di sviluppo capitalistico, e cioè in quelli della difesa dell’ambiente, del risanamento delle città e delle periferie urbane, della cura delle persone, della tutela del territorio, dell’ambiente e dei beni culturali.
La battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro deve quindi diventare a tutti gli effetti una grande lotta per la civiltà del lavoro, per un diverso rapporto tra donna e uomo, tra il lavoro e la vita. 

9.1 Il rilancio e la riqualificazione del Mezzogiorno
Le caratteristiche peculiari delle realtà meridionali, come la disgregazione sociale e la diffusione della precarietà, la pervasività delle mafie nella struttura economica e sociale, impongono una totale inversione delle politiche attuate dai governi fino ad oggi, che sono state funzionali al progetto d’integrazione del Mezzogiorno nelle dinamiche della globalizzazione economica. 
Nel Mezzogiorno si sono sperimentati i contratti d’area ed i patti territoriali, con il preciso intento di ridurre le protezioni sociali e del territorio. Qui si è attuata una deindustrializzazione forzata ed una ristrutturazione selvaggia. A ciò bisogna aggiungere l’aumento, da ogni punto di vista, del rischio ambientale nei territori meridionali. 
In primo luogo poniamo quindi il problema di una riallocazione delle risorse in direzione del Sud, per un rilancio produttivo, a partire da una nuova politica industriale ecocompatibile, che sappia investire in settori strategici di pubblica utilità e ad alto tasso di qualità, cominciando dalla difesa delle grandi aziende pubbliche minacciate dai processi di privatizzazione, per invertire la tendenza che vorrebbe concepire la competitività con il nord e con il resto del mondo basata solo sul prezzo delle merci e sul costo del lavoro; per sviluppare le risorse ambiente, quella artistica e culturale; per una dotazione infrastrutturale necessaria a un nuovo tipo di sviluppo e al potenziamento dei rapporti con le aree mediterranee, contro le scelte faraoniche quanto inutili come il ponte sullo Stretto; per una riqualificazione dei servizi alle persone e del sistema formativo pubblico; per una riforma del credito che permetta lo sviluppo delle piccole e medie imprenditorialità e che sconfigga l’intermediazione mafiosa.
Proprio per questo abbiamo lanciato e ribadiamo la proposta di una grande agenzia pubblica per il Mezzogiorno, quale organo di programmazione e di gestione diretta, opportunamente articolato nei territori, volto innanzi tutto alla creazione di nuovi posti di lavoro, anche mediante assunzione diretta.
La riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario può diventare uno stimolo importante al decentramento delle produzioni dal nord al sud, se ovviamente accompagnata da una battaglia contro gli straordinari e tutte le forme di lavoro nero.
In questo percorso il primo obiettivo è la regolarizzazione dei lavoratori socialmente utili, mediante forme di assunzione diretta, a partire dalla pubblica amministrazione, che permetta l’impiego di questi lavoratori in indispensabili lavori di pubblica utilità ed intervento sul territorio meridionale. Si tratta infatti di fornire un lavoro vero, di cui il Mezzogiorno e tutto il paese hanno un enorme bisogno, e di spezzare la rete dei ricatti e delle clientele cui è sottoposta l’esistenza quotidiana dei disoccupati meridionali.

9.2 La dimensione internazionale e ambientalista della lotta per il lavoro
La creazione di nuovo lavoro e nuova occupazione ci riporta al problema di dare una dimensione internazionale a questa battaglia, almeno nel contesto europeo e mediterraneo, e di posizionarla in una più generale lotta in difesa dell’ambiente naturale, minato dalle conseguenze del modello di sviluppo capitalistico.
Nel periodo che è intercorso tra il precedente congresso e questo abbiamo condotto esperienze assai significative di lotte sovrannazionali, nel contesto europeo, per la riduzione dell’orario di lavoro e per lo sviluppo dell’occupazione, che ci hanno condotto, con la “marcia per il lavoro” e nel corso di specifici appuntamenti, a manifestare in diverse capitali e città d’Europa. Siamo certamente solo agli inizi, ma già possiamo scommettere sulla possibilità della costruzione, attraverso diversi soggetti, politici, sindacali, di associazioni e di movimenti, di un vero e proprio movimento europeo per l’occupazione e per la valorizzazione del lavoro. In questo percorso la prossima scadenza è rappresentata dall’euromanifestazione di Colonia del giugno del ‘99, promossa dalla rete delle marce europee e sostenuta dal forum per l’Europa sociale e dalle sinistre sindacali di numerosi paesi.
L’effetto serra, il buco nell’ozono, la devastazione delle foreste equatoriali, le modificazioni climatiche, la riduzione dei ghiacciai, per citare solo alcuni dei preoccupanti fenomeni che si stanno verificando, pongono nuovamente all’attenzione dell’umanità il problema di una crescita economica non guidata dallo sviluppo dei profitti e dei consumi, in cui il criterio non può essere l’aumento indefinito del prodotto interno lordo. E’ in questo quadro, che si contrappone alla logica della globalizzazione capitalistica, che il problema della creazione di nuovo lavoro può trovare una soluzione pratica e nello stesso tempo riscoprire tutta la sua carica alternativa all’attuale modello di società. 

9.3 I diritti nel mondo del lavoro, del non lavoro e della persona
Il processo di svalorizzazione del lavoro e di intensificazione dello sfruttamento in atto con particolare intensità in questa fase della ristrutturazione capitalistica, comporta un peggioramento della condizione economica e sociale assieme ad  un tendenziale smantellamento di diritti e poteri, conquistati dalle lotte sindacali e democratiche in più di un secolo. Se fino a non molto tempo fa l’ingresso nel mondo del lavoro e nel rapporto di lavoro, per i cittadini appartenenti alle classi subalterne, coincideva con un aumento di diritti e spesso anche di poteri, oggi avviene spesso il contrario. In particolare per i giovani, per i lavoratori precari, per tutti quelli con contratti a termine o atipici, il mondo del lavoro si presenta come una zona priva di diritti o addirittura di mortificazione della persona. La richiesta di una rivalutazione, anche dal punto di vista di un congruo aumento retributivo, del lavoro umano, di quello manuale in particolare, e dell’introduzione dei diritti nel mondo del lavoro subordinato in tutte le sue forme e i suoi aspetti diventa dunque una battaglia decisiva per la piena affermazione dei diritti della persona.
La labilità delle tradizionali divisioni fra le diverse tipologie di rapporto di lavoro, rende assolutamente necessaria e urgente la conquista di una sorta di griglia minima, ma efficace, di diritti per tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dalla loro condizione contrattuale, giungendo anche ad una ridefinizione complessiva, sul piano giuridico e contrattuale, della condizione di subordinazione nel lavoro, per adeguarla alle modificazioni concretamente intervenute e per evitare le mistificazioni ideologiche sull’allargamento della sfera del lavoro libero e autonomo, e invece valorizzando le forme effettive di lavoro autogestito, cooperativo e liberamente associato.
L’affinamento, pur necessario, di serie politiche attive del lavoro e il potenziamento della formazione non è sufficiente ad affrontare la complessità del fenomeno della disoccupazione strutturale di massa moderna e la sua particolarità italiana, ovvero la concentrazione nel mezzogiorno.
Al mondo del non lavoro, della disoccupazione e in particolare della inoccupazione giovanile va quindi data una risposta immediata e una prospettiva. Quest’ultima va individuata nella certezza di un lavoro minimo garantito, di lavoro vero a salario intero, cioè dell’obbligo dello stato di fornire un’occasione di lavoro in quei settori di pubblica utilità, che il mercato del lavoro privato disdegna. 
Ma, da subito, bisogna fornire, da parte dell’istituzione pubblica, un pacchetto di diritti e di gratuità, dai trasporti, alla assistenza sanitaria, alla formazione, fino a forme di salario finalizzate all’introduzione nel rapporto di lavoro.

9.4 L’immigrazione e la costruzione di una società multiculturale
Le profonde ingiustizie e diseguaglianze, fra Nord e Sud del mondo, in particolare, e tra diverse aree del pianeta, che si sono accentuate nel processo di globalizzazione in atto, connesse con il relativo avvicinarsi delle distanze, dovuto allo sviluppo dei mezzi di comunicazione materiali e mass-mediologici, rendono il fenomeno migratorio strutturale e destinato ad aumentare. 
L’arrivo di donne e uomini che fuggono la fame, la miseria, la mancanza di futuro e di libertà, le guerre e le persecuzioni, o che comunque vogliono cambiare le loro condizioni di vita è un elemento che sta incidendo in modo sempre più sensibile nel tessuto sociale europeo e italiano. La negazione dei diritti fondamentali costringe le immigrate e gli immigrati a vivere ai margini della società, malgrado il loro apporto alla vita produttiva dei paesi in cui si trovano sia sempre più rilevante dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Questa situazione è alimentata e a sua volta alimenta la propaganda razzista, demagogica e populista e una campagna sull’ordine pubblico, che tende a considerare l’immigrazione come un pericolo per la convivenza civile e come una causa della disoccupazione. Nello stesso tempo la mancanza di diritti degli immigrati favorisce il diffondersi di concezioni che postulano gradi differenti di diritti all’interno di una stessa popolazione. Una parte delle stesse masse lavoratrici diventano così ostaggio della paura e della disinformazione e tendono a sostituire un’artificiale conflittualità etnica al conflitto di classe. Questo fenomeno appare oggi particolarmente devastante nelle periferie delle grandi città e determina un imbarbarimento del vivere civile.
In questo quadro il nostro impegno in difesa dei diritti degli immigrati si lega strettamente alla ricomposizione di uno schieramento sociale per l’alternativa.
Nell’immediato chiediamo la regolarizzazione di tutti i cittadini stranieri presenti nel nostro paese all’entrata in vigore della  legge 40/98 e la chiusura degli attuali “centri di permanenza temporanea”, moltiplicando, invece, la costruzione di strutture degne di una moderna e civile cultura dell’accoglienza.
Dobbiamo quindi, partendo dalla critica alla stessa recente legge sull’immigrazione. costruire le condizioni perché siano rimosse le cause legislative e sociali che determinano una separatezza tra i lavoratori italiani e quelli extracomunitari e contemporaneamente favorire e sostenere le esperienze di lotta autorganizzate degli immigrati, poiché la loro emancipazione aiuta quella dei soggetti italiani che vivono in condizioni di marginalità.
In contrapposizione alle logiche di impresa che attualmente dominano nel mercato del lavoro e alla chiusura delle frontiere, sia a livello dell’Unione europea, che in Italia, e nel quadro, invece, della ricerca di un governo democratico del flusso migratorio, anche tramite intese bilaterali con gli stati di provenienza e lo sviluppo della cooperazione, ribadiamo la necessità di un riconoscimento pieno dei diritti di cittadinanza, cioè del diritto di voto, attivo e passivo, a partire dal livello locale, del diritto al lavoro,  alla casa, alla salute, alla protezione sociale e previdenziale, all’istruzione, alla libera manifestazione della propria cultura d’origine.  Inoltre va riconosciuto e  garantito il diritto d’asilo agli individui e alle popolazioni che fuggono da guerre e persecuzioni etniche.

9.5 Il problema della formazione e della nascita di una cultura critica
La scuola è oggi uno dei punti fondamentali di attacco della politica di stabilizzazione moderata, come si è visto nella cruciale battaglia sulla “parità scolastica”. Una battaglia che, tuttavia, non può esser condotta soltanto, e neppure prevalentemente, in termini difensivi: è l’intero sistema della formazione, dalla scuola, all’Università, alla ricerca, ad essere investito da processi funzionali alla logica di mercato e alla creazione di un consenso di massa ad un ordine presentato non solo come il migliore, ma come l’unico possibile. La fabbrica integrata presuppone un’osmosi totale tra direzione d’impresa e forza lavoro: il sistema produttivo deve perciò intervenire sul mercato del lavoro e sul sistema formativo. Dalla scuola alla ricerca, passando per i processi di “autonomia scolastica” già avvenuti, che hanno profondamente “riformato” l’intero sistema scolastico, tutto viene finalizzato come “servizio alla produzione” e ai modelli culturali imprenditoriali. In questo senso, la privatizzazione della scuola pubblica è oggi uno dei processi più allarmanti del più generale processo di americanizzazione della società, tanto più che esso non avviene solo a livello italiano, ma è assai avanzato nel contesto europeo.
I soggetti che operano nella scuola, studenti, lavoratori, insegnanti e ricercatori, vivono dunque una contraddizione potenzialmente esplosiva: c’è un antagonismo inconciliabile tra le istanze della logica d’impresa e privatistica e il diritto allo studio, al sapere, alla conoscenza critica, alla qualificazione, come ha iniziato a dimostrare il movimento dell’autunno del ‘98.  Tra il primato del mercato, la logica delle privatizzazioni e lo sviluppo della persona c’è una tensione di fondo, che oggi può essere riproposta a livello di massa, come base per una critica radicale del sistema scolastico e delle sue finalità. 
E’ quindi necessaria una sua profonda riforma, che riguardi tanto l’innalzamento dell’obbligo scolastico, quanto la sua struttura generale, i suoi programmi, i suoi rapporti con la società, affinché essa possa diventare un punto nodale nella ricomposizione sociale e nella coscienza civile del paese, nella ridefinizione dei saperi, nella formazione di una nuova intellettualità di massa, nella costruzione di una cultura critica nei confronti del pensiero unico.

9.6 La difesa e l’innovazione dello stato sociale
La difesa dello stato sociale, oggetto di una costante opera di smantellamento da parte delle classi dominanti, che abbiamo condotto con grande coerenza anche nel periodo del sostegno critico al governo Prodi, deve coniugare l’universalismo con la qualità delle prestazioni.
Tra queste ultime assume un grande valore il carattere pubblico, universale e solidale del sistema previdenziale e sanitario, anche per riaffermare un legame, nel campo dei diritti e di una solidarietà reale, tra tutti i lavoratori, tra le generazioni, tra i lavoratori attivi e i pensionati.
è quindi necessario battersi contro ogni ipotesi di “stato sociale minimo”, che restringe le prestazioni a fette limitatissime di popolazione, riducendole a carità, quanto migliorare sensibilmente la qualità delle stesse, facendo valere il punto di vista dei cittadini e del corpo sociale e stabilendo un proficuo rapporto fra questi e le lavoratrici e i lavoratori della pubblica amministrazione.
A questo fine è indispensabile valorizzare il punto di vista critico assunto da alcuni movimenti, come quello delle donne, con la attenzione posta al nesso tra produzione e riproduzione sociale, o quello dei giovani, con la sottolineatura di nuovi bisogni che vanno dal problema irrisolto del lavoro a tutti gli aspetti che concernono la qualità della vita e lo sviluppo della socialità e della creatività. 
Su questi terreni si può sconfiggere la teoria della sussidiarietà, che punta all’abbattimento del pubblico, e invece accompagnare al rilancio di quest’ultimo uno sviluppo del volontariato.
Allo stesso tempo va riproposto il ruolo di intervento dello stato sociale nelle politiche redistributive della ricchezza sociale e del reddito, del tutto inesistenti dopo la liquidazione della scala mobile, per sconfiggere la povertà e le conseguenze sociali della disoccupazione.

9.7 La questione democratica: le istituzioni, la giustizia, l’informazione
L’analisi che abbiamo condotto sulla tendenza delle classi dominanti a puntare su una passivizzazione delle masse, sulla separazione tra politica e società, su un sistema di democrazia neoautoritaria sottolinea il carattere fondamentale della nostra battaglia sui temi democratici ed i nessi che questi hanno con le questioni sociali. Questo ci richiama, inoltre, alla necessità di sviluppare una forte battaglia sul terreno culturale legata ai temi della vita democratica del paese ed a introdurre il tema della democratizzazione delle istituzioni rappresentative e di governo a livello europeo. 
Abbiamo di fronte un grande pericolo, quello rappresentato dal minacciato referendum sulla legge elettorale, che, se prevalesse, ci porterebbe in un sistema compiutamente maggioritario, ove molto arduo sarebbe garantire una rappresentanza istituzionale per le forze antagoniste e alternative. Dobbiamo prepararci ad una battaglia ad ogni livello contro questa eventualità negativa per l’intero sistema democratico, costruendo le alleanze necessarie.
La tendenza allo svuotamento di potere e finanche di senso delle funzioni delle assemblee elettive appare coerente, anche a livello locale, con il processo di frantumazione sociale tra i lavoratori e l’utenza dei servizi, posti in contrapposizione tra loro e sacrificati rispetto alle esigenze del mercato. L’opposizione a questa tendenza deve esplicitarsi attraverso una nostra capacità di rifiutare logiche di mercato nell’amministrazione della cosa pubblica, di interpretare in modo diverso il ruolo della rappresentanza istituzionale e la nostra presenza all’interno delle autonomie locali, che così possono svolgere una funzione di ricostruzione del tessuto civile e democratico.
Inoltre, occorre porre molta attenzione agli effetti che derivano dall’applicazione di alcune normative - quali la legge Bassanini, la riforma della 142/90 e la stessa legge finanziaria ‘99 - sul sistema delle autonomie locali. Le difficoltà crescenti nel gestire le ricadute di tali norme devono essere assunte a motivo di vertenzialità locale, dentro un contesto nazionale, per garantire la tenuta dello stato sociale a livello municipale e gli investimenti per migliorare la qualità della vita.
La nostra battaglia per la democrazia non si esaurisce con le nostre proposte sulla legge elettorale, sulla forma di governo, sul funzionamento del parlamento e degli enti locali, ma deve concretizzarsi, in modo anche pratico, in uno sforzo di valorizzazione e di costruzione di forme di democrazia diretta, a partire dalla difesa di tutti i presidi democratici autogestiti che le esperienze di movimento hanno fin qui creato. 

Sulla giustizia, noi riconfermiamo anzitutto una posizione generale, ancorata alla Costituzione e alla difesa dello Stato democratico di diritto: da essa deriva coerentemente la salvaguardia di quel principio di legalità, che deve contribuire a garantire la pari dignità e l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, nonché l’assolvimento del compito di “rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
La magistratura resta, senza dubbio, la più importante delle istituzioni di garanzia, e anche ad essa spetta di attivare quei controlli di legalità che permettono la realizzazione del dettato costituzionale. Una magistratura che, nel corso di questi anni, ha dismesso i suoi tratti corporativi e asserviti e ha prodotto un nuovo modello di giurisdizione: la sua indipendenza e la sua autonomia, anzitutto dalle logiche del potere politico, la nascita di un vero organo di autogoverno, cioè il Csm, retto da una logica pluralista e da un sistema elettorale proporzionale, sono il risultato di grandi battaglie politiche e culturali della sinistra. 
All’imperversare attuale del neoliberismo, tuttavia, è perfettamente funzionale la logica dell’affievolimento dei controlli di legalità, intesi come tanti “lacci e lacciuoli” di cui liberarsi. Proprio sul terreno del lavoro, si può cogliere la pericolosità dell’attacco: le leggi della competitività, la piena liberalizzazione del mercato del lavoro, i conseguenti continui attacchi alla legislazione del lavoro e ai diritti dei lavoratori (sciopero, sicurezza, garanzie) inducono a una conflittualità crescente sul piano giudiziario come su quello sociale. Qui ha un senso forte la riproposizione di una magistratura attenta al rispetto effettivo dei valori costituzionali di solidarietà e promozione sociale. Una “magistratura strategica”, in sostanza, nella sua capacità di tracciare il confine tra uno stato democratico di diritto e uno stato autoritario di diritto.
In questo contesto, è essenziale una nostra riflessione sulla tutela dei diritti fondamentali della persona, nel contesto che, da alcuni anni, registra sulla giustizia uno scontro senza esclusione di colpi. Né poteva essere altrimenti: le inchieste sulla corruzione e sui poteri criminali di tipo mafioso non solo hanno messo a nudo il groviglio delle collusioni tra politica, pubblica amministrazione, finanza, imprenditoria, magistratura, forze dell’ordine e criminalità, ma hanno aggravato la crisi della “classe politica”. Un mutamento che è sfociato soltanto in un ammodernamento della politica, ma non nel superamento della questione morale, provocata dal rapporto corrotto tra politica, impresa e finanza che tuttora si ripropone. Lo stesso sistema giudiziario, impegnato a reprimere la devianza, ha indotto un indebolimento del garantismo che rischia di ritorcersi, come sempre, sui più deboli: basta guardare la popolazione carceraria, composta soprattutto da tossicodipendenti, immigrati e marginali per capire che le carceri sono sostanzialmente oggi un luogo di sanzione repressiva dell’esclusione sociale.
Dunque, la difesa della legalità, patrimonio storico della sinistra, si lega strettamente alla difesa della democrazia: è essenziale non abbassare la guardia sul garantismo e non lasciarlo nelle mani strumentali delle destre.
Questo comporta anche la ripresa della lotta per una democratizzazione delle forze di Pubblica Sicurezza e delle forze militari di polizia e per impedire la militarizzazione della Polizia Municipale e delle Guardie Giurate.
Un progetto di trasformazione della società passa anche per un sistema di regole eguale per tutti: in definitiva, la battaglia strategica è per la ricomposizione della contraddizione tra eguaglianza formale e diseguaglianza di classe.
Nel mondo della comunicazione e dell’informazione “globale”, paradossalmente è proprio il diritto a comunicare che è minacciato dai giganteschi processi di concentrazione delle proprietà delle testate editoriali e televisive e da una omologata impostazione culturale che ha fatto parlare di “pensiero unico”. Il controllo dei “mezzi di produzione” dell’informazione e dell’immaginario collettivo, il controllo delle fonti, l’omologazione e l’impoverimento progressivo dei linguaggi, segnalano la tendenza a processi oligopolistici, che derivano dal sempre più determinante condizionamento pubblicitario e da un crescente snaturamento dell’idea stessa di comunicazione e informazione in mera merce.
Anche nel nostro Paese, la discussione sul futuro del sistema della comunicazione è rimasta ancorata agli interessi in campo degli oligopolisti esistenti, senza una capacità di rilancio della sua valenza democratica e partecipativa.
L’innovazione tecnologica accelera questi processi. E’ evidente che ci troviamo di fronte ad una svolta, ove i mutamenti che agitano il mondo della cosiddetta “convergenza tecnologica” sono un pezzo importante di tale cambiamento. Il rischio è che molte delle possibilità e delle potenzialità d’ampliamento democratico, che l’innovazione tecnologica consentirebbe, potrebbero essere precluse dalla mera deriva mercantile della comunicazione. Un’informazione sempre meno autonoma e libera, sempre più spettacolarizzata, sempre meno capace di esercitare la propria naturale funzione critica, è l’altra faccia della crisi della democrazia e della politica.
Se il nesso democrazia/informazione è così forte da far parlare di “videocrazia”, uno sforzo di natura progettuale contribuirebbe anche a rinsaldare i legami sociali, a far svolgere alla comunicazione un servizio di lotta contro le esclusioni culturali e politiche. 
Serve, per tutto questo, definire la nuova funzione che deve avere, in una democrazia avanzata, il complesso sistema dei media.
è per queste ragioni che come Partito riproponiamo l’idea della funzione di un servizio pubblico che rilanci un’ipotesi produttiva e comunicativa non vincolata dagli schemi della televisione commerciale. Come pure serve ripensare l’intero sistema di sostegno alla industria dell’editoria per garantire in maniera stabile e dinamica il pluralismo e la sua articolazione sociale e politica.
Una infrastruttura comunicativa avanzata, per queste ragioni, va garantita all’intero territorio nazionale per evitare la riproposizione di aree escluse dai nuovi modi di comunicare e per offrire nuove modalità di innovazione al tessuto produttivo proprio alle aree deboli. Diritto a comunicare e nuove opportunità di sviluppo possono essere unite da una strategia industriale di nuovo tipo.

Conclusione

La scelta che proponiamo al congresso è dunque quella di lavorare alla costruzione di un’alternativa di società.
E’ una scelta possibile e necessaria.
La malattia della democrazia, le tendenze ad una democrazia autoritaria ci consegnano l’esigenza di un forte rilancio di un’iniziativa politica a sinistra.
Per essere efficace essa deve ripartire dai bisogni e deve investire nella società la vita, il lavoro, lo studio, il vissuto delle persone e l’agire collettivo delle classi subalterne, che sono sottoposte a cambiamenti sconvolgenti e di fondo.
Con il nostro congresso vorremmo quindi contribuire a restituire efficacia all’azione sociale e alla politica.
Per questo il quarto congresso del partito della Rifondazione Comunista è chiamato ad elaborare la proposta della costruzione di un’alternativa di società.