PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

V Congresso Nazionale

Emendamenti tesi maggioranza

TESI 14 (alternativa)
GLOBALIZZAZIONE IMPERIALISTA,
LOTTA PER LA PACE E SCIOGLIMENTO DELLA NATO

(sostitutiva delle tesi 14 e 15)

Siamo per lo scioglimento della Nato, strumento di guerra e di espansione imperialista, di condizionamento dell'autonomia dell'Italia e dell'Europa da parte degli Stati Uniti. Siamo per l'allontanamento di tutte le basi militari straniere, di tutte le armi nucleari dislocate in Italia. Siamo per la ratifica degli accordi di Kyoto sull'ambiente, per la difesa del trattato Abm del 1972 che vieta ogni ipotesi di scudo spaziale; per trattati vincolanti e verificabili contro la militarizzazione dello spazio, che vietino nuovi test nucleari e mettano al bando tutte le armi di sterminio: atomiche, chimiche e batteriologiche, che pesano come un incubo sul futuro dell'umanità.
In nome della "lotta al terrorismo internazionale", gli Usa - che non per caso si oppongono ai trattati sul disarmo - stanno attuando una linea di supremazia militare globale per vincere la competizione per l'egemonia nel 21 secolo. I teatri di guerra dell'ultimo decennio (Iraq, nel cuore del Medio oriente; Balcani e Afghanistan, nel cuore dell'Eurasia) investono regioni in cui si trovano le più grandi riserve energetiche del pianeta (petrolio e gas naturale) e gli oleodotti e i gasdotti che le trasportano. Il loro controllo assicura posizioni dominanti nell'economia mondiale.
Nel 1945 gli Usa esprimevano il 50% dell'economia mondiale (Pil), oggi sono il 25%, pari all'Unione europea. Il Giappone è all'11%. Secondo l'Ocse, tra un ventennio le tre maggiori entità del mondo capitalistico - e segnatamente gli Usa - vedrebbero dimezzate le rispettive quote, a vantaggio di nuove potenze regionali emergenti (Brasile, Indonesia, Russia, Cina, India, mondo arabo ). La prospettiva di un mondo sempre più multipolare induce la parte più aggressiva dell'amministrazione Usa a contrastare la possibile perdita del primato economico attraverso il conseguimento di una schiacciante superiorità militare sul resto del mondo, se necessario con la guerra. Sono in primo luogo gli Usa che hanno voluto la guerra in Iraq, in Serbia, in Afghanistan. Gli altri paesi della Nato (e il Giappone), quando vi hanno preso parte anche militarmente, lo hanno fatto consapevolmente, per non rimanere esclusi dalla spartizione delle zone di influenza che ogni guerra comporta. Come dimostrano anche i contrasti connessi alla formazione del nuovo governo di Kabul, non esiste una "coalizione internazionale" con basi strategiche e durature tra Stati Uniti, Europa, Giappone, Russia, Cina, India, Pakistan, paesi arabi (realtà tra loro troppo diverse per struttura sociale, profilo politico e interessi geo-strategici). Vi sono invece interessi di Realpolitik, fondati su convenienze reciproche e congiunturali, che non prefigurano alcun "direttorio mondiale" unificato.
Non esiste né un mondo né un "capitalismo globale" compatto e omogeneo, privo di contraddizioni tra i grandi capitalismi e imperialismi nazionali o regionali, e tra i rispettivi Stati nazionali o raggruppamenti di Stati (Unione europea) che ne supportano gli interessi nella competizione globale. I capitali di comando delle prime 200 società multinazionali che condizionano l'economia e la finanza mondiale, pur avendo filiali in tutti i continenti, sono in buona parte riconducibili a questo o quel gruppo nazionale, solidamente intrecciate col potere politico del proprio Stato (come è il caso della Fiat in Italia, della Toyota in Giappone, della General Motors negli Usa, della Volkswagen in Germania). Ciò spiega anche la competizione tra dollaro, marco e yen; i forti contrasti che continuamente si ripropongono ai vertici del Wto, che hanno fatto fallire quello di Seattle e messo in crisi l'ultimo a Doha; i ricorrenti contrasti Usa-Ue (e nell'Unione europea), sulla difesa militare, su Echelon, sul profilo politico-istituzionale dell'Unione e sul suo allargamento ad Est, sui rapporti con Israele, col mondo arabo, coi Balcani o con l'Africa australe, dove le guerre per procura hanno causati negli ultimi anni tre milioni di morti solo in Congo. La crisi recessiva accentua la competizione per l'egemonia.
Globalizzazione capitalistica, imperialismo e competizione globale sono facce di un'unica medaglia, non categorie interpretative tra loro incompatibili. E' necessario un aggiornamento dell'analisi dell'imperialismo contemporaneo, che tenga conto delle modifiche dei processi di accumulazione. Ma non si giustifica l'abbandono di questa categoria interpretativa, che resta parte essenziale dell'analisi teorico-politica delle forze comuniste e rivoluzionarie del mondo intero (da Cuba alle Farc colombiane, dai comunisti del Sudafrica a quelli indiani e palestinesi, che la realtà dell'imperialismo la vivono quotidianamente e brutalmente sulla loro pelle). Anche il capitalismo dei tempi di Marx era molto diverso da quello attuale, ma continuiamo a definirlo così perché ne conserva le fondamenta "sistemiche", a partire dal conflitto irriducibile tra capitale e lavoro.
Lenin indicava così "i cinque principali contrassegni" dell'imperialismo: la concentrazione della produzione e del capitale in grandi monopoli, divenuti oggi enormi complessi multinazionali; la fusione di capitale bancario e capitale industriale - il capitale finanziario - e la formazione di un'oligarchia della grande finanza (le cui caratteristiche odierne, accentuatesi, sono ben descritte nella Tesi 5); il crescente livello dell'esportazione di capitali rispetto all'esportazione di merci; il sorgere di associazioni internazionali di capitalisti che si spartiscono il mondo e la conseguente competizione tra le maggiori potenze capitalistiche per la ripartizione delle zone di influenza, che è oggi sotto gli occhi di tutti. L'analisi dei tratti più nuovi dell'imperialismo dei giorni nostri è compito imprescindibile di una ricerca aperta che non pretenda di giungere affrettatamente a definizioni conclusive.
La competizione tra paesi capitalistici - che non sempre e non necessariamente produce guerre mondiali (tanto più quando, come oggi, lo strapotere militare di uno di essi è soverchiante) - ha i suoi momenti di concertazione e di coordinamento (Fmi, Banca mondiale, Wto, G7-G8), volti a preservare gli interessi complessivi del sistema, a mediare i suoi contrasti interni cercando di impedirne una rovinosa precipitazione. Ma questi organismi sono dominati dai maggiori Stati capitalistici del mondo, non già da un anonimo "capitale globale". E quando scoppiano le guerre, sono questi Stati a condurle, da soli o in coalizione con altri. Il punto è che non tutti gli Stati sono uguali: mentre le maggiori potenze imperialistiche, a partire dagli Usa, vedono un rafforzamento della loro funzione politica e militare nella competizione mondiale (anche attraverso il controllo di governi "amici" e subalterni), la grande maggioranza degli Stati nazionali piccoli e medi soffre una crisi profonda, vede una crescente riduzione di ruolo e di effettiva sovranità in un mondo sempre più dominato dall'imperialismo.
Il pericolo di una guerra globale nel 21 secolo (evocato anche dal Papa), della cui possibilità parlano apertamente alcuni dei dirigenti più oltranzisti dell'amministrazione Bush, e di un allargamento della guerra in corso ben oltre i confini dell'Afghanistan, ripropone l'imperativo non più rinviabile della costruzione di un nuovo movimento mondiale per la pace, che comprenda forze politiche e sociali, sindacali e religiose, popoli e governi di ogni continente. Un movimento di cui sia forza propulsiva il nuovo movimento "no global", che assuma la lotta contro la guerra come asse portante della propria identità e unità e rafforzi il suo legame col movimento operaio. Capace di integrare e connettere le aspirazioni convergenti dei "popoli di Seattle" e di Porto Alegre con quelle dei "popoli di Durban".
Vi è qui un compito primario per i comunisti, per tutte le forze rivoluzionarie, antagoniste e antimperialiste del mondo, che - nel rispetto delle diversità e dell'autonomia di ognuno - debbono rafforzare solidarietà e impegno comune, superando chiusure nazionali e tentativi artificiosi di divisione, di fronte a gravi minacce alla pace e a fondamentali libertà democratiche. Sapendo che la lotta contro la guerra impone la costruzione di uno schieramento mondiale il più largo possibile, che sappia concentrare le forze contro i settori più aggressivi dell'imperialismo, soprattutto americano, che puntano al peggio. Quando vediamo che, in nome della lotta al terrorismo, cominciano a operare negli Stati Uniti tribunali speciali, non vincolati al rispetto della Costituzione, dove si comincia a distinguere tra i diritti dei cittadini americani e quelli degli immigrati (per lo più di colore), una riflessione si impone sull'intreccio perverso di autoritarismo politico, razzismo e spinta alla guerra, che questa nuova fase dello sviluppo imperialistico può portare in grembo nel 21 secolo che ci attende.


TESI 30 (alternativa)

IL FALLIMENTO STRATEGICO DEL CENTROSINISTRA E DEI DS

La sconfitta elettorale del centrosinistra, nella primavera del 2001, è stata prima di tutto una sconfitta in proprio. Non è stata cioè determinata dalla crescita di consensi del centrodestra, ma dal mancato recupero di una parte consistente del proprio elettorato, deluso dal quinquennio di governo dell'Ulivo. Un esito critico non solo nazionale: il centrosinistra "mondiale", da Clinton a Blair, ha fallito nella sua scommessa principale, quella di realizzare un neoriformismo di tipo liberista, sia pure graduale e temperato. In Italia, questo fallimento ha assunto la fisionomia di scelte economiche, sociali e istituzionali distinguibili da quelle del centrodestra soltanto dal punto di vista quantitativo: in particolare, ha prevalso la logica delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni, del progressivo deperimento del ruolo redistributivo dello Stato, della subalternità ai grandi potentati economici. L'Ulivo è apparso alternativo al centrodestra solo sul terreno di alcuni valori di civiltà, senza che ne siano per altro seguite pratiche politiche davvero caratterizzanti.
In questo contesto, spicca la crisi dei Democratici di sinistra, che il recente congresso di Pesaro non ha risolto, ma se mai aggravato: giacchè, analogamente a quello che accade nel sindacato, non si tratta di difficoltà occasionali, ma di uno spiazzamento e di un disorientamento di fondo. Tuttavia le varie espressioni della sinistra Ds, oltre che dello schieramento verde, vanno considerate con attenzione quando si sottraggano ad una deriva neoliberale ed incontrino le istanze di lotta contro il liberismo e contro la guerra.
Più in generale, i gruppi dirigenti della sinistra moderata appaiono non solo incapaci di uscire dalla gabbia dell'alleanza di centrosinistra e di avviare una revisione critica del proprio orizzonte liberale e liberista, ma sostanzialmente prigionieri di una continua rincorsa verso il centro, e verso la ricollocazione neocentrista dell'Ulivo. La crisi d'identità e di fisionomia dei Ds, che tormenta il partito ormai da più di dieci anni - dalla svolta della Bolognina e dallo scioglimento del Pci - si va sciogliendo quasi interamente in direzione liberale e centrista.
La scelta di appoggiare la guerra globale di Bush ne è la conferma più chiara ed angosciante. La deriva neo atlantica da tempo presente nei Ds con questa scelta si trasforma in linea politica.
In questo quadro assai preoccupante, va valuta con interesse ed attenzione la posizione della sinistra dei Ds, emersa anche nel congresso di Pesaro, che pure interna ad una posizione riformista ha manifestato la propensione a non schiacciarsi verso il centro, nella ricerca di scelte politiche più radicali rispetto al liberismo dominante e manifestando un interesse positivo verso le istanze proposte dal movimento antiglobalizzazione.
E' un segnale che non va enfatizzato ma neppure sottovalutato nella nostra più generale propensione a consolidare anche nella sfera politica come in quella sociale ogni relazione possibile, utile a sviluppare la lotta contro il liberismo, contro la guerra, contro gli effetti devastanti della globalizzazione.

CONFALONIERI, FERRARI, BORDO, BOZZI, Giovanna CASATI, COLZANI, MARAGLINO, PRANDINI, SCIANCATI, BANDINELLI

TESI 37 (alternativa)
LA NOSTRA PROSPETTIVA

La costruzione, come obiettivo strategico di fase, di una sinistra alternativa si lega come passaggio alla prospettiva di una alternativa di governo, sbocco di un percorso politico e della creazione di uno schieramento sociale in grado di sconfiggere il blocco delle destre.
In questo quadro la prospettiva della sinistra plurale, cioè di un campo più ampio di quello sin qui descritto e il coinvolgimento in esso di settori consistenti della sinistra moderata e riformista rimane irrinunciabile, pur apparendo nell'immediato il cammino reso più difficile e tormentato dalle scelte compiute dalla maggioranza dei Ds e dell'Ulivo di schierarsi con la guerra e con l'ingresso nel conflitto da parte del nostro paese, cui si aggiunge una crescente insensibilità verso le questioni sociali e la subordinazione culturale e politica ai paradigmi del liberismo.
Per tutti questi motivi dobbiamo sapere articolare la nostra proposta politica, trovare le forme per portarla sul terreno, per noi strategico e decisivo, della società e dei movimenti, ove dobbiamo spostare con decisione il baricentro della nostra iniziativa per una uscita plurale e dal basso dalla crisi della sinistra. Nello stesso tempo dobbiamo praticare la nostra proposta nelle istituzioni e nel sistema delle relazioni politiche a ogni livello.
Dobbiamo perciò sapere condurre direttamente vertenze territoriali, sulla base di un'articolazione di obiettivi che nessuna piattaforma per quanto perfetta può da sola risolvere, ma da cui anzi quest'ultima deve essere continuamente arricchita.
Dobbiamo intendere e praticare la nostra presenza negli Enti Locali sia come costruzione di elementi di controtendenza rispetto al quadro politico nazionale - nelle modalità di governo e nelle relazioni e alleanze politiche -; sia come capacità di fare avanzare in modo concreto gli obiettivi e le rivendicazioni che partono dalla individuazione dei bisogni popolari; sia per mantenere aperta e viva l'interlocuzione tra i movimenti e gli organi di governo locale, sia per avanzare nuove esperienze che permettano di tradurre in pratica un incrocio tra democrazia diretta e delegata, e quindi per iniziare dal basso un processo di ridemocratizzazione su basi nuove della nostra società. L'istituto del "bilancio partecipato" che ci giunge dall'esperienza della municipalità di Porto Alegre, rappresenta in questo quadro un'esperienza preziosa e paradigmatica da generalizzare e applicare alle nostre condizioni.

CONFALONIERI, FERRARI, BORDO, BOZZI, Giovanna CASATI, MARAGLINO, COLZANI, SCIANCATI, BANDINELLI

TESI 38 (alternativa)

UN NUOVO MOVIMENTO OPERAIO E DEI LAVORATORI

Dal punto di vista sociale il nostro agire si rivolge in primo luogo a tutti i soggetti sociali vittime di uno stato di sfruttamento e di alienazione. Come abbiamo visto la rivoluzione capitalistica restauratrice intervenuta in questi anni ha provocato uno sconvolgimento nella morfologia delle classi subalterne e in particolare un processo di ampliamento e di frantumazione del lavoro a diverso titolo subordinato. Da un lato infatti le figure sociali hanno perso contorni netti -si pensi alla moltiplicazione e allo sminuzzamento delle posizioni contrattuali-, dall'altro lato assistiamo ad una sussunzione diretta nel processo di valorizzazione del capitale di figure, o di attività in capo alle stesse persone, che un tempo si collocavano nel campo della riproduzione della forza lavoro, cioè fuori dal lavoro produttivo inteso in senso stretto. Non si tratta di fenomeni assolutamente nuovi, come non è un'invenzione di adesso, il dibattito sui confini che separano il lavoro produttivo da quello improduttivo, quello materiale da quello intellettuale, ma è indubbio che questi fenomeni sono oggi assai ampliati rispetto al passato. Il lavoro, che è sempre astratto dal punto di vista del capitale, oggi assume una forma che concretamente si avvicina a questo suo carattere.
Accanto all'enorme crescita della precarizzazione, aumenta la disoccupazione di massa che è più che raddoppiata rispetto agli anni '70. Si manifesta un processo di crisi nell'estensione del rapporto di lavoro salariato, nel senso che molte attività sono a tutti gli effetti lavori al servizio diretto del capitale - e dunque il lavoro non solo non finisce, ma si estende -, anche se non vengono economicamente e socialmente riconosciute come tali. Questo fenomeno conferma in sé una carica potenzialmente rivoluzionaria, poiché indica l'irriducibilità di fondo del lavoro vivo ad essere integralmente sottomesso al capitale. La contraddizione capitale-lavoro è dunque sempre più acuta e generalizzata nella società, ma i soggetti che investe sul versante del lavoro, e sui quali si articola sono molteplici e divisi. Conseguentemente l'individuazione dei referenti sociali nella costruzione dell'alternativa non può essere affidata ai paradigmi del passato, né si può concepire lo schieramento sociale dell'alternativa come una semplice riedizione dei classici concetti di blocco sociale, per cui attorno alla classe rivoluzionaria per eccellenza, che costituiva il motore umano del processo produttivo, andavano uniti ceti superiori o le classi che avevano perso di centralità a causa del pieno avvento del capitalismo industriale. Il problema principale è oggi ricomporre l'insieme dei soggetti vittime dello sfruttamento e dell'alienazione che sono divisi e contrapposti dalla ristrutturazione capitalistica, in un nuovo movimento operaio, e per questa via poter anche riformulare una nuova concezione di blocco sociale, capace di raccogliere e rivolgersi all'insieme delle figure lavorative sfruttate e alienate, ai ceti intermedi, ai poveri e agli esclusi. Le recenti esperienze di lotta che vedono assieme i metalmeccanici con il nuovo movimento no-global, anche grazie ad un comune tratto generazionale, indicano che questo obiettivo è non solo necessario ma possibile.
In esso possono avere più peso le figure sociali che occupano i luoghi decisivi della produzione di plusvalore all'interno del processo di accumulazione capitalistica, ma la loro individuazione resta un compito, non solo un dato di partenza. Per queste ragioni l'individuazione dei referenti sociali della nostra azione politica comincia con il lavoro di inchiesta: perché solo attraverso questo è possibile conoscere le condizioni e i bisogni di queste figure sociali e stabilire con esse una relazione dinamica che già di per sé costituisce una pratica politica e non solo conoscitiva.

CONFALONIERI, FERRARI, BORDO, BOZZI, Giovanna CASATI, COLZANI, MARAGLINO, SCIANCATI, BANDINELLI

TESI 39 (alternativa)
LA CRESCITA DEL MOVIMENTO


L'irrompere sulla scena mondiale del "popolo di Seattle" non ha trovato impreparata Rifondazione comunista: per merito sia dell'impianto analitico di cui il partito si era da tempo dotato (sulla rivoluzione capitalista, sui nuovi processi di globalizzazione, sui segnali di crisi di questi processi) sia della sua capacità di essere, con la propria soggettività, parte integrante del movimento, contro ogni antica tentazione di coscienza esterna. Grazie anche alla pratica politica dei Giovani comunisti, il ruolo del Prc all'interno del Genoa Social Forum è risultato evidente ed importante, proprio perché non determinato da pretese egemoniche.
In questa fase, in cui il movimento ha dato in più occasioni ottima prova di sé e della sua capacità di tenuta e nel contempo sta affrontando una impegnativa discussione sulle proprie prospettive e sulle proprie modalità organizzative, riteniamo utile precisare il nostro indirizzo. Riconfermando la scelta strategica della nostra internità al movimento, il nostro impegno organizzativo, politico e culturale finalizzato alla sua crescita, noi riteniamo che i nodi prioritari di questa fase siano:

1. LA CRESCITA DEL MOVIMENTO, intesa come la sua capacità di persistenza, sviluppo, efficacia, al di là delle scadenze imposte dall'avversario costituisce l'obiettivo centrale. Per questo non vi è un problema di sbocco politico del movimento separabile dalla sua crescita e dal suo sviluppo, nella consapevolezza che i movimenti di massa non hanno necessariamente un andamento lineare, né sono a fortiori tenuti al "confronto" con appuntamenti istituzionali: insomma, nella scelta autonoma dei tempi e dei ritmi della lotta, si esercita fino in fondo la loro sovranità.

2. L'UNITA' DEL MOVIMENTO, così ricco di articolazioni interne, così variegato nelle sue anime e nelle sue opzioni generali, è un bene prezioso, comunque da salvaguardare in termini reali, politici e non "politicistici". Una sfida non semplice, che non potrà svilupparsi su basi puramente soggettivistica o volontaristica: le tendenze alla divisione, se non alla scomposizione e\o all'autonomizzazione delle singole componenti, sono forti e fondate sul pluralismo delle soggettività che compongono il "popolo no global". La costruzione - non frettolosa e consensuale - di un profilo programmatico alto, unito ad un profondo rispetto delle differenze presenti nel movimento, alla capacità di far vivere obiettivi riconoscibili, all'allargamento continuo del movimento oltre i suoi confini, è un impegno che proponiamo, al tempo stesso, a noi e ai soggetti attivi della protesta.

3. LA COSTRUZIONE DEI SOCIAL FORUM cittadini, di paese, di quartiere è, anche rispetto ai fini di questa crescita, uno strumento indispensabile. Essi sono da sviluppare e potenziare con l'attenzione a non trasformarli nei fatti in intergruppi, ma in sedi reali di aggregazione e proposta, capaci ogni volta di coinvolgere soggetti e soggettività finora esclusi - o autoesclusi - dalla politica. Qui si colloca quel lavoro di unificazione tra figure sociali diverse - tra i lavoratori e i giovani, prima di tutto, tra i garantiti e i non garantiti, tra gli operai e gli studenti, tra i "nativi" e i migranti - di cui il movimento non può fare a meno. Si tratta, appunto, di un livello di unità, di interlocuzione diretta, di confronto ravvicinato che non può che avvenire dall'interno delle soggettività e dei bisogni, ma anche in rapporto a eventi concreti, come vertenze di zona, di territorio, di ambiente, che costruiscano via via una conflittualità generale e articolata.

4. L'ALLARGAMENTO DELLA PRATICA DELLA DISUBBIDIENZA CIVILE E SOCIALE. Non si tratta solo di una metodologia, ma di un contenuto: la capacità di trasferire e rielaborare la violazione delle zone interdette dai grandi summit del potere alla messa in discussione delle infinite "zone rosse" che compongono la vita quotidiana, e la sfera della vita civile. La capacità di mettere in campo pratiche di disubbidienza civile, dagli scioperi alla rovescia dei disoccupati alla valorizzazione sociale degli spazi urbani dismessi all'obiezione fiscale alle spese militari, è una delle leve di radicamento sociale e territoriale del movimento e di avanzamento del medesimo. La "pratica dell'obiettivo" deve essere tolta dalla dimensione estetica del "gesto esemplare" per essere riconsegnata alla pratica collettiva di un percorso di lotta che intreccia rivendicazione e autogestione.

5.LA NONVIOLENZA, pratica di lotta non distrutttiva e, insieme, disubbidienza a leggi ingiuste, è la metodologia da un lato più in sintonia con l'anima profonda del movimento e dall'altra più efficace per combattere un potere che si presenta fortemente caratterizzato dal suo volto repressivo e che punta a trasformare la questione sociale in questione di ordine pubblico. Essa non va intesa come negazione del conflitto, e neppure della forza, ma all'opposto gestione altra, e più alta, del conflitto stesso: per essere efficace, infatti, questa scelta chiede un'organizzazione più e non meno forte, più e non meno capillare. Essa è parte integrante di quella riforma della politica - che riguarda i partiti come i movimenti - che implica il rifiuto di ogni militarizzazione del proprio agire e che assume la coerenza tra fini e mezzi come dato d'identità. In questo senso, nell'epoca della globalizzazione neoliberista, la pratica disubbidiente della nonviolenza è, in verità, ubbidienza ai valori più radicali della democrazia, della fratellanza, insomma, dell'umanità.

CENTRALITA' DEL MOVIMENTO OPERAIO E DEL CONFLITTO SOCIALE
La ripresa del conflitto operaio (e più in generale dell'iniziativa di lotta dei lavoratori) costituisce l'altra grande novità, insieme alla nascita del movimento pacifista e no global, della fase che si è aperta. Di ciò sono testimonianza lo sciopero e le grandi manifestazioni dei metalmeccanici del 6 luglio e del 16 novembre, quelli della scuola e del pubblico impiego, la compatta sospensione del lavoro con i cortei interni alla Fiat e più in generale le mobilitazioni che si stanno producendo in difesa dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, contro la destrutturazione delle regole del mercato del lavoro e dello stato sociale. A nessuno può sfuggire l'importanza che tale ripresa del conflitto assume dopo anni di pace sociale, caratterizzata da una asfissiante pratica concertativa
Il conflitto non torna soltanto ad investire realtà in cui le capacità di lotta si erano affievolite, ma coinvolge una giovane generazione di lavoratori che per la prima volta si affaccia sulla scena politica, e vede partecipi fasce rilevanti di precariato che dimostrano la propria disponibilità a lottare pur in presenza dei ricatti derivanti da un rapporto di lavoro frammentato in misura sempre maggiore. Infine, risulta evidente che tale conflitto trascende l'immediatezza della condizione di lavoro assumendo un carattere più generale.
Non solo. La ripresa di un conflitto di classe nel nostro Paese crea le premesse per la costruzione di uno schieramento sociale ampio. Da questo punto di vista, un obiettivo fondamentale è rappresentato dalla saldatura fra mondo del lavoro e movimento no global. Tale saldatura fino ad oggi si è verificata, ancora troppo saltuariamente, a partire da Genova, con il concorso determinante della FIOM oltre che del sindacato extraconfederale. Non vi è dubbio, tuttavia che nella prospettiva della costruzione di uno schieramento sociale in grado di sostenere una piattaforma di opposizione, molto resta da fare. E non solo perché va coinvolto in modo più esteso lo stesso mondo del lavoro, ma perché occorre che emergano proposte programmatiche unificanti e occorre che tale unificazione si esprima compiutamente sul terreno della lotta e della mobilitazione comune.
A livello generale, queste dinamiche dimostrano che nell'attuale fase della globalizzazione capitalistica permane ed anzi si potenzia, in tutta la sua obiettiva e visibile dirompenza, la contraddizione capitale-lavoro: dalle grandi imprese essa si estende alle realtà produttive minori toccando le fasce di lavoro frammentato, delocalizzato, precarizzato dai nuovi modelli dell'organizzazione produttiva, creando le premesse per un processo di ricomposizione attorno a comuni interessi di classe. Le diverse soggettività, i diversi luoghi del lavoro subordinato: qui troviamo ancora il principale motore del conflitto. La complessità delle articolazioni sociali, unificate dal comune interesse di battere lo sfruttamento di cui sono vittime, non fa svanire ma al contrario conferma il carattere dominante delle contraddizioni di classe. Non corrisponde al vero, quindi, la tesi secondo cui il "post-fordismo" avrebbe fatto scomparire il lavoro salariato e gli stessi luoghi fisici nei quali esso si svolge, dissolvendoli in mille rivoli inafferrabili. Restano peraltro numerosi, anche nel nostro paese, i grandi insediamenti lavorativi, con una presenza di centinaia e in qualche caso di migliaia di lavoratrici e lavoratori.
L'assunzione della centralità della classe operaia e della contraddizione capitale-lavoro non comporta la sottovalutazione dei profondi mutamenti della società, dei processi produttivi e della composizione di classe. Obiettivo prioritario del movimento operaio e dei comunisti resta ancor oggi la ricomposizione e l'organizzazione in termini di soggettività politica delle diverse articolazioni del proletariato messo al lavoro (dal salariato classico al post-salariato, dal lavoro dipendente tradizionale al lavoro autonomo "eterodiretto", dal precariato alle aree del lavoro "atipico" e sommerso), in quanto soggiacciono a una comune condizione di subalternità.
Il partito è chiamato ad un impegno forte a sostegno delle istanze espresse dal mondo del lavoro. Occorre pazientemente riprendere i fili che abbiamo cominciato a tessere a Treviso, aggiornando gli assi di fondo che hanno guidato i lavori di quella conferenza, a cominciare dall'inderogabile esigenza di ridare compiutamente voce ai lavoratori attraverso l'approvazione di una legge che finalmente sancisca criteri democratici di rappresentanza sui luoghi di lavoro. E' necessario appoggiare, dentro e fuori le istituzioni, le vertenze a difesa dei posti di lavoro oggi sotto attacco; rilanciare le nostre proposte per il riallineamento periodico e automatico delle retribuzioni e delle pensioni all'inflazione reale; favorire l'incontro di lavoratori 'tipici' e 'atipici', reclamando nuove "rigidità" nei rapporti di lavoro e l'estensione dei diritti garantiti dallo Statuto dei lavoratori ai precari e alle aziende sotto i 15 dipendenti; porre ancora all'ordine del giorno l'acquisizione di livelli normativi e contrattuali certi e valorizzare il ruolo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie in ogni luogo di lavoro, investendovi risorse umane ed economiche. In questa prospettiva, poi, la riproposizione forte della questione salariale e della riduzione d'orario a parità di salario rappresentano terreni oggettivamente unificanti.
L'impegno per la crescita del movimento dei lavoratori, per la realizzazione di uno schieramento sociale più ampio, per la convergenza all'interno di una comune piattaforma sociale costituiscono obiettivi fondamentali dell'iniziativa del partito. Senza questo orizzonte il suo stesso ruolo come soggetto politico sarebbe inadeguato rispetto alla complessità della fase. Peraltro, solo in questa prospettiva è possibile seriamente porsi il problema dell'opposizione al governo delle destre. La natura dell'attacco che infatti viene condotto dal governo, investendo elementi essenziali della vita sociale, dall'aggressione allo stato sociale all'attacco ai diritti del mondo del lavoro impone infatti una risposta di massa che si generalizzi e duri nel tempo passando per la convocazione dello sciopero generale
Nel contempo, l'apertura di un processo in controtendenza nella sinistra moderata e nel sindacato possono determinarsi solo se si intreccia con una forte mobilitazione sociale. Non vi è dubbio, infatti, che la dialettica apertasi nei Ds e la loro crisi di consenso (che investe milioni di persone, in gran parte lavoratori) possono evolvere e non regredire solo se viene dalla società una forte istanza di cambiamento. Analogamente, la crescita di una sinistra sindacale e orientamenti di classe nella Cgil, che ha trovato nel congresso un riscontro importante, e l'affermazione di posizioni di classe nei sindacati extra-confederali hanno bisogno di trovare riscontro nel rilancio di un movimento ampio e articolato capace di configurare una prospettiva di cambiamento.

TESI 51 (alternativa)
I COMUNISTI E LA LORO STORIA

(sostitutiva delle tesi 51 e 52)

La definizione dell'identità comunista non può prescindere dalla riflessione sull'esperienza storica del movimento operaio nel corso degli ultimi centocinquant'anni. Le tesi congressuali di un partito non sono la sede più appropriata per un pur sommario bilancio di questa esperienza, tanto più che siamo ancora troppo prossimi alla fine dell'Urss e degli altri paesi dell'est europeo e che "non conosciamo ancora quale sarà l'effetto di lunga durata di quei regimi" (Hobsbawm). Tuttavia, benché su tali questioni la storiografia sia ancora lontana da risultati definitivi, è indispensabile individuare i principali criteri ai quali la nostra riflessione storica dovrebbe ispirarsi.
Non si tratta di ripudiare quella che è comunque la nostra storia, gloriosa o tragica che la si consideri. Vanno evitate semplificazioni apologetiche o liquidatorie che, sempre improprie, sarebbero grottesche in relazione a una vicenda che segna tutta un'epoca della storia del mondo e nella quale ha vissuto - e in parte vive tuttora - l'anelito alla libertà di miliardi di esseri umani. Non ci appartiene la tesi di chi traccia quadri apocalittici nei quali il Novecento vede il trionfo di una furia distruttiva in cui il nazismo e il comunismo si confondono approdando a una comune barbarie.
Occorre guardare in faccia, senza reticenze, anche i momenti più bui della nostra esperienza: l'assenza di democrazia diffusa, le esasperazioni dirigistiche, le deformazioni burocratiche denunciate già da Lenin, gli stessi crimini che hanno macchiato la storia del "socialismo reale". A chi ci incalza evocando le violenze commesse nel nome del comunismo, non rispondiamo riducendone la portata né semplicemente additando le immani devastazioni e gli stermini prodotti dal capitalismo. Siamo consapevoli anche del peso del nostro passato e accettiamo di assumercene la responsabilità, cercando di imparare anche dai nostri errori.
Nello stesso tempo, ribadiamo che l'azione del movimento operaio e le rivoluzioni vittoriose nel nome del comunismo hanno liberato dal servaggio enormi masse di popolo, hanno impresso una formidabile accelerazione ai processi di liberazione del terzo mondo dal colonialismo, hanno fornito un decisivo sostegno alle lotte operaie e antifasciste nell'occidente capitalistico costringendo le classi dominanti a compromessi significativi con il movimento operaio. Per sconfinate masse di proletari la nascita dell'Urss ha significato la fine dell'asservimento e, per la prima volta, l'accesso a condizioni di vita progredite e ad elevati livelli di istruzione e protezione sociale. È bene altresì rammentare che difficilmente la seconda guerra mondiale avrebbe visto la sconfitta dell'Asse senza il sacrificio di venti milioni tra civili e militari dell'Armata rossa.
L'Ottobre bolscevico ha rappresentato una rottura epocale che ha mostrato al mondo la maturità della classe operaia quale soggetto in grado di affermare la propria autonomia storico-politica. Ma contrapporre la rivoluzione alla vicenda politica che ne è seguita - scorgere nelle società sorte dall'Ottobre soltanto un tradimento della rivoluzione - sarebbe un'operazione altrettanto astratta e ingenua quanto ritornare a Marx accantonando la ricerca teorica e il dibattito politico sviluppatisi sulla base delle sue indicazioni.
Marx ha elaborato le categorie fondamentali dell'analisi critica del capitalismo e ha gettato le basi di una teoria rivoluzionaria che ha messo il proletariato in condizione di affermarsi quale autonomo soggetto politico. Ma proprio Marx ha sempre insistito sulla necessità di sottoporre la teoria a continui aggiornamenti. Con l'analisi leniniana del colonialismo e dell'imperialismo la teoria rivoluzionaria si è liberata da ogni angustia eurocentrica, collocandosi all'altezza della dimensione mondiale del dominio capitalistico. La riflessione di Gramsci, nella quale l'eredità teorica di Lenin è assunta e originalmente ripensata, rappresenta un ulteriore arricchimento, sia per quanto concerne la concezione del partito comunista come "intellettuale collettivo", protagonista del processo rivoluzionario e della costruzione dello Stato operaio, sia in relazione al tema della rivoluzione in Occidente, concepita - sullo sfondo di una idea della politica quale ambito non separato dal terreno sociale - come processo di radicamento della classe nella società e come progressivo consolidamento della sua capacità di direzione egemonica.
Non si tratta di allestire un corpo di dogmi, ma di valorizzare strumenti teorici per procedere oltre, concentrando l'attenzione su problematiche cruciali non ancora adeguatamente indagate dalla cultura marxista. Appaiono centrali al riguardo le questioni poste dai movimenti femministi e ambientalisti. Da un lato è necessario ripensare a fondo la struttura dei processi di riproduzione e i temi della soggettività, dell'esperienza affettiva e della mercificazione delle relazioni umane. Dall'altro si impone la necessità di assumere il concetto di "sviluppo sostenibile", evitando di assolutizzare i valori dello sviluppo economico e della crescita produttiva.
In una parola, non si può guardare all'esperienza del movimento comunista come a un cumulo di macerie. La storia dell'umanità si troverebbe oggi a uno stadio ben più arretrato se le rivoluzioni socialiste non avessero segnato vaste aree del mondo.
Un grande contributo alla lotta per l'emancipazione del proletariato hanno fornito anche intere generazioni di comunisti del nostro paese. La fine, per molti versi sconcertante, del Partito comunista italiano ci impone di cercare le radici della mutazione che ne ha decretato nel corso degli ultimi decenni il declino e infine la dissoluzione. Le cause di questa mutazione - che rendono improponibile ogni continuismo - debbono essere valutate in tutta la loro portata, per trarne severe lezioni. Ma esse non cancellano i meriti storici del Pci, come non impediscono di riconoscere il contributo dato da migliaia di militanti comunisti e socialisti, anche fuori delle sue file (ad esempio nei movimenti del '68-69 e nella nuova sinistra), alla lotta antifascista, per la democrazia e contro lo sfruttamento capitalistico.
Queste compagne e questi compagni hanno scritto alcune tra le pagine più intense della guerra di Spagna e della Resistenza e hanno dato corpo alla lotta di liberazione dal nazifascismo. Alla capacità di direzione politica di Togliatti e del gruppo dirigente del Pci negli anni della Resistenza e della prima fase repubblicana - come pure alle intuizioni di Eugenio Curiel in tema di "democrazia progressiva" e all'impegno di grandi dirigenti socialisti tra i quali Lelio Basso e Rodolfo Morandi - gli italiani debbono una carta costituzionale avanzata. In essa il quadro delle libertà democratiche diviene strumento di trasformazione della società esistente e presidio possibile delle conquiste sociali e politiche di massa; leva per l'eguaglianza effettiva tra tutti i cittadini e per la loro partecipazione al governo della società e dell'economia. Non si comprenderebbe l'ulteriore storia italiana ove si prescindesse da queste premesse, in virtù delle quali l'Italia è divenuta un laboratorio del conflitto di classe per molti versi unico in Europa.


TESI 56 (alternativa)
PARTIRE DALLE FONDAMENTA: POTENZIARE IL PARTITO


Compito dei comunisti è organizzare i soggetti sociali che, per la loro collocazione oggettiva nella produzione capitalistica e nelle diverse forme oppressive e alienanti in cui essa si esprime, sono potenzialmente portatori di un progetto di società alternativa al capitalismo: in primo luogo la classe operaia, i lavoratori dipendenti (anche nelle forme "atipiche" del lavoro formalmente autonomo), i lavoratori precari e i disoccupati, i movimenti femministi, pacifisti e ambientalisti.
Il nostro partito si pone l'obiettivo di lunga lena di organizzare un blocco sociale e politico che rappresenti la maggioranza delle classi lavoratrici e degli oppressi. A tal fine è indispensabile perseverare nel lavoro di costruzione di un partito comunista con basi di massa, radicato nel territorio, presente nei luoghi di lavoro e di studio e nei quartieri. Dell'importanza di questo lavoro parla con chiarezza tutta la storia di Rifondazione comunista. Senza un partito organizzato su tutto il territorio nazionale, strutturato in comitati regionali, federazioni, circoli (che sono il baricentro vitale della nostra organizzazione) non saremmo riusciti a superare le prove durissime che ci siamo trovati di fronte in questi primi dieci anni di vita. Se le ripetute e rovinose scissioni, provocate dalla maggioranza dei gruppi parlamentari e da larghi settori del gruppo dirigente centrale, non ci hanno distrutto, ciò si deve soprattutto alla capacità di tenuta delle nostre organizzazioni di base, a cui va la riconoscenza di tutto il partito.
Il radicamento capillare di Rifondazione comunista sul territorio e nei luoghi del conflitto sociale è dunque decisivo se si vuole rafforzare il nostro progetto politico. Non è inutile ribadirlo poiché si è molto teorizzato in questi anni, anche in ambienti di "sinistra", sui partiti come strumenti inutili e superati. Nulla sarebbe più falso. Tutta la storia del movimento operaio, compresa quella della dissoluzione del Pci, insegna che gli strumenti più importanti di cui esso dispone nella lotta sono l'organizzazione politica e quella sindacale, senza le quali il suo potere contrattuale si riduce a zero. Non a caso le classi dominanti possono contare su mezzi potenti in ogni campo e, in particolare, su partiti fortemente strutturati nel territorio quali Forza Italia e Alleanza nazionale. Ciò non ci induce ad alcun continuismo o conservatorismo organizzativo: al contrario, proprio la necessità di rafforzare il partito pone l'esigenza di profonde innovazioni e scelte di autoriforma, nel quadro di una riflessione politica e teorica aperta su quali possano e debbano essere - nel contesto storico attuale e nella realtà di un paese capitalistico come l'Italia - le caratteristiche di un partito comunista con basi e influenza di massa, con caratteri nuovi anche rispetto alle esperienze più avanzate del passato.
Imprescindibile dev'essere l'impegno di tutto il gruppo dirigente su problemi essenziali come la costruzione del partito nel territorio, il tesseramento (che, se correttamente inteso, è l'opposto di un rituale burocratico, ma occasione di intense relazioni politiche e umane), l'autofinanziamento, il radicamento nei luoghi di lavoro, la formazione dei quadri.
Il calo degli iscritti, che è un dato costante da quattro anni, e il turnover, che resta elevatissimo, costituiscono un fatto politico di primaria importanza: alla base di tali fenomeni vi è l'estrema debolezza di molti circoli, cioè proprio di quelle istanze che restano fondamentali per un partito che voglia essere fortemente radicato nella società. Da qui l'esigenza, da parte di tutto il partito, della massima cura e valorizzazione dei gruppi dirigenti dei circoli stessi e l'impegno prioritario di coinvolgere maggiormente gli organismi di base nell'elaborazione delle decisioni politiche. Di tutto ciò bisogna discutere con rigore, anche con sedute specifiche del Comitato politico nazionale e della Direzione: non averlo fatto in questi anni denota una grave sottovalutazione di tali problemi. Questa tendenza va invertita e, a tal fine, è necessario introdurre alcuni cambiamenti rispetto alla situazione attuale:

A) Poiché Rifondazione comunista ritiene centrale la contraddizione capitale-lavoro, la presenza organizzata nei luoghi della produzione è strategicamente decisiva e concerne la natura stessa del partito, oltre che l'efficacia della sua iniziativa politica e di lotta. Non va dimenticato che la "socialdemocratizzazione" del Pci e la sua mutazione genetica sono andate avanti di pari passo con la perdita di una chiara connotazione di classe e con la progressiva scomparsa dei lavoratori in produzione dagli organismi dirigenti. Occorre perciò costituire un settore specifico, che abbia il compito di contribuire alla costruzione di nuclei organizzati nei luoghi di lavoro, rapportati ai circoli territoriali, e che sia per questo dotato di risorse umane e materiali rilevanti, adeguate alle priorità, così da favorire la crescita di quadri dirigenti espressione diretta del mondo del lavoro.

B) Mentre va evitato il cumulo di incarichi e ruoli dirigenti politici e istituzionali, una parte significativa dell'apparato centrale e del gruppo dirigente nazionale va riportata "sul campo", in periferia; anche la collocazione dei dipartimenti nazionali va ripensata e collocata non solo a Roma, ma anche in altre realtà metropolitane. A loro volta, le Federazioni, partendo dal territorio, dai luoghi di lavoro e di studio, potrebbero decentrare il lavoro politico, aggregando i circoli territoriali e di lavoro in coordinamenti zonali sulla base di progetti di iniziativa sociale.
Si tratta di una scelta che ha forti implicazioni democratiche. Essa rafforza il rapporto continuo tra centro e periferia; potenzia il lavoro di radicamento sociale del partito; contribuisce a snellire e a sburocratizzare le funzioni dell'apparato centrale (oltre a renderle me--no costose); trasferisce strumenti e risorse sul territorio; limita i rischi - sempre presenti nella storia del movimento operaio - di irrigidimento autoritario dei gruppi dirigenti e di formazione di un ceto politico-istituzionale privilegiato e separato dal corpo del partito, riduce i margini per carrierismi e personalismi oggi largamente diffusi; contribuisce ad una selezione dei quadri che tenga conto in misura adeguata, oltre che delle competenze e delle capacità intellettuali, anche delle esperienze di lotta e di organizzazione sul campo. In questo quadro va promossa la crescita delle compagne con funzioni di direzione complessiva del partito a tutti i livelli, tenendo conto delle tante difficoltà che esse incontrano nella vita di partito e impegnandosi per il superamento delle effettive condizioni di disuguaglianza.

C) Va proseguita la politica di acquisizione delle sedi di proprietà del partito praticata in questi anni, con l'obiettivo di dotare di una sede in proprietà almeno le nostre federazioni provinciali. In questo modo le nostre sedi possono favorire - più di quanto non facciano già - una pratica di apertura e interlocuzione con altre soggettività di massa, divenendo centri di aggregazione sociale e culturale.

D) Il quotidiano "Liberazione" ha svolto e svolge un ruolo insostituibile. Dopo anni di duro lavoro e di difficili interventi organizzativi, grazie all'impegno di una direzione autorevole di indiscusso prestigio professionale e al contributo di tutto il corpo redazionale e poligrafico, esso si trova oggi in una condizione di sostanziale pareggio economico. Bisogna consolidare questi risultati e migliorarli. Non è più tollerabile l'assenza di un impegno sistematico, da parte dei gruppi dirigenti a tutti i livelli, per un incremento della diffusione del quotidiano del partito. Al tempo stesso, "Liberazione" - con una direzione politica collegiale espressione di tutto il partito - deve svolgere un ruolo equilibrato affinché il partito sia informato correttamente, fuori da ogni personalizzazione, del dibattito che si svolge nei suoi gruppi dirigenti e perché il dibattito interno al corpo del partito possa esprimersi liberamente, evitando unilateralità e forzature che ne ostacolerebbero il pieno sviluppo. Sarebbe utile anche una maggiore informazione su quello che fanno e pensano i comunisti e le forze di sinistra nel mondo: una "globalizzazione" dell'informazione e delle riflessioni sui temi di comune interesse.

E) Le Feste di "Liberazione" - oltre 700 ogni anno - sono tra gli appuntamenti politici più rilevanti del partito. Attraverso le Feste parliamo a milioni di persone; tra queste, molte non sono iscritte e non ci votano. Si tratta dunque di eventi che non possono più essere abbandonati a se stessi (da anni non esiste un responsabile nazionale del settore): va costruito un lavoro che ci consenta di veicolare messaggi comuni, di razionalizzare l'uso delle strutture di nostra proprietà, di fare conoscere e valorizzare i risultati più rilevanti colti dal partito sul terreno politico ed economico. Senza mai dimenticare che un autofinanziamento del partito non troppo dipendente dal finanziamento pubblico e dalla nostra presenza nelle istituzioni, è condizione vitale della nostra autonomia.

F) Va potenziato il lavoro di formazione. Non si tratta di allestire corsi di "indottrinamento", ma di considerare la crescita culturale e politica dei quadri un fattore decisivo per la capacità stessa dei circoli di fare politica in modo intelligente e adeguato ai tempi. Una conoscenza non dogmatica delle opere dei dirigenti più importanti del movimento comunista e socialista, una riflessione approfondita sulla storia del movimento operaio, nonché un'adeguata preparazione al fare politica nella società e nelle istituzioni possono contribuire a formare criticamente i compagni e le compagne, a superare approcci pragmatici ed elettoralistici ancora troppo diffusi. La crescita culturale dei militanti - specie di quelli più giovani - è per il partito un patrimonio di primaria importanza, senza il quale sarebbe velleitario quell'investimento sul futuro che informa e giustifica il nostro impegno comune. L'innalzamento del livello teorico-politico di tutto il partito può inoltre contribuire, assai più delle esortazioni, a potenziare la sua democrazia interna ("l'informazione è potere"); e a superare logiche interne di appartenenza, legate spesso più a vecchie esperienze e collocazioni che non a un confronto di merito sulle problematiche del presente, che ha bisogno invece di una dialettica libera e non cristallizzata.
All'interno di questo processo politico e culturale di rifondazione dell'ipotesi comunista si pone con estrema necessità il nodo dell'autoriforma del partito. Questo problema è reso ancor più urgente dal cambio di fase politica rappresentato dal riemergere del conflitto sociale e dai nuovi compiti che ne nascono.
Punto fermo della nostra prospettiva è la costruzione di un partito comunista di massa con l'ambizione della rifondazione di un pensiero e di una pratica comunista. Un partito che prefiguri nella sua vita reale e quotidiana quella società di "liberi ed uguali" a cui alludiamo quando parliamo di comunismo. Un partito che sappia costruire una critica teorica e pratica dell'esistente, una politica non separata dai contenuti, una partecipazione non delegata, un rapporto reale con la società capace di suscitare movimenti e lotte per la trasformazione, di costruire forti relazioni con e tra i soggetti oggi aggrediti dalla modernizzazione e globalizzazione capitalistica, di lavorare alla costruzione di una ampia ed articolata sinistra di alternativa.
Rispetto a questo nostro progetto, del punto di vista della filosofia e della pratica organizzativa, il nostro partito soffre, da sempre, di seri limiti strutturali, che sono stati per altro ampiamente analizzati nel corso della conferenza di Chianciano. Ma, soprattutto, subisce una contraddizione apparsa fin qui insormontabile dovuta oltre che a difficoltà oggettive anche alle nostre incapacità a dar vita in questi anni ad un partito con reali caratteristiche di massa: quella tra un'architettura mutuata dalla tradizione del Pci e funzionale ad un partito in grado, fra l'altro, di disporre di un alto numero di funzionari a tempo pieno, e la realtà del corpo politico di Rifondazione comunista, fatto in misura preponderante di lavoro volontario, militanza mobile, collaborazione occasionale. Non siamo riusciti in nessun momento, anche per il ritmo convulso assunto da una politica sempre più "veloce" (e sempre più incentrata sulle continue scadenze elettorali), a sperimentare dentro questo modello correzioni significative o forme davvero innovative, anche per quanto riguarda il superamento del carattere monosessuato e "biancocentrico" del partito.
Ora, però, non è possibile rinviare ulteriormente, quantomeno, l'avvio di una discussione seria. In larga parte del territorio nazionale, il partito appare in seria difficoltà: spesso appesantito nella sua capacità di proiezione esterna, di radicamento sociale, di allargamento dei consensi; spesso scosso da divisioni, lacerazioni, personalismi; spesso, ancora, segmentato in comparti tra loro non comunicanti. Non è esente da queste contraddizioni neppure la vita del partito ai suoi livelli nazionali e centrali. Va posto in questo ambito anche il nodo di come rendere effettiva la partecipazione del corpo del partito alla formazione delle decisioni politiche. Ad un partito più vivo e partecipato, in grado soprattutto di estendere i propri legami sociali, non può corrispondere un funzionamento che nei fatti riproponga forme di direzione di tipo verticistico. Il solo nudo dato di un turn-over di iscritti oramai endemico, che riguarda decine di migliaia di compagne e compagni "perduti" per strada, merita di essere oggetto di una riflessione organica e non aggiuntiva. Come pure la singolare contraddizione tra l'aumento della corrente di simpatia verso il partito - in particolare delle giovani generazioni - e la riduzione degli iscritti avvenuta negli ultimi anni.
Abbiamo quindi la necessità, soprattutto in questa fase in cui i segnali di disgelo sociale sono cresciuti in modo esponenziale fino a determinare la nascita del movimento, di ridefinire le nostre capacità organizzative e di direzione politica unitaria a tutti i livelli (dalla costruzione del lavoro sociale al tesseramento alla diffusione di Liberazione) all'interno di un indispensabile processo di autoriforma del partito che ne aumenti le capacità attrattive e aggregative, a partire dai circoli che rappresentano lo snodo fondamentale da cui costruire la nostra iniziativa politica.