IV CONGRESSO NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL SEGRETARIO DEL PARTITO
FAUSTO BERTINOTTI

“Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario”

Compagne e compagni,
le parole sono di Ernesto Che Guevara e risuonano forti e attuali in questi nostri giorni che pure distano ormai 40 anni da quelli che lo videro con Fidel Castro liberare alla testa dell’Esercito ribelle l’isola di Cuba, a cui il doloroso dissenso che abbiamo lealmente espresso, su un punto particolarmente difficile e doloroso, e che confermiamo, non riduce, ma persino aumenta, la nostra attiva solidarietà, affinchè il suo popolo possa essere liberato dal blocco statunitense e possa liberamente decidere il futuro della sua rivoluzione. Lunga vita a Cuba. 
Ma quelle parole del Che suonano acute e impegnative proprio per noi, in un mondo nel quale la guerra e la fame sono le forme più violente in cui si manifesta la moderna oppressione dei forti sui deboli.
Il popolo curdo riassume, agli occhi di un mondo impotente, la tragedia di una sopraffazione continua, di una negazione sistematica. Popolo a cui viene negata una patria; impedita una costruzione politica; cancellata la lingua. Perciò la sua lingua è la nostra lingua. La sua lotta è la nostra lotta. Dobbiamo saper fare di più per la causa di questo popolo che ci ripropone una grande questione, quella dell’indipendenza nazionale, quando una diffusa distrazione sembra averla espulsa dal nostro tempo, quasi a volerla confinare nel passato. Invece, persino qui, nell’Europa del tempo della globalizzazione, essa riemerge.
Abbiamo riscoperto in queste settimane, in Italia, la questione della sovranità nazionale. Quando Ocalan è venuto in Europa, da noi, dando vita ad una missione di pace, l’Italia, e l’Europa tutta, hanno avuto, dinnanzi a sé, una grande opportunità, un’occasione. Colpevolmente l’hanno sciupata e persa. Si sono resi corresponsabili moralmente dell’atto di guerra compiuto dal governo turco con la cattura del leader del PKK. E oggi, invece di vedere l’Italia protagonista di un’iniziativa di pace per realizzare il riconoscimento del diritto del popolo curdo, siamo costretti ad una mobilitazione affinchè Ocalan non venga torturato, affinchè gli siano riconosciuti i diritti elementari di difesa che gli vengono negati, affinchè possa essere liberato e restituito al suo popolo. Dobbiamo essere in ogni luogo dove si manifesta per la causa del popolo curdo, per strappare alla galera turca il Presidente Ocalan. Dobbiamo promuovere con altre realtà sociali e forze politiche e culturali un vero e proprio movimento di lotta e di solidarietà.

L’abbattimento della sovranità nazionale
Ma anche noi, italiani, abbiamo subito una lesione, una lesione alla nostra sovranità. Nessuno potrà essere convinto che si sia trattato di una libera scelta del governo italiano. Né si può far credere che si sia trattato di un atto dovuto nei confronti della Turchia. Neppure degli interessi commerciali, pure scandalosamente agitati anche in Italia, contro le ragioni del popolo curdo, in un orrendo bilanciamento di un genocidio con la sonante moneta degli affari, avrebbero potuto avere l’effetto di sospingere Ocalan fuori dall’Italia. Con tutta evidenza è la Turchia che ha bisogno dell’Europa, non il contrario. 
In realtà è stato ben altro ciò che ha imposto la decisione. E’ stata l’appartenenza dell’Italia alla Nato e la subalternità nei confronti degli Stati Uniti. La Turchia è una regione strategica per la Nato e gli Usa non accettano ragioni contro un alleato con quelle caratteristiche. L’Italia ha chinato la testa, cioè ha rinunciato ad agire come stato sovrano, a far valere le sue ragioni e con esse gli interessi dell’Europa. 
Non è solo un episodio. In pochissimo tempo la sovranità del paese viene ancora violata, sfregiata. La sentenza di un tribunale militare Usa la fa a pezzi. Un aereo in volo dalla base americana compie una strage nel Cermis. Gli Usa, spezzando la trama delle responsabilità che sarebbero state indagate e processate in Italia nel loro insieme, si sottraggono alla giustizia italiana e processano il solo pilota nel loro paese, in un tribunale militare dove lo assolvono contro l’evidenza dei fatti. Ma così rendono chiara la natura imperiale del rapporto tra gli Usa e il nostro paese. La stessa natura che, su scala mondiale, vede abbattere sistematicamente il ruolo dell’ONU, vede allargare pericolosamente i confini dell’Alleanza, e vede assumere dalla NATO il monopolio delle forme e del giudizio su dove, come, quando e nei confronti di chi esercitare un intervento militare, compiere un’azione di guerra. Già la presenza di basi americane in Italia è priva di ogni giustificazione accettabile e, difatti, noi ne chiediamo la chiusura. Ma anche chi, come il governo, non condivide questa nostra tesi, di fronte al fatto che gli Usa si rivelano parteners inaffidabili e che si comportano nei confronti di chi, con loro, ha contratto degli accordi in modo tale da trasformarli in sudditi, anche chi come il governo non condivide la nostra tesi sull’eliminazione delle basi Usa in Italia, avrebbe  dovuto avere uno scatto e disdire gli accordi sulle basi americane per riconquistare una dignità nazionale. La dignità di un paese e la sovranità di una nazione non possono dipendere dal suo peso economico e dalla sua grandezza, non si misurano né in Prodotto Interno Lordo, né in Kilometri Quadrati. Ma dignità e sovranità possono dipendere invece, dalla statura di una classe dirigente. Lo stato nazionale è in crisi, attaccato com’è da un lato, da un gigantesco processo di internazionalizzazione e, dall’altro, dalle spinte centrifughe del separatismo, dalle insorgenze nazionalistiche e fondamentaliste. Nessuno può pensare di ricostruire quello che non c’è più. Ma è la politica che muore se viene meno la sovranità dello stato. Non ne è una lesione permanente la vergognosa segregazione di Silvia Baraldini nelle carceri americane che ancora dura contro ragione e sentimento?  Lesione orribile ai diritti delle persone e alla sovranità nazionale. Persino sull’idea di nazione dobbiamo tornare a riflettere criticamente, invece che considerarla territorio della destra; tornare a riflettere criticamente ora che ogni identità storico-culturale è sfidata da una globalizzazione che ci vorrebbe tutte e tutti senza storia e senza appartenenza e al cui patrimonio bisogna invece attingere e saper apprendere, per costruire l’Europa dei popoli al posto di quella di Maastricht. In realtà sia le vecchie che le nuove forme di statualità si vogliono deboli e dipendenti. Si vuole un’Italia a sovranità limitata, mentre del tutto evanescente si vuole che resti quella europea. In questo quadro i colpi subiti appaiono in una luce ancora più preoccupante: con la sovranità è proprio la politica che viene aggredita nella fondamenta. La sovranità è colpita, in alto, dalla potenza degli Usa, ma è colpita, nel corpo, da un processo strisciante che la investe sistematicamente.
La penetrazione del capitale straniero in Italia non è regolata, né ad essa viene cercata una replica, né sul terreno della reciprocità (un tedesco compra in Italia e però io compro in Germania), né sul terreno delle tutele sociali, giuridiche, politiche. Siamo semplicemente in vendita. Non si salvano neppure i settori strategici, non viene organizzato il futuro del paese. Nessuno, in Europa, risulta così totalmente dipendente dal mercato internazionale, degli incontrollati movimenti di capitale come l’Italia. La vicenda della scalata alla Telecom è illustrativa dell’intera situazione. Lo stato vende ai privati un’azienda forte in un settore strategico. Non si dica, come molti dicono: è l’Europa, bellezza!. La Francia sta in Europa come noi e non lo fa. La Telecom viene, prima, messa in vendita ad un prezzo che, forse, bisognerebbe discutere, ma il punto è che a guidare la vendita non è una politica industriale, ma l’obiettivo di far cassa. Con quattro soldi la FIAT, toh! chi si vede, acquista una posizione di comando. Dopo varie peripezie, cambi di comando, l’azienda è, ora, alla prova. Nell’Olivetti guida una scalata alla Telecom e, contemporaneamente, vende ai tedeschi un suo asse strategico. Non dispone di 130 miliardi per far decollare un’altra azienda in cui già stava, ma, insieme ad altri, ne troverebbe 120 mila di miliardi per la scalata. Altri, chi? Sono in ballo da 25 a 40 mila posti di lavoro. Nessuno ne parla. Il governo ha una golden share, cioè un’azione che conta molto, ma fa come se non l’avesse. La Telecom avrà in ogni caso il problema del rapporto con partners stranieri. Sarà un accordo o verrà comprata dallo straniero? E che fine faranno quei 25 o 40 mila posti di lavoro? Possiamo avanzare il dubbio che, se continua così, rischiano di fare una brutta fine e che la scalata nasconde già l’ingresso dello straniero? 
In questo caso la subalternità non è più nei confronti di un altro stato, gli Usa; qui è nei confronti del mercato internazionale. Il risultato è la colonizzazione crescente del paese; il deperimento di ogni dimensione statuale. Come nella parabola di Calvino: da barone rampante, a visconte dimezzato e cavaliere inesistente. Le conseguenze sul modello sociale e sulla democrazia sarebbero enormi.
Siamo stati i soli, col Manifesto, a parlare di una vicenda che dice già molto del nostro futuro, se non si inverte questa drammatica deriva. Si tratta dell’AMI, dell’accordo multinazionale sugli investimenti. Oggi quell’accordo è fermo perché una impegnata campagna di opinione pubblica prima, la posizione del governo francese poi, l’hanno impedito. L’accordo era stato portato avanti in piena segretezza, senza che nulla sapessero i parlamenti, figurarsi i popoli. Avrebbe dovuto essere ratificato dai governi. Avrebbe, da solo, modificato tutte le Costituzioni, avrebbe fatto di leggi nazionali già esistenti carta straccia. Un colpo mortale alla sovranità dei paesi. Non più solo le basi militari di un altro paese si sottrarrebbero alle leggi dei paesi in cui stanno, ma le fabbriche, le aziende del capitale straniero sottrarrebbero i lavoratori interamente alle leggi del proprio paese. L’AMI, infatti, con una sfrontatezza inaudita proclama l’impossibilità per i paesi che ospitano aziende multinazionali di fare leggi di protezione del lavoro, della persona e dell’ambiente. Lo statuto dei diritti dei lavoratori diventerebbe così fuori legge in quelle aziende.
Ma neppure questa imponente perdita di sovranità dello stato nazionale sarebbe stata considerata sufficiente. Ad affermare il carattere servile dello stato nei confronti delle multinazionali, l’accordo prevedeva che nel caso i lavoratori del paese ospite scioperassero più di quelli di origine della multinazionale, lo stato ospite avrebbe dovuto risarcire la multinazionale del danno così arrecatole. Non fermiamoci al fatto che la cosa appare così estrema da sembrare incredibile. Quante cose che sarebbero apparse incredibili negli anni ’70, abbiamo dovuto, invece, verificare nella dura realtà degli anni del neo-liberismo. Anzi, dobbiamo vedere questo tentativo come la spia di una tendenza, quella di sostituire le parti nobili delle Costituzioni di questo secolo, per noi, in Italia, la prima parte della Costituzione fondata sullo spirito della Resistenza, con un solo articolo che, nella sostanza, recita così: ‘Tutto deve essere fatto per la competitività delle merci, nulla può esser fatto all’infuori di essa’.
La democrazia autoritaria
E’ la grande controriforma del capitale. Essa rivendica la morte della politica e l’eutanasia dello stato, in quanto soggetto dotato di qualche autonomia. Non è un caso che un nuovo soggetto che si afferma su questa scena del mondo globalizzato, l’Europa, sia sostanzialmente una realtà ademocratica, una realtà in cui ci sono la moneta unica, la banca centrale, ma non c’è un governo scelto dagli europei. E non è un caso che proprio l’Italia ove si era prodotto, sulla base delle lotte operaie e studentesche, un allargamento della cittadinanza e della democrazia fino a configurare quella promessa che si chiamò il caso italiano, veda oggi un rovesciamento che la propone in Europa come il laboratorio di una democrazia autoritaria.
Noi viviamo ormai in un regime di democrazia malata. Abbiamo denunciato con forza, pur correndo il rischio di qualche incomprensione, la tendenza ad un regime bianco. Vorremmo approfondire questo punto della nostra analisi di fase. La crisi della democrazia non è, come sostengono gli apologeti dell’alternanza e del bipolarismo, una crisi di passaggio verso una democrazia normale. Al contrario, essa è la crisi e l’attacco portato ad ogni forma di democrazia partecipata. E’ una crisi di rappresentanza e di rappresentatività. E’ il predominio dei poteri forti e l’egemonia del pensiero unico. Il conflitto sociale è penalizzato e demonizzato. Il conflitto politico, se agito fuori dal recinto dell’alternanza, è oscurato e discriminato. Se no perché quest’assurda discriminazione politico-istituzionale che ci ha negato, fino ad ora, alla Camera il gruppo parlamentare? 
Gli istituti della democrazia rappresentativa vengono svuotati. Le assemblee elettive, a partire dai consigli comunali per arrivare al parlamento, non decidono, ratificano le scelte dell’esecutivo. Il mandato si oscura e la politica si separa dal paese reale. Così proliferano sfiducia, disaffezione, abbandono. Così tanta gente non va più a votare. Disgraziatamente essa risponde alla politica che si separa dai bisogni e dalla grande rappresentazione di interessi tra di loro in conflitto (lavoratori-padroni, disoccupati- redditieri, portatori di domande di cambiamento-conservatori), disinteressandosi a sua volta della politica. E così le elites tornano a farsi padrone delle masse. La proprietà torna a dominare la società. I poteri forti tornano a farsi governo reale. Il governo si dispone ad assorbire tutta la politica possibile. 
La governabilità vince nell’eclisse della democrazia. Il governo diventa l’alfa e l’omega della politica possibile, quella che un tempo si sarebbe chiamata la politica dei padroni. Il governo è, del resto, una realtà assai più vasta del consiglio dei ministri. Vi fanno parte di fatto, i comuni, i sindaci delle grandi città, gli enti pubblici, le grandi amministrazioni. E’ un concerto di forze quello che governa in una relazione privilegiata con i poteri forti. A fare da riferimento a questo nuovo governo, non più fondato sul mandato degli elettori, ma su questo sistema di relazioni, c’è la concertazione tra le parti sociali, cioè, il patto fra il padronato, il sindacato e le associazioni professionali, con il quale si plasma il conflitto sociale in funzione della competitività e della governabilità.
Sembrerebbe così tutto poter esser messo sotto controllo. Invece, per fortuna, così non è. Ma proprio questo che rende possibile pensare ad un’alternativa, rende, ugualmente, difficilissima la sfida. La situazione non è sotto controllo. Non lo consentono le tensioni che vengono dai fattori di crisi a livello mondiale, dalle contraddizioni che investono l’Europa, da una crisi che mette a repentaglio la coesione sociale, dalle scelte governative che accendono nuovi conflitti, dalla presenza nella società di forze di resistenza sociale e di opposizione politica. 
Tutto ciò dà forza alla nostra proposta politica, dice che l’alternativa di società è una necessità per le classi subalterne, per i soggetti spoliati, ma portatori di domande ricche di società, ma è anche una possibilità. Per stroncare questa possibilità le tendenze autoritarie, anche di diverse ispirazioni politiche, e con disegni politico-istituzionali diversi,  si concentrano in una pericolosa offensiva sulle istituzioni.
La modifica della forma di governo in senso presidenzialista, il sistema maggioritario, la costruzione artificiale di un regime dell’alternanza bipolare costituiscono gli attrezzi con i quali ci si propone la normalizzazione, cioè la rottura di ogni relazione forte tra il conflitto sociale e l’alternativa politica.
Il referendum del 18 aprile
Il referendum del 18 aprile è parte di questa tendenza. La nostra difficoltà risiede in primo luogo nella capacità di farne intendere il significato e la portata, di aiutare la comprensione da parte di chi più ne subirebbe le conseguenze, giovani, donne, lavoratori, disoccupati, popolo. C’è una tendenza neo-autoritaria, quella che ti esclude dalla politica. Il referendum la rafforza. C’è una tendenza a ghettizzare e isolare il conflitto sociale, per cui quando lotti sei solo . Il referendum la rafforza. I partiti che il referendum vuole colpire non sono quelli di tangentopoli e quelli del trasformismo. Neanche la proliferazione dei partiti colpisce il referendum. Anche la tesi secondo la quale il maggioritario ridurrebbe il numero dei partiti è solo una bugia. Col proporzionale erano al massimo 10/12, ora col maggioritario sono quasi 50. No, quello che il referendum vuole eliminare sono proprio i partiti buoni e il buono dei partiti. Si vuol colpire la radicalità di una scelta, il prendere parte nettamente. Si vogliono favorire le ammucchiate, le alleanze senza principi e senza riferimenti sociali forti, si vuole colpire la democrazia di massa e la stessa possibilità di un cambiamento radicale. Verrebbe da dire che devono votare SI coloro a cui piace la politica come la si fa oggi, mentre devono votare NO coloro che la vogliono cambiare. 
I partiti possono essere un antidoto alla politica spettacolo o alla personalizzazione della politica. Lo sono quando costruiscono una presenza organizzata in un paese, nel quartiere di una città, quando fanno crescere fenomeni di partecipazione, quando raccolgono domande sociali e le organizzano in obiettivi. La democrazia non è essenzialmente il voto ogni cinque anni, è come si riempie di politica attiva il tempo che va da una elezione all’altra. Togliendo la possibilità di misurare, anche con il voto, il giudizio degli elettori su questo lavoro politico, impedendo agli elettori di scegliere, anche con il voto, un partito, cioè un programma e persino un’idea di società, si colpisce al cuore la democrazia partecipata e si sospinge fuori dallo stesso esercizio del voto tanta parte della popolazione che non si riconosce in un gioco politico ridotto a scelta tra due coalizioni che, competendo verso il centro, rischiano di rassomigliarsi proprio sulle grandi scelte economiche e sociali. Per noi, dunque, la battaglia politica per il NO al referendum è un capitolo assai importante della lotta per la rinascita della democrazia e per tenere aperta la prospettiva dell’alternativa. Abbiamo considerato questo referendum inaccettabile per il suo carattere manipolativo, così difficile e tortuoso da risultare incomprensibile ai più che volessero leggere il quesito. Lo abbiamo considerato inaccettabile perché esso non è voluto dal popolo privo della facoltà di fare le leggi, esso è in realtà voluto proprio da chi il potere già lo detiene, i partiti forti e i poteri forti. Dunque non un referendum ma un plebiscito. La sentenza della corte lo ha abilitato e allora è inutile recriminare e, invece, è necessario che venga dispiegato tutto l’impegno del partito perché risulti chiara la posta in gioco. Dai comitati per il NO, al nostro impegno diretto sulle nostre originali argomentazioni, questa battaglia politica deve prendere corpo reale nel paese. Non è facile. Se si è in parte spenta l’illusoria mistificazione di chi vedeva nel maggioritario una maggiore possibilità di scelta, si è accresciuta la diffidenza nei confronti della politica. La politica, per parte sua, nella sua forma prevalente dà spesso di sé un’immagine desolante di degrado.
Le proposte di legge elettorale
Il governo si è assunto una grave responsabilità avanzando una proposta di legge elettorale così regressiva da oscurare la stessa, pure così pericolosa, minaccia referendaria. Non sceglieremo l’albero a cui impiccarsi. Ci batteremo per il NO al referendum e contro la legge elettorale proposta dalla maggioranza. Abbiamo nel corso dello svolgimento dello stesso congresso espresso un’opposizione frontale ad una legge che abbiamo chiamato legge super truffa. Non è un’invettiva. E’ un’analisi drammatica di una proposta che, seppure diversamente dal referendum, impedirebbe all’opposizione di sistema di esprimersi nelle istituzioni rappresentative.
 La nostra critica così radicale almeno su un punto ha già cominciato a fare breccia ottenendo da autorevoli esponenti dei DS e del governo stesso il riconoscimento della fondatezza della nostra contestazione su un punto decisivo. Siamo tuttavia assai distanti persino dall’individuazione di un terreno di confronto utile. Il punto di partenza è stato devastante, quello attuale è ancora inaccettabile. Siamo partiti da una proposta francamente incostituzionale, con una componente addirittura pensata al solo scopo di colpire il nostro partito al cui obiettivo si è subordinata ogni logica minimamente democratica e persino di carattere costituzionale. 
Inaudito. Nella primigenia proposta della maggioranza la legge elettorale avrebbe previsto due turni. Il primo turno il partito che, per ragioni di dissenso sul programma, o sulla coalizione o sulla guida della coalizione o su tutte queste ragioni, non potrebbe presentarsi in un’alleanza, dovrebbe subito scegliere se rinunciare a competere nelle elezioni vere, quelle nei collegi dove si decide del 90% dei parlamentari, cioè di chi deve andare al governo oppure per accedere a quel che chiamano il diritto di tribuna, cioè ad una parte del 10% restante, competere nei collegi, ma senza alcuna possibilità di avere un solo deputato neppure raggiungendo il 20, il 30% e per di più dovendo rinunciare in partenza al diritto di tribuna. Ma questo colpirebbe non solo noi, colpirebbe con noi il diritto costituzionale al voto uguale per tutti i cittadini. Al contrario, per votare per una Rifondazione Comunista che non potesse o volesse allearsi col centro-sinistra, l’elettore dovrebbe accettare di non votare per il governo del paese. Inaudito. Di nuovo solo la scelta dell’albero a cui impiccarsi. Una legge elettorale come quella che uscirebbe se venisse assunta a base una eventuale vittoria referendaria o come quella ipotizzata dal governo, sarebbe per noi un colpo tremendo che comporterebbe una completa diversa progettazione del partito. Ma, vorrei dire, senza iattanza e con questa piena consapevolezza, che non c’è legge che possa, per quanto violenta possa essere, impedire l’esistenza in questa società di una forza politica anticapitalistica, di una forza politica antagonista, di un partito comunista.
Esso nasce non dall’invenzione di un gruppo dirigente, ma da un’esigenza profonda della società in cui viviamo, da una domanda politica forte, da un bisogno reale. Perciò abbiamo detto nessuno si illuda. Se per sventura quella fosse la legge elettorale, se fossimo chiamati a scegliere, non ci metteremmo mai sul binario morto di chi per una manciata di parlamentari, per accedere al cosiddetto diritto di tribuna, rinuncerebbe alla competizione elettorale vera e propria; no, ci presenteremo comunque in ogni collegio, col nostro simbolo, col nostro programma, con le nostre candidate e i nostri candidati per combattere, collegio per collegio, in tutti i luoghi di Italia, una battaglia politica, guardando più lontano, guardando alla prospettiva di una forza del cambiamento e intanto non rinunciando alla politica, ma rivendicandola appieno anche nelle più difficili delle condizioni. Insomma, se e quando fossimo chiamati a scegliere tra una manciata di deputati per compensare la nostra uscita dalla scena politica principale e la perdita di rappresentanza istituzionale per far vivere il nostro progetto partecipando a tutte le battaglie politiche, noi sceglieremmo senz’altro di combattere fino in fondo la battaglia politica.
Ma la conseguenza di una scelta siffatta non ricadrebbe solo su di noi, ma anche sull'esito della lotta contro la rivincita delle destre. Perciò abbiamo salutato come un passo importante quello fatto dalla maggioranza accogliendo questa nostra contestazione di fondo. Ma, anche superata la barriera del suo veleno incostituzionale, resta una proposta di legge inaccettabile. Avevamo detto, alla sua presentazione, che la legge truffa del ’53, contro cui insorse giustamente e vinse la coscienza democratica del paese, era un pranzo di gala al confronto dell’originaria proposta Amato. Anche questa non era un’invettiva ma un’analisi realista. Anche superato il vizio di incostituzionalità, cioè la parte di legge espressamente anti Prc, resta un meccanismo che attribuisce un premio di maggioranza in un sistema già maggioritario, realizzando così un mostro ipermaggioritario che mortifica il parlamento e gli preclude ogni possibilità di essere permeabile ai movimenti di massa, ad ogni protagonismo democratico. Resta il ballottaggio solo tra i primi due candidati usciti dal primo turno che spinge la coalizione ad allargarsi a dismisura; a prescindere, come direbbe Totò. A prescindere dalle discriminanti programmatiche, dalle differenze politiche. Spingerebbe al voto turandosi il naso, pur di cercare di vincere, sospingerebbe in avanti ancora il trasformismo che già corrompe la vita politica italiana con partiti come lobbies elettorali che nascono e vivono il tempo delle candidature o il tempo di una trasmigrazione da uno schieramento all’altro. Partiti che elargiscono candidature in cambio di alleanze e partiti che contraggono alleanze per ottenere delle candidature. La logica dello scambio e dei clienti non solo investe il rapporto con la società, ma lo stesso rapporto con le forze politiche. 
Ci batteremo contro il referendum, ma non è vero che il quesito specifico su cui si vota, bisogna o no mantenere una quota proporzionale in un sistema maggioritario, precluda la possibilità di rilanciare la sfida per un sistema completamente diverso: il sistema proporzionale. La nostra proposta resta quella di cambiare completamente registro e assumere a punto di riferimento per legiferare in Italia il sistema tedesco, un sistema che rilancia una forte competizione di programma, che pretende la verifica dei consensi ai partiti e che impedisce, con lo sbarramento, il loro artificioso proliferare, che dà un senso politico trasparente alla contesa per il governo. Su questa base ci confronteremo, caduta la pregiudiziale di costituzionalità, con tutte le altre proposte, non scegliendo aprioristicamente un modello astratto, il doppio turno contro il turno unico o viceversa, quanto piuttosto un esito finale, quello che consenta una ripresa del discorso democratico e il rilancio dei partiti, quali luoghi forti della partecipazione e dell'organizzazione della società civile.
Grandi temi classici della politica si propongono dunque di fronte a noi. La sua crisi è grande quanto è profonda una restaurazione capitalistica che ne libera gli spiriti più animali contro la modernità e la civilizzazione della lotta di classe. In questo nostro tempo la sovranità nazionale viene piegata ad un principio imperiale e la sovranità statuale cede il passo al primato dell’impresa e del mercato internazionale. La democrazia si dissolve nella smorfia di se stessa e prende una piega neo-autoritaria. L’Italia politica declina e l’Europa politica ancora non nasce. Nella provincia italiana le classi dirigenti puntano ad uno sfondamento. E’ l’ora di una controffensiva democratica, che muova da un bisogno ancora largamente inespresso, ma latente in parti significative del paese. Una controffensiva democratica che si costituisce, strada facendo, in luoghi anche nuovi della politica e dell’aggregazione, che parta dalle disperse realtà esistenti. 
Noi faremo, ben inteso, la nostra parte. La nostra collocazione di opposizione è una potenzialità da mettere pienamente a frutto. L’idea di costruire, a partire da qui un’alternativa di società vuol dare un senso a questa battaglia non puramente istituzionale, un senso di società.
La centralità della politica
Si scopre, per questa via, per intero, la sfida di questo nostro congresso. Poteva sembrare la nostra una scelta di modestia. E’, al contrario, la volontà di raccogliere una sfida ardua; la nostra è una scelta di grande ambizione. Facciamo il congresso sulla politica, sull’elaborazione della linea politica del Partito. Può sembrare un compito di corto respiro solo a chi non vede il terremoto che ha investito la politica, un terremoto che ne sta cambiando profondamente i connotati. Affrontare i problemi della linea politica vuol dire, oggi, affrontare l’intera questione del nostro rapporto con la società, non solo quello del rapporto con le altre forze politiche e con il governo, ma quello del carattere e della natura dell’opposizione. Vuol dire affrontare la questione difficilissima dell’efficacia del nostro agire politico, cioè di come, praticando l’opposizione, si ottengono risultati, si suscitano movimenti di massa, si spostano i rapporti di forza sociale, si aprono nuovi processi politici, mettendo in crisi gli assetti politici esistenti. E, siccome i grandi problemi della società italiana, a partire da quello fondamentale della lotta alla disoccupazione, sono di natura strutturale e sono interconnessi con una dimensione europea ed internazionale, ecco che la questione dell’efficacia della nostra politica si mette in una relazione ineludibile e forte con il tema dell’allargamento della nostra iniziativa concreta al campo europeo ed internazionale e con il tema capitale di come si rimette, nell’agenda politica, nella ricerca strategica e nell’agire, il processo di trasformazione.
La definizione della linea politica è, dunque, oggi, per noi, un banco di prova decisivo, essa ha a che fare persino con il processo di costruzione di una nuova identità dei comunisti ed interroga le due grandi questioni aperte: quella della strategia della trasformazione della società capitalistica e quella della forma di organizzazione della politica e dei soggetti della trasformazione. Due questioni gigantesche che la fine di questo secolo ci consegna irrisolte e irrisolte le consegna al nuovo secolo. Due questioni che nessuno può pensare di risolvere da solo, tantomeno in un congresso, ma che pure intendiamo affrontare con le forze di cui siamo capaci, in un confronto permanente con tutti coloro che nel mondo si pongono il problema del superamento della società capitalistica. 
E’ uno sforzo immane quello che ci attende rispetto al quale sentiamo tutta l’acuta inadeguatezza delle nostre forze. Si tratta di fare i conti con il secolo, con l’assalto al cielo tentato dal movimento operaio, con gli errori e il drammatico fallimento delle esperienze statuali che su di esso hanno preso corpo. E noi siamo figli sia di quell’assalto che della sua sconfitta. La nozione di rivoluzione è stata il punto più alto della politica e quella di Marx ne ha raggiunto l’apice. Ma oggi, come dice Tronti, l’economia è assunta a sostantivo e la politica è ridotta ad aggettivo. Oggi viviamo la crisi della politica che trascina la crisi dell’idea di rivoluzione, mentre la teoria della rivoluzione di Marx, il punto più alto della politica, appare a noi stessi come matura di fronte ai grandi cambiamenti che il capitalismo si sta dando. Dunque, mentre sentiamo tutta l’esigenza di una teoria della rivoluzione, cioè del superamento dell’ordine delle cose esistenti, del superamento del capitalismo, avvertiamo che essa sarà assolta per altre vie da quelle dell’elaborazione da parte di uno stato maggiore, per le vie che oggi ancora non sappiamo vedere, ma che necessariamente coniugheranno la ricerca teorica, l’esperienza e la pratica sociale, il vissuto dei soggetti, la passioni dell’uomo, la sua cultura. Lo sfruttamento e l’alienazione, la perdita di sé e di senso, le violente contraddizioni del nuovo capitalismo, il riemergere del tema della crisi parlano della maturità della trasformazione. L’immaturità è, invece, nella soggettività. Il nostro tempo vede restituire corpo alla seconda profezia di Marx, quella che questo secolo ha oscurato, quella secondo la quale  quando la lotta di classe non configura uno sviluppo in un’altra e superiore civiltà, può determinarsi la rovina di entrambe le classi in lotta. Una vera e propria crisi di civiltà. Sentiamo, perciò, fino in fondo l’attualità del tema della rifondazione comunista e con esso quello di un suo lato costitutivo, la ricerca e l’individuazione del soggetto del cambiamento e la ridefinizione della sua forma di organizzazione, a cominciare dal partito. Solo dubitiamo che si possa farlo da fermi, nel cielo della ricerca politica e crediamo, invece, che si possa tentare di farlo nell’innovazione della prassi, nel campo aperto del conflitto, scalando tutti i gradini della ricostruzione di un’identità, della coscienza di sé, della teoria della trasformazione.
Nel tempo del predominio del capitale e del pensiero unico nulla risulta più lontano dalla ripresa della questione della trasformazione che un’impostazione spontaneista o una lettura economicista delle contraddizioni della società capitalistica.
 La cultura, la formazione di sensi comuni, le comunicazioni di massa, le scienze, le arti, lo spettacolo, la dinamica dei comportamenti e delle relazioni sono tanta parte, e non separabile, della contesa. Non si ricostruisce il processo di trasformazione se non si attraversa questo territorio cruciale. Persino la sfera profonda dell’etica viene investita direttamente dall’innovazione capitalistica, come testimonia la questione delle biotecnologie. L’intuizione gramsciana sull’egemonia torna a farsi valere. Ecco perché è ambiziosa la linea di ricerca di questo congresso che abbiamo voluto in progresso e che è, infatti, già oggi così oltre le tesi congressuali. E’ ambiziosa proprio perché sceglie di cimentarsi sulla centralità della linea politica, dell’efficacia del nostro saper fare, cioè su un problema che, nella fase attuale, chiede per essere risolto, di interrogare le grandi questioni aperte e irrisolte della trasformazione e del partito.
La questione dell’efficacia della nostra politica
Ma l’efficacia della nostra politica deve fare i conti, in primo luogo, con un’immediatezza difficile e bruciante. La crisi della politica non è solo grande crisi di senso, è, anche, crisi nella quotidianità, distacco dai problemi concreti della popolazione, degrado nei comportamenti delle forze politiche. E’ difficile, anche quando non ne sei coinvolto, anzi, anche quando lavori per contrastare queste tendenze, non subirne le conseguenze generali.  Il disagio può farsi abbandono senza che tu riesca ad intercettarlo, senza che tu riesca a farlo diventare impegno e opposizione politica. C’è, a rendere difficile la conquista di un’efficacia al nostro agire politico, la divaricazione forte con la sinistra di governo e coll’intero centro-sinistra. La tendenza del centro-sinistra ad abbandonare i temi classici della sinistra per piegare in direzione di culture neoliberali, alzando così un muro contro la possibilità di dare vita ad ampi schieramenti di forze progressiste. E c’è, a rendere faticosa la conquista dell’efficacia della nostra azione, la collocazione del sindacalismo confederale che ha abbandonato il terreno della rivendicazione, dell’organizzazione dei bisogni immediati dei lavoratori in obiettivi e lotta sociale, per assumere, con la concertazione, un ruolo di governo. Ma il conflitto sociale perde così un protagonista fondamentale che ne ha segnato l’intera storia in tutto questo dopoguerra. Un altro muro da valicare. 
L’efficacia della nostra azione politica è, allora, come si vede, un obiettivo difficile quanto necessario. L’idea di dare alla nostra opposizione il carattere della costruzione di una alternativa di società, è il modo con il quale vogliamo perseguire questo obiettivo. L’alternativa di società che ci proponiamo non è, qui e ora, l’alternativa di sistema alla società capitalistica della cui ricerca abbiamo prima parlato; l’alternativa di società che ci proponiamo è l’alternativa alla società plasmata dalle politiche neoliberiste, è l’alternativa di programma al neoliberismo, è l’organizzazione di nuovi rapporti sociali e il perseguimento di alcuni grandi obiettivi per la società italiana, la lotta alla disoccupazione, alle vecchie e nuove diseguaglianze, alle emarginazioni, per una nuova qualità della vita, attraverso una politica di riforme sociali e di nuovo sviluppo, attraverso un nuovo intervento del pubblico nei campi dell’ambiente, della riproduzione sociale, della produzione di beni e servizi.
Il conflitto e il disagio sociale
Per perseguire questo obiettivo, per vincere le difficoltà, per scalare muri che si oppongono dobbiamo ripartire dalla società. Dobbiamo ripartire dal conflitto e dal disagio sociale. Oggi il conflitto sociale e il disagio non si incontrano spontaneamente, il disagio, cioè, non si aggrega e non si esprime direttamente in lotta e agire collettivo. Bisogna allora lavorare in entrambi i lati e intervenire contemporaneamente su di essi con una proposta politica e programmatica. Dobbiamo mettere estrema attenzione ad ogni esperienza di lotta, sperimentare con coraggio, innovando anche punti di vista collaudati. Gli scioperi nei servizi che molti sociologi hanno letto come la terziarizzazione del conflitto, spesso è la spia di una disponibilità alla lotta più generale, che lì si esprime anche quando lo sciopero è proclamato da sindacati minori, perché ancora non è passata la demolizione delle protezioni contrattuali che è invece molto diffusa nell’industria. Non si tratta di cambiare cavallo rispetto alla contesa industriale, al conflitto operaio. Si tratta di capire più a fondo il valore di queste lotte, la loro possibilità di connettersi a temi di società, la condizione dell’utenza nei servizi, l’intervento pubblico contro le privatizzazioni. Si tratta non già di inventare una nuova centralità, ma di acquisire il carattere necessariamente policentrico che deve assumere la nostra concezione del conflitto in una fase caratterizzata da un mutamento di fondo della composizione sociale di classe.  Il contrario della tesi della scomparsa del conflitto di classe ed anche della impraticabilità del conflitto nel privato. 
Ancora una volta lo hanno dimostrato i metalmeccanici con uno sciopero molto importante. La piattaforma contrattuale è modesta, molto modesta. Ma la piattaforma reale, cioè un altro sfondamento sulla flessibilità, la presentano, invece, i padroni che così costringono i sindacati allo sciopero con tanti saluti al patto di Natale. La piattaforma non è certo mobilitante, ma lo sciopero riesce in una categoria soffocata dai lavori atipici e dal decentramento. E allora? Allora se lo sciopero riesce è perché perdura, per fortuna, un’idea duale della produzione e del lavoro, noi-lavoratori e loro-padroni, che è una forma tanto elementare quanto decisiva della coscienza di classe. Il fatto era tutt’altro che scontato. Ma c’è un altro fattore da non trascurare. Come tutti sanno, non basta un obiettivo giusto perché i lavoratori decidano di battersi, è necessario anche che credano possibile raggiungere una meta. In questo caso la credibilità più che dalla piattaforma è stata data dal fatto che a proclamare lo sciopero fossero i grandi sindacati metalmeccanici, cioè una forza esterna che si aggiungeva a quella dei lavoratori, così da farli sentire più forti nello scontro.
Ecco di nuovo il problema del conflitto: cosa vi immetti per farlo esprimere e crescere e collegarsi ad altri segmenti di società. Valeva ieri, acutamente, nel Sud di fronte alle lotte importanti ma isolate dei lavoratori socialmente utili, dei disoccupati. Vale per la lotta che è cresciuta, dalla manifestazione di Roma a quella di Bologna, per la riforma della scuola pubblica, contro il finanziamento della scuola privata. Vale per le manifestazioni contro il razzismo a Milano e a Venezia. Vale per le manifestazioni in solidarietà con i curdi, per la liberazione di Ocalan a Roma ed in altre città italiane. Vale per la lotta dei lavoratori in difesa del loro posto di lavoro, come quelli di Ivrea e di tante parti del paese. I treni che partiranno per Colonia il prossimo 29 maggio, di cui ancora una volta saremo protagonisti insieme ad altre forze sociali, associazioni, organizzazioni di base, comitati, continuano la ricerca di una dimensione europea che già è vissuta nelle iniziative della sinistra alternativa in diverse capitali europee da Parigi a Lisbona, da Madrid a Berlino, nelle azioni di “in marcia”, nell’andata multicolore ad Amsterdam. Segni tutti di un movimento difficile ma possibile e però ancora del tutto inadeguato alla sfida neoliberista. 
La nostra opposizione per l’alternativa vive se comincia da qua, dall’impegno alla costruzione di un movimento riformatore di massa. Qui dobbiamo riconoscere ed analizzare severamente i nostri limiti, le nostre incapacità, la nostra inadeguatezza per porvi mano seriamente. C’è bisogno di una correzione di rotta nel nostro lavoro politico: l’inchiesta e la costruzione di comitati di scopo per promuovere l’azione di lotta collettiva, sono gli strumenti con i quali possiamo realizzare questa correzione di rotta.
Neppure noi, non solo il conflitto, riusciamo a trasformare il disagio in conoscenza e coscienza delle cause che lo hanno promosso in individuazione delle responsabilità politiche del malessere sociale. Abbiamo posto le basi per farlo. Ma, ancora, non siamo riusciti a farlo.
La rottura con il centro-sinistra
La scelta di rompere con la maggioranza di centro-sinistra è stata necessaria ma non sufficiente. È stata necessaria perché altrimenti avremmo anche noi accreditato l’idea qualunquista secondo cui i partiti sono tutti uguali e avremmo così favorito il crescere di culture di destra nel paese. Avremmo anche noi accreditato l’idea che i programmi, le idee, i contenuti dell’azione politica contano poco, che conta solo stare al governo. Avremmo favorito l’omologazione, lo smarrimento persino della speranza. Per questo abbiamo scelto la medesima determinazione con cui avevamo realizzato la collaborazione di centro-sinistra con l’obiettivo di avviare una politica riformatrice, la rottura di questa esperienza quando è venuta meno la possibilità di perseguirla.
È questo l’unico appunto polemico che vorrei potermi consentire nei confronti della minoranza congressuale. Se non avessimo compiuto la scelta di far nascere, dopo la vittoria nei confronti delle destre di Berlusconi e Fini, il governo Prodi, se avessimo cioè fatto cadere la possibilità a provare a governare, saremmo stati cancellati dalla politica italiana, ridotti ad un piccolo gruppo estremistico. Abbiamo invece provato. Varrà la pena di riflettere anche autocriticamente sui limiti con cui siamo stati in quella esperienza, ma non c’è dubbio alcuno che con le nostre battaglie politiche abbiamo consentito l’ingresso dell’Italia nell’Euro, senza il massacro sociale che pretendevano i conservatori. Ci siamo battuti affinché non venisse colpito lo stato sociale, ci siamo battuti per difendere uno spazio pubblico, ci siamo battuti fino ad arrivare alla crisi di governo dell’ottobre del ’97 per introdurre un segno di innovazione,una legge per la riduzione d’orario. Tutto il paese l’ha visto, nessuno può far credere a nessuno che abbiamo avuto un atteggiamento rinunciatario. Ci siamo battuti. Ma quella esperienza di governo ha proceduto incorporando contraddizioni, restando nell'ambiguità. Così i problemi principali del paese restavano aperti, dalla disoccupazione al Mezzogiorno, alla diseguaglianza sociale, persino si aggravavano per la mancanza di una scelta riformatrice coerente. 
Ci voleva una svolta. L’abbiamo rivendicata per tempo e con forza. Abbiamo avvertito che non avremmo potuto accettare la sua negazione. Dopo l’Euro, la linea generale del governo aveva bisogno di una ridefinizione del suo obiettivo strategico: noi lo abbiamo individuato nella lotta alla disoccupazione e alle ingiustizie sociali. L’Europa tutta, del resto, dopo l’avvio, di straordinario interesse anche per noi, delle esperienze di governo della sinistra plurale in Francia, era tutta, ed è ancora, di fronte ad un bivio. Venti milioni di disoccupati reclamano una scelta di un’altra politica economica rispetto a quella di Maastricht, che con i processi di globalizzazione, ne è la causa. Abbiamo avanzato richieste elementari che, sull’occupazione, il Mezzogiorno, la scuola, la casa, le pensioni, come sull’intervento pubblico, potessero dare il senso della svolta. Abbiamo risposto alla domanda: ma cosa può voler dire la svolta già nella legge finanziaria? 
Si può riflettere, come ci hanno proposto anche compagne e compagni prestigiosi con i quali utilmente ci siamo voluti confrontare sui temi di questo congresso, sul grado di maturazione della svolta, non sulla sua indispensabilità. Avevamo visto bene, senza la svolta le cose non sarebbero restate come erano: non scegliendo la svolta, si sarebbe scelto lo scioglimento delle ambiguità in senso negativo. Prodi ci ha detto di no perché il suo governo stava scegliendo organicamente una linea neoliberista, seppure temperata nei tempi e nei modi di attuazione. D’Alema ci ha detto di no ed ha scelto una diversa alleanza, anche rispetto al quadro politico del 21 aprile del ’96, quella con l’UDR e con Cossiga. In una logica di grossa coalizione questo governo ha dato organicità ad un indirizzo moderato. 
Il governo D’Alema
Ora si vede in trasparenza perché è stata rifiutata la svolta: stava maturando e poi è maturato un altro indirizzo, un indirizzo organicamente moderato. Così il problema dell’occupazione viene attribuito alla concertazione delle parti sociali che neppure riesce a lenirlo, essendo l’unica idea che la guida la riduzione del costo del lavoro. Se chiedi soldi per i disoccupati ti rispondono che è assistenzialismo, se li danno all’impresa è economia. Ma i soldi all’impresa non danno occupazione, come non ne dà la flessibilità. Di flessibilità in Italia si muore. In questi ultimi anni le assunzioni, dove e quando si sono avute, hanno visto la prevalenza assoluta dei contratti atipici. L’atipico è diventato tipico. È cresciuto la precarietà a scapito del lavoro stabile, la disoccupazione è rimasta inalterata. Il nord-est e il Mezzogiorno d’Italia sono due facce della stessa medaglia. Il discorso del Presidente del Consiglio alla Bocconi sulla flessibilità è un’operazione ideologica dietro a cui cammina la riduzione del lavoro a pura variabile dipendente della competitività: da un lato, la disoccupazione, dall’altro la precarietà e lo sfruttamento. Il governo è impegnato a rimuovere ogni ostacolo alla competitività. 
Sennonché questi ostacoli sono proprio i pilastri che, se riformati, potrebbero essere le leve di un diverso modello di sviluppo, quello di un nuovo regime di pieno impiego. Invece si privatizza, senza che l’Europa lo chieda, parte importante dell’Enel e si liberalizza ben oltre la richiesta europea. Così si finanzia la scuola privata e ci si accinge ad una aziendalizzazione della scuola che rappresenta una gigantesca controriforma con la quale si finanzia la scuola di tendenza, contro la Costituzione, e si balcanizza la scuola permettendo la penetrazione in essa dei privati e sottoponendo l’intero processo formativo alla logica dell’impresa. Non è, quello che poniamo, il problema di dire qualche parola di sinistra; è che siamo colpiti da quanto rapidamente sia stato espunto dal fare ogni obiettivo classico della sinistra. È questa cultura politica che va, dunque, messa in crisi se si vuole costruire l’alternativa. 
Questa cultura politica oltre ai danni sociali che produce, favorisce indirettamente, perché apre dei varchi a vere e proprie offensive regressive o direttamente di destra. Se non viene difeso il valore per tutti, anche per i credenti, dello stato laico, allora è evidente che nella fecondazione assistita sei meno forte a far valere i diritti della donna, della libera scelta di una unione, e anche la meritoria battaglia che poi viene fatta ha un piombo nell’ala.
Le destre e la crisi della coesione sociale
Così come la crisi della coesione sociale indotta dalle politiche neoliberiste, l’affievolimento nella società di una presenza forte di una cultura di sinistra, espone gli stessi ceti popolari alla penetrazione di movimenti reazionari, generatori di sub-culture terribili come quelle che connettono meccanicamente la criminalità, grande piaga di una società senza anticorpi, all’immigrazione e costruiscono su di esse una campagna razzista.
Non sto, naturalmente, parlando di un rapporto causale tra le politiche neoliberiste e lo smottamento moderato della sinistra di governo, nè sto negando la partecipazione ampia dei sindacati e delle forze della sinistra moderata alle lotte contro il razzismo. Sto solo affermando che queste stesse lotte unitarie sono di più difficile presa quando salta la coesione sociale. La crisi della coesione sociale del paese è sotto gli occhi di tutti.
Grandi cause muovono l’intera scena del mondo, la natura della globalizzazione dell’economia capitalistica è certamente all’origine di processi dolorosi di crisi sociali; ma la latitanza di una Europa politicamente è programmaticamente progressista vi concorre, la politica che questo governo pratica vi concorre. Si vede bene, se così si guardano le cose, tutta la pericolosità della presenza delle destre in Italia, di queste destre, con i loro bagagli culturali, con le loro storie, con le loro forme. 
La destra oggi più minacciosa è la destra di società, quella che vive in una dialettica tra la politica di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, ma anche della Lega, si pensi ai guasti provocati sul terreno drammatico dell’immigrazione, e l’alimentazione di culture diffuse di sopraffazione, di guerra tra i poveri, di ostracismo alla diversità, di qualunquismo e di attesa dell’uomo forte, di legge e di ordine, di plebiscitarismo. Ecco perché le destre non possono essere sconfitte nel corpo separato della politica-politica, ecco perché la lotta contro le destre attraversa gli stessi temi dell’alternativa. Ecco perché solo la politica che cambia la società e la vita può battere davvero le destre. 
Ma c’è pur sempre una condizione preliminare perché questo possa accadere ed è che la sinistra faccia davvero la sinistra. Così il cerchio si chiude nel punto in cui abbiamo individuato le ragioni di una scelta dura, difficile ma necessaria, necessaria per l’oggi e per il domani, per dare senso ad una battaglia politica immediata e per poter lavorare ad una prospettiva. Il rifiuto di questa scelta e, dunque, della prospettiva generale ha portato alla scissione del partito della rifondazione comunista.
La scissione
Ogni rottura, ogni separazione è una perdita; non , come qualche compagno pretende, una liberazione. Questo non ci impedisce di pensare che sia stata una scissione inutile e dannosa. Abbiamo subito un’altra scissione da destra. Una scissione che ha colpito i quadri dirigenti e in particolare la rappresentanza istituzionale, mentre è stata molto contenuta ed esigua tra gli iscritti. Perché è accaduto e perché è potuto accadere?
La ragione di fondo credo sia dipesa da una diversa valutazione dei processi politici e sociali. Penso che all’origine ci sia stata l’idea che le masse sono ormai stanche, che nulla più si può pensare di costruire sulle loro lotte e che quindi l’unica dimensione della politica sia il governo. Abbiamo detto che è un’assurdità realizzare una scissione sulla questione del governo in un partito che si vuole comunista. È vero, ma forse dobbiamo spingere l’analisi più a fondo. 
Riflettiamo di più sul perché è potuto accadere e riflettiamo sull’incredibile e continuo flusso che compensa, ogni volta, con nuove iscrizioni altri che non si iscrivono più. Allora forse scopriamo un punto debole della nostra costruzione: il senso di appartenenza. C’è un collante non artificiale e neppure frutto di una coazione, di una disciplina, è il collante dell’identità. Ma proprio questo è ciò che è uscito scosso dal secolo che abbiamo alle spalle. Ieri quando dicevi che l’obiettivo era il socialismo lavoravi, o credevi di lavorare, su una continuità, su un quadro di forze, su un’ideologia che gli attribuiva una attualità: un’identità forte. Oggi noi diciamo ancora socialismo e non per testardaggine o per sogno, ma per un principio di realtà che però va ricostruito nella realtà concreta. La differenza non può essere più grande: da un lato un quadro certo, ideologicamente costruito e politicamente consolidato che dà, ben oltre la disciplina, un senso di appartenenza e di identità, dall’altro l’incertezza di una ricerca che crescendo può dare persino luogo ad un’identità più ricca, ma che intanto la lascia debole. 
Se è così non basta la constatazione della nostra fragilità, bisogna tornare a riflettere più sistematicamente sul socialismo, non solo per ciò che lo interrogano i problemi irrisolti del nostro tempo, non solo nella ricerca di una nuova strategia della trasformazione, temi terribilmente difficili  e di lunga lena, ma anche sulla civiltà del socialismo. Non un modello astratto di città futura, ma la ricerca di idee generali sulla proprietà, sul denaro, sul rapporto di genere, sul rapporto tra ambiente e sviluppo, sulle relazioni umane, sulle forme di associazione da sottrarre al mercato e al profitto. Dobbiamo riprendere a ragionare e a riflettere sulla civiltà del socialismo per noi, per dare più senso alla nostra ricerca politica, ma anche per ricostruire una cultura diffusa, un gamma di comportamenti e di relazioni che possa ricostituire una diffusa, piccola ma tenace causazione ideale al cambiamento per cui ci battiamo. Se il disagio, come credo, è un segno dei tempi, anche di questo c’è bisogno per porvi rimedio, c’è bisogno anche di un’altra dimensione della politica.
La scelta dell’opposizione, necessaria e giusta, non può più bastare, non costituisce una rendita di posizione per intercettarlo e trasformarlo in energia politica. Non funziona la relazione semplice: siccome noi siamo all’opposizione di questa politica, e voi siete scontenti, respinti da questa stessa politica, allora noi e voi ci incontriamo. Non è detto. Né l’opposizione, in sé, costituisce un moltiplicatore automatico dei movimenti o la loro unificazione. Perché?
Le caratteristiche del nuovo ciclo capitalistico
La ragione è di fondo ed è proprio questa che dobbiamo aggredire per risolvere il problema dell’efficacia della nostra azione politica. La ragione sta proprio nelle caratteristiche del nuovo ciclo dello sviluppo capitalista, della rivoluzione capitalistica che ha investito il lavoro e il suo rapporto con la società, che ne modifica la composizione sociale di classe e la coscienza di sé. La nostra interpretazione del fenomeno è netta: non sta nascendo la società del non lavoro, ma il cambiamento rispetto al ciclo precedente è radicale. Le grandi coordinate di questa mutazione sono, da un lato, i processi che vengono chiamati di globalizzazione dell’economia capitalistica e, dall’altro, il crollo dei regimi dell’Est. L’effetto combinato dà luogo ad un cambiamento nell’intero scenario. 
Cambiano i rapporti tra gli stati; cambiano i rapporti tra i capitali, le imprese e gli stati; cambia il rapporto tra la domanda sociale,  il conflitto di classe e l’economia capitalistica. Prende corpo il ciclo post-fordista e il lavoro cambia a sua volta, anche esso radicalmente. No, non è una ordinaria innovazione quella che il capitalismo svolge continuamente, è una soluzione di continuità. Uno spartiacque. Di là un ciclo, di qua un altro. Dove c’era la tendenza all’unificazione, c’è quella alla divisione. A fare lo stesso lavoro, nello stesso ciclo produttivo, possono essere lavoratori dipendenti o lavoratori autonomi. Nello stesso luogo di lavoro, a far parte dello stesso ciclo, ci sono lavoratori con rapporti di lavoro diversi. Nella stessa produzione possono esserci lavoratori con contratti di lavoro diversi. Nello stesso luogo di lavoro ci possono essere, e ci sono già concretamente anche in Italia, aziende diverse per diverse fasi del ciclo. Dove c’era la tendenza alla stabilità del lavoro, c’è quella alla precarietà. La precarietà è la caratteristica strutturale della nuova classe lavoratrice, sia della crescente area del lavoro autonomo dell’ultima generazione, sia dei nuovi assunti nella produzione come nei servizi. Dove c’era la rigidità fissata dalle conquiste operaie, ora c’è la flessibilità comandata dell’impresa. Il tempo è la dimensione in cui più si è manifestata la controriforma capitalistica finendo per essere pressochè eterodiretto e ridotto a pura variabile dipendente del mercato e dell’impresa.
L’analisi sociologica ci aiuta a leggere, ma bisogna andare oltre per non cadere nella trappola determinista secondo la quale divisione del lavoro, precarietà e flessibilità sarebbero elementi dati, oggettivi, immodificabili, il portato obbligato del nuovo ciclo, del superamento del fordismo. Al contrario, esse sono il risultato di un conflitto di classe sia palese che oscuro. Questi rapporti di lavoro sono il portato di un ciclo plasmato dall’egemonia del capitale. Il doppio processo di frantumazione del lavoro nelle strutture portanti del processo produttivo e di integrazione delle sue rappresentanze sociali e politiche, insieme ad alcune figure sociali tipiche del nuovo ciclo, è un progetto capitalistico. 
Un progetto che, a sua volta, si avvale di una grossa operazione culturale capace di mettere in relazione le nuove esigenze dell’impresa con la preesistente cultura e subcultura dell’ambiente da cui attinge la forza lavoro. In Italia il nord-est a pieno impiego è quasi un esempio da manuale del nuovo ciclo che comprende, al suo lato opposto, ugualmente a sé necessario e funzionale, il mezzogiorno ad alta disoccupazione, che si vorrebbe bacino di spinta al lavoro sottopagato e ulteriormente degradato e degradante. Il mutamento del panorama del lavoro rispetto a quello della contestazione al capitalismo fordista nella sua fase matura, non potrebbe essere più netto. Esso non cancella e neppure ridimensiona il lavoro salariato e la questione di emancipazione e di liberazione dal lavoro che storicamente porta con sé e che consegna in tutta la sua drammatica irrisoluzione al nuovo millennio. Non è solo una questione quantitativa; laddove, tuttavia, si vede su scala mondiale, non già rimpicciolirsi, bensì aumentare il lavoro salariato. Anche qui in Europa e in Italia se guardiamo, come dovremmo saper fare, ma come ancora non sappiamo, ad una nuova e più complessa figura, rispetto a quella operaia, cioè ai dipendenti del capitale, si vedrà che l’area del lavoro comunque subordinato è in aumento. Quel che non si vede, come invece vorrebbero gli apologeti del nuovo sviluppo capitalistico o anche suoi critici, da cui, su questo punto, dissentiamo, è la componente oggettiva di questo processo che spinge alla liberazione. Non c’è al contrario in esso nessuna vera potenzialità da poter cogliere. Il punto è indubbiamente drammatico anche per noi, anche per chi vuol cambiare. Mancano le leve interne.
La separazione tra sviluppo e civiltà e le nuove contraddizioni
In questo nuovo ciclo capitalistico sviluppo e civiltà si separano. Diversamente dal ciclo precedente che, dopo la vittoria politica e umana contro il nazifascismo, conteneva in sé possibilità di progresso che la lotta di classe traduceva in conquista di civiltà, questo nuovo ciclo capitalistico, dalla globalizzazione dell’economia, all’organizzazione del lavoro, contiene una spinta regressiva di fondo che si abbatte, strisciando, sulla civiltà del lavoro e sulla civiltà in generale. La riapertura di un processo di liberazione dal lavoro deve muovere dunque dalla contraddizione che il nuovo ciclo capitalistico genera nella sua attività di creazione di ricchezza tramite la spoliazione. 
Qui si apre, per chi voglia costruire un’alternativa a questo modello sociale, l’indagine sulle vecchie e nuove contraddizioni che prendono corpo nel nuovo ciclo capitalistico, sulla loro natura e sul rapporto fra di esse.
Anche chi come noi rifiuta radicalmente la tesi –da molti anni di moda- della scomparsa del movimento dei lavoratori, dell’estinzione della classe operaia, dell’azzeramento della sua storia nella globalizzazione dell’economia, non ritiene, tuttavia, che le cose siano rimaste come prima. Il punto di partenza della nostra ricerca non è, semplicemente, “la centralità della classe operaia”. All’opposto, sappiamo di dover affrontare un problema finora irrisolto ma ineludibile: quello della relazione fra contraddizione di classe e contraddizione di genere, tra ambiente e sviluppo, tra Nord e Sud del mondo.
Non si tratta –sia ben chiaro- di fare un’operazione scolastica, ma di lavorare su una “connessione” anziché su una “sostituzione”: non paiono convincenti, in effetti, nessuna delle vie di uscita che molti finora hanno prospettato –quelle, per intenderci, che indicano l’abbandono dalla contraddizione di classe e la navigazione verso altri lidi, quand’anche affascinanti.
La nostra proposta, quindi, non è la fuga e neppure la riaffermazione di antiche certezze: è piuttosto quella di una “multicentralità”. Non una “nuova centralità”, quindi, ma l’idea di un carattere policentrico della costruzione dell’alternativa al capitalismo, delle sue forme di dominio e di alienazione. In questa ipotesi, i portatori della contraddizione ambientalista e di genere sono assunti come interlocutori indispensabili, nel confronto con chi viene dalla storia del movimento operaio.
La domanda di partenza che oggi si pone non riguarda l’esistenza dello sfruttamento, quanto la natura di questa modernizzazione. Si può correggerla dall’interno, o c’è in essa una regressione di civiltà? A mio parere siamo di fronte ad una crisi di civiltà non prodotta dall’arretratezza ma dallo sviluppo, da questo sviluppo capitalistico. E’ così acuta questa tendenza che oggi ci si interroga se il capitalismo sarà percorso da un nuovo ciclo di crisi, oppure se si ripropone la questione del crollo dell’intero sistema. Pareva un interrogativo sepolto, ma oggi si ripropone sia sul terreno strettamente economico sia su quello ambientale. Sono in molti a ricordarci, ad esempio, che c’è un’emergenza climatica, una delle tante domande di fondo sul destino dello sviluppo e su quello dell’umanità. In questa situazione inedita, non possiamo saltare il terreno del conflitto nella produzione di beni materiali e di merci; ma dobbiamo constatare che il conflitto nella produzione non ha più la unilaterale centralità della fase dello sviluppo capitalistico precedente. E dobbiamo constatare il limite drammatico di questo terreno di conflitto: non è vero che la classe operaia liberando se stessa libera l’umanità. La questione ambientale e più ancora quella femminile non sono cioè due derivate, ma vanno assunte come autonomi paradigmi, che ci propongono la revisione della nostra cultura politica. Se è vero che anch’esse sono oggi imprigionate nelle maglie di questo modello di sviluppo, è vero che la loro assunzione in un progetto di trasformazione sociale è essenziale.
La questione del genere propone un vero e proprio paradigma diverso da quello della storia e della cultura del movimento operaio e propone difficili problemi teorici e pratici sulle questioni più brucianti della democrazia, dello stato sociale, del lavoro e della politica. Dobbiamo riconoscerlo apertamente: un diverso paradigma. Non possiamo rispondervi scolasticamente, né favorire eclettiche scorciatoie. Bisogna nominare la differenza e costruire il confronto. Bisogna sapere che la contraddizione di sesso ci propone non solo il terreno pure già complesso del confronto teorico e culturale tra paradigmi diversi, ma anche l’innovazione del fare.
Essendo le donne direttamente portatrici di esperienze, infatti, con queste esperienze deve confrontarsi pure la politica, nelle sue forme concrete di organizzazione e nei suoi comportamenti quotidiani. Il disagio, dunque, non è un fenomeno superficiale, esso affonda le sue radici in cause profonde, in fenomeni di spiazzamento della attesa, nella diffusione dell’incertezza del vivere, nel mutamento di assetto storico del rapporto tra il lavoro, la società e la vita. Per questo c’è bisogno della riscoperta piena della politica come leva del più profondo dei cambiamenti. Ma il disagio ha contemporaneamente cause più vicine, legate ai protagonisti di ogni giorno della politica, del Paese, il Governo, le forze politiche, le parti sociali,  nella loro dipendenza, nelle scelte di ogni giorno, dal primato del mercato e dell’impresa. Ma anche queste cause non accettano risposte parziali o semplicistiche.
La cause politiche del disagio. La nostra replica.
La nostra iniziativa per trasformare il disagio in azione, deve connettere tra di loro terreni oggi separati, il sociale al politico; trovare i nessi, i collegamenti tra piani diversi, tra la pancia e la testa; deve saper intervenire nello specifico più specifico della condizione di lavoro e di non lavoro, di studio e di vita e, contemporaneamente, affrontare le grandi opzioni generali. E tutto ciò deve diventare un progetto politico.
Qui il problema politico generale è come dall’opposizione si mette in crisi e si sposta l’asse di fondo del governo del paese. L’elemento di novità è forte. La globalizzazione ha rivelato non essere un processo di crescita irresistibile, pesanti crisi hanno investito intere economie e possono avere effetti pervasivi in altre. L’economia europea è prossima alla stagnazione e si vedono tendenze recessive. L’economia italiana è ferma. Le ricette neo-liberiste sono, per la prima volta dopo un lungo tempo, sottoposte al vagli del dubbio e della critica nel proprio stesso campo. Sarebbe l’ora in Europa e in Italia di battere altre vie. 
Due strade si fronteggiano, ormai alle strette. Da un lato c’è la continuità neo-liberista, ancora molto forte e in Italia, in particolare, una linea che punta essenzialmente a mantenere prioritari gli obiettivi di riduzione del deficit e dell’inflazione a zero, che interviene a liberalizzare e a privatizzare i comparti forti dell’economia e a realizzare la flessibilità per il lavoro, concorrendo in ogni modo a ridurre il costo del lavoro. Nulla di nuovo sotto il sole. Se non il rifiuto di leggere la lezione dei fatti: questa politica è quella che lascia inalterata una disoccupazione di massa. Il che comporta che in Europa i disoccupati sono 20 milioni, in Italia più di 3, quindi il tasso di disoccupazione è ben oltre il 12%, mentre si aggravano gli squilibri sociali tra nord e sud. E’ la politica che un autorevole economista ha sostenuto sarà condannata dalla storia col punteggio di 11 a zero ( dove zero è l’inflazione, ma 11% è la disoccupazione). 
In alternativa c’è, come realmente possibile e realisticamente praticabile, un altro e diverso impianto, quello, del resto, per cui ci siamo battuti fin da quando abbiamo proposto la svolta. Un’alternativa che sostengono ormai forze diverse dell’opposizione e di governo, dentro i sindacati, un’alternativa su cui si divide la socialdemocrazia. E’ l’alternativa che noi proponiamo come possibile oggi, in Europa e in Italia. E’ quella che viene chiamata una politica neo-kenesiana per dare conto della sua alternatività a quella neoliberista. E’ l’idea di una politica di espansione qualificata della spesa che assume l’obiettivo della lotta alla disoccupazione come priorità e guida dell’intera politica economica e che torna ad attribuire all’intervento pubblico dell’economia un carattere strutturale capace di realizzare nuovi fattori di sviluppo e di organizzazione della società. E’ un’idea di cambiamento dell’intero quadro di riferimento delle politiche economiche statuali. E’ uno scontro che può attraversare ed attraversa le forze produttive, ma è uno scontro decisivo e in connessione al quale può crescere una diversa prospettiva per il lavoro, la cui tutela e valorizzazione, al contrario dell’attuale linea della precarietà e flessibilità, potrebbero non solo essere rivendicate dal basso ma agite dall’alto, con una nuova legislazione sull’orario di lavoro, sui diritti sociali fino ad investire di una nuova e progressiva sfida i campi decisivi dell’ambiente e dello stato sociale, dei diritti della persona e della riproduzione sociale, dalla scuola al sistema pensionistico.
Questo è lo scontro generale di questa fase. Si potrebbe riassuntivamente dire che è lo scontro tra l’impostazione del modello sociale nord-americano oppure il rilancio, con la riforma, della civiltà europea. Da questo molti altri ne dipendono. Si capisce, allora, di cosa parliamo quando indichiamo il cammino di costruire dall’opposizione un’alternativa di società.
Dall’opposizione per un’alternativa di società
Non è l’alternativa di sistema al sistema capitalistico, di cui abbiamo parlato nella nostra ricerca teorico-politica, è l’alternativa possibile, oggi, entro questi rapporti di produzione, ma fuori del quadro subalterno della compatibilità con l’assolutizzazione della competitività delle imprese. E’ un’idea della ripresa della politica sull’economia. E’ l’idea di un possibile cambiamento dei rapporti di forza tra le classi nella società. E’ l’idea che si possano introdurre dei cambiamenti nelle relazioni sociali, qui e ora. Non siamo solo noi a sostenerlo. Ci prova il governo della sinistra plurale francese. Ci ha provato Lafontaine. Il contrasto attraversa la socialdemocrazia europea. La sconfitta e il rifiuto di Lafontaine costituiscono un fatto importante e grave. Ha scritto Jean Paul Fitoussi: “La conclusione è che Oscar Lafontaine è stato letteralmente espulso dal quadro dirigente europeo perché il discorso di sinistra –e non di sinistra rivoluzionaria, ma di sinistra molto moderata- è, oggi, letteralmente inascoltabile”. Qual è la conclusione di questa analisi? E’ lo stesso Fitoussi a fornircela.
Se i governi europei continuano a rifiutare lo schema per cui Lafontaine si è battuto è perché “il loro obiettivo proclamato –combattere la disoccupazione- non è il loro obiettivo reale”. La conclusione non potrebbe essere più severa. Ma è la verità. Nasce, dunque, il problema di come si persegue l’obiettivo. La strada della classica politica di unità con le forze di centro sinistra è impercorribile proprio per questa loro collocazione. Allora bisogna intervenire anche su di esse da un diverso punto di partenza, quello della società, dei movimenti, del confronto programmatico che faccia leva su questi ultimi.
Una piattaforma sociale
Abbiamo il problema di costruire una vera e propria piattaforma d’azione sociale, in grado di dare una prospettiva alle lotte in corso, di unificarle, di suscitare un allargamento e una qualificazione politica del conflitto sociale. Dobbiamo saper innovare anche i nostri obiettivi, pure quelli su cui ci siamo più impegnati, per dare loro maggiore incisività e capacità d’attrazione. Gli obiettivi contro la disoccupazione e per il lavoro, specie nel Mezzogiorno d’Italia, chiedono una maggiore adesione ai soggetti e ai territori, una diversa radicalità nell’impatto con quelle drammatiche realtà in cui un’intera generazione è senza lavoro. Il fallimento dei patti d’area, primo fra tutti proprio quello tanto osannato di Manfredonia, ci stimola a dare stringente attualità a questa ricerca. 
Ma lo stesso obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro deve essere reimpostato su nuove basi. Abbiamo provato a realizzare una forzatura necessaria, in un quadro desolante sommerso dagli straordinari e dal disinteresse per la questione da parte dei grandi sindacati e delle forze di centro-sinistra, proponendo una legge che  aprisse una prospettiva. Queste stesse forze l’hanno sabotata e ora questo governo l’ha sepolta. Dobbiamo continuare a batterci per conquistare la legge, per farla tornare alla luce, ma soprattutto, dobbiamo spostare l’accento non più solo sul contributo a combattere la disoccupazione, ma su quello per cambiare, migliorare la vita delle persone. Dobbiamo ripensare a rilanciare la riduzione d’orario per vivere meglio in questo mondo disumanizzante, per avere più tempo per sé, per i propri interessi, per gli affetti, per immettere un fattore di mutamento del rapporto tra uomo e donna, nella famiglia e nelle coppie. Dobbiamo farne un terreno di lotta per una diversa civiltà del lavoro, diversa anche da quella della precarietà, della flessibilità, del lavoro nero. Nasce l’esigenza di una grande lotta sociale per un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori. 
Ieri, fuori dallo statuto c’erano i lavoratori delle piccole aziende. Oggi c’è la stragrande maggioranza dei lavoratori. Le discussioni in corso, sul terreno legislativo, anche quando prospettino un miglioramento per qualche parte della realtà, risultano lontane dai bisogni reali, prive di capacità di mobilitazione anche dei soggetti interessati. Va aperta una questione di fondo, di diritti collettivi ed individuali e di potere dei lavoratori. Diritti non formali, ma direttamente agibili e in solido, che riguardano cioè le retribuzioni, le protezioni sociali, i tempi di lavoro, i rapporti di lavoro. Diritti a cui ognuno e ognuna, per il solo fatto di stare in una certa condizione sociale e di lavoro, possa accedervi. 
Un ponte, un collegamento tra disoccupazione, lavoro nero, precariato e lavoro stabile; un ponte per cui si possa transitare e che, in ogni caso, garantisca la possibilità di vivere e di cercare nuove strade lavorative. Noi siamo avversi al salario di cittadinanza solo perché accetta la divisione, nell’attuale società, tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha. Solo perché finisce cioè per accettare che debba o possa esistere la disoccupazione, contro cui invece noi crediamo si debba combattere sempre, anche con la rivendicazione del lavoro minimo garantito.
Ma la condizione dei disoccupati e dei precari va affrontata di petto. La nostra diversa ispirazione rispetto al lavoro non può lasciare scoperte queste condizioni così esposte al rischio sociale. Va rivendicata con forza una tutela sociale, una rete di protezione, una sorta di salario sociale fatto di accesso gratuito ai servizi di assistenza e sicurezza sociale, di formazione, di accesso ai beni culturali, di diritto alla casa e alla mobilità. Dobbiamo far crescere, in collaborazione con le altre realtà sociali e politiche che hanno obiettivi simili una grande offensiva sociale. 
In Italia è aperta una grande questione salariale. Su questo terreno ci vuole una forte innovazione anche nei nostri obiettivi, nella nostra pratica sociale. C’è su questo tema un silenzio inammissibile. Dobbiamo proporre l’irruzione sulla scena di una forte rivendicazione salariale. Bisogna di nuovo dire basta col sottosalario, basta con i bassi salari. L’Europa non può essere solo quella dell’Euro, deve essere anche quella dei salari. Si deve e si può rompere una troppo lunga passività e un silenzio della politica, su una gigantesca questione di giustizia sociale, durante i quali è cresciuto il lavoro povero e a bassa retribuzione. La povertà sta cambiando aspetto, torna a mordere anche tra i lavoratori. Lavoratori al nero che guadagnano pochi soldi, apprendisti a settecento mila lire al mese, operaie e operai a 1.3-1.5 milioni al mese sono una realtà consistente e intollerabile. 
Partiamo da qua per proporci un forte obiettivo di aumento salariale per tutti i bassi livelli delle scale professionali, per i lavori atipici, per i lavori manuali. Un obiettivo politico e di giustizia distributiva. Uno studio dell’Eurostat ci ha confermato nella nostra convinzione: l’Italia è il paese dell’Unione Europea in cui più forti sono le disparità tra gli stipendi dei managers e i salari della mano d’opera meno qualificata. In Italia un dirigente guadagna in media il quadruplo, quattro volte tanto, di quanto guadagna un operaio. In Olanda la differenza è meno del doppio. Per non parlare dei guadagni scandalosi. Penso che dobbiamo rilanciare la nostra proposta di fissare, per legge, un minimo e un massimo delle retribuzioni e delle pensioni. Fatto cento il minimo si fissi la percentuale massima e questa valga almeno per tutte le remunerazioni pubbliche fino ai magistrati, ai parlamentari e, soprattutto, ai grandi commis dello stato. Un segno di giustizia perequativa, in una società così profondamente e crescentemente diseguale, una inversione di tendenza da accompagnare alla ripresa, in grande, della lotta per il salario. Non sto parlando solo, né prevalentemente, di una lotta sindacale. Sto parlando di una offensiva politica e sociale. Bisogna costruire, sul salario, una piattaforma di massa. Farne oggetto di propaganda, di agitazione, della costruzione di lotte, di un movimento di società profondo, entro cui si sviluppa un’azione culturale, scientifica, in cui possa prendere corpo un’iniziativa legislativa, forse una legge di iniziativa popolare e in cui possano costruirsi vertenze aziendali, territoriali e persino la spinta di un’iniziativa europea per la conquista di comuni condizioni salariali. Una grande campagna per promuovere una diversa cultura del lavoro, una campagna di cui l’elemento decisivo sarà la capacità di articolare la nostra iniziativa sul territorio. 
L’inchiesta sul lavoro e il non-lavoro che abbiamo meritoriamente avviato deve compiere, nell’agire del partito, una salto di quantità e di qualità. L’esperienza fin qui fatta, il lavoro che l’ha ispirata, sono davvero pregevoli. Ma essa deve diventare un cardine del saper fare del partito, della priorità del suo lavoro politico e, persino, della selezione dei nuovi gruppi dirigenti. Senza l’inchiesta non c’è politica operaia. Oggi possiamo dire senza l’inchiesta non c’è l’irruzione della soggettività nella politica e la politica deperisce ad agitazione e ad istituzionalizzazione. L’inchiesta è un momento della lotta culturale per la conquista dell’efficacia al nostro agire politico ed è un momento della stessa  rifondazione. 
Marx presentando una inchiesta operaia elaborata per la “Revue socialiste” ha scritto: “in attesa che il governo …..apra….. una vasta inchiesta sui fatti e misfatti dello sfruttamento capitalistico, noi tenteremo di cominciarne una. La nostra speranza è di essere sostenuti da tutti gli operai delle città e delle campagne, i quali comprendono come essi solo possono descrivere, in tutta conoscenza di cause, i mali che li colpiscono; che soltanto loro e non dei salvatori provvidenziali, possono applicare energici rimedi alle miserie sociali di cui soffrono”. Resta questa l’ispirazione anche del nostro lavoro, convinti come siamo del carattere attuale e decisivo dell’intuizione marxiana secondo la quale: “l’emancipazione della classe operaia deve essere opera degli operai stessi”. 
L’inchiesta e la costruzione di una piattaforma sul lavoro e il non – lavoro sono i fondamenti di un movimento più vasto capace di investire l’intera organizzazione della società. Produzione e riproduzione sociale ci si presentano connesse nell’offensiva del capitale, un filo rosso deve connetterle come piani diversi della stessa alternativa. Per questo un peso inedito assume, nella sua costruzione, il terreno di lotta della cultura, non solo, eppure già sarebbe rilevante,  per il peso strategico che l’informazione e le comunicazioni di massa acquistano nel nuovo ciclo di sviluppo capitalistico, ma per la possibilità di riconnettere, nel vissuto e nella intelligenza dei singoli e delle masse, aspetti diversi della società che invece si presentano in essi scissi e spesso in contraddizione tra loro. Insomma sta di fronte a noi il peso determinante che torna ad assumere la questione della coscienza in sé e per sé. Della nuova intellettualità di massa, la scuola parla in maniera diretta e determinante. 
Anche per questa ragione abbiamo seguito con interesse l’iniziativa dei giovani comunisti nei movimenti e ci siamo mobilitati nella lotta per la riforma della scuola pubblica contro il finanziamento della scuola privata. Ora dobbiamo fare di più, dobbiamo dare continuità e consapevolezza a questo movimento, portarlo alla sfida dei processi di privatizzazione e di riduzione della formazione dei saperi a funzioni della produzione capitalistica e servili alla competitività delle merci. L’assegnazione da parte del governo alla Confindustria della formazione degli strati alti dell’insegnamento è significativa.
La lotta per la riforma della scuola contro la selezione di classe parte della risposta ai bisogni più elementari degli studenti e degli insegnanti, ma deve riuscire a scalare un’idea di riforma progressiva della formazione, di una nuova scuola repubblicana portatrice di una cultura critica nell’Europa della globalizzazione  e dell’immigrazione, una scuola che favorisca lo sviluppo delle personalità contro la desertificazione del primato del mercato e della competizione.
Su questo terreno di scontro può crescere una nuova generazione politica, su di esso si gioca una parte assai rilevante della costruzione dell’alternativa di società. La costruzione di una piattaforma  sociale può consentirci un respiro nazionale e la valorizzazione di grandi diversità ove il movimento non può che avere caratteristiche proprie, penso al Mezzogiorno, in primo luogo, ma anche al nord-est. Ognuna di queste realtà è insieme una grande questione in sé, di nuovo il sud del paese, e la spia di una tendenza più generale. Il movimento deve radicarsi in entrambi questi aspetti per investire direttamente il rapporto con la politica organizzata.
Il problema del sindacato
Il problema del sindacato è enorme. Lo abbiamo affrontato ripetutamente, ma continua a rimanere irrisolto. Perché irrisolto è, nella realtà, il modo con il quale si pone mano alla ricostruzione di un sindacalismo confederale di classe, autonomo, democratico e di massa. Il punto di partenza è, drammaticamente, noto. Il sindacalismo confederale non è più un soggetto rivendicativo, non si pone cioè l’obiettivo di organizzare i bisogni dei lavoratori in rivendicazione e in lotta per farli valere contro gli interessi padronali, ma piuttosto, attraverso la concertazione, il sindacalismo confederale ha assunto funzioni di partecipazione al governo delle imprese e dello stato. Ma, in questa logica di scambio, in cui tutti, imprese e sindacati, si fanno paladini della competitività, c’è sempre solo qualcuno che prende, le imprese, e c’è sempre solo chi dà, i lavoratori. 
Il fallimento della concertazione dal punto di vista del lavoro è evidente. La disoccupazione resta inalterata e la condizione del lavoro è peggiorata. Per la prima volta una generazione di lavoratori sta peggio dei loro genitori. Il disagio, la disaffezione dei lavoratori nei confronti dei sindacati è forte, le assemblee lo testimoniano direttamente. Ma i lavoratori, attaccati su tutti i terreni, hanno bisogno di un sindacato forte, perciò vi stanno aggrappati. Il sindacalismo extraconfederale, che pure, in alcune realtà, compie esperienze importanti, non è un’alternativa convincente. La situazione rischia di essere bloccata. Ma così le esperienze di lotta restano isolate, i lavoratori si sentono spesso soli, abbandonati. 
Vanno allora costruite nuove forme di organizzazione diretta dei lavoratori, comitati di scopo li abbiamo chiamati, che su obiettivi comuni organizzino lavoratori e militanti dei diversi sindacati in azioni di pressione e di lotta.  Si, non basta più delegare al sindacato la gestione dei conflitti; non si può più considerare lo sciopero come una riserva invalicabile, quando esistono le condizioni e il sindacato non li promuove, vanno promossi altrimenti, con una scelta diretta e consapevole. 
Questa lunga tregua sociale va spezzata. I comunisti, collocati nei diversi sindacati e restando dove sono, devono fare fronte comune, mettere fine alla dispersione e alle inutili polemiche sulle diverse collocazioni, e lavorare insieme per cambiare la rotta del sindacato, per far crescere nuovi protagonismi di movimento, per rimettere in movimento tutto il quadro sindacale. I nuovi eletti nelle RSU possono essere parte importante di questa nuova via. Dobbiamo favorire, in alcuni settori, come quello dei trasporti, dove le esperienze di lotta la rendono matura, l’unificazione dei sindacati extraconfederali, inferendo una prima sconfitta alla tendenza alla dispersione e alle conflittualità intersindacale. 
Dobbiamo valorizzare la tendenza al formarsi nella CGIL, che resta il più grande sindacato del paese, di una sinistra sindacale che può diventare protagonista di un rinnovamento profondo della dialettica sindacale. C’è bisogno nella CGIL, se ci si pone dal punto di vista della fuoriuscita dalla soffocante tregua sindacale e dalla costruzione di un movimento autonomo del lavoro dipendente, c’è bisogno nella CGIL di una vera e propria rottura politica.  Non una rottura organizzativa, non la scissione che, oltre ad essere traumatica tarperebbe le ali alla nascita di una sinistra sindacale, ma una rottura politica netta e visibile con il quadro della concertazione e delle compatibilità, una rottura politica capace anche di atti di lotta aperta per la riconquista di una autonoma soggettività sindacale da far vivere in connessione con tutte le esperienze di riconquista di autonomia sociale e rivendicativa. 
Ma si può pensare ad una rinascita di un sindacalismo confederale di classe, cioè autonomo dai padroni, dal governo e dai partiti, senza un processo parallelo di rinascita di un’ampia sinistra di alternativa? Per un verso sì, siccome quella può affondare le sue radici in una difficile, ardua, ma aspra e drammatica realtà sociale che chiede anche repliche immediate e dirette alla sua condizione, ma per un altro verso essa ipotizza un, seppur autonomo, parallelo fenomeno di crescita della forza e dell’impatto di una sinistra politica di alternativa.
Una proposta alle sinistre di alternativa
In tutti questi anni noi abbiamo animato la resistenza alle politiche neo-liberiste ed abbiamo noi stessi resistito ai tentativi di omologarci e di cancellarci. Con noi è continuata a vivere l’idea che la politica potesse essere altro da ciò che viene realizzato, che la sinistra dovesse essere altro da quella che si esprime nelle componenti del centro-sinistra e, in particolare, dalla sinistra moderata. 
Con noi è cominciata a vivere una nuova sinistra antagonista, anticapitalista, comunista. Ma le forze di una sinistra antagonista, critica, anticapitalista non si esauriscono nel PRC. Vivono anche altrove nella società italiana, nella politica, nella cultura, nel sociale, nelle mille forme dell’associazionismo e del volontariato, nel giornalismo. Con alcune di queste abbiamo fatto importanti esperienze comuni, e comuni tratti di strada, abbiamo lavorato insieme. La più parte stanno all’opposizione, ma qualcuna sta anche nelle forze della maggioranza, qualche altra oscilla tra queste diverse collocazioni. Tutte stanno contro, all’opposizione rispetto alle politiche neoliberiste, al telaio delle concrete scelte di questo governo. 
Noi proponiamo a tutte queste forze, alla sinistra verde, al Manifesto, ai centri sociali, alle “tute bianche” e a “in marcia”, a compagne e compagni oggi senza collocazioni partitiche, alla sinistra dei democratici di sinistra, al Forum, alle varie associazioni, circoli e riviste critiche, alle sinistre sociali di unire gli sforzi per contribuire, insieme, a definire un programma comune di alternativa alle politiche neoliberiste. Non proponiamo a nessuno di cambiare collocazione, né, tanto meno, muoviamo da chissà quale pretesa integralista, al contrario, vogliamo proporre un’apertura, un campo di ricerca reciprocamente rispettoso delle diversità. Ma proponiamo, con forza, di interrompere la spirale della frammentazione, dell’incapacità all’ascolto, all’attenzione. 
Proponiamo un lavoro unitario su una base che ci pare comune: la contestazione e il rifiuto delle politiche neoliberiste che oggi guidano il governo del nostro paese. Proponiamo di dar corpo a questo lavoro comune, organizzando, insieme, una fondazione per fare questo lavoro politico in comune: cioè la definizione di una condivisa analisi critica dei processi di modernizzazione capitalistica  e la definizione di un programma di alternativa. Intanto ci proponiamo di seguire con molta determinazione il buon lavoro avviato dall’ufficio di programma e dal comitato scientifico su una linea di ricerca programmatica che va da quella più immediata a quella del programma fondamentale del Partito.
Il rapporto con le forze del centro-sinistra
Resta, invece, aperto il nostro rapporto con i DS e con le forze del centro-sinistra. Un rapporto sempre difficile, reso assai più difficile da una divaricazione che ha portato alla rottura della alleanza del 21 aprile e che si è ulteriormente accentuata nella fase del governo D’Alema. 
La crisi apertasi nel centro-sinistra non è di breve momento, essa riguarda assetti importanti della politica, specie di questa politica, quali le forme di organizzazione, cioè le caratteristiche delle formazioni politiche del centro-sinistra e dello stesso centro-sinistra, riguarda la leadership di questo schieramento, il peso dei suoi diversi ceti politici. È una crisi che può avere esiti diversi, aprire delle crisi ulteriori. Ma, bisogna saperlo, non è una crisi che, in sé, può dare luogo ad uno spostamento a sinistra delle sue forze. 
Colpisce che alla sfida di Prodi, quella di fare un partito democratico, secondo l’ispirazione americana, non sia venuta dai DS, se non da qualche suo esponente isolato, la risposta di un partito socialdemocratico. Persino rispetto alla sua costituzione materiale, che è quella, appunto, di una formazione socialdemocratica, fa premio l’impianto della sua nuova cultura politica, quella neo-liberale. Non ci si può attendere uno spostamento e uno smottamento di forze consistenti a sinistra dello scontro tra Prodi, da un lato, e DS e Popolari, dall’altro, perché comune è la loro piattaforma di società: il primato del mercato, la centralità dell’impresa, un sistema elettorale maggioritario per bloccare nell’alternanza il sistema politico e ora, persino, un assetto presidenzialista per congelarlo. Dentro a questo si possono anche dare spunti interessanti come quello del segretario dei DS sul contatto dei meccanici o sulla fecondazione assistita, ma solo dentro questo quadro.
L’esito del congresso della socialdemocrazia europea a Milano, purtroppo, ha segnato il prevalere della terza via di Blair, una terza via che tuttavia nessuno può capire in che cosa di discosti dalla prima, quella del capitale. La rottura di Lafontaine non è certo estranea all’esito, almeno per ora, della contesa tra l’ipotesi neo-socialdemocratica di Jospin e quella neo-liberale di Blair. 
La collocazione dell’intero centro-sinistra italiano su quest’ultimo versante rende impraticabile una proposta di larga unità per una politica riformatrice. Di nuovo si ripropone tutto il senso della nostra opposizione per un’alternativa di società: non una fuga dalla politica, neppure da quella di schieramento, ma la necessità di riattivarla a partire della società. Del resto la drammaticità della situazione economica, da un lato, e la turbolenza del rapporto tra le forze politiche del centro-sinistra, dall’altro, configurano una tensione permanente tra stabilità e instabilità del quadro politico. Non dobbiamo farcene abbagliare o cadere nella tentazione di scegliere tra l’uno o l’altro. Solo la crescita dei movimenti, la nascita di nuove forze organizzate nella società, l’accelerazione di una iniziativa forte a sinistra su un programma di alternativa può agire sulle contraddizioni di fondo, spostare a sinistra il paese, aprire una crisi da sinistra. Possiamo accompagnare questo processo, attivando ogni momento, ogni vicenda che ci propone l’agenda politica.
I prossimi appuntamenti politici
Con le elezioni europee che ci vedranno impegnati a far maturare su questo teatro, per noi fondamentale, la nostra idea di alternativa, si effettueranno le elezioni amministrative in grandi città italiane, provincie e regioni. Una parte consistente della geografia politica del paese verrà disegnata da questa tornata elettorale. Perseguiamo, come sempre, oggi dall’opposizione al governo centrale, come ieri dalla maggioranza, la ricerca di una intesa con il centro-sinistra in ogni città, provincia, regione di Italia. Siamo sempre stati contro l’impoverente omologazione dei governi locali a quello centrale, abbiamo sempre pensato, al di là del loro uso partitico, all’Italia delle cento città, delle diverse storie culturali e civili, delle mille esperienze.
Mentre ribadiamo la nostra totale indisponibilità ad alimentare fenomeni trasformistici, mentre rifiutiamo qualsiasi alleanza con le UDR di Mastella o di Cossiga, rispetto ai quali siamo del tutto alternativi, ci rivolgiamo al centro-sinistra perché ciò che ci divide a livello nazionale, non si incontra, negli stessi termini, a livello locale. Qui è possibile dar luogo, come dice l’esperienza concreta in tante città e provincie italiane, a governi che provano a limitare in generale e ad impedire dove è necessario i processi di privatizzazione, e che provano, nelle angustie create dalle politiche di governo e nel tentativo di forzarle, a far vivere esperienze attente alle periferie, alle vecchie e nuove povertà, alla ricerca di soluzioni progressive nel governo del territorio, sui problemi della casa, dei servizi, dei trasporti, della qualità della vita, della convivenza civile.
Noi ci proveremo e faremo della campagna elettorale amministrativa, contro i federalismi di maniera che spesso coprono solo una politica di taglio della spesa pubblica e della capacità di spesa degli enti locali, un momento impegnato di tutto il partito per la riconquista di un potere reale di governo alle amministrazioni locali e di controllo e di partecipazione dei cittadini alla vita della città e della comunità. Dovremmo saper far vivere anche in questa battaglia, che è pure di radicamento del partito, di progettazione di una sua presenza ancor più impegnativa nelle istituzioni locali, dovremmo saper far vivere una battaglia di democrazia.
Il passaggio della rielezione del Presidente della Repubblica può parlare la stessa lingua. È necessario che la scelta della più alta carica dello stato venga sottratta alla babele dei linguaggi ipocriti e alle manovre delle diplomazie nascoste. Farebbe male ad una democrazia già così malata covare un’altra propensione consociativa. Essa ha già portato al fallimento della Bicamerale, morta prima di tutto per distacco e separazione di sé dal paese. Un Presidente che avesse come unica caratteristica, quella di essere ugualmente accetto al centro-sinistra e al Polo sarebbe una cattiva e una soluzione e depressiva per la democrazia. 
I partiti avanzino delle proposte su chiare indicazioni programmatiche, non si tratta chiaramente del programma che si addice ad un governo, ma una sorta di meta-programma, di ispirazione generale su cui esercitare un ruolo così impegnativo per la Repubblica. Un’ispirazione generale sui temi della democrazia, dell’Europa, delle sue radici antifasciste, della giustizia sociale, della convivenza plurale; un’idea di civiltà, insomma. E avanzino dei nomi alla luce del sole ed essi vengano sottoposti al vaglio del confronto, prima che del voto. Noi abbiamo parlato di quello che per noi dovrebbe essere il profilo del Presidente e abbiamo avanzato delle proposte. Un’attenzione alla candidatura di una donna. Un primato ad un alto profilo democratico. Siamo pronti al confronto con il centro-sinistra. Quel che si è rivelato impossibile per il governo, per l’esplodere di un grave dissenso di fondo sul programma e sul fare del governo, potrebbe non esserlo rispetto all’elezione del Presidente che più che al programma, guarda ad un sistema di valori. Qui potrebbe, secondo noi dovrebbe, continuare a vivere lo spirito del 21 aprile del 1996. Se sì, allora, bisognerebbe sottrarre una candidatura autorevole al tiro incrociato delle incursioni palesi ed occulte per farne una trasparente e unitaria battaglia capace di portare alla elezione di una figura che dopo le sue elezioni sarà di garanzia istituzionale per tutte le italiane e gli italiani.
Di nuovo riappare il filo della democrazia e della battaglia culturale. Di nuovo torna il nesso tra i diversi piani, tra quello sociale, quello politico, quello culturale e quello istituzionale. Anche dal profilo più istituzionale si scorge bene la questione di società che si viene prospettando. A questo sviluppo del nostro discorso e della nostra politica intendiamo porre mano con la concezione dell’opposizione che siamo venuti definendo come alternativa di società. C’è da chiedersi se il partito, il nostro partito, è, così come è oggi, adeguato a questo compito.
Il discorso sul partito
Il discorso sul partito è tutt’altro che facile e, in un certo senso, è un discorso ancora in larga misura incompiuto o, se volete, da ricominciare. Dobbiamo riconoscere che no, il nostro partito, così come è, non è adeguato al nostro compito. Dobbiamo riconoscere che grande è il bisogno di un rinnovamento profondo della sua cultura politica, del suo modo di essere, delle sue strutture. Grande è il bisogno di autoriforma. Bisognerà riflettere approfonditamente sul perché le più avanzate proposte di riforma del partito, come quelle avanzate nel convegno di Chianciano, abbiano fatto così poca strada. Perché ad ogni appuntamento elettorale, ad ogni appuntamento congressuale, cioè di fronte al tema della selezione dei gruppi dirigenti, rispuntino vizi antichi, e il saper fare, l’esperienza diretta, la capacità di fare società risultino così penalizzati rispetto ai criteri più tradizionali, e francamente assai criticabili, di formazione della rappresentanza. 
Del carattere monosessuato del partito abbiamo detto e ridetto, ma ancora poco siamo riusciti a correggere. Grande è ancora la distanza tra lo stato del partito e le sue giuste ambizioni politiche. Proviamo a guardarlo questo nostro partito, a guardarci con gli occhi di chi si affaccia oggi in Italia ed in Europa dove viene a formare un nuovo proletariato. Guardiamoci con quegli occhi così indispensabili a noi e alla nostra causa. 
Le nostre città vedono ormai una presenza significativa, sofferta e lacerata. di donne e di uomini con diversi colori della pelle, di diverse culture, di diverse lingue, di diverse religioni. Colori, odori, abitudini che, mescolandosi con quelli della tradizione del nostro popolo, formeranno il nostro futuro. Quanti di loro ci hanno incontrato, quanti abbiamo messo nella condizione di frequentare un circolo, di stare nel partito? In quante parti del paese il partito riesce a stare nei territori più sconvolti, nelle diverse periferie che dilagano e sprofondano? Sono le nuove frontiere quelle che ci interrogano più acutamente. Penso ai giovani. Non solo in termini di società, ma di partito. La condizione di una nuova generazione contiene sia un tratto specifico che una tendenza più generale. Vale per la società, vale per il partito. Un lavoro importante hanno fatto, in questi anni, i giovani comunisti. Siamo noi a dover aprire, anche nel lavoro di partito. Noi siamo impegnati in uno sforzo di rifondazione, dobbiamo andare più avanti, ma c’è un limite che la mia generazione deve saper avvertire Un compiuto lavoro di rifondazione non può riuscire a farlo la mia generazione, c’è un tratto della esperienza che ti segna, fuori non puoi andare se non perdendoti, il salto lo può fare solo un’altra generazione politica. Dobbiamo, noi adulti, viverci come un ponte, una transizione: tocca ad una nuova generazione andare oltre. Sento i nostri limiti, i limiti del nostro partito, che però non sono né quelli della democrazia formale, né quelli della libertà di espressione nel partito. Anche in questo congresso ognuno può testimoniare il pieno esercizio democratico e, sempre in tutti questi anni, tutte e tutti hanno potuto manifestare ogni sorta di opinione critica. Sono altri i nostri limiti, quelli che non consentono il dispiegamento della partecipazione, limiti che penalizzano chi in realtà andrebbe favorito e più ascoltato, cioè chi è portatore di esperienza e di null’altro che di esperienza. 
Ma questo partito esiste. E non era e non è scontato. Anzi è straordinario, del tutto straordinario, che esista un partito come questo, nell’Italia dei nostri giorni. Ed è ugualmente straordinario che esistano le sue opere, a partire da Liberazione, il nostro giornale, sulla cui vita investe il partito, giornale che ha subito un processo difficile di risanamento ed è così migliorato da imporsi all’attenzione anche ora che subiamo oscuramenti pesanti. Quando pensiamo alle nostre opere, pensiamo anche, alle centinaia di feste di Liberazione, ai circoli tenuti aperti dal sacrificio di compagne e compagni, alla capacità di dono, di lavoro gratuito e volontario.
C’è una comunità di donne e uomini che anima una presenza politica in un paese che può trovare poche altre presenze così diffuse e attive. Da qui dobbiamo partire. Sapendo che il bisogno di un luogo di liberazione e di speranza è in qualche parte della società persino più avvertito di ieri. Dure domande di senso che prendono corpo in questa società in cui a volte la solitudine si fa soffocante. 
Domande che possono persino diventare disperate. Abbiamo ricevuto,  Liberazione l’ha pubblicata, nei giorni scorsi una lettera, di cui le parole non sanno dire, da compagni di Cava dei Tirreni. Ve la leggo: “ piangiamo in questi giorni la perdita del giovane compagno, Cristian Risi di 17 anni, che ha stracciato la tessera, non del partito, purtroppo, ma della vita. Noi, di fronte a questa morte, non troviamo parole che valga la pena pronunciare, nonostante essa ci interroghi drammaticamente. Cristian aveva preso la tessera del partito appena un mese fa, molti di noi non hanno nemmeno fatto in tempo a fissarne la fisionomia. Un evento di questa portata, però, non può lasciarci indifferenti, non possiamo non domandarci cosa abbiamo fatto, cosa avremmo potuto fare per impedire che ciò avvenisse, cosa potremo fare perché non accada di nuovo? E ci inquieta sapere che una giovanissima esistenza, prima di abbandonare la lotta per la vita, abbia cercato una speranza, un appiglio, nel nostro circolo. E ci annienta pensare che il clima del circolo, che pure non è dei peggiori, non sia bastato a farlo desistere. Noi non vi chiediamo parole di circostanza, bensì l’impegno solenne ad aiutarci a costruire un partito che sappia riempire di contenuti veri le espressioni pur presenti nei documenti congressuali, “comunità di donne e uomini”, “paese nel paese”. Un partito insomma, che sappia, non diciamo rispondere, ma almeno ascoltare domande così tragicamente mute. A cominciare dal congresso in corso che speriamo, sappia parlare anche di questo”.
Non so se di questo, care compagne e compagni, sappiamo parlare. Ma so che la politica per poter parlare di questo, dovrebbe saper fare ciò che per Leopardi doveva saper fare la poesia. Proverò allora a rubare una frase a Walter Binni, che svolgeva queste considerazioni sullo Zibaldone in una lezione sulla “Ginestra”, sostituendo al termine ‘poesia’ quello di ‘politica’,: “Così la grande vera ‘politica’ ‘deve sommamente muovere ed agitare’, cioè sempre sommuovere, commuovere, essere una spinta profonda che coinvolge tutto l’essere e deve provocare ‘una tempesta, un impeto, un quasi gorgogliamento di passioni…e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma’, che è l’opposto di quello che comunemente si suole…intendere col termine di politica”. Ma che è, invece, care compagni e cari compagni, proprio quel che tutti noi vorremmo diventasse la politica per cui militiamo, la politica della liberazione delle classi subalterne, la politica della liberazione di tutte le donne e gli uomini di questo mondo.