"Le ragioni della nostra impresa"

Il testo integrale dell'intervento del compagno Sergio Garavini alla manifestazione di presentazione del Movimento per la Rifondazione Comunista a Milano, al Teatro Lirico
24 febbraio 1991

Le ragioni della nostra impresa, del tentativo di garantire la presenza comunista in Italia, del nostro movimento per la rifondazione, sono ideali, che vengono dalla nostra cultura. E tanto basterebbe. Ma sono pure ragioni politiche, rispondono ad un bisogno del Paese: altrimenti non ci sarebbe lo slancio che ci accompagna in queste prime due settimane; non registreremmo tanta partecipazione, così largamente spontanea.

Proprio per questo, ciò che andiamo costruendo deve essere una organizzazione, un associarsi di comunisti, non è certo solo un fatto organizzativo. Ci uniamo per costruire una libera forza comunista, per fare insieme un'analisi dei problemi, per individuare una linea per risolverli, per andare fra la gente, per intraprendere una azione politica.

Le ragioni politiche della nostra impresa sono d'altra parte emerse con forza anche inaspettata negli ultimi giorni, nel corso delle deliberazioni parlamentari sulla guerra nel Golfo.

Intanto perché noi ci siamo mossi in coerenza con la tesi, che a metà gennaio stata di tutto il PCI, del disimpegno dell'Italia dalla spedizione militare nel Golfo, e del cessate il fuoco da attuare subito. Ma la maggioranza del PDS ha nei fatti abbandonato questa linea di proposta, arretrando su posizioni che non comprendono una decisione immediata del Governo in tale senso. Come noi, si sono collocati parlamentari del PDS, di DP, Verdi e cattolici.

Ma questo arretramento della maggioranza del PDS è andato oltre il tema specifico quando i deputati del PDS sono stati chiamati da Occhetto a dare un voto di astensione, cioè in realtà a consentire con il discorso di Andreotti che ha concluso il dibattito parlamentare. Questo discorso non può certo essere considerato un coraggioso impegno per la pace, esclude atti come il cessate il fuoco, formula come d'uso molti auspici, auguri e raccomandazioni, che non hanno mai fatto bene o male a nessuno. Non c'è nulla che cambi la collocazione dell'Italia, magari in coda o reticenti, ma sempre in fila con chi mena la danza della guerra.

Ora bisogna sapere sempre distinguere, e la posizione di Andreotti non la peggiore nella maggioranza che sostiene il suo governo, nella CEE e fra i protagonisti della spedizione bellica nel Golfo. Ma un voto dell'opposizione che consente su un atto così impegnativo del governo non è una distinzione dialettica. È un passo limitato ad un episodio però importantissimo, che va in direzione, il passaggio dalla opposizione ad una posizione collegata, se non ancora inserita nella maggioranza, di affiancamento al governo. Questo passo può segnare un chiarimento sul destino del PDS, che è nato senza una convincente piattaforma politica, con una divisione nel gruppo dirigente, ma il cui destino può essere quello, dopo essersi distaccato dalla matrice del PCI, di andare nell'area del governo, non su un programma riformatore e sull'onda di un movimento sociale e politico, ma in base semplicemente alla esigenza di stare nella gestione governativa. Questo è quello che molti pensano, e tanto vale dirlo apertamente, quando l'atto compiuto in Parlamento risponde precisamente a questa logica. Non vorrei però che questa denuncia apparisse strumentale e propagandistica. Guardiamo invece alle questioni fondamentali che vengono a proporsi. In primo luogo, la stessa nascita del PDS, lo scioglimento del PCI ha aperto un vuoto a sinistra che così rischia di approfondirsi ancora. Né si pensi che questo vuoto sarà comunque riempito. Una cultura democratica e riformatrice, che vive in primo luogo nel radicamento sociale e nell'opposizione politica, può essere anche frantumata e ridotta all'impotenza da un blocco conservatore politico, sociale e culturale, come quello che contraddistingue ormai da anni la situazione nel nostro paese. E qui vi è una prima fondamentale ragione del nostro impegno: riempire quel vuoto a sinistra, dare nella società e dall'opposizione un forte segnale di contrattacco democratico.

A questo fine bisogna alzare una bandiera, ma non basta, anche se la nostra dei comunisti italiani, è un simbolo di così grandi lotte e di così forti tradizioni.

Bisogna mettere in campo le nostre ragioni con una riflessione, presentando il perché del nostro impegno e della nostra iniziativa.

Prima di tutto per la pace. Ciò che è avvenuto, con la guerra nel Golfo, ci impone una analisi, una riflessione. In primo luogo sulle ragioni della crisi del "socialismo reale" e sui suoi esiti. È un fatto che quei regimi non sono stati socialisti, ma statalisti e autoritari, e che questa tragedia deve trovare una conclusione con una nuova prospettiva. Ma la ricetta che viene proposta, la somma di libero mercato e la democrazia parlamentare, non sembra segnare una prospettiva. Una condizione di libertà è stata aperta nella società e nelle istituzioni, ma un assetto sociale ed economico convincente non è stato raggiunto, e si sono determinate minacciose rotture sociali, etniche, nazionalistiche. E sembrano delinearsi anche nuove tendenze autoritarie.

Un interrogativo deve essere proposto. Se sia possibile, anzi, necessario, pensare a una prospettiva in questi paesi che sia socialista e democratica, la caratteristica della quale non sia la proprietà statale, ma forme di proprietà e di gestione sociale, ove la democrazia comincia dalla economia e dalla società per concretarsi nelle istituzioni analogamente bisogna chiedersi se una analisi e una riflessione con le tendenze presenti nei paesi dell'Est, su questioni così decisive, possano farsi da parte di una sinistra occidentale che non si limiti a ritagliare dalle condizioni del capitalismo in cui viviamo le ricette per risolvere la crisi del "socialismo reale".

D'altra parte, la crisi del "socialismo reale" e il superamento della fase più acuta della guerra fredda, non ci hanno consegnato un mondo di interdipendenza pacifica, con un governo democratico mondiale, nel quale possa trionfare una mite tendenza riformista. Questa visione rappacificante, che ha motivato anche lo scioglimento del PCI e la formazione di un nuovo partito della sinistra non comunista, è stata duramente contraddetta dalla guerra, che ci ha improvvisamente rivelato un ben diverso mondo reale. È un mondo attraversato da crisi sociali, etniche, nazionalistiche, da guerriglie annose e incontenibili, dal Medio Oriente all'Africa Occidentale, dal Mozambico all'Angola, all'America centrale, dall'Afganistan, alla Cambogia.

Un mondo che, negli anni '80, ha visto espandersi l'economia dei Paesi Capitalisti del Nord, ma arretrare paurosamente il SUD. E in queste condizioni è avanzato un dominio crescente delle grandi potenze capitalistiche che utilizza la regola di sempre del più forte che sceglie, divide e comanda.

È questa la realtà che emerge dalla guerra del Golfo. È punito Saddam Hussein che ha occupato il Kuwait, ma lo stesso è stato sostenuto quando ha aggredito l'Iran che pareva il maggior nemico dell'Occidente, e quando ha massacrato i Curdi. È denunciato il dittatore iracheno che ha occupato inammissibilmente il Kuwait, ma è aiutato e lodato il dittatore Assad che inammissibilmente ha invaso i territori del Libano, e i Palestinesi sono lasciati da anni in regime di occupazione militare senza alcun efficace intervento internazionale a loro sostegno. Le risoluzioni dell'ONU non sono tutte uguali: per applicarne alcune si fa la guerra; che altre siano sistematicamente inapplicate come quelle per la Palestina, non è un problema. Ma allora, si è mossa nel Golfo dispiegando una spaventosa potenza distruttrice, non secondo una legge universale di giustizia, ma secondo la legge del più forte, che sceglie chi, e dove, punire, chi, dove, premiare. E così si può far apparire il tiranno sanguinario come fosse un eroe, per tanti popoli oppressi, e si possono determinare condizioni che impongano altre presenze militari, contrapposizioni rinnovate di etnie e religioni, nuovi fattori di rotture e conflitti.

E allora non solo ci opponiamo alla guerra, ma rivendichiamo una analisi reale del mondo e poniamo, come comunisti, il problema di quale sia il ruolo delle sinistre in occidente.

Chiediamo se le sinistre occidentali debbano essere sempre solidali con il sistema e le potenze dominanti nel mondo in cui vivono, oppure debbano avere una visione libera e critica, il garantirsi una autonomia politica che corrisponda ad una analisi reale della tendenza al dominio mondiale delle grandi potenze, e che proponga in alternativa una linea di solidarietà e di unità dei popoli.

Noi comunisti sentiamo quindi non la fretta di una adesione di tutta la sinistra italiana all'Internazionale socialista, ma l'urgenza imposta dalla guerra, che questo problema dell'autonomia politica per una unità e solidarietà dei popoli venga posto alle forze di sinistra in tutto l'occidente. Se c'è un atto della nostra storia che ci sembra proprio attuale, è il voto, nel 1914, di quel deputato, allora socialista, che ebbe il coraggio nel Parlamento tedesco di opporsi anche da solo ai fremiti di guerra.

E nello stesso tempo, sentiamo il bisogno di porre anche in Italia un problema altrettanto pressante: la questione sociale nel suo legame con quella istituzionale. C'è una rapporto stretto tra soluzioni sociali e istituzionali. Quando la sinistra affronta i problemi istituzionali come ha fatto Occhetto e il suo gruppo dirigente negli ultimi anni, come se fossero autonomi da quelli sociali, si muove in una direzione due volte negativa. Da un lato perché pone come essenziale per una riforma istituzionale non la partecipazione democratica, non il rapporto diretto fra società e istituzioni, ma il rafforzamento del governo, una maggiore autorità dell'esecutivo. Questo è il senso delle proposte presidenzialiste, o delle leggi elettorali che premiano blocchi e coalizioni, come la legge truffa del 1953. Dall'altro lato perché vuole garantire una forza e una stabilità del governo apparentemente astratto rispetto ai bisogni sociali, ma in realtà ben concrete nel garantire la continuità del rispetto delle compatibilità del sistema.

Abbiamo sentito un mucchio di chiacchiere negli ultimi anni, sulla democrazia e sui diritti. Ma la realtà e ben diversa: una involuzione autoritaria e corporativa in atto che non viene contrastata, ma legittimata dalla linea attualmente prevalente nella sinistra in materia istituzionale, sociale e sindacale.

Ci vuole un cambiamento in termini di analisi e di linea politica. Per questo bisogna partire dalla questione sociale.

Siamo al momento in una fase economica recessiva. Vi sono punti di particolare debolezza strutturale dell'economia Italia, il deficit nei rapporti internazionali e il deficit pubblico, che rendono anche più acuta la recessione in Italia. Ma non vi è una differenza sostanziale nella congiuntura, che riguarda le economie capitalistiche forti, di cui il nostro Paese è parte. Si conclude per tutte un ciclo espansivo molto ampio, fra l'82 e l'89.

Fin dall'inizio dell'anno scorso le forze economiche e politiche dominanti nel nostro sistema, hanno delineato le politiche per rispondere alla nuova situazione. La linea, come sempre nelle occasioni importanti, è stata tracciata a fine maggio 1990 nell'assemblea annuale della Banca d'Italia, ed è chiara. Da un lato blocco dei contratti e compressione delle spese sociali, sia a livello generale, agendo sulla parte sanitaria e le pensioni, sia a livello locale, limitando le disponibilità delle autonomie locali. Dall'altro lato, mantenimento di un alto trasferimento di risorse alle imprese, esclusione di una riforma fiscale che incida realmente sull'enorme evasione, nessun contenimento di quella parte della spesa pubblica che sostiene il rapporto clientelare con il Paese delle forze di maggioranza.

Il carattere conservatore di questa linea è evidente anche dal parallelo processo di privatizzazione selvaggia di parti delle proprietà pubbliche e di selvaggia lottizzazione dei posti nel settore pubblico, fra i partiti della maggioranza.

In questa situazione ha impressionato l'incapacità di risposta, il silenzio, di fatto l'omertà della sinistra e del sindacato. Ci sono state risposte di lotta da parte di lavoratori, degli studenti, dei pensionati, tanto grandi e forti, quanto fra loro divise e isolate, senza che fosse possibile alcun riferimento ad una denuncia delle politiche in atto e ad una linea in qualche modo alternativa.

Questo fatto non è casuale, ha una ragione profonda. Siamo alle conseguenze ultime della vera e propria ritirata sociale e culturale che la sinistra e il PCI hanno iniziato dopo due date precise: il 24 marzo dell'84 e la morte di Berlinguer. Le trasformazioni tecnologiche e organizzative in atto, nella e dopo la crisi degli anni '70 sono state interpretate come la fine non solo di una determinata connotazione di classe, ma anche di definite ripartizioni e accorpamenti della società che siano altro dalla condizione di singoli individui. Da una complessa cultura politica e sociale, che pure è stata la nostra, sia pure con limiti e contraddizioni, siamo caduti nel prevalere di una banale sociologia individualistica, e le conseguenze sono state molto pesanti. È così scomparsa una visione reale delle conseguenze sul lavoro delle trasformazioni tecnologiche e organizzative ove lo sviluppo tecnologico è più avanzato, con una nuova capacità delle macchine ed una nuova tecnica delle comunicazioni, è vero che il lavoro umano è stato sempre più sostituito dalle macchine, ma non è vero che si sia attenuato il controllo ed il comando sul lavoro. Né è mutato il carattere, ma, con l'informatica questo controllo e comando si è esteso anche ad attività lavorative già prevalentemente intellettuali e difficilmente assoggettabili.

Non sono cancellati, ma si propongono nuovi problemi di sfruttamento ed alienazione.

D'altra parte, la riduzione di tutto a merce, ha esteso attività di lavoro senza particolare qualità, nei servizi e anche in parte delle attività produttive, creando una specie di nuovo proletariato, crescentemente alimentato dall'immigrazione.

Dunque non si è cancellata, ma si ripresenta in termini nuovi una connotazione di classe nella società, e una nuova esigenza più complessa, ma non meno pressante, di unità delle classi lavoratrici, di cui la sinistra e il sindacato non si sono resi interpreti. Non solo, ma questo distacco dalla realtà della società è stato inevitabilmente più vasto. Ad un più forte ed esteso comando e controllo sul lavoro, corrisponde un rinnovato e più forte arbitrio nella società delle ragioni del profitto e del mercato, che si contrappone ai bisogni complessi di una società evoluta come la nostra. Ne è colpita l'evoluzione dell'ambiente compromessa da una dilatazione delle attività senza regole e programmi. Crescono le resistenze economiche, materiali, all'affermarsi della differenza sessuale come un valore sociale e civile.

Le nuove generazioni sono strette fra una promessa, in larga parte smentita, di una disponibilità materiale, un'esasperazione della competitività fra individui, un vuoto di solidarietà come valore.

Ma una sinistra ed un sindacato che hanno rinunciato ad un rinnovato discorso non sono nemmeno stati in grado di rendersi interpreti di queste nuove esigenze civili e di libertà, di mettere in comunicazione fra loro e di fare un discorso comune agli operai come agli studenti, sul lavoro come sull'ambiente, sulla liberazione della donna come dato insieme sociale ed istituzionale.

E questa incapacità ha avuto un preciso riflesso politico, sul modo come è stata impostata la questione istituzionale, perché ha fatto scomparire proprio quella istanza della partecipazione democratica che radica nelle istituzioni i rinnovati bisogni di progresso sociale e civile.

Sono questi punti sui quali noi comunisti sentiamo e rivendichiamo la necessità di un rinnovamento politico dalla società verso le istituzioni.

Bisogna porre fine alla ritirata sociale e culturale degli ultimi anni, bisogna ridare voce ai lavoratori ed espressione ai bisogni della società.

A me è successo, partecipando ad un dibattito televisivo, stufo di interventi di professionismo politico, di ricordare che nella politica debbono entrare questioni come i bassi salari, le pensioni inique, la sanità disastrata e costosa, la disoccupazione pure presente. Mi aspettavo che il compagno D'Alema, intervenendo dopo di me, sostenesse la stessa tesi. E invece mi ha accusato di demagogia. Come a dire che la politica è un'altra cosa. NO. La politica proprio questo deve essere. Ma bisognerà battersi organizzando tutte le nostre forze per conquistarla. Un passaggio decisivo di questo rinnovamento sta nel sindacato. È anzitutto decisiva nel sindacato la questione della democrazia. In base ad una sorta di sociologia individualistica, intesa come alibi delle forme moderne di corporativismo, si è sottolineato che il sindacato non può avere un carattere di classe, ma deve essere il sostegno e la difesa dei diritti individuali dei lavoratori. Ma il sindacato è sempre più al suo interno la negazione di questi diritti. Le forme istituzionali dello Stato sono paradossalmente, per un cittadino che svolge un lavoro dipendente, cioè per la parte decisiva della popolazione, più garantiste di democrazia di quanto non lo siano le forme organizzative dei suoi sindacati. Nel sindacato non c'è una regole per l'elezione da parte dei lavoratori dei propri rappresentanti nei luoghi di lavoro non c'è una regola per la designazione democratica delle delegazioni che svolgono le trattative, non c'è una regola per la valutazione degli interessati né sulle rivendicazioni da presentare né sugli accordi. La rappresentanza dei lavoratori è affidata a quelle organizzazioni che tradizionalmente vengono definite "più rappresentative", e che sono certamente tali anche oggi, ma senza che siano previste e regolamentate forme di verifica di questa rappresentatività.

Si sottolinea giustamente l'importanza della soggettività dei lavoratori, nella evoluzione del sistema economico e della società civile. Ma è proprio il sindacato che vorrebbe fondarsi su questa soggettività a negarne la prima e fondamentale libera espressione al suo interno.

Eppure la storia insegna che è anzitutto, nella democrazia sindacale, nelle forme democratiche delle proprie rappresentanze, che il lavoratore trova il modo di esprimersi e realizzare un ruolo socialmente e politicamente non subordinato. I momenti più alti dell'espressione di questo ruolo delle classi lavoratrici sono stati non per caso quelli in cui i lavoratori hanno potuto vivere le forme più dirette della democrazia sul luogo di lavoro. E quelli sono stati anche non per caso i momenti più alti di unità.

I vuoti di democrazia sono anche vuoti di potere contrattuale che ripropongono il problema del ruolo del sindacato. Alla mancanza di verifica democratica corrisponde il trasferimento del ruolo contrattuale dalla base al vertice; dai luoghi di lavoro e dalle organizzazioni di categoria al centro confederale. E lo svuotamento del potere contrattuale viene accompagnato da una trasformazione dei rapporti sindacali sui luoghi di lavoro: da un confronto a relazione subordinata e collaborativa con l'impresa.

Questo processo si è trascinato negli anni ma raggiunge oggi uno sviluppo che si legge in accordi contrattuali e aziendali in questo senso molto significativi, mi riferisco soprattutto al contratto dei metalmeccanici, e anche nel prossimo avvio di una mega trattativa centrale fra Confederazioni, Governo e Associazioni imprenditoriali.

Siamo ormai alla soglia di questa mega trattativa, ma ai lavoratori e al paese il sindacato non ha portato nessun chiarimento sulla sua natura e sui suoi compiti. Questo fatto in ogni vicenda sindacale ha sempre avuto due significati precisi: che si tratta in realtà sulla base delle condizioni poste dalla controparte, in questo caso dal Governo e dalla Confindustria; e che il gruppo dirigente sindacale si riserva il completo arbitrio nella gestione del negoziato.

È possibile che la somma di una carenza di democrazia sindacale e di una involuzione centralistica della contrattazione, porti il sindacato a un ruolo propriamente corporativo. Un sindacato con una struttura forte all'esterno dei luoghi di lavoro basti pensare ai ben più dei ventimila funzionari nelle tre confederazioni - che tutela i lavoratori, in un rapporto con le istituzioni e le rappresentanze imprenditoriali. Ma una tutela di classi lavoratrici subordinate, che non sia rappresentanza diretta dei lavoratori, non è promozione della soggettività dei lavoratori, non è proposta di un ruolo sociale e politico non subordinato delle classi lavoratrici.

Questa preoccupazione è tanto maggiore quando questa involuzione corporativa nel sindacato l'abbiamo fortemente avvertita nelle vicende della guerra nel Golfo. Si può capire che le condizioni dei gruppi dirigenti complessivamente considerati non abbiano consentito la dichiarazione di uno sciopero generale contro la guerra. Ma non è comprensibile, se non in un'ottica appunto corporativa, che questa ipotesi di lotta sia stata scartata, quasi demonizzata da gran parte dei vertici confederali, contrapponendogli una sorta di diplomazia di serie B fatta di contatti tra vertici sindacali di vari paesi. Come se il ruolo del sindacato non fosse anzitutto quello di consentire l'espressione diretta alla volontà di pace dei lavoratori.

Ma dobbiamo fare attenzione, che una involuzione corporativa del sindacato e dei rapporti sindacali, ha poi un effetto politico e pure istituzionale; tende a svuotare i rapporti sociali di ogni rilevante carattere di confronto e di lotta, e nello stesso tempo a precostituire soluzioni di problemi economici e sociali direttamente con l'esecutivo e le rappresentanze imprenditoriali, limitando lo stesso ruolo delle assemblee elettive. È una sponda in questo senso per una evoluzione autoritaria nel paese.

La nostra denuncia deve essere quindi in proposito chiara.

Noi poniamo la questione sindacale in tutta la sua portata sul piano sociale politico e istituzionale. Pensiamo che sia giusto farlo come movimento politico. Ma non vogliamo certo sostituirci al sindacato. Tra l'altro oggi, in termini di apparato, il nostro movimento sta al sindacato nei rapporti di uno contro mille. E nemmeno pensiamo ad una corrente sindacale comunista. L'autonomia sindacale dai partiti deve essere difesa. Sappiamo che, in relazione al prossimo congresso della CGIL, si presenterà una posizione del tutto autonoma politicamente che sarà certo ampia e rappresentativa, rivolta a sostenere un'analisi e una linea che tentano una risposta agli interrogativi che qui abbiamo richiamato. E quello sarà, per chi lo vorrà tra i lavoratori, il terreno del confronto nel sindacato senza interferenze di partito.

Restano in tutta la loro portata politica i problemi aperti della democrazia sindacale e del ruolo del sindacato - anche nella scadenza che va chiarita della trattativa fra governo, sindacati e confindustria - come elemento decisivo della politica di riforma. C'è un aspetto paradossale della discussione in atto sul riformismo: che è una discussione su tutto tranne sulla crisi dello stesso riformismo.

Se per riformismo si intende lotta nella società per specifici bisogni e rivendicazioni sociali, la crisi è evidente. Se per riformismo s'intende il così detto Stato sociale, la crisi è evidente. Se per riformismo si intende stare al governo, vi sono governi di sinistra che fanno una politica uguale a quella dei governi di destra, come in Francia e in Spagna e non parliamo di quanto sta accadendo in Italia. Segni ulteriori di questa crisi sono l'involuzione corporativa nei rapporti sindacali e la tendenza a soluzioni istituzionali che allarghino il potere degli esecutivi e restringano gli spazi della partecipazione democratica.

Non si esce da questa crisi che con la ripresa di un movimento nella società, con la riproposizione dei bisogni sociali e delle esigenze di libertà come scelte primarie, con una forte azione sociale e politica, che prema sulle compatibilità del sistema. Questa è la condizione per una politica di riforme, questa è la condizione per una vera alternativa. Ma quando, come per il PDS, la questione primaria è sbloccare il sistema politico o la riforma istituzionale per rafforzare l'esecutivo e non per la partecipazione democratica, cioè il vero problema è semplicemente andare al governo, allora non c'è l'alternativa né una politica di riforme. C'è semplicemente una sinistra che si è distaccata dai bisogni della società e risolve il suo ruolo nel gestire il governo senza possibilità e ormai senza nemmeno più intenzioni di riforma.

Le conseguenze sono pesanti anche sul piano culturale, perché non è contraddetta la tendenza a una normalizzazione della cultura e all'esasperazione dei dati tecnologici, come fossero primari e dominanti e non prodotti e dominati. E invece deve essere proposto nuovamente quel fondamentale assunto critico della cultura, senza il quale il ruolo degli intellettuali è ridotto ad una crescente subalternità, a un piatto consenso al potere dominante e alle sue idee quasi fosse in questo il progresso e non invece nel coraggio della contestazione e dell'originalità.

Dobbiamo lanciare su questo un vero allarme. C'è bisogno di una sfida politica e culturale contro il ripiegamento conservatore e autoritario in atto.

Noi comunisti, come già sul tema della guerra, intendiamo proporre alla sinistra l'esigenza decisiva della sua autonomia rispetto ai caratteri e alle compatibilità del sistema, del suo ruolo prioritario nella società, di non esaurire il suo compito in termini di gestione entro una crisi delle istituzioni democratiche. Però noi comunisti non possiamo avanzare su questa linea senza autonomia. Una autonomia che esige una elaborazione e un'azione che non possono stare nei limiti di una corrente in un partito non comunista, come il PDS. In questi limiti - anche l'esperienza della lotta del NO nel PCI dopo la Bolognina lo dimostra - il confronto è più entro i gruppi dirigenti che in rapporto con la società. È più un fatto di professionismo politico che di iniziativa e nel tempo la stessa divisione finisce col provocare reazioni centralistiche.

Ci vuole una piena autonomia culturale, politica e organizzativa dei comunisti, e proprio da questa posizione può meglio essere ripreso nella chiarezza un discorso unitario, proponendo il merito dei problemi, i contenuti per una dialettica e per un'azione della sinistra. Questo era il senso della nostra proposta di Federazione e questo è in particolare il valore della nostra collaborazione con i compagni della mozione di Rifondazione Comunista che sono entrati nel PDS.

Vi è chi ha rivelato una contraddizione fra la nostra orgogliosa rivendicazione di autonomia e questa proposta, e in più generale i nostri intenti unitari. Ma non c'è contraddizione. La più straordinaria e orgogliosa affermazione di autonomia dei comunisti, il Manifesto dei comunisti del' 48, conclude con la parola d'ordine "Proletari di tutto il mondo unitevi", ma poche righe prima afferma che i "comunisti lavorano all'unione e all'intesa dei partiti democratici".

Non abbiamo aderito al PDS, abbiamo lanciato il Movimento per la Rifondazione Comunista. Ci dicono che rischiamo di essere un piccolo partito, di vivere solo un episodio limitato, come fu già per il Psiup e il Pdup. Credo che nessuno di noi ignori questo pericolo. Ma conoscere un rischio non deve significare arrendersi. Certo non abbiamo già ridefinito le fondamenta di idee e di programmi del Partito Comunista, che quasi direi sogniamo di costruire. Certo dobbiamo il massimo rispetto a chi chiede di riflettere ancora, prima di scegliere in questo senso. Ma nello stesso tempo era necessario un punto di riferimento comunista, bisognava affermare l'esigenza di una continuità della presenza comunista e darne una dimostrazione, occorreva scommettere sulla necessità di una rifondazione comunista.

L'abbiamo fatto, credo di poter dire che per tanti il Movimento per la rifondazione è stato avvertito come una liberazione, e non solo dal rischio di scomparire della cultura e dell'impegno dei comunisti, ma anche dai limiti angusti in cui aveva finito per chiudersi la stessa dialettica e militanza nel PCI.

Vanno ribaditi i caratteri propri di rifondazione in questo nostro impegno. Il primo carattere, non vi faccia sorridere, è che siamo comunisti, che vogliamo cioè animare questa grande idea di critica del mondo per cambiarlo e di liberazione degli umani. Il secondo carattere è che noi vogliamo valorizzare la nostra tradizione e la nostra cultura, ma in un severo filtro critico. Vi sono quattro limiti nel PCI che specificatamente noi vogliamo sottoporre ad un'analisi critica: il rapporto non organico con molti elementi del grande movimento di massa degli anni '60; le politiche non alternative alla DC degli anni '70; le politiche dell'emergenza; la ritirata sociale e culturale dopo 1'84. Siamo critici verso il PCI perché è la condizione per porre le basi culturali e politiche di un nuovo partito comunista. Il terzo carattere della Rifondazione Comunista è che, per essere tale, è appunto movimento; non è partito prematuramente ricostituito da gruppi limitati, è un processo animato da centri diversi, che chiede collaborazione, anche su questioni specifiche e per determinate iniziative, che non ammette una struttura piramidale e una centralizzazione.

Un movimento dunque, una repubblica di uguali e di liberi; anche per questo non abbiamo voluto che si parlasse di segretari, di direzioni, di comitati centrali, ma solo di coordinamenti. Anche la forma conta. Liberi e eguali, dunque, ma associati. E associati perché i comunisti vivono come tali, non isolati. E anche perché abbiamo bisogno di autofinanziamento: non abbiamo altri sponsor se non noi stessi.

Facciamo avanzare questo processo, nel quale ognuno di noi è altrettanto responsabile e importante, su ogni piano, di qualunque altro. Ognuno di noi ha il mattone e la calce per la rifondazione. L'impressione di questi giorni è che mentre in altre parti della sinistra ci sono stati maggiori senza esercito, noi adesso siamo soprattutto un esercito. Non è affatto detto che sia un male. Anzi: ci sono fra noi tanti giovani sarà bellissimo che siano anche loro, nuovi militanti, a dirigere e a portare avanti questo processo.

Quanti siano precisamente gli associati, ancora non sappiamo dirlo. Ma siamo già, dopo due settimane, molte migliaia in tutta Italia. Ed è positivo che si siano formati centri comunisti anche diversi. È bene che il processo sia libero e articolato.

Trarremo fra due mesi il primo bilancio, decideremo insieme a fine aprile come e in quali forme procedere avanti.

Intanto sentiamo che, mentre continua una campagna che vuole isolarci, etichettarci, metterci in un canto è già comparso negli organi di informazione e nello stesso mondo politico come un rispetto verso di noi. Hanno dovuto riconoscere che a noi interessa il merito dei problemi, che tentiamo di essere coerenti, ma pacati e sereni nel ragionare, che sosteniamo l'autonomia dei comunisti, ma non siamo settari. Ma è meglio non farsi illusioni.

L'impresa della rifondazione comunista, di far diventare realtà il "sogno" di un nuovo partito comunista, è tale da chiedere un impegno e un coraggio straordinari.

Ma di una cosa siamo certi: che ne vale la pena.